I dischi che piacciono solo a me, credo #23

Genesis… And Then There Were Three… (Charisma, 1978)

Ci vuole una discreta dose di coraggio per parlare di certe cose. Coraggio che va trovato dentro di noi, racchiuso da qualche parte, in scrigni inaccessibili protetti da una spessa coltre di pudore. Merce rara e pregiata che – mi è stato insegnato – non andrebbe mai esposta a facili consensi.
Cavatela con quello che hai, ragazzo, senza cercare facili scorciatoie” era un mantra inculcato dalla più tenera età, ‘che i paracaduti sono imprescindibili certo (non so se mi spiego), ma se riesci ad atterrare privo di quelle mutande di tela allora puoi andare ovunque. Senza mascherarmi per una imbarazzante versione di Karl Ove Knausgård però almeno una volta nella vita un atto di profonda catarsi è cosa buona e giusta, fosse solo per ‘vedere e dire a tutti l’effetto che fa’. Che poi – incidentalmente – questo disco dei Genesis sia (almeno per me) merda purissima, privata delle uniche due sagome a me simpatiche (Hackett e – ovviamente – Gabriel) non ha importanza e vi pregherei di non prendermi troppo sul serio, che il dolore è la cosa più comica che esista, una volta che l’hai superato. È un disco che mi cozzò contro proprio all’uscita e che funestò uno dei periodi più duri della vita. Oh, ma… Niente storie dickensiane, sia chiaro, ognuno di noi è lastricato di sofferenza, l’unica cosa davvero democratica di queste sporche vite a cottimo. Dolori, lutti, crucci, scelte difficili, inciampi. Spesso inestricabili e che cercano continuamente di venire a galla, liberandosi da quello scrigno che – ad ogni passar di luna – diventa simile a un macigno.

Follow You Follow Me la udii da una radiolina scassata in una vetusta trasmissione radiofonica della zona, condotta da un improbabile seguace delle Heart. Le Heart! Una delle band più inutili dell’intera storia dell’umano ingegno, roba che i Texas potrebbero tranquillamente assurgere al rango di novelli Kinks, al confronto. Eppure quel compassato speaker non mancava mai di magnificare l’operato delle sorelle Wilson, proponendo intere facciate, memorabilia, curiosità, continui aggiornamenti sui tour e tutta la letteratura a loro ascrivibile. Due coglioni immensi. Ma io ero lì, abbarbicato a quella radiolina minuscola in precario equilibrio sul tavolo, mentre tentavo di studiare geografia o la nascita della lingua Occitana. Ostinato e caparbio nel cercare di trovarlo simpatico e farselo – per necessità – amico. Il giorno che trasmise il nuovo singolo dei Genesis pioveva a dirotto, un giorno qualsiasi di un autunno davvero duro da superare; mi alzavo continuamente dalla seggiola, incapace di concentrarmi e innervosito da quegli spifferi che entravano da una finestra che aveva visto secoli migliori. Ero a casa da solo, come ormai succedeva da mesi, stritolato da subdole febbriciattole – oggi posso raccontarne con cognizione di causa – probabilmente di origine psicosomatica. Mio padre stava morendo. Accanimento terapeutico lo si chiama con una punta di civetteria oggi, per non appellare le cose col proprio nome. Accanimento terapeutico. Terapeutico, già. Come no. Evito i dettagli più intimi della malattia (vissuta quasi interamente in casa dopo alcuni soggiorni ospedalieri) ma ricordo benissimo il momento in cui venne condannato a morte: mi aveva accompagnato a fare degli esami per tentare di scoprire la natura di quelle maledette febbri, cogliendo l’occasione per sottoporsi ad un check up perché ‘mi sento un po’ fiacco da qualche tempo e ho continui dolori intercostali’. Un uomo forte e robusto di oltre un metro e novanta non poteva essere fiacco, ne andava del proprio ruolo sociale al bar, che diamine! Ricordo benissimo tutto come fosse stamani. Ricordo che uscii dall’ambulatorio e la dottoressa fece un segno a mio padre: “entri, dobbiamo parlarle”. Follow You Follow Me, proprio.

Da quel momento partì una tregenda ingestibile dacchè il verdetto non lasciava scampo: tre mesi. Una stagione, come le foglie. Un metro e novanta d’uomo barattato con una stagione. Non ci fu bisogno di grandi parole tra noi. Eravamo adulti no? Ero un ometto e avevo capito tutto. Ci guardammo in silenzio. Lo vidi cupo fumare l’ultima sigaretta prima di gettare il pacchetto; il desiderio finale di un condannato a morte, probabilmente. Non disse una sola parola. Dopo qualche giorno era già in ospedale a far da cavia, captai da mezze parole come fosse stata una scelta personale; non vi era speranza ma almeno che quegli esami – invasivi, certo. E dolorosissimi per l’epoca – e quell’operazione effettuata per studiare l’aggressività del male, potessero servire a qualcosa, in futuro. Magari proprio a me. Ripeto, lungi da farne uno spaccato dickensiano, la vita continua e spesso è edificata proprio sulle scomparse altrui, che ti sedimentano dentro e fan da fondamenta per quei domani che corrono sempre troppo veloci. Ne erano passati quattordici di mesi il giorno in cui Follow You Follow Me interruppe la dittatura delle Heart. Quattordici mesi e ancora resisteva, strenuamente e caparbiamente. Ne aveva da erodere quel nemico, prima di far cadere in ginocchio un uomo di quella stazza che non voleva darsi per vinto. Gliene rimanevano ancora nove davanti, ma nessuno poteva saperlo. Il pomeriggio del nuovo singolo dei Genesis avevo compreso tutto da tempo, senza farmene una ragione ma – almeno – il quadro clinico e un futuro incerto mi erano ben chiari. Paradosso vero? Aver chiaro un futuro incerto. Sarebbe stato pianto (poco, avevo fatto la scorza) e stridor di denti. L’incipit di quella canzone ebbe il merito di sigillare quel momento per sempre; che poi incidentalmente fosse anche una signora canzone per me – allora – non aveva importanza. Ne assimilai ogni goccia, simile a quella pioggia che non voleva cessare di battere sui tremuli vetri. Eppure odiavo Phil Collins, odiavo la faccia da Cocker Spaniel di Rutherford, odiavo la mediocre mancanza di carattere di Banks. Odiavo la prosopopea dei vestiti da fiorellino di Peter Gabriel. Parliamoci chiaro: non potevo prendere sul serio uno che si vestiva da margherita. Now I Wanna Sniff Some Glue, mica ballare il Foxtrot.

Odiavo tutto, mi sa. Ma ne avevo ben donde. Su Follow You Follow Me quel pomeriggio crollai. No, nessuna tragedia o sceneggiata, pure se sarebbe stata giustificata eccome per un imberbe pischelletto costretto a relazionarsi da subito con la solitudine, ma crollai. Venni a patti con il senso della perdita e mi entrò dentro, radicandosi. Lo fece proprio su un singolo tratto da un disco di merda. Ma non siamo noi a sceglierci le canzoni, spesso avviene il contrario. Grazie a Dio. E mi sento, ora, di chiedere scusa a tutti quei seguaci dell’agnello sdraiato su Broadway. Non me ne vogliate, ero figlio di quella terra di mezzo di elfica memoria. Troppo giovane per averli apprezzati nel loro momento di massimo fulgore, troppo vecchio per – un domani – poter approcciare la rivalutazione postuma di quei progster mielosi. I Genesis sono stati l’esatto volto del nemico, la truppa avversaria da spazzare via a colpi di maglio e di Mosrite. Il marciume che aveva reso puzzolente un intero pianeta sonoro. Eppure ero lì, aggrappato alle terzine di quelle tastiere e alla voce del già canuto Collins: stay with me, my love I hope you’ll always be right here by my side if ever I need you. Vacca boia ce lo aggiungo io.

Me lo feci prestare dopo qualche tempo quel long playing, molto dopo. Ben oltre i nove cruciali mesi, per essere preciso. Non credo di essere mai riuscito ad ascoltarlo per intero una sola volta, fermandomi quasi sempre alla sega primaria dell’iniziale Down And Out, che – riascoltata – oggi mi farebbe rivalutare gli Asia. Una fatica immensa quel disco, un marshmallow nauseante, una pomposa masturbazione tastieristica, una fatica spezzata da vaghi ricordi di Undertow (graziosa la penna di Tony Banks) e dal profumo postumo di Ballad Of Big, che scopro già prova tecnica di Invisible Touch (e così Scenes From A Night’s Dream). Saltavo sicuramente Snowbound e la sua solita pomposità piena di glutine per arrivare al tormentone strappamutande. Ecco, mi fermerei anche qui visto che … And Then There Were Three… è il più bel disco che odio e si tiene in vita solo grazie al singolo di poco sopra. Tenne in vita anche me, sono sincero, dandomi un momento esatto a cui poter attraccare ogni volta che la vita mi avesse messo davanti un ostacolo. Hai superato Follow You Follow Me e tutto quello che a lei era collegato; adesso puoi superare tutto senza menartela tanto, coglione.

L’incipit di La Mia Lotta di Karl Ove Knausgård è chiaro, conciso, talmente banale da rasentare una geniale stupidità: per il cuore la vita è semplice: batte finché può. Poi si ferma. Cuore. Heart. Le Heart, chissà se battono ancora i palchi, se tormentano degli imberbi adolescenti, se hanno ancora seguaci così caparbi nel proporle alla radio. Ma anche i Genesis non furono degli sciocchi titolando il disco …E Così Rimasero In Tre…, quasi fosse un monito e un epitaffio del loro epocale cambiamento. Noi rimanemmo in due invece; il cuore di mio padre si fermò l’undici agosto del 1979. L’album non l’ho mai comprato.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #22

Marxman33 Revolutions Per Minute (Talkin’ Loud, 1993)

Lo sapete riconoscere un bel disco? Sempre? Tutte le volte che vi capita sotto le mani o le orecchie? Siete sicuri? Oppure avete bisogno di lasciarlo decantare, prendere aria, iterarne gli ascolti? Dipende dal disco, risponderebbero i sapienti, con mucho gusto e altrettanta ragione. Che mica sempre gli amori si palesano con colpi di fulmine, e anzi: meglio qualcosa che ha bisogno di tempo per germogliare, innestando radici, sia una donna o qualche solco. Ognuno di noi ha le proprie innumerevoli liste (di dischi, non di donne) ma – sovente – in queste liste i Marxman non vi entrano.

Ed è strano assai visto che, in quel 1993, per un infinitesimale istante sembrarono (e furono) la risposta anglo-irlandese ai Public Enemy. Virata pop celtico. Agguerriti, arrabbiati, pronti a farsi bannare dalla BBC per Sad Affair, brano contenente il motto che ogni britannico ha imparato ad odiare negli anni: “tiocfaidh ár lá“, ovvero null’altro che lo slogan dell’IRA. E invece quei primi anni novanta erano giorni di distensione sonora, di fraseggi e unioni armoniche tra le più disparate. Di proclami guerrafondai affrontati con un certosino gusto pop, la mano tesa e una miriade di produttori. Proprio come questo 33 Revolutions Per Minute (a proposito: c’è mai stato un titolo più bello?), arrivato come una meteora cantata da un angelo (c’è la Sinead su Ship Ahoy, ricordatevelo) e altrettanto velocemente sparito nel cosmo dopo un ulteriore prova (Time Capsule) datata 1996. Altri tempi, e hai voglia poi a dire che lo sciocco guarda il dito anche durante l’eclissi visto che ora persino l’ultimo giannizzero della bachata ha 12 album alle spalle e una miriade di singoli. Liquidi. Solo sette in carriera invece per i Marxman (e nuovamente a proposito: c’è mai stata denominazione sociale più bella? Forse sì, ma pure questa non scherza). Sette singoli, tre dei quali estrapolati da questo esordio pressoché perfetto. E quanto eravamo entusiasti e grati a queste nuove sonorità che si palesavano per l’aere come un matrimonio misto, dove gli Shamen viravano dalla psichedelia all’elettronica senza sembrare opportunisti; dove Gary Clail bruciava immolandosi con uno dei dischi più belli dell’intera storia britannica (Emotional Hooligan); dove gli Orb ridisegnavano l’UFO Club; dove la On-U Sound si apriva al mondo vestendo di nuovo come le brocche del biancospino il ritorno di Little Annie (Short And Sweet. Favoloso per non dire immenso). Quanto fu rivoluzionario quell’impeto danzereccio virato in mille salse, quanti mondi ci diede l’opportunità di conoscere, quanto ci aprì – in definitiva – gli occhi con uno di quei giochini da cruciverba emotivo che, con un unico filo, univa i puntini da God Save The Queen a Firestarter rendendoci consapevoli che – forse – c’era stata più rivolta incontrollata in un qualsiasi white label degli Shamen passato allo Shoom che in tutti i mariachi col pugno alzato e la chitarra belluina dei Rage Against The Machine. Oppure no, ma era comunque bello confondersi.

Cotanto senno invece non attecchì, sembrando soltanto l’ultima moda in fatto di meretrici ritmici, qualcosa da batterci il piedino il venerdì sera con una pinta in mano (non c’erano ancora le aperiminchie tutto chiacchiere e latino-americano). Ma quanto armeggiavo con questi suoni, dentro una camera che pareva un Loft di Mancuso campagnolo e in seconda, provvisto di 12” sparsi per terra, cavi, giradischi spaiati e un mixer di legno (giuro!) che sembrava provenire dagli scontri di Stonewall tanto era vetusto. Aveva solo due canali e mi era costato 70.000 lire, il decennio prima. Lo considero ancora come il decino di Paperone e nulla al mondo mi toglie di dosso quel sapore di tavole fumose, vinile gracchiante, liquido per pulire i solchi e copertine appiccicate dal caldo. Da farci un profumo alla Davidoff solo per noi, vecchi bacucchi del vinile che ancora innalzano barricate a tutte le pubblicità Vodafone con la scosciata di turno. Ridateci Britney, che almeno cantava Toxic.

Ma sto divagando.

Sto divagando quando invece mi piacerebbe riaccendere quella febbrile ansia positiva che ci colpiva su ogni disco pronto a portare più avanti (o di lato, che così non offri mai la schiena al nemico) la nostra idea di rivoluzione. Che accadeva 33 volte al minuto. RPM, giusto. Invece mi sento come uno di quei coglioni alle Termopili, uno inutilmente indaffarato a mettere le dita nei buchi della diga. Un giapponese nascosto nella foresta, 25 anni dopo la fine della guerra. Un coglione, l’ho detto. E così spero di voi, assicurandovi che – alla fine – è un complimento. Perché nessuno ci toglierà mai quel batticuore, quella voglia di scoprire ed informarsi, quella fatica (anche fisica) che si doveva mettere in atto per recuperare e poi comprendere un disco. Pesano i dischi, accidenti. Pesano un botto, non ci stanno sull’iPhone, non hanno un suffisso punto wav, necessitano cure e non li puoi eliminare con control alt canc. Te li tieni, a monito e futura memoria di cosa eri in quel determinato passo della tua esistenza. E anche se siamo di bocca buona, abbiamo scheletri negli armadi (talvolta vere e proprie salme) e siamo affetti da lune nostalgiche e sciocche retromanie quanto avremmo bisogno oggi come oggi di quei tempi, fosse solo per stringerci come legione romana dinanzi a “gli ultimi posti in aereo storie di palme nel cielo foto con l’hashtag io c’ero andale, andale portami giù dove non si tocca dove la vita è loca andiamo a ruota questa notte è nostra faremo come il vento da 0 a 100”.

Farei anche io come il vento, un ghibli rovente che deterge e cauterizza stando attento, ma non mi è concesso perché lo chiamano progresso. Lo so fare anche io il rappettino, stronzetta. Rap prima di te. Posso invece solo fare come il giapponese e fingere di non aver perso la guerra, magari ascoltandomi ancora e ancora – in loop – cotanta meraviglia chiamandovi tutti a raccolta. Da 0 a 100.

Oisin Lunny e Hollis Byrne erano i Lenin e McCarthy dell’hip hop isolano, pronti a salpare sulla scialuppa marxista prima di autoaffondarsi in mare aperto, resistendo alla tentazione del riciclo o del recupero. Non vi saranno altre note, band o progetti da parte della coppia, con il primo pronto a dedicarsi alle colonne sonore (Derailed consta di un suo pezzo) e il secondo sparito in un anonimato coatto. Così si fa, altro che ‘mille e non più mille’. Eppure quanta roba sono riusciti a stivare in quella scialuppa chiamata 33 Revolutions Per Minute, a partire dall’hip hop balcanico e celtico di Theme From Marxman, traccia che apre il disco con impagabile sagacia (Here to break necks and make socialist sex I flex like Marc Bolan from T.Rex) e che passa il testimone a All About Eve, altra meraviglia che unisce in osmosi il campione di High Steppin’ Hip Dressin’ Fella delle Love Unlimited innestandolo su uno Stevie Wonder d’annata (I’d Be A Fool Right Now). Stupeficio da anime candide, che siano Soul II Soul o De La Soul. Non porta una ruga addosso e non ha nemmeno bisogno di chirurgia plastica tanto è perfetta di suo. Father Like Son spinge sulla frizione della protest song in bilico su tempi grami, che siano stati di John Major, della Guerra del Golfo o dell’ex Yugoslavia. Mantra metallico che sa sì da Al Stewart ma posto sotto ipnosi da Chuck D. Mi entusiasmo ancora per questi 10 brani, e come potrei non farlo quando si palesa Ship Ahoy, forse uno dei 5 singoli più importanti degli anni novanta. Quattro minuti di perfezione assoluta dove cozzano balli irlandesi, Van Morrison, i Massive Attack e un bhangra rap. L’impossibile che si fa divino. Hip Hop che diventa ‘altro’ mutando pelle e riflessi mentre i quattro (oltre a Byrne e Lunny sono della partita anche MC Phase e DJ K One) gettano macchie di colore su una tavolozza intonsa proveniente da altri tempi. Sublime come il fiato sul collo di notte in riva al mare, sventolando una bandiera del cuore ad una nave che non arriverà mai. Sarebbe difficile far di meglio dopo cotanto senno e invece Do You Crave Mystique s’innalza alle stesse altezze rarefatte. Proveniente dalla penna di Gladys Shelley, trasmuta la grande tradizione orchestrale americana in un Unfinished Sympathy alla Prince. Prodotto da Barry Manilow, però. Sad Affair alza il livello dello scontro tramite un proclama contro la dominazione inglese in Irlanda. Invettiva durissima, sputata e spietata che i nostri incollano al muro con un retrogusto trip hop così barricadero da rimanerci incollato anche tu. Droppin’ Elocution sarebbe stata bella indossata da Lee Perry o Dr. Alimantado con quelle ritmiche aride e disossate (Revolution is not anarchism not cynicism or an anachronism there’s isms and schims, the cast iron prisms). Un po’ Consolidated un po’ no. Dark Are The Days percuote flauti e vero hip hop tramite l’innesto di Leroy Quintyn (già collaboratore di Chaka Khan) mentre Drifting è un acid jazz che avanza come una pantera di notte, in cerca di copule tra amanti. Curvilineo, sensuale e prodotto – pensa un po’ te! – dai Gang Starr. Chiude Demented ed è un ottimo sigillo di classico hip hop dinoccolato.

Mi sembra meno amaro questo sole acido e incattivito dal suo continuo roteare dopo l’ascolto ripetuto dei Marxman e – sebbene sia passato un quarto di secolo – non ho perso la speranza di un mondo ‘altro’ e non allineato. Un mondo con pochi scarti sociali e ancor meno umani. Magari non serviranno 33 rivoluzioni per cambiarlo, ‘che una ben assestata basta e avanza. Fatelo vostro se amate celarvi all’urlo belluino della folla, se vi piace sezionare le parole col coltello invece di gettarle alle ortiche o solo agli sciocchi, 33 Revolutions Per Minute rimane ancor oggi una risposta forte e decisa; una risposta sociale, emotiva, marxista. E geografica dacché continua a dimostrare che anche Dublino poteva essere Bristol.

Dica trentatrè.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #21

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Filipponio – Per chi vuol capire (Fonit Cetra, 1977)

Alla fine l’unica cosa che veramente mi importava era il nome. Il nome e come suonava mentre te lo rigiravi in bocca come una Big Babol al bitume. Filipponio. Fi-Lip-Ponio. Sentire lo slalom sulle doppie, l’allitterato parkour, la semplicità geometrica seppur curva di consonanti. Un nome concentrico. Sapeva da fumetti, da piovre e rotonde sul mare, da cartoni animati tipo “Tofffsy (con tre effe – ndr) e l’erba musicale” (questo non ve lo ricordate, vero?); lo vedevo salire su un palco con le mani in tasca e quei riccioli ribelli e partivo per la tangente, chiedendomi chi avesse dato una chance a quello strano gigolò di borgata. Gli mancava il borsello a far pendant con quell’aria dinoccolata a metà tra un lettore di Babylonia e un militante di Lotta Continua scevro di Parka e colpito da amnesia. Non mi piaceva nemmeno la musica che proponeva, ad essere sincero. Io ero in piena pubertà, cercavo i soldatini Atlantic e ravanavo i 45 giri degli Shocking Blue in collezioni altrui; sorbirmi quella triste e noiosa miscela cantautorale che sapeva da night club, femmine procaci, lenzuola spiegazzate e fumo di sigaretta non era ascrivibile alle mie passioni dell’epoca. Nemmeno l’Olanda di Cruijff e Neeskens era tra le mie passioni dell’epoca, ostia. Figuriamoci Donato Filipponio, cantautore sciupafemmine ombroso e in odor (lontano odor, lontanissimo) di Paolo Conte che – per un brevissimo istante – verso la seconda metà degli anni settanta, ebbe un guizzo di notorietà. Mi guardavo ridendo i suoi baffi tra Freddie Mercury e Sandro Mazzola, ascoltavo tutti i filamentosi (con l’accento su lamentosi) birignao gutturali che proponeva e poi passavo ad altro, che fossero Dee D. Jackson, Sandokan o la solita interminabile et solitaria partita al Giocagoal.
Non se lo filava quasi nessuno e lui, di rimando, quando si presentava (raramente invitato, sia chiaro) a quelle insulse trasmissioni tipo Saint Vincent o La Gondola d’Oro rispondeva a tono, esibendosi piacione con noiosa noncuranza e un sorriso caro ad un altro Donato: Bilancia. Pareva un Califano bisex. Stessa voce ombrosa e al gusto catrame, solita sigaretta, identici pantaloni svolazzanti, stessa camicia da mandrillo di riviera pronto a vantarsi di copule multiple e inenarrabili. Amava Brèl e Aznavour invece, il nostro, e io ci misi anni e anni per riuscire a trovare qualche reperto ascrivibile al suo canzoniere, che mica siamo nati con Discogs tra le mani, ‘noi che scavavamo l’oro nel Klondike’. Non era roba da Anima Mia, non era roba per abbronzate nostalgie in fascia protetta di Carlo Conti. Non era (ed è) nemmeno roba per Techetechetè, quella trasmissioncina Rai che ogni tanto un brividino te lo provoca. No, Filipponio era e rimane un desaparecido della musica italiana, completamente rimosso e dimenticato. Non che si sia adoperato tanto per farsi ricordare, lui e la sua avventurosa vita, se persino le notizie della sua morte risultano frammentarie e di difficile reperibilità. Di Filipponio, madre autoctona e padre greco, rimangono solo una manciata di dischi (6 album per la precisione) e una sequenza di canzoni umbratili, equivoche e crepuscolari. Un po’ – appunto – Califano, un po’ chanson française, un po’ night club al limite della legalità.

Musica da Pincio”, la chiamano dalle mie parti. Roba da divanetti sdruciti e smagliature di calze, da rossetti famelici e whisky torbati sorseggiati in penombra. Roba da peli su petto abbronzato e orologi da un chilo; roba da piste da ballo (e non); roba da Francis Turatello e Sammy Barbot. Roba da donne problematiche, in pratica. Roba che gli americani mica erano capaci a farlo così l’amore, con i loro dentoni scintillanti e i Burt Reynolds. C’avranno anche avuto il groove gli yankee, ma a far capitolare una femmina di notte, questi marpioni della canzone italiana erano imbattibili. Pensare che i priapici satrapi d’oggidì sono stati costretti a passare dal Califfo a Biagio Antonacci qualche turba te la provoca eh. Blu blu l’amore è blu e quindi è ovvio che poi ti serve la pastiglietta dello stesso colore se non hai un substrato sonoro che ti aiuti nella missione.
Ognimmodo non siamo qui per farne una questione di tacche sulla pistola (scusate) ma per passare qualche minuto scambiando due chiacchiere su un tizio che esordiva nel 1976 con Una Sigaretta Fumata In Due per la FMA, etichetta di Federico Monti Arduini (per tutti: Il Guardiano del Faro). Ma riesce a far di meglio l’anno dopo quando becca la canzone della vita o quantomeno di una porzione della stessa, quella notturna. Pazzo Non Amore Mio è contenuta su questo Per Chi Vuol Capire, album che feci mio qualche anno fa alla modica cifra di 3 euro tramite una matrona che avrebbe potuto benissimo essere stata una vittima del Filipponio, pronta a svendere cotanto senno assieme a originali reperti d’epoca siglati Branduardi, Jannacci, Conte, Vecchioni, Tofani. ‘Che io sarò anche esterofilo ma c’ho i piedi ben piantati nello stivale. Raccoglievo ellepi come dinanzi a un tiro a segno e guardavo la svanita beltà di quella donna che si stava disossando la collezione vinilica. La osservavo di sghimbescio e mi facevo delle domande maliziose mentre la pila si innalzava. Erano suoi o di un ex amore? Perchè un banchetto zeppo solo di ellepi italiani e francesi? Chi era, la Mata Hari della Ricordi? La Theda Bara della Pathé Marconi? E perchè quegli occhi tristi bistrati da un mascara totalmente anni settanta e forse proveniente proprio da quel decennio? Non aveva nemmeno una borsetta dentro la quale inserire la polverosa mercanzia, ma sono uomo previdente et premuroso e non mi persi d’animo. È a casa che innalzai un film a mio uso e consumo, tramite una infruttuosa ricerca in rete. Poche, pochissime le notizie riguardo Filipponio. Avevo più ricordi di seconda mano io che seri dati oggettivi quell’internet che quando ti serve davvero non c’è mai.

Tocca dunque rimetter sul piatto Per Chi Vuol Capire e accendersi una sigaretta sgualcita con un aplomb alla Goemon. Che è il braccio destro di Lupin, non il rapper. Avvicinarsi a Filipponio non è semplice, si corre il rischio di liquidarlo come un Franco Califano in seconda, buono per tardone con la rosa sgualcita tatuata sul seno e l’anellino all’alluce. Vero, ma c’è di più. Poco, ma c’è. C’è uno spleen latente, una tradizione armonica tutta italiana che va da Bruno Lauzi a Luca Carboni, una voce roca fuori tempo massimo. C’è un disco assolutamente non ascrivibile al capolavoro e anzi. Fermo in quei mediani anni settanta, di quelli col Super 8 e la Fiat verde bottiglia, di quelli che persino l’austerity riuscivi a viverla come una elettrizzante novità a colori. Insomma, sto facendo di tutto per non parlare del disco, relegandolo ad una Polaroid sonora di quel decennio, ed è facile che me lo demoliate a mazzate, con comprensibile ragione. Ma a me mancano quei personaggi borderline, di quelli che ti chiedi come potesse davvero essere – allora, in quegli anni – la discografia per avere una visionarietà e un’incoscienza simile. Mi mancano come l’aria le storie sordide o soltanto sfortunate. Mi mancano Fanigliulo, Alfredo Cohen, Enzo Maolucci, Claudio Daiano, Leo Nero. Persino Rossano (che storia truce, ragazzi), Alessandro Bono (uno che prenderà parecchio da Filipponio) e Stefano Rosso. Tutta gente che (chi più chi meno) ha annusato la spazzatura e le briciole dello show business, rimestando nel torbido con la vita, con i pensieri o con le parole. Le omissioni no, mai.

Mentre gira gracchiando rimango con quell’idea primeva che mi colpì dal tubo catodico (Saint Vincent o La Gondola d’Oro? Oppure le retrovie di un Festivalbar? Non lo saprò mai). Per Chi Vuol Capire è un disco che – musicalmente – non lascia segni tangibili, ma ha la grande forza di estrarre ricordi. La title track gratta su un cantautorato vicino a Andrea Mingardi, Tu Mi Confondi prova ad ampliare lo spettro armonico su un’ingarbugliato canovaccio che il primevo Vasco Rossi deve essersi studiato alla perfezione. Il Gioco Della Torre imbarazza con uno spoken word alla Buonasera Dottore, teneramente ingenuo e sopra le righe nel giocare il ruolo del playboy su un sottofondo alla Fausto Papetti. Manca Sidney Rome o Nadia Cassini per estrarre il bingo. Pazzo Non Amore Mio è la sua Tutto Il Resto È Noia mentre Silvia E Andrea continua la ricerca di un cantautorato smarrito e Fuoco si immola su un letto a baldacchino senza infamia né lode. Buono invece il soul funk di L’Avventuriero (estratto anche su singolo), slow motion che avrebbe veleggiato bene sopra un Battisti londinese con uno schioccar di dita ‘quasi’ nu disco. Riesce – da non crederci – a far di meglio la sorprendente Disamore, sublime nel ricomporre uno spleen da distruzione affettiva tramite una coda di sassofono luciferino. Forse il brano più incisivo (lo inserirà anche in Sensazioni Precise, del 1980) di un disco che oggi è solo materia per nostalgici o amanti del trash peloso.

Siamo sinceri e ripetiamoci ad lib: mica è un capolavoro codesto, eh. Nemmeno un gran disco, nel senso comune del termine. Non si anela a De Gregori, non scherza con Gaetano, non si Dalleggia a centrocampo. Si parla di donne, orizzontalmente e verticalmente, con tutte le conseguenze del caso, misoginia compresa. Le uniche vaghe reminiscenze sono – principalmente fisiognomiche, ne convengo, ma anche per una certa maschia noncuranza nell’estrarre le parole – con Paolo Conte e con il Francone più volte citato. E chissà se hanno mai girato assieme i due, magari al Jackie O’, dove il Califfo aveva preso stabile residenza, iniettandovi pure capitali solidi, liquidi e gassosi. Me li sarei visti bene, impavidi nel bloccarti gli ormoni della crescita distruggendo la tua autostima dinanzi ad un agglomerato così tenacemente anni settanta. Polvere sei e – erm – polvere ritornerai.

Ritornerà sulle scene anche Filipponio, riciclandosi brevemente Italo Disco (Love Italiano è un 12” che solo i tedeschi tutto Fanta & Cappuccino potrebbero apprezzare, sin dal titolo) prima di sparire in un anonimato implacabile e in un destino cinico e baro.

Donato Filipponio muore nell’aprile del 1995, pare a causa dell’Aids. Della donna bistrata non si hanno più notizie.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #20

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Nina Hagen – Angstlos (CBS, 1983)

“Der neueste Nightclub macht auf heut’ Nacht”

Mi ripeto spesso che Nina Hagen è responsabile della mia salvezza. Non per convincermene, solo per ricordarmi come alcune volte i bivi della vita affrontino inaspettate curve. Senza derapare. No, nessun miracolo, nessuna auto prossima ad investirmi, nessun meteorite o Torre di Guardia. Nessuna tentazione di tifare Juventus, soprattutto. No, niente di tutto questo; mi impedì solamente di cedere, ritornando sui giusti binari – a scartamento ridotto, bene sottolinearlo – nei quali la mia vita si era instradata. Cose di nullo conto, che credete, ai massimi sistemi non ho mai dato gran credito dacchè sono le piccole cose a renderti davvero pregna l’esistenza, per quanto piccola e miserevole possa essere, e se nasci tondo al massimo puoi morire ovale.

Nel 1983 avevo un flirt – uno dei rari: piccolo ma significativo – uno di quei soliti flirt senza infamia né lode che ti colpiscono durante i quadrimestri. Un po’ come il raffreddore o la classica insufficienza, inaspettata o meno. Sai che arrivano ma non sai quando. Un piccolo affetto adolescenziale: stesso istituto e stessa sezione. Una misera classe di distanza. Una brava ragazza, incidentalmente agli antipodi rispetto ad un autistico e sciatto appassionato di musica piuttosto borderline quale ero solito essere. Una brava ragazza, ripeto: bravissima, quasi perfetta. Il mio contraltare esatto, l’altra faccia della medaglia fuori corso. Laddove ero insofferente e menefreghista lei era puntuale e presente; dove mi inalberavo in voli pindarici di nullo conto lei aveva la testa sulle spalle ed una maturità fuori dal comune. Pure troppo. Ci frequentammo per un po’, con molto spirito e poco corpo (la precisione carnale di alcune donne è davvero fuori dal comune sebbene debba ammettere che nemmeno io ero ‘sto fulmine di guerra). Fu tutto precipitoso, troppo precipitoso. Precipitoso e inquietante, tanto che – in men che non si dica – mi ritrovai ammesso a corte e ai pranzi di famiglia, senza rendermene conto. Io volevo acquistare i dischi delle X Mal Deutschland e invece mi scoprivo a conversare amabilmente con la nonna; vecchierella simpatica che – forse – aveva già capito tutto. Ero spacciato e non lo sapevo.

Una domenica d’inverno fui costretto ad accompagnare lei e la sua cricca di amiche Fruit Of The Loom nella discoteca più in auge della città. Una discoteca con tutti i crismi, di quelle totalmente anni ottanta, con tutta la loro Italo Disco in rassegna, i Ciao parcheggiati nelle vicinanze e il Bosford in bella vista sul bancone. Un agglomerato di divanetti damascati, giacche a doppio petto, ballerine (le scarpe), cocktail del cazzo e chiacchiere inutili. Non vi ero mai stato per alcune mie scrupolose paturnie relative a nebulosi vincoli morali. La lotta di classe, mi dicevo. Lotta di classe (scolastica e non) uber alles, la stessa che mi rendeva extraparlamentare in quell’istituto dove non è che fossi propriamente un maître á penser. Ero riuscito a non mettervi mai piede, strenuamente bellicoso verso quella riccanza stronza. Ma per amore (o un suo surrogato) i sacrifici sono all’ordine del giorno. Vi andai con la morte nel cuore, devastato dalla consapevolezza che mi stava attanagliando sterno e gonadi.

Un vecchio palazzo in centro città, un novembre triste come Desertshore di Nico, un ingresso costosissimo, decine di coetanei vestiti di tutto punto, una coda immensa. Un gelo – dentro e fuori di me – insostituibile. Ci accomodammo su alcune poltroncine Luigi XVI color porpora ad ascoltare musica di immane bruttezza (Gazebo, Valerie Dore, Irene Cara… avete capito). Vidi biondissimi esemplari diciottenni con le loro cravatte e la dizione blasè, capelluti come Jerry Calais (il contraltare francese, visto l’accento); vidi gnocche imperiali vuote come il frigo che orna la mia cucina; ascoltai conversazioni a sfondo scolastico annuendo svogliato; mi guardai attorno terrorizzato, conscio di ciò che mi sarebbe toccato in sorte, un domani. Sudavo freddo. Guardai anche me stesso, i miei jeans di seconda scelta, la frusta camicia, il giubbotto con le spillette, le mie scarpe dozzinali prese in saldo. Un cretino fuori luogo, che stava prendendo consapevolezza della cosa. Poi, in mezzo ad ore di musica completamente inutile, tra un Sunshine Reggae e un Ryan Paris, il dj mise New York / N.Y. di Nina Hagen, una boccata di ossigeno in quel rarefatto Rotary di ricconi. Parevamo – io per primo – tutti usciti dalla scena finale di Pretty In Pink. Mi esposi, dopo tre ore di monosillabi mi esposi:
Accidenti, bella questa! È il nuovo singolo di Nina Hagen! Balliamo?

Oh no, figurati. Non si viene in discoteca per ballare.
No, certo, che domande. Non. Si. Viene. Per. Ballare. Figurati. Sentii del piombo fuso intrufolarsi all’altezza dello stomaco e nelle mutande. Non in quest’ordine. La tapina si avvicinò per darmi un bacio ma ero già altrove. Capii di essere – lì dentro – proprio come il disco di Nina era rispetto ad una selezione musicale immonda: il rutto sguaiato, la tappezzeria inutile, il volto dispari in una marea di facce pari. Il riempitivo in un 12”.

“What the hell am I doing here?” per dirla col vecchio guercio.

Mi alzai con calma, come se dovessi andare in bagno; recuperai il mio giubbotto liso controllando avesse ancora tutte le spillette al proprio posto. Poi, con serafico autocontrollo e in un silenzio ovattato mi diressi verso l’uscita, allontanandomi da quella tortura coatta senza dire una sola parola o dare una spiegazione. Uno stronzo? Forse, ma ci penserei settanta volte sette – fossi in voi – prima di emettere giudizi. Non misi mai più piede in quel covo di diversamente poveri, ma ringrazio ancor oggi Nina Hagen per avermi aperto gli occhi e salvato da un futuro probabilmente forgiato su appartamentino al mare, segretaria sulle ginocchia, Lezioni di Piano (il film, che non era ancora uscito ma sicuramente mi sarebbe toccato in sorte almeno una volta al mese), pantaloni arancione, pizza & cinema, il calcetto il giovedì sera e una-macchina-grande-per-i-bambini.

Non comprai subito Angstlos di Nina Hagen, anche se avrei dovuto farlo. Non avevo i soldi. L’entrata in quella coglionissima Versailles mi era costata 10.000 lire (diecimila!!) e per un po’ di tempo non avrei potuto recarmi dal mio spacciatore di fiducia, nemmeno per un 45 giri. Ma presi nota nell’agenda mnemonica, quella che non sbaglia mai e ha mille Tera di memoria Ram. Sapevo comunque che, un domani, sarebbe stato mio. Mi capitò infatti tra le mani qualche anno più tardi, dopo aver assolto al compito del diligente accumulatore; Nina Hagen Band, Unbehagen e Nunsexmonkrock erano già in mio possesso quindi avrei potuto tranquillamente rivivermi la madeleine di quella domenica bestiale senza troppi sensi di colpa. Lp e 12”, praticamente intonsi in un banchetto senza infamia né lode; e mentre ne tastavo la consistenza e la gradazione discografica (Near Mint, per i più pignoli) ritornai a quel pomeriggio uggioso con un bel groppo sullo stomaco. Ormai ero diventato ‘adulto o giù di lì’, potevo tranquillamente soprassedere ad uno sciocco incidente di percorso, c’avevo la scorza e bla bla bla. E invece, una volta a casa, misi in ripetizione coatta quell’eccentrico maxi single, accompagnandolo con un sorriso amaro ai nove brani dell’album. Come suonava datato, e come sono strane le nostre pietre miliari, quelle che ci accompagnano gli snodi della vita anche se sono forgiate con roccia di scarto. Lo ascoltai. Lo ascoltai. Lo riascoltai. Più e più volte, e sempre con lo stesso ghigno sbigottito dipinto sul volto. Che cazzo era quella cosa? Se dell’ode alla Grande Mela (si dice così, no?) in salsa operistica sapevo già tutto avendola ampiamente metabolizzata quella domenica pomeriggio, l’album mi lasciò basito. Che roba era? Funk al calor bianco da matrone impazzite? Hip Hop per centri commerciali? Disco sibillina? High Energy immersa nella pece?

C’era Moroder a sovrintendere – a dimostrazione di come la CBS volesse fare dell’eccentrica diva una Madonna dei rifiuti – c’era prezzemolino Keith Forsey a dare una mano, c’erano Kiedis e Balzary (Flea) degli – allora – misconosciuti Red Hot Chili Pampers (non è un refuso) a dar manforte in Was Es Ist?… C’era un sacco di roba, ed era un sacco di roba che non funzionava. Eppure non riuscivo a staccarmi o solo dimenticare quel pomeriggio ignobile. Avevo delle Sliding Doors alle spalle ed ero convinto (lo sono tuttora) che Nina m’avesse fatto salire sul vagone giusto. Nulla in quel disco aveva attrattiva, né la strana rilettura di “Ich Weiss, Es Wird Einmal Ein Wunder Geschehen” dal repertorio di Zarah Leander (e qui, appunto, ribattezzata Zarah) stratificata di liriche, lirica, frattaglie, campionatur, hip hop e nemmeno la marziale camminata DDR di Lorelei. Un disco che si titolava ‘senza paura’ invocava invece angoscia ad ogni solco. Non vi era più la scanzonata eccentricità da museo delle pulci dei precedenti lavori, qui si era circondati da un’inquietudine camuffata da dance music aguzza. Un museo di orrori sonici suonati col gessetto sulle lavagne, come Fruhling In Paris dimostrava con i suoi squittìi senza senso, una Maniac di Michael Sembello per eroinomani. E I Love Paul, allora? Se ci fosse un solo brano colpevole d’aver distribuito l’HIV sul globo indicherei senza indugio proprio quei quattro fetidi e scarsi minuti. O ancora Newsflash che cerca di fare il verso ai Devo di Freedom Of Choice innestandoli su Amanda Lear. O The Change, Righeira sotto metadone o – se preferite – Eartha Kitt sorpresa in un bukkake. Rabbrividivo.

Insomma, ci sarà un motivo se – negli anni – la critica seria ha sempre rigettato in toto questo pasticcio pseudo danzereccio, rinnegandolo e relegandolo ai margini di una discografia che, per sua natura (tolti appunto i primi due album) non è mai stata campione di senno o solo di santità. Ne presi scrupolosa nota, ‘che le cose non accadono mai per caso, e quella diva scomoda – ne sono certo – si rivolse proprio a me in quel pomeriggio novembrino. Mi ripromisi da allora e per sempre di non tradirla e tenni fede al giuramento. Quando massacrò Ziggy Stardust io ero lì, quando copulò con mezzo mondo per espellere Cosma Shiva io ero lì (beh, non proprio lì ‘lì’), quando si fece attrarre dalle paturnie buddiste… esatto.
Resta il fatto che sono passati 35 anni e io, a New York, non sono mai andato. Ma c’è un motivo: Aspetto Nina.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #19

Jih - The Shadow to Fall fr-small
Jih – The Shadow To Fall (Jungle, 1986)

Non sta scritto da nessuna parte che si debba sempre essere perfetti, focalizzati sul pezzo, integerrimi (beh, magari anche sì…) e devoti all’obiettività. Sono quelli bravi, a far così. L’onesta manovalanza, i gregari, i portatori d’acqua hanno un sacco di manfrine, ripensamenti, cadute di stile, vergogne occulte, paturnie e figurine stampate male. Di quelle che non appiccichi su nessun album, perché nessun album è atto a contenerle. Così, anche chi scrive, vista la contagiosa Magnificent Obsession (notate la citazione dotta, please) verso gli Associates, negli anni si è andato a setacciare tutto un sottobosco nel quale si potesse ascrivere la coppia d’oro MacKenzie/Rankine. Non è stata nemmeno una gran fatica, a dirla tutta, vista l’assoluta mancanza di coraggiosi studenti e ancor più assoluto vuoti di manufatti atti a certificare l’assioma. E se della regale magniloquenza di Sulk s’è scritto in ogni dove, trovando seguaci eccellenti (da George Michael a Naomi Campbell) è anche vero che pochi, pochissimi prenderanno da lì per entrare in classifica, figuriamoci per cercare di ricrearne le costose (in termini sonici) atmosfere. Delle due l’una: o ci provavi pedissequamente, e allora dovevi tornare a chi mise lo spermatozoo primigenio sulla coppia (un’altra coppia: i Mael) oppure provavi a prendere in prestito la visione decadente e la puntigliosità sonora per farne ‘altro’, conscio che avresti potuto essere esposto al pubblico ludibrio fino alla fine dei tuoi (modesti, invero) giorni. C’era una terza alternativa, la più bieca, quella che negli ultimi anni ha devastato intere generazioni, Ebola in 4/4 che non ha risparmiato nessuno e nessuno ha cercato di fermare: diventi una tribute band, magari tuo malgrado.

Credo che a Grant McNally la terza opportunità andasse benissimo, e – soprattutto – fosse scevro di quella forsennata e bipolare ambizione che il suo nume tutelare (Billy Mackenzie, che diamine! Chi altro?) aveva disseminato in una carriera che, al tempo dell’uscita di questo disco, era già sufficientemente fottuta in una discesa libera di patimenti e dissennati passi falsi. Quale essere umano sano di mente avrebbe potuto, nel 1986, prendere a modello gli Associates per edificarvi sopra una carriera discografica? Vedo che siete tutti d’accordo con me. The Shadow To Fall è quintessenzialmente una brutta copia degli Associates, chiariamolo subito. Ingenua, caracollante, scevra di ottave, piena di buona volontà ma conscia che dinanzi al sovrano ci si può solo genuflettere cercando di non sbucciarsi le ginocchia, altro che togliergli il trono da sotto il culo. Una brutta copia appunto, né più né meno; un tentativo di imitazione (di omaggio, meglio) senza la grandeur, senza i ricami chitarristici di Alan Rankine, senza la vastità degli arrangiamenti alla Scott Walker e – soprattutto – senza la tensione che rendeva grandi i pezzi di ‘quei due’. Eppure, da non crederci, vi è Dave Ball che ne produce metà; Howard Hughes (già braccio destro del Billy in quel leggendario pasticcio chiamato Perhaps. E un giorno – giurosuddio – qualcuno dovrà raccontare la vera storia di quei nastri spariti sul più bello); Steven Reid (altro sodale); due fratelli MacKenzie (John e Jimmy); Virginia Ball e Martin McCarrick. Tu chiamali – se vuoi – turnisti ma riunione di famiglia andrebbe meglio.

Questo Basquiat vergato dall’ultimo dei teppisti di una scuola periferica esce nel 1986, a giochi ormai fatti. L’esposizione mediatica di Party Fears Two ha ormai 48 mesi sulle spalle e una plètora di scelte sbagliate ad immobilizzarne le caviglie e le royalties. Gli Associates comunemente intesi non esistono più e pure noi eravamo in piena crisi, per questo. McNally proviene anch’esso da Dundee, conosce Billy e la sua famiglia da un po’ di tempo e ha vaghe ambizioni di cantante. Chiede aiuto. Lo ottiene. La band fondamentalmente non esiste ma al Grant serve una sigla per confondere un po’ le acque e non dare in pasto ai leoni la sua religiosa devozione verso gli illustri concittadini. Ha idee, dice, e un santino ululante in tasca. Che qualcuno lo benedica, signoriddio! Non sarò certo io a farlo ora, da queste colonne, pur avendo in saccoccia l’intero (ma risicato) scibile di questa congrega di bucanieri da villaggio vacanze, simpatici e guasconi. The Shadow To Fall è ironico, ha il fiato corto, prova a vestirsi elegante con gli scarti della Caritas, sfiora l’imbarazzo, cerca di arrampicarsi su vette altissime ma non arriva nemmeno al campo base. Eppure fatti non foste a viver come bruti ma per seguire Billy e Alan. E allora passate 30 minuti a sorridere e far di conto, oppure buttate quel cinquino e riponetelo adeguatamente vicino alla casa madre o ‘nel quarto cassetto verso il basso’, magari con la pecetta di tentativo mal riuscito.

Insomma, non è bello ma piace, perlomeno a sprazzi. Piace per il coraggio, l’ingenuità, la totale mancanza di pudore. Piace per la scrittura zoppicante e assolutamente derivativa. Piace per l’angst truce riverberato da stratificazioni d’archi di Big Blue Ocean, piace perché non si vergogna d’anelare ai peggiori passi di Perhaps e This Gift è qui per dimostrarlo, raro caso in cui si faccia meglio del vascello fantasma. Piace per il Bowie declinato The Affectionate Punch della title track, piace perché – alla fine – McNally c’ha una voce che lèvati ma serve poco essere un Maradona se stai giocando a Subbuteo. Piace meno per l’unica idea spalmata su 9 tracce che sa comunque farsi luciferina e drammatica alla bisogna, come il post punk vulcanico di As U Fall dimostra con le sue chitarre Rankiniane, tensione inespressa che un brividino ancora lo provoca. O la solarità wave di Let The Sun Beat Down On Me, dove si cerca il distacco da ‘chi-sapete-voi’ tramite un sax malandrino e una vaga sensibilità pop riconducibile a degli umbratili Wham e similari. O Come Summer Come Winter, frizzante, androgina e subdola nel ricreare una nostalgia fuori tempo massimo anche per una macchina del tempo come questa. Un bel pasticcio, vero? Ne sono conscio. The Shadow To Fall è un fast food deserto e con le pietanze fredde eppure invoglia come un Overlook Hotel qualsiasi, ricoperto dalla neve e abbandonato al proprio destino.

Non avrà futuro questo suicidio commerciale ampiamente annunciato, ‘che se della casa madre si erano perse le tracce figuriamoci quanto avrebbero potuto interessare dei falsari, per quanto simpatici proprio per la loro imperizia. Chiuderanno senza ritegno, gli Jih, quando – nel 1988 – getteranno la maschera con l’ultimo respiro di discografia. Take Me To The Girl il titolo di quel 12” ruffiano che certifica – se mai ce ne fosse stato bisogno – il divenire una vera e propria tribute band, dacchè proveniente dal repertorio del Billy. Che, guarda caso, produce godendosela un mondo a rifarsi il verso e i coretti. Divertimentificio imbarazzante che non conserva un grammo della magniloquenza dell’originale, ma noi ci teniamo anche le adozioni, mica solo i figli dei nostri lombi.

Insomma, The Shadow To Fall è un disco che piace solo a me. Credo.

Michele Benetello

Soul Radio (Fiver #21.2018)

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Trascorsi gli ennesimi giorni di grande tormento si interrogò sui momenti felici andati perduti.
Cos’era successo?
BODEGA – HOW DID THIS HAPPEN?!

Frugò nel proprio animo e si trovò a ripensare, per la prima volta dopo parecchio tempo, ai molti anni spesi dietro al microfono della piccola ma leggendaria emittente cittadina.
Realizzò che quelle laide quattro mura erano state, probabilmente, uno dei luoghi più felici della sua vita.
Curioso come guardando indietro si scopriva a pensare con tenerezza a momenti allora ritenuti banali attribuendogli, ora, significati all’epoca impensabili.
HOUSE OF LOVE – CHRISTINE

La sede della radio era in un piccolo sottoscala di un bel palazzo in una strada signorile.
Secondo le leggi della fisica non saprebbe dire quanta polvere possa accumulare una moquette ma direbbe che tra quelle mura, in qualche particolare momento storico, tale leggi erano state sovvertite e piegate allo scorrere inesorabile degli eventi.
Il bagno, onestamente, non credeva di averlo mai visto funzionare. Ricordava solo un cartello comparso improvvisamente un giorno: “Soccia regaz, nel basket per beccare il canestro ci vuole talento, per centrare questo buco basta solo un po’ di buona volontà..”.
Diciamo che la cura dell’immobile non era al primissimo posto tra gli interessi dei presenti.
ESSEX GREEN – DON’T LEAVE IT IN OUR HANDS

La sala regia era lo stanzone dove si stazionava per la maggior parte del tempo quando non si era in trasmissione. Non ricordava il colore del tavolone, forse non l’aveva mai visto, ingombro come sempre era di bottiglie, lattine, comunicati stampa, dischi e cassette.
La sala trasmissione contava tre metri per uno e mezzo di metratura.
Due sgabelli per la conduzione, spesso effettuata in coppia, e fare entrare un terzo, un ospite, un amico, era operazione che comportava contorsionismi circensi.
Nella sala era situata la reliquia più adorata. Il muro delle cassette.
Un’ incredibile parete ideata da un pazzo furioso (un genio nella sua opinione) dove erano più o meno impilate ordinatamente centinaia e centinaia di cassette.
La regola era, se adocchiavi qualcosa, diciamo Double Nickels On The Dime, dovevi prenderla subito perché a una seconda occhiata in quella che credevi essere la medesima posizione ti ritrovavi tra le mani i Prefab Sprout o Miles Davis. Smaterializzata. Ritrovarla non era un picnic
All’epoca gli piaceva pensare trafugata da minuscole creature probabilmente di nero agghindate. Fantasticava sui party infuocati che si tenevano tra queste minuscole creature una volta spente le luci dell’ultima trasmissione.. storie d’amore, pogo selvaggi, bevute interminabili.
E lo spirito di tutto ciò albergava tra quelle sozze, prodigiose mura.
MINUTEMEN – THIS AIN’T NO PICNIC

La linea editoriale era un po’ come la prima regola del Fight Club.
Non esisteva linea editoriale.
Oppure, un’indicazione di base ritagliata sulle “competenze” (ahahahahaha, nel mio caso) di ciascuno c’era ma la libertà era massima.
Una palestra fenomenale. Buttavano nel calderone gli Slint, i Seam, i Whipping Boy.. quell’accidenti che gli pareva, insomma, e qualche pazzo gli telefonava pure per complimentarsi o argomentare lungamente sugli Smithereens o i Godfathers.
SEAM – NEW YEAR’S

La redazione. Una piccola lega di donne e uomini straordinari di cui si onorava di fare parte.
Politica, musica, cinema, sport trattati con competenza ed entusiasmo.
Ma, soprattutto, ci si guardava e ci si “riconosceva” animati da un comune sentire.
Scalcinati idealisti e fedeli compagni in una guerra impossibile.
Poi gli anni passano.
La radio in realtà è ancora lì, non fisicamente in quel luogo, ma continua imperterrita animata da vecchi e nuovi combattenti da amare e rispettare.
E’ lui che non c’è più.
Dimentica. Trascura. Sovrappone strati che spesso non hanno neanche un decimo del valore di quelli che sta ricoprendo.
Scorda i sorrisi, la stima, gli abbracci, le risate, i pianti.
Scorda la sua vita.
Dopo tanto tempo cerca la radio, l’accende e la porta automaticamente sulla frequenza 103,1 MHZ.
Un sorriso compiaciuto gli illumina il volto per la prima volta dopo diversi giorni.
BILLY BRAGG – WAITING FOR THE GREAT LEAP FORWARD

Massimiliano Bucchieri

I dischi che piacciono solo a me, credo # 18

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Patty Pravo – Patty Pravo (RCA, 1979)

Le estati una volta erano scandite dai ritmi circadiani dei gelati. Le mie estati, quantomeno; quelle che bussarono alla porta sul finir degli anni Settanta. Il mattino era allenamento, zingarate e schemi: discesa in cortile, due fischi per le convocazioni, un paio di puntuali marachelle, l’ira funesta del macellaio bestemmiante, qualche canzone dalle varie radioline dislocate strategicamente in tutto il paese. Roba tipo Rubettes, Alunni del Sole, Middle Of The Road, Mia Martini, Abba. Drupi. O il sempiterno Lucio Battisti, che a Radio Capodistria pareva non possedessero altri dischi, maledetta la logorrèa di Luciano Minghetti! E poi ci si poteva dedicare alla certosina compilazione del programma completo della giornata. Che poteva significare Mundialito del quartiere tramite un pallone sfondato-ma-sfondato-davvero nel campetto dietro casa (macchè Brasile, dovevate venire in Veneto durante i mediani anni Settanta. Il look Mario Kempes è nato qui); le biglie dei ciclisti (il mio Marino Basso era imbattibile); una spedizione in avanscoperta verso nuovi quartieri che stavano nascendo; l’invenzione dei “Giochi Senza Frontiere” effettuata chiamando a raccolta tutti gli ‘underqualcosa’ del paese. Oppure un battagliare pallido e assorto contro la vicina stronza e cafona.

Optavamo quasi sempre per l’ultima soluzione, da bravi babbei visto che vendeva gelati e spuma (se non avete mai bevuto la spuma siete degli Axl Rose qualsiasi) a 10 metri da casa. Tradire il suo bar fumoso e umido significava salvarsi dal tetano ma anche dover attraversare la trafficatissima arteria principale, strada napoleonica dalla quale i nostri genitori ci mettevano in guardia appena uscivamo dall’utero materno tanto era pericolosa; quindi l’acquisto dalla megera era obbligato. Non era nemmeno vecchia, a dirla tutta. Era proprio stronza, palesemente stronza e pronta ad accusarci di qualunque cosa avvenisse nel raggio di un chilometro dal suo localaccio infame. Il nostro mattino era sempre lastricato di buone intenzioni e di un sole con un gusto e un odore radicalmente diverso da quella palla di fuoco che incendiava il pomeriggio, dopo l’abbuffata e il pisolino. Il mattino non aveva polvere, sapeva già di siesta, ti entrava nelle narici assieme al panino con la mortadella che alle dieci veniva recapitato da un catering sbrigativo e tutt’altro che premuroso. Erano comunque tutte ore che ci separavano dal gelato, categoria merceologica che – allora – poteva vantare un marketing sopraffino e irraggiungibile. Quanto ci piaceva sentire il rumore dei coperchi nero pece che si chiudevano su quei gusti da Prima Repubblica: cioccolato, limone, vaniglia, fragola. Stop. E vaffanculo i vostri Grom.

Quanto fantasticavamo sopra quei cartelloni pubblicitari in metallo pieni di immagini e colori accesi. Il ghiacciolo era un must, proletario ma dall’alto rapporto qualità/prezzo. Potevi ciucciarlo mezz’ora fino ad indolenzirti la mascella, come le foglie di coca per i boliviani. Io prendevo anice. O il Fortunello, che invece era sfigato come pochi (anzi: afigato, con la A privativa) e che sapeva da cartone per imballaggi, O ancora… come si chiamava quello con la pubblicità disegnata da Jacovitti? Eldorado? E poi l’insulso Dalek e il miraggio Toffy. O il Twister, l’orrendo Zaccaria (ma si puote chiamare un gelato Zaccaria?) e il suo contraltare proletario, ovvero Gommolo. Il Lemonfragola, freddo come un disco dei Pan Sonic. E ancora: il Gran Kros della Tanara, sorta di Gronchi Rosa dacchè tutti ne parlavano ma pochi l’avevano effettivamente mangiato, e quindi a noi pareva quasi un millesimato. O il Camillino, un gelato che sapeva di ristrettezze economiche sin dallo stupido nome. Il Piedone, fuffa per sprovveduti. Il Rocket Besana. L’Hippy (non Lippi), svanito come Paperoga. Il Pepito Toseroni. Tu dimmi se non è genio semantico questo. Le coppette erano ancora un lusso inavvicinabile, avrebbero dovuto arrivare le Olimpiadi di Mosca per permetterci di posare le labbra sulla Coppa dei Campioni Motta. Quindi ogni pomeriggio – alle 16 in punto – rimanevamo dieci minuti buoni a guardare e toccare i cartelloni pubblicitari, facendoli vibrare manco fossero dei Theremin.

E poi c’era il Paiper che faceva storia a sè.

Ovvero il gelato più buono di tutti i tempi, inarrivabile per il prezzo ma concupito dall’intero scibile umano del quartiere. Riuscii ad ingurgitarlo solo un paio di volte prima che sparisse nei meandri della globalizzazione, ma tale fu la foga che morsicai pure il tubo di plastica per non cedere un grammo di quel nettare. Best. Ice. Cream. Ever. E di quella pubblicità vogliam parlarne? Con Patty Pravo a recitare la terzina più bella di sempre (“Posso dire una parola? Lo sappiamo, c’è un Algida laggiù che ci fa gola”). Più che un gelato un pensiero stupendo.

Appro e posito della Strambelli: quanto avevo adorato quella donna (quasi quanto quel gelato, ovvio), che a me già allora sembrava futuristica e fantascientifica. L’avevo udita ovunque in tenera età, superstar autoctona che nel mio ranking sonoro ha sgommato in faccia a Mina per gran parte di carriera, dalla scelta degli autori alle interpretazioni. Concerto Per Patty (ARC, 1969) era un must nella discografia parentale, Pazza Idea (RCA, 1973) immenso grazie a quel Morire Tra Le Viole sdegnosamente e snobisticamente rifilato sul lato B dell’omonimo 45 giri. Insomma, dopo il recente successo di Miss Italia (album contenente Pensiero Stupendo e – soprattutto – la superlativa Johnny) Patty era tornata, ed era tornata proprio in prossimità dell’estate con un nuovo disco che io dovevo accontentarmi di seguire da una scassata radiolina. Munich Album veniva chiamato quasi ovunque, sebbene fosse un semplice ‘Patty Pravo’ il titolo. Cosa aliena nel panorama italiano, come sempre era stata aliena Patty. Registrato a Monaco in preda a fregole assortite e a un nuovo compagno (anzi due, in transumanza: Jack Johnson dei Flamin’ Groovies e Paul Jeffery), con inserti disco, vaneggiamenti elettropop, krautismi geografici, glam rock e un occhio alla solita leziosità Lou Reed virata synth. Musicisti stranieri e un nugolo di autori pronti a consegnarle alcune canzoni, da Cristiano Malgioglio a Ivan Cattaneo passando per quel Maurizio Monti che rimane uno dei più eclettici e raffinati compositori di pop italiano (sua la Johnny di poco sopra e quella Per Una Bambola che ammutolirà l’intero Festival di Sanremo del 1984). Sebbene oggi suoni ingenuo e iperprodotto il singolo Autostop impazzò un po’ ovunque in quell’estate 1979, anche dalle nostre radioline; audace e vetriolico stomp elettronico interpretato con la solita noiosa e svagata magniloquenza: “…mi fermai, salì il deficiente, autostop”. Un po’ Kraftwerk, un po’ disco frattaglia, gommosa quanto basta eppure indissolubilmente tanto Patty Pravo.

Ma vi era ben altro all’interno di quelle 10 tracce assolutamente avulse dal percorso artistico di quella donna straordinaria e altrettanto straordinaria interprete, sin dall’iniziale New York, pezzo già portato a Sanremo qualche mese prima dalla Carneade Lorella Pescerelli e scritto – tra gli altri – da Flavio Paulin, uomo transumante dai (non rabbrividite) Cugini di Campagna ma titolare in proprio di uno dei dischi elettronici più interessanti del nostro angusto paese (Paulin, RCA, 1979). Un pezzo che è già Prins Thomas senza saperlo; e chissà davvero che ne farebbe lui, oggi, di cotanto pulsare se solo gli capitasse a tiro. Every Dream (Is A Bit Of A Heartache) è un delizioso cremino avanzato dagli anni Settanta più glam, tra Suzi Quatro e coretti Slade. Si alza l’asticella con Il Re, forse il pezzo più incisivo del disco, quasi sette minuti di proto-wave dal testo dada immersa in una interpretazione fuori dal comune con complicate svisate vocali e una coda alla Eno/Byrne/Fripp. Stica & Meco. E poi Male Bello dove – tra Amanda e Diamanda – porge l’altra guancia della sofferenza, una Pazza Idea che si scontra con la realtà, inventando letteralmente la prima Gianna Nannini:

Dai, parcheggia sul mio corpo
senza farmi tanto sanguinare!
Tu sei il male bello da masticare…

Io Che Amo è una malgiogliata che prende corpo con gli ascolti e si ascolta con il corpo; Dimensione rimane aulica, algida e teutonica, spazzata da venti strambellici; una Space Oddity in Riva degli Schiavoni, di notte. Cry Cry Gotta Worry è prescindibile come un singhiozzo di Neymar a fine partita. C’è pure Keith Forsey (come ‘chi è Keith Forsey?’) a ornare Donna Do You Wanna (A ‘Summer Song’) rock disco plasticosa che si fa altrettanto prescindibile. Chiude Tie A Ribbon Round My Soul e di Bonnie Tyler non ne voglio parlare.

Se in generale l’impressione è che la voce di Patty Pravo perda numerose sfumatore quando alle prese con la lingua anglosassone è altresì vero che mai, come in questo disco, cerchi di ampliare le sue possibilità vocali. Immane esborso economico della RCA e vendite deludenti a seguire, con l’immediato ripudio da parte della titolare. Da allora e per sempre si vuole Patty Pravo passo interlocutorio (quando non minore) di una discografia pantagruelica, stilosa, stivata di gemme pop e – sovente – coltissima (se vi avanzano quattro euro fate vostro senza indugio Mai Una Signora, del 1974).

Mi piacerebbe invece che, a 40 anni di distanza, vi approcciaste con orecchie smaliziate a questo coraggioso Bignami di pop sintetico e italianissimo a dispetto del parterre de roi dispiegato, moltissime delle vostre convinzioni sullo stato della musica italiana potrebbero vacillare sotto i colpi di questo strano Golem bavarese, ennesima riconferma della lungimiranza di un’artista assolutamente unica e – soprattutto – mai (sottolineo mai e sottolineo Mina) doma o solo disposta a rinchiudersi nelle dorate prigioni della noiosa tranquillità artistica.
Siamo alla fine, ancora un piccolo sforzo.

Patty Pravo non quadra ma sigilla un cerchio, consegnando ai posteri una Nicoletta Strambelli mutante e radicalmente diversa. Ad una delle vette di carriera va infatti a contrapporsi la discesa agli inferi della sua insofferenza umana: il disco viene promosso pochissimo dalla titolare (Autostop solo ottantottesimo tra i singoli più venduti del 1979), pronta di lì a poco a trasferirsi negli Stati Uniti per tre anni eufemisticamente definiti dalla letteratura pop ‘avventurosi’. Tra foto soft core per Men e Le Ore, pettegolezzi su una presunta tossicodipendenza e rigetto della discografia in toto questa ‘fuga da New York’ (il brano) ma anche da Monaco sigillerà per sempre la Patty Pravo universalmente conosciuta. Bisognerà attendere il Festival di Sanremo del 1984 per rivederla, quando – agghindata come una geisha robotica – presenterà al pubblico la meraviglia siglata Monti della quale si disquisiva poco sopra. Ma poco importa come e cosa ha fatto Nicoletta Strambelli dopo quel 1979 (oggi sembra Lord Voldemort, ne convengo), per me rimane sempre La Ragazza del Paiper.
Il gelato, ovviamente.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo # 17

Fra Lippo Lippi – Small Mercies Uniton 1983 Google Search
Fra Lippo Lippi – Small Mercies (Uniton, 1983)

Credo sia stato il 1983; anzi ne sono certo. Non un 1983 qualsiasi, ‘che se ritorno indietro con le sinapsi mi ritrovo continuamente impiantato dentro quel biennio (Eighty One e Eighty Four li lascio a Jim Kerr, ma più il secondo che il primo) cruciale; l’equivalente del ‘Uhmmm uhmmm per me numeeeero unoo’ di Dan Peterson virato angst. Novembre 1983, per essere precisi. Un sabato pomeriggio scuro e oscuro come le armate di Sauron, stritolato da una nebbia che dalle nostre parti si diverte da sempre con un marcamento a uomo alla ‘Cile 1966’ – Battaglia di Santiago compresa – con tacchetti freddi e metallici che mordono le caviglie e il cuore. Perchè capisco benissimo la solitudine dei numeri 10, costretti a dimostrare continuamente un’algebra che non lascia scampo e spesso ti entra in tackle scivolato lasciandoti a terra, avulso dal gioco e con l’anima già in spogliatoio.

Avevo tutto perfettamente incastrato quel pomeriggio, cubo di Rubik emotivo che non poteva far prigionieri visto che nelle mie tasche conservavo – dopo settimane di risparmio coatto – ben 13.500 lire. Potevo andare sulla luna nel 1983, con 13.500 lire. Persino a Mestre, potevo andare. Potevo far di tutto, e se controllassi il coefficiente di rivalutazione della lira prenderei paura nello scoprire il potere d’acquisto che stritolavo tra le mani in quel meriggio uggioso. Potevo far tutto, sì. Persino comprarmi un disco d’importazione, che non ti toglieva dal ‘caigo’ (come dicono a Venezia) ma ti poteva far volare più lontano di quel paturnioso satellite, che anche io c’avevo le mie belle maree alle quali far fronte, che credete?

Tornai a casa da scuola con le membra intirizzite (quasi tutte) per consumare un pranzo veloce; gli amici attendevano al solito posto, c’era l’ultima rifinitura pomeridiana defatigante prima di una attesissima festa studentesca nell’unica discoteca di quel paese di rupestri dove ero solito aver residenza. C’avevo messo almeno 40 minuti per riuscire a sembrare un’emaciato John Foxx (o, in alternativa, un pilota della RAF), finendo invece col sembrare un Garbo qualsiasi. Ne valeva però la pena visto l’improrogabile appuntamento. Non avevamo grossi svaghi in quella provincia melmosa e beghina, e se pensate che all’apertura della prima sala giochi paesana vi fu un’isterica interpellanza comunale, comprenderete che – al confronto – gentaglia come quella che ammorba gli odierni luoghi di potere rischia di diventare De Gaulle.

Se. Non. Che.

Se non che quelle 13.500 lirette pesavano assai e necessitavano solchi in vinile per poter vidimare il pomeriggio come fruttuoso invece di essere buttate a mare con qualche Batida, liquore che sarebbe da far processare al Tribunale dell’Aja per evidenti crimini contro l’umanità. Io sapevo cosa dovevo fare, sebbene la delusione negli occhi degli amici fosse palpabile; non si poteva disgregare un gruppo così ben assortito giusto un attimo prima dell’entrata in campo. Ma c’era un autobus che mi attendeva, vecchio torpedone scrostato che avrebbe dovuto portarmi dentro un buco maleodorante e periferico, 25 metri quadri stivati di ogni ben di Dio declinato post punk. Non avevo dubbi quel pomeriggio, non avrei perso ore a rimestare vasche stritolato da amletiche indecisioni. Sapevo.

I finestrini dell’autobus emettevano odori di bitume e sudore a buon mercato, erano i 40 minuti del prezzo che ogni volta dovevo pagare per raggiungere la città satellite del Petrolchimico. Mi sentivo perfettamente calato nella parte di un campagnolo Ian Curtis inserito a forza nel video di Atmosphere, un Mark Gouldthorpe (Artery, per i poco avvezzi) a corte di Charles Dickens. Un Pip furiosamente felice. Io, le mie bretelle in cirillico e il mio sgualcito impermeabile stile Futurama Festival.

Spalancai le porte non un solo minuto dopo le 15.30 salutando con garbo e innata gentilezza wave prima di chiedere al titolare se aveva ancora una copia di Small Mercies dei Fra Lippo Lippi. In cuor mio pregavo che l’incarognita nebbia smettesse di marcarmi stretta, riportandomi indietro una risposta positiva. Lo sventurato rispose. 11.500 lire, originale Uniton Records. Depositai adeguatamente il tenue manufatto nella borsetta, odorandone i fiordi della copertina dal vago sapore Preraffaellita. Ingenua in un mondo odierno che sa farsi ignavo alla bisogna; indispensabile in quella porzione di esistenza ancora capace di entusiasmarsi con l’irragionevole saggezza della giovane età, che gli ormoni saranno anche mezzofondisti pessimi, ma sulla velocità ti lasciano al palo.

Dovrei rimestarvelo con doviziose parole questo disco, illustrandolo alla perfezione, ma toglierei tutto il pathos di quel ragazzo che ancora conservava vaghe stelle dell’orsa e rari sprazzi d’entusiasmo (oltre ad una nebbia perfida e canaglia, certo). Potrei dirvi della meraviglia nordica di Some Things Never Change, o del Burt Bacharach prossimo al suicidio di French Painter Dead. Potrei cercare di spiegare la crasi tra i Joy Division e Nico di Slow Sway. Potrei spendere mille parole ma mi si seccherebbero in bocca, piene di vapore acqueo a buon mercato. Non lo farò, rimandandovi alle immagini che mi albeggiarono addosso all’ascolto.

C’è tutto il vento del Nord dentro Small Mercies, ma anche la cappa plumbea dell’est. C’è Nadia Comaneci che blocca il tabellone a Montreal 1976, c’è Olga Korbut, c’è il filo spinato di Berlino e Sense Of Doubt (titolo che compare anche all’interno di questo manufatto, pure senza il marchio della cover), c’è Manchester che si fa gemella di Varsavia (anzi: Warszawa), Solidarnosc, il porfido bagnato dalla fredda rugiada mattutina di Budapest, Ian Palach, Nemecsek che muore di tisi, TV Koper Capodistria e la residenza di Tito con i cigni reali. C’è lo stupore di leggere Gogol per la prima volta annusando la condensa delle finestre. C’è un mondo che fonde i punti cardinali facendone cerchio. Anello di Dio da indossare per la vita, ‘che regaleresti l’azzurro urlante del cielo di Tahiti pur di assaggiare un morso di sole.

Entrai in discoteca da una porta laterale, come un ladro sorpreso a servir messa. Sembravo il più felice di tutta quella masnada di adolescenti intenti a sculettare su Martinelli e i Cube, conscio che – con quel ghiacciaio a 33 giri sotto braccio – potevo andare ovunque. Anche a Mestre o sulla luna. Salutai alacremente i compari facendo vedere il bottino, rincasando subito dopo senza manco un Fior di Loto in corpo ma con un odor di nebbia appiccicata addosso che faceva perfetto pendant con quei norvegesi lesti a scegliere quale denominazione il nome di un pittore fiorentino del 1400.

“Fu fra Philippo gratioso et ornato et artificioso sopra modo: valse molto nelle composizioni et varietà, nel colorire, nel rilievo, ne gli ornamenti d’ogni sorte, maxime o imitati dal vero o finti”. (Cristoforo Landino)

Ci fu il tempo ancora per Songs (Virgin, 1985), dove – complice il mega hit – Shouldn’t Have To Be Like That (in heavy rotation anche su Deejay Television) decisero di diventare degli Steely Dan bio. Proprio Walter Becker andrà a produrre l’insulso Light And Shade (Virgin, 1985) prima di un anonimato triste e periglioso. Che importa? Del resto anche io ero cambiato, le bretelle in cirillico erano finite nella differenziata, la Batida era sparita dai banconi multicolori delle discoteche, eppure – da allora – di piccole misericordie ne ho fatto pane quotidiano. Sisters Of Mercies.

Michele Benetello

Girl is good you better treat em true (Fiver #20.2018)

PEARL JAM scaletta video e foto del concerto all_I Days di Milano – 22 06 2018 End Of a Century
Non ci aveva mai messo piede in Irlanda, in quel posto così lontano e lei nemmeno voleva andarci, aveva appena preso la sua laurea in storia dell’arte e perché avrebbe dovuto scomodarsi, preparare una valigia, cercare casa, lavoro, una magistrale: troppo per una del calibro di Anna. Suo padre però, senza tanti convenevoli, l’aveva spinta sull’aereo Ryanair diretta a Dublino, valigia leggera e cuore pesante; “cosa vai a fare a Dublino?” E mica io lo so, rispondeva lei ogni qualvolta che qualcuno osava chiederglielo. Lei non sentiva di appartenere a nessun posto, nemmeno a casa sua, la sua casa vicino al mare sempre profumata di cannella a causa del tè che sua nonna le preparava ogni giorno.
Anna scappava, Anna scappava da tutto, era diventata una maratoneta della vita. Nessun posto le apparteneva e lei, a sua volta, non apparteneva a nessun posto, a nessuna persona, nemmeno a sé stessa.
Quindi, ryanair, low cost, sedile e postazione decisamente troppo claustrofobica, monolocale e retta universitaria salatissimi che si sarebbe dovuta sudare e non poco.

Pearl Jam – Leavin’here

Prima sera fuori, Anna ha fascino e non ha paura a mostrarlo, Calze scure, a Dublino fa un freddo cane, più freddo di quanto qualsiasi essere umano possa concepire, vestitino succinto, lascia i capelli sciolti e pieni di boccoli, rossetto scuro e via, diretta verso il MacDaid’s pub, il suo nuovo lavoro nei weekend, lezioni di marketing fino al giovedì mattina e poi turni massacranti al pub, mille autobus, mille km a piedi, ma appunto, Anna è a modo suo una maratoneta, tutto questo infondo infondo non le pesa.
Consapevole della sua bellezza, consapevole delle sue insicurezze che nasconde tra le pieghe del suo cappotto invernale, se ne sta dietro al bancone a servire pinte di birra scura a vecchi viscidi; è novembre, si prepara alla serata jazz sempre piena di gente, è sabato sera, domani giorno libero.
Lo vede da lontano, lui la guarda, occhi verdi, penetranti, promesse fatte prima di partire: nessun legame. Lui insiste con quello sguardo, fisso su di lei, ha i capelli ricci e molto scuri, Anna scommette qualsiasi cosa che suona anche qualche strumento. Si avvicina al bancone e “Piacere, Mick.” “Piacere, Anna”
Si fanno le tre, si fanno le quattro, al bancone a parlare, a bere birra, l’umidità che entra dalla porta semichiusa del locale. “ah come mai sei qui?” “Studio e lavoro, tu?” “Sono di qui, suono” e Anna aveva fatto centro: “Dove abiti?” “Lontano” “io no”.

Led Zeppelin – Living Loving Maid

Si incamminano piano e nel contempo Anna scopre che Mick in realtà si chiama Michael, soprannominato dagli altri del gruppo Mick, come Jagger, che diciamocelo, per una ventiduenne, incontrare un Mick e riuscire pure a infilarsi nel suo letto la sera stessa non è per niente male. Nessun legame come un mantra, nessun legame che è ancora nella sua cameretta di Bologna, in bella vista, quando anni prima, durante la triennale, aveva commesso errori irreparabili.
Mick prepara un tè, le parla di musica, le parla di tutti i suoi cantanti preferiti, Howlin Wolf, Stones, Kinks, Yardbirds, vecchia scuola; le suona qualcosa, qualcosa di improvvisato ed alterato dal tasso alcolemico. Dublino fuori si svuota di una pioggia che maturava da giorni, e piove, e piove e ci si tocca, e ci si sfiora, ed è mattino.

Tom Waits – Blue Valentine

Un vuoto, piccolo, una mancanza, un qualcosa che non c’è mai stato. Mick che dorme, Anna che a dormire non riesce mai, è in una città che con conosce, con un ragazzo che non conosce, ma sta imparando a conoscere entrambi, con una laurea che vale quanto un pezzo di carta igienica ma pensa alla sua vita, lentamente, e capita spesso che Mick rimanga a dormire nel suo piccolo appartamento nei weekend e prima che Anna apra gli occhi, la guarda e le sorride.
“Non è che oggi hai da fare?”, è domenica, non piove, è ormai dicembre “Non ho mai nulla da fare di domenica”.
Allora si parte, macchina verde bottiglia, targa scassata, Mick è ancora più carino, parla tanto con un accento incomprensibile e ancora faticoso da capire. La porta a Skerries, e c’è il mare. C’è la nebbia, insomma, è dicembre, cosa ci si poteva aspettare.
Ma c’è il mare, c’è l’odore di salsedine e c’è l’oceano davanti a lei, c’è poco da scherzare. Quello che sente è un brivido lungo tutta la spina dorsale. Non sa nemmeno dove sarà domani, non sa nemmeno se Mick sarà ancora lì o se è stata una cosa di una notte, di un solo mese, di un solo attimo, perché mica è detto che se ci si trova a dormire insieme qualche volta a settimana e che capiti pure di fare l’amore allora ci sia qualcosa di più profondo; e no, pensa Anna, non vale nemmeno se si condividono bagno, colazione, baci frettolosi e il resto.
Guarda il mare e pensa che però il “nessun legami” si può per un piccolo secondo, lasciar stare Può rimanere a Bologna, nel cassetto chiuso della sua cameretta della vecchia casa universitaria di Bologna, ma per poco eh.

Otis Redding – Sitting on the Dock of the Bay

Guarda il mare scorrerle davanti agli occhi, impetuoso, come è diventata la sua vita, veloce, imprevedibile, come acqua che scorre tra le sue mani con lo smalto scuro sbeccato senza che lei se ne accorga; tutto questo sa di malinconia, una malinconia sottile e quasi inafferrabile.
Mick è con lei, quella notte dormiranno insieme? Non importa, non ora che ha tutto il sedere ricoperto di sabbia, ora che forse un posto a cui appartenere l’ha trovato, che forse forse è la volta buona che può chiamare un posto casa, e pensare che bastavano un aereo, un monolocale in cui a malapena riesce a camminarci, e un ragazzo dai capelli ricci che suona il basso per farle capire che forse per buttarsi a capofitto nella vita basta scalare una scogliera altissima, respirare a pieni polmoni un po’ di aria fresca e fermarsi un attimo a guardare il panorama.

The Lumineers – Long Way From Home

Continua a guardare il mare e si accende una sigaretta, si sta facendo buio, la nebbia è ai massimi storici, le entra nei capelli gonfiandoli, Mick l’abbraccia, le da un buffetto sulla guancia, lei lo scosta scherzosamente. Pensa che se ne andrà a casa, si metterà sul divano e si ascolterà un vinile bevendo un buon bicchiere di vino comprato al minimarket sotto casa, oppure chiamerà suo padre oppure si leggerà un libro, insomma chi lo sa.
Si alza, si scrolla la sabbia di dosso e spegne la sigaretta, si avvia assieme a Mick verso la macchina. Oggi è andata così, e domani? Domani chissà.

Claudia Fontana

I dischi che piacciono solo a me, credo # 16

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Rikki And The Last Days Of Earth – Four Minute Warning (DJM, 1978)

Non so voi, ma io mica sono nato ‘imparato’, anzi. Non che lo sia ora, e quindi figuriamoci al tempo dei Beatles al Vigorelli, ma credo che a voler sapere tutto ci si faccia solo una discreta figura di guano. Tanto più che non posso vantare battesimi del pentagramma dal pedigrèe purissimo; nessun Abbey Road o Electric Ladyland. Niente Let It Bleed, Live At The Apollo o Blonde On Blonde. Macchè. Non solo per motivi strettamente anagrafici (a 18 mesi l’era dura farsi consigliare un ellepi, figuriamoci avere ascolti definiti, che per addormentarmi serviva inserire nel mangiadischi “Sono un simpatico” di Celentano) ma anche di concreto Q.I. Cosa di cui difetto. Ho sempre navigato dentro i banali laghetti del pop più o meno intelligente (ma ‘più meno che più più’), tra rive melmose e qualche giretto al largo, dove l’aria è più fresca e l’acqua più pulita. Resta il fatto che – dovesse arrivare un Pol Pot degli ascolti – io sarei irrimediabilmente spacciato con il mio imprimatur ascrivibile a Laurent Voulzy, per quanto Rockollection rimanga ancora un bel pezzone da mercimonio alcolico, cravatte slacciate e copule sul sedile posteriore, che non di soli Ok Computer vive l’uomo. Figuriamoci io.
È – piuttosto ed anzichenò – un bene, che così tieni sempre desta l’attenzione e riesci ad entusiasmarti ad lib per qualche piccolo (o grande) manufatto. Una lunga strada, quella dello scibile musicale, retta parallela che ci lambisce per una intera vita senza mai darci la vera percezione di toccarla appieno, lastricata com’è da pietre miliari, massi, nuggets & pebbles. Una fatica calpestarci sopra sapendone riconoscere la caratura. Lavoro immane ma pieno di soddisfazioni.

Insomma tutto questo pistolotto da vecchio e sdentato bacucco solo per trovare un gancio che conduca a Four Minute Warning, disco che scoprii tardissimo e ancor più tardi feci mio tramite vecchia C90 gentilmente doppiata da amico compiacente. E… ci credereste? Non mi colpì. Nessuna conversione per la via di Damasco, nessun fulmine emotivo. Eruttai un semplice ‘carino’, che è – più o meno – l’equivalente di ‘simpatica’ quando eviti di ammettere che quella compagna di classe che ti sbatte appresso le ciglia non è propriamente Jayne Mansfield. Un piacevole ponte sospeso sul guado tra rimasugli glam e del punk già inconsapevole new wave. Quanto si riesce ad essere sciocchi in giovane età, nevvero? Eppure ‘volli, sempre volli, fortissimamente volli’: troppo interessante immergersi in una compagine di benestanti ostracizzati da tutta la nascente scena punk, troppo sugosa la vita di Rikki Sylvan (Notato il nome? Ma nasceva come Nicholas Condron), pronto a farsi accerchiare da altri piccoli Lord Brummel come Valac Van Der Veene, Hugh Inge-Innes Lillingston, Nigel Bartle. Non li nominerò tutti ma quelli dal nome tutt’altro che proletario sì, tanto più che Lillingston divideva i banchi di scuola con David Cameron. Giusto per certificare l’assioma di gruppo assolutamente fuori dagli schemi, anche per censo. Tutto ‘troppo’, ed era questo il valore aggiunto di una banda che aveva eretto il proprio tratto distintivo su teatralità, clamore futuristico (anzi: glamore, ma mi soffermerei sul suffisso ‘amore’) e pomposità punk transumante wave; ossimoro bellissimo che ognuno di voi potrebbe far proprio rispetto alla sensibilità che possiede.

Insomma: Four Minute Warning è un piccolo (per vendite. E mai ristampato, tolta una scrausa versione siglata Anarchy Records; peste colga la discografia tutta) ma grande (per spermatozoi rock) disco che ho scoperto tardi, come vi dicevo. E susseguendone ascolti su ascolti. Troppo tardi forse, che le orecchie troppo smaliziate non sono un bene, ma tutta quella teatralità anni settanta che colava – a proposito: pochissimi prenderanno DAVVERO da qui, di prim’acchito mi sovvengono i Punishment Of Luxury – era una indecisa macchina del tempo che non sapeva o voleva farsi post-punk. La letteratura pop lo riporta unica genesi, attorniato da cinque singoli (uno dei quali – Twilight Jack – comunque contenuto nell’album ma mai effettivamente immesso sul mercato). Basterà per consegnarlo agli annali.

Ci giro attorno da millemila righe e ancora non riesco a darmi e darvi la netta percezione di un disco che è maggiore della somma delle sue parti e che è divenuto (all’epoca, ma anche oggi) il piede di porco con il quale scardinare il rock infilandone come perline i vari movimenti che si stavano susseguendo. Tocca usare il mirabile dono della cristallina sintesi appannaggio del buon Eddy Cìlia che – in uno dei rarissimi (l’unico?) articoli autoctoni sul manufatto in questione spiegava con una precisione chirurgica che: se a Berlino invece di David Bowie ci fosse andato Ziggy Stardust 4 Minute Warning sarebbe stato il risultato, City Of The Damned la sua Heroes”. Gioco, partita, incontro. Così è, se vi pare, e miglior definizione non avrebbe potuto esservi per spiegare quel 45 giri datato 1977 che molte cose avrebbe spiegato agli Ultravox con il punto esclamativo e tanti sentieri avrebbe disboscato per rendere la via più agevole ai boy scout che ne avessero voluto intraprendere il cammino. City Of The Damned è uno dei singoli più interessanti emersi dalle macerie fumanti del 1977, crasi mirabile tra Sparks, Virginia Plain, Lodger e il punk comunemente inteso. Sottolineo il concetto Punishment Of Luxury sperando di far cosa gradita e ‘aggiungi al carrello’. Due minuti e sedici secondi di macchina del tempo nella quale viene stivato di tutto, Arca di Noè sgomitante di Duran Duran, primevo Gary Numan (Sylvan andrà a mixare Replicas e The Pleasure Principle), Thomas Leer, Doctors Of Madness (ne parleremo, prima o poi), i Japan coevi di Adolescent Sex e – diomio! – i Magazine. Non voleste credere a me le tredici tracce potrebbero farvi spalancare la bocca e cristallizzare la mascella, aveste la costanza di approcciarle.

Outcast porta i Cockney Rebel dentro Klaus Nomi invitando gli Hansa Studios a fratturare in maniera scomposta mezza facciata di Low, stupefacente per impeto e per magniloquenza si pone come decisa testa di ponte new wave. E’ il 1978 e nessuno (tolti Colin Newman e i suoi Wire, forse) sapeva dove saremmo andati a parare. Rikki si tuffava dal lato giusto, invece, strappando un pallone dall’incrocio dei pali per consegnarlo ai posteri. B Movie è il più bel pezzo mai apparso su For Your Pleasure (solo suonato a 45 giri, e con Ronson in formazione). Picture Of Dorian Gray sferraglia e cavalca su un isterico Peter Hammill che si fa Rick Wakeman, mentre No Wave (It’s So Simple) spiega già tutto dal titolo con quella sua nu disco moro(ck)deriana. Non c’è LaDonna Adrian Gaines (Donna Summer per gli amici) ma un Sylvan che vuol farsi Cerrone e Suzi Quatro assieme. Aleister Crowley è un glam ottocentesco suonato sull’Orient Express in un talamo di riverberi; Amsterdam scivola nell’autocompiacimento ma si rialza prima di toccar terra con Solo Street, titolare di uno dei passaggi strumentali più cesellati di sempre. Loaded ha essenza di Banshees e d’assenzio, Sylvan crea in vitro lo spirito di Howard Devoto spingendo su un istrionico prog punk. La citata Twilight Jack prova ad andare in esilio sulla strada principale mentre Victimized è la vera e propria unica spilla punk del disco, aguzza ed appuntita. Disco che si chiude con la title track, dove ancora riemerge lo spirito di Steve Harley, facendone una Sebastian da nuovi romantici, che – a proposito – assai prenderanno da qui.

Four Minute Warning rimane disco bellissimo, una rarità priva dell’allure mediatico che usualmente colpisce manufatti di tal sorta. Forse la vera new wave nasce in questo momento, su questi 13 brani damascati da un senso del grottesco vittoriano. Rimane, dopo 40 anni una galassia totalmente incontaminata, l’anello mancante tra alcune specie musicali mai estintesi, un lavoro che, per qualche astruso motivo, non ha avuto la vera esposizione che meritava e giace nelle retrovie dei culti a buon mercato. Un disco per pochi suo malgrado, insomma. E un po’ mi dispiacerebbe che cadesse in mani impure o ne venisse fatto scempio. Ve lo dice uno stupido perché Rikki non può più farlo, dicono abbia già avuto il suo ultimo giorno sulla terra. R.I.P.

Michele Benetello