Loser. (Fiver # 19.2017)

Quel che segue è lo scheletro di una lunga mail che un vecchio amico mi ha inviato qualche settimana fa.
Mi ha colpito perché è un’analisi piuttosto spietata di situazioni che conosco bene.
Pubblico con il suo permesso mantenendo inalterato il senso e dopo averne rielaborato la forma.
Le canzoni le ho scelte io, ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

Scott Kannberg / Gary Young / Stephen Malkmus

Raramente mi è successo di riconoscermi in una band rock come mi è capitato di identificarmi con i Pavement ai tempi in cui questi erano in vita, praticamente lungo tutto il corso degli anni ’90. Tanto che se affermassi che i Pavement sono stati i miei anni ’90 probabilmente non andrei molto lontano dalla realtà. Il processo di immedesimazione con loro fu istantaneo e non solo dal punta di vista dell’affinità musicale. Certo, una canzone come Summer Babe contribuì a indirizzare immediatamente tutta la faccenda sul binario giusto, ma poi la questione con loro acquistò in breve profondità e specificità del tutto peculiari.

Stephen Malkmus & the Jicks “Summer Babe

In pochissimo tempo i Pavement diventarono me e io divenni loro. E come me una piccola ma significativa parte dei miei amici. Eravamo la generazione x con la modalità slacker sempre attiva, i libri di Douglas Coupland citati a memoria come le battute dei film di Kevin Smith e la costante sensazione che pur avendo a disposizione molto saremmo comunque riusciti a sprecare tutto. Il nostro bagaglio di cultura superiore alla media, quel determinato livello di intelligenza in grado di decifrare più o meno qualunque situazione, il portafoglio (nostro o dei genitori, poco importa) sufficiente a spesare sfizi e vizi, non molti a dire il vero. E una quantità di stile che immodestamente – ne eravamo certi – sovrastava quello della maggior parte delle persone che conoscevamo: I’ve got style, miles and miles / so much style that it’s wasted.

Pavement “Frontwards

Ci trovammo ad essere la prima generazione nella storia recente che pur essendo dotata di tutti i mezzi e gli strumenti di base necessari per essere vincente scelse per sé con consapevolezza, cinismo e una certa dose di sconsideratezza, il ruolo di perdente. Loser. con tanto di punto finale, proprio come la scritta stampata su quella maglietta della Sub Pop che non a caso divenne un simbolo di quegli anni e che qualcun altro trasformò in inno, per l’appunto generazionale: I’m a loser baby, so why don’t you kill me?

Beck “Loser

Non a caso però la frase che meglio di tutte descriveva la situazione, quella che più citavo e più sentivo citare in quegli anni e che ancora oggi mi perseguita, stava all’inizio di una delle più belle canzoni dei Pavement, una delle più belle canzoni tra le più belle canzoni che ingombrano un angolo del mio cuore: I was dressed for success / But success it never comes / And I’m the only one who laughs / At your jokes when they are so bad / And your jokes are always bad.

Pavement “Here

Ripudiavamo l’idea di avere successo, o anche solo di riuscire a combinare qualcosa, non per un qualche stoico e saldo principio morale, quanto piuttosto motivati dal timore che tanto a un certo punto saremmo stati comunque respinti. Ci convincevamo che le cose in cui eravamo bravi, ma bravi sul serio, non avevano alcuna applicazione pratica, convinzione invero piuttosto aderente alla realtà dei fatti, e così ci impegnavamo a fabbricare sconfitte fasulle per evitare un domani di trovarsi fallimenti reali sulla porta di casa.
Non degli eroi romantici quindi, quanto persone scientemente decise a farsi da parte senza lottare, a lasciarsi vivere anziché vivere, facendo si che tutto potesse scivolare via senza scalfire la superficie nella convinzione che non esiste alcuna ragione perché le cose avvengano: accadono e basta, senza vi sia il bisogno che venga presa una qualunque decisione. Perché tanto se devono accadere vedrai che accadranno comunque e altrimenti pazienza, vuol dire che non era destino.
Assistevamo così allo spettacolo della nostra vita come fossimo spettatori esterni e neutrali, senza intervenire. Un fatalismo che qualche volta ci ha facilitato l’esistenza ma molto più spesso ce l’ha peggiorata, agendo come si trattasse di un limitatore di velocità atto a scongiurare sbandate ma anche idoneo a non consentire il pieno sfruttamento del potenziale. Il nostro potenziale.
Ci siamo lasciati scorrere addosso cose e persone invece di afferrarle o respingerle con decisione in cambio di poter godere di quella manciata di occasioni in cui tutto avviene naturalmente e senza alcuno sforzo, fallendo così per inerzia e inazione una serie infinita di opportunità interessanti.
L’atteggiamento di fair play emotivo che abbiamo sempre mantenuto è stato senza alcun dubbio fallimentare: in fondo sapevamo bene che le cose vanno a chi le vuole sul serio e lotta per averle, con ogni mezzo necessario.
Salvo poi lamentarci per non averle ottenute quelle cose, anziché starcene tranquilli nella consapevolezza che eravamo malati. Malati di inerzia.

Spiral Stairs “Emoshuns

Nei Pavement Scott Kannberg era l’alter ego di Stephen Malkmus. La prima volta che lo vidi suonare da solo dopo lo scioglimento della band se ne stava seduto su una sedia al centro della piccola sala di un bar di San Francisco. Era l’inizio del 2003 e allora stavamo tutti meglio, sia io che i miei amici le cui vite sono state così simili ai Pavement e alle loro canzoni. A un certo punto partì con una cover, senza annunciare di cosa si trattasse. La riconobbi immediatamente e mi emozionai fin quasi alle lacrime perché era una di quelle canzoni che hanno segnato indelebilmente un certo periodo della mia vita e pensavo a distanza di tanto tempo dalla sua uscita che in qualche modo fosse una canzone solo mia. Si trattava di Golden Brown degli Stranglers e stava in un disco che ho amato moltissimo: La Folie. Tanto per dire delle affinità, vere o presunte.
Da poco è uscito il nuovo album di Kannberg e dentro c’è un pezzo che ha tutte le caratteristiche per diventare una delle mie canzoni del cuore. E infatti lo è già diventata.
Prima di sfumare in un finale disarmante ripete più volte una frase molto semplice: I’m going forward / I’m moving backward. Parole che dicono niente e dicono tutto, dipende da chi è la persona che le pronuncia e dallo stato d’animo di chi la ascolta.

Scott Kannberg aka Spiral Stairs suonerà al Freakout di Bologna il 26 settembre e all’Ohibo’ di Milano il 27.

Arturo Compagnoni

We’re younger than clouds (Fiver #18.2017)

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The New Year

Se qualcuno mi avesse detto, non so, tipo quattro anni fa che nel 2017 uno dei miei album preferiti sarebbe stato un nuovo disco degli Slowdive mi sarei fatto una bella risata e avrei archiviato il tutto alla voce droghe sbagliate. Ma i miracoli accadono, del resto anche l’Internazionale di Milano ha vinto un triplete.
Non sono mai stato un fan del gruppo, tra l’altro, non come nel caso dei neroazzurri stellati milanesi. Li ho seguiti all’inizio della carriera perché i loro dischi uscivano su Creation che era un marchio di fabbrica imprescindibile. Anche se, va detto, quella Creation era ormai alla deriva, travolta dai debiti, dalle droghe e da un gioco che si era fatto troppo grande per quel paio di teppistelli della periferia di Glasgow. Gli Slowdive volevano essere una cosa a metà tra Cocteau Twins, My Bloody Valentine e Brian Eno e si ritrovarono invece stritolati da chi voleva farne delle icone indie. I tre album usciti all’epoca li ho dimenticati in fretta, allineato a quello che era il sentimento prevalente dell’epoca. Il mood che circondava la band era talmente negativo che finì per travolgere anche le indiscutibili cose positive della loro discografia.
Il pensiero che talvolta possano servire 22 anni per mettere a fuoco un’idea non mi dispiace affatto, però. E che talvolta la vita ti conceda una seconda occasione. Perché indiscutibilmente i nuovi Slowdive suonano meglio di quanto abbiano mai fatto in passato. Magari ha a che fare anche con la predisposizione personale, con il fatto che queste nuove sembrano più “canzoni”, più pop per di più, che non fa mai male per quanto mi riguarda.
Questa storia del ritorno degli Slowdive assume proprio i contorni della favola a lieto fine, insomma. La caduta, il ritorno, la seconda possibilità ed un pizzico di redenzione. Manco fosse una sceneggiatura di una qualsiasi commedia non troppo sofisticata. Arrivati ad un certo punto è ancora più bello crederci…

SLOWDIVE – Sugar for the Pill

Neil Halstead è un cazzo di genio. Su questo non ci sono dubbi. Lo ha dimostrato anche lontano dalla band, con i suoi altri progetti nel corso degli anni. Da Mojave 3 ai dischi che portano il suo nome fino a quella piccola meraviglia di album targato Black Hearted Brother, uno dei dischi più sottovalutati dell’ultimo lustro.
Il suono è ormai un classico, riconoscibile a distanza, narcotico, stratificato ma allo stesso tempo privo di pretenziosità. Un miracolo, come si diceva più sopra. Se non intero mezzo di sicuro.

GIRLPOOL – Fast Dust

Nonostante la batteria, gli arrangiamenti più sofisticati, la struttura delle canzoni che appena appena si allontanano dalla basica formula chitarra-basso-voce, nonostante tutto questo l’impatto emozionale delle losangeline Girlpool rimane il punto di forza del gruppo. Quindi vanno ascoltate nel momento giusto e con un attimo di attenzione. Non è roba da accendere e tenere in sottofondo facendo i piatti la sera. Meritano un piccolo investimento di tempo, insomma. Il disco (tutto) è bello, bello, bello.

LOST BALLOONS – Numb

Considerata la rotazione mi tocca in sorte il Fiver più o meno una volta al mese. Scegliere cinque canzoni non è un problema, anzi solitamente ne ho almeno il doppio pronte per finire su queste pagine. Non questa volta però. Ho passato qualche giorno a sfogliare la margherita dei miei ascolti preferiti delle ultime settimane e mi fermavo sui soliti nomi: Conor Oberst (no, ancora!!) LCD Soundsystem (bruciati da Massi, settimana scorsa), Alex G (bruciati, pure loro) e un’altra marea di roba che non mi convince per niente o che non mi ispira nemmeno il solito paio di semplici righe.
In questi rari casi finisce che mi attacco al computer alla ricerca di un minimo d’ispirazione. Qualcosa di buono si trova sempre e alla fine è un buon modo per tenersi aggiornati. Questa canzone, per esempio, si apre come un brano dei Big Star e poi ci si ritrova tra le mani una meraviglia degna dei migliori Teenage Fanclub. Si tratta di un texano (Jeff Burke, già con i Radioactivity) e di un giapponese (Yusuke Okada) già attivi nella scena punk-garage dei rispettivi paesi. Gioiello vero, altrochè!!

MAC DEMARCO – My Old Man

Mac DeMarco ha tirato fuori il disco che non ti aspetteresti. Quantomeno se hai avuto la fortuna di vederlo dal vivo, dove fatica a stare dietro a se stesso e al suo cazzeggio oltre le righe. Non ti aspetteresti insomma un disco rilassato, semplice nella forma quanto nella sostanza. Anzi sorprende proprio il tono malinconico, come se fosse il primo disco di una prolungata post-adolescenza. Manco si fosse accorto tutto di un colpo che la giovinezza è terminata e il futuro ha la forma di un carico da novanta che ti piomba di colpo sulle spalle. Una consolazione che tutto questo sia il pretesto per scrivere canzoni come questa, in fondo.

THE NEW YEAR – Recent Hystory

Sono passati quasi 10 anni e non ce ne siamo accorti. Poi si fa partire un brano così, in cuffia magari, e ci si accorge di quanto ci siano mancati.  La stessa sensazione che si prova ad incrociare un vecchio amico dopo tanto tempo (e non è un caso che di questa canzone ne abbia già parlato Massimiliano su queste pagine). Il primo secondo di imbarazzo serve solitamente per rendersi conto che nulla è cambiato e che nulla potrà mai cambiare. Questi sono i suoni, l’attitudine, lo spirito che mi fanno sentire bene. Coperto, allineato, al sicuro. Il mio mondo indiscutibilmente.

CESARE LORENZI

I did my best (Fiver # 17.2017)


Tra pochi giorni si terrà la terza edizione del No Glucose Festival.
Un evento che parte dal basso, possibile solo per l’entusiasmo di un pugno di ragazzi accomunati da entusiasmo e cose da dire. Da dire forte, da dire ora.
Suoneranno tanti gruppi, i formidabili danesi Yung, per fare un nome, ma anche molti altri. Tutti imperdibili. Una piccola/grande cosa che racchiude al suo interno un mondo. L’unico possibile oggi. Una bussola per il sottoscritto che con i festival ha avuto trascorsi connotati dai tipici stati d’animo di una lunga storia: amore, entusiasmo, indifferenza, incomprensione.
In un periodo della mia vita, ora abbastanza lontano, ho amato molto andare ai Festival. Ricordo in modo abbastanza preciso un momento. Il primo giorno del Reading Festival 1991. Ero in attesa di assistere a concerti di Nirvana, Teenage Fanclub, Sonic Youth, Dinosaur Jr, Fall. Erba verde scintillante, cielo grigio plumbeo e odore di pesce fritto d’ordinanza. L’eccitazione e la felicità erano difficilmente contenibili.
La percezione di essere nel centro del mondo. Il tuo mondo, ok. Ma la sensazione comunque inebriante di essere nel posto a cui ti sentivi di appartenere. Come a smorzare questo entusiasmo un ragazzo additò la mia maglietta di Shift-Work e mi chiese, corrugando la fronte dopo aver intuito la mia condizione di forestiero: “How can you possibly understand The Fall?” La mia risposta fu un disarmante e disarmato “I do my best, mate”.
Con il passare degli anni andare ai grandi festival è diventato sempre meno entusiasmante e più faticoso e ho cominciato a scegliere situazioni più comode e consone, monitorando la situazione da lontano, ma capendone sempre di meno i mutamenti come mi succede con molti altri aspetti della vita in generale.
Il Coachella Festival, per esempio, è diventato con gli anni un evento con il quale, giusto o sbagliato, bisogna fare i conti. Quest’ anno se ne è parlato molto, troppo. Polemiche che hanno coinvolto Kate Bush, Radiohead, Ezra Furman, Downtown Boys. Questi ultimi, senza mezzi termini, hanno accusato Philip Anschutz, l’organizzatore del festival, di essere un sessista che ha effettuato grosse donazioni a favore di organizzazioni che combattono le associazioni lesbo/omossessuali negli States.
Ovviamente il recinto dei social ha ridotto tutto al solito, stomachevole minimo comun denominatore…“Si vabbè comunque ci hanno suonato a quegli eventi”… “però i soldi li hanno presi” …
Premesso che i Downtown Boys hanno dichiarato di voler donare gran parte del loro ingaggio alle stesse associazioni osteggiate da Anschutz, è dai tempi del passaggio alla Cbs dei Clash che si dibatte se sia più efficace combattere il mercato dall’interno o dall’esterno. Anche se il mercato come lo conoscevamo non esiste più.
Domande senza risposta ovviamente ma, soprattutto, se vuoi combattere (chi, noi?.. risata fragorosa) dall’interno, o dall’esterno, il nemico devi prima cercare di conoscerlo. Così ho provato, grazie allo streaming dei tre palchi e seguendo i commenti in tempo reale, di organizzarmi e vivere una mia personalissima e scalcinata Coachella Experience.
La prima sensazione netta è che il pubblico sembra formato quasi interamente da comparse fuoriuscite dal set di Zoolander.
You tube è letteralmente intasato di video di ragazzi che si preparano per andare al Coachella. Giovani, carini e.. molto attenti al numero dei followers. La seconda è che un terzo dei gruppi in cartellone non li ho mai sentiti nominare. I gruppi che più conosco ed apprezzo (gente come Preoccupations, Pond, Mitski, Car Seat Headrest) sono confinati tutti in orari antimeridiani sotto tende, immagino afose, davanti a poche decine (letteralmente) di spettatori.
In qualche momento dobbiamo aver combattuto una guerra ed evidentemente l’abbiamo persa rovinosamente…
Con il calare della sera arrivano i nomi grossi. Lasciando perdere la grande componente dance/elettronica ormai digerita e le star pop, come in un test psichiatrico vengo messo di fronte alle mie paure più profonde. Kendrick Lamarr prende la scena. Da solo. Davanti ad una platea oceanica. Declamando versi su basi che mandano in visibilio i presenti. Ed il giorno dopo molti critici.
Il mio caso, psichiatricamente parlando, credo si possa etichettare semplicisticamente come il “paradosso Ikea”. Dove il mobile Ikea sono gli artisti Urban/Hip Hop o come diavolo vogliamo chiamarli, e io sono lì intento a montarli. A decifrarli.
Le istruzioni le avrei anche. Ma sono in svedese.
Mi trovo di fronte a qualcosa di incomprensibile. Osservo da un angolo folle di appassionati andare in visibilio. Evidentemente munite di istruzioni nella loro lingua.
La sensazione che mi resta è quella che il mio mondo non esiste più. Rimpiazzato da attori, linguaggi e spettatori completamente diversi.
How can you possibly understand it?
Non mi sento più al centro. Non mi sento neanche in periferia. Mi sento come dietro ad un vetro e dentro tutti gli altri si divertono dandosi grandi pacche sulle spalle. E, onestamente, non credo neanche di avere tutta questa voglia di entrare.
Sprofondo nella poltrona, stacco lo streaming e ricontrollo le date del No Glucose.

Yung – Nostalgia

Lcd Soundsystem – Call The Police

Pochi giorni fa c’è stato un terribile incidente davanti casa mia. Le autorità hanno coperto i poveri resti della vittima. Sono stati fermati i mezzi pubblici. La gente si è riversata per strada. Un ragazzo poco distante da me si è fatto un selfie. Con la scena dell’incidente. Siamo talmente abituati a non vivere più la nostra realtà ma a farcela raccontare da uno schermo che quando un evento reale ci accade “addosso” non sappiamo più come affrontarlo. Chi ti ha ridotto cosi miserabileimbecillechetiscattiunselfiedavantiauncadavere? Chi ci ha ridotto cosi? L’unica soluzione possibile è chiudersi la porta di casa dietro le spalle e buttarsi in mezzo ad un gruppo di amici per guardarsi in faccia. Riprendere contatto con la realtà. James Murphy non è un mio amico ma quando ci regala questi pezzi epici che ti fanno illudere di essere destinato a vivere grandi momenti, con una chitarra rubata a Heroes e il solito testo da chiamata alle armi generazionale è come se lo fosse.

Palm – Walkie Talkie

Arturo una volta sentenziò una cosa che mi fece molto ridere. “La musica che ascoltiamo noi è impossibile da canticchiare mentre ti fai la barba. A meno che non ti voglia ridurre la faccia ad una maschera di sangue.” Mi è tornata in mente mentre ascoltavo gli incastri impossibili di Walkie Talkie. Palm, freaky art rockers da Philadelphia. Strutture escheriane che rimbalzano impazzite contro pareti melodiche. Non vuol dire un cazzo? Poco importa. Questo è un pezzo pazzesco, da farci girare con la faccia insanguinata per un bel po’.

Ulrika Spacek – Full Of Men

È lecito aspettarsi belle cose da Modern English Decoration, l’imminente  nuovo album della band inglese intitolata ad Ulrika Meinhof e Sissy Spacek. Non so se è un’impressione strettamente personale ma l’atmosfera di malinconia sospesa di Full Of Men con tanto di magnetica coda melodica mi rimanda ogni volta istintivamente a quelle di Isolation Culture, eccellente album dei “nostri” His Clancyness. Un grosso complimento, cari US.

The Vacant Lots – Pleasure & Pain

Alla fine è sempre la solita fottuta canzone. Dalle dissonanze dei Jesus And Mary Chain ai vortici degli Spiritualized, alla chitarra strappata dei Wedding Present. Jared Artaud è un intrattabile bastardo con tutte le amicizie giuste, Anton Newcombe, Alan Vega… Endless Night è il nuovo album e contiene l’ultima collaborazione di Vega oltre ad altri ipnotismi irresistibili. Drowned in sound gli ha dato 1. Ottimo. Sì, è sempre la solita fottuta canzone. È che proprio non possiamo farne a meno.

Massimiliano Bucchieri

We Are All Bourgeois Now (Fiver # 16.2017)

Il matrimonio è stato messo a repentaglio dall’amore. Dopo il romanticismo è diventato inevitabile unirsi in matrimonio per amore e scioglierlo se l’amore non c’era più. Quando l’amore non c’era affatto, il matrimonio non perdeva nulla per strada, semmai acquisiva qualcosa attraverso la consuetudine e la dimestichezza. Il matrimonio è la tomba dell’amore solo nel caso vi sia qualcosa da uccidere, altrimenti prevale in esso un aspetto funzionale, pratico, sociale, protettivo, procreativo. Ecco perché è esemplare del modello di vita borghese: in esso agisce fortissima l’aspirazione al riconoscimento. Dunque si potrebbe invertire il detto: l’amore è la tomba del matrimonio”.
La scuola cattolica (Edoardo Albinati)

Il pensiero qui sopra l’ho trovato in mezzo alle 1.294 pagine del tomo che ho deciso di affrontare dopo aver letto da qualche parte una recensione in cui si diceva che il libro contiene la migliore lingua italiana narrativa in circolazione ed è un epitaffio toccante ma non malinconico alla borghesia romana: registra i tempi e il cuore della vita borghese prima che si estingua. Bella definizione; anche abbastanza fedele a quello che effettivamente sono la forma e il contenuto del romanzo.
Sono sostanzialmente d’accordo con l’analisi del rapporto tra matrimonio e amore formulata dall’autore, anche se non vorrei esserlo. Mi piacerebbe non esserlo.
In ogni caso non è di questo libro che volevo scrivere. Intendevo piuttosto buttar giù due cose riguardo la notizia che sta per uscire il primo album solista di Peter Perrett, un tempo chitarra e voce degli Only Ones.
Ma alla fine anche il matrimonio ha a che fare con la storia che viene fuori qui sotto, quindi va bene così.

Another Girl Another Planet degli Only Ones è una delle mie canzoni preferite. Non intendo uno dei miei ascolti favoriti di questi giorni, della settimana o della stagione, ma una delle canzoni che in assoluto mi piacciono di più tra tutte quelle che conosco. Tipo Teenage Kicks degli Undertones o Making Plans for Nigel degli XTC per dirne due. Per questo mi sorprende pensare quanto poco tempo della mia vita io abbia trascorso ad ascoltare le canzoni degli Only Ones, Another Girl Another Planet a parte si intende. Perché gli Only Ones sono stati comunque un’ottima band, Another Girl Another Planet a parte.
Non ricordo nemmeno più quando è stata l’ultima volta che ho tirato fuori uno dei loro tre album con l’intenzione di metterlo sul piatto e ascoltarlo per intero. Direi che sono passati almeno 10 anni, probabilmente di più. Ma anche prima, quando la loro presenza era più vicina all’attualità, li ho ascoltati poco e i loro dischi non li conosco bene quanto dovrei. Anche quando l’altro giorno ho infilato nel lettore della macchina la vecchia copia in cd di The Immortal Story, la raccolta che comperai ad una bancarella di Camden tanti anni fa, l’ho fatto per un motivo preciso piuttosto che per il semplice piacere di ascoltarla: avevo appunto appena letto la notizia che il loro cantante, Peter Perrett, avrebbe pubblicato a breve il suo primo disco solista e per l’occasione volevo dare una rinfrescata alla mia claudicante memoria.
Non appena è partita la musica mi sono reso conto di quanto poco ricordassi quelle canzoni e mentre le ascoltavo ho anche capito, senza la necessità di ricorrere a ragionamenti particolarmente profondi, il perché mi fossi così poco interessato a loro nei miei 30 anni abbondanti di ascolto compulsivo di ogni genere di band e di ogni tipo di disco. Alle mie orecchie gli Only Ones all’epoca dovevano suonare in maniera dannatamente classica, per come io intendo la classicità, assorbendo elementi del passato (Velvet Underground, Modern Lovers, il Lou Reed solista cui la voce di Perrett somiglia assai) e al tempo stesso anticipando pezzi del futuro (R.E.M. e Replacements su tutti). Gruppi americani, gruppi che a me piacciono molto. Solo che allora, all’epoca degli Only Ones, la classicità a me annoiava terribilmente e i gruppi americani interessavano molto meno di quelli inglesi. Dunque li misi da parte e in seguito non mi preoccupai di trovare il tempo per imparare a conoscerli meglio.

Gli Only Ones sono stati un gruppo fuori tempo, venuti al mondo troppo presto o troppo tardi fate voi, in ogni caso nati in un contesto di cambiamento – il punk inglese del ’77 – che relativamente poco aveva a che fare con loro, con quegli assoli di chitarra più vicini ad un qualunque disco di Neil Young che all’impulsivo minimalismo sghembo e violento dei loro coetanei e concittadini Clash e Sex Pistols.
Erano ragazzi calati in un ruolo – quello del perdente che trova la propria ragione di vita nel continuo rimbalzo tra la cruna dell’ago di una siringa imbottita di eroina e le braccia di una donna sbagliata – che quando ti capita in sorte è meglio ti rassegni perché l’unico sbocco possibile è quello di perdersi alla deriva, artisticamente e personalmente.
Che poi in realtà anche questi due aspetti – donne e droghe – che hanno segnato la vita dei singoli membri della band come della band nel suo indistinto insieme, sono in parte frutto di equivoci e contraddizioni. Proprio a partire da quella canzone, Another Girl Another Planet, il loro secondo singolo, interpretato dal pubblico dell’epoca come un insano tributo alla dipendenza dagli stupefacenti, mentre invece pare si trattasse più banalmente di una canzone dedicata a una ragazza.

I always flirt with Death / I look ill but I don’t care about it
I can face your threats / And stand up straight and tall and shout about it
I think I’m on another world with you / With you
I’m on another planet with you / With you

Equivoci e contraddizioni quelle in capo agli Only Ones, che convergono anche nel privato, considerato il fatto che Peter Albert Neil Perrett, cantante e immagine pubblica della band, uno che le femmine le aveva tatuate nel cervello prima ancora che nel cuore, nella sua vita si è in definitiva accompagnato con una sola donna, quella che ha sposato un paio di anni fa dopo esserne stato fidanzato per tutta la vita.
E se trovo piuttosto incredibile che gli Only Ones siano oggi ancora tutti al mondo, considerando lo stile di vita da cui hanno deciso di farsi accompagnare in tutti questi anni, trovo ancora più bizzarra la circostanza che la famiglia Perrett – probabilmente proprio in quanto modello di cui si può dir tutto fuorché definirlo borghese, per tornare al pensiero del libro che ha aperto questo Fiver – potrebbe, anzi dovrebbe, essere presa ad esempio come modello su cui disegnare la sagoma di un ipotetico family day di noialtri, esempio di stralunata eppure solida stabilità.
Peter e Zena entrambi affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva, che non so cosa sia ma non suona per niente bene, risultato di decenni passati ad inalare eroina e crack e i loro figli Jamie e Peter jr. piazzati a suonare chitarra e basso nel disco del padre, How the West Won in uscita per Domino il prossimo 30 giugno.
Una famiglia anche questa, una famiglia migliore di tante altre, dopotutto.

Real Estate “Diamond Eyes

Non sono mai stato un grande fan dei Real Estate eppure ho tutti i loro dischi. Sono uno di quei gruppi che hai l’impressione possano sempre piazzare la zampata vincente ma poi non lo fanno mai, mi pare girino attorno alle canzoni senza mai arrivare al punto. Eppure i loro dischi alla fine mi scaldano sempre qualche punto che non so bene individuare da qualche parte che non so bene dov’è.
Soprattutto quando suonano così.

B Boys “Energy

L’ep che fecero uscire lo scorso anno non è che mi convinse granchè. Questa canzone invece si. Mi ricorda gli Holograms: frenetici, ritmati e diretti. Finalmente un nuovo gruppo Captured Tracks che potrebbe tornare a interessarmi.

Waxahatchee “Silver

Loro per ora non hanno sbagliato un disco, le premesse per un altro centro ci sono tutte.
Il nuovo album si intitolerà Out in the Storm e uscirà il 14 luglio per Merge. Poi a settembre arriveranno in Italia per farci vedere anche cosa sono capaci di fare sopra a un palco.

Arturo Compagnoni

Facts of life (Fiver # 15.2017)

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Tashaki Miyaki

Pink Flag compie 40 anni quest’anno, a quanto pare. Pink Flag è il debutto degli Wire ed è il mio disco punk preferito di sempre.
A dire il vero nessuno lo reputa davvero un disco punk e spesso gli si appiccica davanti un post.
Punk che si trasforma in post-punk che non si sa bene cosa voglia dire ma intanto ci si mette in pace con la coscienza. Come se bisognasse riconoscere una diversità di fondo, non sapere bene di cosa si tratti e utilizzare una formula che tolga dai guai.
La verità è che gli Wire sono sempre stati un’entità a sé stante. Degli stilemi del punk inglese dell’epoca alla fin fine utilizzavano ben poco. Sì, i riff secchi di chitarra, sì, la brevità delle canzoni ma anche no, allo slogan facilone e no, al nichilismo del no future.screenshot-i.ytimg.com 2017-04-07 11-52-12
Penso che certi album diventino i propri dischi preferiti ad un certo punto perché nasce un processo di immedesimazione. Non riuscivo ad immaginarmi con una spilla da balia infilata nella guancia, per dire. Il mio era punk da cameretta modesta, famiglia operaia con tenore di vita piccolo borghese. Provincia vera, in più. La Londra di Brixton era una roba che facevo fatica anche ad immaginare. Il mio punk era qualche amico che mi girava un disco dei Ramones pensando che si trattasse di heavy metal. La prima volta che ho ascoltato Pink Flag avevo 20 anni e il disco era uscito dieci anni prima. In quel lasso di tempo i Minor Threat avevano suonato 12XU in un disco che divenne seminale (la prima compilation targata Dischord) e tutti pensavano che fosse roba loro. Gli Wire non erano un gruppo punk ma insomma ci sono andati dannatamente vicino e Ian MacKaye e compagni hanno contribuito a tenere vivo l’equivoco.
Con loro il processo di identificazione era completo, fin dal look. Jeans e camicia. Nessun vezzo da rockstar, nessuna divisa d’ordinanza. Quattro splendide facce rubate ad un qualsiasi pub di periferia.
I miei dischi, i miei gruppi, mi rendo conto che sono sempre stati roba di confine, contorni poco definiti, a cavallo dei generi. In questo senso Pink Flag è un vero album di identità sfumata, difficilmente catalogabile, understatement come parola d’ordine.
Non so, mi lascia davvero perplesso ascoltare Pink Flag e farmelo piacere ancora. Dopo 30 anni dalla prima volta. Ho il dubbio che non sia una questione di qualità della musica, o della bellezza delle canzoni. Mi chiedo se sia normale farsi piacere la stessa musica che si amava a vent’anni. Non sono più quello che ero, penso. O forse ho il terrore di confessare, prima di tutto a me stesso, che invece trent’anni sono trascorsi invano e le stesse canzoni di sempre continuano inesorabili a girare sul piatto, come se si trattasse di una metafora di quello che ho vissuto: l’illusione di muoversi in avanti e ritrovarsi invece a girare costantemente in tondo.
Nel frattempo loro continuano a sfornare dischi. Uno all’anno di media da quando sono ricomparsi. Confesso che all’inizio ho affrontato il loro ritorno con cautela. Il timore di una delusione era maggiore della gioia della notizia. Certi gruppi in fondo vorresti non tornassero mai. Hai paura che finisca come quando hai avuto la malaugurata idea di rimetterti con la tua ex e gli occhi in cui ti perdevi senza fiato di colpo non ti facessero più nessun effetto.
Una canzone alla volta acquisti speranza invece. Trenta minuti dopo hai riconquistato fiducia nell’intero genere umano. E cominci da capo, un’altra dannatissima volta.

WIRE – Short Elevated Period

Silver / Lead è un album che non si distacca da quanto proposto nell’ultimo periodo. Naturalmente tutto si è fatto più etereo, non esistono urgenze da affrontare, come è naturale che sia. Ma intanto in un pezzo come questo dimostrano come scrivere una solida canzone rock. Il disagio magari non scorre più in superficie, il tempo ha modificato lo scorrere del ritmo, che è meno frenetico. Ma l’incertezza rimane, senza nessuna risposta su quanto ci riserverà il futuro, come al solito. Una gran canzone degli Wire, in definitiva. Una di quelle piccole certezze che fanno tanto coperta di Linus da trascinarsi da una stagione all’altra.

TASHAKI MIYAKI – Girls on T.V. – There Was A Light

Si va avanti a tentativi. Si tasta il terreno e un’occasione di una trentina di secondi di durata non si nega a nessuno. Finché non arriva il momento in cui si capisce che conviene fermarsi un attimo. Ne potrebbe valere la pena.
Intanto il video. Diretto da James Franco è per stessa ammissione dell’autore un omaggio ad un paio di pellicole che portiamo nel cuore: da Midnight Cowboy a Electric Horseman (un uomo da marciapiede e il cavaliere elettrico, in italiano).
La canzone, poi. Potrebbe stare nell’ultimo Jesus and Mary Chain e farci un figurone, tanto per avere un’idea.
Ok, lo devo ammettere: sono conquistato. Sono uomo di poche pretese, evidentemente. Non rimane che indagare ancora un po’. È questione di un paio di click, del resto. Oh, ferma tutto!! Una cover. Ecco la prova del nove. Ti aspetti i My Bloody Valentine e ti ritrovi tra le mani una canzone di Chris Bell Ci siamo, ci siamo, ti ripeti con quel cazzo di sorriso più simile ad una smorfia che ti riservi in certe occasioni. Sì, ci siamo. È tempo ancora una volta di lasciarsi conquistare. Non chiedevamo di meglio, dopotutto.

(SANDY) ALEX G – Bobby

Sono uno di quelli che reputa il nuovo album di Conor Oberst una piccola meraviglia, metto le mani avanti. Sì, ascolto anche Ryan Adams, ma non mi piace parlarne in pubblico, non saprei bene come giustificarmi. Tutto questo per dire che rientra nella normalità farmi piacere una canzone come questa, una ballata country ubriaca eppur fascinosa. Poi, un giorno, sarà il caso di parlarne nel dettaglio di Alex G. Inizia ad avere una storia interessante alle spalle, ricca di sfaccettature e sorprese. Per ora un nuovo album è alle porte e per quanto mi riguarda è uno dei dischi più attesi del momento.

BIG THIEF – Mythological Beauty

Questa è una canzone che al di là dell’apparenza lascia segni e cicatrici. Adrienne Lenker canta e suona una delle chitarre ma quello che più conta è che nelle sue canzoni non risparmia nulla e snocciola ogni dettaglio di una giovinezza vissuta ai limiti in compagnia di una famiglia poco probabile. Lo fa scendendo nei dettagli e non ci risparmia il racconto di episodi degni di una sceneggiatura drammatica. Immaginatevi i primi dischi di Cat Power, oppure i Bright Eyes. Gente che nelle canzoni riversa delle piccole sedute di autoterapia, nel tentativo di scacciare demoni e fantasmi. Occhio alle parole, insomma. Ma la canzone è un gioiello.

CESARE LORENZI

Famiglia e spazio (Fiver # 14.2017)

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The Moonlandingz

L’altra sera, vagando tra i canali televisivi, ho incrociato le immagini di un concerto di Mannarino. Un concerto sold out al Palalottomatica di Roma. Anzi due. Immagini di festa, di grande comunanza. Mannarino. Io non ho nulla contro Mannarino. Onestamente io non so proprio chi sia Mannarino. Moderatamente incuriosito sono andato a leggermi la sua biografia su Wikipedia (in realtà non ce l’ho fatta ad arrivare fino in fondo). Ha fatto un sacco di cose. Fiorello, sigla di Ballarò, film… Nessuna di mio interesse. Un universo parallelo.
Là fuori c’è un sacco di gente che fa festa e balla ascoltando uno che non ho mai sentito nominare.
Questo dà la misura dello scollamento inevitabile tra gente come me, e forse come voi che state leggendo queste righe, e il mondo “reale”. L’idea che la materia sulla quale incentro gran parte del mio tempo, dei miei programmi, desideri e sogni interessi una fetta ristrettissima di persone non mi sconvolge, è semplicemente un dato di fatto. Ho superato da tempo l’animosità del contrasto, del “noi contro loro”.
È più semplicemente una questione di famiglie e di spazi.
La nostra famiglia. La loro famiglia. Il mio spazio. Il tuo spazio.
Tuo spazio, Mannarino.
Tua famiglia, ad esempio, la piazza del concertone del primo maggio.
Mio spazio, per dire, Moonlandingz.
Mia famiglia, Lias Saoudi.
La sensazione netta, quella sera di agosto di un paio di anni fa in cui me lo trovai davanti, sul palco dell’Ypsigrock a contorcersi nudo come se non ci fosse un domani, incurante se davanti a lui ci fosse una manciata di tossici di Peckam o famiglie e bambini con il gelato in mano, fu quella di trovarsi al cospetto di una rock star. O almeno al mio concetto di rock star. Pericolosa e incurante. Una creatura ancora grezza ma confezionata con la stesso materiale con cui sono confezionati i miti giovanili di generazioni. Poi che ogni generazione abbia i miti che si merita è una considerazione scontata nella sua ovvietà.
Il giorno dopo scrivevo su questa pagina “The Fat White Family. The Fat White Family. The Fat White Family. Una bomba sganciata sul Castello. Intossicati, intossicanti. Barcollanti e ingestibili scagliano le loro creature di blues apocalittico sul pubblico, novelli epigoni di Birthday Party e Gun Club. Il giorno dopo si parla solo di genitali ma, nel profondo, molti di noi sanno di essere entrati a far parte della loro Family.”
Pochi mesi dopo a Bologna non mi fecero la stessa impressione. Anzi la sensazione netta fu la mancanza di una colonna sonora adeguata che potesse sorreggere cotanto carisma e potenza.
Buone canzoni, senza dubbio, ma quasi fuori sincrono con il personaggio.
La scelta meno ovvia era fare base a Sheffield per formare i Moonlandingz, un gruppo satellite della band principale con Saul dei FWF e personaggi improbabili quali Dean Honer e Adrian Flanagan degli Eccentronic Research Council. Chi??
Sconosciuti ai più anche se, cercando un po’ in profondità, si scopre che Adrian Flanagan è stato chitarra dei Fall (Mark E. Smith /Lias ..affinità elettive) con una passione per tastiere vintage maltrattate. Ma, soprattutto, menti aperte, disponibili ad intercettare cose impreviste ed imprevedibili.
Esibizioni infuocate e canzoni che masticano e risputano fuori di tutto, dal glam della Glitter Band ad un krautrock impossibile stile “Neu meets ESG”, ai Cramps, ai B52’s.
Non a caso, migrati negli States, cominciano ad imbarcare personaggi improbabili sul loro carrozzone ad ogni fermata. Altre anime affini. Cominciando da Sean Lennon per proseguire con Rebecca Taylor degli Slow Club, membri dei Black Lips, Phil Oakey degli Human League, Randy Jones dei Village People (!)…
Una famiglia. Ancora. La più sgangherata possibile. Ma clamorosamente viva ed imprevedibile.
Oggi tutto trova compimento in Interplanetary Class Classics.
Un disco sporco, scorretto, rabbioso, sexy, divertente. Un disco perfetto per la nostra famiglia.
Un disco che andrebbe venduto giá rigato, con la copertina unta e spiegazzata.
Un album così ridicolmente fuori dal tempo in questi giorni nei quali il consenso si misura in numero di download, like e faccine sorridenti che, proprio in questo tempo, risulta incredibilmente necessario.
Un disco per gente che consuma dischi con una passione inspiegabile ai più, dando cosí nutrimento alla creatura stramba e un po’ sfigata che gli alberga dentro.
Gente che non cerca conferme nella comunanza a tutti i costi e nelle piazze dei concertoni del primo maggio.
Che, tra l’altro, è anche il giorno del mio compleanno.
Ma il nesso mi sfugge.
Forse.

The Moonlandingz – Black Hanz

Broken Social Scene – Halfway Home @ Colbert Show

Non fu una grande idea entrare a curiosare nella tenda dedicata alla musica trance del Pukkelpop Festival con addosso la maglia rossa di Screamadelica. Dopo pochi minuti mi trovai attorniato da giovani su di giri che mi imploravano di allungargli pills n’thrills o, almeno, di dare un sorso dalla mia bottiglietta di evian… La mia bottiglietta era veramente di evian e mi servì pochi minuti dopo quando, cercando scampo, mi infilai nella tenda dove suonavano i giovani Broken Social Scene. La temperatura era torrida e il pogo mi costò una caviglia. Maledetti. Tornano dopo diversi anni da quell’evento e il tempo sembra essersi fermato ad allora. Classico pezzone uptempo pieno zeppo di cose (e la recentissima esibizione al Colbert Show è esemplificativa). Pure troppe cose ma come si fa a volergli male? Tornate pure, tutto è perdonato.

Froth – Passing Thing

Giunti al terzo album e mai entrati, inopinatamente, nel mio radar. Un secondo album addirittura su Burger Records ma i Losangelini Froth con la Burger c’entrano poco. Un amore per certe tonalità shoegaze che mi riporta alla mente un nome molto amato come Boo Radleys e una ritmica stereolabica che porta alle labbra un sorriso istintivo.
Il mio radar è vecchio e scassato, evidentemente.

Idles – Well Done

Non so rintracciare il motivo esatto ma sono cresciuto affetto da una fascinazione profonda riguardo tutto ciò che è britannico (oddio, non proprio tutto). Film, libri, serie tv, football e musica, ovviamente. In questi tempi di Brexit una certa malinconia e fastidio mi accerchiano. Per sconfiggerle traccio idealmente un’odierna linea di confine che parte dalla Sheffield dei Moonlandingz, passa dalla Nottingham degli Sleaford Mods ed arriva alla Bristol degli Idles. Tre strade diverse nei modi ma simili nella sostanza di urlare il proprio disprezzo nei confronti della mediocrità imperante. Politica e popolare. Gli Idles pestano duro e riportano alla mente giorni rumorosissimi e gloriosi della “mia” Gran Bretagna scorretta e ribelle.

New Year – Recent History

Dopo aver lasciato, con questa o con altre sigle gloriose come Bedhead, tracce indelebili nelle vite di molti dopo sette anni tornano i NewYear. E’ l’inizio della bella stagione e loro intitolano il nuovo album Snow. Perfetto.
Partono le prime tre note ed è tutto familiare come il profumo del sugo della domenica da bambini.
Sembra la colonna sonora perfetta per i titoli di coda di un film sulla nostra vita con tutto quello che è successo riassunto in poche, veloci sequenze.
Aldilà di famiglie e spazi questi, molto semplicemente, siamo noi.

Massimiliano Bucchieri

And I need all that stuff (Fiver # 13.2017)


C’è stato un momento, più o meno a cavallo di metà anni ’80, in cui i Jesus and Mary Chain sono stati il mio gruppo preferito. Non che riconoscessi loro chissà quali meriti: erano solamente le persone giuste che suonavano la musica giusta nel (mio) momento giusto. Avevo appena varcato la soglia dei 20 anni e loro, più vecchi di quel tanto che a quell’età basta a farti sentire inadeguato, erano il mio modello. Con quei giubbotti di pelle nera stirati sui fisici asciutti, le lenti scure per nascondere gli occhi fin oltre il tramonto, un batterista in piedi dietro uno scheletro di tamburo e una cascata di rumore capace di non smarrirsi e tenere il ritmo ricordandosi che per essere pop occorre anche infilare da qualche parte un minimo di melodia e i ganci giusti. Non ultima, anzi forse prima di tutto il resto, quella loro inclinazione alla vita così totalmente menefreghista da farmi andare nei matti: non gliene fregava un cazzo di niente e di nessuno e ci tenevano a fartelo sapere. Poi c’era quel verso, quella sola unica frase di una loro canzone, che mi sembrava raccontasse alla perfezione tutto il me stesso di allora ma che in realtà racconta molto più compiutamente il me stesso di oggi, a distanza di un abbondante trentennio: you never understand me.

Ad ogni modo dopo i primi due album il gioco di Gesù e Maria Catena cominciò un po’ a stancarmi.
Continuai a comperare i loro dischi, a ballare le loro canzoni migliori e a leggere le cronache delle liti tra i fratelli Reid, tutto a una certa distanza però. Anche se non li ho mai messi da parte, sono sempre rimasti lì nei paraggi a ricordarmi tutti i calci, i pugni, le incazzature e le porte sbattute con nelle orecchie il feedback di Upside Down e a rievocare le volte che mi sono innamorato di un paio d’occhi con la filastrocca dolceamara di Just Like Honey a farmi da colonna sonora.
Così quando un paio di anni fa i fratelli hanno deciso di rimettersi assieme per suonare Psychocandy dal principio alla fine non ci ho pensato un momento, ho buttato due magliette in valigia e sono partito per Londra est direzione Troxy, pur essendo insofferente alle reunion e nella piena consapevolezza che un live dei Jesus and Mary Chain non vale quasi mai il prezzo del biglietto. A meno che non decidano di spaccare tutto e mettere in piedi una rivoluzione lunga quanto il tempo di un paio di giri al banco del pub sotto casa.
Al contrario in questi giorni sentivo necessità di ascoltare delle loro nuove canzoni più o meno allo stesso modo in cui avverto il bisogno di una birra sgasata e calda a colazione. Vale a dire meno di zero, per dirla con Bret Easton e Costello. Dopo qualche giorno di esitazione l’altra mattina mi sono comunque deciso e ho premuto stancamente la freccia del mio pc sopra la casella “esegui tutti” avviando windows media player senza aspettarmi assolutamente nulla.
E in un attimo è stato come riappropriarmi di tante cose, un tempo care, tutte assieme. Robe diversissime tra loro che nemmeno ricordavo più di avere parcheggiate in memoria: il tema delle elementari dove descrivevo i miei migliori amici (e sì Massi, ci sei anche tu), i gol della Serie A disegnati da Carlo Silva in calce agli almanacchi illustrati del calcio Panini, le puntate di Happy Days sulla Rai prima di cena alle sette e venti della sera, le note di God Save the Queen (o era forse Anarchy in the UK?) dei Pistols sparate dalla console del Vidia come intro al concerto dei ragazzi di Glasgow a Cesena, fine maggio dell’86.
L’ascolto del nuovo disco dei Jesus and Mary Chain è stato un dejà vu che più ovvio di così non poteva essere. Una successione talmente logica e scontata da rendere imbarazzante il fatto che mi sia piaciuta così tanto. Dietro ogni singola nota ho indovinato puntualmente la nota che seguiva, scoperto le rime di ogni verso prima che a pronunciarle fosse la voce di Jim Reid e previsto la sequenza di battute della drum machine in anticipo sul mio piede che poi partiva a seguirne il ritmo.
Trovarmi oggi davanti a un disco nuovo dei Jesus and Mary Chain è stato come sedermi al tavolo con un vecchio amico che non vedevo da tempo e scoprirmi a studiare le rughe dipinte sul volto di lui e le mie, riflesse nello specchio dei suoi occhi. Tentando di rammentare il momento esatto in cui ho smesso di sentire il bisogno della sua compagnia che pure mi accorgo essere ancora oggi così necessaria e illudendomi che la porta alle sue spalle incornici all’improvviso la sagoma di una persona cui poter tornare a dedicare una canzone.
Una canzone come questa:

The Jesus and Mary Chain “Always Sad”

You ain’t like those other girls / There’s nothing like you in this world / You got something more than curls / You ain’t like those other girls / I think I’m always gonna be sad / ‘Cause you’re the best I’ve ever had.

Trementina “Please, Let’s Go Away

Negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere il Cile attraverso il rock and roll, il garage e la psichedelia di Föllakzoid, Holydrug Couple, La Hell Gang e Chicos de Nazca e messo nella cartella degli ascolti prossimi futuri una lista con i nomi di Mi Andromeda, Vuelveteloca, Lumpen & the Happy Pills e qualche altro.
Ora tocca allo shoegaze con deviazioni 60’s dei Trementina, disco in uscita per quei mattacchioni di Burger Records.

The Orwells “Buddy

Ok, questa è roba per quindicenni e sì, lo so che tra poco Giulio mi sorpasserà a sinistra e ascoletrà roba più seria ed evoluta di certe cose che ancora mi ostino a farmi piacere, ma questi ottantasei secondi proprio non riesco a levarmeli di torno.
Movin’ on, did my time / Feelin’ fine, feelin’ fine.
Oh yeah.

Coco Hames “I don’t Wanna Go
https://soundcloud.com/mergerecords/03-i-dont-wanna-go
Dei The Ettes conservo uno sbiadito ricordo che risale a una decina di anni fa. Un trio con qualche disco licenziato dalla gloriosa Sympathy for the Record di Long Gone John, alle prese con un garage pop abbastanza ordinato e non troppo fantasioso. Lindsay “Coco” Hames era la loro cantante e le canzoni che stanno dentro il suo primo album solista in uscita per Merge sono quelle che in questi anni ha accumulato nel cassetto, con in mezzo pure una cover dei Replacements. Powerpop, janglepop, punkpop e una generosa spruzzata di country vecchia maniera.
E la sua voce naturalmente, una di quelle voci per cui è lecito perdere la testa.

Girlpool “Cut Your Bangs

Il primo disco delle Girlpool mi era piaciuto parecchio ma da quel che ricordo mi sembra fosse piaciuto solo a me. E’ un po’ di tempo che non lo riascolto, comunque mi pare che nella mia catalogazione mentale lo avessi sommariamente associato alle robe degli Young Marble Giants e a certe cose delle Marine Girls.
Ora sta per uscire il secondo disco.
Ho l’impressione che anche questo mi piacerà parecchio.

Arturo Compagnoni

My head is full of popular songs (Fiver #12.2017)

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Steve Lacy

A quanto pare il problema è diventato Auto-Tune. Un software che corregge gli errori dell’intonazione della voce (detto in maniera sommaria) che ha preso sempre più piede in studio di registrazione. Tale trovata tecnologica ha condizionato le voci di alcuni dei dischi che ho più amato nelle ultime settimane: da Frank Ocean ai Dirty Projectors, per dire. Qualcuno è arrivato ad augurarsi che in futuro i dischi possano riportare l’avvertenza 100% Auto-Tune Free, magari con un bollino posizionato in copertina, come se ciò comportasse automaticamente una qualche patente di credibilità artistica e di qualità.

Non mi è mai interessata la tecnica strumentale. Non ho mai suonato uno strumento (o quantomeno i tentativi portati a termine non sono degni di memoria) e il mio approccio nei confronti di una canzone è sempre stato del tutto “emozionale”. Naturalmente anch’io, prestando un attimo di attenzione, mi rendo conto quando la funzione Auto-Tune è attivata in una canzone (soprattutto da quando i parametri settati in maniera estrema hanno prodotto un effetto che è diventato quasi un marchio di fabbrica dei dischi contemporanei, in particolare in ambito R&B e pop) ma da qui a gridare allo scandalo o a farne una ragione di purezza mi pare che ce ne corra, nonostante l’articolo del Time che si è affrettato ad inserire l’invenzione del software in questione come una delle 50 peggiori trovate della storia. Delle volte anzi mi pare un effetto positivo che nelle varianti più estreme capisco possa disturbare. Quanto un qualsiasi arrangiamento sbagliato. Né più né meno, ecco. Si tratta di non esagerare, magari.

Non ne farei una guerra di religione. Perché mi ricordo ancora quello che si scriveva a proposito dei primi New Order. Lo scandalo della drum machine, in alcuni brani. I sintetizzatori che sostituivano le chitarre. Vi sento ancora, scandalizzati. Vi vedo tirare fuori il santino di Ian Curtis e sfidare gli eretici a forza di parolacce e sputi. I primi New Order, rendetevene conto.

Alla fine si tratta di capire se una canzone funziona o meno. Auto-Tune per quanto mi riguarda è solo un dettaglio. O una curiosità legata a quello che succede in una sala di registrazione o nelle sue varianti estreme nell’utilizzo su di un palcoscenico, dal vivo. Ma che mi lascia sostanzialmente indifferente. Se una canzone mi emoziona lo fa comunque. Poco importa che sia suonata, con una chitarra, un synth, un computer o qualsiasi altra cosa vi venga in mente.

DIRTY PROJECTORS – Keep Your Name

Il nuovo album dei Dirty Projectors è entrato alla grande in tutta questa grande discussione a proposito di come debba suonare un disco nel 2017. Penso che a David Longstreth di tutto ciò importi pochissimo. Troppo impegnato ad esorcizzare in musica un distacco doloroso che ha trasformato la band in un progetto solista, tra le altre cose.
Questa canzone, per me, è uno dei migliori brani a proposito di una separazione che mi sia mai capitato di ascoltare. Tutto, e dico tutto, anche l’Auto-Tune, è assolutamente funzionale all’andamento della canzone stessa. Il risultato finale è da pelle d’oca.
Come canta lui stesso ad un certo punto: What I Want from Art is Truth…..esattamente quello che ha deciso di riversare in una canzone fantastica. Alla faccia dell’Auto-Tune e delle nostre paranoie un po’ snob su quello che è figo suonare e su come dovrebbe farlo. Intanto, là fuori, qualcuno i dischi li ascolta ancora per le giuste ragioni. Si commuove. Si emoziona. Se ne sbatte altamente i coglioni dell’Auto-Tune di turno, insomma.

JAY SOM – Baybee

Cesare Lorenzi utilizzando il Wu-Tang Name Generator si trasforma in Irate Warrior (ve lo dico perché ne vado particolarmente orgoglioso).
Jay Som, a quanto pare, è un nome nato utilizzando questo stesso metodo. Dietro si cela una ragazzina (Melina Duterte) che scrive canzoncine pop dal peso specifico limitato, fatte di chitarre gentili e da qualche synth ben educato. Indie-rock un po’ palliduccio, sulla carta. Perché poi, in pratica, canzoni come questa hanno il merito di funzionare. Non so voi ma personalmente qualsiasi gruppo che mi faccia tornare in mente i Prefab Sprout non può non piacermi.

STEVE LACY – Ryd / Dark Red

Un disco di demo, assemblati direttamente sul telefono, assolutamente meravigliosi. Aggiungeteci che il protagonista in questione ha 18 anni e il gioco è fatto. Eccola qui la next big thing, a metà strada tra il primo Pharrell, la coolness slacker di Frank Ocean e suggestioni indie. Queste due canzoni, seppur solo abbozzate e racchiuse in un unico video, mettono tanta di quella carne al fuoco che è letteralmente impossibile non volerne ancora. Al più presto, inoltre. Perché di cose belle ne abbiamo bisogno immediatamente. Qualcosa di grande sta per succedere…..I don’t know it but i feel it coming……

ROLLING BLACKOUTS COASTAL FEVER – French Press

Canzone perfetta. Un po’ Feelies un po’ Go-Betweens per questa band di australiani di Melbourne che debutta su Sub Pop con un EP di 6 brani capace di ridare fiato e fiducia a tutti quelli che amano un certo tipo di suoni. Per tutti quelli che si augurano di ritrovare lo spirito che animava i gruppi della scena Paisley, a metà degli anni ottanta. Gente capace di recuperare i suoni dei sixties, aggiornarli e fare la storia con una serie di dischi che ancora oggi gli appassionati trattano come oggetti preziosi. Nell’anno del ritorno dei Dream Syndicate una canzone così, mi sembra sia proprio di buon auspicio.

TIM DARCY – Still Waking Up

Gli Ought sono stati uno dei gruppi da tenere sempre evidenziati nell’agenda delle ultime stagioni. Ad un debutto sensazionale è seguito un disco ottimo. Ci hanno poi conquistato definitivamente dal vivo, con un concerto tra le dune dell’adriatico che ancora ricordo come un piacevole sogno ad occhi aperti.
Del resto impossibile rimanere indifferenti a quei ricami chitarristici capaci di rendere tributo a gruppi come Television e Velvet. Il tutto con personalità, grazia e talento.
Un disco solista, sinceramente, è stato una sorpresa inattesa che inevitabilmente porta con sé un piccolo bagaglio di suoni inediti.
Il disco funziona nel suo complesso ma questa canzone mi ha fatto letteralmente innamorare. Mi pare la migliore canzone degli Smiths non degli Smiths. Una melodia spettacolare con Tim Darcy gigione al punto giusto nel pur improbabile ruolo morrisseyano e allo stesso tempo capace di non far rimpiangere Johnny Marr con un giro di chitarra stupendo nella sua efficiente semplicità. O forse il problema sono io che mi immagino cose che in realtà non esistono, just…..because my head is full of popular songs…….
 

CESARE LORENZI

Pass the time, not going anywhere (Fiver #11.2017)

The Feelies


Mentre il taxi avanza nervosamente per via della Bufalotta guardo pensieroso fuori dal finestrino. Mi sfila davanti il Teatro Espero, sede di alcuni concerti di una stagione passata e sepolta tra i quali un infuocato live dei CCCP che terminò con disordini e cariche della polizia.
Oggi il Teatro Espero è una sala bingo e un cartello richiama la mia attenzione “se hai più di 50 anni la prima cartella è a metà prezzo!”. Sospiro.
Sul sedile accanto a me mio padre mormora “qui una volta era tutta campagna..”. Immagino che il tassista non avrà trovato grandi differenze tra i due soggetti che stava trasportando, distanti una quarantina d’anni anagraficamente ma accomunati dalla stessa vena malinconica di rimpianto.
Più tardi, sul lettino che ha ospitato i miei pomeriggi di adolescente, indosso la cuffia e provo a sconfiggere la malinconia con il nuovo album dei Feelies. Un po’ come quando qualcuno ti dice che il miglior rimedio per un raffreddore è fare un bel bagno ghiacciato.
I Feelies. Amati a dismisura dal solito manipolo di sfigati di cui mi onoro di far parte. Beautiful (?) losers.
Gente che non solo non è riuscita a saltare sul treno del successo. Gente che probabilmente non è mai neanche arrivata in stazione per prenderlo, quel treno.
In between è il titolo del nuovo disco. Un disco bellissimo. O almeno lo è in questo momento. Malinconia liquida che allaga la stanza e che si insinua tra pile di vecchi Rockerilla, primi album dei Rem (non a caso) e casse di stereo che hanno ospitato l’ultimo disco ai tempi di Meat Is Murder..
I rimandi velvettiani sono una cascata tanto che mi sembra di scorgere il profilo di Nico, lì tra la porta e la finestra. In realtà è un vecchio pupazzo di Pluto mezzo smembrato attaccato al termosifone, ma in quel momento, con quell’accompagnamento perfetto, potrei anche confessargli ansie e rimpianti, e lui potrebbe anche rispondermi, in tedesco.
Un momento in cui faccio fatica a contestualizzare. In cui mi devo ritrovare. Un momento in cui il mio privato è l’unica cosa che conta.
Rifletto su quanto scritto su queste pagine da Arturo e Cesare nelle ultime settimane sulla musica e sulla sua perdita di impatto, di importanza nel formare e indirizzare culturalmente le nostre vite. Innegabile. Come è innegabile che i dischi importanti delle nostre, della mia vita albergano in periodi storici differenti dall’attuale. Ma non tutto finisce qui.
Un altro particolare ha sempre rivestito un importanza capitale nella mia esperienza di ascoltatore.
Quel particolare momento in cui la musica incontra il tuo privato. Il momento in cui la tua storia d’amore, i tuoi ricordi, la tua rabbia hanno bisogno di un accompagnamento, una colonna sonora. Qualunque essa sia. Nuova o vecchia, seminale o effimera. Travalicando tempo e spazio.
Mi scuoto, cerco di cancellare l’inquietudine che ha pervaso questo pomeriggio.
Ripenso al tassista romano che esclamava entusiasta salutandomi “Nun ce posso crede, sei de Bologna! Mi nonno m’ha insegnato l’amore pè la maja rossoblù!!”. Quante possibilità c’erano d’incontrare un tassista tifosissimo del Bologna poco sopra il Tufello?
L’ho interpretato come un segno e più tardi, in stazione, ho comprato un gratta e vinci.
Non ho vinto niente.
Ci deve essere una morale. Qui da qualche parte.
Ma non credo di volerla sapere.

The Feelies “Pass the Time

Los Campesinos! “Renato Dall’Ara

Chissà se il tassista di cui sopra conosce i Los Campesinos! e chissà quale faccia farebbe nel leggere il titolo del primo pezzo del loro nuovo album. Non è un omaggio al Bologna ma un ricordo di un quarto di finale dei mondiali di Italia 90, Inghilterra – Belgio. Quella partita me la ricordo e mi ricordo il gruppo di tifosi inglesi che incrociai quel giorno alla stazione centrale. Uno di loro aveva una maglia dei Jesus And Mary Chain. Curioso come non ricordi il 90% delle cose che oggi mi accadono intorno ma ricordo questo particolare insignificante. (Insignificante?). Un piccolo corto circuito temporale che trova il suo compimento sulle solite, irresistibili, note arrembanti dei “contadini” gallesi.

Human Colonies “Sirio

Piccoli nipotini di Kevin Shields crescono. Tra Bologna e Firenze. Con il piede piantato sul pedale degli effetti e Only Shallow nel cuore. La colonna sonora perfetta per piccoli dinosauri felici che rincorrono cavalli luccicanti. Big Domino Vortex è il mini appena uscito per Mia Cameretta Records/Lady Sometimes Records ed ha il sapore di tante cose buone. Tutte insieme. Isn’t Anything, it’s really something.

Ride “Home is a Feeling

C’è stato un momento in cui i Ride hanno significato parecchio per parecchi di noi. Quel periodo che inizia con i primi due Ep, passa attraverso Nowhere e si conclude con Going Blank Again. Nel 1992 alla Brixton Academy mi sparigliarono sentimenti e futuro e su di loro non posso essere neutrale. Il giudizio sulla loro reunion era rimasto un po’ sospeso fino all’uscita del primo materiale veramente nuovo come la doppietta uscita in questi giorni, Charm Assault e Home Is A Feeling. Quest’ultima, in particolare, riprende idealmente il discorso circa dove Leave Them All Behind l’aveva lasciato. Malinconia rumorosa gonfia di epicità moderna. Un ottimo ritorno. Quest’estate “appariranno” in Sicilia all’Ypsigrock Festival e cercherò proprio di non perdermeli, nell’incanto di Piazza Castello con le luci sparse sui Monti Madonie in lontananza. Non riesco ad immaginare uno scenario migliore a 25 anni esatti di distanza da quella sera londinese.

Snail Mail “Thinning

C’era una ragazza con la maglia di J-Ax e Fedez al bar sotto casa stamattina. Annuiva entusiasta a sottolineare la musica diffusa nel locale. Penso a Lindsey Jordan che ha 17 anni. Va a scuola nel Maryland e ha una passione per il lo-fi di un po’ di anni fa. Mette su una band. I tipi di Dischord si incaricano di distribuire il loro ep di esordio.
Il tutto adorabilmente fuori tempo massimo.
Come in un musical da strapazzo con 50 euro di budget mi immagino la stessa ragazza che invita tutti i presenti a ballare sulle note di Thinning, lì tra il frigo dei gelati e lo scaffale delle merendine Kinder.
Approfittando del mio sguardo confuso una vecchietta, con una piccola e maligna gomitata, mi sfila il Resto del Carlino da sotto il naso.
Mi riporta alla realtà la consapevolezza che della vita non ho proprio capito tutto tutto.

Massimiliano Bucchieri

1996 – 2017 Choose Life (Fiver #10.2017)

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Scegliete la vita. Scegliete Facebook, Twitter, Instagram e sperate che a qualcuno da qualche parte freghi qualcosa. Scegliete di cercare vecchie fiamme, desiderando di aver agito diversamente. E scegliete di osservare la storia che si ripete. Scegliete il futuro.
Mark Renton, Trainspotting 2 – 2017

Ho speso troppo tempo e il tempo si è accorciato*

Autunno, forse inverno millenovecentonovantasei. Nelle sale italiane esce Trainspotting.
Io scrivevo, di nascosto da tutti, il mio primo romanzo. La mattina (tardi) andavo a lezione in Zamboni 38, in via Centotrecento e conoscevo randagi come me e guardavo le ragazze che sembravano di un altro mondo, quello in cui ci si sta bene, comodi e sereni.
Il mio era tutto uno spigolo, pieno di trabocchetti, che ovunque ti voltavi succedeva qualcosa da cui nessuno ti avrebbe salvato.
La notte vagavo, con un clan di poeti estinti strafatti, a caso per una città in cui ancora riuscivamo a perderci. Nessuna scena, nessun riferimento: solo strade e periferie e bar del centro e spazi occupati e droga e qualunque cosa facesse dimenticare di esserci.
Piazza Maggiore. C’era un cinema che forse, di nuovo, ci sarà. C’era un cinema e io quella sera, così stravolto che alla scena in cui Rentboy si fa un’overdose, la scena in cui quel genio di Danny Boyle lo fa sprofondare col suo tappeto nel pavimento sulle note di Lou Reed, a quel punto io volevo scappare via dal cinema che il cervello mi stava schizzando fuori dalla testa.
Mi teneva per un braccio lei, che non ricordo come si chiama. Bellissima, aveva il viso d’angelo di Liv Tyler ma era di Vicenza e punk. C’eravamo conosciuti di mattina, poche settimane prima, a lezione di Estetica. Lei che domanda “è libero quel posto?” indicando lo scranno di fianco al mio e io che non ci credevo che una così volesse sedersi vicino a me.
E poi fogli di quadernone in cui ci scrivevamo da un banco all’ altro anziché seguire il corso (ho dato quell’esame tre anni dopo, lei chissà…) e poi “andiamo a vedere Trainspotting?” e poi per andare a mangiare qualcosa all’Osteria dell’Orsa ci siamo persi – fattissimi, bellissimi- e un’ora dopo l’abbiamo trovata ma lì c’erano già Marco il poeta e il mio miglior amico ubriaco che suonava il sax da solo al piano di sotto e lei non l’ho vista mai più, persa tra le nebbie di quell’inverno che sapeva di albe metalliche e facce che si sovrapponevano a ritmi allucinati di birre, mescalina e anfetamina che tanto eravamo tutti sempre strafatti.

In corridoio ho scritto una frase che so ripetere ma non riesco a ricordare*

Poi, dov’ero? Dov’ero io quel capodanno. Mentre i Massimo Volume suonavano Lungo i bordi al LINK di via Fioravanti. Dov’ero? In quale buco a rintanarmi? Per quale paura, quella volta? Per quale terrore? Di essere abbandonato da chi? Di non essere amato da chi? Solo per compensare tutto quello che era mancato prima.
Ma per compensare occorreva vivere, invece ci nascondevamo. Solo noi, come fratelli di sangue, come i ragazzini di Stand By Me mai cresciuti, legati dall’aver visto troppo chiaro quel segreto segreto agli altri: che la vita è feroce, che non c’è speranza ma andiamo avanti lo stesso, che anche se abbiamo vent’anni non c’è un cazzo da ridere.
Dov’ero, quel 31 dicembre? Sfasciato, in qualche angolo di niente, con uno di voi. Maledetti quanto me. Ci siamo soffocati a vicenda, ci siamo salvati la vita a vicenda. Ci siamo amati come nessuno mai prima né nessuno più potrà.
No, ero solo a lavorare. In quella cucina di quell’albergo. A pagare anche le tre Ceres di merda offerte ai due disgraziati miei compagni di sventura, due camerieri uno di Bari e uno chissà. A pagarle al banco dell’albergo in cui avevo lavorato dalle sei del mattino alle due di notte. Mi sa che ero lì.
Ma sarei potuto essere ovunque. Comunque, non sarei stato dove era giusto essere, dove bisognava essere. Ti ricordi, Paolo? Fuori luogo. Questo era come ci descrivevamo: sempre da un’altra parte, anche se il fiuto ci diceva che ce n’era una giusta, noi non potevamo starci. Potevamo passare, ma dovevamo presto andarcene. Non avere un posto. Non far sapere che c’eravamo.
Noi, sempre dal lato sbagliato. A pochi metri da. Giusto in ritardo. Appena appena ma no.
Non potevo. Non ho mai potuto esserci. Sentivo la vita come un film che ti scivola davanti, come un fiume che scorre mentre tu stai sulla riva. Seduto. A guardare, sognare, quello che si muove lì sotto, ma non hai il coraggio di buttarti. Non c’è nessuno, non c’è mai stato nessuno lì sulla riva con te a dirti “dai, salta, male che vada ci sono io a prenderti”, mai nessuno che entrava in acqua prima per farmi sentire che anche se non toccavo, ci sarebbe stato lui a tenermi su. Mai. Nessuno.
E così ho rinunciato. E così ho guardato. Mi sono seduto al bordo della vita e l’ho osservata scorrere via.
Diverso. Sempre. Loro, gli altri, loro erano di un altro mondo.
Il fatto è che loro sapevano di poter tornare. Qualunque cosa fosse succedeva, avevano un posto in cui tornare.
Io quel posto non l’ho mai avuto. Io ho sempre saputo che se partivo era per sempre. Che ogni “ciao” era un “addio”, che nessuno avrebbe tenuto la porta aperta, si sa mai che avessi avuto freddo, o solo voglia di tornare.
Noi avevamo solo noi. E lo sapevamo.

E così veniamo avanti / simili in tutto a quelli di ieri / aggrappati a un’immagine / condannata a descriverci*

Gli Afterhours ai Giardini margherita. Forse l’ho solo sognato. Millenovecentonovantanove. Possibile fossero loro? C’ero. Ma non mi ricordo. Ricordo Barbara, io pazzo di lei, lei che giocava con me, com’era giusto: troppo bella e troppo giovane per poter pensare a domani. Io troppo fragile, come un pupazzo di cristallo su una pista da bowling. Io domani ce l’avevo sempre in testa e domani era niente. Lei che conosceva il bassista della band e “vieni a vederli, sono forti” e chissà se perché geloso o solo ubriaco ci sono arrivato e ho qualche ricordo confuso di un sacco di gente che cantava e io che cercavo solo lei immaginando che sarebbe finita in camera con quel basso di fianco.
Neanche due anni dopo. Già stufo di Bologna, annoiato dal suo provincialismo, stretto in quella che era già una mamma troppo presente, troppo accogliente, troppo tutto. Se quella volta fossi rimasto a Berlino? Sognavo una città lontana, enorme, in cui nessuno mi vedesse, in cui poter rinascere: diventare. Se fossi rimasto, cosa sarebbe successo?
Ma non potevo. Chi sarebbe tornato se fosse servito? Chi avrebbe mollato tutto? Chi avrebbe sacrificato ancora qualcosa?
Chi aveva bisogno di sentirsi un supereroe, perché solo un supereroe sopravvive a qualunque peso gli si metta addosso.
Sono tornato. E ho incontrato lei, che mi ha salvato la vita. Per farlo l’ha chiusa in una stanza pulita e perfetta da cui non sono più uscito per quasi dieci anni. Non l’avessi incontrata sarei morto, lo so. Incontrarla mi ha costretto a diventare chi non ero, la parte di me che mi avrebbe salvato. Adesso so anche questo.
Trasformarti per salvarti, dimenticarti di te per sopravviverti. Poi, ritrovarti all’improvviso e rovesciare tutto. Rompere tutto. Scappare. Ricominciare. Trovarsi a pezzi. Perdere tutto. Ritrovare la propria faccia in uno specchio grande quanto un cd in dieci metri quadrati di casa, piano terra, che per entrare bisognava cacciare a bestemmie gli spaccini magreb.
Ricominciare. Ma con dieci anni di troppo sulla schiena. Ripartire da dove avevi lasciato, senza più bisogno di sconvolgerti per dimenticarti di esistere ogni sera. Con una vita in più vissuta e cucita sulla pelle, disegnata sulla pelle.
È il tempo, sempre il tempo che ti frega. Non puoi ricominciare, perché puoi ripartire, ma sei un altro. Più vecchio, più ferito, più duro. Più quel cazzo che vuoi, ma un altro.

Scuoti i tuoi angeli drogati Fausto/stasera ce ne andremo in giro/per le vie del centro/allegri come vecchi bonzi ubriachi/consapevoli che il peso del mondo è un peso d’amore/troppo puro da sopportare*

Oggi. Vent’anni e qualche mese dopo quella sera al cinema Arcobaleno con la Liv vicentina (se solo ricordassi come ti chiami ti avrei cercata per chiederti di venire con me al cinema e poi tornare a dimenticarci di nuovo che esistiamo) sono a poche decine di metri da lì, di nuovo seduto sulle poltrone comode davanti ad un enorme schermo in una sala semivuota. Pomeriggio e sono solo. Trainspotting2 (per un colpo di fortuna in lingua originale) ed ho paura. Di quello che sentirò, di quello che vedrò. Dei capelli ossigenati di SickBoy (sarai ancora così figo da farmi credere di essere gay?), delle rughe sulla faccia di Mark Renton. Di quelle che vedo sulla mia. Della voglia di ricominciare – e da grandi se si fa si fa per bene- ad avere come unica meta della giornata la fine della giornata in qualcosa da fumare, sciogliere, spararsi in qualsiasi modo, che sempre dondola davanti alla mente come un ciondolo che cerca di ipnotizzarti.
Comincia il film e ho un tuffo al cuore. Cazzo, sì: Rent ha cambiato faccia. È così anche per me, vero? Se qualcuno non mi vedesse da vent’anni rimarrebbe colpito dai capelli grigi, dalle borse sotto gli occhi, dai segni lì attorno, vero?
Il film fila via e io sono così emozionato che quando esco mi fa male la schiena per quanto ho tenuto contratto tutto.
Prima c’è un’opportunità. Poi c’è un tradimento.
La storia della vita di tutti. Il tempo è l’opportunità. Il tempo è il tradimento. Impari a non perdere l’opportunità quando hai troppa roba dietro da guardare. Quando davanti ce n’è meno di quella che è passata.
Non so dare un giudizio sul film, non riesco ad immaginare cosa ne penserebbe un ventenne. Non penso sia un film per un ventenne. Penso che questo film Danny Boyle l’abbia girato apposta per noi, Paolo. Davide. Sì sì, proprio per noi. Per ricordarci ancora una volta quello che sappiamo già bene: che prima c’è un’occasione, poi un tradimento.
Che commemorare è nostalgia, che siamo sempre dei fottuti tossici, ma abbiamo cambiato la materia delle nostre dipendenze. Che lo saremo sempre perché se sei così non cambi mai, puoi solo scegliere di scegliere, come abbiamo fatto.
Vent’anni dopo il tempo in cui sceglievamo di non scegliere.

Vince chi non si illude/Noi che accendiamo lumi/Per nascondere le luci/Noi che accendiamo lumi/Per nascondere le luci/Noi*

Rinascere. Cambiare. Diventare qualcun altro. Sei sempre chi sei ma sei un altro.
E allora Rentboy sei ancora quella splendida faccia da bastardello che eri nel 1996. Franco e Spud, sentirvi parlare mi ha strizzato lo stomaco e portato indietro di vent’anni, al mio viaggio a Edimburgo, allo sballone di Leith che dopo aver visto la mia ragazza mi aveva consigliato, Tennent’s Super in mano a metà mattina, di girare i tacchi e tornare nelle vie del centro fra i turisti e i tipi in kilt che suonavano le cornamuse. SickBoy, sei ancora così figo ma la tua amica Veronika lo è molto di più: malgrado tutto, confermo i miei gusti in fatto di gambe magre e gonne cortissime.
Trainspotting2. Gran sound, gran ritmo. Tanta nostalgia, tanta paura. Tanta voglia, tante possibilità. Come la vita. Scegli la vita.
Non vorrei tornare ai miei vent’anni per tutto l’oro del mondo. Ma vorrei incontrarmi una notte, ventenne, solo per dirmi “vedrai, che ce la fai. Ce la farete tutti. Contro ogni previsione, fra vent’anni sarete tutti vivi e tutto sarà andato comunque bene. E allora, fregatene. Niente dipende così tanto e solo da te. Lasciati vivere. Vivi quello che vuoi. Si può sempre tornare indietro. Si può sempre tornare a casa. Si può trovare una casa anche se non hai mai sentito di averne una. Vai. Parti. Corri. Fai tutto quello che ti va senza paura, senza pensare sempre a doverti costruire scudi, armature, paracaduti. Vai, buttati: anche se nessuno ti ha insegnato a nuotare, imparerai da solo e sarà bellissimo”.
Non si può, lo so. Rivoglio indietro la mia cazzo di vita. Lo dice Franco o SickBoy, a un certo punto del film. Mi sono venuti i brividi. Non si riavvolge niente, non si torna indietro, non si mettono a posto le cose. Mai. Puoi solo andare avanti cercando di far sì che quello che hai dietro faccia pochi danni a quello che ti rimane da fare, da provare.
Quindi? Quindi Trainspotting è un capolavoro, come i vent’anni. Trainspotting2 un gran bel film. Come i quaranta: pieni di opportunità, di energia, di voglia di fare. Travolti dai ricordi, dalla malinconia. Con la paura di vivere nel passato e il terrore di perderlo quel passato buttandoselo definitivamente alle spalle.
Occorre incanalare l’energia, dice Rent. Come? Andandosene. Io a vent’anni me ne sono andato. A quaranta ho tanti pruriti di partenze.
Tempo davanti. Quanto? Chi lo sa. Quanto impegnativo? Dipende da me. Quanto felice? Dipende quasi solo da me. La fortuna? Ormai non ci si può più affidare, ma ci si può sperare.
Vent’anni sono difficili. Quaranta sono meglio. Anche se certe mattine pesano un sacco.
Danny Boyle è un figo. SickBoy, mi dispiace ma c’è Veronika. Spud ti adoro, Franco. Beh, Franco è Franco. Rantbello, sei tutto quello che avrei voluto essere se non avessi avuto veramente niente da perdere, o se avessi avuto veramente qualcosa a cui tornare.
Mi accenderei una sigaretta adesso, fuori dal cinema, ma non fumo più.
Due passi per pensare e tornare nel 2017, Bologna. Alla mia vita responsabile, almeno a volte e affidabile, ogni tanto.
Poi vado a farmi un paio di birre. Appuntamento con due occhi che ti sdraiano anche da lontano. Forse le racconterò tutto questo. Probabilmente non le dirò nulla di tutto questo.
Il tempo? Il tempo rimane quello che ti frega.

Un po’ di tempo fa lessi un’intervista a Ottavia Piccolo, l’attrice, e lei diceva pressapoco “certe volte l’esistenza mi sembra come una prova generale e mi stupisco che non ci sia poi un’altra possibilità dove tutte le cose verranno fatte meglio, dove questa è solo una prova di quello che sarà”. Personalmente ho convissuto per tanto tempo con l’idea che poi tutto sarebbe rifatto meglio. Si pensa che la maturità ti porterà una consapevolezza maggiore di quello che stai facendo, una profondità maggiore questo e quell’altro… poi invece alla fine ti rendi conto che quello che sai fare è questo, lo stai facendo e un’altra occasione non ci sarà. Ciò è abbastanza traumatico, insomma.
Emidio Clementi – Mucchio n. 675, 2010

*Massimo Volume

Fabio Rodda