La canzone della buonanotte (Fiver #19.2018)

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Springsteen non mi è mai piaciuto granché. Apprezzo però la sua carica indefessa e il suo entusiasmo perenne, anche se spesso e volentieri queste indubbie doti finiscono per gonfiarsi in retorica eclatante. Che poi devo essere sincero, a me la retorica alla fine piace. La trovo autentica, a differenza di altri comportamenti che innescano un freno a mano permanente impedendo di mostrare appieno entusiasmi ed emozioni. Quindi Bruce, in fondo, va bene così com’è. Quando attacca la pompa magna di Born in the U.S.A. così come quando si inventa di suonare dal vivo una versione di Dream Baby Dream per pianola e voce, canzone che qualche anno dopo decide anche di registrare e piazzare dentro un disco in studio, High Hopes.
Di recente me la sono vista spuntare a un certo punto di American Honey. Ovviamente per quanto mi riguarda è stata una delle scene più belle del film.

Quando scrivo utilizzo molte parole,  troppe. Per lavoro, quello vero, mi capita a volte di stilare relazioni. Robe anche abbastanza tecniche. Un giorno il mio capo mi ha preso da parte e mi ha rimproverato – tra il serio e il faceto – di essere troppo aulico. Ha detto proprio così: aulico (cifrato: “di linguaggio o di stile, nobile, collegato a grandi occasioni o a personaggi sommi”). Risultare aulico quando stendi l’analisi di un bilancio societario immagino non sia una cosa da tutti e soprattutto non sia una faccenda che possa definirsi propriamente normale. Ma non ce la faccio, quando ho a che fare con le parole non riesco a fare altrimenti. E’ che le parole mi piacciono, e il dono delle sintesi non mi è stato dato in dote assieme alla penna e al calamaio.
Di converso per quanto riguarda la musica apprezzo il minimalismo.
I Suicide ad esempio. Loro utilizzavano poche note e ancor meno parole. Quando li ascolto capisco che possono bastare poche parole per farti sentire a casa.

Ci sono tantissimi gruppi che ammiro e ancor più numerosi sono i musicisti che stimo. Dovessi però ridurre il campo ai miei preferiti in assoluto, rispondendo così a una domanda che mi è stata posta non so quante volte negli anni, farei molta fatica. Peraltro non è che avrei tutta sta voglia di fornire un riscontro a un quesito tanto impegnativo. In ogni caso l’epoca in cui stilare classifiche mi appassionava è finita da un pezzo, casomai sia mai cominciata. Più o meno da quando ho smaltito la fotta da playlist innescata al tempo dal secondo Hornby, circa 1996.
Per quanto riguarda la musica piuttosto che esternare la passione per tanti singoli nomi mi interessa più coltivare l’ossessione per quei pochissimi che sono stati in grado di accendere la mia fantasia in modo importante e, soprattutto, duraturo.
I Suicide sono senz’altro tra questi pochissimi.

I motivi per i quali la coppia Alan Vega/Martin Rev mi ha intrigato così tanto sono plurimi. Credo che l’input di partenza sia stato il loro ruolo di drop out nella NY degli anni 70, uno dei luoghi culto assoluti del mio immaginario. La Bowery, Alphabet City e la Avenue D, il Maxwell e il CBGB’s, il Chelsea Hotel, la Ork Records, Johnny Thunders e Richard Hell, Television, Talking Heads, Ramones e Blondie.
Please
Kill
Me.
Il primo album dei Suicide contiene alcune delle canzoni che stanno alla base della mia formazione, musicale e non. Potrei dire che in mezzo ai solchi di plastica nera dei primi due album dei Suicide ci sono io, letteralmente. In tutto e per tutto. Gioie e dolori, dubbi e certezze.
L’ossessione paranoide compressa nei dieci minuti di Frankie Teardrop, il rockabilly dopato di Ghost Rider che custodisce in se il passato, il presente e il futuro del rock’n’roll, divenendo da subito l’elemento fondante del mio singolare e deviato concetto di musica su cui e con cui è possibile, doveroso, anzi indispensabile ballare. E poi Cheree. La canzone che rende semplice una faccenda che ho sempre trovato complicatissima: una dichiarazione d’amore. La melodia che lucida il cristallo su cui si appoggiano una linea di synth invitante e una drum machine elementare. Tutto ultra minimale e, apparentemente, semplice. Come ogni cosa che i Suicide hanno scritto, suonato e cantato.

Nei rapporti interpersonali ci sono certe cose, anzi direi molte cose, di più: una infinità di cose, che non hanno bisogno di spiegazioni. Faccende in cui è inutile perdersi in particolari, districare nodi e rifinire i dettagli. Soprattutto se la persona con cui hai a che fare è una di quelle che ti conoscono bene, e tu conosci bene lei. Dovrebbe bastare uno sguardo per capire. Per capirsi.
Invece no, personalmente ho sempre avvertito ineluttabile e pressante la necessità di costruire castelli di parole, grattacieli di concetti e sovra strutture che poi finiscono inevitabilmente per chiudere trappole. Non se ne esce. Non ne sono mai uscito. Ho sempre scelto la complicazione. Le cose semplici non sono mai riuscito a gestirle. Ho sempre spiegato troppo fornendo chiarimenti non richiesti a persone cui sarebbe bastato uno cheree baby, I love you e con loro mi sono imbarcato in crociate dal piglio partigiano con l’idea di conquistare spazi senza accorgermi che quegli spazi erano già miei. Mi appartenevano da sempre.
In fondo, mi rendo conto, bastano poche parole e una musica che le scaldi per stare bene.
Semplificare.
Bianco e nero.
Bianco o nero.
Quel che davvero occorre è solo una canzone della buonanotte, una di quelle che servono per chiudere le giornate e non pensarci più. Una canzone come questa, che tra le tante canzoni d’amore che conosco è la più bella di tutte.
Dream baby dream, forever and ever
keep those dreams burnin’ forever
keep that flame burnin’ forever.

Arturo Compagnoni

 

I dischi che piacciono solo a me, credo # 15

BaikonourFor The Lonely Hearts Of The Cosmos (Melodic, 2005)

Fibrillante tempo di Campionati Mondiali, finalmente. Grazie all’assenza della nazionale italiana ci potremo godere una kermesse scevra da fanatici dell’ultima ora, patrioti del week end, finissimi conoscitori di calcio part time e urlatori da salotto vari. Quindi godibilissima per osservare una manciata di partite in compagnia delle nostri migliori amiche (le birre) senza essere stalkerati da quei conoscenti che diventano puntualmente dei Gianni Brera ogni quattro anni. Ah, i Campionati Mondiali! Gli ultimi propriamente intesi (per quanto…) che poi in Qatar sarà pianto, Uefa, FIFA e stridor di denti assortito, con buona pace della gloriosa Coppa Rimet.

Mi ritrovavo per caso l’altro giorno a far congetture, intrecci e strani diagrammi per vedere se il Senegal avesse qualche chance di portare avanti le proprie istanze pallonare quando – per i soliti astrusi procedimenti mentali – mi sono fermato a pensare quanto (da piccirillo) avessi caparbiamente atteso una edizione sovietica, magari in bianco e nero. Magari durante i gloriosi tempi della Guerra Fredda, con la DDR testa di serie e Oleg Blochin Pallone d’Oro 1975. Udirne l’inno, osservare la manina di Brezhnev sventolante come quella della Regina Madre, avvertire il passo delle truppe che marciano spedite a bordo campo e tutta la letteratura a seguire. Programmi spaziali compresi. Da lì – appunto – a Baikonour è stato un attimo. Non solo perché fosse la base di lancio più antica e misteriosa al mondo, con il suo leggendario Cosmodromo, piattaforma per ogni testa rivolta all’insù, che fosse di umano, cane o scimmia. Nemmeno per la catastrofe di Nedelin, tenuta nascosta fino al 1989 ma che vi esorterei a scoprire dacchè storia tra le più interessanti e celate degli anni 60.

Insomma dal Kazakistan ad un disco che avevo letteralmente sepolto sotto pile di altri piccoli reattori a combustibile fossile è stato un attimo. Ho preso la scala, inerpicandomi fino alle più etereee altezze degli scaffali setacciando con certosina pazienza galassie di polvere fino al compimento della missione. Era lì, bello come lo ricordavo, con la sua copertina alla Hawkwind e il suo contenuto bombarolo e kraut. Ne ricordavo il contenuto ma non l’autore, avendo completamente dimenticato se si trattasse di un gruppo o di un’anima solitaria adusa a smanettare transistor e loop. In tutto questo non avevo assolutamente dimenticato il Gruppo H, quello con Polonia, Colombia, Giappone e – appunto – Senegal, cominciando a far di conto. Stavo combattendo su più fronti, con il sudore che mi imperlava la fronte, ma non ero intenzionato a mollare, mi attendevano trenta giorni di stadi dai nomi improbabili e un disco bellissimo.

Così, con For The Lonely Hearts Of The Cosmos nel lettore e una matita a tirar frecce tra i trentadue partecipanti nell’altra (a proposito, vero che il Gruppo D è favoloso?) mi stavo dimenticando le sigarette. L’età è una brutta bestia, ti fa persino accantonare l’accendino. E dischi simili. Me ne sono immerso invece, tralasciando per un attimo le gesta di Diop, Manè e Koulibaly, per ritrovare un lavoro che non ha perso un’oncia del suo splendore kraut. E pensare che Jean- Emmanuel Krieger non aveva nulla a che fare coi missili. Lui, nato nella aristocratica Versailles ma residente a Brighton, il cosmo ce l’aveva in mente quando ha assemblato – con l’aiuto di pochissimi amici, tipo Lee Adams degli Imitation Electric Piano – il progetto Baikonour. Un progetto dove era riuscito a far convergere strani sibili musicali dal passato, che fossero gli stessi Hawkwind dei quali si disquisiva poco sopra, ai Neu, a certa ripetitività da musica sacra indiana, a spirali psych dei sessanta, all’acid rock; tutto frullato assieme per un risultato che in questi 11 brani non fa prigionieri. Già Lick Lokoum, posta in apertura, smazza il lotto con un’aria da My Bloody Valentine remixati da James Bond su un piroscafo per Tangeri. Master Musicians Of Baikonour & Space Kraut. Drumming analogico e spirali di organi chiesastici avviluppate su groove possenti di basso. Come se gli OS Mutantes si fossero accasati su Creation sotto l’egida di Weatherall e Kris Needs. Cosmodromi, proprio. Coltan Anyone? è un petting spinto in attesa di Proto-Coeur, superba bomba psych nel suo monolitico percuotere di batteria, anticipatrice di tutto quel bailamme psichedelico che va dagli Oscillation ai Follakzoid tanto che persino le 32 squadre potrebbero apprezzarla in un trasversale inno personale per questa ventunesima edizione. Vi piacessero i Loop o i Telescopes chiamatemi, che facciamo colazione assieme dopo una notte di ascolti coatti. Rusk Plasmique concede respiro, ormeggiando dalle parti dei Banco de Gaia, intermezzo ambient che conduce a Hoku To Shin Ken, mantra metallico in odor di Pink Floyd (Set The Controls For The Heart Of The Cosmos) per anime nobili stritolate da passioni carnali. Krieger si supera nel costruire cattedrali di strutture perfettamente palindrome. 60 to 0 ci conduce dalle parti degli Scala e dei Laika (ecco, tout se tiens) mentre 2/3/74 oltre a chiamare in causa l’esegesi di Philip K. Dick profuma di beat italiano (strumentale, peculiarità dell’intero album), di nu-disco e di prog meno onanistico. Tutto assieme. Sentir sferragliare la sezione ritmica a metà del pezzo è impagabile e davvero ci vien voglia di immaginare cosa avrebbe potuto farci Andrew Weatherall con questi undici brani.

Sento che il tempo mi sta sfuggendo dalle mani dacchè ho ancora un paio di Gironi da sviscerare appieno e due probabili semifinali da incrociare, ma come faccio a lasciarvi privi della meraviglia di Oben Beg (Mk2)? Un pezzo che sa da Lemmy, discoteche e viaggiatori spaziali. Dove le chitarre grattuggiano e la batteria resta catatonica lungo un unico drumming. Dove l’ambient si fa La Dusseldorf e la dance diviene iperbarica al limite dell’autocombustione. Carillon, bassi tellurici, mod-ernismi e scariche elettriche rendono perfettamente il senso del genio di Krieger. Statica e Interquaalude conducono lungo il mare della tranquillità e verso la fine di un disco bellissimo. Echi di Alice Coltrane, di raga indiani, di pastorali e campionature si innestano su visioni Kevin Shields con piccoli frammenti di suono. Che deflagra definitivamente in Ultra Lazuli, ovvero Aphex Twin che prende in mano una chitarra e prova a scrivere una canzone dei Doors o dei Love. Otto minuti e venticinque secondi di acid rock, elettronica, Ray Manzarek e Elektra Records. Subliminalmente sublime nel suo dispiegarsi da dervisci rotanti.

Non riuscirà più a ripetersi su cotante altezze, il buon Krieger, visto che You Ear Knows Future (nel 2008, sempre su Melodic) sarà seguito nonchè ultimo sussulto non all’altezza di questo piccolo bignami di emozioni. Un campionario di suoni e rimandi ancora celato al mondo che con nemmeno due euro potrete far vostro. Probabilmente lo stesso importo che andrò a puntare sul Senegal.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #14

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Umberto Tozzi Tozzi (CGD, 1980)

Non so da che parte prenderla ma ci provo ugualmente, conscio che potrebbero essere le mie ultime ore su questo pianeta o più semplicemente su questo sito. Facile che uno (o più) dei ‘duri et puri’, di quelli verso i quali c’è sempre un posto prenotato nel Regno dei Cieli o sul catalogo Sarah Records, vogliano la mia testa o mi crocifiggano un gatto sulla porta di casa. Uno di quei ‘duri et puri’ che mi han fatto passare gli Abba ma sono altresì pronti con l’Agent Orange affinchè io non compia più crimini verso l’umanità. O verso l’indie. Mi immolo, invece. Come un Enrico Toti qualsiasi, pronto a lanciare 45 giri contro gli hipster con le caviglie sguarnite e la musica liquida random nell’iphone. Umberto Antonio Tozzi, nato il 4 marzo 1952. L’Umbertone Tozzi, diobono. L’uomo che scommetteva di arrivare primo in classifica solo con pezzi in minore, l’uomo che ne ha dette tante (parecchie anche imbarazzanti) e che aveva preso residenza stabile lassù, verso i Numeri Uno, prima di farsi furbo e girarla a Montecarlo. A proposito: è proprio con l’etichetta discografica di Lucio Battisti che il nostro esordisce tramite il 45 giri ‘Incontro d’amore’, prima di formare i Data e porre mani e plettro su quella ‘Un corpo e un’anima’ che vincerà Canzonissima del 1974. Il resto lo conoscerete tutti, mi sa. Uomo che, per almeno un lustro, ebbe una capacità melodica impressionante e un braccio destro geniale sebbene ancora poco conosciuto ai più come Giancarlo Bigazzi (più in alto di Mogol, nel mio piccolo Pantheon). Ma non vorrei farci e farvi nemmeno l’apoteosi della rivalutazione tardiva, come sta avvenendo un po’ ovunque verso qualsivoglia manufatto, che sia l’accanimento con il quale spingono Strangeways, Here We Come come un capolavoro superiore a The Queen Is Dead, o ad esaltare Claudio Baglioni quale cesellatore sopraffino di note (per me rimane Agonia). Ma ognuno ha le sue guilty pleasures, no? Tanto più che quest’album del lungocrinito torinese (disco altresì chiamato Poste 80, da noi quarantennali seguaci) non è nemmeno la porcata più grande che mi sono portato a casa, che se non sono arrivato agli Spliff di ‘Carbonara’ ai Trio di ‘Da Da Da’ invece eccome. Che poi, gli Spliff, accidenti. Musica demmerda ma un testo che era il Cabaret Voltaire di Zurigo e Tristan Tzara in erezione: io voglio viaggiare in Italia in paese dei limoni Brigate Rosse e la mafia cacciano sulla strada del sol distruzione della lira Gelati Motta con brio tecco mecco con ragazza ecco, la mamma de amore mio sentimento grandioso per Italia baciato da sole calda Borsellino e vuote totale percio mangio sempre solo”. “Percio”, cazzo. Oggi scoppierebbe una guerra diplomatica per dei versi simili, ma oggi siamo tutti più stupidi no? Tu cantami ‘sotto il sole, sotto il sole, di Riccione, di Riccione’ e magari ci vediamo in tribunale, ok?

Insomma, l’Umbertone! L’Umbertone e quel 1980 che se era appannaggio dei Giochi Olimpici di Mosca e della sua mascotte Misha è anche vero che già profumava di Mondiali di Spagna e Cucciolone al gusto di disinfettante per pavimenti. Un anno che divenne spartiacque tra una vita che avevo prima e una che non avrei più potuto avere dopo. Una nuova vita affrontata con End Of The Century sotto il braccio e l’adorazione coatta verso il riff di Stella Stai (l’ho mai detto che è il più bel pezzo mai scritto dalla Electric Light Orchestra? Sì?). Un 1980 di cambiamenti epocali: l’invenzione del post-it, ad esempio. O quel 2 agosto maledetto che io ricordo da un cortile polveroso e una radiolina a transistor. O l’altrettanto gravido 8 dicembre, quando Give Peace A Chance divenne Give Piss A Chance. Esce Il Nome della Rosa e viene ucciso Piersanti Mattarella. Pasqua giunge il 6 aprile, l’Irlanda vince l’Eurovision Song Contest con Johnny Logan. Noi schieriamo Alan Sorrenti e il Belgio i Telex. Te dici a volte, no? Esce Pac-Man, nel 1980. Anche noi usciamo – e per sempre – dalla civiltà, con la Strage di Ustica. Nasce Solidarnosc e muore (il 23 Novembre) parte dell’Irpinia. Si sciolgono i Led Zeppelin.

Quante cose mi succedevano attorno, quasi a mia insaputa, come se fossi stato uno Scajola qualsiasi. Io volevo solo andare al mare e ascoltare Do You Remember Rock And Roll Radio?. Ma gli amici mi dicevano che non era bella, non quanto Ti chiami Africa di Enzo Avallone quantomeno;  mentre i conoscenti furbi e scafati premevano per farmi ammettere che i Ramones erano finiti e Baby I Love You una porcata vergognosa. Da che parte dovevo stare? Io volevo solo andare al mare. Conoscevo – con fatica – gli X Ray Spex ma mi compravo Blondie e la Rettore, che ognuno fa con le donne che ha. Insomma, in tutto questo bailamme il Tozzi mi andava a schiaffare uno dei dischi più belli (e meglio suonati, c’ha un groove da paura) dell’italico pop. 8 tracce praticamente perfette, Polaroid nitida (Polaroid, Stella stai, dolce vento di foulard, visto mai visto mai) e irripetibile di quel mio 1980. Si comincia proprio dal singolone torrido, messo in apertura a trainare un parterre de roi che, oltre alla coppia d’oro Bigazzi/Tozzi, vanta Greg Mathieson, Lee Ritenour (“egraziarcazzo”), Barry Morgan, Zeke Lund, Les Hurdle, Geoff Bastow (il braccio destro di Moroder), Curtis Drake, Mats Björklund, Euro Cristiani. Il tutto assemblato agli Union Studios di Monaco. L’avrete sentita tutti e in ogni dove Stella Stai, strimpellando a ritmo il piedino (dolce piede sul mio gas…) sul pavimento e seguendo il ‘gnao gnao’ della chitarra, semplicissimo ma assai efficace. Cercammo di trovare spiegazioni adatte a quel testo sarcastico e pieno di allitterazioni complicate senza sapere che ci sarebbe venuto in aiuto qualche anno dopo proprio quel volpone del Giancarlo (lo ribadisco: un genio. E vi esorto a far Vostro quel Giancarlo Bigazzi, il geniaccio della canzone italiana, di Aldo Nove. Bompiani 2012) riducendo il tutto ad una notte sfrenata con un/a trans. Sospirarti di più, certo. Parte Stella Stai e io ci sento odori di estati torride, pubblicità di gelati stampati su pezzi di alluminio, arterie stradali d’agosto, una maglietta dei New Order e fame d’amicizia che scivola scivola scivola scivola scivola. Frenano a 100 all’ora in autostrada con A cosa servono le mani, pop rock internazionale con un gancio alla Supertramp e un cambio d’armonia che solo i grandi possono immaginare. A cosa servono le mani non saprei, suonavo il pianoforte su di lei. Voglio uscire stasera, che sia primavera o no. E io mi vedo già in un night club con Barry Manilow, Bette Midler e Il Gian che mi spiega quel ‘vorrei strappare marjuana dalla terra, vorrei la pace e poi vorrei la guerra’. Calma ha la base di un funkone da paura per l’altezza di un rock americano. Diviso due. Il Sommo Paroliere ci fa uno spleen che manco i Cure di Pornography (Vento e odio la gente domani mi arrendo e odio anche te). Fermati allo stop è Il Mago di Oz delle periferie, litania marzolina che sa di soul blues candeggiato da un carillon pieno di falsetti. Ma il botto arriva con Dimmi di no, rocchettone ignorante che – fosse stato cantato da qualsiasi altro vostro beniamino a scelta – avreste tatuato sui glutei. “E domandami come va, son felice solo a metà, come questa mia sigaretta, che non brucia come vorrei, come uno che ha preso sei”. L’ho già detto vero che Bigazzi era un genio? ‘Che non vorrei dimenticarmi di rendervi edotti a riguardo. Ma anche Les Hurdle e il suo basso si superano in un sferragliar di groove. Gabbie è l’unica canzone al mondo dove, nel suo lexotanico avanzare si cita la legge del menga; e case popolari su di me, due genitori o forse tre. FM americano al suo meglio e sfido qualsiasi paradisiaco autore ad inserire un assolo di chitarra così forsennatamente Al Jarreau all’interno delle sue terzine. Ma non è mica finita, cari adepti al culto: Nemico Alcool – oltre ad essere stato il mio must del 1984 – ha un tiro da paura e da luna park ed un’ergersi pericolosamente vendittiano; in un mondo migliore singolone da quattro milioni di copie e sussidiario illustrato del perfetto compositore italiota. I fiati da marcetta che si palesano a metà del pezzo sono da Grammy Award, sarebbe d’accordo anche la Pausini. Spero. Insomma, non è reato pensare che, su questo disco, l’accoppiata Bigazzi/Tozzi s’avvicini pericolosamente alla perfezione. Settembre è un mese classico per dirsi addio, cinguetta con un falsetto asmatico prima di chiudere con Luci ed Ombre e porgere l’altra guancia, mettendo il sigillo ad uno dei più bei dischi di pop rock internazionali mai editi nel nostro paese. Resoconto di un incidente avuto dallo stesso Tozzi in Toscana viaggia sopra cinque intensi minuti che cominciano alla Sigur Ros e si interrompono in una crasi tra Dancing With Myself e un country rock da rodeo. Schizofrenica senza aver paura di dimostrarlo.

Tozzi gira, mira e tira quasi ininterrottamente da 38 anni sul mio piatto, forse un motivo sufficiente per togliermi l’amicizia da Facebook, molto più prosaicamente un disco pressochè perfetto nel suo genere. Ma anche nel mio. Dopo questo disco – apice di una carriera da 80 milioni di copie – non vi sarà mai più un Tozzi così ispirato, sebbene Notte Rosa (del 1981) oltre alla balearica title track potesse vantare quella meraviglia chiamata Roma Nord e uno spleen erotico che si sparge lungo l’intero disco. Ma non vi sarà più un Tozzi così. E anche io non mi sento molto bene, da quel 1980.

Michele Benetello

Last letter (Fiver #18.2018)

Ieri sera ho mancato l’ennesima serata. L’ennesimo concerto.
Pigrizia, noia, stanchezza.
Ormai è un abitudine, lo so.
Una brutta abitudine.
L’idea che andare a quel concerto solo per incontrare i tuoi amici è inutile.

Dopotutto perché non incontrarli comodamente con un bicchiere in mano nel centro cittadino?
Oggi ho ricevuto una lettera. Di carta.
La calligrafia non mi era totalmente nuova ma ci ho fatto caso il giusto.
Siamo noi, esordiva. Anzi lei sta dormendo, in questo momento, perciò comincio io.
Leggi attentamente, proseguiva.
Ti ricordi?
Ti ricordi il campo di calcio di Castel Maggiore dove, nella stessa serata, calcarono quelle assi poste proprio sul dischetto del rigore prima gli Assalti Frontali e poi i Fugazi?
Ti ricordi i salti, i discorsi “impegnati”, le firme su sottoscrizioni, gli abbracci alcolici?

FUGAZI – WAITING ROOM

ASSALTI FRONTALI  – F.OT.T.I.T.I.
Ti ricordi i Buffalo Tom e tu che, avvinghiato alla ringhiera, scoppiasti a piangere sulle note di Taillights Fade vinto da una malinconia immotivata ma fottutamente reale che neanche sapevi fosse domiciliata nel tuo animo?

BUFFALO TOM – TAILLIGHTS FADE
Ti ricordi Jeff Buckley che su Lover You Should’ve Come Over arriva a un millimetro da te e guardandoti negli occhi ti fa un po’ male al cuore?

JEFF BUCKLEY – LOVER YOU SHOULD’VE COME OVER
Ricordi Billy Mackenzie al Tenda Pianeta che fissa stranito il vasetto che tieni in pugno appena prelevato da una busta di omogeneizzati rubati dal tuo amico al fratellino?
Ricordi le risate e il gusto misto alla tua Nastro Azzurro?

THE ASSOCIATES – PARTY FEARS TWO
Ricordi il più bel culo di Senigallia fermamente a cavalcioni sulle tue spalle al concerto dei CCCP al campo sportivo senza il coraggio di confessargli che ti faceva un po’ male la schiena? Anzi, molto male.

CCCP – CURAMI
Ricordi l’ultima volta che ti si è mozzato il fiato al Mattatoio mentre saltavi abbracciato ad ArturoStefanoAlessiaFabioAntonioNicolaLucaGiovanni e chi ti capitava a tiro mentre Willy Toledo scagliava su di noi Drunk Drivers?

CAR SEAT HEADREST – DRUNK DRIVERS
È parecchio che ci fai preoccupare.
Ti abbiamo visto affondare nel minimo comun denominatore parlando di calcio svogliatamente con i tuoi colleghi.
Ti abbiamo visto in un centro commerciale comparare il prezzo delle passate di pomodoro.
Ti abbiamo visto a quell’apericena guardarti attorno smarrito.

La scrittura diventa sempre più scolorita e sempre più familiare.

Ormai avrai capito ..siamo noi. Siamo il giovane new waver e la giovane indie girl (già, questione di sensibilità) che abitano dentro di te.
Ci hai trattato bene per tanto tempo, nutriti di emozioni e sferzate di adrenalina ma da un bel po’ ormai non ti riconosciamo più.
Ci stai uccidendo. Ti stai uccidendo.
E scriverti queste righe sta diventando uno sforzo sovrumano.
Concediti di emozionarti ancora, di saltare ancora come un invasato, di piangere ancora da solo attaccato a una transenna.
Non tradire te stesso.
Concediti di essere ancora te stesso.
Concediti di essere felice.

Ormai lo scritto è illeggibile ma si intuiscono due ultime frasi.

Salvaci la vita. Salvati la vita.
KING KRULE -EASY EASY

Massimiliano Bucchieri

I dischi che piacciono solo a me, credo #13

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Gretschen HofnerMaria Callous (Poppy, 1996)

C’era mica granchè in quel di Londinium, nel 1996. La sbornia brit pop era già in hangover eppure tutti i negozi continuavano imperterriti a stivare le vaschette dei 45 giri con miriadi di uscite, ormai sempre più strampalate, in un accanimento terapeutico imbarazzante. Anche il sottoscritto continuava imperterrito e imbarazzante, noncurante del fatto che la fine fosse vicina e ampiamente annunciata. Il 26 agosto i Menswear (a proposito: unitevi al Piccolo Coro di quelli che reputano Nuisance un disco orrendamente bello. Citofonare casa mia) facevano uscire il tanto atteso (da me) We Love You, decretando virtualmente la loro morte e noi – la settimana appresso – eravamo già scalpitanti da HMV a prendere tutte le versioni possibili. Lì, in quelle ordinatissime pile di sette pollici, manco fossero stati ‘i cipressi che a Bolgheri, alti e schietti bla bla bla’, svettavano delle copertine d’altri tempi, seppiate, con un immaginario a metà tra gli Smiths e Russ Meyer. 0,99 cadauno. Tanto valeva metterli nel computo degli acquisti sicuro che – un domani – il tempo di ascoltarli si sarebbe trovato.

A questo pensavo mentre mi avvicinavo alla cassa con fare baldanzoso e congruo bottino. Chissà chi cazzo sono questi Gretschen Hofner, mormoravo. Rockabilly, mi sa, guarda che immaginario e – soprattutto – guarda che denominazione omaggiante il basso Hofner e la chitarra Gretschen, quasi ad unire il maschile al femminile. Rigiravo tra le mani quelle copertine e ci annusavo i Fall. Magari dei Fall in versione rockabilly, ecco. Sicuramente qualcosa fuori dal tempo e – soprattutto – dalle mode imperanti, visto che non c’era traccia di tutine Adidas o capelli Baggy. E anzi. Non mi piaceranno pensai, ma almeno non mi piaceranno con mucho gusto visti i titoli dei singoli che stavo accuratamente consegnando al solerte commesso: Betty Page Is Back, A Judy Garland Life, Time For A Black Jesus?.

 “Sarà vero, dopo Miss Italia aver un Papa nero. No me par vero”. 

Li lasciai fermentare in qualche angolo di casa per un tempo sufficientemente lungo prima di approcciarli svogliatamente e – con una spocchia che spero essermi tolta di dosso – riporli altrettanto svogliatamente. Niente a che vedere con i miei intrippamenti dell’epoca. C’erano troppe chitarre slide, troppa brillantina, troppo Nick Cave in seconda, troppi anni ’50, troppo Duane Eddy, troppo bourbon. Beasts Of Bourbon, anche e soprattutto. Insomma: troppo tutto, ma ero io quello sbagliato. Ci vollero un paio abbondante d’anni prima che mi rivolgessi nuovamente a quel terzetto di singoli con orecchie nuove e attente, scoprendovi improvvisamente uno dei gruppi più inclassificabili ai quali mi fossi mai accostato; non tanto per la mescolanza sonora quanto per l’iconografia e i riferimenti (i più disparati, sottolineo) ai quali attingevano. Mi adoperai per portare a casa l’utile (Maria Callous, unico album in discografia) e il dilettevole (Crow In Heels Ep) prima di scoprire che erano già scoppiati sul finire del 1997. Poco male, un intero pomeriggio di immersione sul calar del millennio mi fece vedere la luce. Maria Callous soprattutto (visto che titolo?), 12 brani dai titoli assurdi e dal contenuto bombarolo. Usciva nel 1996 per la Poppy Records, etichetta ascrivibile a quel Tot Taylor già titolare della Compact Organization (Mari Wilson e Virna Lindt nel carnet) pronto a piazzare qualche stupida fiche su questo quintetto. A proposito: strani anche loro piuttosto e anzichenò, avendo in formazione quel bizzarro esemplare di femmina chiamata Justine Armatage, una con passato nei gotici In Excelsis e un futuro nei Baader Meinhof di Luke Haines.

Ma si stava parlando dei Gretschen Hofner, giusto? Magari solo per fare quelle due chiacchiere da bar, tra un Americano e l’altro (a proposito: mettete l’angostura? Ci sarebbero due correnti di pensiero a riguardo) smadonnando sulla nulla visibilità che li colse e l’immediato oblìo che li circondò. Pochi prenderanno da qui, avendo i nostri già abbondantemente saccheggiato gran parte dello scibile rock and roll, ma tra quei pochi di prim’acchito mi sovvengono i Penthouse di Gutter Erotica che ne furono figli devoti e ai quali non a caso Paul Hofner si rivolgerà nel 2001 disegnando la copertina per Unt. Come che sia non finivo di riguardarmi quelle deliziose ed essenziali copertine, mentre l’ascolto in loop di Maria Callous si spandeva per l’aere. E deve essere stato un remare contrario e ostinato mica da ridere uscire sul mercato in quel biennio sculettante, furioso e perfettamente agghindato, scansando nugoli di Shed Seven, Marion e – appunto – Menswear (anzi: Menswe@r), con un sussidiario di rock and roll primitivo, blues copernicano, rockabilly (o pervabilly, come qualcuno si adoperò a marchiarli da subito). Quel che è certo è che qui si srotola un bel campionario d’antan che unisce la Chess Records a Howlin’ Wolf, i Cramps a Gene Vincent, i cartoni animati dei Banana Splits e i Toe Rag Studios, compressori valvolari, serie Tv, occhiali a raggi X comprati per corrispondenza e equipaggiamento vintage. Bo Diddley, anche e soprattutto, che a dimenticarlo si fa sempre peccato.

Io invece li ho sempre pensati come dei Cousteau senza le fisime orchestrali e sotto anfetamina, magari guidati da Poison Ivy e Lux Interior. Con la frusta, chiaro. Se non sono riuscito ad incuriosirvi passate pure oltre. Se invece state cominciando a far di conto sarebbe il caso di parlare anche delle canzoni. Che svicolano perfettamente in quell’immaginario tarantiniano che un po’ avrebbe anche rotto i coglioni, n’est pas? A Judy Garland Life si sarebbe adagiata perfettamente in qualche pellicola dell’uomo di Knoxville, con quell’aria da Pantera Rosa sotto Lexotan. Un valzer in guisa di blues (o viceversa) sagomato da pietruzze d’archi che mostra la via al prossimo whisky bar sotto una luna d’Alabama. O ancora l’altro damascato manufatto, quella Betty Page Is Back che svisa tra scale arabeggianti e una coda Birthday Party. Ognimmodo tanto a posto il buon Paul Hofner non dev’essere stato per disseminare il manufatto di titoli sotto fuzz quali Acupuncture Amphitheatre, Leopardskin Pink e Moodswing Staircase e di testi lungo i quali discerneva riguardo l’importanza degli idrocarburi nell’industria dell’abbigliamento britannico. Dei Gallon Drunk attorcigliati sugli Half Man Half Biscuit; dei Beasts Of Bourbon (prosit!) sorpresi sulle gradinate a guardare il secondo tempo, dei Pogues agghindati a Savile Row. Dei Fall con la brillantina e Shakin’ Stevens a picchiettare xilofoni. Un disco di goduriosissimo rock and roll ottocentesco, dove Crow In Heels è un tango haitiano sgraziato da Efedrina; Mystery? Pare provenire da un punto imprecisato di From Her To Eternity, da un inedito di Robbie Williams o da qualcosa che sta lì in mezzo. Zero To Nowhere è un luna park impazzito di Stray Cats e vaudeville. Man With A Smoking Gun anticipa e migliora gli Urge Overkill inserendoli nel cast degli Aristogatti; divertentissima e contagiosa fa il paio con Klassy With a Kapital K, altro bell’immaginario tarantiniano dove si lecca brillantina e le chitarre sono grandi, grandi così. Calendari Pirelli e deserto del Nevada, Busty Mature e violini tzigani per 12 brani assolutamente fuori dal tempo, tanto che quando arriva Tiger Bay Rhapsody sei quasi arrivato alla fine e già fremi per ricominciare. Nessuna rivoluzione, nessun miracolo sonoro, Maria Callous mantiene esattamente ciò che promette, senza alcun scartamento o tentativo d’ampliare gli orizzonti. Un miracolo non da poco nel mondo del ‘famolo strano’ a tutti i costi.

A confermare l’assioma la prematura dipartita visto che di attenzione (band e disco) ne raccolsero poca, finito il nanosecondo di curiosità. Stritolati tra The Bends e Ok Computer i Gretschen Hofner vennero prontamente risputati negli inferi. Le cose in Albione stavano mutando pelle ancora una volta – l’ultima, forse – e non vi era spazio per del sanguigno e carnale rock and roll. A tutt’oggi anche la rete è parsimoniosa di notizie a riguardo, tanto che una discografia seria e ragionata ve la potete accattare al prezzo di tre Negroni (a proposito: ce la mettete l’angostura?). Soprattutto Maria Callous, gemma dimenticata che non sarebbe male estrarre da un oblio coatto. Passai qualche mese in fissa con questi pazzoidi (e con l’altro folgorato di David Devant, del quale abbiamo già ampiamente trattato) prima di aspettare inutilmente un seguito che mai sarebbe arrivato.

Scopro solo ora che Paul Hofner ha lasciato questo mondo nel 2010. Ne ha dato il triste annuncio la povera Gretschen.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #12

TempleroyDeaf And Dumb (Different Drummer, 1995)

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Mai avuto granchè il polso della situazione, io. Fosse stato per i vari trend pronti a susseguirsi, le squadre di calcio, gli arrampicanti Iago in ufficio, le donne o i dischi. È per questo che sono poderosamente fuori moda per vocazione e vanto un palmarès affettivo prossimo allo zero. Sui dischi va meglio, grazie. Soprattutto perché – a differenza delle donne – quei piccoli solchi in vinile possono piacere solo a voi senza alcun problema. State certi che ne sarete ricambiati. Credo di avere mezza parete di figlioli pronti a tornare prodighi con oro incenso e pecette sbiadite che mai scadono in recriminazioni. I Templeroy ad esempio, che ho in testa e nel cuore da quel lontano 1995 e che mai ho abbandonato. È la prima volta che faccio selvaggio outing con cotanto capolavoro di palpitazioni; finora – con il mio consueto egoismo – l’avevo sempre celato al mondo, sperando di trovare prima o poi un altro essere umano che me ne cantasse le gesta. Mai visto in giro nulla dei Templeroy, e vi assicuro che fiere, mercatini e bancarelle ammuffite sono il mio pane quasi quotidiano. Niente. Nessuna traccia di questo terzetto di Windsor. Non che all’epoca avesse fatto sfracelli, anzi. Sepolto da mille uscite simili ma non uguali e da una sbornia ambient dub già abbondantemente superata da Pulp, Blur e Oasis.

Ci sono i Massive Attack ad imporre le loro mani in Deaf And Dumb, tanto si avverte l’influenza morale di Protection, quantomeno nell’approcciarsi al formato sonoro, ma – soprattutto – vi sono echi di Emotional Hooligan, altro immenso capolavoro (che, va da sé, non ebbe alcun grosso riscontro fuori dai patri confini) siglato Gary Clail. Inutile negarlo e quindi sgombriamo subito il campo da sorrisi di sufficienza e snobismo di seconda mano. Stesso meticciato corroso da febbri elettroniche, stessa tensione da after alle 5 del mattino fuori da qualche club di Brixton, stessa immersione nel dub senza farne fumettistica versione o calcare la mano. Stessa anima e stesso sentimento. Ma qui si va più sotto, a rota con un canovaccio prettamente digitale sorretto da picchi di lovers rock imbevuti di ambient e oscura elettronica che percuote il costato. Non ricordo come arrivò nella mia umile magione quel doppio cd, forse tramite la (sempre benedetta) Wide, forse – più probabile – direttamente dalla Different Drummer che mi aveva già entusiasmato con Airgoose e Rockers Hi-Fi. Sì, probabile dacchè conservo ancora da qualche parte degli adesivi grandi come fazzoletti proprio di quel Rockers To Rockers dei Rockers Hi-Fi (bellissimo, che ve lo dico a fare?) che mi diede qualche sollievo durante la calda estate brit pop.

Ci sono dischi che è bene lasciar evaporare da soli, senza provare ad afferrarli. Dischi che per loro natura non sono forgiati per il passaparola o retrovie di classifiche, che hanno la peculiarità di uscire nel momento sbagliato al posto giusto e che scompaiono lasciando fioca luce. That Never Goes Out, però. I Templeroy, che banda stupefacente. Un solo disco all’attivo e poi ciao. E se pensate di aver sentito tutto nel campo di quell’eletronica rigorosa e meticcia avrete anche ragione (e ve la cedo tutta), ma un giretto da queste parti – magari proprio in questo periodo dell’anno – ve lo dovreste fare, tanto più che la rete conserva ancora qualche copia ad un prezzo semi onesto. E chi volete che se la annetta, ormai? Richard Tindall si è eclissato nel 1997, Richard Van Spall (già Airstream e Mexico 70) l’ho perso di vista ai tempi dei Cheapglue (su One Little Indian, circa 15 anni orsono) e Mick Bund – povero figliolo – ha lasciato questo doloroso suolo nel luglio dello scorso anno, senza uno straccio di necrologio. Farei ammenda ora, ma sarei patetico. Preferisco che sia la sua creatura Templeroy a trovare – spero – nuovi e appassionati adepti. Ogni tanto un pensiero al Bund me lo strappo da solo, penso al suo girovagare in guisa di musico per gran parte del pop inglese degli anni novanta. Uno che in palmarès poteva vantare una comparsata pure nei Felt. A proposito: da cosa credete derivi il nome del gruppo se non da quella vaporosa traccia della premiata coppia Lawrence/Deebank contenuta in Crumbling The Antiseptic Beauty? Non è altresì reato pensare che se i Felt fossero nati quei due lustri (famo tre, via) dopo non sarebbero caduti distanti da questi synth. Che sfiga il Bund, sempre al posto sbagliato: entra nei Felt in guisa di bassista su The Pictorial Jackson Review ma la magia e  – soprattutto – le attenzioni sono scemate. Ci resta due anni prima di transumare su One Little Indian con il nuovo progetto Airstream. Arriva Bjork e si mangia tutto. Ci prova allora con i Mexico 70, pronti ad accasarsi su Cherry Red per una sugosa discografia (i due Ep Valencia e Wonderful Life son da avere senza indugio) e il Madchester li spazza via. Collabora allora con Andrew Weatherall e gironzola nei Saint Etienne di Tiger Bay, ma ha il pepe al culo e vorrebbe qualcosa tutto per sè. Poi si ricorda del suo amichetto Van Spall con il quale aveva condiviso le prime due band. Ci fa comunella mettendo a frutto tutte le sue precedenti incarnazioni, e a me vien la lacrimuccia a pensare quanto ho divorato con le orecchie questo piccolo capolavoro chiamato Deaf And Dumb, in quel 1995 ancora leggiadro e senza particolari paturnie. Eravamo uguali, io e quel disco, ci declinavamo tenui ma sapevamo farci aguzzi alla bisogna, avevamo i synth ma sotto – appunto – ci sentivamo inFELTriti dalla vita. L’ho riascoltato qualche giorno fa e lo riascolto ora per provare a trattarne adeguatamente, chiedendomi stupefatto come sia possibile che non abbia mai incontrato in vita qualcuno che ne fosse devoto seguace o semplicemente me lo sventolasse addosso. Legge dei grandi numeri forse, ma mi verrebbe voglia di trangugiare un King Of Soho col chinino per aver di fronte a me qualcuno col quale condividere, ancora una volta, questi 14 brani (la Echo Beach ne darà alle stampe una versione Bignami nel 1997). Magari ascoltandolo in religioso silenzio sin dal lungo viaggio nel cosmo di Look Out They’ve Landed, sei minuti e cinquantasette secondi che non si possono spiegare (o quantomeno io non riesco a farlo) così immersi e rarefatti tra una Trance Europe Express per le rotaie di Kyoto e un Hal che si fa (Neutron) 9000 prima di sbarcare su una piroga a Kingston. È meraviglia ed è grande come un joint a mezzanotte sugli scalini della chiesa invasa da stelle comete. Elettronica che sa chinarsi kraut e chiamarsi dub nelle sue rarefatte assenze, tra piccoli arpeggi classici e una bassline da Tricky. Avarice pure, intermezzo meraviglia di black ambient dal cuore di pece e le mani candide, se qualcuno si fosse perso verso Alpha Centauri segua questa lampeggianza di suono, grazie. Magari aggrappandosi all’immaginaria 2001 Od , undici minuti scarsi che non è difficile pensare accompagnati a pellicola o a quel Gary Clail di cui sopra. Gluttony lega e incolla la suddetta a Core Of The Earth, una Slave To The Rhythm alla quale han tolto il midollo innestandolo su Peter Gabriel III. L’accoppiata Lust/Heroin On Dub non può non strapparvi il cuore, a meno che non abbiate Buffon al suo posto. Un margarita senza cannuccia, leccata in riva al torrido mare d’agosto in piena notte, mentre tutti gli innamorati del mondo non vi degnano di uno sguardo. Ma che importa dinanzi a ‘sto schioccar di lacrimante felicità? Assimilatevi la coda di vaporosi archi, dove gli Orb applaudono dall’alto dei cieli e i Primal Scream idem. Higher Than The Sun. Ripenso ancora allo stupore di quel 1995, al mio lesto entusiasmarmi davanti a SelectaDisc per la battaglia delle due corazzate britanniche ma l’altrettanto lesto ritorno a casa per accendermi in silenzio una sigaretta (fumavo Multifilter allora, andrei garrotato) con Deaf And Dumb sullo stereo. Tacca sul due. Notte dopo notte, per settimane. Forse mesi. Perché torni sempre da chi ti aspetta davvero e non per dovere, e i tredici minuti di Heroin On Dub con la sua coda di chitarra acida e il suo dipanarsi disperatamente sexy sono quanto di meglio possiate trovare sul letto, in una notte d’estate. Quasi.

Non bastasse, Dawn Patrol avrebbe ancora qualcosa da insegnare a quei corpicini esanimi dei Prodigy, senza bisogno di urlare e anzi rallentandoli in una colla satura ottenuta mescolando Zion Train e Sly&Robbie. Un pezzo che sembra girovagare a vuoto e invece avanza sornione la sua candidatura a muscoloso riempianima. Sloth e Dub Down mantengono tutto ciò che promettono e ne farei quasi una questione personale l’esortarvi a succhiare tutto il bastoncino di liquerizia dove bolle d’aria salgono nelle narici provocando eccitazione e stupore. Manco dovreste stare qui a perdere tempo su questi pixel invece di aprire una nuova scheda del vostro browser e digitare furiosamente le coordinate atte all’acquisto. Ma ho pazienza a prima della fine conto di incuriosirne almeno quattro di voi. Magari tramite i tre minuti di Envy o i ventuno (ventuno!) di Peace To The I, ovvero Babylon che brucia dentro la matrice. In The Beginning There Was Rhythm. Poi sono arrivati i Templeroy a far gocciolare la foresta amazzonica con l’umidità delle pelli (di tamburo) che trasudano liquidi intimi. Un viaggio di ventun minuti lungo ventitrè anni, pronto a riportarmi allo stupore iniziale e alla genuflessione magna che ebbero le mie sinapsi la prima volta che approcciai questa magniloquenza sonora. Che dite? Vola basso? Correrei il rischio di incastrarmi nei cavi dell’alta tensione. Sii ragionevole, pretendi l’impossibile. E dunque la finirei anche qui, se non ci fosse ancora l’onomatopeica Rhapsody a sgomitare e un paio di voi da convincere. E non vi è maniera più liquorosa e toccante di chiudere questo monolite con i 240 secondi di partiture classiche adagiate su una stella pulsante. Deaf And Dumb si chiude qui, tra synth lacrimanti e Bach lasciato libero di fluttuare nell’iperspazio. Quale miglior occasione per accendersi l’ennesima sigaretta notturna? Magari osservando orgoglioso come non sia una Multifilter. C’ho messo 20 lunghi anni, ma sono diventato un ometto.

Michele Benetello

Case e canzoni (Fiver #17.2018)

50829-image_5a943ef55f83fQuando era piccolo viveva in questo posto abbastanza assurdo. Una casa arrampicata su un costone di una montagna. Davanti, sopra e sotto nulla, se non mare. L’immensa doppia finestra era spalancata su un immensità blu. La doppia finestra nel suo ricordo serviva per posizionarci le statuine del presepe o i soldatini e non altro visto che nelle notti di vento costituiva un baluardo risibile. E il suo sonno era tormentato da fischi e ululati. Voci di vecchi marinai. E spiriti di donne in attesa sul molo.
Alza. Alza le braccia. Afferralo prima che caschi. Guarda. Guarda giù. Senza vertigini.
Fine anni ’60 primi ’70, anni austeri senza fronzoli. Molta anima. A pensarci bene come le canzoni degli Iceage.
Un vecchio cabaret scrostato. Deschi imbanditi di cuori sanguinanti. La grande immagine di Nick Cave sul bancone mentre loro si versano l’ennesimo whiskey.
Come make me real, real
You reel in then you catch it
Catch it, catch it, catch it, catch it

ICEAGE – CATCH IT

La prima casa padana era silenziosa. Nel cortile aveva una fontana. Circondata da assurdi nanetti. Posta sulla sommità di una discesa ripida tornare a casa era sempre complicato. Zona precollinare sommersa dal grigiore autunnale. Pomeriggi con la copertina di Heroes sulle ginocchia. Altrove esplodeva tutto mentre lui combatteva con quel senso di irrisolutezza tipico dell’età minore maschile.
Scivola. Scivola come l’acqua. Come le mie ginocchia. Bravo bambino. Cattivo ragazzo. Sali. Sali con cautela.
Decennio ’79-’80. Malinconia sospesa mista a spensieratezza. Il mare che mancava e una torta da mangiare senza scrupoli. Sea And The Cake.
Pop matematico, non una nota fuori posto. Quando ci posizionano dentro anche il cuore sprigionano scintille.
Standing here with nothing to find
It’s been cold for days alone
I’ve been holding on

SEA AND THE CAKE – COVER THE MOUNTAIN

Spostarsi di poche centinaia di metri mentre dentro ci si spostava di centinaia di chilometri. Casa grande sommersa dal verde senza personalità, perfetta per questi anni ’80 belli e senza anima per molti ma non per noi. Esplodeva la musica nelle nostre vite. I Clash in Piazza Maggiore e a Firenze e, dopo, tutto il resto. Nuovi sogni dorati mentre si amava fortemente questa strada.
Corri. Corri senza fermarti. Apri. Apri quella porta e un altra ancora. Sorridi. Sorridi forte fino a farti cadere la faccia.
Ci si sentiva centrati. Lucidi. Come forse solo i Parquet Courts e pochi altri in tempi recenti.
Nothing is normal
Manipulated into believing
I’m exercising skepticism
Honesty is everything

PARQUET COURTS – NORMALIZATION

La Capitale.. Uno spostamento fisico ma non dell’anima. La strada era tracciata. Lui aveva la Cura all’epoca. Musicalmente disfunzionale. Avventure a perdifiato con la location migliore al mondo. Ogni tanto si dispiaceva che, dopotutto, non la aveva mai vista con la luce del sole.
Un disco. E poi un altro ancora. Bacia. Bacia ancora. Bevi. Bevi forte. Il Muro Torto. Meno torto di te quasi sempre.
I sanpietrini solcati da tante Courtney Barnett.
Potenti e con quel ghigno alla “faccio quelchecazzochemipare” semplicemente irresistibile.
You must be having so much fun
Everything’s amazing
So subservient I make myself sick
Are you listening?

COURTNEY BARNETT – CHARITY

Il ritorno. Un altro paio di case. Tutto sembra trovare un senso dietro a un microfono o con una penna in mano. Fuori, nel mondo vero, molto meno. Grandi gioie, altrettanti dolori. Finta risolutezza, senso da fine gara ma quando apri gli occhi scopri che non sei neanche a metà strada. Scarsa affinità con la realtà, la forte sensazione di aver cominciato a capirci qualcosa tardi. Molto tardi.
La consapevolezza che, per quanto puoi esserti mosso, per quanto hai provato a scuoterla, alla vita non sei neanche riuscito a scompigliarli i riccioli. Forse.
Mangia. Mangiami l’anima. Insisti. Resisti. Passa. Non passa. Passerà. Stai. Stai male. Parti. Riparti.
Malkmus a cavallo gli fa un po’ girare le palle. I pezzi potenti e dissonanti dei Pavement erano grandiosi ma erano le loro cose più malinconiche che gli facevano sanguinare il cuore.
Ma Stephen non ha perso questa capacità. Oh proprio no.
Make up an innocent, average girl
Kissing under prairie moon, no one knows
She’s so amazing
Love and poverty, wealth and hate
How you gonna beat it out if you don’t know?
You don’t have to forget

STEPHEN MALKMUS – SOLID SILK

Massimiliano Bucchieri

I dischi che piacciono solo a me, credo #11

DuffoBob The Birdman (PVK, 1981)

Ho fatto un sogno, l’altra notte. Non avevo mangiato pesante o indugiato in liquidi ad alta gradazione alcolica. No, quel rivoltarsi nella trapuntina sloffia di mezza stagione era probabilmente dovuto alla visione del Concertone (concertazzo, via) del Primo Maggio. Che non era nemmeno male in verità quest’anno, vista l’assoluta mancanza di arie balcaniche, crusties over 50, gaberiani per contratto e tarantelle assortite. Dopo qualcosa come sei lustri ce lo meritavamo un ponticello accussì. Come che sia era un sogno bello nitido, limpido; un sogno dove ero consapevole di star svolgendo attività onirica e quindi riuscivo a manipolarne la sceneggiatura a mio piacimento. Un sogno nel quale mi trovavo – appunto – sdraiato sul divano a vedermi la kermesse godendo come un riccio nel leggere la scaletta degli artisti coinvolti, che scorreva in loop sulla parte sinistra dello schermo, in un font assurdo (tipo Rockwell Extra Bold). C’erano i De La Soul, Klaus Nomi, i Bay City Rollers, Ivan Graziani, i (P)itch (inseriti per un solo motivo, sapete voi quale), Doctor And The Medics, Momus, i Monochrome Set (headliner, dopo il TG). E poi Wreckless Eric, Garbo, Bruno Lauzi, Leningrad Cowboys, Andrea Liberovici, Goran Kuzminac, i Landscape.
Vi giuro che non avevo mangiato pesante.

Ad aprire però il collegamento, nel primo pomeriggio, vi era uno strano figuro, dimenticato piuttosto ed anzichenò. Uno che al tempo avevo visto praticamente ovunque per qualche mese, da Discoring a qualche festival scrauso tipo La Gondola d’Oro di Venezia: Duffo. Usciva davanti a quasi ottantamila persone con il suo solito giubbotto da Seconda Guerra Mondiale, i pantaloni da aviatore della RAF e quell’aria svagata che era impenetrabile crasi tra Kim Fowley e Gary Numan. Accompagnato da una band cazzona e arrancante stava proponendo tre pezzi di Bob The Birdman, quel suo disco del 1981 contenente il suo più grande successo, ovvero la cover di Walk On The Wild Side. Il pubblico pareva gradire – nonostante la band – e io, tra un ravanamento e una birretta, mentre ascoltavo il rumore della pioggia (piove sempre il Primo Maggio, non lo sapevate?) cominciavo a far di conto pensando che sarebbe stato un disco perfetto per Sniffin’ Glucose, tanto mi era piaciuto all’epoca quanto era sparito in un frettoloso dimenticatoio coatto poi. Presi scrupolosa nota onirica che, alla fine della kermesse e del sogno, avrei dovuto cercarlo in mezzo al mare magnum che mi ostino a chiamare ‘studiolo’. Così feci.

E’ in condizioni non propriamente perfette avendolo raccattato in una delle solite bancarelle umide piene di ammennicoli e con due scatoloni due di aberranti vinili (tipo le raccolte Freeway o Stephen Schlaks assortiti) quando ancora le banconote recavano impressa l’immagine della Montessori. Me ne bastarono tre di vegliarde per quella copertina stinta e smunta ma con un vinile ancora in discrete condizioni. Lo sto riascoltando proprio ora e lo ritrovo invecchiato benissimo, stramaledettamente bene, sicuramente meglio di me. Forse perché sembrava già vecchio all’epoca, spinto a forza dentro la marea di sintetici coevi con i quali – tolto il rifacimento del quale si disquisiva – aveva punto a che fare.

Tipo bizzarro Geoff ‘Jeff’ Stephen Duff, australiano di nascita ma apolide d’adozione. Uno che già nel 1971 fondava i Kush, glorie nazionali senza infamia e senza lode, prima di trasferirsi a Londra e cominciare una carriera altalenante che – scopro solo ora – continua ancor’oggi con sporadici album e teatrali tributi a David Bowie, Frank Sinatra e Scott Walker. Il suo momento magico fu, appunto, il 1981; o meglio, qualche mese a cavallo di quell’anno cruciale, quando il tormentone elettronico di cui sopra divenne riempipista e riempietere. Lo accogliemmo a braccia aperte (finirà in un 45 giri da jukebox assieme a Toto Cutugno), tanto era eccentrico, taciturno, impenetrabile e c’è una favolosa intervista su un vetusto Dolly (tanto per sottolineare quanto fosse famoso) nella quale fredda la sfortunata intervistatrice – desiderosa di dare in pasto una nuova popstar alle quattordicenni in fregola – dicendo di non aver mai avuto una donna essendo totalmente asessuato. Gioco, partita, incontro. Eppure non era tutta questa remissività il nostro se, al primo incontro per un’intervista con il New Musical Express, si fece accompagnare nel pub dove lo attendeva Tony Parsons fingendo di essere cieco per poi offrirgli una sigaretta esplosiva che causò non poco trambusto essendo i tempi dell’IRA (Irish Republican Army, sia chiaro). Non il modo migliore per guadagnarsi una buona recensione, ne convengo.

Insomma, quella rilettura del pezzo Reediano trovò fortuna un po’ ovunque, ma qui da noi un po’ più di un po’. Non così l’album nel quale era contenuta, ovvero Bob The Birdman. Avrei dovuto partire dall’omonimo Duffo del 1979 (su Beggars Banquet) ad essere onesto, essendo pregiato pezzo che oscilla in una glam wave deliziosa e contenente al suo interno quella Give Me Back Me Brain che riuscirà faticosamente a raggiungere il numero 60 delle classifiche inglesi. Punk cabaret tra Ian Dury, Wayne County e Jobriath con una copertina pazzesca da Electric Frankestein. Ma che ne potevo sapere io? Nel 1979 ero troppo giovane e lo confondevo sempre con l’altro One Hit Wonder: il Taco di Puttin’ On The Ritz. Sbagliando, chiaro, visto che qui c’era molto di più, che la grammatica del Duffo aveva anche una calligrafia sapiente e che l’idea di fondo del nostro era meticcia alquanto dacchè spaziava in una concezione sonora decisamente a latere rispetto ai dettami di quel finir di Settanta. Bob The Birdman scorre proprio adesso, sereno e liquoroso già dall’operistica traccia omonima, messa furbescamente in apertura quasi fosse un Rocky Horror Picture Show, sul quale si sarebbe altresì adagiata benissimo. Archi, cori, barocchismi da ‘sottile Duca Bianco che lancia dardi negli occhi degli amanti’. Magniloquenza post punk che porta a Slave Of Marakeesh, e se riuscite ad immaginarvi i Madness con Ian Dury alla voce allora ci andate vicini di un’inezia. Proprio il timbro vocale del nostro è il valore aggiunto, con quella sua scorta d’aria tenorile e un distacco che riesce a farsi assoluto e – appunto – asessuato. Grande è l’entusiasmo nel ritrovare un disco che ha acquisito valore e bellezza con lo scorrere del tempo. Daddy Is a Mushroom è un capolavoro glam tra Bowie, gli Ultravox con il punto esclamativo e il Ferry di Let’s Stick Together. Mirror Man è un hard boiled buono per qualche serie televisiva poliziesca con i pantaloni a zampa d’elefante e un ritornello che richiama a gran voce Jobriath. La varietà musicale si amplia, i Tubes talvolta riecheggiano nell’eccentricità delle partiture, i testi indugiano in un senso dell’assurdo contagioso, i Kinks fanno capolino a braccetto con Scott Walker nella decadente Le Poseur, e io mi chiedo come mai Julian Cope ancora non si sia accorto di quest’album tanto da scriverci un pamphlet dei suoi. Poi arriva Walk On The Wild Side e le cose cambiano ancora; accompagnata da una leggerissima (e autistica) linea di sequencer e una sezione ritmica scrausa il Geoff ‘Jeff’ Stephen dona la migliore resa vocale di sempre di un pezzo di Lou Reed. Vi si cala a metà immergendosi in un blues alla Joe Cocker, svicola e svisa ovunque, tornando alla noncuranza dell’ex V.U. Prendete scrupolosa nota Voi che siete soliti miscelare musichette per hipster annoiati armati di Shazam, ci potreste fare una porchissima figura. Elephant Man è un nonsense operistico che anticipa impudentemente Parklife dei Blur, i Divine Comedy e il Simon Warner di Waiting Rooms. (I Am) The Fly non è quella che pensate ma cammina allo stesso modo, solo in mezzo ad un teatro vuoto, tra i Tuxedomoon e i Minimal Compact. New York Is The Moon arpeggia tra vicoli e una resa vocale stupefacente, retrogusti da Van Dyke Parks e Tubeway Army. Canzone meravigliosa, ma che ve lo dico a fare? Compratelo questo disco, setacciate tutte le bancarelle che ostentano candelabri arrugginiti e i portaceneri in peltro, fatelo vostro e scoprirete che si chiude con Crazee Man, un glam rock disagiato eppure bellissimo con la sua aria marziale. Bob The Birdman è un disco che suona migliore del suo tempo, molto più ampio dell’asfittico orticello capelluto nel quale venne inserito a forza, forse abbacinati dall’equivoco dell’omaggio Reediano. Un disco, in definitiva, che forse avrebbe meritato ascolti più approfonditi e privi di pregiudizi. Metto una pezza ora, conscio di remare controvento.

Ah, per la cronaca: i De La Soul spaccarono il culo ai passeri, nel mio Primo Maggio. Ma anche Duffo, nonostante la band, se la cavò bene.

Michele Benetello

1983: The Art Of Falling Apart (Fiver #16.2018)


Mai amata l’estate, anzi l’avvicinarsi delle temperature estive portava con se ricordi poco avvincenti anche se rivelatori.
Faceva molto caldo in quell’estate del 1983 ma questo non smorzava il loro entusiasmo. C’era una serata epica da preparare. Un’epicità alla 4AD o più semplicemente un’insperata occasione di entrare in contatto con un mondo da sempre poco compreso. Non si sapevano ancora spiegare perché le due compagne di classe avessero accettato anzi, in un certo senso, avessero loro stesse incoraggiato la spedizione a quella improbabile serata.
Budrio, Puntacapo, Gaznevada. Galline da affrontare, balle di fieno da superare, nuvole di zanzare con cui battagliare per meritarsi il lercio dancefloor di provincia dove ondeggiare sulle note di I.C. Italian Love Affair (la premonitrice versione nostrana di pillole, brividi e mal di pancia? Madbudrio?) con le mani ben affondate nelle tasche e lo sguardo a fissare il linoleum, timidi poseur cittadini.

Mentre Script Of The Bridge girava incessantemente e infondeva loro coraggio e un pizzico di malinconia poco benaugurante i due affrontarono il primo grosso problema della serata, considerato che il loro gusto estetico poteva facilmente catalogarsi tra l’insulso e l’involontariamente esilarante. Abbigliamento consono alla serata. Fu scartata velocemente l’opzione Haircut 100 chè calzoncini corti e camicie colorate avrebbero potuto urtare la suscettibilità dei locali. Furono deposti velocemente, visto il caldo e la compagnia muliebre, i consueti camicioni neri da timidi ma convinti new wavers.

L’unica soluzione era Ivan l’inglese. Uno scarto di balera di nero vestito dal pesante accento pilastrino che erano abbastanza sicuri non avesse mai messo piede in terra d’Albione ma che aveva l’incommensurabile fortuna di avere una zia in qualche insignificante paesino del Regno Unito la quale ogni tanto, bontà sua, lo riforniva di libri, dischi e magliette. Merce da azzerare la salivazione a squattrinati wannabe ante litteram come noi che sognavano la Factory e supportavano orgogliosamente Garbo a Sanremo.
Ecco, Ivan non si fece pregare e srotolò sul lercio pavimento della sua officina alcune polo degne di essere impresse a posteriori sulla celluloide che ospitò le imprese di Ace Face e sodali in quel manifesto di stile e sostanza.
Risolto il problema se ne presentò uno risibile agli occhi di molti ma di vitale importanza ai loro.
La giusta sequenza di brani da far dipanare sulle strade padane strappando gridolini emozionati alla nostra prestigiosa compagnia o più prosaicamente le canzoni da imprimere sul nastro della loro Maxell 90.
Una prima facciata adatta a rompere il ghiaccio una volta prelevate le fanciulle e che rendesse il viaggio divertente e foriero di promesse future. Il dibattito fu acceso.. Bauhaus e Fall troppo? Sì, cazzo, troppo. Matt Johnson? Ok.

Una seconda parte notturna, confidenziale, una nebulosa a cui confessare i propri peccati subito prima di commetterne altri.

Nulla andò ovviamente come sperato. L’imbranataggine dei partecipanti di entrambi i sessi si tramutò in lunghi silenzi imbarazzati che neanche i Go Betweens o Billy Bragg riuscirono a dissipare fino al temuto, ma inevitabile, “non hai qualcosa di Venditti”?
Il concerto cominciò con un ritardo biblico a malapena contenuto dai nostri analcolici tiepidi e si svolse nell’amara constatazione che quanto stava accadendo davanti ai nostri occhi perplessi non era materia dei sogni nè nostra nè delle nostre annoiate accompagnatrici.
Curioso come i visi delle ragazze in questione si siano smaterializzati nel corso degli anni a guisa di Avengers e che l’unico vago ricordo che affiora ora ripropone una delle due fanciulle con le sembianze di Zinedine Zidane.
Il ritorno, silenzioso e veloce, ci consegnò alle nostre camerette con l’agrodolce consapevolezza di essere destinati ad una vita di malinconica ma orgogliosa militanza in una ristretta tribù di appartenenza.
Consapevolezza destinata a diventare granitica certezza negli anni a venire unitamente a quella, quando una delle due fanciulle la mattina seguente durante la ricreazione venne a sedersi sulle mie ginocchia sussurrandomi “me la fai una cassetta uno di questi giorni?” e diventando in breve la breaking news del nostro microcosmo, che dell’altra metà del cielo nulla era dato da capire e l’unica strada era rassegnarsi al sottostare dello scorrere degli eventi.

Massimiliano Bucchieri

I dischi che piacciono solo a me, credo #10

Be-Bop DeluxeModern Music (Harvest, 1976)

La prima volta che entrai in uno di quei negozietti dell’usato era il 14 ottobre 1989. Me lo ricordo perché me lo segnai subito – già sapevo che sarebbe arrivato Facebook, vedete? – ma soprattutto perché mi imbattei nella caccia più fruttuosa mai effettuata da essere umano. Quantomeno da essere umano ottuso e provinciale. Il negozio era tenuto dal solito singolare personaggio, simpatico quanto un gatto attaccato alle gonadi, pure un po’ borderline e logorroico (nel peggior senso della parola). Uno con una voce così irritante che ti avrebbe reso un inferno anche se si fosse messo a declamare i titoli di Revolver. Sono certo che ognuno di voi ha un personaggio così, nella propria Via Crucis vinilica. Ricordo che entrai senza alcuna particolare speranza, giusto per vedere i consueti 2 o 3 long playing dei Cheap Trick o dei Tangerine Dream, il solito umbratile sabato pomeriggio e i soliti dischi che all’epoca trovavi un po’ ovunque. Standa compresa (come sarebbe a dire: cos’è la Standa?). Come che sia cominciai a frugare tra gli scaffali, con il segugio sempre appresso, e sempre pronto a rispondere – ad ogni mia timida richiesta – che ‘no, quello non lo vendo’ e ‘no, nemmeno quello’, ma anche ‘eh, devo ancora prezzarlo, ripassa’ e pure ‘ci devo pensare’. Come potete evincere la confusione era alta sotto il suo cielo, e pure sotto il mio c’era un epocale giramento di coglioni. Indeciso se mandarlo platealmente a quel paese o uscire con l’aplomb di Tenzin Gyatso (per tutti gli altri: il Dalai Lama) feci un ultimo giro di prammatica, cercando di svicolare dalla marcatura di quel patetico ominide, venuto al mondo per mordermi i polpacci come il miglior Sebino Nela in sedicesimi.
E’ allora che la vidi.
Lì, sotto uno scaffale, invisibile a tutti ma non a me. Una scatola di cartone piena di 45 giri che – ne ero certo – mi avrebbe riservato delle sorprese. Scelsi l’opzione Tenzin Gyatso per chiedere al roccioso difensore se per caso potevo dare un’occhiata a quei 45 giri. ‘Certo, me li ha lasciati un ragazzo tempo addietro, non li vuole nessuno, vai pure’. Mi chinai e…

Avete idea cosa voglia dire vincere una Champions League al 94° segnando sotto la propria curva? O venir abbordati da Kylie Minogue nel proprio locale preferito, davanti a tutti gli amici? L’immortalità, tipo. Ecco. Moltiplicate per due(cento) e ci andrete vicino. Om Mani Padme Hum! Una cinquantina di 7” praticamente intonsi, titoli a 18 carati, tutta roba che mai avrei pensato di trovare in questa vita: tipo cristalleria Glass Records a me ignota (Where’s Lisse?; Ciaran Harte); minutaglia goth (i Leitmotiv, con la lettera del cantante all’interno). E poi ancora Friends Again, Diagram Bros, Soul On Ice, Zeitgeist, Leisure Process, The Room, Reality Control, Mikado, Play Dead, Religious Overdose, Wisemen, Revolving Paint Dream, Aura O’Neill, Fingerprintz, Philip and his Foetus Vibrations, Dream Unit e un sacco di altri singoletti fibrillosi. Tutta roba che suonava in gran parte misteriosa e che non potevo lasciare al primo infedele o – orrore! – a quel Gollum del proprietario. Ma era nulla dinanzi all’ultimo baluardo di quella scatola, al 45 giri che andava a chiudere la fila, il Sacro Graal dell’indie: ovvero i Legend di 73 in 83, Creation 001. Zero. Zero. Uno. Morning Glory! Ci vollero alcuni sospiri e un veloce ripasso di alcune tecniche yoga prima di riprendere il controllo della situazione. Mi girai con nonchalance e con la mia migliore faccia di cazzo, chiedendo al Beckenbauer nano quanto volesse per ‘quella roba polverosa’ (non fate inutili battute, la cosa era seria) e, mentre il Dalai Lama mi imponeva le mani sul capo lo sventurato rispose: ‘se li prendi tutti ti faccio 1.000 lire l’uno’. Kylie avrebbe dovuto attendere ancora un po’, pensai mentre mi alzavo con le giunture che cantavano ‘Osanna nell’alto dei cieli’.

Non era ancora finita però, sentivo che il pomeriggio – non quello esterno, ornato da un cielo plumbeo e poco caritatevole – era lungi dal terminare, non potevo ritrarmi proprio ora. Ringalluzzito da cotanta scoperta e desideroso di non dare a vedere la mia patetica ma epocale emozione, finsi di girare a vuoto ancora un po’, magari per accompagnare a cotanto bottino un paio di ellepi. Giusto per stemperare la tensione. Mi pareva d’essere in qualche Casinò di Las Vegas, quei posti dove – finché le carte o la roulette girano per il verso giusto – è sempre bene darci dentro. C’era un po’ di tutto in quel desolante negozio, eterogeneo zibaldone di suoni che oggi mi renderebbe felice assai, ma allora mi provocava solo confusione e polpastrelli indolenziti. Erano tempi di bulimia onnivora, desiderio di conoscenza magno e dai solchi disparati. Venni dunque colpito da una banda che conoscevo per vie traverse e soltanto per la carriera solista del loro leader: i Be-Bop Deluxe. Modern Music costava poco, pochissimo, infinitamente poco. Giaceva rinsecchito in mezzo ad una pletora di Dire Straits, Boston e Queen. Andava salvato. Scoprii solo dopo, una volta portatolo a casa in cotanta regale compagnia, come la banda fosse stata farina del sacco di quel Nelson (Bill, il fratello Ian – scomparso nel 2006 – avrà soltanto quattro secondi di notorietà con i Fiat Lux) che aveva portato quella strana congrega fuori dalle pastoie del progressive meno ‘petaloso’ pur tenendovi i piedi in mezzo ad un guado dove, nell’altra sponda, si soleva mormorare ci fosse del glam. Miscela strana, quella dei Be-Bop, De Luxe proprio. Anticipatrice dei Magazine come degli XTC (due band, guarda caso, che avranno John Leckie in cabina di regia, ovvero l’uomo che pose i polpastrelli in questa produzione).

…E come mi piacerebbe fare un resoconto parco e professionale, di quelli che ti spiegano con minuziose stalattiti di parole quanto siano stati difficili da incasellare i Be-Bop Deluxe (Pop? Rock? Prog? Art Rock? Glam? In quale vaschetta metterli?) e quanto importante seppur dimenticato quest’album. Per me ovviamente, visto che la critica seria ne ha sempre un po’ osteggiato le gesta. Ma non ce la faccio, ed è un mio grande cruccio e limite. Oltre che maxima colpa. Non ce la faccio perché, verso alcuni manufatti, vengo sempre colto da improvviso innalzamento d’entusiasmo, lo stesso che – oggi molto meno sovente, lo ammetto – mi fa comprendere come alcune porte della percezione (nel mio caso del pop) avessero le chiavi affidate a rincalzi buoni forse solo per qualche nota a piè di pagina di qualsiasi enciclopedia che si rispetti. Non troverete mai capitoli e stellette riguardo i Be-Bop Deluxe, e ancor meno sui Red Noise, effimera banda che Bill Nelson metterà in cantiere prima di dedicarsi ad una variegata e altalenante carriera solista che lo porterà ad avere almeno un lustro di visibilità prima di mille chiaroscuri professionali. Così come non ho mai trovato nessuno che me li citasse tra le proprie influenze, o me ne cantasse le gesta. Sembravano spariti, cancellati dalla storiografia pop di uso comune, quella sempre pronta ad innalzare elegie al primo pirla che passa. Dovrei spiegarvi anche il perché, mi sa.

Modern Music esce nel 1976, giusto l’attimo prima che l’esplosione punk risucchi l’aria, quell’infinitesimale istante in cui tutto si cristallizza e il passato non è ancora divenuto presente, figuriamoci No Future. Sfiora la Top Ten (numero 12 in Inghilterra) e ha una copertina che profuma di Only Ones ripuliti e vestiti a festa. Nelson si allaccia una cravatta grande come lo Yorkshire, indossa un gessato, una ‘sobria’ spilla a forma di missile che pare provenire dai Thunderbirds orna il bavero della giacca e – non è difficile immaginarlo – un Apple Watch ante litteram circonda il suo polso destro. Gli altri si accodano nella sobria eleganza da balera. Potrebbero essere un gruppo funky o la Average White Band in preda a bipolarismo da outfit. Hanno già un nome eccentrico, oscillante tra il cabaret e un volumetto Urania, lambiscono le terga dei Cockney Rebel ma vi aggiungono immaginaria sci-fi, chitarre fiammeggianti e vellutate, estetica da new romantics in nuce, svisate del peggior FM rock e un virtuosismo ormai superato ma persuasivo. Nelson è musico attento e parsimonioso, ha già sviluppato uno stile particolare (vi saranno David Sylvian e Yellow Magic Orchestra nel suo palmarès), uno stile pieno di effetti e riverberi che lo porterà dalle parti del Fripp meno inguinale così come del Ronson seduto in cattedra. A vederlo nei suoi anni giovanili (nel 1976 ne ha 28) sembra un Paul McCartney nel corpo di John Foxx, e pure la banda è uno strano agglomerato di azzimati freak dove svetta Charlie Tumahai al basso, sorta di Phil Lynott dalle ascendenze Maori. Sostituiva il dimissionario Paul Jeffreys, transumante proprio da quei Cockney Rebel di poc’anzi e vittima (assieme alla moglie) del disastro aereo di Lockerbie. E poi Simon Fox, batterista ‘extraordinaire’ che troverà asilo anche nei Pretty Things. Ultimo ma non ultimo Andrew Clark, tastierista tra i più ricercati tanto da finire a corte del Bowie di Scary Monsters, dei Tears For Fears di Sowing The Seeds Of Love e del Peter Gabriel di So. Strana congrega, nevvero? Ed è un mistero come Nelson, a dispetto delle sue capacità tecniche, sia sempre rimasto ai margini della discografia, talento eccentrico e sottovalutato, mestierante volutamente schivo e umbratile, un po’ come il suo contraltar vittoriano: ovvero Paul Roland. Come che sia il terzetto d’album che edificano la cattedrale (Axe Victim, Futurama e Sunburst Finish) oltre ad avere rimandi chitarristici (nei titoli) porgono (nei suoni) una miscela che qualcuno frettolosamente etichetta come prog, cassandone l’impeto, quando invece vi è un solido pentagramma di disagiato, periferico e futuristico pop rock da scuola d’arte che i Roxy Music avrebbero sdegnosamente rifiutato. Ci sono già tutti i Magazine, dentro i Be-Bop Deluxe, per dire (Secondhand Daylight non cade lontano da qui). Così come c’è il Bolan sornione, dei Mott The Hoople catartici e una spolverata – q.b. – di XTC. Proprio Moulding e Partridge devono essere stati alunni attenti, come si evince da alcune architetture sonore del formato canzone. Ma non è questa la sede per trovare paternità. Lo devi ascoltare Modern Music, tu – indietronico lalipunesco – devi abbeverarti alla fonte battesimale e solo dopo decidere se rifiutarne la chiesa. Non puoi farlo a priori, genuflesso nel tuo orticello bio pieno di esangui mascherine lo-fi. Devi apprezzarne la ricchezza degli schemi, la tramatura delle partiture, l’organza chitarristica, i ricami sì virtuosistici ma scevri da Onan sebbene alcuni titoli vi vadano pericolosamente vicino, specchiandosi nell’acqua.

Già dall’iniziale Orphans of Babylon si evince come i Cockney Rebel siano fratelli separati alla nascita. Un retrogusto glam e visioni lungimiranti della pop wave sui blocchi di partenza, in osmosi. Ma è Twilight Capers ad inventare letteralmente i Muse e dare un ritorno al futuro a gran parte della musica pop dei cinque lustri a venire. Dimenticate il prog comunemente inteso, qui si avverte il Bowie di Hunky Dory e gli scarti armonici degli XTC ma con una visione futuristica che si fa scuola nella coda finale. Kiss Of Light svicola in un sapiente pop rock melodico; The Bird Charmer’s Destiny è la loro Stairway To Heaven o – in alternanza – la loro Sebastian. E ancora The Gold At The End Of My Rainbow, dove Nelson si supera in una performance alle sei corde che odora di Frampton e Lennon; sottofondo perfetto per limoni duri. Bring Back The Spark è Jerry Lee Lewis che s’appresta al Bolan Boogie assieme a Sir Elton Hercules John (per i non millennials: Elton John). Tre minuti e mezzo di anni settanta come se piovesse, con un indiavolato finale pieno di fuochi d’artificio ai marshmallows. La title track viaggia su binari rassicuranti, ballata senza tempo glassata da ricami chitarristici che poco o nulla aggiungono alla statura del disco. Che non è ancora finito.

Adesso viene il bello, infatti: Dancing In The Moonlight ad esempio, roba da Fm americane, ma quelle che sanno di inseguimenti e spari finti e stazioni di servizio alla Russ Meyer, quelle che corri in auto sospinto dalla carica delle sei corde e ti immagini una vita diversa, magari spericolata. Di quelle vite fatte così, con la Gibson ES-345 al collo. Sfuma su Honeymoon On Mars e – se ci fosse un Dio giusto e saggio e non un carattere stampato in font 12 su qualche breviario – sarebbe la nostra Hotel California suonata durante un matrimonio vichingo. Lost in the Neon World ha la statura dell’intermezzo di lusso (l’ellepi ne è guarnito, ecco spiegate le 15 tracce). Dance Of The Uncle Sam Humanoids comincia come la sigla di Love Boat o un qualsiasi blaxpoitation prima di virare in un funk apolide che vi dovrebbe far venire voglia di gettare Ummagumma nei rifiuti e sprofondarvi in un petting spinto su qualche divano buio. Forbidden Lovers è (ma non ci si crede) un punk funk che si fa Todd Rundgren mentre Down On Terminal Street e Make The Music Magic aiutano il Moloko Plus che è in voi. Soprattutto quest’ultima, Balearica ancor prima che i dentisti scoprissero Ibiza (cit. Loredana Bertè).

 

Scoprii solo dopo molto tempo, tramite certosine ricerche e bolle di pazienza immani, che Modern Music non era il pezzo più pregiato di catalogo. Per quello dovreste rivolgervi al miracoloso Drastic Plastic (di due anni successivo) dove, con un deciso cambio di rotta, Nelson e sodali ricameranno l’abbecedario del pop sintetico pronto a scoppiare in Albione prima di chiudere per sempre l’avventura. E sarebbe proprio quest’ultimo il disco da avere in casa, nello scaffale degli intoccabili, dovessimo seguire la ragione e l’oggettività (manufatto bellissimo, tra l’altro). Ma eccolo il mio cruccio e limite richiamato a gran voce ad inizio di disquisizione: se fate ciò che andrebbe fatto a Modern Music ci potreste arrivare solo in seconda battuta. Una scelta Drastic(a) quindi, ma si può sbagliare benissimo da soli. Lo feci anche io, tornando a più riprese al cospetto del Beckenbauer nano, in cerca del Nelson solista e di altre inconsapevoli illuminazioni. Trovai solo il 12” di Acceleration, ma è sulle note di Modern Music che prese vita, quel 14 ottobre 1989, la caccia all’Ammiraglio Nelson. Non ho ancora deposto il fucile.

Michele Benetello