Weather Diaries (Fiver #23.2017)

RIDE

Erano un paio di settimane che le cose avevano preso una piega strana. Da quel maledetto sabato sera. Bevuto tanto, bevuto troppo, per soffocare una delusione, per strozzare tutti i significati di cui aveva sovraccaricato uno stupido, maledetto evento, tanto che gli era sembrato di essere precipitato in una dimensione parallela nella quale succedevano cose terribili o insensate un po’ ovunque.
Lasciando perdere i grandi temi, la musica era sempre stata una parte preponderante della sua vita ma leggere dei 100.000 accorsi per i Guns N’Roses, dei 50.000 per i Radiohead e dei 300.000 annunciati per Vasco Rossi era come leggere notizie di politica balinese. Eventi fuori portata, di nessun interesse.
Viveva come in una serra. Per fortuna gli era sembrato di vedere delle farfalle.

JANE WEAVER – Did You See Butterflies?

Una delle poche cose che era riuscito a comprendere era quanto gli piacesse il nuovo disco dei Ride.
La logica della coperta di Linus. Qualcosa a cui aggrapparsi.
I Ride non erano il gruppo più importante degli ultimi tren’anni. Non ci andavano nemmeno vicino. Ma per un breve periodo per lui lo erano stati. Come lo sarebbero stati molti altri, prima e dopo.
Le premesse erano sconfortanti. Mark Gardener calvo come lui, Andy Bell che aveva capito tutto e si era fatto i soldi con gli Oasis.
Quanto ci avresti scommesso su Weather Diaries? Quasi nulla e invece alla fine potrebbe essere un degnissimo seguito di Going Blank Again.
Forse quando tutte le speranze sono perse è ancora più bello ritrovare qualcosa che credevi fosse andato perduto.
RIDE – Lannoy Point

La malinconia sparsa dei Cende è una cura ed è esattamente al minuto 1,36 di What I Want che riprende un minimo di vigore.
Esattamente quando la deliziosa Greta Kline sussurra dolci parole di raggelante incomprensione:
I’m invisible
As if you care at all
I can’t help to find you misleading
You say be here with me now
As if I would know how
It’s your words, I’m at a loss for

Butta lì il nome con gli amici di sempre e ne riceve in cambio urla scomposte “Teenage Fanclub!”.. “Non so chi cazzo siano ma sono fighi!“..calici sollevati in segno di approvazione. Un sorriso riaffiora.
CENDE – What I Want

Le cose tornano a fuoco, le cose veramente importanti, re inquadra i sentimenti più profondi.
The other day, we got followed on Twitter by Stephen Pastel, which is a huge deal for us because we’re massively into the Pastels.
ORIELLES – I Only Bought It For The Bottle

Si aggira per la spiaggia del Beaches Brew con i Thee Oh Sees che spazzano via tempo e spazio davanti alla “sua” gente. Lui ha in cuffia Trevor Sensor che raglia tra Bruce Springsteen e Ryan Adams. Il tasto repeat ben pigiato. Una ovvia, maledetta canzone americana da titoli di coda di film. In realtà il rock tradizionale americano non gli è mai neanche piaciuto granché. Sorride tra sé e sé.
TREVOR SENSOR – High Beams

Massimiliano Bucchieri

Gruppo Slowdive


Vivere un concerto come un gruppo di ragazzini che vanno in trasferta per la squadra del cuore è la spinta che consente ai nati ai bordi di periferia, dove i tram non vanno più avanti, di inseguire la musica dal vivo e affrontare ogni viaggio con entusiasmo e rinnovata fede. E’ così che il “gruppo Slowdive” si muove: persone dislocate in aree geografiche diverse, i cui dialetti disegnano la provincia italiana e i suoi percorsi.
Partiti, per motivi diversi ma simili, ci diamo appuntamento a Bari, per il Medimex special edition, orario aperitivo, nella splendida venue del “PopUp the Sunday / Indipendent Label Market”, dove facciamo incetta di vinili, tra un cocktail, una chiacchiera e un panzerotto. Messi a dura prova dalle nuove direttive anti terrorismo che ci costringono a vivere la piazza come topolini in gabbia. Dopo una fila estenuante sebbene l’evento sia gratuito, perquisizione e controllo al metal detector, arriviamo in piazza lato bar dove comincia ufficialmente la serata, tra gag e abbracci, saluti e birre.
Il live di Tricky in tutta onestà ci annoia, sebbene lui rimanga un animale da palco e la sua attitudine punk sia ben assecondata da una band essenziale quanto precisa e nonostante molti di noi nei novanta su quei suoni ci volassero. La verità è che l’attesa per gli Slowdive è altissima e tutto quanto succede attorno vale poco meno di un riscaldamento pre partita ben fatto.
Sulle prime note di Slowdive ciò che risulta evidente è che la band è in ottima forma, che l’impianto fa il suo dovere e soprattutto che loro sono una di quei gruppi che le aspettative le divorano.
Il commento comune è “questi suonano come un disco” e ancora “sebbene in centomila han provato a replicare il loro suono, per qualche motivo, sti qua son così personali e così bravi da risultare inimitabili”. Senza scendere in tecnicismi che stancherebbero anche il miglior Riccardone, è solo questione di manico.
Gli Slowdive hanno i testi, hanno voci intonate, hanno chitarre, hanno profondità di suono, hanno ritmica, hanno immaginario. Hanno tutto quello che serve, insomma. Non c’è altro da aggiungere, se non raccontare quello che succede all’interno del “gruppo Slowdive”, ai cui membri ho chiesto il rilascio di qualche dichiarazione dopo una serata spesa insieme. Si va dal sintetico quanto incisivo “bellissimo live” rubato alla bacheca del Colasanti che racchiude il pensiero unanime dei presenti, al cosmico “Slowdive: località da sogno” di Robert Eno, in questa strana quanto unica trasferta in stile Partyzano che profuma di amarcord. Per Luca Barreca, rappresentante della Sicilia che amo: ”Il concerto é stata la dimostrazione di come dovrebbe essere una band di livello, un sistema con proprietà che superano gli individualismi. Un suono emozionante che esce perfetto, elegante e vibrante. Le chitarre che si armonizzano perfettamente e Rachel in splendida forma, una bellezza insomma. Metteteci anche che Salmo ha rubato un po’ di spettatori alla favolosa location. Uno dei migliori concerti degli ultimi anni”.
Già, avevo dimenticato di render conto del nostro più grande timore: gli occasionali. Ringraziamo l’organizzazione per aver sistemato sull’altro palco Salmo che ha raccolto, ovviamente, tutto il nazionalpopolare e il pubblico casuale. Non è una critica all’artista ne all’organizzazione, anzi, penso sia stata davvero una mossa intelligente quella di creare due palchi antitetici capaci di convivere a pochi chilometri l’uno dall’altro. E sebbene, al solito, Edoardo Calcutta voglia percularmi alla sua maniera con la dichiarazione per la stampa “una grande emozione vedere gli Slowdive e Fabio Nirta nello stesso posto” (sia chiaro, se lo può permettere, siamo amici), ma la pelle d’oca ce la siamo sentiti a turno tutti e qualche lacrima l’abbiamo dovuta coprire con altrettante battute. Fabiola Lavecchia, a cui Michele Montagano lascia la parola per la questione aperta delle quote rosa, dichiara: “Ho pensato a quando ho ascoltato gli Slowdive per la prima volta ed ero già grande per vivermeli (nel ’95 avevo 7 anni) e invece no, all’inizio dell’estate del 2017 li ho ascoltati dal vivo e sono stati emozionanti esattamente come me li sono sempre immaginati. Mi sono piaciuti anche i pezzi nuovi che sono bellissimi, anche se non mi emozionano come i vecchi. Ma When the Sun Hits mi ha proprio sollevata (è la mia preferita)”. Ai non pervenuti Carlo Pastore, Daniele Giustra, Livio Ghiraldi, Michele Perriello, Gae Antonacci, Barbara Laneve (non me ne abbiate se vi cito, non me ne abbiate se non vi cito) il mio abbraccio e il mio grazie per i sorrisi e la splendida compagnia. Uno speciale grazie a Francesca Sturzi che, nonostante la crisi Juve, mi ha fatto autografare i vinili dalla band.
L’ultima parola la lascio a Luca, vero mattatore della serata e “premio Sapone”, con il suo “CAVALLO” perfettamente in tema con l’artwork del Medimex:”É una festa e credo si contribuisca fattivamente tutti alla fine. Si guarda il concerto filato tra un cocktail e un altro e alla fine soddisfatti ci si butta assieme nella movida barese, con Fabio e Roberto pieni di gioia e di dischi e io che non trovo piú la via per il b&b”.
In conclusione: se il saggio indica gli Slowdive, lo stolto sta su internet a fare gag sui due biglietti dei Radiohead.

Per i pignoli, per i rosiconi e per la cronaca, ecco la scaletta ed un estratto video del concerto:
1. Slowdive
2. Avalyn
3.Catch the Breeze
4. Crazy for You
5. Star Roving
6. Machine Gun
7. Souvlaki Space Station
8.Sugar for the Pill
9.When the Sun Hits
10.Alison
11.No Longer Making Time
12.Golden Hair (Syd Barrett cover)

Fabio Nirta

Loveless (Fiver # 22.2017)

                                            Poppies  

Innamorarsi è una faccenda importante, anzi di più: un’esigenza vitale. A volte ce ne dimentichiamo e smettiamo di provarci insabbiandoci fatalmente nelle basse maree del quotidiano, peggio ancora, sempre più spesso di quest’urgenza nemmeno ce ne rendiamo conto, la scartiamo preventivamente distratti dalla convinzione che non innamorarsi sia una situazione normale, uno status quo non emendabile.
Cominciamo a rinunciare prima ancora di iniziare a provare, o smettiamo troppo presto.

Ci pensava l’altro giorno mentre era alla ricerca delle possibili cause all’inerzia che da qualche tempo pareva essersi impadronita di un po’ tutte le cose che gli giravano attorno. Presumeva che questa indolenza,  questa pigrizia che assaliva la mente prima ancora che il corpo, avesse anche a che fare con la carenza di stimoli e con la loro conseguente ricerca, fallimentare quanto continua. Non aveva idea se questa cosa fosse comune ad altri, in realtà poteva anche essere solo una questione di età. La sua età.
Comunque era già da un pezzo che gli capitava: gli eventi si succedevano e lui non poteva fare a meno di essere presente, continuava a incontrare persone ma mancavano drammaticamente gli scarti in avanti. Procedendo in orizzontale non riusciva a sfruttare alcuna spinta verso l’alto perché i motori che dovevano fornire quel moto ascensionale funzionavano al massimo a un quarto di quel che sarebbe dovuto essere il loro regime standard: non stava più andando da nessuna parte, insomma.
Fare le cose che da sempre era stato abituato a fare, quelle che in certa misura gli davano piacere ed erano in grado di generare entusiasmi, non spostava più alcun equilibrio: farle o non farle era diventato sostanzialmente irrilevante. Con la differenza – non da poco – che il non farle era molto meno faticoso che il farle. Quindi si chiedeva sempre più spesso se ne valesse la pena. E la risposta a quella domanda era invariabilmente una e una soltanto.

Rispetto all’innamorarsi aveva da sempre una sua teoria: immaginava che la propensione ad infatuarsi di qualcosa o di qualcuno dipendesse anche dalla quantità di amore a disposizione in ogni momento.  Come se ognuno di noi avesse in dote una specie di vaso destinato a contenere le emozioni che periodicamente si colma per poi svuotarsi. Nei momenti di piena non è possibile  andare oltre con il caricamento di ulteriori quote di affetto e viceversa  quando scarico lascia un oceano di spazio per invaghimenti estemporanei  che vengono trattati alla stregua di amori della vita. Giunto al punto in cui era arrivato lui iniziava a temere che quei canali dedicati a fare entrare e uscire amore dal suo personale vaso delle emozioni non facevano passare più nulla, come se si fossero nel tempo ossidati, incrostati dalla spessa patina delle troppe abitudini sedimentatesi e intasati dal sudiciume delle delusioni patite. E questo era un problema più serio di quanto poteva apparire ad un primo superficiale esame.
Forse era il tempo per iniziare una massiccia bonifica di quei canali, forse era il tempo di rimettersi in movimento, forse era il tempo di tornare a innamorarsi, o almeno anche solo  provarci.
Partendo dalle canzoni, delle le persone avrebbe cominciato ad occuparsene più avanti.

Alvvays “In Undertow

A proposito di innamorarsi, alcuni miei amici hanno sviluppato negli ultimi anni una passione fuori dall’ordinario per questa band canadese. Suppongo che sulla seduzione da essi esercitata un ruolo lo abbia anche il sorriso biondo della cantante, Molly Rankin. In ogni caso la canzone che annuncia il loro secondo album, Antisocialites (bel titolo) in uscita il prossimo mese di settembre, promette benissimo.

Poppies “Told

Questi me li ha segnalati Cesare e li piazzo qui anche solo per il gusto di farlo incazzare scippandogli per l’ennesima volta il merito della scoperta. Arrivano da New York e la canzone qui sopra è uscita su un sette pollici cui è appena seguito un ep con dentro canzoni in cui si sente di più la voce della biondina di cui alla foto sotto al titolo di questo post. Una ragazza di quelle che a occhio è troppo facile innamorarcisi, quindi lasciamo stare.

Splashh “Waiting a Lifetime

Non mi pare di aver letto in giro reazioni a questo nuovo disco degli Splashh che a parer mio è invece decisamente buono. Ma forse sono io che non le ho viste, da qualche tempo ho ripreso a leggere libri e quello che passa in rete passa anche lontanissimo dai miei occhi.

Noise Addict “The Frail Girl

La meravigliosa Numero Group ha appena fatto uscire un doppio vinile che raccoglie tutte (credo) le canzoni che sono state al tempo pubblicate dai Noise Addict, uno di quei gruppi che quando li ritrovo mi verrebbe voglia di rispolverare la mia vecchia concezione manichea del mondo. Quella che traccia una riga e da una parte stanno coloro che senza aprire wikipedia sanno dirmi anche in una sola frase chi erano i Noise Addict, dall’altra tutti gli altri.

Sea Pinks “Watercourse

Da Belfast, giro Girls Names, sei dischi in sette anni: il caro vecchio indie rock di una volta.

Arturo Compagnoni

Wish I could be strong like you (Fiver #21.2017)

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Helium

Definire un genere musicale con una singola parola è una forzatura che solitamente non rende giustizia alle inevitabili sfaccettature della musica stessa. È un problema della definizione in quanto tale, evidentemente. Ma alcune sono comunque brillanti. Shoegaze, per esempio, mi ha sempre fatto ridere ed ha un suo perché.
Un’altra a cui sono affezionato è Bedroom Pop. In questo caso mi solletica la presunzione romantica che sia possibile produrre musica, magari grande musica, nella propria camera da letto. In fondo si tratta della definitiva messa in pratica di un’ideologia indie che presuppone che la musica sia davvero a portata di chiunque voglia provarci e che l’unica cosa davvero necessaria sia il talento. Quindi sono particolarmente affezionato all’immagine di qualcuno che, rinchiuso nella propria stanza, possa mettere in discussione tutti i precetti dell’industria ufficiale, tutto il carrozzone di produttori, etichette discografiche, studi di registrazione e quant’altro sia necessario alla riuscita di quello che non si vuole trasformare in un prodotto.
Una fantasia naif, ne sono consapevole. Ma al netto della visione nostalgica qualcuno da far rientrare nella categoria si trova sempre. (Sandy) Alex G, per esempio, della nuova generazione è il mio preferito. Diciamo subito che adesso come adesso è un’esagerazione ma si sa come funzionano certe cose: ti appiccicano un’etichetta e poi son cazzi se devi far cambiare idea, potresti pure far uscire dal carcere Phil Spector per farti produrre il disco che non cambierebbe nulla, rimarresti comunque lo sfigato che registra sul pc a casa tua. Comunque sia l’idea di fondo rimane quella e mi piace mantenerla intatta, certe etichettature non arrivano mai per caso, del resto.
(Sandy) Alex G, si diceva. Uno capace di suonare di tutto, alla fine. Chitarra acustica e voce filtrata, spleen da fine estate, Elliott Smith che fa da presenza ingombrante, ma anche i Pavement che suonano country ubriaco e, ancora, la Ferrari bianca di Frank Ocean parcheggiata in giardino. Quello che fa da trait d’union in questi giorni non è più un linguaggio strettamente musicale ma più una questione di sentimenti che ti consentono le combinazioni più improbabili in territori sulla carta davvero distanti tra loro.

(SANDY) ALEX G – Proud

Ci sono dischi che si trasformano in una piccola ossessione. Quello di Alex G è diventato una presenza costante, come non mi capitava da un po’ con un album di chitarre e canzoni. Questo brano è indicativo del mood generale: scazzo slacker come se non ci fosse un domani e pochissima voglia di fare domande e men che meno dare risposte.

LUNA – One Together

I dischi di cover a me sono sempre piaciuti. Nonostante non servano sostanzialmente a nulla e siano in effetti completamente inutili. Però un album dei Luna manca da troppo tempo e quindi tocca accontentarsi. Del resto sono sufficienti poche note per sentirsi a casa un’altra volta. Sarà pure dei Fleetwood Mac questa canzone ma la voce di Dean Wareham mi riporta direttamente tra le strade del Village, nel solito territorio in bilico tra Velvet Underground e la psichedelia più leggera.

THE CHARLATANS – Plastic Machinery

Non hanno mai fatto un grande disco i Charlatans. Qualche grande canzone, piuttosto. Ma questo ritorno ha fatto ben sperare fin da subito. In particolare considerando quanto e come era cambiata la carriera di Tim Burgess negli ultimi anni. Le sue prove soliste o in compagnia di artisti comunque distanti anni luce dall’era brit-pop (Kurt Wagner e Peter Gordon, tra gli altri), il fatto di prendere Arthur Russell come fonte primaria d’ispirazione, hanno contribuito a mettere sotto una luce completamente differente il lavoro dell’ex ragazzo di Manchester. E difatti tutto ciò si è riversato nel nuovo album della band, che è semplicemente il miglior disco del gruppo in assoluto e una bella sorpresa.

TALL JUAN – Olden Goldies

Questa volta metto il link del disco intero. Tanto le canzone viaggiano tutte sui due minuti e ho dei dubbi che si arrivi alla mezz’ora totale. Del resto lo si può prendere come un tributo in bassa fedeltà ai Ramones. Da Buenos Aires via New York quello che qualcuno ha già definito l’Elvis latino ci regala un dischetto irresistibile, uno di quelli che vi fanno battere il tempo e alzare l’indice al cielo. Nato sotto la stella del più genuino garage-rock. Prodotto, per modo di dire, da Mac Demarco.

HELIUM – Superball

Fosse per me me ne starei tutto il giorno ad ascoltare i dischi della Numero Group. O qualche ristampa ben fatta, tipo questa. La Matador ha pensato bene che fosse il caso di tirare fuori dagli archivi i due fantastici album degli Helium di Mary Timony, aggiungendo un nuovo disco che raccoglie tutto il materiale della band pubblicato fino ad ora solo su singolo, rimasterizzando inoltre il tutto come si conviene.
Gli Helium sono passati come una meteora negli anni del dopo grunge ma, ascoltati adesso, sono tra i pochi che suonino in qualche modo non datati e ancora attuali. Mary Timony è una chitarrista fantastica quanto particolare, capace di non conformarsi mai agli stereotipi del genere. Insomma gli Helium erano una creatura aliena ai tempi, differenti nei modi e nei tempi. Dark, diversi e particolari, capaci di galleggiare a metà strada tra sperimentazione e canzone rock.

CESARE LORENZI

Mancunian formation (Fiver # 20.2017)


Non sei mai stato a Manchester ma è tra le la città probabilmente più importanti per la tua formazione musicale e personale. Ecco, gli eventi drammatici degli ultimi giorni ti hanno portato, quasi come in un riflesso condizionato, a riappropriarti di tracce del tuo passato che, credi, sia poi il passato di molti (quantomeno della tua generazione) e riconsiderarle alla luce di quanto accaduto.
Sono alcuni momenti che, spesso coincidendo con questa città, hanno definito/plasmato la tua esperienza di appassionato musicale e la tua formazione culturale. Dei veri e propri snodi sul tuo tragitto che ti hanno lasciato in eredità quei riflessi pavloviani che spesso ti inducono, se vedi un estraneo con la maglietta dei Fall o degli Smiths, a considerarlo parte della tua stessa famiglia e a sorridergli rischiando di fare la figura del cretino o peggio.
Nell’estate del 1981 il tuo primo viaggio a Londra. Un anno dalla morte di Ian Curtis. Tornasti a casa con una busta piena di dischi di Bowie e dei Clash e con quel 7 pollici con la copertina dorata che, ti sembra di ricordare, avevi ascoltato per la prima volta alla radio grazie alla trasmissione di Marco Fiorini.
La Manchester di Ian Curtis ti si palesava in bianco e nero tra giardini desolati e marmi bianchi.
Però chi era rimasto aveva adagiato la parola speranza tra quei solchi.
Tutto  quello che c’era da sapere sui tormentatissimi rapporti sentimentali della tua adolescenza e sui pericoli del perdercisi era lí dentro.

Oh I’ll break them down, no mercy shown
Heaven knows, it’s got to be this time,
Avenues all lined with trees,
Picture me and then you start watching,
Watching forever, forever,
Watching love grow, forever,
Letting me know, forever

La Brixton Academy era stipata. Mark E. Smith prese il palco. Immobile. Da un leggio sceglieva fogli che appallottolava dopo pochi secondi tra l’annoiato e l’infastidito biascicando parole per te senza senso. Le chitarre saturavano l’aria. Sotto al palco era l’inferno.
La cosa più strana e “figa” che avessi mai visto.
Eri uscito da lì dentro con la consapevolezza che il carisma probabilmente non si misurava in tagli di capelli e colori della tua Lacoste.

Vent’anni, compleanno importante.
Ti regalarono il disco di una band che non avevi mai sentito nominare.
A distanza di 33 anni ricordi ancora l’esatto momento in cui partirono le prime note di Reel Around The Fountain e ti perdesti a guardare fuori dalla finestra. Non che ci fosse granchè nel quartiere suburbano romano in cui eri stato esiliato ma dopo aver sfuggito per anni tomi di autori classici la poesia entrò prepotentemente nella tua vita (come in quella di molti altri ).
I am not the man you think I am.. avresti voluto inciderlo sulla porta di casa ma tra musica strana e tifo calcistico inaccettabile nel quartiere già ti guardavano storto abbastanza.

Il primo lavoro, i primi soldi in tasca, il vinile di importazione degli Stone Roses.
Stile a palate, sguardi persi “altrove”, canzoni mandate a memoria. Tu già abbondantemente stempiato in cerca di cappellini da pescatore che ti stavano malissimo.
Dopo qualche birra i sensi di colpa di un’educazione opprimente si allentavano, cercavi lunedì felici, accompagnato da melodie senza tempo, guidato da ciarlatani e volevi essere adorato. Se esageravi ti sentivi, addirittura, la resurrezione..

C’è stato un periodo in cui ti sei quasi vergognato di avere tutti i singoli degli Oasis del primo periodo.
Ma sei sempre stato consapevole che, se copiavi sulla cassettina da confezionare per la persona che ti faceva battere il cuore frasi come questa, avevi sempre insperati margini di successo.

Maybe I think you’re the same as me we see things they’ll never see you and I
We’re gonna live forever

Osare, impudentemente, contro ogni logica.
Scalare vette di arroganza senza guardare giù per non rischiare di essere risucchiato dal vuoto della tua inadeguatezza.
Fregandosene del prima e del dopo.

In definitiva una specie di percorso di formazione.
E ti piace pensare che chi ha condiviso con te questo genere di tragitto, seppur con mille possibili varianti di itinerario, non si sarebbe mai permesso, per acchiappare qualche like, di fare battute su quanto poco figo fosse morire a Manchester ad un concerto di Ariana Grande.

Hey, in my opinion, you seriously SUCK.

Massimiliano Bucchieri

Loser. (Fiver # 19.2017)

Quel che segue è lo scheletro di una lunga mail che un vecchio amico mi ha inviato qualche settimana fa.
Mi ha colpito perché è un’analisi piuttosto spietata di situazioni che conosco bene.
Pubblico con il suo permesso mantenendo inalterato il senso e dopo averne rielaborato la forma.
Le canzoni le ho scelte io, ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

Scott Kannberg / Gary Young / Stephen Malkmus

Raramente mi è successo di riconoscermi in una band rock come mi è capitato di identificarmi con i Pavement ai tempi in cui questi erano in vita, praticamente lungo tutto il corso degli anni ’90. Tanto che se affermassi che i Pavement sono stati i miei anni ’90 probabilmente non andrei molto lontano dalla realtà. Il processo di immedesimazione con loro fu istantaneo e non solo dal punta di vista dell’affinità musicale. Certo, una canzone come Summer Babe contribuì a indirizzare immediatamente tutta la faccenda sul binario giusto, ma poi la questione con loro acquistò in breve profondità e specificità del tutto peculiari.

Stephen Malkmus & the Jicks “Summer Babe

In pochissimo tempo i Pavement diventarono me e io divenni loro. E come me una piccola ma significativa parte dei miei amici. Eravamo la generazione x con la modalità slacker sempre attiva, i libri di Douglas Coupland citati a memoria come le battute dei film di Kevin Smith e la costante sensazione che pur avendo a disposizione molto saremmo comunque riusciti a sprecare tutto. Il nostro bagaglio di cultura superiore alla media, quel determinato livello di intelligenza in grado di decifrare più o meno qualunque situazione, il portafoglio (nostro o dei genitori, poco importa) sufficiente a spesare sfizi e vizi, non molti a dire il vero. E una quantità di stile che immodestamente – ne eravamo certi – sovrastava quello della maggior parte delle persone che conoscevamo: I’ve got style, miles and miles / so much style that it’s wasted.

Pavement “Frontwards

Ci trovammo ad essere la prima generazione nella storia recente che pur essendo dotata di tutti i mezzi e gli strumenti di base necessari per essere vincente scelse per sé con consapevolezza, cinismo e una certa dose di sconsideratezza, il ruolo di perdente. Loser. con tanto di punto finale, proprio come la scritta stampata su quella maglietta della Sub Pop che non a caso divenne un simbolo di quegli anni e che qualcun altro trasformò in inno, per l’appunto generazionale: I’m a loser baby, so why don’t you kill me?

Beck “Loser

Non a caso però la frase che meglio di tutte descriveva la situazione, quella che più citavo e più sentivo citare in quegli anni e che ancora oggi mi perseguita, stava all’inizio di una delle più belle canzoni dei Pavement, una delle più belle canzoni tra le più belle canzoni che ingombrano un angolo del mio cuore: I was dressed for success / But success it never comes / And I’m the only one who laughs / At your jokes when they are so bad / And your jokes are always bad.

Pavement “Here

Ripudiavamo l’idea di avere successo, o anche solo di riuscire a combinare qualcosa, non per un qualche stoico e saldo principio morale, quanto piuttosto motivati dal timore che tanto a un certo punto saremmo stati comunque respinti. Ci convincevamo che le cose in cui eravamo bravi, ma bravi sul serio, non avevano alcuna applicazione pratica, convinzione invero piuttosto aderente alla realtà dei fatti, e così ci impegnavamo a fabbricare sconfitte fasulle per evitare un domani di trovarsi fallimenti reali sulla porta di casa.
Non degli eroi romantici quindi, quanto persone scientemente decise a farsi da parte senza lottare, a lasciarsi vivere anziché vivere, facendo si che tutto potesse scivolare via senza scalfire la superficie nella convinzione che non esiste alcuna ragione perché le cose avvengano: accadono e basta, senza vi sia il bisogno che venga presa una qualunque decisione. Perché tanto se devono accadere vedrai che accadranno comunque e altrimenti pazienza, vuol dire che non era destino.
Assistevamo così allo spettacolo della nostra vita come fossimo spettatori esterni e neutrali, senza intervenire. Un fatalismo che qualche volta ci ha facilitato l’esistenza ma molto più spesso ce l’ha peggiorata, agendo come si trattasse di un limitatore di velocità atto a scongiurare sbandate ma anche idoneo a non consentire il pieno sfruttamento del potenziale. Il nostro potenziale.
Ci siamo lasciati scorrere addosso cose e persone invece di afferrarle o respingerle con decisione in cambio di poter godere di quella manciata di occasioni in cui tutto avviene naturalmente e senza alcuno sforzo, fallendo così per inerzia e inazione una serie infinita di opportunità interessanti.
L’atteggiamento di fair play emotivo che abbiamo sempre mantenuto è stato senza alcun dubbio fallimentare: in fondo sapevamo bene che le cose vanno a chi le vuole sul serio e lotta per averle, con ogni mezzo necessario.
Salvo poi lamentarci per non averle ottenute quelle cose, anziché starcene tranquilli nella consapevolezza che eravamo malati. Malati di inerzia.

Spiral Stairs “Emoshuns

Nei Pavement Scott Kannberg era l’alter ego di Stephen Malkmus. La prima volta che lo vidi suonare da solo dopo lo scioglimento della band se ne stava seduto su una sedia al centro della piccola sala di un bar di San Francisco. Era l’inizio del 2003 e allora stavamo tutti meglio, sia io che i miei amici le cui vite sono state così simili ai Pavement e alle loro canzoni. A un certo punto partì con una cover, senza annunciare di cosa si trattasse. La riconobbi immediatamente e mi emozionai fin quasi alle lacrime perché era una di quelle canzoni che hanno segnato indelebilmente un certo periodo della mia vita e pensavo a distanza di tanto tempo dalla sua uscita che in qualche modo fosse una canzone solo mia. Si trattava di Golden Brown degli Stranglers e stava in un disco che ho amato moltissimo: La Folie. Tanto per dire delle affinità, vere o presunte.
Da poco è uscito il nuovo album di Kannberg e dentro c’è un pezzo che ha tutte le caratteristiche per diventare una delle mie canzoni del cuore. E infatti lo è già diventata.
Prima di sfumare in un finale disarmante ripete più volte una frase molto semplice: I’m going forward / I’m moving backward. Parole che dicono niente e dicono tutto, dipende da chi è la persona che le pronuncia e dallo stato d’animo di chi la ascolta.

Scott Kannberg aka Spiral Stairs suonerà al Freakout di Bologna il 26 settembre e all’Ohibo’ di Milano il 27.

Arturo Compagnoni

We’re younger than clouds (Fiver #18.2017)

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The New Year

Se qualcuno mi avesse detto, non so, tipo quattro anni fa che nel 2017 uno dei miei album preferiti sarebbe stato un nuovo disco degli Slowdive mi sarei fatto una bella risata e avrei archiviato il tutto alla voce droghe sbagliate. Ma i miracoli accadono, del resto anche l’Internazionale di Milano ha vinto un triplete.
Non sono mai stato un fan del gruppo, tra l’altro, non come nel caso dei neroazzurri stellati milanesi. Li ho seguiti all’inizio della carriera perché i loro dischi uscivano su Creation che era un marchio di fabbrica imprescindibile. Anche se, va detto, quella Creation era ormai alla deriva, travolta dai debiti, dalle droghe e da un gioco che si era fatto troppo grande per quel paio di teppistelli della periferia di Glasgow. Gli Slowdive volevano essere una cosa a metà tra Cocteau Twins, My Bloody Valentine e Brian Eno e si ritrovarono invece stritolati da chi voleva farne delle icone indie. I tre album usciti all’epoca li ho dimenticati in fretta, allineato a quello che era il sentimento prevalente dell’epoca. Il mood che circondava la band era talmente negativo che finì per travolgere anche le indiscutibili cose positive della loro discografia.
Il pensiero che talvolta possano servire 22 anni per mettere a fuoco un’idea non mi dispiace affatto, però. E che talvolta la vita ti conceda una seconda occasione. Perché indiscutibilmente i nuovi Slowdive suonano meglio di quanto abbiano mai fatto in passato. Magari ha a che fare anche con la predisposizione personale, con il fatto che queste nuove sembrano più “canzoni”, più pop per di più, che non fa mai male per quanto mi riguarda.
Questa storia del ritorno degli Slowdive assume proprio i contorni della favola a lieto fine, insomma. La caduta, il ritorno, la seconda possibilità ed un pizzico di redenzione. Manco fosse una sceneggiatura di una qualsiasi commedia non troppo sofisticata. Arrivati ad un certo punto è ancora più bello crederci…

SLOWDIVE – Sugar for the Pill

Neil Halstead è un cazzo di genio. Su questo non ci sono dubbi. Lo ha dimostrato anche lontano dalla band, con i suoi altri progetti nel corso degli anni. Da Mojave 3 ai dischi che portano il suo nome fino a quella piccola meraviglia di album targato Black Hearted Brother, uno dei dischi più sottovalutati dell’ultimo lustro.
Il suono è ormai un classico, riconoscibile a distanza, narcotico, stratificato ma allo stesso tempo privo di pretenziosità. Un miracolo, come si diceva più sopra. Se non intero mezzo di sicuro.

GIRLPOOL – Fast Dust

Nonostante la batteria, gli arrangiamenti più sofisticati, la struttura delle canzoni che appena appena si allontanano dalla basica formula chitarra-basso-voce, nonostante tutto questo l’impatto emozionale delle losangeline Girlpool rimane il punto di forza del gruppo. Quindi vanno ascoltate nel momento giusto e con un attimo di attenzione. Non è roba da accendere e tenere in sottofondo facendo i piatti la sera. Meritano un piccolo investimento di tempo, insomma. Il disco (tutto) è bello, bello, bello.

LOST BALLOONS – Numb

Considerata la rotazione mi tocca in sorte il Fiver più o meno una volta al mese. Scegliere cinque canzoni non è un problema, anzi solitamente ne ho almeno il doppio pronte per finire su queste pagine. Non questa volta però. Ho passato qualche giorno a sfogliare la margherita dei miei ascolti preferiti delle ultime settimane e mi fermavo sui soliti nomi: Conor Oberst (no, ancora!!) LCD Soundsystem (bruciati da Massi, settimana scorsa), Alex G (bruciati, pure loro) e un’altra marea di roba che non mi convince per niente o che non mi ispira nemmeno il solito paio di semplici righe.
In questi rari casi finisce che mi attacco al computer alla ricerca di un minimo d’ispirazione. Qualcosa di buono si trova sempre e alla fine è un buon modo per tenersi aggiornati. Questa canzone, per esempio, si apre come un brano dei Big Star e poi ci si ritrova tra le mani una meraviglia degna dei migliori Teenage Fanclub. Si tratta di un texano (Jeff Burke, già con i Radioactivity) e di un giapponese (Yusuke Okada) già attivi nella scena punk-garage dei rispettivi paesi. Gioiello vero, altrochè!!

MAC DEMARCO – My Old Man

Mac DeMarco ha tirato fuori il disco che non ti aspetteresti. Quantomeno se hai avuto la fortuna di vederlo dal vivo, dove fatica a stare dietro a se stesso e al suo cazzeggio oltre le righe. Non ti aspetteresti insomma un disco rilassato, semplice nella forma quanto nella sostanza. Anzi sorprende proprio il tono malinconico, come se fosse il primo disco di una prolungata post-adolescenza. Manco si fosse accorto tutto di un colpo che la giovinezza è terminata e il futuro ha la forma di un carico da novanta che ti piomba di colpo sulle spalle. Una consolazione che tutto questo sia il pretesto per scrivere canzoni come questa, in fondo.

THE NEW YEAR – Recent Hystory

Sono passati quasi 10 anni e non ce ne siamo accorti. Poi si fa partire un brano così, in cuffia magari, e ci si accorge di quanto ci siano mancati.  La stessa sensazione che si prova ad incrociare un vecchio amico dopo tanto tempo (e non è un caso che di questa canzone ne abbia già parlato Massimiliano su queste pagine). Il primo secondo di imbarazzo serve solitamente per rendersi conto che nulla è cambiato e che nulla potrà mai cambiare. Questi sono i suoni, l’attitudine, lo spirito che mi fanno sentire bene. Coperto, allineato, al sicuro. Il mio mondo indiscutibilmente.

CESARE LORENZI

I did my best (Fiver # 17.2017)


Tra pochi giorni si terrà la terza edizione del No Glucose Festival.
Un evento che parte dal basso, possibile solo per l’entusiasmo di un pugno di ragazzi accomunati da entusiasmo e cose da dire. Da dire forte, da dire ora.
Suoneranno tanti gruppi, i formidabili danesi Yung, per fare un nome, ma anche molti altri. Tutti imperdibili. Una piccola/grande cosa che racchiude al suo interno un mondo. L’unico possibile oggi. Una bussola per il sottoscritto che con i festival ha avuto trascorsi connotati dai tipici stati d’animo di una lunga storia: amore, entusiasmo, indifferenza, incomprensione.
In un periodo della mia vita, ora abbastanza lontano, ho amato molto andare ai Festival. Ricordo in modo abbastanza preciso un momento. Il primo giorno del Reading Festival 1991. Ero in attesa di assistere a concerti di Nirvana, Teenage Fanclub, Sonic Youth, Dinosaur Jr, Fall. Erba verde scintillante, cielo grigio plumbeo e odore di pesce fritto d’ordinanza. L’eccitazione e la felicità erano difficilmente contenibili.
La percezione di essere nel centro del mondo. Il tuo mondo, ok. Ma la sensazione comunque inebriante di essere nel posto a cui ti sentivi di appartenere. Come a smorzare questo entusiasmo un ragazzo additò la mia maglietta di Shift-Work e mi chiese, corrugando la fronte dopo aver intuito la mia condizione di forestiero: “How can you possibly understand The Fall?” La mia risposta fu un disarmante e disarmato “I do my best, mate”.
Con il passare degli anni andare ai grandi festival è diventato sempre meno entusiasmante e più faticoso e ho cominciato a scegliere situazioni più comode e consone, monitorando la situazione da lontano, ma capendone sempre di meno i mutamenti come mi succede con molti altri aspetti della vita in generale.
Il Coachella Festival, per esempio, è diventato con gli anni un evento con il quale, giusto o sbagliato, bisogna fare i conti. Quest’ anno se ne è parlato molto, troppo. Polemiche che hanno coinvolto Kate Bush, Radiohead, Ezra Furman, Downtown Boys. Questi ultimi, senza mezzi termini, hanno accusato Philip Anschutz, l’organizzatore del festival, di essere un sessista che ha effettuato grosse donazioni a favore di organizzazioni che combattono le associazioni lesbo/omossessuali negli States.
Ovviamente il recinto dei social ha ridotto tutto al solito, stomachevole minimo comun denominatore…“Si vabbè comunque ci hanno suonato a quegli eventi”… “però i soldi li hanno presi” …
Premesso che i Downtown Boys hanno dichiarato di voler donare gran parte del loro ingaggio alle stesse associazioni osteggiate da Anschutz, è dai tempi del passaggio alla Cbs dei Clash che si dibatte se sia più efficace combattere il mercato dall’interno o dall’esterno. Anche se il mercato come lo conoscevamo non esiste più.
Domande senza risposta ovviamente ma, soprattutto, se vuoi combattere (chi, noi?.. risata fragorosa) dall’interno, o dall’esterno, il nemico devi prima cercare di conoscerlo. Così ho provato, grazie allo streaming dei tre palchi e seguendo i commenti in tempo reale, di organizzarmi e vivere una mia personalissima e scalcinata Coachella Experience.
La prima sensazione netta è che il pubblico sembra formato quasi interamente da comparse fuoriuscite dal set di Zoolander.
You tube è letteralmente intasato di video di ragazzi che si preparano per andare al Coachella. Giovani, carini e.. molto attenti al numero dei followers. La seconda è che un terzo dei gruppi in cartellone non li ho mai sentiti nominare. I gruppi che più conosco ed apprezzo (gente come Preoccupations, Pond, Mitski, Car Seat Headrest) sono confinati tutti in orari antimeridiani sotto tende, immagino afose, davanti a poche decine (letteralmente) di spettatori.
In qualche momento dobbiamo aver combattuto una guerra ed evidentemente l’abbiamo persa rovinosamente…
Con il calare della sera arrivano i nomi grossi. Lasciando perdere la grande componente dance/elettronica ormai digerita e le star pop, come in un test psichiatrico vengo messo di fronte alle mie paure più profonde. Kendrick Lamarr prende la scena. Da solo. Davanti ad una platea oceanica. Declamando versi su basi che mandano in visibilio i presenti. Ed il giorno dopo molti critici.
Il mio caso, psichiatricamente parlando, credo si possa etichettare semplicisticamente come il “paradosso Ikea”. Dove il mobile Ikea sono gli artisti Urban/Hip Hop o come diavolo vogliamo chiamarli, e io sono lì intento a montarli. A decifrarli.
Le istruzioni le avrei anche. Ma sono in svedese.
Mi trovo di fronte a qualcosa di incomprensibile. Osservo da un angolo folle di appassionati andare in visibilio. Evidentemente munite di istruzioni nella loro lingua.
La sensazione che mi resta è quella che il mio mondo non esiste più. Rimpiazzato da attori, linguaggi e spettatori completamente diversi.
How can you possibly understand it?
Non mi sento più al centro. Non mi sento neanche in periferia. Mi sento come dietro ad un vetro e dentro tutti gli altri si divertono dandosi grandi pacche sulle spalle. E, onestamente, non credo neanche di avere tutta questa voglia di entrare.
Sprofondo nella poltrona, stacco lo streaming e ricontrollo le date del No Glucose.

Yung – Nostalgia

Lcd Soundsystem – Call The Police

Pochi giorni fa c’è stato un terribile incidente davanti casa mia. Le autorità hanno coperto i poveri resti della vittima. Sono stati fermati i mezzi pubblici. La gente si è riversata per strada. Un ragazzo poco distante da me si è fatto un selfie. Con la scena dell’incidente. Siamo talmente abituati a non vivere più la nostra realtà ma a farcela raccontare da uno schermo che quando un evento reale ci accade “addosso” non sappiamo più come affrontarlo. Chi ti ha ridotto cosi miserabileimbecillechetiscattiunselfiedavantiauncadavere? Chi ci ha ridotto cosi? L’unica soluzione possibile è chiudersi la porta di casa dietro le spalle e buttarsi in mezzo ad un gruppo di amici per guardarsi in faccia. Riprendere contatto con la realtà. James Murphy non è un mio amico ma quando ci regala questi pezzi epici che ti fanno illudere di essere destinato a vivere grandi momenti, con una chitarra rubata a Heroes e il solito testo da chiamata alle armi generazionale è come se lo fosse.

Palm – Walkie Talkie

Arturo una volta sentenziò una cosa che mi fece molto ridere. “La musica che ascoltiamo noi è impossibile da canticchiare mentre ti fai la barba. A meno che non ti voglia ridurre la faccia ad una maschera di sangue.” Mi è tornata in mente mentre ascoltavo gli incastri impossibili di Walkie Talkie. Palm, freaky art rockers da Philadelphia. Strutture escheriane che rimbalzano impazzite contro pareti melodiche. Non vuol dire un cazzo? Poco importa. Questo è un pezzo pazzesco, da farci girare con la faccia insanguinata per un bel po’.

Ulrika Spacek – Full Of Men

È lecito aspettarsi belle cose da Modern English Decoration, l’imminente  nuovo album della band inglese intitolata ad Ulrika Meinhof e Sissy Spacek. Non so se è un’impressione strettamente personale ma l’atmosfera di malinconia sospesa di Full Of Men con tanto di magnetica coda melodica mi rimanda ogni volta istintivamente a quelle di Isolation Culture, eccellente album dei “nostri” His Clancyness. Un grosso complimento, cari US.

The Vacant Lots – Pleasure & Pain

Alla fine è sempre la solita fottuta canzone. Dalle dissonanze dei Jesus And Mary Chain ai vortici degli Spiritualized, alla chitarra strappata dei Wedding Present. Jared Artaud è un intrattabile bastardo con tutte le amicizie giuste, Anton Newcombe, Alan Vega… Endless Night è il nuovo album e contiene l’ultima collaborazione di Vega oltre ad altri ipnotismi irresistibili. Drowned in sound gli ha dato 1. Ottimo. Sì, è sempre la solita fottuta canzone. È che proprio non possiamo farne a meno.

Massimiliano Bucchieri

We Are All Bourgeois Now (Fiver # 16.2017)

Il matrimonio è stato messo a repentaglio dall’amore. Dopo il romanticismo è diventato inevitabile unirsi in matrimonio per amore e scioglierlo se l’amore non c’era più. Quando l’amore non c’era affatto, il matrimonio non perdeva nulla per strada, semmai acquisiva qualcosa attraverso la consuetudine e la dimestichezza. Il matrimonio è la tomba dell’amore solo nel caso vi sia qualcosa da uccidere, altrimenti prevale in esso un aspetto funzionale, pratico, sociale, protettivo, procreativo. Ecco perché è esemplare del modello di vita borghese: in esso agisce fortissima l’aspirazione al riconoscimento. Dunque si potrebbe invertire il detto: l’amore è la tomba del matrimonio”.
La scuola cattolica (Edoardo Albinati)

Il pensiero qui sopra l’ho trovato in mezzo alle 1.294 pagine del tomo che ho deciso di affrontare dopo aver letto da qualche parte una recensione in cui si diceva che il libro contiene la migliore lingua italiana narrativa in circolazione ed è un epitaffio toccante ma non malinconico alla borghesia romana: registra i tempi e il cuore della vita borghese prima che si estingua. Bella definizione; anche abbastanza fedele a quello che effettivamente sono la forma e il contenuto del romanzo.
Sono sostanzialmente d’accordo con l’analisi del rapporto tra matrimonio e amore formulata dall’autore, anche se non vorrei esserlo. Mi piacerebbe non esserlo.
In ogni caso non è di questo libro che volevo scrivere. Intendevo piuttosto buttar giù due cose riguardo la notizia che sta per uscire il primo album solista di Peter Perrett, un tempo chitarra e voce degli Only Ones.
Ma alla fine anche il matrimonio ha a che fare con la storia che viene fuori qui sotto, quindi va bene così.

Another Girl Another Planet degli Only Ones è una delle mie canzoni preferite. Non intendo uno dei miei ascolti favoriti di questi giorni, della settimana o della stagione, ma una delle canzoni che in assoluto mi piacciono di più tra tutte quelle che conosco. Tipo Teenage Kicks degli Undertones o Making Plans for Nigel degli XTC per dirne due. Per questo mi sorprende pensare quanto poco tempo della mia vita io abbia trascorso ad ascoltare le canzoni degli Only Ones, Another Girl Another Planet a parte si intende. Perché gli Only Ones sono stati comunque un’ottima band, Another Girl Another Planet a parte.
Non ricordo nemmeno più quando è stata l’ultima volta che ho tirato fuori uno dei loro tre album con l’intenzione di metterlo sul piatto e ascoltarlo per intero. Direi che sono passati almeno 10 anni, probabilmente di più. Ma anche prima, quando la loro presenza era più vicina all’attualità, li ho ascoltati poco e i loro dischi non li conosco bene quanto dovrei. Anche quando l’altro giorno ho infilato nel lettore della macchina la vecchia copia in cd di The Immortal Story, la raccolta che comperai ad una bancarella di Camden tanti anni fa, l’ho fatto per un motivo preciso piuttosto che per il semplice piacere di ascoltarla: avevo appunto appena letto la notizia che il loro cantante, Peter Perrett, avrebbe pubblicato a breve il suo primo disco solista e per l’occasione volevo dare una rinfrescata alla mia claudicante memoria.
Non appena è partita la musica mi sono reso conto di quanto poco ricordassi quelle canzoni e mentre le ascoltavo ho anche capito, senza la necessità di ricorrere a ragionamenti particolarmente profondi, il perché mi fossi così poco interessato a loro nei miei 30 anni abbondanti di ascolto compulsivo di ogni genere di band e di ogni tipo di disco. Alle mie orecchie gli Only Ones all’epoca dovevano suonare in maniera dannatamente classica, per come io intendo la classicità, assorbendo elementi del passato (Velvet Underground, Modern Lovers, il Lou Reed solista cui la voce di Perrett somiglia assai) e al tempo stesso anticipando pezzi del futuro (R.E.M. e Replacements su tutti). Gruppi americani, gruppi che a me piacciono molto. Solo che allora, all’epoca degli Only Ones, la classicità a me annoiava terribilmente e i gruppi americani interessavano molto meno di quelli inglesi. Dunque li misi da parte e in seguito non mi preoccupai di trovare il tempo per imparare a conoscerli meglio.

Gli Only Ones sono stati un gruppo fuori tempo, venuti al mondo troppo presto o troppo tardi fate voi, in ogni caso nati in un contesto di cambiamento – il punk inglese del ’77 – che relativamente poco aveva a che fare con loro, con quegli assoli di chitarra più vicini ad un qualunque disco di Neil Young che all’impulsivo minimalismo sghembo e violento dei loro coetanei e concittadini Clash e Sex Pistols.
Erano ragazzi calati in un ruolo – quello del perdente che trova la propria ragione di vita nel continuo rimbalzo tra la cruna dell’ago di una siringa imbottita di eroina e le braccia di una donna sbagliata – che quando ti capita in sorte è meglio ti rassegni perché l’unico sbocco possibile è quello di perdersi alla deriva, artisticamente e personalmente.
Che poi in realtà anche questi due aspetti – donne e droghe – che hanno segnato la vita dei singoli membri della band come della band nel suo indistinto insieme, sono in parte frutto di equivoci e contraddizioni. Proprio a partire da quella canzone, Another Girl Another Planet, il loro secondo singolo, interpretato dal pubblico dell’epoca come un insano tributo alla dipendenza dagli stupefacenti, mentre invece pare si trattasse più banalmente di una canzone dedicata a una ragazza.

I always flirt with Death / I look ill but I don’t care about it
I can face your threats / And stand up straight and tall and shout about it
I think I’m on another world with you / With you
I’m on another planet with you / With you

Equivoci e contraddizioni quelle in capo agli Only Ones, che convergono anche nel privato, considerato il fatto che Peter Albert Neil Perrett, cantante e immagine pubblica della band, uno che le femmine le aveva tatuate nel cervello prima ancora che nel cuore, nella sua vita si è in definitiva accompagnato con una sola donna, quella che ha sposato un paio di anni fa dopo esserne stato fidanzato per tutta la vita.
E se trovo piuttosto incredibile che gli Only Ones siano oggi ancora tutti al mondo, considerando lo stile di vita da cui hanno deciso di farsi accompagnare in tutti questi anni, trovo ancora più bizzarra la circostanza che la famiglia Perrett – probabilmente proprio in quanto modello di cui si può dir tutto fuorché definirlo borghese, per tornare al pensiero del libro che ha aperto questo Fiver – potrebbe, anzi dovrebbe, essere presa ad esempio come modello su cui disegnare la sagoma di un ipotetico family day di noialtri, esempio di stralunata eppure solida stabilità.
Peter e Zena entrambi affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva, che non so cosa sia ma non suona per niente bene, risultato di decenni passati ad inalare eroina e crack e i loro figli Jamie e Peter jr. piazzati a suonare chitarra e basso nel disco del padre, How the West Won in uscita per Domino il prossimo 30 giugno.
Una famiglia anche questa, una famiglia migliore di tante altre, dopotutto.

Real Estate “Diamond Eyes

Non sono mai stato un grande fan dei Real Estate eppure ho tutti i loro dischi. Sono uno di quei gruppi che hai l’impressione possano sempre piazzare la zampata vincente ma poi non lo fanno mai, mi pare girino attorno alle canzoni senza mai arrivare al punto. Eppure i loro dischi alla fine mi scaldano sempre qualche punto che non so bene individuare da qualche parte che non so bene dov’è.
Soprattutto quando suonano così.

B Boys “Energy

L’ep che fecero uscire lo scorso anno non è che mi convinse granchè. Questa canzone invece si. Mi ricorda gli Holograms: frenetici, ritmati e diretti. Finalmente un nuovo gruppo Captured Tracks che potrebbe tornare a interessarmi.

Waxahatchee “Silver

Loro per ora non hanno sbagliato un disco, le premesse per un altro centro ci sono tutte.
Il nuovo album si intitolerà Out in the Storm e uscirà il 14 luglio per Merge. Poi a settembre arriveranno in Italia per farci vedere anche cosa sono capaci di fare sopra a un palco.

Arturo Compagnoni

Facts of life (Fiver # 15.2017)

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Tashaki Miyaki

Pink Flag compie 40 anni quest’anno, a quanto pare. Pink Flag è il debutto degli Wire ed è il mio disco punk preferito di sempre.
A dire il vero nessuno lo reputa davvero un disco punk e spesso gli si appiccica davanti un post.
Punk che si trasforma in post-punk che non si sa bene cosa voglia dire ma intanto ci si mette in pace con la coscienza. Come se bisognasse riconoscere una diversità di fondo, non sapere bene di cosa si tratti e utilizzare una formula che tolga dai guai.
La verità è che gli Wire sono sempre stati un’entità a sé stante. Degli stilemi del punk inglese dell’epoca alla fin fine utilizzavano ben poco. Sì, i riff secchi di chitarra, sì, la brevità delle canzoni ma anche no, allo slogan facilone e no, al nichilismo del no future.screenshot-i.ytimg.com 2017-04-07 11-52-12
Penso che certi album diventino i propri dischi preferiti ad un certo punto perché nasce un processo di immedesimazione. Non riuscivo ad immaginarmi con una spilla da balia infilata nella guancia, per dire. Il mio era punk da cameretta modesta, famiglia operaia con tenore di vita piccolo borghese. Provincia vera, in più. La Londra di Brixton era una roba che facevo fatica anche ad immaginare. Il mio punk era qualche amico che mi girava un disco dei Ramones pensando che si trattasse di heavy metal. La prima volta che ho ascoltato Pink Flag avevo 20 anni e il disco era uscito dieci anni prima. In quel lasso di tempo i Minor Threat avevano suonato 12XU in un disco che divenne seminale (la prima compilation targata Dischord) e tutti pensavano che fosse roba loro. Gli Wire non erano un gruppo punk ma insomma ci sono andati dannatamente vicino e Ian MacKaye e compagni hanno contribuito a tenere vivo l’equivoco.
Con loro il processo di identificazione era completo, fin dal look. Jeans e camicia. Nessun vezzo da rockstar, nessuna divisa d’ordinanza. Quattro splendide facce rubate ad un qualsiasi pub di periferia.
I miei dischi, i miei gruppi, mi rendo conto che sono sempre stati roba di confine, contorni poco definiti, a cavallo dei generi. In questo senso Pink Flag è un vero album di identità sfumata, difficilmente catalogabile, understatement come parola d’ordine.
Non so, mi lascia davvero perplesso ascoltare Pink Flag e farmelo piacere ancora. Dopo 30 anni dalla prima volta. Ho il dubbio che non sia una questione di qualità della musica, o della bellezza delle canzoni. Mi chiedo se sia normale farsi piacere la stessa musica che si amava a vent’anni. Non sono più quello che ero, penso. O forse ho il terrore di confessare, prima di tutto a me stesso, che invece trent’anni sono trascorsi invano e le stesse canzoni di sempre continuano inesorabili a girare sul piatto, come se si trattasse di una metafora di quello che ho vissuto: l’illusione di muoversi in avanti e ritrovarsi invece a girare costantemente in tondo.
Nel frattempo loro continuano a sfornare dischi. Uno all’anno di media da quando sono ricomparsi. Confesso che all’inizio ho affrontato il loro ritorno con cautela. Il timore di una delusione era maggiore della gioia della notizia. Certi gruppi in fondo vorresti non tornassero mai. Hai paura che finisca come quando hai avuto la malaugurata idea di rimetterti con la tua ex e gli occhi in cui ti perdevi senza fiato di colpo non ti facessero più nessun effetto.
Una canzone alla volta acquisti speranza invece. Trenta minuti dopo hai riconquistato fiducia nell’intero genere umano. E cominci da capo, un’altra dannatissima volta.

WIRE – Short Elevated Period

Silver / Lead è un album che non si distacca da quanto proposto nell’ultimo periodo. Naturalmente tutto si è fatto più etereo, non esistono urgenze da affrontare, come è naturale che sia. Ma intanto in un pezzo come questo dimostrano come scrivere una solida canzone rock. Il disagio magari non scorre più in superficie, il tempo ha modificato lo scorrere del ritmo, che è meno frenetico. Ma l’incertezza rimane, senza nessuna risposta su quanto ci riserverà il futuro, come al solito. Una gran canzone degli Wire, in definitiva. Una di quelle piccole certezze che fanno tanto coperta di Linus da trascinarsi da una stagione all’altra.

TASHAKI MIYAKI – Girls on T.V. – There Was A Light

Si va avanti a tentativi. Si tasta il terreno e un’occasione di una trentina di secondi di durata non si nega a nessuno. Finché non arriva il momento in cui si capisce che conviene fermarsi un attimo. Ne potrebbe valere la pena.
Intanto il video. Diretto da James Franco è per stessa ammissione dell’autore un omaggio ad un paio di pellicole che portiamo nel cuore: da Midnight Cowboy a Electric Horseman (un uomo da marciapiede e il cavaliere elettrico, in italiano).
La canzone, poi. Potrebbe stare nell’ultimo Jesus and Mary Chain e farci un figurone, tanto per avere un’idea.
Ok, lo devo ammettere: sono conquistato. Sono uomo di poche pretese, evidentemente. Non rimane che indagare ancora un po’. È questione di un paio di click, del resto. Oh, ferma tutto!! Una cover. Ecco la prova del nove. Ti aspetti i My Bloody Valentine e ti ritrovi tra le mani una canzone di Chris Bell Ci siamo, ci siamo, ti ripeti con quel cazzo di sorriso più simile ad una smorfia che ti riservi in certe occasioni. Sì, ci siamo. È tempo ancora una volta di lasciarsi conquistare. Non chiedevamo di meglio, dopotutto.

(SANDY) ALEX G – Bobby

Sono uno di quelli che reputa il nuovo album di Conor Oberst una piccola meraviglia, metto le mani avanti. Sì, ascolto anche Ryan Adams, ma non mi piace parlarne in pubblico, non saprei bene come giustificarmi. Tutto questo per dire che rientra nella normalità farmi piacere una canzone come questa, una ballata country ubriaca eppur fascinosa. Poi, un giorno, sarà il caso di parlarne nel dettaglio di Alex G. Inizia ad avere una storia interessante alle spalle, ricca di sfaccettature e sorprese. Per ora un nuovo album è alle porte e per quanto mi riguarda è uno dei dischi più attesi del momento.

BIG THIEF – Mythological Beauty

Questa è una canzone che al di là dell’apparenza lascia segni e cicatrici. Adrienne Lenker canta e suona una delle chitarre ma quello che più conta è che nelle sue canzoni non risparmia nulla e snocciola ogni dettaglio di una giovinezza vissuta ai limiti in compagnia di una famiglia poco probabile. Lo fa scendendo nei dettagli e non ci risparmia il racconto di episodi degni di una sceneggiatura drammatica. Immaginatevi i primi dischi di Cat Power, oppure i Bright Eyes. Gente che nelle canzoni riversa delle piccole sedute di autoterapia, nel tentativo di scacciare demoni e fantasmi. Occhio alle parole, insomma. Ma la canzone è un gioiello.

CESARE LORENZI