Girls in a band (Fiver # 27.2016)

The Julie Ruin

The Julie Ruin

Come dice lo spot che pubblicizza in tv quella bevanda di colore rosso scuro dalla media gradazione alcolica: l’attesa del piacere è essa stessa piacere. A questo pensavo l’altro giorno forzando un po’ la mano alle mie abituali sinapsi mentali, mentre scorrevo la cartella di mp3 dentro cui erano allineate le canzoni del nuovo disco dei Julie Ruin. Leggevo i titoli ordinati uno dietro l’altro prima di dedicarmi all’ascolto, divertendomi oziosamente ad immaginare dietro quali di essi si sarebbero potuti nascondere ritmi e melodie destinati ad accompagnarmi per i mesi futuri.

Da molti anni sono ormai abituato ad avvicinarmi ai nuovi dischi approcciandoli da due diverse prospettive: quella dell’ascoltatore, attento alla qualità tout court, e quella del dj concentrato principalmente a testarne le potenzialità da dancefloor. Decisamente più difficile trovare dischi e canzoni che si adattino alla seconda specie perché – per come la vedo io – le canzoni buone per quella categoria devono essere necessariamente buone anche per la prima altrimenti non mi vien voglia di selezionarle in luoghi pubblici. Una canzone per essere passata in console deve essere anche bella. Il fatto che una canzone abbia ritmo e risulti ballabile non è di per se sufficiente. Viceversa capita che, anche dopo tanti anni, scambi canzoni semplicemente belle per canzoni ballabili. Scarsamente professionale, per questo non sono mai stato e mai sarò un buon dj. Di solito sbroglio la faccenda affermando di non essere appunto un dj, bensì uno che si limita a selezionare canzoni mettendole in fila con una logica che asseconda percorsi mentali spesso e volentieri chiari solo a me.
Al giro di Run Fast ci aveva pensato Ha Ha Ha a far saltare il mio banco personale unendo le due qualità di cui sopra. Dopo quasi tre anni dalla prima apparizione quella canzone resta ancora oggi il momento chiave di ogni mio dj set e il suo passo incalzante e serrato non è ancora arrivato a saturare il livello di guardia.

Tutto quello che Kathleen Hanna negli anni ha artisticamente prodotto mi è piaciuto. Sarà il suo cognome, che ogni volta che lo leggo mi vengono in mente i cartoni animati che da piccolo preferivo. Le Hanna & Barbera Productions: Tom e Jerry, gli Antenati, Scooby Doo, tanto per dire. Sarà il fatto che per le donne che suonano in una band ho sempre avuto un debole. E qui per non arrogarmi a sproposito pretese femministe cito una dichiarazione fresca fresca della Hanna che immagino sia rivolta a quelli come me: “in Mr So and So (canzone del nuovo album) canto dal punto di vista di un tipo cui piacciono le band formate da ragazze e che solo per questo si ritiene essere femminista ma in realtà nella vita di tutti i giorni mette in atto comportamenti tutt’altro che femministi. Mi è capitato molte volte di incontrare questo tipo di persone, così a volte mi diverto a prenderle in giro”.

A memoria potrei affermare di essermi trovato a scrivere qualcosa su ogni singola uscita che Kathleen Hanna ha prodotto nel suo abbondante ventennio di attività. Partendo dai dischi delle Bikini Kill, passando a quelli – anzi quello – della prima versione solista marcata Julie Ruin (senza il The davanti), attraversando i bagliori elettro dance de Le Tigre e chiudendo il giro con The Julie Ruin, attuale versione da band del primo spin off post Bikini Kill.
Mi piace la Hanna. Mi piacciono le sue idee, mi piace il suo spirito, mi piace la musica che scrive, quello che canta e ciò che suona (più che altro quello che suonano le persone che le stanno attorno, perché in linea di massima lei si è sempre e solo occupata di cantare). A dire il vero se considero i dischi in cui è stata coinvolta non ce n’è uno che potrei ascrivere tra i miei preferiti di sempre, eccezion fatta – forse – per Revolution Girl Style Now! la prima cassetta autoprodotta dalle Bikini Kill nel ’91 successivamente riproposta quasi per intero nel mini lp uscito per Kill Rock Stars l’anno dopo. Lo scrivo giusto per cogliere il gancio e citare la frase “era meglio il demo” celeberrima gag del mio amico Marco Pecorari autore di un gran bell’articolo sulla Hanna pubblicato un po’ di tempo fa su questo blog.

Detto questo, poi l’altro giorno ho fatto partire la musica e la ricerca ha dato subito frutti.
La prima canzone, quella che da il titolo all’album, mi è già bastata. Più avanti ce ne sono almeno un altro paio che potrebbero assolvere il compito di spartirsi equamente ritmi da riempi pista e melodie da ottime canzoni. Più in generale tutto il disco mi piace molto.
Sono entrato nel sito della Hardly Art e ne ho ordinato immediatamente una copia: prima stampa, vinile trasparente. Poi ho cercato le date del suo tour europeo, per ora niente Italia. Toccherà salire su un aereo per volare a vederla da qualche parte.

The Julie Ruin “I Decide

Non ho trovato in rete un link a Hit Reset da piazzare qui. Nel video di I Decide però c’è Katie Crutchfield
dei Waxahatchee che passeggia per Austin e la canzone potrebbe anche essere una delle altre 2/3 che secondo il mio bizzarro concetto di ballo potrebbero essere passate in pista. Tanto poi oggi la musica nei rock club non la balla più nessuno, quindi una canzone vale l’altra.

Yak “Victorious (National Anthem)

Sono inglesi ma sembrano molto americani. In autunno arriveranno a suonare dal vivo dalle nostre parti, sono molto curioso di vederli sopra un palco.

Male Gaze “Ranessa

Il nuovo disco dei Male Gaze non mi dispiace ma non mi fa nemmeno impazzire. Questa canzone però si, eccome

Sleeping Beauties “Meth

Nelle prime tre righe di presentazione degli Sleeping Beauties la In the Red elenca nell’ordine: Hunches, Eat Skull e Hospitals. Poco sotto tocca ad Alex Chilton e Electric Eels. Di mio non aggiungo nulla, qualunque altra citazione sarebbe superflua.

Wimps “Vampire

Non mi ero accorto di loro quando pubblicarono il primo disco un paio di anni fa e non mi sono accorto nemmeno dell’uscita del secondo lo scorso novembre. Quando l’altra sera ho tirato fuori il nome Wimps nel corso di una conversazione con due vecchi amici pensavo di giocarmi l’asso di briscola. Loro invece ne sapevano molto più di me. Sto invecchiando, evidentemente.

Arturo Compagnoni

L’arte di chiamare time out (Fiver # 26.2016)

timeout-fortitudo

Giugno 2016: in gara 3 di semifinale A2 del campionato di Basket italiano, Matteo Boniciolli allenatore della Fortitudo Bologna chiama un time out. La sua squadra affronta gli storici rivali di Treviso e in palio c’e’ la finale per ritornare in serie A1 dopo anni di purgatorio e vicissitudini societarie negative. Il time out è chiamato sul +20 Fortitudo, ma non è un time out normale, è il Time Out Definitivo, è “il time out che tutti gli allenatori avrebbero voluto fare almeno una volta nella vita”, diranno i giornali il giorno dopo.

Chi non è avvezzo al basket può pensare che se chiami un time out sul +20 nel terzo quarto, lo fai per dosare le energie alla tua squadra e dare gli ultimi accorgimenti tecnici.
No, Boniciolli chiama time out per dire ai suoi ragazzi e a se stesso che sono una squadra di stronzi. A mio avviso è il time out che non solo tutti gli allenatori, ma l’umanità intera vorrebbe chiamare almeno una volta nella vita, chi sul luogo di lavoro, chi in casa, chi insieme ad un gruppo di amici o in generale tutte le volte in cui le cose non vanno come noi vorremmo. E’ il time out che chiamerebbe anche Dio pochi minuti prima della fine del mondo, convocando 7 miliardi di persone sulla panchina.
Ma spingendomi oltre in una esegesi personale di questo time out, non sono insulti quelli che si sentono, ma parole di grande affetto. Se chiami time out sul -20 e dici a tutti che sono stronzi, vuoi offendere. Se lo chiami sul +20 è come dire “vi voglio bene, vi voglio così bene che vi do la consapevolezza di essere degli stronzi, così riconoscendo di esserlo non butterete via tutto quello che di buono avete fatto fino ad ora”.

L’introduzione è ardita se si pensa che l’intenzione di questo pezzo è presentare brevemente alcune opere passate al sempre più interessante Biografilm Festival da poco conclusosi a Bologna.
Ci ho ripensato in questi giorni chiedendomi cosa mi spinge nei festival a vedere 30-40 film in pochi giorni, oppure perché voliamo all’estero a vedere un festival musicale, oppure ancora perché troviamo ancora fondamentali nuovi dischi come quello dei Car Seat Headrest o nuovi film come Neruda nonostante siano decenni che compriamo dischi e vediamo opere cinematografiche.
Si può rispondere in vari modi, tutti corretti in quanto personali: lo facciamo per divertimento, per passione, per ricerca di bellezza, per senso di appartenenza, perché quella è la nostra vita (o anche parte del nostro lavoro, nel mio fortunato caso).
Non so voi, ma io nell’ascoltare musica e vedere film mi sento anche meno stronzo e questo lo aggiungo a tutte le motivazioni appena elencate.

Se ti immergi nelle vite degli altri (vedi immersione nel Biografilm) , attraverso le loro storie, che poi sono le storie di tutti noi con le nostre fatiche, le nostre speranze, i nostri sogni e vai a casa con pensieri stronzi, allora sì : sei proprio stronzo e ci sarebbe bisogno di un time out con qualcuno che lo venga a dire in maniera diretta. Ma se il time out diventano le storie stesse, tutto può diventare uno stimolo.

Il Biografilm compie 12 anni e si presenta nella sua edizione “monstre” : 89 film di cui 21 in anteprima mondiale e 26 in anteprima europea, tra cui il grande merito di portare le ultime opere di grandi autori come Ken Loach , fresco vincitore a Cannes, Werner Herzog e Pablo Larrain (che con il suo “Neruda” conferma di essere a mio avviso uno dei più grandi, poetici e visionari narratori del nostro tempo). Guardando indietro, si tratta della mia 11esima partecipazione, il mio interesse nacque nel 2006 con “You’re Gonna Miss Me”: bel documentario sulla vita di Roky Erickson dei 13th Floor Elevators, da allora non si è mai spento e ogni anno in quei 10 giorni di giugno mi sento meno stronzo.
Da alcuni anni , vista l’offerta qualitativa sempre in crescita, il Festival dedica una apposita sezione alle biografie musicali.
Quest’anno sulla carta il programma non presentava storie di artisti a noi vicini (ad eccezione di una mia personale simpatia verso Johnny Cash e di una rassegna Sky di cui parlerò in chiusura); è stato ugualmente un piacere entrare in mondi a me lontani, ma non per questo meno interessanti.

Fedele alla legge del “Fiver” , ecco i 5 titoli musicali che mi permetto di segnalarvi, in attesa dell’uscita in future possibili distribuzioni italiane

Elvis e Nixon
Se siete fan di Elvis state lontani da questo film. Se invece avete di lui la stessa considerazione che ne avevano i Living Colour, allora troverete come me questo film molto, molto divertente.
La storia (improbabile ma vera) è quella del desiderio di Elvis di incontrare il Presidente Nixon al fine di essere nominato Agente Federale contro la droga ed i pericoli derivanti dalla cultura giovanile alternativa negli Stati Uniti. Un altrettanto improbabile, ma molto simpatico, Michael Shannon interpreta Elvis Presley, Kevin Spacey interpreta invece Nixon alla sua maniera, risultando cioè praticamente e spassosamente perfetto.
Un film a mio avviso riuscitissimo. Da vedere, per 90 minuti di ottima e dissacrante commedia americana in cui i miti vengono ridotti a macchiette.

All these sleepless night
Si cambia completamente genere, mood, paese. Siamo a Varsavia, in una Varsavia molto moderna e non più così insipida e noiosa per i giovani come poteva essere negli anni 90 (parole che provengono direttamente dal regista altrettanto giovane Michal Marczak presente al Festival e fresco vincitore – per questo film – del Premio alla Regia all’ultimo Sundance). Una Varsavia invasa dalla musica elettronica, dai club e dai giovani che li frequentano. Marczak si concentra su uno di questi (in stile fiction) e narra una storia fatta di notti passate a sballarsi, parlare, amare, vivere. Non è un film sulla musica, ma che vede la musica (elettronica, tra cui spicca Caribou) come spina dorsale della storia. Un film alla “Sonar “ o alla “Robot Festival”, che infatti risultava tra i promotori della proiezione. Marczak è al secondo film e gira in maniera molto sensuale, un nome sicuramente da segnarsi.

Miles Ahead
Uno dei titoli musicali più attesi alla vigilia, se non per l’importanza della produzione: il Miles Davis scritto, girato ed interpretato da Don Cheadle. Anche in questo caso, non so se il film potrà essere apprezzato dai fan di Davis.
Non risalta quasi per nulla la sua genialità, la sua storia musicale di rottura e innovazione, la sua creatività. Vengono invece accentuati i suoi lati caratteriali, il suo essere tossico, l’atteggiamento da mezzo gangster. Se si può dare un voto 8 al Don Cheadle attore (ottima la sua voce e la sua interpretazione), si fatica a dargli la sufficienza come sceneggiatore. La sua decisione è infatti mischiare avvenimenti realmente accaduti (l’abbandono della scena di Davis tra il 1975 e il 1980) ad avvenimenti inventati (un improbabile furto di sue registrazioni), per un film che nelle intenzioni vuole essere molto jazz, ma che rischia di arrivare allo spettatore medio non jazz, come un’opera confusa e con poca anima.

Strike a Pose
Veniamo ai documentari. Storica colonna vertebrale del Biografilm .
Mai avrei detto di potermi appassionare ad un documentario sul “Blonde Ambition Tour” di Madonna del 1990, il primo tour di spettacolo a 360 gradi che la musica pop ricordi. Il merito della riuscita dell’opera è quello di disinteressarsi completamente del personaggio Madonna e di concentrarsi invece, a 25 anni di distanza, sui 7 ballerini che l’hanno accompagnata per un anno durante il tour mondiale. Ne esce uno spaccato di vita molto interessante e a tratti toccante, sull’essere star a 20 anni ed essere dimenticati a 21, sul chiedersi cosa fare negli anni successivi per riprendersi, sul buttare via la propria vita, sull’Aids che falcidiava negli anni 90. 6 persone (1 dei ballerini è infatti già scomparso) che mettono a nudo tutte le debolezze della loro vita, per un documentario molto intenso e ottimamente costruito.

The Music of Strangers. Yo-Yo Ma & the Silk Road Ensemble
Poi ci sono dei documentari di cui non ti innamori, ma a cui auguri una lunga vita carica di successi in quanto opere importanti. La storia è quella di Yo-Yo Ma, da molti considerato il più grande violoncellista vivente e del suo progetto di “musica globale” nato nel 2000 e finalizzato alla fondazione del Silk Road Ensemble , un’orchestra formata da musicisti provenienti dalle più disparate zone del mondo. Scopo della Silk Road è anche quello di diffondere una cultura di pace e convivenza attraverso la musica e toccando luoghi dove la guerra ha soffocato l’arte. Il documentario è un susseguirsi di immagini , musiche e testimonianze dei grandi musicisti siriani, iraniani, cinesi, europei e americani che compongono l’orchestra. E’ un film furbo, che strizza l’occhio al grande pubblico con immagini e suoni potentissimi, ma non c’e’ nulla di male e se il tutto è fatto per veicolare ottimi messaggi ben vengano queste produzioni (in stile “Real World” di Peter Gabriel, per fare un parallelismo musicale).

In chiusura, segnalo anche la serie inedita Sky “Rotte indipendenti” presentata in anteprima al Biografilm. Si tratta di un excursus sulla musica indipendente italiana attraverso puntate monografiche su Bologna, Milano, Roma e Torino. Il lato nostalgico non è mai stato il mio forte, ma sicuramente la serie è importante sia dal punto di vista di ricostruzione storica, sia per riportare in essere immagini piuttosto rare. La serie è attualmente in onda su Sky Arte e presente anche sulla piattaforma on demand.

Alla fine la Fortitudo non ce l’ha fatta a risalire in Serie A1, si è fermata all’ultimo gradino di finale, Gara 5. Traslando un coro molto caro ai fortitudini, nella vita non si vince mai un cazzo. Ma se si continua a “difendere, pressare, attaccare la palla e passarsela” tutto può risultare molto più sensato e divertente.

MASSIMO STERPI

PS16 day 3 – perfetti (Fiver # 25.2016)

ma è ancora pomeriggio e sono con i miei amici al main stage per Wild Nothing. Ieri abbiamo tirato mattina in giro per Barcellona, città da favola: c’era più gente all’alba che mentre venivamo qui oggi, alle cinque di pomeriggio. Ci muoviamo verso il palco Heineken: non possiamo perderci il prossimo concerto.
Un messaggio: Giulio che sta arrivando, ci vediamo al bar 1 qui di fianco fra un’ora e ci guardiamo assieme Brian Wilson. Perfetto.
Stanotte voglio stare con lui: l’ultima notte di festival, di Barcellona. Chissà se ci vedremo più. È così bello e mi piace come mi guarda, come mi parla. Come studiava i miei tatuaggi l’altra mattina, a letto, mentre gli raccontavo il perché di quelle fenici, mentre gli dicevo cose di cui non parlo mai, che non racconto quasi a nessuno. Ma con lui era tutto così naturale, semplice.

Così normale, come fossimo sempre stati intimi, una questione di pelle e pancia.
Uddi mi tira la maglia oversize di Florence and the Machine: Jack è appena salito sul palco con la sua chitarra e sta già partendo To Know You e Arna, che è venuta da Holar apposta per vedere suonare lui, salta in preda a un crisi isterica.
Domani torno a casa, a Kopavogur e al suo mare giusto un pelo più freddo di questo.
Ma oggi ho voglia di non pensarci e godermi l’ultimo giorno di musica e birre e caldo coi miei amici e ho voglia di Giulio, di stringerlo tutta la sera. Tutta la notte.

Oggi tour dei bar con Carlo e i suoi amici: ce lo siamo promessi ieri mentre ci facevamo quell’hamburger prima di separarci, io per i miei Dinosaur Jr., lui verso Radiohead.
Giulia a zonzo con le ragazze e poi mi sa presto sotto l’Heineken per sentire Wild Nothing.
Niente Bob Mould. Mi perdonerà. Per fortuna sono abbastanza vecchio da averlo già visto almeno un paio di volte.
Arriviamo alla salita del Forum che ci siamo già bevuti una vasca di birra. Mi sono perso Brian Wilson, ma di vedere il suo cadavere dietro al pianoforte me ne fregava il giusto.
Sono le nove, dobbiamo muoverci per arrivare all’H&M che fra mezzora attaccano i Deerhunter che sono la vera figata di questo festival e non me li voglio perdere.


Scrivo a Giulia. “Arrivati. Deerhunter”. Mi risponde: “ci guardiamo assieme Sigur Ros?”

Certo che ce lo guardiamo assieme, ma prima c’è PJ e qui sarà una bolgia tutta la sera: da un palco all’altro in sequenza fino a notte a fare ping pong fra i due main stage. Stasera chi si muove da qui?

Raggiunta Fenice che Wild Nothing ha finito di suonare da una mezzora. Sul palco H&M una band spagnola che non si poteva sentire. I suoi amici se n’erano andati a vedere Richard Hawley al Ray-Ban. Noi ci mischiavamo alla folla un po’ hippy del live di Brian Wilson perché io volevo aspettare PJ Harvey sulle transenne.
Pet Sound, gran disco e abbiamo superato il primo quarto d’ora in cui volevo andarmene per il disagio di vedere Brian issato sul palco e parcheggiato dietro al suo pianoforte, braccia molli lungo i fianchi e occhio assente. Passati i primi pezzi, in realtà è stato bello vedere sorridere e cantare uno che ha consumato la vita come lui. La follia ed essere ancora qui. Alla fine sono contento di averlo visto e di aver canticchiato con lui Wouldn’t It Be Nice ballando con Fenice che non sapeva chi fosse finché non si è illuminata al sentire “Beach Boys”.
Troppo giovane per memorizzare un nome così lontano. E così maledettamente bella con i capelli raccolti in due trecce che sembrano fatte apposta per ballare tra le hipster finto freakkettone che con gli occhiali da sole tondi cantano a squarciagola tutti i pezzi.
Ma adesso è buio da un po’ e tutti qui aspettano la regina del Primavera.

E lei arriva ed è lei. Unica. Abito lungo, elegantissimo. Sassofono e capelli acconciati. Lei non suona la chitarra (maledizione, ti ho pregato di prendere quelle sei corde in mano ogni volta che ti vedevo chinare ai piedi della batteria) ma canta e balla ed è magnetica e la folla è rapita, si muove appena come fosse coinvolta in un rito, qualcosa di più grande di un concerto.
La sacerdotessa officia il suo sabba di musica e vibrazioni e comincio a sentirmi lontano dal mondo, da qualunque preoccupazione: pieno di energia che si muove fin nella pancia e lascio che siano le note dal palco a guidare la sera nel buio di Barcellona.

E lo sapevo. Li aspettavo. Ho lasciato PJ a metà per correre sotto al palco H&M perché non mi volevo perdere nemmeno una nota. Niente. Jon, Georg, Orri e gli altri sono sul palco da una ventina di minuti e su tutta l’area mainstage è caduto un silenzio surreale. Eterei come sempre, ma qui è qualcosa di più, con quel retropalco enorme e le proiezioni che sembrano voler uscire dagli schermi, le luci magiche. Indescrivibile. Tanta gente piange. Io, a tratti, non so più dove sono e stringo la mano di Maria che ha il volto rigato dalle lacrime ma sorride.


Marco arriva, improvviso, e mi prende la mano mentre un piccolo boato e singhiozzi accompagnano le prime note di Untitled1: « visto che ti ho trovata anche sta volta? » e mi abbraccia e sembra di essere su un altro pianeta. I Sigur Ros dal vivo ti fanno sentire che esiste qualcosa oltre la materia, qualcosa che sta attorno e che loro sono riusciti ad imprigionare e rendere, ogni volta, da un palco che diventa un posto lontanissimo. Da un’altra parte. Non su questo mondo e mi lascio andare all’abbraccio di Marco che fa il duro ma sento il respiro che cambia e quando gli carezzo il viso è umido sotto gli occhi e non potrebbe non essere così.

Giusto il tempo di riprenderci dagli schiaffi al cuore dei Sigur Ros con un paio di birre e sul palco di fronte inizia a suonare Moderat. Ultimo big di questo festival. Sento già la malinconia di domani, quando tornerò dalle ragazze a prendere la borsa. Quella malinconia che sentivo da bambina l’ultimo giorno di vacanza al mare, quando si salutavano le amiche diventate sorelle in tre settimane, depositarie dei segreti più intimi. I ragazzi con cui si era riso per giorni e giorni e lui, che già faceva il duro e si accendeva di nascosto della paglie in pineta. Lui che era stato il primo bacio vero. E ci si scambiava indirizzi su foglietti che a settembre sarebbero andati perduti ma quel giorno, erano la cosa più preziosa da tenere con sé.
Marco mi guarda coi suoi occhi da cucciolo preoccupato: « tesoro, tutto bene? », « certo » sorrido stiracchiando le braccia: « sono un po’ stanca. Vai a prendere due birre che non ho voglia di fare la fila? ».
Mi giro verso il palco mentre Marco va al bar, col suo passo sghembo che mi piace tanto. Forse sono davvero innamorata di lui e devo solo dirmelo. E dirglielo.
Ci pensiamo domani.
E tu guarda chi c’è lì davanti a me a ballare come un deficiente… Pochi metri e lo prendo per la felpa. Ci mette qualche secondo a capire che qualcuno lo sta tirando. Si gira. Allarga un sorriso bastardo da passerella. Ma è contagioso. Mi guarda e si mette a ridere: « ciao ».
Faccia da schiaffi. Ma viene da ridere anche a me: « ciao ».

E poi suoneranno ancora Ty Segall, Julia Holter e forse riusciremo a vederli e poi chiuderemo tutto ballando ubriachi le maragliate di Dj Richard e Dj Coco, storici sbaraccatori del Primavera Sound, ma adesso siamo in migliaia con le braccia al cielo perché Moderat ha fatto partire la sua A New Error e vedo Fenice che salta a ritmo mentre va a prendere altre due birre – ti vedrò mai più? Ci sarai sempre? domande che adesso non hanno peso – e io non posso stare fermo e questi quattro giorni mi pulsano dentro a ritmo di questo che d’ora in poi per me sarà il pezzo di chiusura del Primavera Sound 2016. Quattro giorni pazzeschi e meravigliosi, ricaricare le pile e svuotare la mente, riempire il cuore e liberare il corpo.
Perfetti. Quattro giorni perfetti. Perfetti io e Fenice, i sorrisi che ho incontrato, le albe che ho visto.
Sento tirare la felpa. Mi giro: Giulia. La milanese. Scoppio a ridere: « non ci credo! ».
«Te l’avevo detto che ci saremmo bevuti quella birra…».
Incontro lo sguardo di uno che ho già visto. Certo: ieri, palco dei Dinosaur Jr., ci siamo salutati. Forse uno che ho conosciuto al Covo. O al Freakout. O all’Hana-Bi. O chissenefrega.
Sorrido. Fenice sta tornando che ancora saltella spandendo birra da tutte le parti. Potrei guardarla per ore.
Perfetti.
Giulia fa spallucce, il suo muso da furbetta con gli occhi grandi, alza il bicchiere che il tipo, un po’ perplesso mentre cerca di capire dove mi ha visto, le ha appena dato. Non riesco a smettere di sorridere e

Fabio Rodda

PS16 day 2 – leggeri

Altre di B

Altre di B

ma per fortuna mi sono ricordato di mettere fuori il cartoncino “non disturbare” sulla porta all’alba mentre rientravamo barcollando.
Fenice è ancora sotto la doccia e canticchia nella sua lingua incomprensibile mentre io cerco di capire come farò a non impazzire oggi al Forum: solo tra le sei e le otto si accavallano White Fence, Bradfor Cox, Cabaret Voltaire, Lush e Savages.
È già pomeriggio ed è impensabile arrivare ai palchi prima delle sette. Lush li vedrò alla Route du Rock quindi eliminati come, rullo di tamburi, i Radiohead che ci saranno centomila persone e io me li rifaccio al Lollapaloza Berlin a settembre. E poi in contemporanea c’è il secondo imperdibile di questo PS16.
Savages viste mille volte e mille volte le vedrei: l’energia di Jenny Beth Camille, che penso sposerei in questo secondo se solo me lo chiedesse o se lo lasciasse chiedere, è sempre un’esplosione indescrivibile.

Derivative, niente di nuovo, due dischi non indimenticabili. Ne ho sentite di tutti i colori su di loro, tutto piuttosto vero, ma sai che c’è? Che io negli ultimi due anni le ho viste almeno cinque volte e anche stasera starò sotto il palco perché sono una delle migliori live band mai messe su un palco. Ayse che oscilla come un metronomo anche quando non tortura il suo basso, tiene il tempo, Fay che picchia come se avesse i bicipiti di un taglialegna e Gemma con quei suoni shoegaze.
Potenti. Sexy.
Quasi quanto Fenice che, uscita dal bagno, mi si siede in braccio e lascia cadere a terra l’asciugamano bianco col logo dell’hotel.
Forse faremo tardi.

Oggi ce la siamo presa con calma: Giulia dormiva ancora quando sono uscito per prendere due cornetti e due cappucci da portare in camera. Poi due passi per Barcellona con un sole caldo che faceva venir voglia di sedersi in ogni baretto a bere sangria. Pranzo di pesce e vino bianco e adesso sono dell’umore giusto: Giulia con le amiche si è già parcheggiata sotto al palco dei Beirut che a me appassionano come una seduta dal dentista. Gironzolo per i vari palchi nelle retrovie fra Alex G, Lush e Steve Gunn, che avevo già visto suonare con Kurt Vile e che qui, al Palco Adidas ha fatto un set magnifico.
Non ho voglia di tornare verso i due main stage e mi faccio un hamburger e patatine con Carlo che vive da poco a Isola e che ho appena incontrato per caso. Mando un messaggio a Giulia: ti stai divertendo con quella lagna?:) e, mentre facciamo la fila, due chiacchiere su quanto è brutta Milano ma alla fine stiamo tutti là e come fai ad andare da un altra parte?

Il tempo di un panino con Carlo che mi saluta con un « ma sei matto?» quando gli dico che non andrò a vedere i Radiohead e mi piazzo sotto al palco dei Dinosaur Jr. appena prima che J, Lou e Murph siano on stage.
Sento parlare italiano: vedo un tipo alto con un berretto del primavera che parla con una ragazza. L’ho già visto, ma non mi ricordo dove, forse a qualche concerto al Magnolia. Alza gli occhi e incrociamo gli sguardi: un cenno di saluto, sì, da qualche parte ci siamo già visti. Poi parte quella chitarra lì e la gente comincia a pogare e volare da tutte le parti e finalmente un concerto vero a sto festival e salto e ballo e mi sento stupidamente felice quando vedo di fianco a me un tizio sulla cinquantina, giacca da impiegato, barba e capelli bianchi che, zainetto abbracciato sul davanti come fosse un koala, gira su se stesso e salta e balla con gli occhi chiusi e un sorriso che non so come descrivere e qui al Primavera sembra sia tutto veramente una figata.

Fenice mi ha scritto: mi raggiunge al Palco Adidas. Poche centinaia di persone, un concerto epico: Shellac. Arriva trafelata, ha corso: all’Heineken con tutta quella gente e tutto quel vento pare non si sentisse un cavolo dei Radiohead e poi si era rotta le scatole: poco sangue dice, con la g dura come noi non riusciremmo mai a pronunciarla.
Qui Steve Albini è più matto del solito e quel gigante di Todd picchia un piatto montato dietro le spalle come fosse la cosa più normale del mondo, le braccia lunghissime spalancate quando non sta massacrando il rullante. Bob potrebbe insegnare a suonare il basso a schiere di ragazzetti, con quel suono che sembra una lamiera passata su corde d’acciaio.

É un’altra mina nella serata, appena il tempo di riprendermi dal pogo coi Dinosaur Jr, maglietta fradicia e qui c’è un vento dal mare che domani sarò morto, ma Fenice mi prende per mano e mi porta sotto al palco e si ricomincia a saltare che non se ne può proprio fare a meno.
Se ieri non avessi goduto così tanto con LCD Soundsystem, direi che questi due sono la doppietta del festival, forse dell’anno. Sei ragazzoni in tutto su due palchetti e tanta, tantissima roba che fa godere le orecchie e scaldare i muscoli anche se non vuoi.

I Beirut hanno appena finito No No No, Maria sta ancora ballando con gli occhi chiusi, Marco mi manda messaggi prendendomi in giro: dice che loro sono una pippa, noia allo stato puro. Si diverta lui a saltare come un ragazzino con quei vecchietti dei Dinosaur Jr e i loro cento decibel sicuri a venir fuori dai Marshall… Zach, si prende un applauso infinito mentre il piano introduce già The Rip Tide e tromba e trombone di Kelly e Ben riempiono l’aria.
Tiro Maria per la maglietta: «dai Mary, dobbiamo andare di là, se no restiamo in mezzo fra i due palchi!» e ci avviamo a malincuore fuori dal pit sottopalco: I Radiohead fra una quarantina di minuti attaccano e già un mare di gente aspetta seduta per terra.
Il tempo sembra volare e, come per magia, mentre Maria mi fa il solito terzo grado su Marco e su cosa voglio fare con lui e ma com’è a letto e ridiamo come due cretine, le luci vanno giù, un boato sale dalle migliaia ammassate davanti a noi, il palco diventa rosso come un vulcano e comincia tra urla isteriche Burn the Witch, poi un’infilata dietro l’altra di pezzi da primo posto in classifica.

Penso di sentirmi svenire quando comincia Lotus Flower, poi No Surprises e io e Maria ci abbracciamo e sono lacrime. Un altro minuto e sono altri otto, nove pezzi e Tom se ne va dal palco fra le urla impazzite di credo centocinquantamila persone. C’è un vento fortissimo e l’impianto fa quello che può e la gente che li chiama ancora fuori a suonare, a non interrompere questa magia, così leggeri, cullati tutti dalle loro sinfonie ed eccoli di nuovo sul palco: vola un’altra mezzora e su There There crediamo tutti sia finita, la gente comincia a spostarsi, a sfilare verso i bar ma le luci non sono accese e io tengo Maria per un braccio, quasi matta con le dita strette attorno al suo polso perché sento che non è finita.
Ed ecco Thom, maglietta nera e gilet che si avvicina al microfono e parte Creep e io sono solo brividi perché non ci credo: da quanto non la suonano? E non era in scaletta negli altri concerti e lui indica verso di noi quando dice you’re so fucking special e sì, questa è la sera più bella della mia vita e non vedo l’ora di raccontarlo a Marco ma intanto abbraccio la mia migliore amica e non vorrei essere con nessun altro in nessun altro posto in questo momento.

Ho trovato Giulia subito, come se avessi un radar puntato su di lei. La troverei anche tra un milione di persone, ne sono certo. Le arrivo alle spalle e la bacio sul collo. Lei si gira, mi carezza e poi torna a guardare il palco appoggiando la schiena al mio petto. Sul palco Beach House e un tappeto di suoni da buonanotte che per stringere Giulia sono la colonna sonora perfetta.

Fenice risponde al telefono, ride della sua risata piena e felice. Parla e io non capisco niente, birra in mano e saranno le due di notte passate ed è pieno di gente attorno a noi e hanno suonato i Last Shadow Puppets mentre ridevamo di Alex Turner, canotta e jeans tre taglie di meno per mostrare un culo effettivamente niente male, ubriaco fradicio sul palco a importunare uno smarrito Miles Kane che a fine live l’avrà picchiato.
Fenice parla e ride e mi carezza la guancia, poi dice: «devo andare, sai, miei amici…» e mi bacia e poi saltella via un «ci vediamo domani» e io le faccio ciao con la mano e, non so se cotto più dall’ora o dalle birre, mi muovo dall’Heineken dove la lagna dei Beach House mi sta facendo addormentare e vado verso il Palco Nightpro dove suoneranno i regaz di Bolo.

Marco arriva e riesce incredibilmente a trovarmi nella bolgia per i Beach House, ancora main stage, praticamente non mi sono mossa dai due palchi Heineken e H&M per tutta la sera. L’atmosfera è dolcissima, quasi a voler accompagnare via lentamente le botte al cuore dei Radiohead. Marco mi abbraccia e mi lascio andare alle sue spalle larghe, alle mani sicure che stringono le mie e stasera mi lascio avvolgere dalla certezza dei suoi sentimenti che sembrano essere semplici e chiari come io non sono mai stata. Forse non sarò mai.
Occhi socchiusi mentre il palco, enorme, si riempie di una pioggia di stelle e la gente dondola e si abbraccia sorridendo nella notte delicata di Barcellona.

Arrivo al piccolo palco in un’arena più in basso della strada e vedo Giacomo e Co. che attaccano cavi, provano strumenti. Le facce tese, forse solo emozionate di essere ad un festival così importante.

Partono con Haruki Murakami che siamo in una decina lì sotto, tre di notte di venerdì e in un palco che lo devi proprio cercare, ma i regaz suonano come non mai, carichi che scaldano l’aria ormai da cappucci della felpa in testa e giubbotti chiusi. La gente passa, sente, si ferma, ascolta. Comincia a ballare. Kasparov e Zoff e dalla strada di sopra non smettono di scendere. Noi, davanti al palco, di ballare.
Dopo cinque pezzi parte Sherpa e sembra che nessuno riesca più a stare fermo: saltello cantando e guardo dietro di me e adesso saranno un centinaio e dalla strada continuano a venir giù e non ho mai sentito Le Altre di B suonare con così tanto cuore, loro che il cuore ce lo mettono sempre, anche alla sagra della porchetta di chissà dove.
Ma stasera sono ancora di più. Forse è il Primavera, forse questa città, non lo so ma non importa: dal palco scende un’ energia che sa solo di buono e adesso la piccola arena è stracolma e balliamo tutti e a fine concerto Giacomo saluta in inglese e poi torna al microfono e ringrazia i regaz di Bolo e gli faccio ciao con la centesima birra in mano e avrei voluto che Fenice li sentisse, si sarebbe divertita, si starà divertendo. E adesso si va al Beach club che al Bowers & Wilkins Sound System mettono i dischi Tiger & Woods (suonare non si dice, che ogni volta che dice “suona” un dj, un chitarrista, da qualche parte, muore) e c’è ancora aria di festa e vediamo dove va a finire questa notte che laggiù sul mare sembra stia già schiarendo e mi vibra il telefono ed è

Fabio Rodda

PS16 day 1 – sospesi (Fiver # 24.2016)

nemmeno troppo caldo, ma il sorriso di Elena, chi l’avrebbe mai dimenticato? Era il sorriso timido, quasi commosso di una ragazzina al primo concerto davanti a quindici amici. Invece lo vedeva proiettato sui megaschermi del Palco Heineken, il main stage del Primavera Sound dove i Daughter facevano cantare migliaia di persone.
Se fossi un uomo, pensava, mi innamorerei di quel sorriso e di quegli occhi fino a farne una malattia.
Giulia era arrivata a Barcellona appena in tempo per appoggiare la borsa sul pavimento in parquet della grande casa che aveva prenotato mesi prima con tutta la compagnia.
In fretta, che è il primo giorno ed è già pomeriggio: ci sarà un fiume umano che corre verso i braccialetti all’ingresso del Forum.
Le ragazze non ne volevano sapere di darsi una mossa: Maria, stravaccata sul divano, messaggiava col gruppo PS16 e il suo smartphone, già quasi scarico, si riempiva di notifiche rompipalle:
«Dai Mary, cheppalle!»
«Sei la solita scopa in culo Giuly…»
e le altre erano disperse per i tre appartamenti nello stesso palazzo che avevano preso tutte assieme.
Urla da quindicenni su e giù per le scale: roba da matti pensare di farsi il Primavera in venti, ma sembrava che tutta Milano si stesse trasferendo a Barcellona quel weekend. I numeri nella chat erano lievitati in pochi giorni e, così, eccole tutte assieme dentro e fuori per quelle stanze.

Da brava indiesnob aveva detto, come tutti, che sarebbe stata una gran palla vedere anche lì, al Forum, lontano da casa, le stesse facce di tutte le sere al Magnolia o agli aperitivi in Santeria. Ma tra decine di migliaia forse si può nemmeno incrociarsi.
Poi c’era Marco. Lui si era preso una casa con due amici, tre stanze comode. Giulia non aveva pensato che Marco stava spendendo una fortuna a due settimane dall’inizio del festival per avere una camera tutta sua. Tutta loro, in realtà.
Marco era sempre così dolce. Si erano conosciuti qualche mese prima e a lei lui piaceva. Tanto. Lui per lei aveva perso la testa.
Prendeva crema solare e cappello di paglia dal borsone che lasciava sul pavimento di una casa in cui, già lo sapeva, non avrebbe mai dormito.

Giulio era da un pezzo al forum, in piedi sotto al sole per vedere Car Seat Headrest, palco Pitchfork, ovviamente. La testa ancora un po’ scivolosa per le birre all’Apolo coi Suuns che avevano sfondato i timpani e lui che aveva ballato con quella ragazza bellissima e mai vista prima. Tutta colpa dei due scozzesi incontrati mentre saltava coi Goat e che erano diventati amici di sempre mentre suonavano i Suede.
Serata di preview: due concerti al Forum, un giro per capire palchi e distanze, poi un’ora di bus coi fratelli di Glasgow per arrivare al club.
Era lì, col suo braccio coloratissimo, pieno di fenici che disegnavano una voglia di rinascere che poi lei aveva voluto raccontargli la mattina dopo, sotto le stesse lenzuola, baciandosi come se fossero amanti da sempre.

Il sole era altissimo e faceva caldo, ma l’aria del mare rendeva vivibile anche il palco già forse troppo piccolo per quella chitarra. Parterre di giovanissimi, ragazzine con abiti leggeri e scarpe allacciate da uomo, triangoli tatuati ovunque e clubmaster vintage di ogni colore.
Will Toledo, classe 1992, teneva lo stage come se ci fosse nato: la sua timidezza che diventava esplosione lo-fi mentre in centinaia cantavano a squarciagola le sue canzoni.
Scaletta tirata: un pezzo dietro l’altro dritto a far saltare i mille del Pitchfork col sole che scaldava birre in plastica e ragazzini che sorridevano e ballavano tenendosi per mano.
Questo Primavera non poteva partire meglio.

Che palle sto momento fattanza: gli Air, grande atmosfera ma non si possono guardare, Nicolas più incartapecorito del solito e Jean più prof di matematica del solito. Più tardi torno qui per Tame Impala e mi sentirò Explosions In The Sky che suonano sul palco opposto. Mi dispiace per John Carpenter che suonerà al Primavera ma sono due anni che aspetto di vedere Kevin Parker e soci.
Scappo a vedermi Floating Points al Ray-Ban e l’atmosfera è da party: occhiali da sole in faccia anche se è già buio e bottigliette d’acqua in mano. Sorrisi occhi negli occhi su un altro pianeta mentre mani sconosciute sfiorano corpi che diventeranno complici.

Mancherà almeno mezzora alla fine del live ma devo scappare per tornare all’H&M. C’è un sacco di gente, più di quanta ne abbia mai vista qui e poi Giulia mi ha scritto che mi raggiunge sotto al palco e non voglio rischiare di non trovarla. Sono passati solo due giorni da quando se n’è uscita l’ultima volta dal mio letto, ma ho una voglia di vederla che non ci sto più.
Telefono che vibra: ultimo bar di dx verso il palco. Voglio abbracciarla. Mi muovo.

Primo Primavera. Prima volta a Barcellona. Un sacco di prime sto giro.
Ma guarda, c’è anche Giulia la milanese, ha appena messo su Instagram una foto di Elena dei Daughter. Pensa te, eravamo sotto lo stesso palco. Non mi ricordo dove ci siamo conosciuti, forse al Magnolia, o era venuta lei l’estate scorsa al Beaches Brew o da me al Covo, chissà…
Così sexy lei, ma mi sa che si vede con un tipo, troppe foto con lui su fb. Però un ciao glielo mando lo stesso, che magari fra un concerto e l’altro ci beviamo una birra.

Tame Impala li vedo da lontano, che se non sei strafatto di md dopo la prima mezzora sono una discreta palla. E poi fra poco devo scappare sotto l’Heineken per il concerto della serata.
Telefono che vibra in tasca. Messanger: Ciao, anche tu qui? Ci beviamo una birra assieme domani? Ti scrivo
Benissimo. Domani vediamo. Intanto è ora di andare a prendere una birra con Fenice, che ho deciso che si chiama così per i suoi tatuaggi e perché non so pronunciare il suo nome islandese. Lei storpia il mio in un quasi “Giuilioo” che mi fa morire.
É bellissima. Bianca come un’alba al mare. E sorride come non ho mai visto sorridere.

Attraversare la bolgia era la scusa perfetta per prendere Giulia per mano e non mollarla più. Mi fa andare giù di testa. Un momento c’è e poi sembra sfuggire da tutte le parti e quel cazzo di telefono sempre in mano che chissà a chi scrive. Mi guarda, sorride. La guardo, voglio baciarla.

Marco è proprio bello e dolce e si vede che è preso ma, cavoli, sarà venti minuti che non mi molla la mano manco fossimo alle medie, cheppalle! E poi io voglio godermi gli LCD Soundsystem che sono venuta a Barcellona praticamente per loro.
Un Messaggio: Giulio. Che tipo. Proprio quello da cui è bene stare lontani. Però mi fa morir dal ridere e poi… E poi Marco con la faccia da cucciolo abbandonato che vuole un bel bacio rassicurante, ma alla fine l’importante è essere qui con quella mirroball gigantesca che scende sulla testa di James Murphy e in migliaia esplodono solo di gioia e gioia e gioia. Chissà se riusciremo a vedere anche Thee Oh Sees e Battles dopo, che Marco so che ci tiene ma a me sta scoppiando il cuore adesso e di quello che succederà dopo non me ne importa nulla

Attacca quel piano sincopato e il boato di non so quante migliaia di persone tutte intorno mi fa venire un brivido che mi scuote: pelle d’oca da un’ora e mezza e non ci credo che stiano veramente chiudendo così e non ho mai visto così tanta gente sorridere per così tanto tempo mentre Fenice mi abbraccia e saltiamo assieme cantando e riempiendoci di baci che quello che conta è questo momento perfetto. Né un minuto fa, né fra un minuto. Con James che si dà come fosse l’ultimo concerto della vita e tutti qui, come me, si riempiono di quella magia che esce dalle casse mentre il palco illumina la notte di Barcellona e That’s how it staaaaaaarts è un unico urlo a squarciagola e cantiamo tutti con tutto il fiato e sembra nulla possa rompere questa bolla di gioia e mancano i polmoni ma saltiamo, saltiamo ed io e Fenice ci guardiamo negli occhi e ci urliamo in faccia Where are your friends tonight? e sappiamo che la risposta è solamente “qui”. E va tutto bene così, mentre lei mi sorride e mi dice che

Fabio Rodda

La politica del fare (Fiver # 23.2016)


FUGAZILive in front of the White House, January 12, 1991

Dalle mie parti ieri si è votato. Negli ultimi giorni mi sono anche vagamente interessato alla faccenda. Più una questione di persone che di massimi sistemi. Conosci qualcuno che ti piace e decidi di votarlo (il fatto che si occupi di politica è incidentale…). Se queste persone meritevoli di attenzione avessero suonato probabilmente sarei andato ad un loro concerto. Se avessero messo i dischi sarei andato ad un loro dj set. Questo per dire quanto creda alla possibilità di cambiare le cose in questo disgraziato paese.
Con la politica ho sempre avuto un rapporto complicato (vabbè, chi non l’ha avuto?). Ho passato periodi in cui una sigla o, più spesso, una persona mi ha colpito ed ho provato a seguirla, sostenerla. Ho quasi sempre rimediato delusioni più o meno cocenti tanto che adesso il mio interesse è veramente ai minimi storici.
Ma rifiuto in toto la logica del “tanto sono tutti uguali” anzi questa è una frase che mi fa veramente incazzare.
L’eterna giustificazione al non fare, non impegnarsi, non partecipare. Non sono, non siamo tutti uguali.
Rivendico il sacrosanto diritto di crederci ed anche di farmi prendere per il culo.
Ho conosciuto chi ci ha creduto, non importa a cosa o a chi, rinunciando spesso a molto se non a tutto uscendone quasi sempre con le ossa rotte: queste persone hanno tutto il mio rispetto.
Poche sere fa al No Glucose Festival mi guardavo un po’ intorno. Un piccolo miracolo pensavo.
Un po’ di convocazione via social. Un po’ di passaparola. Centinaia di persone accorse. Tanta passione. Il piacere di partecipare, di esserci. Certamente l’interesse per la parte artistica della faccenda ma anche una presenza per rivendicare un orgoglioso senso di appartenenza. Certificare e ripagare l’impegno di chi si è sbattuto oltre ogni assennato ragionamento. Un atto politico per certi versi. Contro l’anestetizzazione delle nostre vite quotidiane.
La politica del fare.
Con un ragionamento veramente ardito e che non vuole essere irrispettoso, dettato da qualche gin tonic di troppo, mi sono venuti in mente i Fugazi. Sì, i Fugazi che improvvisano un improbabile palco sopra a cartoni per la consegna del latte e che sotto una pioggia torrenziale mista a neve nei primi giorni del gennaio del 1991, nella Washington di Bush Senior popolata da migliaia di senza tetto che sotto quella neve e pioggia gelata ci devono convivere quotidianamente loro malgrado, sfidano l’ipotermia e l’elettrocuzione urlando davanti alla Casa Bianca la loro rabbia contro le dissennate spese militari americane all’alba del tragico abominio del Desert Storm. Il filmato ancora oggi mi mette i brividi. Duemila anime che saltano e urlano. Nessuno ci ascolta? Urliamo ancora più forte.
Ecco, il mio rispetto va, ancora e soprattutto in questi tempi disperati, a chi prova ancora ad urlare, malgrado tutto.
A chi sceglie la politica del fare.

HIS CLANCYNESS “Pale Fear

Fare, mettersi in gioco. Jonathan Clancy è un buon esempio di questa attitudine. Abbiamo vissuto le varie fasi della sua crescita artistica e testimoniare questo nuovo, entusiasmante approdo è veramente gratificante. Seriamente, questo pezzo è una bomba.
Si muove inizialmente su coordinate scarne, quasi tribali con una percussione che porta alla mente il nome Vietcong ma che ben presto schiude la porta a tastiere e ad un crescendo elettrico scrosciante. Il cantato porta alla mente un precipitato di riferimenti era new wave ma alla fine rimane sorprendentemente originale. Fino al minuto 2:43 dove il suono prende il volo con un aroma pavementiano che mi uccide ogni volta. Per scrivere queste righe ho ascoltato questo pezzo in loop una trentina di volte. Ora che ho finito chiudo il foglio word e mi metto comodo. E me lo riascolto altre trenta.

AMBER ARCADES – “Fading Lines

Con alla porta degli europei di calcio nei quali schiereremo, forse, la rappresentativa azzurra più scarsa di sempre si può trovare motivo di consolazione nel pensare che c’è sempre chi sta peggio di noi come gli olandesi, inopinatamente eliminati durante le qualificazioni. Ho sempre avuto un debole per gli arancioni da quando, da ragazzino, il vocione di Sandro Ciotti mi narrò le gesta dell’indimenticabile Johann Cruijff nel docu-film “Il profeta del gol“, piccolo cult movie, almeno a casa mia.
Mi limito a fare il tifo per Amber Arcades, al secolo Annelotte De Graaf, deliziosa biondina con al banco di produzione Ben Greenberg dei Men e membri di Real Estate e Quilt ad accompagnarla lungo traiettorie spesso imprevedibili. Tra Lush e Courtney Barnett. Nebbia e muscoli.

FEWS “The Zoo
 
Svedesi di base a Londra. Intitolano una canzone a Zlatan e sul loro profilo fotografano il loro suono con le parole post-post-punk e motorik-noise-pop. Troppi campanelli che suonano tutti insieme per non prestare attenzione. Questo singolo ha già qualche mese sulle spalle e brilla di luce propria. Vengono spese per loro parole forse esagerate come Anthems in waiting for The disaffected ma l’album che esce in questi giorni ne conferma le potenzialità. 

MOURN “Second Sage

Il primo album delle ragazze catalane, inutile negarlo, avevo deluso le aspettative. Scialbo e preoccupato di mantenere l’hype che girava attorno al loro nome. Bella sorpresa ritrovarle perciò con il nuovo Ha, Ha, He teso, scomodo, estremamente a fuoco. Una pallina di flipper che colpisce ripetutamente nomi come Pj Harvey, Throwing Muses, Built To Spill senza arrestarsi su nessuno in particolare. Benvinguda de nou nenes.

MARK KOZELEK “Float On

A proposito di attivismo politico. Molti anni fa andai a vedere un concerto di Joe Strummer a Roma. Era un concerto gratuito organizzato dai giovani socialisti romani a supporto della candidatura a sindaco di Franco Carraro. Roba da farsi venire il mal di pancia ancora oggi. Che ci facesse Joe lì in mezzo rimane un mistero ancora oggi. La stragrande maggioranza dei partecipanti o era apertamente contro la candidatura, come il sottoscritto, o, nel migliore dei casi, completamente disinteressata a chi organizzava e per che cosa tanto che Joe fu ben presto trascinato nel coro collettivo “chi non salta socialista è” in clamoroso scorno di chi organizzava la serata. Ma a Joe non fregava nulla e fece quello che voleva. Anche a Mark Kozelek non frega nulla e tira fuori un disco praticamente inaffrontabile di cover acustiche di smielati classici pop. L’unica che si salva è Float On dei Modest Mouse. Gemma praticamente inaffondabile.

Massimiliano Bucchieri

Timeless Melody (Fiver #22.2016)

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The La’s

Accendo la televisione solo per il calcio, ormai. Al pari delle vicende musicali l’altra mia grande passione che occupa la stragrande maggioranza del tempo libero e anche un po’ di quello che non sarebbe libero per nulla. Mi sono piazzato davanti allo schermo per seguire recentemente la finale di Europa League tra Liverpool e Siviglia. Ad un certo punto, dopo che gli inglesi sono passati in vantaggio, si è levato un coro dagli spalti che non era il solito inflazionato, seppure sempre emozionante, You’ll never walk alone. Ci ho messo un attimo a fare mente locale, stupito da quello che stavo ascoltando, ma si trattava proprio di There She Goes dei La’s, una delle mie canzoni pop preferite di sempre. O forse era la fine del primo tempo e il pezzo è partito dagli altoparlanti e la curva del Liverpool si è messa ad accompagnare il testo con un coro potente. Comunque brividi. Anche se i dettagli di questa storia potrebbero non essere precisi.

Il Marquee di Londra è uno di quei luoghi che è entrato di diritto nell’ambito dei club che hanno fatto la storia della musica. Un club che ha avuto un paio di incarnazioni differenti, personalmente mi è capitato di frequentarlo in qualche occasione all’indirizzo di Charing Cross Road, in pieno centro. Erano i tempi in cui si attendeva con trepidazione l’uscita del Melody Maker, quando si aveva la fortuna di trovarlo in qualche edicola ben fornita, per capire cosa avvenisse di importante a Londra che era il centro di tutto. In quei giorni (fine anni ottanta) si iniziò a parlare con insistenza di una nuova band di Liverpool, i La’s. Quello che conoscevo di quel gruppo lo avevo letto lì, tra le pagine di quei settimanali che ti lasciavano le dita sporche d’inchiostro. Fu un incontro fortunato, un puro caso: trovarsi a Londra e riuscire a procurarsi un biglietto di un gruppo di cui non avevo mai sentito neppure una singola nota. Funzionava così, allora. Ricordo un concerto brevissimo, poco più di mezz’ora e l’impressione di aver assistito a qualcosa di grande. Il giorno dopo entrai in un negozio di dischi e comprai There She Goes in sette pollici. L’album di debutto impiegò ancora qualche mese ad uscire: tra ritardi, registrazione interrotte e scazzi con la casa discografica, si intuì che non tutto filava liscio. Quel disco in effetti rimarrà l’unica pubblicazione del gruppo.

THE LA’S – There She Goes

Quando mi dicono pop penso sempre ai Beatles. Il gruppo perfetto, in fondo. Quando una canzone diventa patrimonio collettivo è come se fosse davvero di tutti e il suo significato originario si perde, si trasforma in qualcosa d’altro. Arriva nella curva di uno stadio, addirittura.
There she goes è una canzone che è finita dove nessuno poteva immaginare, come le migliori canzoni pop. Come le canzoni dei Beatles. Nonostante i riferimenti nemmeno troppo velati alla droga, all’eroina…..There she blows again, Pulsing through my vein…..ma ognuno, ad una canzone del genere, è libero di dare l’interpretazione che preferisce. Un amore, la squadra del cuore, per l’appunto. La magia della musica pop nel senso migliore e più compiuto: capace di travalicare barriere e confini, di modificare il corredo genetico delle persone. Musica che rimane dentro di noi per sempre, in rappresentazioni sempre nuove e, in certo modo, sempre uguali. Beatles, Kinks, Blur, gli Smiths….il brit-pop, direbbe qualcuno. La musica pop della nostra anima, sostanzialmente.

Wire – Forward Position

Ascolto musica in molti modi. I dischi che mi piacciono solitamente li compro in vinile. Ma mi piace anche raccogliere in una playlist su Spotify le nuove uscite che fin dal principio penso possano interessarmi e poi attivare la funzione shuffle. Una sorta di gran nastrone digitale da 500-600 canzoni che mi porto in macchina, in cuffia, in strada camminando. Ogni singola canzone del nuovo Wire mi ha fatto fermare, qualsiasi fosse l’attività in cui fossi impegnato in quel momento. Mi dicevo: grande pezzo, questo. Ogni volta che partiva una delle otto canzoni del nuovo album la stessa scena, come se dovessi rassicurarmi da solo. Ah, gli Wire!
Mi piacciono in tutte le forme, quando spingono sull’acceleratore ma anche quando si fanno improvvisamente eterei. Qui sono nella seconda variante: la particolare voce di Colin Newman si staglia su di un tappeto di synth e una chitarra appena accennata. Promesse non mantenute, momenti di pensierosa riflessione, atmosfera che fa a pugni con questa nuova estate che avanza. Come se ce ne importasse davvero qualcosa.

Pity Sex – Plum

C’è qualcosa di tremendamente classico in questa canzone. Le chitarre che deragliano rumorose  e al limite del controllo nel finale, come se si trattasse di fare il verso ai My Bloody Valentine, ma anche il lungo intro voce e chitarra che ricorda una qualsiasi band del catalogo della 4AD, versione primi anni novanta. Aldilà della cifra stilistica però, ci si ritrova tra le mani una canzone (e tutto un album) decisamente riuscita. Poi trovatemi un solo gruppo che alterna una ragazza e un ragazzo alla voce, spesso nella stessa canzone, che non sia finito nella lista dei miei preferiti ma questi sono dettagli, alla fin fine.

Courtney Barnett – New Speedway Boogie

Mai fregato nulla dei Grateful Dead, lo confesso. L’unico album che possiedo è quello che hanno fatto in compagnia di Dylan. Lo odiano i fan di entrambe le fazioni, ed io non faccio eccezione.
Va detto però che la recente mega compilation di tributo, curata dai National, contiene tanto materiale interessante, che mette in luce i Dead decisamente in un altro modo. Quello che tocca Courtney Barnett si trasforma in oro comunque, fosse pure la peggiore canzone dei Dead in circolazione e non è questo il caso. Ne esce una versione decisamente doorsiana, in particolare in questa versione dal vivo ( http://www.nbc.com/the-tonight-show/video/courtney-barnett-new-speedway-boogie/3043258) con l’organo suonato per l’occasione da Mauro Remiddi (Porcelain Raft) che diventa assoluto protagonista. A me sono tornati in mente gli Opal di David Roback: non potrei spendere miglior complimento, ecco.

Dinosaur Jr. – Tiny

Il 2016 sarà un buon anno. Un anno con un nuovo disco dei Dinosaur Jr.!
Come tutti i nati vecchi, mai stati giovani per davvero, i Dinosaur Jr. sono a proprio agio in qualsiasi era geologica e questa non fa eccezione. Pity è nella sua semplice riproposizione dei soliti standard una gran canzone, inoltre.

Cesare Lorenzi

Resistenza (Fiver # 21.2016)

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Lei aveva un locale. Lei, per la gente, era la capa di una bella squadra di soggetti strampalati. Una che doveva farne di quattrini, ma che ci si sbatteva anche un sacco dalla mattina alla sera. Alla notte, se dobbiamo dirla tutta.
Lei alzava ogni mattina la serranda di quel posto pieno di tavoli e sedie e fotografie alle pareti. Le occhiaie sempre scure, gli occhi gonfi di chi dorme sempre troppo poco ma insomma, dopo aver chiuso non puoi mica andare a casa. Vuoi non restare con Marco, Mari e Stefano a far chiacchiere?
Di solito era politica: gli anarchici, si sa, adorano stare al bar a far chiacchiere. Magari bevendo San Carlo e pulendosi i baffi folti col dorso della mano. Tatuata. Ovviamente.
Lei apriva ogni mattina la porta della sua osteria che era anche la porta della sua casa anche se lei lì non ci viveva ma ci amava forte, ogni minuto.
Lei, ogni volta che accendeva le luci di quel posto, illuminava vite che non erano la sua ma che lei, forse nemmeno del tutto consapevole, aveva cambiato: la cuoca che era scappata da un marito che amava troppo le carte, il vino e le mani pesanti; il lavapiatti bangladese che un anno prima vendeva le rose lì dentro. Il tuttofare che aveva dormito così tante notti sotto le stelle da far ancora fatica a ricordarsi le chiavi di casa.
Lei aveva creato un mondo a sé, che per gli altri era solo un locale, un posto in cui entri, saluti, ricevi un sorriso, ti siedi e mangi.
E poi chiudeva ma a casa non ci sia poteva andare mai perché Anna voleva piagnucolare un po’ che non trovava l’amore ma grazie che ci sei tu ad ascoltarmi. Ashraf doveva tornare in Bangladesh a salutare il padre morente e bisognava combinargli le ferie e dargli una mano col biglietto aereo. E magari anche Carlo, che non beveva più se no gli veniva la malinconia, una volta ogni tanto quei due bicchieri gli andava proprio di farseli.
Lei aveva salvato se stessa salvando altri. Ma non lo sapeva nemmeno. Lei era, semplicemente, così.
Lei resisteva.

Lui era un artista ormai. Noto, famoso potremmo dire. Lui era nato nelle strade, graffittando i treni, i muri. Scappando dai vigili, dagli sbirri che, faro acceso sopra la macchina, inseguivano le bombolette che riempivano i vuoti di quelle strade in cui mai niente di bello si raccontava. Ma lui era bravo. Tanto. Così tanto che qualche fotografo aveva iniziato ad immortalare quelle che erano diventate opere sui muri di palazzoni di Berlino o Bologna o chissà dove, non importa. E qualcun altro aveva iniziato a scrivere di lui. E lui era diventato il suo nome d’arte, uno che conta anche se non esiste, perché è soltanto un nome d’arte e un dipinto che compare, all’improvviso, su un muro di una strada qualunque.
Lui voleva solo dipingere il vuoto. Rendere bello il brutto. Raccontarsi sull’intonaco delle periferie che colorava con tratti polemici e rabbiosi, divertiti e feroci.
Lui era stato chiamato da una segretaria: una fondazione. Una di quelle cose che lui non aveva mai capito: soldi che senza un motivo si spostano di tasca in tasca e organizzano eventi, finanziano arti e mestieri.
La signorina, sicuramente camicia bianca su una bella scollatura con tacco almeno sette almeno, forse nove e con un bottone in meno, lo capiva dal tono della voce, gli chiedeva di poter usare dei suoi lavori, ovviamente previo accordo economico, per una mostra che ci sarebbe stata fra un po’ di mesi in un museo.
Un museo? Lui non poteva pensare che la sua voglia di libertà e movimento potesse essere imprigionata tra le mura di un museo e disse no, grazie.
La signorina che si era abbottonata e adesso aveva si piedi due ballerine aveva chiuso la telefonata secca, quasi stizzita. Senza tacco. Né rossetto.
La fondazione, sempre quella cosa senza un volto, quella cosa che lui non capiva, decise che lui doveva esserci comunque. Loro staccarono pezzi di muro coi suoi colori e le portarono in un palazzo ricco del centro.
Lui cancellò di sua mano tutte le opere che aveva sparpagliato per la città.
Lui se ne andò.
Lui resisteva.

Loro avevano pensato che quel palazzo vuoto da vent’anni in quella strada brutta del centro della città non aveva senso: perché uno spazio vuoto quando così tanti corpi chiedono spazio da occupare? E allora avevano fatto la cosa più normale, la più sensata.
Loro avevano occupato quel palazzo. Avevano rotto il lucchetto alla porta e avevano chiamato tutte le persone che conoscevano che avessero bisogno di un tetto e gliel’avevano dato. Avevano abbracciato padri che sorridevano per figli che avevano muri e termosifoni e acqua che usciva dal rubinetto.
Loro avevano detto che quel posto era un forse, un proviamo a tenerlo ma sapevano che ad altri non sarebbe andato bene. Che la città non voleva cedere spazi che i soldi non potevano comprare. Piuttosto li lasciava marcire, morire.
Loro avevano trattato col potere. Avevano stretto accordi e mani che non avrebbero voluto toccare, ma quello serviva. Il sorriso di Amina, che poteva andare in autobus a prendere i bambini a scuola e aiutarli a fare i compiti, era più importante di qualunque teoria politica, di qualsiasi prassi organizzativa, anche del senso di sporco dopo una stretta di mano.
Loro avevano tenuto quel posto per molto tempo. Ci avevano messo dentro dei servizi al piano terra: l’insegnante di italiano per stranieri, il centro d’ascolto per le donne vittime di violenze, il medico una volontario una volta la settimana.
Loro avevano messo mattoni, tolto mattoni, rotto mattoni.
Poi, erano passati anni, ma chi non voleva che il bisogno contasse più del denaro aveva spinto il bottone giusto e quella mattina erano arrivati un sacco di puffi tutti blu. Forse neanche del tutto consapevoli di essere puffi ma non per questo meno colpevoli di esserlo.
Loro non sapevano cosa fare. Vedevano Amina col viso fra le mani che piangeva mentre i puffi, manganelli in mano, portavano fuori i bambini dalla cameretta, ribaltavano il tavolino del soggiorno e tiravano i capelli di Adiba che voleva solo poter restare in camera sua. Camera. Sua.
Ma non era sua.
E loro si erano arrabbiati, avevano parlato, avevano gridato. Poi avevano colpito.
Loro adesso i mattoni li tiravano.
Loro resistevano.

Lui aveva visto quella stanza vuota con la vetrina proprio sulla strada, proprio vicino a quel bar che tutti conoscono. Lui aveva visto quel pavimento e le piastrelle bianche del muro dietro e aveva visto la bellezza abbandonata. La bellezza inconsapevole. La bellezza non voluta.
Lui aveva deciso che quella bellezza doveva diventare per tutti, che quella vetrina andava liberata dai fogli di giornale ingialliti che la coprivano.
Lui aveva grattato pavimenti, pulito quel grande vetro fino a renderlo di nuovo trasparente. Aveva trovato le poltroncine, le lampade calde, le piante che davano aria.
Poi li dentro ci aveva messo della gente che aveva voglia di fare una cosa e di raccontarla. A tutti. Solo perché era bello farlo.
Loro avevano suonato, lei aveva cantato. Lui aveva letto le sue poesie. E la strada si era riempita, ogni volta, di facce che da dietro il vetro guardavano, ascoltavano. Facce che poi sorridevano e parlavano e occhi s’incontravano in quella stanzetta e si conoscevano.
Un vicolo si era illuminato per un’idea: riutilizzare uno spazio vuoto, rendere bello il brutto, riempire il vuoto.
Lui, in pochi metri quadrati, aveva abbracciato cuori e fiato, polmoni e sorrisi.
Lui resisteva.

Lei suonava la chitarra, lei cantava, in inglese anche se tutti le dicevano che con quella voce doveva cantare in italiano, magari delle parole più semplici che poi vai a San Remo. A lei di San Remo fregava proprio niente, ma della voglia di cantare un sacco.
Lei ascoltava i Black Lips ma anche Billy Bragg e scriveva le sue canzoni pensando alle donne piene di rabbia che la fame e padri e mariti bastardi avevano fatto piangere.
Quand’era ubriaca a volte, chinata sulle ginocchia, cantava più forte e poi alzava il pugno in cielo.
Poi suonava qualcosa che girasse attorno a quelle parole che aveva tradotto in una lingua che non era sua ma suonava bene e, soprattutto, con una canzone in inglese a San Remo non ci vai se non a comprare tulipani.
Lei caricava l’ampli e la chitarra in macchina e partiva. Andava dove la chiamavano, dove Giorgio, che di giorno era commesso e di sera manager, booking e ufficio stampa in cambio di una pizza e un po’ meno solitudine le diceva di andare e suonava e si sgolava ogni volta come fosse l’ultima occasione nella vita di dire quello che sentiva.
Quello che bruciava dentro.
Lei cantava dove poteva, quando poteva. Lei macinava chilometri a rimborso spese. Lo faceva perché l’unica paga che la riempisse veramente erano i sorrisi sotto al palco, le persone che a fine concerto le dicevano solo grazie.
Lei resisteva.

La bellezza è sempre resistenza. Resistere è un obbligo. Dobbiamo resistere al nulla che, come ne La Storia Infinita di Michael Ende, porta via ogni giorno pezzi di vita.
Siate bellissimi. Siate resistenti.

Fabio Rodda

Let’s start a party, again (Fiver # 20.2016)

No Glucose #2

No Glucose #2

L’idea era sin dall’inizio quella di mettere in piedi una festa tra amici chiamando a suonare uno o due gruppi di quelli che ci piacciono e passando qualche disco per ballare tra noi la musica che preferiamo. Fondamentalmente c’era voglia di fare qualcosa assieme, una cosa che parlasse di noi – Sniffin’ Glucose e No Hope – e che andasse oltre le parole che siamo abituati a scrivere e che qualcuno si è impegnato a leggere in rete o su carta in questi anni. Qualcosa di concreto che potesse essere condiviso e potesse coinvolgere il maggior numero possibile di persone di quelle che ci stanno a cuore, sia come attori che come spettatori. Con queste premesse era abbastanza logico che la faccenda non sarebbe stata semplice come l’avevamo immaginata in principio. E così è stato. Lo scorso maggio hanno suonato otto gruppi, tutte band che in un modo o nell’altro condividono con noi l’idea di musica, non solo e non tanto come genere bensì come attitudine. E’ stata una grande festa a cui tutti abbiamo partecipato con entusiasmo e passione e in cui tutti abbiamo deciso di essere parte attiva. Quella condivisione che era negli intenti iniziali ma che non è semplice trovi spazio nella pratica è effettivamente stata il filo conduttore che ha legato il tutto. Nel momento stesso in cui abbiamo spento le luci e chiuso la porta, al termine della seconda giornata del No Glucose 2015, sapevamo che ci avremmo riprovato.
Non c’era bisogno di dirci nulla, lo sapevamo e basta.

No Hope fanzine e Sniffin’ Glucose blog proudly present:

NO GLUCOSE #2
Careless Words Cost Lives

19 maggio 2016:
WHITE FANG (Chunk rock – Portland, USA)
KRANO (Damaged country folk – Colfrancui, IT)
CRUEL EXPERIENCE (Lovefuzz – Lucca, IT)
RIJGS (Psych noise minimalism – Bologna, IT)
BIRTHH (Indie pop – Firenze, IT)

20 maggio 2016:
PAWS (Scottish based punk – Glasgow, UK)
LAME (Weirdo blues punk noise – Torino, IT)
DEAD HORSES (Lo-fi cow-punk – Ferrara, IT)
FREEZ (Garage surf pop – Vicenza, IT)
VIOLACIDA (Psychedelic pop – Lucca/Bologna, IT)

Warm up dj set from 6 p.m.
GLAMORAMA
records selectors MERIGHI/BENUZZI

Aftershow dj set
NO GLUCOSE WILD BUNCH CREW
records selectors DARIO/ART

INGRESSO UP TO YOU (con tessera AICS)
@ Mikasa, Via Emilio Zago 14, Bologna (IT)

Artwork by Claudia Toscano

Di seguito cinque gruppi perché cinque sono le canzoni che di regola costituiscono un Fiver. Gli altri cinque gruppi li ascolterete direttamente al Mikasa. Ci si vede lì, giovedì e venerdì.

DEAD HORSES “Hobo Talks

I Dead Horses arrivano da Ferrara e suonano un country punk blues che ha il sapore del sangue e del sudore. Li abbiamo conosciuti una notte di qualche settimana fa e da allora non ce li siamo più tolti dalla testa.

PAWS “No Grace

I Paws sono di Glasgow, come Primal Scream, Vaselines, Pastels, Orange Juice, Mogwai. Non si fermano mai, nemmeno per sbaglio: un lungo respiro al principio e via col fiato riacciuffato solo dopo che si è suonata l’ultima nota dell’ultima canzone.

BIRTHH “Chlorine

Birthh è sensibilità folk due punto zero che dialoga in diretta con il cuore. Adagiata su un tappeto down beat increspato dalla malinconia che avvolge il capolinea dell’adolescenza, Birthh è quello che mancava al No Glucose ed è ciò che il No Glucose ha fortemente voluto. Il 19 maggio 2016 sarà una data da segnare con la matita rossa sul calendario: il giorno del suo primo concerto in Italia.

LAME “Oracle

Il suono dei Lame è un blues sbrecciato dal fuzz e attraversato da bagliori folk pop. Il garage punk degli Hunches, il rumore dei Pussy Galore, il lo-fi dei Gories, il tessuto Paisley dei Rain Parade stipati in una locomotiva a vapore lanciata a folle velocità verso il nulla.

FREEZ “Barbie

Arrivano da Schio, sono imbarazzantemente giovani, suonano un garage surf di matrice californiana che non ha tempo e citano Bleeding Knees, Ty Segall, Bass Drum of Death, Fidlar e Wavves come numi tutelari. Inevitabile siano dei nostri.

Arturo Compagnoni

No Value (Fiver #19.2016)

pitysexlive.jpg

PITY SEX

L’altra sera facendo ordine ho trovato una manciata di cd singoli acquistati nel corso di scorribande inglesi di molti anni fa. Anni di felice spensieratezza. Nomi come Sultans Of Ping Fc, Marxman, State Of Grace. Cose che non ascolto più da anni. Li ho buttati in una busta di plastica con il fermo intento di farli fuori.

Mi è venuta in mente Juliana Hatfield che vuole vendere a 20.000 dollari una lettera che le scrisse Kurt Cobain.IMG_5317

Juliana Hatfield è un nome che oggi probabilmente dirà poco a molti ma ci fu un momento nel quale tanti erano segretamente innamorati di lei. Il timido e composto contraltare bostoniano alla sguaiatezza di Courtney Love.

Conservo gelosamente una copia autografata dell’album delle sue Blake Babies che impacciatamente gli allungai nel basement del Rough Trade di Neal’s Yard.  Un incontro tutt’altro che memorabile. Due timidezze a contatto con un “thank you” ed un “you’re welcome” sussurrati che si scontravano e scivolavano sul pavimento  senza lasciare traccia. Anche se avessero già inventato gli smartphone un selfie sarebbe stato impensabile.

Era quel periodo, al principio dei 90, nel quale Juliana andava in tour con i Buffalo Tom ed era molto di più di un controcanto nell’album indie pop più o meno definitivo di quegli anni: ”It’s a shame about Ray” dei Lemonheads con annessi tutti i gossip legati alla sua presunta liaison amorosa con Evan Dando.

Le cose poi non sono andate come sembrava. Pur continuando a fare dischi Juliana è un po’sparita.

“Non sono una collezionista, abito in una zona cara e devo pagarmi affitti, rate della macchina, rette universitarie, internet…” si giustifica lei aggiungendo, per pudore, un “e poi potrei cambiare idea..”.

Tutto molto comprensibile ma qualcosa stona.IMG_5330.JPG

La lettera è commovente nella sua semplicità. Cobain scrive:  Julianna (sbaglia il nome…), grazie per averci dedicato una canzone (I was flattered), il vostro album mi piace molto, scusa se non ti ho dato la giusta attenzione l’altra sera quando ci hanno presentati (I didn’t try to snub you) e un goffo tentativo di fare il simpatico (Have a nice time in England and don’t eat kebabs..), poco altro.

La lettera di una persona sensibile che, seppur in poche righe, fa capire che sa chi sei e che ci tiene all’impressione che ha suscitato. A quello che lei può aver pensato.

Si, ma 20.000 dollari per un pezzo di carta! Vorrei vedere te…

Non discuto e non giudico (20.000 dollari farebbero molto comodo anche a me) ma questa idea che tutto abbia un prezzo, anche i ricordi legati a momenti unici della nostra vita, mi deprime e mai come in questi  periodi così aridi avverto la necessità di riportare un pizzico di poesia nelle nostre vite.

Sono un paio di sere che scuoto la testa sorridendo, spesso con una piega amara, mentre ascolto ‘sti cazzo di cd singoli che volevo far fuori e che non valgono sicuramente 20.000 dollari (forse 2 euro al massimo…).

Credo che non li ascolterò mai più. Credo anche che li metterò in un punto non troppo a portata della mia libreria ma neanche inaccessibile.

Se non altro per ricordarmi ogni tanto chi sono o chi sono stato.

BLAKE BABIES – Nirvana

“Now, here comes the song I love so much

Makes me wanna go fuck shit up
Now, I got Nirvana in my head, I’m so glad I’m not dead”

PITY SEX – A Satisfactory World For Reasonable People

Amore con la A maiuscola. Sopra a un tappeto confezionato con sapienza degna di numi tutelari come Ride,  Swervedriver, Mbv il cantato di Brennan Greaves prepara il terreno per la voce di Britty Drake che arriva ad accarezzarti il cuore. I due si inseguono emozionalmente per tutti gli episodi di White Hot Moon e il secondo album del gruppo di Ann Arbor-Michigan diventa una piccola meraviglia di cui invaghirsi promettendo di bissare l’incanto del primo Nothing (o quasi).

BLOWOUT – Indiana

Si parlava del momento magico di Portland qualche settimana fa. Blowout si inseriscono in quella schiera di band che timidamente si sta facendo largo a furia di chitarre modicamente dissonanti ed un gran gusto per la melodia contagiosa. Indiana sarebbe un pezzo ideale da ballare tra un concerto e l’altro del prossimo No Glucose Festival. In questo particolare caso il cantato di Laken Wright mi porta alla mente in maniera sorprendente la voce di una certa Juliana.

ULRIKA SPACEK – She’s A Cult (Live)

Il loro The Album Paranoia è in giro già da un po’ ma non ci sono ancora “entrato” veramente. Questa versione live in studio della potente She’s A Cult potrebbe funzionare da detonatore per la mia passione, la spinta definitiva ad adottare i ragazzi britannici. Tutto quello che amiamo stipato in 4 minuti. Dissonanza, melodia, tono scazzato, stile. Gioventù sonica alla quale è impossibile rimanere indifferenti. Un posto perfetto dove seppellire stranieri.

Feels – Tell Me

Credenziali ottime per i Feels da Los Angeles.  Album di debutto prodotto da Ty Segall in uscita per la Castle Face Records. Tell me parte placida, si impenna, sfreccia sui binari di una melodia deragliante con il tipico basso imploso di Ty a sottolineare.  Laena Geronimo deve essere un bel personaggio, attira nella rete e poi sfodera gli artigli pretendendo chiarezza da un amante distratto. “‘Tell Me’ is my ‘Should I Stay Or Should I Go’ it goes like: ‘Look: I love you, I’ll wait for you, I would walk 500 miles…but ONLY if you want me to, and I need to know NOW.’ Da maneggiare con cura.

Massimiliano Bucchieri