I still believe that something is right only when it feels right. (Brian Wilson)

Una collaborazione nata grazie ad uno scambio di mail dove ognuno confidava l’amore per la musica dell’altro, come una coppia di semplici fan un po’ nerd. Da cosa nasce cosa, come si dice in questi casi, e ci siamo ritrovati Peter Kember (Sonic Boom) ad occuparsi della produzione di alcuni dei dischi pubblicati da Noah Lennox (Panda Bear) negli ultimi anni. Quello è stato però solo il primo passo di un qualcosa che si è trasformato ulteriormente quando Sonic Boom ha raggiunto il collega a Lisbona, trasferendosi in pianta stabile nella città portoghese armato di sintetizzatori e di una fantastica collezione di dischi da cui attingere.

Ci sono gruppi che, terminato il primo album, hanno bisogno di avvocati e di una consulenza matrimoniale per rientrare in uno studio di registrazione con i colleghi di un tempo. Ne sanno qualcosa, a questo proposito, sia lo stesso Noah Lennox nella sua avventura con Animal Collective e soprattutto Peter Kember che ai tempi degli Spacemen 3 ha registrato album interi senza mai rivolgere la parola e lo sguardo a Jason Pierce. Qui sono solo cuoricini che volano, invece. Parole di stima, attestati di gratitudine e, quello che più interessa a noi, un grandissimo album appena pubblicato (“Reset”) che porta in dote davvero il contributo di entrambi in egual misura.

Un disco che ha l’ambizione di mettere in primo piano l’essenza della musica pop, partendo da un semplice accordo, un riff, un bridge, un’armonia vocale e poi da lì, a strati, viene aggiunto quello che è necessario per completare la canzone, assecondando la natura artistica e la vocazione dei due protagonisti. Il quid iniziale, che diventa la base della canzone stessa, è per lo più un campionamento preso in prestito dalla sconfinata produzione rock’n’roll di fine anni cinquanta, inizio anni sessanta. Quindi sample di riff di chitarra di The Troggs, armonie vocali di Randy & the Rainbows, estratti di Eddie Cochran e così via. Interessante come, partendo da uno semplice spunto creativo rubato, Panda Bear e Sonic Boom,  riescano a mettere in piedi una collezione di canzoni organiche, definite e compiute riuscendo a superare i confini della semplice sperimentazione per trasformare il tutto in essenzialità pop capace di guardare al passato e al futuro contemporaneamente.

Canzoni definite anche nella struttura portante di “songwriting” vero e proprio, con testi belli, mai banali, anche quando ridotti a delle semplici e ripetitive istanze nella tradizione della produzione di Sonic Boom. Sul sample preso in prestito si sviluppa un lavoro di addizione stratificata di armonie e falsetto vocale, di aperture di synth e ritmi essenziali che finiscono per suonare come una versione dei Beach Boys filtrati da un’ attitudine psichedelica non revivalista con traiettorie davvero inusuali. Come se l’eccentrica e geniale visione pop di Brian Wilson trovasse finalmente una decodificazione credibile e due interpreti degni di raccogliere quella pesante eredità e di darle un’ apparenza di pura contemporaneità.

Un album che funziona esattamente come canta Noah Lennox in “Whirlpool”, ad un certo punto: “mi trascini sempre più a fondo nella tua corrente / mi porti giù velocemente e mi lasci risalire molto lentamente”. La magia del perdersi e dell’abbandonarsi al sogno della musica, in sostanza.

Cesare Lorenzi


La stampa musicale diede ampio credito a Spacemen 3 ma i loro dischi non vendettero mai molto.
La band fu ostacolata da una serie di idee che vengono in mente solo a quelle persone che consumano una grande quantità di droghe.
Una leggenda narra ad esempio che Jason Pierce Pete Kember decisero di vendere le loro future royalties ad una società di pulizie industriali chiamata All Bright per potersi comperare eroina.
Poi con un tempismo squisito i due scelsero di liquidare il marchio Spacemen 3 nel 1990, proprio nel momento in cui il rock chitarristico e le droghe stavano per tornare di moda
.”

(The Guardian 14/09/2001)

Down-Loades (Chapter 1)
Spesso si dice che un gruppo può essere giudicato dalle cover che decide di eseguire, ed a volte si ritiene vero anche il contrario.
Mai come nel caso di Spacemen 3 sono corrette ambedue le ipotesi di giudizio.
Nei dischi della band inglese sono presenti una serie di interpretazioni da enciclopedia del punk rock psichedelico, semmai questa definizione possa essere ritenuta accettabile da qualcuno.
In edizioni live o di studio sono stati ripresi brani di MC5Red Krayola, Thirteenth Floor ElevatorsMudhoneySuicideBo DiddleySun RaStooges giusto ad elencare i nomi più noti.
Dopo lo scioglimento della band sul suo repertorio hanno pensato di intervenire tipi come Flaming LipsMogwaiLowFlowchart e Bardo Pond.
Insomma se conoscete, e pare impossibile il contrario, qualcuna delle bande elencate sopra potete tracciare da soli una mappa indicativa di quello che è stato il percorso culturale prima ancora che musicale del gruppo di Rugby.
Ed incastrare suoni ed atmosfere evocati da quegli stessi nomi non è poi così difficile come parrebbe a prima vista.
Krautpunkdelia potremmo dire se volessimo rischiare di sporcare la nostra camicia della festa con i pomodori lanciati da lettori giustamente a corto di indulgenza nei confronti delle invenzioni giornalistiche.
Eppure è proprio questo il percorso che Pete Kember e Jason Pierce decisero di intraprendere un paio di decenni orsono.
Una strada che prende il suo abbrivio dall’esplosione rock di Detroit a fine sessanta, guidata dalle chitarre di Wayne Kramer, Fred Sonic Smith e Ron Asheton, per dragare lungo il suo cammino le circolari reiterazioni ritmiche proposte innanzitutto dai fondamentali Velvet Underground poi sviluppate da quella scuola tedesca che trovava in gruppi quali CanNeu e Kraftwerk i suoi massimi esponenti negli anni ’70, sino a ricongiungersi con i suoni punk della fine di quello stesso decennio, deformando il tutto con una moviola innestata dalla fascinazione per la psichedelica ed alimentata da uno smodato utilizzo di sostanze stupefacenti.
A ben vedere il retroterra culturale che ha dato forma al progetto Spacemen 3 è quello stesso identico che ha donato linfa vitale ad un personaggio come Bobby Gillespie, il quale riuscendo a gestire meglio le proprie passioni ed i personali squilibri è riuscito ad attraversare indenne l’ultimo decennio dello scorso secolo riproponendosi ancora in grande forma ai giorni nostri.
Viene spontaneo dunque domandarsi quanta strada ancora avrebbero potuto percorrere Spacemen 3 se, come sembrava possibile ad un certo punto della loro carriera, avessero deciso di affidare le proprie sorti ad una figura chiave per l’evoluzione del pop britannico dell’ultimo ventennio quale quella di Alan McGee, al tempo boss di una ancor giovane Creation, amico di infanzia di Gillespie ed ammiratore degli stessi Spacemen 3.
Neanche tanto curioso il fatto che la storia, come sempre, finisca con il ripetersi.
Anno di grazia 2003, ancora Detroit, ancora psichedelia, ed il punk rimane attuale, ora come non mai.
Più curiosa la coincidenza capitata a chi scrive: dopo anni di passione per Spacemen 3 ed un periodo altrettanto lungo di oblio destinato a quello stesso gruppo, capita che la prima recensione scritta per la rivista che avete ora in mano sia dedicata all’esordio di Spiritualized, si parla del terzo numero del giornale nel maggio del lontano 1992, ed accade pure nel maggio di undici anni dopo di incontrare nuovamente il passato in territorio londinese, proprio nei giorni della stesura dell’articolo che state leggendo; dapprima sfiorando un concerto solitario di Sonic Boom, e pochi giorni appresso incrociando tra il pubblico di un altro concerto la figura di un invecchiato Pete Bain, che proprio negli Spacemen 3 imbracciò chitarra e basso.

 

Arte Collegiale (Chapter 2)
There is quite a strong art influence in Rugby, because of the Art College, producing many fine artists.”
Così la città viene introdotta dalla Knowhere Guide to Rugby.
Poco più di un grosso paese piazzato al centro dell’Inghilterra sulla strada che unisce Londra a Birmingham, Rugby è un piccolo snodo commerciale, un centro di distribuzione da cui transitano molte merci, alcune legali, altre no.
Sono soprattutto le seconde che circolano tra alcuni giovani frequentatori della locale scuola d’arte, luogo da cui i teenager più creativi provano a partire per sganciarsi da un noioso presente, anteprima di un futuro non certamente brillante.
Facile immaginare come la prospettiva di formare e guidare una rock’n’roll band possa essere un attrattiva assai allettante per lo standard di un quattordicenne di provincia.
Proprio a quella età Jason Pierce, studente di incerte speranze, compera una copia di Raw Power, scelta dettata essenzialmente dalla foto di Iggy Pop in copertina, ai suoi occhi vera e propria personificazione del concetto di rock’n’roll.
Quel vinile, acquistato forse casualmente, finirà per essere l’unico a girare sul piatto del suo stereo nel corso di tutto l’anno successivo.
Dall’altra parte della città un ragazzo i cui tratti somatici assomigliano a quelli del tenebroso Rupert Everett, prima di scoprire la discografia di Velvet Underground comincia a trastullarsi con un paio di 45 giri che lo convincono ad acquistare la sua prima chitarra elettrica.
I dischetti sono Denise di Blondie e Jocko Homo di Devo, il ragazzo si chiama Pete Kember, nome che di lì a poco baratterà con l’epico pseudonimo Sonic Boom.
I due, nati lo stesso giorno e lo stesso mese del medesimo anno, novembre 1965, si conoscono proprio nelle aule del Rugby Art College, in breve nasce l’idea di mettere assieme una band con l’ausilio del comune amico Pete Bain.
Assai diverso l’approccio allo stesso strumento sebbene i due provengano da una comune esperienza di auto apprendimento: il modo di suonare la chitarra di Pierce è da subito abbastanza tecnico, molto più grezzo il tocco di Kember il cui modello deriva dal minimalismo selvaggio del crampsiano Brian Gregory.
Proprio la formazione di Poison Ivy e Lux Interior sarà la principale fonte di ispirazione per il primo concerto programmato il giorno di natale del 1982: “Suonammo solo una versione di O.D. Catastrophe lunga 20 minuti.
Erano presenti tutti i nostri amici, tre quarti di loro se ne andarono a metà concerto, quelli che rimasero ci dissero di non essersi mai sentiti presi così tanto in giro in vita loro“.
Stante i ritmi piuttosto lenti della coppia, trascorrono alcuni anni in cui il gruppo si trasforma, attraverso minimi cambi di formazione e concerti dalla cadenza trimestrale, dallo stato di band collegiale a quello di rock band.
Occorre un nome e l’iniziale The Spacemen per quanto adatto pare orientato ad identificarli con l’immagine di una surf rock’n’roll band.
Convincere oggi una neonata congrega di rockettari ad eliminare l’articolo The davanti al proprio nome sarebbe come convincere il Papa che il sesso non è peccato, altri tempi allora: “Odiavo il The davanti al nome,-ricorda Kember-non volevo che la gente ci immaginasse come una band armata di Fender Telecaster e vestita di tute spaziali, così aggiungemmo un 3 rubandolo al poster di un nostro concerto che domandava: i tuoi sogni alla notte sono di 3 taglie troppo grandi?
Il 3 si adattava bene all’interno di un triangolo ed il tondo posto in cima alla piramide ricordava il terzo occhio.
Naturalmente togliemmo il The davanti al nome“.

 

Il Suono della Confusione (Chapter 3)
Il primo contratto discografico viene firmato negli uffici della Glass Records, piccola etichetta indie condotta da Dave Baker, giovane appassionato del suono della chitarra elettrica.
Sound of Confusion viene registrato in cinque giorni ed è il disco con cui la band entra ufficialmente, a metà 1986, nel mondo della musica rock.
La formazione prevede la presenza di due chitarre affidate a Sonic Boom ed a Jason Pierce, quest’ultimo impegnato anche alla voce, il basso è piazzato tra le mani di Pete Bain già rinominatosi Bassman, mentre dei tamburi si occupa Natty Brooker, primo di una serie di batteristi ad alternarsi in quel ruolo, mai considerato rilevante dal resto della band.
Sono sette canzoni in cui Spacemen 3 raccontano immediatamente tutto quello che attraversa il loro immaginario: storie di giovani che cercano droghe, le utilizzano, muoiono.
Un piccolo documento di ansia giovanile pronta a trasformarsi in panico al momento della crescita. “L’energia che musica e droghe sono capaci di trasmettere è assai simile. Tutte le sostanze che ho sperimentato – eroina, cocaina, amfetamine, marijuana – danno una sensazione piacevole, stesso piacere che possiamo trarre dall’ascolto della musica. Non dico che per ascoltare al meglio i nostri dischi occorra assumere sostanze stupefacenti, anzi è la nostra musica che ti assicura da sola un viaggio“.
Così si esprimeva allora Pete Kember, non c’è spazio per giochi di fantasia dei cronisti, il gruppo mette le carte in tavola in maniera scoperta, vicino ai limiti dell’ingenuità.
Il giudizio morale in materia di droghe lo lasciamo ad altri, certamente la loro chiarezza in materia non ha facilitato la vita ai due leader, così come l’esposizione sempre palese delle influenze sonore è stata a volte tacciata dalla critica come mancanza di idee proprie.
Perchè anche quando non si tratta di eseguire cover dichiarate – ed in Sound of Confusion ve ne sono ben 3 – la coppia finisce con il comporre spesso canzoni che sono comunque la rielaborazione di materiale altrui, tipo una stoogesiana Little Doll tramutata in Hey Man o la Citadel del repertorio stonesiano nascosta tra le note di Losin’ Touch With My Mind.
Basterebbe però prendersi la briga di ripescare una qualunque delle canzoni incluse già in quel disco d’esordio per accorgersi quanto di proprio Spacemen 3 abbiano invece messo per rielaborare le proprie passioni e con quanta onestà non abbiano mai mascherato i propri intenti filologici.
La coppia di ep successivi, Walkin’ With Jesus e Transparent Radiation, definisce ancora meglio la prospettiva.
Un minimalismo che stando alle loro stesse ammissioni si rendeva necessario per l’incapacità dei musicisti nell’infilare troppi accordi uno di seguito all’altro, finisce per divenire paradossalmente un magma chitarristico capace di costruire caotici vortici sonori ripetuti all’inverosimile.
Se rimane valida la definizione di un genio quale quella persona che riesce a far risultare semplice una cosa complicata, nel caso di Spacemen 3 l’assioma andava ribaltato di 180 gradi.

 

Sinfonie Estatiche (Chapter 4)
Il gruppo comincia a farsi conoscere anche nella sua versione live che, stante le peculiari caratteristiche della band, divengono veri e propri happening psichedelici in cui hanno pari peso ed importanza l’esecuzione delle canzoni, l’impiego di un caleidoscopico light show clamorosamente retrò e l’utilizzo di un volume assolutamente spropositato.
I musicisti suonano sempre seduti a terra su tappeti, abitudine che pare anch’essa riciclata dal passato ma che in realtà viene demistificata dall’ammissione di Sonic Boom: “Non ero praticamente in grado di suonare la chitarra, non conoscevo gli accordi e per me era molto più semplice rimanere a suonare seduto, riuscivo a concentrarmi meglio, questo fin quando non decisi di acquistare una vecchia Vox, aveva una forma tale da rendere impossibile suonarla rimanendo seduto“.
Alla vigilia dell’uscita del secondo album Spacemen 3 si sono costruiti un discreto seguito trasversale tra seguaci dell’indie rock, reduci dell’era hippie e giovani punk in acido.
Ed il loro suono comincia a sua volta ad influenzare nuove band: “Quando uscì il primo singolo di Jesus and Mary Chain, quella stampa che sino ad allora ci aveva ignorato cominciò ad insinuare l’ipotesi che noi li stessimo copiando mentre semmai era vero il contrario visto che noi esistevamo da molto tempo prima. My Bloody Valentine cambiarono progressivamente il loro suono dopo averci conosciuto come spalla ad un nostro tour, per non parlare poi di Loop il cui cantante era un impiegato alla Glass nostro fan ed alla fine ha costruito una band con la sola idea di aggiungere un pò di pop alle nostre idee“, ricorda amaramente Kember.
A poco più di un anno di distanza dal precedente esce il secondo disco.
The Perfect Prescription è un concept che descrive le varie fasi attraversate da un consumatore di droghe, con titoli come portami dall’altra parte, sinfonia dell’estasi, mi sento così bene, e la conclusione che invita alla chiamata di un dottore.
Se le tematiche sono le stesse quello che muta è il tentativo, pienamente riuscito, di affrancarsi dal peso delle influenze altrui pur mantenendo costante il desiderio di rendere omaggio ai maestri.
Difatti se è vero che si avverte ancora la necessità di celebrare un ode alla Street Hassle di Lou Reed, ad emergere è la qualità delle composizioni firmate dalla coppia Kember/Pierce, da cui affiorano melodie costruite con arrangiamenti trance ipnotici sui quali viene inserita una strumentazione molto più varia che in passato, utilizzata a scapito delle percussioni sottratte a buona parte del lavoro.
Assieme e forse più ancora del successivo Playing with Fire, la perfetta prescrizione è il capolavoro dei tre astronauti, con i dieci minuti della spaziale Ecstasy Symphony/Transparent Radiation costruita al sintetizzatore su di un unica nota di organo registrata e poi riproposta su otto piste separate, una di quelle canzoni che da l’impressione di poter durare in eterno girando sempre attorno a se stessa eppur rimanendo capace di non annoiare mai.
Il clima è generalmente rilassato ed affiorano richiami al gospel che saranno in seguito approfonditi, anche se l’inquietudine permane in zona, come dimostrano le versioni di Rollercoaster e Starship registrate in quello stesso periodo ed in seguito incluse nelle ristampe di Perfect Prescription.
Una fusione a freddo di Sun RaMC5 e 13th Floor Elevators immersi in una vasca di feedback.

 

Amore, Sucidio, Precisione, Rivoluzione, Purezza (Chapter 5)
Perfect Prescription il giorno dopo, si scrisse all’epoca dell’uscita di Playing with Fire.
Ed in effetti nel terzo album Spacemen 3 continuano il discorso avviato, perfezionando le melodie, approfondendo la vena soul accennata poc’anzi non dimenticando comunque di sporcarsi le mani, sin sotto le unghie.
Sono così stanco di ascoltare gente che mi dice cosa dovrei fare della mia vita/sono così stanco di vedere gente incapace di muovere il culo/..ma aspettate un minuto, sento odore di bruciato!/vedo un cambiamento dietro l’angolo/e vi do un suggerimento, ci vogliono solo cinque secondi per capire che è giunto il momento di cominciare a pensare ad una piccola rivoluzione.
Revolution, il singolo di maggiore successo della band è un magnifico esempio di canzone costruita con riff di chiatarra violentissimi su cui passeggia la voce di Sonic Boom a suggerire propositi rivoluzionari, unica canzone in qualche modo politica scritta e suonata dalla band.
Per la prima volta in un album di Spacemen 3 sono assenti le cover ma resta ancora un tributo da pagare. Una canzone di Suicide (Che) è ripresa sul retro del singolo Revolution e l’unica traccia interamente strumentale dell’album viene dedicata nel titolo allo stesso duo newyorkese.
Frattanto al basso Will Carruthers ha sostituito il dimissionario Pete Bain mentre la scelta di separare espressamente i crediti nella scrittura delle canzoni tra Kember e Pierce lascia intravedere la frattura che di lì a poco si consumerà.
La possibilità di sbarcare negli Stati Uniti per un primo grande tour organizzato da Greg Shaw per il lancio della stampa americana curata dalla sua Bomp! Records viene prima messa in dubbio dalla difficoltà di ottenere il visto d’ingresso nel paese e successivamente polverizzata dai contrasti tra i due che a causa di personalità smaccatamente individualistiche avevano in quell’epoca ormai innestato un inarrestabile processo disgregativo.

 

Lonely Avenues (Chapter 6)
Il chiodo sulla bara viene piantato dai rispettivi lavori solisti registrati da Sonic Boom e Jason Pierce parallelamente alle sessioni del disco destinato a chiudere l’avventura Spacemen 3. Quando esce Recurring negli scaffali dei negozi è già sistemato Spectrum, primo disco a nome Sonic Boom ad alcune canzoni del quale ancora collaborano gli ormai ex compagni d’avventura Will Carruthers e Jason Pierce. Quest’ultimo ha peraltro già reclutato tanto Carruthers quanto Jon Mattock, ultimo batterista degli Spacemen, per la sua nuova band, gli Spiritualized.
Recurring è in pratica già la somma delle idee dei due singoli, con le canzoni dell’uno e dell’altro separate in due lotti ben distinti, uno per ciascun lato del vinile.
Stranamente più pop il primo lato assemblato da Sonic Boom che successivamente finirà al contrario per sviluppare i propri interessi in direzioni vicine all’isolazionismo ambient con il marchio Experimental Audio Research.
Già chiare invece le idee di Pierce che nella seconda facciata di Recurring anticipa il soul sinfonico che contraddistinguerà i successivi lavori a nome Spiritualized.
La storia finisce mentre le droghe sintetiche stanno per tornare protagoniste sulle piste da ballo; alla vigilia della stagione dell’amore Sonic Boom canta Rock’n’roll is Killing My Life e Jason Pierce sceglie ancora canzoni di altri intonando gospel sulla melodia della troggsiana Anyway That You Want Me.

 

Outro
Tracciare l’intera discografia di Spacemen 3 non è cosa semplice.
Di seguito l’elenco dei dischi ufficiali usciti a loro nome durante la vita della band.
Etichetta, data e formato sono quelle della prima stampa:

Sound of Confusion LP (Glass 06/1986)
Walkin’ With Jesus EP (Glass 11/1986)
Transparent Radiation EP (Glass 07/1987)
The Perfect Prescription LP (Glass 08/1987)
Take Me to the Other Side EP (Glass 07/1988)
Performance (live) LP (Glass 07/1988)
Revolution EP (Fire 11/1988)
Playing With Fire LP (Fire 02/1989)
Hypnotized EP (Fire 07/1989)
Big City EP (Fire 10/1990)
Recurring LP (Fire 11/1990)

Tra le tante uscite live, raccolte e ristampe una selezione assolutamente arbitraria porta a scegliere i seguenti titoli:

Dreamweapon (live) LP (Fierce 1990)
registrazione della performance “evening of contemporary sitar music” del 19/08/1988
Taking Drugs to Make Music to Take Drugs to CD (Bomp 10/1994)
sessioni risalenti al 1986 di canzoni poi comparse nei primi due dischi della band
For All the Fucked Up Children of the World We GiveYou Spacemen 3 LP (Sympathy for the Records Industry 04/1995) primi demo registrati nel 1984
Translucent Flashbacks – The Singles CD (Fire 07/1995) raccolta dei primi tre singoli originariamente usciti per Glass
Forged Prescriptions CD (Space Age Recordings 03/2003) antologia con inediti e versioni demo
 
 
Arturo Compagnoni

Requiem For A dream – Rufus E I Disciplinatha

A volte, senza un particolare motivo apparente, una persona diventa un simbolo. Un’icona, o più
semplicemente quel segnalibro che infili a bloccare le pagine più importanti della tua vita.

Spesso, succede quando quella persona viene a mancare, banale gioco del riflettere sulla propria caducità.
Sempre, accade che quel fermaporte dell’anima non sia nemmeno veramente qualcuno – chi può
mai definire cos’è qualcuno? – ma un’idea riflessa dallo specchio della propria immaginazione. La
forma che i nostri occhi hanno disegnato attorno a un nome, una data di nascita, una professione,
dei pensieri, delle attitudini. Alcune persone le conosci, passi del tempo con loro e ne fai un
riassunto, un surrogato che puoi raccontare e tramandare. Altre, che producono arte, diventano
ciò che hanno scritto, dipinto, suonato e il conoscerle o no non sposta la sensazione di averci
avuto a che fare, di aver condiviso qualcosa.


Ho conosciuto Raffaele Sicuranza, alias Rufus, Raffo, Uesbles e tanti altri nomi partoriti sotto il
campanile di San Martino, alla fine degli anni ’90 dello scorso secolo. Era uno dei balordi che,
come me, tiravan tardi all’Orsa. Stava in un gruppetto casuale, mai omogeneo, di solitari che si
incrociavano – sempre gli stessi quattro o cinque – tutt’al più per insultarsi a vicenda e rivangare
vecchi rancori e storie da un mondo ormai scomparso di bische, politica, pistole nascoste,
scommesse truccate. Si giravano attorno respingendosi l’un l’altro in una danza grottesca di
posture anacronistiche, parlate da film in bianco e nero, rivendicazioni di chi si è perso gli ultimi
trent’anni.

Lui non parlava. Beveva, barba e capelli un tutt’uno a nascondere il viso da cui
spuntavano pochi denti e due occhi azzurri e luminosi come quelli di un ventenne disperato,
rinchiuso nel folto di quella pelliccia. Non parlava. Batteva la mano sul bancone alla fine di lunghi
discorsi silenziosi con se stesso, finché l’oste, all’ennesimo richiamo inascoltato e all’ennesimo
colpo sul bancone, lo mandava affanculo e lo spediva a casa. Non sapevo avesse una voce. Lo
scoprii una sera dei primi duemila. Avevo poco più di vent’anni, ero da pochissimo socio
dell’Osteria dell’Orsa e quella sera avrei chiuso per la prima volta da solo. Un po’ di
preoccupazione e tanta emozione: bisognava farsi rispettare dai clienti più difficili.

Quella sera Raffaele era stanziale al bancone. Naturalmente, doveva rovinarmi la serata e la rovina assunse le fattezze di una lite fra lui e il barista dell’allora fatiscente Contavalli, a pochi metri da noi. Il perché non lo sa nessuno, nemmeno loro due, immagino. Il perché è sempre un sacco di bicchieri di
troppo e la rabbia per una vita andata nel verso sbagliato. Fatto sta che, proprio mentre sto
orgogliosamente coordinando le operazioni di chiusura, entra un cliente dicendo che un signore
sta spingendo un bidone del rusco – spazzatura per i non emiliani – in mezzo a via Mentana. Esco.
Rufus stava trascinando un cassonetto, al tempo erano posizionati di fronte alla farmacia, fra
l’Orsa e il Contavalli, verso la vetrata del bar che dava sulla strada. Mollo tutto, corro in via
Mentana e l’acchiappo. Comincia una comica degna di Stanlio e Ollio: io che prendo il cassonetto e
lo metto via, Rufus che ne prende un altro. Io che prendo Rufus, lui che scappa. Il tutto con il
banco dell’Orsa scoperto e una confusione totale attorno. Scopro, mentre placco Raffaele
l’ennesima volta, mettendolo faccia al muro contro le serrande della farmacia e bloccandolo con
un braccio torto dietro la schiena, che qualcuno ha chiamato la polizia: il nostro era già entrato
precedentemente al Contavalli per sfasciare una vetrinetta e minacciare i clienti al bancone.

Arriva la volante. Io sto tenendo l’allora semi sconosciuto Raffaele fermo. Lui, vista la pattuglia, come un
toro a cui sventoli un fazzoletto rosso in faccia, comincia a dimenarsi e gridare di tutto ai poliziotti.
Uno dei due, il genio della cumpa, scende dalla macchina con un “scusi, come ha detto?” a cui
rispondo io con “o mi date una mano levandovi dalle palle e mi fate risolvere il problema, o ve lo
mollo e lo portate via perché io devo chiudere il locale”. Starsky e Hutch risalgono sulla gazzella e
se ne vanno. Io strattono il nostro fin dentro l’Orsa e riesco a chiudere.

È notte. Siamo dentro in tre: io, Raffaele e Gianni. Gianni, detto Giannino lo spazzino, amico mio e di Raffaele e sempre nei guai per il troppo amore per l’anarchia, il vino e i derivati del papavero. È l’unica persona che conosco fuori dagli ambienti universitari che abbia letto Cioran: io sto scrivendo proprio in quei mesi la mia tesi, poi libro, sul filosofo rumeno. Sono i primi 2000, in Italia nessuno ne parla e ci
sono poche sue opere tradotte per Adelphi. Beh, quelle lui le ha lette. Lui sì, l’ordinario di filosofia
morale con cui dovrei dare la tesi no. Mi dovrò laureare fuori facoltà a Storia, per trovare il grande
Barnaba Maj che sarà il mio relatore. Giannino, spazzino perso nel caos del mondo, aveva letto, fra
le altre cose, Cioran: bizzarre cronache dall’inizio del millennio nuovo, pienamente immerso
ancora nella fine del secolo vecchio. È notte fonda, al tempo si chiudeva tardi in via Mentana.
Raffaele deve tornare a Lovoleto, per me un posto alla fine del mondo, e non sa come fare. Gianni,
che fa fatica a stare assieme, si offre di accompagnarlo: il piano consiste in andare a casa sua senza
svegliare l’anziana madre, prendere patente e macchina per tornare in centro e portare Rufus nel
paesino dove dorme in un casolare che sta ristrutturando. Mi sembra di leggere i sottotitoli
mentre parla. Dicono “ma che cazzo t’inventi? Non arrivi neanche dopo il ponte di Stalingrado con
la ciocca che hai addosso. Come minimo vi arrestano entrambi”. E, insomma, il mio esordio
all’Orsa si conclude con Rufus messo a dormire nel dehor dell’osteria e Giannino caricato in moto
e portato a casa della mamma. Torno da me che è praticamente mattina e con la sensazione di
una partenza non proprio promettente.

O, forse, bellissima.


Dario Parisini, invece, non l’ho mai conosciuto. Forse ci siamo incrociati fra palchi, locali e
backstage e diverse conoscenze in comune, ma non credo di averci mai scambiato una parola. Nel
2018 volevo andare a vedere Dish-Is-Nein al Locomotiv, ma un guaio dell’ultim’ora mi aveva fatto
saltare il concerto a cui tenevo molto: non avevo mai visto Disciplinatha, uno dei gruppi che su di
me aveva avuto un potere incredibile di attrazione e repulsione. La loro musica pazzesca, la
provocazione artistica punk portata al massimo in Italia, si scontrava in me con l’odio senza se e
senza ma per i riferimenti destroidi. Capivo e amavo la faccia tosta dell’operazione, la genialità
della creazione, ma poi, quando vedevo quelle scritte, quelle citazioni, mi si ribaltava lo stomaco.
In pratica, i DIsciplinatha avevano vinto e io avevo perso: loro erano i provocatori e io non riuscivo
a non cadere nella provocazione. Loro erano liberi, io chiuso in una parrocchia. Splendidi. Non li ho
mai visti suonare, non ho mai visto Dario sul palco e non riesco a non rimpiangere quello che mi
sono perso. Non ho visto loro, ho intravisto i CSI ma non ho visto i CCCP.

Ho visto poco di quello che mi ha formato, ma credo sia una strada comune a chi è nato e cresciuto a fine Settanta in un paesino lontano da tutto.

Con Rufus, dopo quella notte, diventammo amici. Lui continuava a venire all’Orsa, io continuavo a
cacciarlo quando esagerava. Lui continuava a non parlare. Poi, una mattina, arrivo presto ad aprire
il locale e ci trovo Franco, patriarca dell’osteria e con lui Raffo seduto a un tavolo, la mano fasciata
e l’aspetto di chi è stato investito da un tir. Il tir erano due carabinieri di Lovoleto che avevano
deciso di dargli una lezione dopo che lui aveva rotto le palle nel bar del paese. Lezione presa. Lo
mandiamo a dormire di sotto, sul palchetto dove fino a pochi anni prima si suonava tutte le
settimane. Riposati, poi vediamo. La giacca che gli avevo regalato, tutta rotta. Ricordo quel
particolare, legato all’odio per gli sbirri che ho sempre avuto e che quel fattaccio aveva ben
riattizzato.

Nel frattempo, la notizia circola, il padrone della casa in cui dormiva e lavorava gli dà il
ben servito. Raffo è per strada, anzi, all’Orsa: si piazza a vivere in osteria. Almeno può dormire al
sicuro, c’è da mangiare, c’è il bagno e non ci sono sbirri a menarlo. Da lì, passan vent’anni in un
lampo. Dal palco al piano sotto, al magazzino a un appartamento; dal dare una mano a scaricare le
casse dell’acqua, all’essere assunto come magazziniere.

Dal mutismo al chiacchierare con tutti, conoscere i vicini, farsi voler bene da tanti, odiare da altrettanti è un passo unico.
Raffaele se n’è andato dopo aver rotto i coglioni a un sacco di persone, aver trattato male un sacco
di persone. Non è stato uno bravo, come vorrebbero i borghesi; tantomeno un redento, come
vorrebbero i baciapile. Ha frequentato tutte le bische di Andrea Costa, si è giocato la vita ai cavalli,
ha sfanculato lavori e persone, ha maltrattato altri come lui. Esattamente come si fa per strada.
Niente storielle edulcorate da libro Cuore, niente lieto fine. Ha vissuto quello era e da dove veniva:
dalla strada. Dall’Irpinia dei primi Settanta alla Bologna del piccolo malaffare. È stato uno stronzo
con alcuni, un amicone con altri. Io, personalmente, penso che gli avrei dato in mano tutti i miei
averi senza battere ciglio, sapendo di ritrovarli il giorno dopo. Mi sono fidato di lui come di pochi
altri. E so di aver avuto ragione, la mia ragione, che non cozza con quella di chi non lo vuol
neanche sentir nominare, perché da lui è sempre stato maltrattato. Contraddizioni. Una vita non
lineare. Legge della strada, non un bel posto, non bella gente.
I Disciplinatha, intanto, vengono riscoperti come un po’ tutta la scena punk e underground fine
Settanta/inizio Ottanta oggi tanto di moda. Io continuo ad ascoltarli come li ascoltavo allora, con
un misto di goduria e ammirazione, sempre sul filo dell’incomprensione. E per questo, penso che
siano stati enormi. Mi dispiace non aver conosciuto Dario. Forse ci saremmo piaciuti, forse ci
saremmo mandati malamente affanculo dopo cinque minuti. Mi dispiace, soprattutto, non averlo
visto dove era nato per stare: sul palco, con il suo gruppo, una delle epifanie della storia musicale
italiana. Uno su cui si scrive e si scriverà, che si ascolta, ispira e ispirerà chi ancora crede che la
musica non sia intrattenimento ma vita e, quindi, contraddizione, provocazione, rabbia, disagio e
gioia, innocenza e coraggio. Arte e non artigianato, grandi storie potenti e non solo camerette e
solitudine.

La voglia di esplorare ed esplodere, di brillare su un palco per raccontare la propria
urgenza, la propria visione del mondo.


Me ne sono andato da Bologna sei mesi fa. Il tempo che serve perché tutto cominci a
“storicizzarsi”, ad appartenere al passato e, quindi, a poter essere osservato con un po’ di
distanza.

Non mi manca, questa è la verità. Non mi manca, perché Bologna è ancora una bellissima
città, se hai la fortuna di arrivarci e di non averci vissuto, come me, dalla fine degli anni Novanta.
Non mi mancano le vie che sono un susseguirsi senza pause né diversità, senza qualità né unicità,
di tavolini per mangiare e bere in fretta e a poco. Non mi manca il traffico umano da città Ryanair,
trasformata dalla politica locale in mangiatoia per turisti. Non mi manca la proposta culturale
sempre e solo dedicata agli universitari, scevra ormai di ricerca e sperimentazione. Non mi manca
la fila di cretinetti davanti alla finestrella di via Piella, per instagrammare un canale. Non mi manca
il caos ovunque della città dei balocchi che non critica niente, non mette nulla in discussione. Ma
non è colpa di Bologna. Non solo, almeno.

È così che va il mondo e, anzi, Bologna ha una parte che resiste: ha un’anima, una coscienza sociale. Sempre retorica, sempre la stessa catechistica, ma meglio del nulla di tanti altri posti. Ma io ci ho vissuto in quella che pare un’altra epoca. Quella analogica, della contraddizione, dello scontro, della messa in discussione costante dei dogmi.
Dell’avanguardia, dei Massimo Volume e compagnia, delle gallerie d’arte e delle case occupate,
delle pubblicazioni CyberPunk e del L.I.N.K. di Fioravanti; di un tempo che non era migliore e non
perché io ero giovane, ma era, voleva essere, voleva esistere. Non passava di là per caso, leggero e
vacuo come ogni cosa oggi: un minuto, un clic, un consumo. Non una storia, non un percorso, non
uno scontro. Tutti pacificati, dalla stessa parte con le bandiere dell’Ucraina fino al prossimo
vessillo da portare in piazza senza sapere perché. L’importante è il qui e ora. Nessun passato,
nessun orizzonte.
In questo mondo, i Raffaele Sicuranza non troverebbero un’Orsa a cui aggrapparsi. In questo
mondo, musicisti che vogliono qualcosa di dirompente, come Dario Parisini, non credo
troverebbero lo spazio per nascere, pubblicare dischi e suonare, crescere, cambiare, andarsene.
In questo mondo che promette meraviglie, dall’economia green all’inclusività, dalle auto elettriche
che si guidano da sole alla sostenibilità e intanto ci regala anni da incubo di pandemie, guerre in
Europa, governi che spendono per riarmarsi, borse che crollano, fiumi in secca – il Po è talmente
basso che le sue acque si stanno salando, perché il mare penetra dalla foce –, temperature che
aumentano e uno strisciante, invadente, senso di instabilità che porta a non ascoltare più la
diversità, ma a cercare l’uniformità; in un mondo sempre più spaventoso, in cui le nuove
generazioni perdono vocabolario e, quindi, capacità di pensiero allo stesso ritmo con cui io perdo
fiducia; in questo mondo che forse diventerà bellissimo per mano di giovani con idee così nuove
da esser del tutto aliene alla mia possibilità di pensiero, io oggi ricordo un amico che mi mancherà
e un grande artista che mi mancherà.

Saranno due mancanze del tutto diverse, eppure legate.
Legate dall’esser divenute simbolo della scomparsa di un mondo, della mia giovinezza certamente,
ma non solo. Di quel mondo in cui il confronto, la differenza, lo scontro, la contraddizione erano
parte integrante, erano norma. In cui andare contro era ancora possibile. Oggi saluto due ribelli,
che nulla avevano a che fare tra di loro, ma che io ho messo assieme e non so neanche bene
perché, in questo che è diventato da sé un desolato saluto a un pezzo di vita e alla città che lo ha
segnato.
Ciao Rufus, ciao Dario e ciao a quella Bologna.

So che non vi ritroverò che nei sogni, ma che lì sarete sempre presenti. Che la terra vi sia lieve.

Fabio Rodda

PRIMAVERA SOUND 2022 | MY TWO CENTS

Made in Barcelona.

Non era il mio primo PS e potrebbe esser stato l’ultimo, ma solo per sopraggiunti limiti di atleticità, più che di età: se non investi cifre da capogiro o non prenoti un anno per l’altro, sicuramente dormi oltre la Barceloneta, o nel bario Gotico, o, come io quest’anno, nel Raval. Il che vuol dire una mezz’ora, tre quarti d’ora di metro o tram all’andata e altrettanto su bus notturni, navette o, se c’hai veramente il fisico, con la metro di nuovo aperta dalle 5 del mattino.

Con questa opzione io venerdì ci ho messo comunque oltre un’ora a tornare. Sai, con giusto 100000 persone più o meno che provano a scendere nella stessa fermata e che si sparpagliano per la città, non va tutto proprio liscissimo.

Dentro al festival, poi, dagli enormi palchi Estrella Damm e Pull&Bear, ovvero il main stage in parallelo, al palco Dice, il più lontano, o anche all’Ouigo, l’ultimo nell’area principale del Forum, la passeggiata è di diverse decine di minuti. Poi, ovviamente, file ai bar, file ai cessi, ecc, ecc, ecc.

Insomma, il Primavera Sound è tante cose fantastiche, ma ha ormai una dimensione che costringe a tour de force di cui non sento il bisogno e di cui non ho più voglia. Forse.

Giovedì

Entriamo dopo un viaggio della speranza Milano-Francoforte-Barcellona (i voli diretti anche Ryanair costavano 300 euro A TRATTA già mesi fa), ovvero la soluzione più rapida nel range di costo accettabile per un volo da poche migliaia di chilometri. La sorpresa è forte fin dall’inizio: siamo arrivati tardi, all’ora in cui, gli altri anni, sulla salitona che porta all’ingresso del Forum non si vedeva quasi nessuno. Questa volta, invece, una marea umana si muove dall’uscita della metro senza soluzione di continuità fin dentro.

Suonano i Dinosaur Jr al palco proprio di fronte all’ingresso. Lo stesso – bellissimo, in una specie di anfiteatro – in cui li vidi qualche anno fa con quattro gatti davanti. Non riesco neanche lontanamente a calcolare quante siano le persone che affollano tutto lo spiazzo e gli spalti/scalinata fin in cima alla collinetta. Mai visto niente di simile.

Ascoltiamo qualche pezzo da lì, poi proviamo ad andare al bar. Proviamo, appunto, perché, non scherzo e non esagero, facciamo un’ora di fila per prendere una birra. Un’ora vera. In tutta la serata mi berrò due birre, io che me ne faccio due solo mentre penso cosa bere, di norma, in un qualsiasi pub.

Situazione ingestibile: sembra che il festival sia organizzato dalla parrocchia che non sapeva dell’arrivo di una valanga umana: cessi inarrivabili (ma tanto non bevi, quindi mica ci devi andare…), bar impossibili, palchi che sembra non si possano raggiungere.

Evito di muovere verso l’area big per aspettare Yo la Tengo allo stesso palco dei Dinosaur Jr e la situazione diventa più serena. Ovvio, il più giovane lì in mezzo avrà la mia età, sento parlare di Lire, cori per il Bologna FC e gran cannoni che passano qua e là. Bar sempre irraggiungibile, ma ormai mi sono rassegnato. Loro, sempre loro. Non li ho mai amati, sempre rispettati, tutto confermato.

Parto, armandomi di coraggio e con un filo d’ansia punto il main stage. Anzi, I. Perché son due, in parallelo: su uno si suona, sull’altro si fa allestimento. Tame Impala a sinistra prima, Pavement a destra poi. L’impianto audio è pazzesco: da centinaia di metri di distanza, l’ultimo spiazzo su cui si riusciva ad arrancare prima di un muro di teste oscillanti, la musica arriva perfetta e potente, disturbata solo a volte dal vento, ma contro di lui, anche l’impianto del PS deve arrendersi. Non amo Tame Impala, molti sì, arguisco dal delirio puro che ho attorno. Grandi performers e grande atmosfera, ma a me i pezzi proprio fan fatica ad arrivare. Amo invece di più i Pavement, che comunque non sono il mio gruppo preferito, e loro fanno un super live, da mettere nella mia top five di quest’anno.

La serata prosegue, io no: due aerei, bus, metro e niente birra chiedono una pausa. Il rientro sarà comunque una tragedia greca per un bus notturno che non passerà mai e vari ripiegamenti e una mezz’ora a piedi prima di far la nanna.

Venerdì

La sveglia a metà mattina si fa godere con una bella colazione sul terrazzino del b&b condita da un meno bello, ma scontato, shitstorm su tutti i social contro il Primavera: i cessi, i bar, il delirio. Qualcuno bravo, come il solito Damir Ivic, scrive su Soundwall un pezzo tosto ma corretto denunciando quello che sta succedendo. Altri, meno bravi, avvoltoi da tastiera si divertono a becchettare il (già) cadavere del festival più figo d’Europa ormai dato per defunto.

Fiduciosi, torniamo, sapendo che questa volta la serata sarà tutta nell’area big: a parte i Pond, si infilano Fontaines Dc e Beck, per me i due migliori live di tutto il festival, e The National e Caribou uno dopo l’altro sui due palchi grandi. Si trova un bello spiazzo sotto una colonna di casse, relativamente vicino a un bar e si fa lì la serata.Ma la cosa più bella è la sorpresona: sembra che il “locale” abbia cambiato gestione. I bar non sono affollati, non ci sono file ai cessi, si cammina serenamente fra una zona e l’altra. Ora, io non so veramente cosa hanno fatto gli organizzatori, ma qualcosa simile a un miracolo se lo sono inventati: è di nuovo il Primavera del 2018, affollatissimo ma sempre vivibile, caotico ma sopportabile. D’altra parte, se vuoi i festival da qualche migliaio di persone ci sono eventi meravigliosi come La Route du Rock o il nostro Ypsigrock. Non si può pensare di star comodoni a dieci metri dal palco con la birretta al Primavera Sound, è tutto enorme e, quindi, complesso.

Ma la serata è stupenda: due concerti, dicevo, di una bellezza rara: Fontaines DC, per me tra i migliori gruppi ora in giro (se non I migliori), hanno la maturità di affrontare un palco del genere con la strafottenza delle rock star. Sembrano nati negli stadi da 90000 persone, per quanto sono carichi e rilassati. Bravissimi. Bellissimi. Mercoledì torno a vederli qua al Magnolia, e questa volta voglio vedere proprio il muso di Grian Chatten a un palmo dal mio. Beck è inspiegabilmente più figo di vent’anni fa e in completo bianco balla e fa cantare una marea umana felice come se tutti stessero compiendo gli anni nello stesso giorno, nello stesso posto. Meraviglioso.

Poi, The National, centocinquantaseimilionesima volta che li vedo, ma sempre loro. Ormai il live è un “best of” che significa un boato dietro l’altro a ogni prima nota di chitarra. Caribou e i giovini cominciano a ballare, io faccio loro compagnia per un po’ e poi volo dall’altra parte del mondo a sentire King Gizzard & The Lizard Wizard. Dico sentire, perché di vedere non se ne parla: la folla è tanta, le mie energie meno. Entro nell’area palco, senza smettere di camminare butto l’occhio, esco dall’area palco, continuando a sentire le loro chitarre e la loro gran fotta. Non mi straccio le vesti: ero all’Hana-Bi quando Stu Mackenzie fece stage diving per farsi lanciare in mare e riportare sul palco dalla gente del Beaches Brew, mi son beccato il meglio già cinque annetti fa.Ma la cosa più bella è: zero ansia per i cessi, zero ansia per i bar, il che significa poter tornare il beone che sono e spassarmela fino a notte fonda, fino al concertone dei Mogwai che sfanculano di brutto la loro regina e il giubileo. Loro sempre grandiosi, non vanno in classifica perché i posti son solo cinque: ordini della potentissima Redazione di Sniffin Glucose. Cinque come l’ora del mattino a cui ci si muove verso casa: la metro ormai è aperta. Ci mettiamo comunque un’ora e mezza a tornare, ma si sa, dopo sette live e altrettanti birroni, la fatica scivola via di dosso molto meglio e si va a letto contenti.

Sabato

La sveglia di sabato è una felice lettura di pezzi che inneggiano alla bravura degli organizzatori del PS che hanno salvato tutto dopo l’infelice esordio. Anche qui, l’ottimo Damir scrive con grande lucidità, le faine da tastiera tacciono di fronte al festival redivivo. Noi, caffè e giusto un giro in spiaggia alla Barceloneta e si riparte per l’ultima notte al Forum.

Persi Low, Einstürzende Neubaten e Automatic per una sfiga dell’ultim’ora, già so che questa sarà la sera della grande rinuncia: niente Nick Cave. Vero, è una bestemmia, lo so. Ma, anche qui, settecentotrentaduemilionesima volta che lo vedo e a questo giro avrei dovuto rinunciare a quelli che vanno di diritto nella top five del festival: King Krule e Bauhaus.

Il primo, stessa faccia da ragazzetto che aveva quando lo vidi a Manhattan ormai quattro anni or sono, i secondi, teatrali e magnifici come avessero la metà dei loro anni, immersi in una nuvola di fumo che manco Marzio con la sua fog machine al Bolognetti Rocks dei tempi migliori. Prima di loro, Black Country, New Road. Carini, interessanti. Non mi prendono veramente e non sopporto la mise da “son qui per caso, mi hanno chiamato mentre facevo i compiti in cameretta” del cantante. Va bene il low-fi, va bene il DIY, ma santa polenta, una briciola di sex appeal, di caricanza e di esser fighi sul palco ci vuole, almeno per me che son vecchio e questa nuova estetica straccion-primi anni Ottanta mi fa vomitare.

Che poi par di usare un ossimoro, visto che ricordiamo gli anni Ottanta come un decennio di fighettismo, ma effettivamente c’erano allora anche mullet, maglie rosa larghe, baffi improbabili sotto cappellini brutti; scarpe basse e calzini su e tanti altri orrori oggi gioiosamente riproposti. Ma si sa, de gustibus non dispudanum est, dicevano i saggi. Bar liberi, bagni ancora di più, tutto fila liscio. Concerti bellissimi, ci lanciamo verso l’area main perché Damon lo voglio vedere e lui non si tiene: live dei Gorillaz bomba. Altro super gruppo che non amo particolarmente, ma la sua testaccia inglese sì, e alla fine me lo son goduto. Sempre a un chilometro dal palco, ma con un impianto da spavento e un’atmosfera di festa tutt’attorno.

Poi, restano le forze per i DIIV e una passeggiata per salutare il Forum. Ce ne andiamo prima che scappino tutti, mentre suonano su in alto i Beach House, proprio come nel 2018. Un rimpianto solo per Shame, troppo tardi e troppo stanco io. Me li godrò un’altra volta.

Primavera Sound

Insomma, com’è stato questo festival? Bellissimo. Bellissimo, non c’è altro modo di dirlo: vedere così tanti sorrisi, così tanti ragazzi vestiti come pare loro, pettinati/unghiati/stracciati/infighettati come pare loro, così tanti limoni sul finto prato che copriva (bravi) la polverosissima terra battuta davanti ai mega palchi, sentire quella vibrazione bella e potente, vedere le fattanze prese bene è sempre e comunque bellissimo. Anche la prima sera, quella del delirio al bar, ho visto più sorrisi che musi incazzati, abbiamo riso assieme (ma quanti italiani c’erano?) della disorganizzazione, la gente era comunque allegrona.

Perché, credo, malgrado i ruggiti dei leoni social, è comunque un evento magnifico, una cosa che fa stare bene. E dopo gli ultimi due anni, ne avevamo tutti bisogno.

Mi spiego: il Primavera aveva, come sempre, una line-up incredibile, però le dimensioni, le sovrapposizioni, le distanze lo rendono, secondo me, un festival da “festa” più che da concerto. Venerdì sono stato benissimo, fermo nello stesso posto per quattro live sui due palchi grandi ma ero a un festone, non a un concerto, che per me vuol dire star vicino alle transenne se non appoggiato a quelle, sentire la musica nella pancia mentre vedi le mani sulle chitarre.

Il Primavera si sta Coachellizzando? Probabile: tante fatine e unghie smaltate, tanto fluo, le boiler room, molti dj set. La settimana prossima suona Dua Lipa. Non è più il festival indie? Beh, bella scoperta: non lo è stato almeno negli ultimi dieci anni, già enorme e pieno di star.

Però. Però è stato bellissimo. Costa troppo, sia di soldi che di fatica, ma è stato bellissimo. E non mi veniva da sorridere così tanto da tanto tempo. E stare al bar e brindare con gli sconosciuti perché vi fate i complimenti per magliette dei gruppi vecchietti è bellissimo.

Il Primavera Sound è bellissimo. Non me ne vogliano i puristi dell’indie e i menagrami che non vedono l’ora di veder qualcuno sbagliare per dire che è caduto. Il Primavera è inciampato, verissimo, si è rimesso in piedi in meno di 20 ore (e davvero non so cosa e come hanno fatto, ma l’hanno fatto ed è stato un miracolo) e il sapore che mi rimane addosso, dopo un’altra odissea di voli ritardati tutto domenica, è comunque quello del sorriso, del mare al buio davanti a cui abbiamo brindato dicendo che non ci saremmo più tornati. Almeno fino all’annuncio della line-up del 2023.

Giovedì

Dinosaur Jr Yo la Tengo Tame Impala Pavement

Venerdì

Pond Fontaines DC Beck The National Caribou King Gizzard & The Lizard Wizard Mogwai

Sabato

Black Country, New Road King Krule Bauhaus Gorillaz DIIV Beach House mentre ce ne andavamo, come nel 2018 salutiamo così il PS22.

L’ultimo?

FABIO RODDA

ELOGIO DELLA FUGA

Erano i primi ’90, era l’alba della musica elettronica, dei rave party e dell’invasione di nuove droghe sintetiche. Della convinzione, per noi illusi, che il neonato internet, a quei tempi “la rete”, avrebbe reso orizzontali i rapporti e che si sarebbe esteso come un rizoma democratico, pacifico e anarchico. era l’alba del cyberpunk, di editori come Castelvecchi che pubblicavano cose nuove, nuove voci. Di Bologna, che ospitava le avanguardie delle nuove arti e di (quasi) nuove strategie politiche. Della provincia veneta che somigliava sempre meno alla campagna e guardava sempre più lontano. Di una parola su tutte, la più temuta, la più invocata: globalizzazione.

Tutto stava diventando globale: il mercato, il commercio, il lavoro. L’Europa aveva visto cadere l’ultimo grande muro e si preparava a una potente, avremmo scoperto solo più tardi devastante, opera di unificazione. Il mondo stava per diventare più piccolo, ogni luogo più vicino, raggiungibile. Ma per viaggiare, trent’anni fa, ci volevano ancora un sacco di tempo o un sacco di soldi: l’aereo era per i ricchi, i treni si muovevano come stanchi pachidermi d’acciaio e ci mettevano giorni interi per attraversare Paesi che sembravano in bilico fra un’epoca nuova e un improvvisamente antico ‘900. Tutto stava diventando vicino, ma il mondo era ancora vasto e sconosciuto.

Gabriele Salvatore, regista culto della mia generazione, girava la sua “trilogia della fuga” fra l’89 e il ‘91. Il viaggio, ancora meglio la fuga, era un archetipo antico riproposto con forza. Andare via, spostarsi, lasciare il nido, lasciare il paesello. Cercare fortuna, cercare altre facce, cercare altra musica, soprattutto cercare lo sconosciuto. Andare via per non tornare più. Uno sciabordio continuo di partenze e ritorni, di movimenti esistenziali ancor prima che fisici verso e contro qualcosa, verso e contro se stessi. E il mondo era ancora grande, i suoi confini non si potevano vedere, né immaginare. Chi, dalle mie parti, scappava per svernare nel sud est asiatico, tornava raccontando cose e facce, colori e odori che non si potevano pienamente comprendere in Italia, nelle valli del Nord Est. Chi andava a studiare in città, anche solo a Bologna, meta allora quasi mitologica, andava via. Andava da un’altra parte. Andava comunque lontano. Anche se lontano, oggi si direbbe, non era affatto.

La lontananza rimaneva una categoria dello spirito prima che dei luoghi. E Bologna era così lontana dalle Dolomiti, così vicina all’ombelico del mondo.

Poi, con un colpo di coda fulminante, quel tempo che noi immaginavamo morente, ci ha trasportato in una nuova realtà che, ancor prima di esser compresa, ci aveva già costretto a nuove regole, nuovi modi, nuove dinamiche. La rete è diventata un potente mezzo di comunicazione in tempo reale, subito necessario, inevitabile. Allo stesso tempo, ha creato una realtà con norme e forme autoproclamate: indiscutibili, imprescindibili. È diventata palco per le voci peggiori, ha azzerato non le distanze, non i rapporti verticali, ma la strada, il percorso come formazione, l’esperienza come motivo per dire e l’inesperienza come motivo per ascoltare. Uno vale uno, dicevano dei politicanti in cui molti hanno tragicamente sperato in tempi ormai quasi lontani. Uno vale uno, è rimasto il mantra della nuova epoca in cui, che tu abbia un dottorato in storia contemporanea o che tu abbia letto solo il Manuale delle Giovani Marmotte, l’opinione di uno vale uno. Ha lo stesso peso. Non di più né di meno.

E così, quello che noi speravamo fosse orizzontale è diventato piatto. Quello che immaginavamo come apertura è diventata omologazione. Quello che sognavamo come libertà è diventata schiavitù in un mondo improvvisamente piccolissimo, tutto uguale, alla portata di chiunque e quindi di nessuno. Quasi senza far rumore, i ricchi sono diventati ricchissimi e la classe media è scomparsa. Il Vecchio Mondo è definitivamente decrepito e non conta più nulla, ma continua a sbraitare e procede verso la fine con determinazione nella corsa cieca. E il viaggio è diventato accessibile. Low cost, mordi e fuggi, usa e getta. Rapide e devastanti come un’invasione di cavallette che lascia la terra brulla dove c’erano piantagioni, orde di umani hanno preso a spostarsi. Non a viaggiare: il viaggio è un concetto, richiede un’attitudine e una preparazione, un’apertura e una curiosità indotte solo dalla ricerca e dallo studio. Ma, a spostarsi. Sciamare. Invadere città con un turismo che non crea ricchezza, crescita e benessere se non per pochissimi, nemmeno per il visitatore, troppo impegnato a sgomitare nelle file per i musei – sempre gli stessi –, i panorami – sempre gli stessi –, i ristoranti – sempre gli stessi – visti su Instagram, per poter beneficiare di una vista, un odore, un sapore sconosciuti. E costringe molti ad andarsene, a lasciare città ormai costosissime, invivibili se non per i turisti da una notte. Costringe ad andar via, a fuggire.

Ma non era questa la fuga che sognavamo ormai una trentina d’anni fa. Per quella, non c’è più posto, né orizzonte, pare. Non si può fuggire in un mondo che non conosce distanze, silenzio, tempo, diversità. Non si può fuggire da un sistema asfissiante che ti stritola nella tua quotidianità, di nuovo come secoli addietro, votata alla mera sopravvivenza: nutrirsi, coprirsi, distrarsi, dormire. Quasi nient’altro. Per la fuga ci sono i social e le immagini di luoghi tutti vicini, qui dietro, anzi, qui dentro. Nello schermo che guardiamo, nelle foto di qualcuno che conosciamo anche se non ci abbiamo mai parlato, che ci sorride da un luogo lontano. Così vicino. Così troppo vicino. Così irraggiungibile da non interessarci nemmeno più.

Ma, ogni tanto, qualcuno ancora si ferma. Si guarda attorno. Spegne lo smartphone e ascolta, annusa, guarda. Allora si accorge di tutto questo, così pervasivo da essere ormai un panorama quasi invisibile, e lo racconta. Usa gli strumenti contro se stessi e altri lo ascoltano, leggono, guardano e si fermano a loro volta. Staccano i fili trasparenti che ci costringono a essere sempre connessi, eternamente presenti in un mondo che non avevamo scelto, non avevamo chiesto. Tornano a se stessi. Tornano consapevoli e tornano a sperare. Per fortuna, anche in un mondo di tutti uguali, di tutto standard, di tutto codificato e riproposto ci sarà sempre qualcuno che si sente diverso, si vede da un’altra parte. Ci sarà sempre qualcuno che non smetterà di provare a scappare.

“Dedicato a quelli che stanno scappando”. Mediterraneo. Salvatores, 1991.

“Scorrono gli anni nascosti dal fatto che c’è sempre molto da fare
E il tempo presente si lascia fuggire con scuse condizionali” Tra sesso e castità. Battiato, 2004.

FABIO RODDA

Libro del Mese: Odio, Daniele Rielli

Disco del Mese: Cola – Deep In View

SG ON THE RADIO – MANCUNIAN EDUCATION EDITION

Manchester.

Lunedi Blu. Il disordine. Colpire il Nord. L’amore che ci divide. Le luci che non vanno mai via. Le cerimonie. Lei che suona il tamburo. Io che vivrò in eterno. Il popolo dei party che durano 24 ore.

Il cuore e l’anima.

Manchester l’abbiamo omaggiata nella trasmissione di SG On The Radio del 20/05/2022, sempre sulle frequenze di Radio Città Fujiko.

Trasmissione che potete trovare qui.

Un viaggio recente che ha, inoltre, ispirato queste righe.

Il mio cane è nero. Completamente. Anche se, imprevedibilmente, proprio in prossimità del cuore, si apre una piccola area di colore bianco. Tanto è amichevole intelligente e creativo con il suo branco familiare tanto ha un caratteraccio con gli altri cani.. non li lascia avvicinare, abbaia per primo e fa, con poca credibilità, il duro.

Un amore di creatura, in definitiva.

Manchester a pensarci bene mi ha fatto un po’ la stessa impressione.

A cold unattractive city nelle parole di Kevin Cummins

ll fotografo che più di chiunque altro ha saputo restituire l’umore del luogo. Il suo bianco e nero.

Una città dall’architettura abbastanza illogica. Impossibile da mandare a memoria. Nei giorni passati lì non si riusciva mai ad orientarsi.

Una toppa sopra l’altra, commentavamo.

Come facciate di un dado non comunicanti fra di loro

Dadi lanciati da un croupier ubriaco.

Strade nuove infestate di grattacieli lasciano spazio a edifici di mattoni rossi di altra epoca palazzoni moderni e brutti edifici governativi, chiese e nuovi poli culturali maestosi ed affascinanti.

Coronation st che incrocia il Salford lad’s Club, la Manchester School Of Arts e il Deaf Institute, l’opulenza dell’Etihad Stadium sullo sfondo, dove viene suonata Love Will Tear Us Apart durante il riscaldamento della squadra.

La Free Trade Hall nel centro cittadino e in un arco di poche centinaia di metri sale da concerti inclusa la Manchester Cathedral.

Memorie di concerti che hanno cambiato il mondo.

Storia, cultura e commercio annodati e slegati senza nessuna soluzione di logica continuità.

Impossibili restare immuni a tanta inquieta irregolarità. Soprattutto se ci vivi.

Insulti da una finestra mentre si cercano tracce della copertina che celebrava la morte della regina, intercettati per strada perché “non voglio essere nel tuo fottuto selfie, man”.

Guardati con incredula strafottenza per la nostra emozione sul ponte di Hulme street.

Le strade semideserte del mercoledì sera, l’ improvviso switch on del venerdì pomeriggio con la chiamata alle armi per la celebrazione del fine settimana.

A legioni, da tutti i villaggi, bicchieri muniti, seminudi epigoni dei barbari anglosassoni di ere lontane.

Nel parcheggio sotto l’hotel ambulanze, risse, gente che balla e un ragazzo con un libro, sdraiato per terra.

Alle 5 del mattino.

La domanda che ci ponevamo prima di partire era: perché Manchester?

Perché sospirare d’amore, vivere sulla propria pelle l’incapacità di venire a patti col modo esterno, perfino ballare ha trovato qui la sua sublimazione artistica?

Perché qui si sono trovate le parole e i suoni per rappresentare tutto questo?

Non lo sappiamo in realtà.

Non crediamo di averlo capito.

Ma l’impressione che resta è quella di una creatura nera con un cuore dai bagliori bianchi

imprevedibili.

Ed irresistibili.

Da segnare vite come le nostre.

Massimiliano Bucchieri

REDAZIONE DI SNIFFIN’GLUCOSE

SG ON THE RADIO – FIVER 13/5/2022

It’ll be just like starting over…citiamo indegnamente le liriche del nostro baronetto preferito ma ritrovarsi sotto un palco con cadenze sempre più ravvicinate è una sensazione che sa di felicità e di riappropriazione delle nostre vite.

In realtà, probabilmente, ci vorrà un bel po’ di tempo prima di “ricominciare veramente” sotto tanti punti di vista ma ritrovarsi un Evan Dando meno stonato del solito (dove per stonato non ci si riferisce alle doti canore), la carica devastante e sexy dei Bodega, e la doppietta urticante Qlowski/Italia 90 non può che riportarci alla mente periodi di ere geologiche che appaiono oggi meno lontane.

We’ll be together all alone again.

Di questo e non solo si è parlato nell’ultima puntata di Sniffin’Glucose On The Radio

Sempre sulle frequenze di Radio Città Fujiko o su Mixcloud

ITALIA 90 – Borderline

Non sono stati fortunatissimi gli Italia 90. Un album praticamente pronto rimandato in continuazione (oltre alle date sul suolo italico) a causa della pandemia.

Poche sere fa Les Miserable, J Dangerous, Bobby Portrait and Captain ACAB hanno preso il palco del Covo, accompagnati da una nutrita tifoseria in trasferta, e hanno dimostrato di avere canzoni e attitudine.

Una gang di 4 che si nutre di post punk obliquo ma sempre a fuoco.

Inutile sottolineare che la maglietta anni 70 del Bologna ha contribuito a vincere nuovi cuori ed orecchie in misura ragguardevole.

CLEVER SQUARE – Loose Lips

Amiamo questa canzone.

Siamo persone semplici da queste parti, dopotutto.

Uno dei privilegi di seguire la musica e chi dedica buona parte delle proprie vite a suonarla e diffonderla è potere emozionarsi e viaggiare con la fantasia grazie a una manciata di note.

Note sparse e malinconia. Chiudi gli occhi e nomi come Pavement e Deus accarezzano la memoria.

Influenze, sicuramente, ma i ravennati possiedono una cifra personale che travalica ogni influenza e scolpisce un carattere proprio, dolce e tenace.

Fatevi un regalo e recuperate Secret Alliance.

ANIKA – Godstar

Una cover dei Psychic Tv. Quelli di Genesis P Orridge.

Già solo per questo nutriamo per la nostra electro girl preferita grande stima. Poi la ascolti e la trovi rispettosissima dell’originale con solo una patina di modernità a riallinearla ai nostri giorni.

Ma il pezzo era già avanti di qualche decennio.

Un’ottima scusa per recuperare entrambi gli artisti.

Il pezzo lo potrete trovare, insieme a molte altre chicche, sulla raccolta della Sacred Bones Todo Muere SBXV dal 27/5.

BIG PINK – No Angels

E dopo Dominos i Big Pink tornano con No Angels proseguendo un discorso inziato…13 anni fa (?)

Ma che diav…

Li avevamo già dati per persi tra defezioni e progetti paralleli ma Robbie Furze rimette insieme la sigla e assecondando una malcelata “voglia di Mgmt” confeziona questo pezzo prodotto da Tony Hoffer (Beck-Air-Phoenix).

Pop plasticoso e appiccicoso.

Una perfetta guilty pleasure.

MARY VEILS – Esoteric Hex

Acida, sporca, circolare. Una collocazione a metà di una retta che collega Osees e Ty Segall.

La musica dei Mary Veils è, a loro dire, come la loro città di provenienza, Philadelphia.

La cugina dimenticata e problematica di New York, una metropoli pregna di misticismo e storie occulte.

Un album ipnotico e rumoroso appena uscito e a cui questa canzone dà il titolo.

Welcome to Psychadelphia.

Dalla playlist di Sniffin’Glucose On The Radio del 13 maggio 2022.

Come sempre la cosa migliore, dopo aver letto, è aprire Mixcloud.com, cercare Sniffinglucose e trovare tutte le puntate caricate diligentemente ogni sabato mattina.

Arturo Compagnoni/Massimiliano Bucchieri e Cesare Lorenzi li ritrovate, con gradi differenti di lucidità a seconda dell’occasione, venerdì prossimo dalle ore 20 sempre sulle frequenze di Radio Città Fujiko.

REDAZIONE DI SNIFFIN’GLUCOSE

Aprile In Ritardo

I più grandi dolori sono quelli di cui noi stessi siamo la causa.
Sofocle, Edipo Re.
8 maggio 2022
La felpa cachi di Zelensky venduta all’asta a Londra per 105 mila euro. BoJo
battitore d’eccezione; RaiNews.
Nuove sanzioni contro Mosca, l’Ue prende tempo sullo stop al petrolio russo:
accordo possibile dopo la parata del 9 maggio; Open.online.

Lazy Eyes- Fuzz Jam


Alla fine dell’anno scorso è uscito un film che non mi ha fatto impazzire, ma
che mi son preso la briga di guardare per tutte le sue due ore e mezza: Don’t
look up. Cast stellare, un’idea iniziale a dir poco già vista: viene scoperto un
corpo celeste, in questo caso una cometa, se non ricordo male, che sta per
colpire la terra e ne causerà la completa distruzione.
Da qui, le reazioni e i tentativi per evitare la catastrofe. Dai buzzurri
Armageddon – salvato sempre e comunque dal mio idolo Bruce – e Deep
Impact, all’intellettuale – intelligente quando non noioso – Melancholia, l’idea
si ripete di decenni in decenni senza perdere smalto: la fine del mondo sta
arrivando, la distruzione di tutto quello che conosciamo è prossima. La fine
della storia, quanto ne abbiamo sentito parlare? Apocalisse, catastrofe,
estinzione. Che sia una metafora della depressione o la scusa per usare
effetti speciali, son cose già viste, non proprio un’idea originale.


Cola – Degree

Originale in questo film non è il soggetto, per così dire, ma lo svolgimento. Al
centro della pellicola, infatti, non sarà il disastro imminente, ma le reazioni
delle masse e dell’élite alla notizia: i social con le loro risposte isteriche,
sempre immediate – non mediate – e quindi istintive, fulminee ma caotiche,
mai ragionate e, soprattutto, influenzate dalla viralità, dalla visibilità, dalla
quantità di altri che le gridano e quanto forte le gridano. La politica che, come
nulla stesse accadendo, pensa sempre e solo al potere e al suo
mantenimento. Ma, più di tutto, l’informazione, ormai ridotta a show di bassa
lega, che non può che rimanere ancorata all’audience al di là di qualsiasi

fatto o pensiero. Anche di fronte all’idea di un’imminente fine di tutto, il mondo
non è in grado di smettere di ripetere le proprie stupide dinamiche. Grottesco.

Island Of Love – Songs Of Love

Grottesco. Secondo la Treccani: “stranamente e bizzarramente deforme,
riferito in origine alle pitture parietali dette grottesche, e poi in genere a tutto
ciò che, per essere goffo, paradossale, innaturale, muove il riso pur senza
rallegrare”.
Muove al riso senza rallegrare. Come i talk la sera in tv dove si parte urlando
e si finisce a mani addosso fra anziani che hanno potuto sprecare la vita
davanti a una telecamera per il riso e l’eccitazione di un popolino mai così
tetro, così cupo e triste.
Come il pensiero unico, indiscutibile, senza se e senza ma, in cui c’è sempre
un vincitore che decide ciò che è giusto e gli altri muti. Nessun
contraddittorio, nessuna discussione: solo urla di sottofondo o sceneggiate
che crollano, sempre, nel grottesco. In questa forma teatrale che oggi è
uscita dall’ambito della rappresentazione per saturare ogni spazio, ogni
millimetro quadrato di vita reale. Come la pantomima di una guerra in cui c’è
sempre tempo per lo show, le dirette con sguardo fermo e le divise militari. I
bianco e nero artistici. Zelensky ha subito applicato la lezione dell’immagine
che crea il contenuto e non il contrario, ma anche Macron s’è fatto fotografare
prima della rielezione con barba lunga e felpa dell’aeronautica. Avessimo
avuto Salvini al governo, come minimo avrebbe fatto una diretta facebook
dalla base di Aviano, lui che è stato, come i premier ucraino e francese, un
noto comandante militare. Grottesco.

Ghost Woman – Do You


Come la NATO, alleanza internazionale di cui né Ucraina né Russia fanno
parte, che per voce del suo imbarazzante Stoltenberg – arrestate l’esperto di
comunicazione che gli ha insegnato a gesticolare a quel modo – dice che non
permetterà mai la cessione alla Russia della Crimea.
Come il premier di quello che ancora si crede un Impero, il fautore della
Brexit, la più grande sconfitta dell’idea di unità del blocco europeo da un
secolo a questa parte, che ha fatto da battitore d’asta per vendere,
ovviamente a scopo benefico, la felpa militare delle tante dirette tv del
premier ucraino.

Come il premier ucraino stesso che, con una Nazione devastata da
un’aggressione militare, forse stuzzicata da otto anni di manovre militari in
zona Donbass, ha il tempo e la voglia di metter su un’asta col suo amicone
BoJo, felicissimo dal suo che la guerra gli abbia tolto dal fuoco le castagne di
un comportamento non proprio esemplare durante la pandemia, che qualche
settimana prima del conflitto gli stava costando il premierato.
Me li vedo Churchill, Hitler, Stalin e Roosevelt a twittare le scoperte dei loro
servizi segreti, postare su Instagram video dai rispettivi bunker. Mettere
all’asta in Svizzera un sigaro, una mostrina SS, un bel paio di baffoni e un
bastone. Il tutto riportato dalle agenzie del globo. Grottesco.

!!! – Man On The Moon (R.e.m. Cover)


Però siamo nel giusto, siamo democratici e occidentali e il bene trionferà.
Quindi attueremo le sanzioni sul petrolio russo, quelle che affosseranno Put
– e speriamo non solo una parte delle economie europee – e la sua voglia di
Grande Russia. Però, lo faremo dal 10 maggio, che il 9, porino, ha la sua
parata nazionale: vorrai mica rompergli gli zebedei proprio nel giorno di festa;
un po’ di rispetto! È pur sempre uno di quelli che contano, che decidono le
sorti del mondo, metti che magari un domani torniamo a farci affari e allora,
ehi, ti ricordi? Noi ti abbiamo silurato, ma ti abbiamo lasciato fare la tua
festicciola. Grottesco.
Grottesco, grottesco, grottesco. L’unica cosa vera, in tutto questo orrendo
avanspettacolo che è la trasposizione in evento mediatico della guerra, è il
dolore di chi sta perdendo tutto davvero. La morte, di chi si è preso un colpo
in testa sul serio, non su TikTok.
Grottesco, come il tempo in cui viviamo senza riflettere, senza alzare la testa,
senza cercare un orizzonte un minimo più elevato. In cui tutto deve essere o
bianco o nero, o con me o contro di me. Paradigma della fine di un sistema di
valori oramai soltanto sistema economico agonizzante, che annaspa
disperatamente con le ultime forze.
Grottesco: muove al riso senza consolare.
Ma non è qualcosa caduto dal cielo, una cometa che ci è venuta addosso
trasformando la terra in un ammasso di roccia incandescente. È il mondo
costruito da uomini e donne in carne e ossa, che hanno scelto una strada
anziché un’altra.
È il mondo che facciamo ogni giorno coi nostri “sì signore”, con le bandiere,
la risposta svelta arguta e sempre stupida e sempre banale. Perfetta per un

tweet, un post. Sempre di qua o di là. Sempre dalla parte giusta, quella che ci
ha portato dove siamo, quella raccontata e plasmata dal potere in cui
confidiamo, a cui abdichiamo.
Fuori ci sono i barbari, ma anche se entrassero, avrebbero ben poco da
distruggere.
Parafrasando Sofocle, chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

Fabio Rodda

Libro del mese: La più amata, Teresa Ciabatti
Disco del mese: Broadcast Maida Vale Sessions

SG ON THE RADIO – Fiver 26/04/2022

Appunti, mixer, microfoni, bicchieri, bottiglie e chiacchiere (a volte un po sconnesse).

Compagnoni e Bucchieri pescano, a loro sindacabile giudizio, le cose più interessanti dell’ultimo periodo prima che Lorenzi intervenga col suo segmento diffondendo nell’etere ben visibili, lampeggianti e fiammeggianti, le parole BIG e STAR.

E’ solo un altra puntata di SG on the Radio su Radio Città Fujiko.

Facciamo un po’ d’ordine con qualche parola scritta.

Come sempre la cosa migliore dopo aver letto è aprire Mixcloud.com, cercare sniffinglucose e trovare tutte le puntate caricate diligentemente ogni sabato mattina.

Dalla playlist di Sniffin’Glucose On The Radio del 22 aprile 2022.



CROWS – Meanwhile (min. 32:11)

Il quartetto londinese capitanato da James Cox diffonde elettricità con un post-punk oscuro e viscerale che è stato indurito da anni di spettacoli dal vivo notoriamente turbolenti.

Una sicurezza ed  un’arroganza invidiabili.

Il suono imploso di Meanwhile trova sfogo sul finale approdando in un club di motociclisti di nero vestiti.

In parti uguali feroce ed edonistico “Beware Believers” merita ascolti approfonditi.


RED PINKS AND PURPLES – Life In The Void (min. 1:13)

Due mesi dopo l’uscita dell’ottimo Summer at Land’s End Glenn Donaldson, in evidente stato di grazia, irrobustisce le traiettorie twee su cui si muove l’album e scaglia questo dardo infuocato. Rumoroso e delicato al tempo stesso. Irresistibile.


BILLY NOMATES – Blue Bones (min. 20:47)

Una fiera in gabbia, un pugile in attesa di sferrare la sua serie micidiale.

Siamo tifosi di Tor Maries da queste parti.

La ragazza in prima fila, da sola, al concerto degli Sleaford Mods di Southampton.

Lasciata dal fidanzato, senza una sterlina in tasca, additata con un beffardo “Hey, it’s Billy No-mates!”

Un album e un Ep all’attivo. Eccellenti entrambi.

Dischi che li senti muovere nello scaffale da quanta energia compressa racchiudono.

Una grinta rara e una manciata di grandi canzoni.

Come questa che anticipa il nuovo album.


BODY-TYPE – Buoyancy (min. 37:37)

Sniffin’Glucose ultimamente è andata un po in fissa con l’Australia.

Non fanno eccezione Body-Type

“Buoyancy” è iniziato come un giocoso scambio di messaggi di testo tra  la bassista/cantante Georgia Wilkinson Derums e la sua compagna di band, la chitarrista/cantante Annabel Blackman.

La canzone parla di incoerenze interne e ambiguità morali in uno stile incoerente.

Un’andatura lenta da Big Star viene resa più spigolosa da una chitarra che inietta distorsione in dosi non modiche.

Album in uscita il 20/5.


FANCLUBWALLET – Trying To Be Nice (min. 14:29)

Il prossimo mese la canadese Hannah Judge, aka fanclubwallet, realizzerà il suo album di debutto You Have Got To Be Kidding Me.

Il synth e la melodia appiccicosa, ma non banale, riportano alla mente i primi anni 90 e i 7 pollici di cui si faceva incetta con 2 pounds al Notting Hill Music Echange e che, a dire il vero spesso sono andato a rispolverare raramente.

Ma un paio di sterline su di loro ce le metto volentieri.


Prima che finisca la scorta di alcolici l’appuntamento è per venerdì prossimo dalle ore 20 sempre sulle frequenze di Radio Città Fujiko.

REDAZIONE DI SNIFFIN’GLUCOSE

REDS, PINKS AND PURPLES – LIFE IN THE VOID
BUILT TO SPILL – GONNA LOSE
CHRONOPHAGE – BLACK CLOUDS
FANCLUBWALLET – TRYING TO BE NICE
BILLY NOMATES – BLUE BONES
BRUCE LEE BAND – I HATE THIS!
INTERRUPTERS – IN THE MIRROR
CROWS – MEANWHILE
BODY TYPE – BUOYANCY / BMX BANDITS – TUGBOAT (WITH ANGEL CORPUS CHRISTI) (Galaxie 500 cover)
THE REPLACEMENTS – ALEX CHILTON
GUIDED BY VOICES – ALEX BELL
CHRIS BELL – SPEED OF SOUND


Il 30 marzo del 2015 pubblicammo un pezzo intitolato Your Eyes Couldn’t Hide Anything. Lo riproponiamo qui sotto. Il nostro amore per i Big Star viene da lontano, insomma.

Thirteen è il titolo di una canzone dei Big Star. Ogni volta che l’ascolto mi fermo. Non importa cosa stia facendo in quel momento. Mi fermo e penso: aspetta…ma quello sono io.
Nel senso che quella canzone parla di me. Non letteralmente, è chiaro. Ma arriva a muovere le corde più profonde, come se toccasse un nervo scoperto. Mi parla, appunto. Mi ci riconosco nonostante o forse grazie alla sua elementare semplicità. Una tempesta emozionale che non riesco a tenere sotto controllo.
Ci sono 5-6 canzoni in tutto che mi fanno quest’ effetto. Non di più.
Thirteen è una canzone semplice semplice, alla fin fine. Pochi accordi di chitarra che rincorrono una melodia che si fa memorabile e la voce di Alex Chilton che si staglia cristallina, il tono inquieto che la rende indimenticabile e quelle melodie vocali che ad un certo punto irrompono e rendono omaggio ai Beach Boys.
Di Thirteen si è scritto che è la canzone definitiva sull’adolescenza e sui primi turbamenti legati all’amore. Ma non è un romanzo rosa, tutt’altro. Quel tono malinconico sottolinea la difficoltà dei rapporti e l’accettazione che langue.
Più che una canzone l’ archetipo dell’idea romantica dell’amore come rifugio coniugato in note musicali. Parole che possono uscire solamente dalla penna di uno che sbatte la faccia contro il muro, in maniera quasi consapevole. Roba per gente che sogna ad occhi aperti.

Alla fine, in questi casi, vince la vita. Nessuno lo sapeva meglio di Alex Chilton.

Won’t you let me walk you home from school
Won’t you let me meet you at the pool
Maybe Friday I can
Get tickets for the dance
And I’ll take you

L’entusiasmo di un appuntamento. Uscire insieme per la prima volta. Quella roba che prende lo stomaco e ti fa camminare a 20 centimetri da terra.

Won’t you tell your dad, get off my back
Tell him what we said ‘bout ‘Paint It Black’
Rock ‘n Roll is here to stay
Come inside where it’s okay
And I’ll shake you

Il distacco e il rifiuto dell’autorità, fosse anche quella domestica. Voler camminare sulle proprie gambe. La ricerca d’identità. Il rock’n roll come salvezza e come rifugio (ancora una volta). L’orgoglio dell’appartenenza. Te lo ripeto di nuovo: tra le mie braccia va tutto bene. Non importa cosa ci attende lì fuori. Nubi scure all’orizzonte. Colonna sonora i Rolling Stones più cupi di sempre.

Won’t you tell me what you’re thinking of
Would you be an outlaw for my love
If it’s so, well, let me know
If it’s no, well, I can go
I won’t make you

Insieme, oltre i limiti. Sei pronta? Fammi sapere….ma ormai il dubbio ha minato quello che potevamo essere insieme. Non si capisce se potrà funzionare ma il finale lascia poche speranze. Si può sempre scappare via ma la realtà è che non esiste un posto dove davvero poter andare.

Thirteen con i suoi pochi accordi, la breve durata e una struttura davvero basilare è una canzone perfetta da riprendere. Decine sono le versioni che nel corso degli anni ci sono finite tra le mani, difatti.
Una delle mie preferite è quella che ne diede Elliott Smith. Solo lui poteva spostare la barra in direzione di una malinconia cupa. Quella che è sostanzialmente una canzone pop nelle sue mani si trasforma in una ballata tenebrosa. Fantastica, va da sé. Elliott Smith ribadì più volte l’influenza di Alex Chilton e compagni. Thirteen non è stata l’unica canzone dei Big Star che ha ripreso, si ricorda in particolare una versione da brividi di Nighttime.

Dovrei odiarla, Courtney Love. Già solo per leggere il testo, all’inizio del video. Thirteen si sa a memoria, per la miseria. Finita la prima strofa, butta via i fogli, per fortuna. Canta, stona, annaspa ma quando arriva al verso….Rock’n Roll is here to stay…..beh, sembra essere l’unica persona sulla faccia della terra a cui quelle parole escono dalla bocca e non sembrano una forzatura.

Scolastica la versione del cantante dei Lemonheads. Come la maggior parte delle cover di Evan Dando, che ha un repertorio sconfinato in tal senso e che proprio ad una cover (Mrs. Robinson) deve la maggior parte delle sue fortune. Chitarra`acustica e voce funzionano però alla grande in questo caso e mettono in risalto una melodia che una volta entrata in testa è praticamente impossibile da dimenticare. Vedere Evan Dando uscire dalle scale del Covo, poche settimane fa, chitarra in spalla, stretto in una giacca consunta mi ha proprio fatto pensare a quanto si rincorrano nel corso degli anni queste figure tragiche, malinconiche ma allo stesso tempo dignitose, che non tracciano distinguo tra la loro vita e l’essere artisti tout court.
La sera dopo il concerto Ferruccio Quercetti, uno dei pochi con cui passerei le nottate a parlare di musica, scriveva sul suo profilo facebook a proposito del concerto di Evan Dando: La cosa che mi piace di più è che con lui non hai la sensazione di piattume e di poco spessore che spesso percepisci con tanto “indie folk/country/americana”. Cioè l’esperienza e il vissuto personale per interpretare queste cose lui ce l’ha sul serio, a differenza di tanti “damerini” indie che si improvvisano country troubadours. Del resto lui interpretava Gram Parsons all’inizio dei ’90 prima di quasi tutti in ambito alt rock. Anche la sua storia sembra quellla di un film di Kris Kristofferson: ex star, heart throb, passato attraverso la decadenza più totale e ora è praticamente un hobo che gira con la chitarra e vive solo per la musica. Classic stuff. Potrebbe diventare un Waylon Jennings della nostra generazione, se non si perde di nuovo ovviamente.
La stessa risma di Alex Chilton, evidentemente.

Wilco e compagni non potevano davvero esimersi dal pagare il tributo. Non tanto a questa canzone in particolare ma a quello che una band come i Big Star ha rappresentato. Da un certo punto di vista ne hanno raccolto l’eredità. Wilco come i Big Star sono un gruppo pop ma non così pop. Stanno a metà strada tra la tradizione dura e pura del primo rock’n roll ma allo stesso tempo sanno come muoversi in avanti. Sarei stato curioso se avessero preso in mano un pezzo come “Kangaroo”, per esempio

“Thirteen” è anche il titolo di un album dei Teenage Fanclub. Un omaggio neppure tanto velato al genio di Alex Chilton. Ho provato a cercare “Thirteen”, la canzone dei Big Star, in una versione degli scozzesi ma non ho avuto successo. Mi sono imbattuto in qualche spezzone dei Teenage Fanclub sul palco con64f231d2a39eea0be07709b7c78831e0b255cf4a_l ospite Alex Chilton, però. Una di quelle serate, ne sono certo, che avranno concluso dicendosi tra loro che adesso potrebbero pure smettere, tanto meglio di quello non potrà capitargli. Dei Big Star ho sentito parlare la prima volta proprio grazie a loro, il quartetto di Glasgow. Gli omaggi, i riferimenti, il pagare dazio crea un’enorme circuito di idee ed ispirazione che ciclicamente riporta a galla, con un nuovo vestitino per l’occasione, i fantasmi del passato.
Nel 1991 “Thirteen” era diventata maggiorenne da poco. Uscì nel 1972, difatti.
I Nirvana erano il mio gruppo preferito.
I Teenage Fanclub venivano subito dopo.
Non sono in grado di spiegarvi compiutamente per quale motivo ma mi sembra che tutto questo sia collegato in qualche modo.
Come se un cerchio si fosse chiuso. e tutto abbia un senso.

CESARE LORENZI

SG ON THE RADIO – Fiver 19/4/2022

Mick Trouble

Una calda serata pre-pasquale nella quale abbiamo tracciato una linea che ha congiunto la Liverpool dei Seatbelts con la New York dei Suicide passando per l’ Australia dei Pinch Points e la Bologna di Ferro Solo. Rotte felicemente e apparentemente illogiche, da peggiori tour operator del mondo, with a little help from our friends Manuel Graziani, Diego Ballani e Ferruccio Quercetti.

Come sempre la cosa migliore dopo aver letto è aprire Mixcloud.com, cercare sniffinglucose e trovare tutte le puntate caricate diligentemente ogni sabato mattina.


MICK TROUBLE – DO NOTHING ‘TILL YOU HEAR FROM ME (min. 19:28)

Mick Trouble e la sua capacità di confezionare irresistibili quadretti di Vintage British Underground Pop scompagina il nostro calendario inchiodandone le pagine ai primi anni 80 e nonostante ciò suona incredibilmente attuale. Una passione insana per i Television Personalities ed il catalogo della Flying Nun che gira incessantemente sul suo stereo. Un’identità accompagnata da un pizzico di mistero (Jed Smith dei My Teenage Stride e dei Jeanines le generalità su cui alcuni punterebbero una sterlina).

Apro la nostra chat e le parole “disco dell’anno” campeggiano imperiose.

It’s Mick Trouble’s Second LP è probabilmente l’album che stavamo aspettando e che potrebbe cambiare le nostre chart di fine anno.

E siamo solo ad aprile.


SEATBELTS – ANOTHER PASSING DAY (min. 1:17)

C’è un aroma da primi Arcade Fire che sorseggiano una pinta sulla riva del Mersey in alcune delle composizioni della formazione di Liverpool. Registrato con l’aiuto di Edwyn Collins, e membri dei Coral, A World Inbetween risente di periodi diversi di composizione e registrazione ma quando i tasselli si incastrano nel modo giusto come in questa traccia il posto nelle nostre playlist è garantito.


TV PRIEST – BURY ME IN MY SHOES (min. 42:21)

Charlie Drinkwater, nome da mediano dell’Aston Villa, aggiusta le coordinate dei suoi Tv Priest e dopo un primo album più che interessante anticipa il nuovo My other people in uscita a giugno con questa scheggia post punk che a un primo ascolto porta alla mente un nome come Protomartyr ma se si gratta un po’ l’immagine appare chiaro e inconfondibile il ghigno di Mark E Smith.


PINCH POINTS –  AM I OKAY? (min. 11:17)

Da Melbourne stortissimi e irresistibili i Pinch Points. Una curva stretta dietro l’altra tra la parola Post e la parola Punk. La domanda da porsi ogni mattina di isolamento o per chi affronta le giornate come un incontro di wrestling. Hanno suonato in Australia con praticamente tutti dai Viagra Boys ad Amyl a Tropical Fuck Storm.

Un video di domande sulla sanità mentale di un’intera nazione

It’s good to ask yourself, ‘Am I okay?’
Look after yourself, look after yourself –
Look after yourself for a change!

I know the world is fucking crap
But you didn’t cause that –
So give yourself a hug.

Il nuovo Process merita un ascolto approfondito.


NEUTRALS – GARY BORTHWICK SAYS (min. 6:49)

La formazione della Bay Area imbocca percorsi imprevedibili. Dall’Ep Bus Stop Nights una canzone che più britannica, come precipitato umorale ed emozionale, non si potrebbe immaginare.

Ancora primi anni 80 e Television Personalities a manetta. Per certi versi un’accoppiata perfetta con il pezzo di Mick Trouble di cui sopra e la sensazione di aver imboccato un labirinto che porta sempre al punto di partenza è più viva che mai.

Un labirinto dal quale cercheremo di uscire venerdì prossimo dalle ore 20 sempre sulle frequenze di Radio Città Fujiko.

REDAZIONE DI SNIFFIN’GLUCOSE


SEATBELTS – ANOTHER PASSING DAY
NEUTRALS – GARY BORTHWICK SAYS
PINCH POINTS – AM I OKAY?
MICK TROUBLE – DO NOTHING ‘TILL YOU HEAR FROM ME
HORSEGIRL – IT’S OBVIOUS (AU PAIRS COVER)
ASTREL K – IS IT IT OR IS IT I?
FERRO SOLO – GOT ME A JOB
TV PRIEST – BURY ME IN MY SHOES
SUICIDE – CHEREE
SUICIDE – HARLEM
SUICIDE – GHOST RIDER

So much style that it’s wasted

Pavement

Nei giorni in cui esce la ristampa di Terror Twilight, atto finale dell’avventura della band di Stockton,
Sniffin’ Glucose dedica alla formazione di Stephen Malkmus e compagni una trasmissione monografica e
va a ripescare nei propri archivi, e non solo, pagine a loro dedicate come un articolo del 2015 di Cesare
uscito su questo blog e un pezzo di Arturo uscito sul numero celebrativo dei 30 anni di Rumore.
Perchè i Pavement sono stati una questione di cuore per noi tre.
Una faccenda maledettamente personale.
Li abbiamo seguiti dai primi passi e in alcuni momenti, specchiandoci nelle loro canzoni e
nell’immaginario evocato, l’immagine che ci veniva restituita di giovani scazzati in bilico tra
impareggiabile unicità e fallimentare inadeguatezza al mondo circostante era dannatamente aderente al
nostro sentire.

Massimiliano Bucchieri

No, i Pavement non sono stati un gruppo come un altro, per quanto mi riguarda. Una delle primissime cose che concordai con Rumore fu un’intervista all’epoca del loro album di debutto. Vide la luce sul numero 9 della rivista, nel settembre del 1992.
A gennaio del 2001 firmai l’ultimo articolo, otto anni e pochi mesi dopo quella prima intervista. Si trattava di un resoconto delle varie attività di Malkmus e soci, per la prima volta in libera uscita, tutti più o meno impegnati nelle nuove attività musicali dopo la separazione della band.
No, non è stato un caso. Con la fine del gruppo di Malkmus e soci è come se si fosse anche esaurita la mia personale spinta allo scrivere di musica. Non ne avevo consapevolezza, allora. Mi sembrava solo di aver perduto gli stimoli giusti e non pensavo ci fosse una correlazione con la contemporanea fine del gruppo. O forse avevo troppo in testa le parole di qualche canzone della band….whenever I feel fine, I’m gonna walk away from all this. I wanted to stay there, but you know I needed more than that.
Era la fine di un’epoca, invece.
Mi fa sorridere il fatto che gli anni novanta abbiano assunto nel frattempo un’aura di mito da celebrare nonostante non abbia personalmente nessuna intenzione di partecipare a qualsivoglia resurrezione. Barra fissa verso il domani. Quasi una regola fissa per me e per quelli che mi fanno compagnia qui, tra le pagine virtuali di questo blog. Ma i Pavement insomma meritano anche uno strappo ai propri principi, avrete inteso.
In questi giorni si celebra il ventennale del terzo album del gruppo, Wowee Zowee.
Qualcuno, all’estero, ci ha scritto sopra un paio di concetti interessanti.
Primo: si può considerare l’equivalente di quello che ha rappresentato In Utero per i Nirvana. Disco trattato con poca indulgenza appena pubblicato ed invece destinato ad essere rivalutato in seguito.
Secondo: è stato l’album dei grandi rifiuti. In particolare nei confronti dell’industria discografica che ne avrebbe fatto volentieri i nuovi REM. Risposero con una canzone eloquente fin dal titolo: Fuck This Generation (poi trasformata in Fight This Generation).
Certamente all’epoca il disco venne accolto con scetticismo, come se si fosse sprecata una grande occasione. Ho recuperato una lunga intervista che feci a Mark Ibold in una mattinata di una fantastica primavera romana, nei giorni in cui l’album vide la luce. Ve la metto qui, alla fine di questo Fiver. Viene fuori la consapevolezza estrema con cui affrontarono le registrazioni. La voglia di piantare recinti invalicabili. Si intuì insomma che i Pavement non avrebbero mai potuto trasformarsi in qualcosa d’altro. Anche da scelte controverse come quella nacque un piccolo mito che ancora oggi, a vent’anni di distanza, continua a fare proseliti.
Ottimo disco di transizione o capolavoro da rivalutare è faccenda oziosa, alla fine. È una certezza invece quello che Wowee Zowee rappresenta: la capacità di mettere al centro delle priorità la propria integrità. Roba che non ha tempo né data di scadenza.
Sinceramente, quel disco, non l’ avevo mai più ascoltato. L’ho fatto ora, stimolato dalle belle chiacchiere che sono state fatte in proposito. Insomma, lo sappiamo, c’è modo e modo d’invecchiare. Questa canzoni lo fanno nella maniera migliore possibile. In qualche modo mi rendono orgoglioso di appartenere a quella generazione (io e Malkmus siamo praticamente coetani). Ecco, mi piace credere di aver affrontato la vita allo stesso modo con cui i Pavement affrontarono lo scoglio di quel terzo album: con sfrontatezza, consapevoli di effettuare la scelta più scomoda. Con l’illusione di guardarsi allo specchio la mattina e non dover abbassare lo sguardo. Senza nessun rimpianto, senza nessun rimorso nonostante qualche inevitabile cicatrice.

Cesare Lorenzi

(articolo uscito originariamente il 27 aprile 2015 su questo sito)


Le traiettorie che incrociano il mio tragitto personale e quello della band di Stephen Malkmus e Scott Kannberg sono al tempo stesso bislacche e lineari, più o meno quanto lo è stata la parabola artistica degli ex ragazzi di Stockton. Giusto tre decenni or sono finirono a referto, pressoché in contemporanea, la prima uscita a 33 giri della band e l’approdo in edicola di Rumore, rivista per la quale di lì a poco ebbi l’onore di esordire su carta stampata. Da allora dei Pavement, e in particolare di quel loro debutto, mi sono occupato ad ogni festa comandata: recensione del tributo con cui Homesleep ne celebrò i 10 anni, scelta personale di quello stesso album per festeggiare il quindicesimo compleanno di Rumore e infine elegia della sua ristampa deluxe vergata in occasione del ventennale. Non avendone abbastanza dopo trent’anni, mi trovo ancora qui a scriverne, con una passione che somiglia tanto a un’ossessione. Nel mentre i Pavement, seguendo quei percorsi bizzarri e imprevedibili di cui si parlava poc’anzi, non hanno mai conquistato gli onori di una copertina del nostro giornale, pur essendo senza ombra di dubbio una delle band che meglio hanno rappresentato la loro epoca, gli anni 90. Ne delinearono i tratti, definendo una generazione che, pur dotata di mezzi e strumenti vincenti, scelse per sé con consapevolezza e cinismo, il ruolo di perdente. Loser, come stampato su quella vecchia t-shirt della Sub Pop e declinato in musica da Beck, altro maestro di pensiero di quei giorni di inizio decennio in cui i nostri iniziarono a farsi conoscere. Ragazzi della white middle class californiana che affrontavano la vita di taglio con un carico di ironia smodato, avendo in dotazione così tanto stile da concedersi il lusso di buttarne via un po’.[1]

Ciò che piacque subito di loro fu quell’aria distratta di gente capitata lì per caso, quasi infastidita nel trovarsi tra le mani gli strumenti ed avere i riflettori puntati addosso. Come dire: noi siamo qui e possiamo farcela, ma non ci interessa, abbiamo cose più importanti cui pensare, come finire le due dita di vodka sul fondo del bicchiere o riavvolgere il nastro di qualche vecchio videotape. Una successione di piccoli passi la loro, obliqua sia al mondo del pop che a quello del rock, capace di tracciare una diagonale che transitando in mezzo al quadrato risultava lontano da molti e accidentalmente vicino a pochi. C’erano i testi, un flusso di parole a tratti incomprensibili, la cui chiave di lettura ti arrivava poi all’improvviso con lampi geniali. E c’era la musica: accordature di chitarra apparecchiate in modo da conferire ai suoni un tono apparentemente stonato, a tratti insinuante e armonico, subito dopo freddo ed aspro; ritmi serrati a doppia batteria che si trasformavano in ballate squarciacuore; ganci pronti per MTV, annegati tra rumori e grida isteriche; video improponibili e un approccio ai concerti basato a volte su atteggiamenti narcolettici e disastrosamente noncuranti. Quella stessa trascuratezza, chissà quanto reale e quanto posa, che ha accompagnato lo svolgersi del loro percorso discografico: le dissonanze primitive dei singoli iniziali, pronte a tramutarsi in piccole meraviglie pop (Box Elder e l’eterna Summer Babe), un primo album capace di definire un mondo intero, spostando in un altrove imprecisato e incerto la linea di confine tra kraut rock, kiwi pop e new wave; un secondo disco che dispiegò possibilità commerciali tendenti all’infinito e un terzo destinato a smontare ogni ipotesi, mescolando le carte e seminando il dubbio con la sua pressoché totale assenza di potenziali singoli. Salvo poi recuperare certezze col successivo Brighten the Corners il cui memorabile incipit mette in sequenza Stereo e Shady Lane, due tra le loro migliori canzoni di sempre. Poi Terror Twilight, la cui problematica gestazione seguita da un infinito tour promozionale allentò i bulloni che tenevano assieme i pezzi, facendo ripiegare su sé stessa una band che pur avendo ancora la possibilità di raggiungere qualunque destinazione decise invece di fermarsi e non andare più da nessuna parte.

Arturo Compagnoni

[1] cit. Frontwards.

(articolo uscito originariamente sul numero 361 di Rumore di febbraio 2022)