6 febbraio 2018 (Fiver # 07.2018)

I treni di notte. I treni al buio. I treni quando non è ancora notte ma nel grande vetro di fianco al sedile vedi solo il tuo riflesso, solo su quelle quattro poltrone di un blu così brutto che non possono essere che in un treno vuoto. Freddo e triste e non è nemmeno notte.
Torno a casa.
Lascio casa.
Torno a casa mia: i miei muri, i miei colori, i libri, i dischi, il divano che ho scelto, la vista bellissima che ho deciso di avere dal terrazzo.
Lascio casa mia: dove sono nato, dove un pezzo di cuore è sempre rimasto, anche nei giorni di rabbia in cui non volevo tornare.
Ma quell’odore di aria pulita e legna bruciata mi chiama ogni anno di più.
Dove sono nato. Dove siamo cresciuti.

Quante corse assieme nel parco della Villa, affascinante e spaventosa. Quante avventure attorno a quel laghetto, quanti racconti dell’orrore in quella soffitta. A cercar fantasmi o a filare tra i rami con le biciclette.
Tuo fratello che sopportava i nostri giochi e i tuoi dispetti, lui che doveva andarsene, come tutti noi, per ritrovarsi.
Quanti pomeriggi assieme. Tanto, tantissimo tempo fa.
Poi, siamo cresciuti. E tu eri il mio amico bello e inquieto, con quel sorriso sbruffone e sincero che faceva girar la testa alle ragazzine.
Eri quello che ci sapeva fare, che giocava bene a pallacanestro, che a scuola se la cavava ma ci andava coi jeans giusti e la camicia a scacchi giusta e quella faccia giusta.
Eri quello del paese, col cugino più grande che ti presentava i bulletti con le vespe, con le prime sigarette.
I pomeriggi a far correre il motorino nel cortile di casa tua che fuori non avevamo l’età per andare.
Tu, che alle ansie urlavi in faccia e non avevi paura di niente. Io, che le mie le tacevo perché non trovavo le parole. Perché non ero davvero di lì, il dialetto l’avevo imparato – male – a scuola. La famiglia arrivata da fuori e solo i vecchi ricordavano che i nonni erano lì da sempre. Che la Bruna Modesta, e la sua famiglia, non si era mai mossa dalla grande casa, una volta un mulino, in quel pezzo di terra dove comincia la curva per andare ad Aune. Da dove veniva il nonno.
Il sangue che mi scorreva dentro era figlio di quelle Vette ma non la lingua, né quel piglio borghese e lombardo in cui vivevo.

Tutto è tornato alla memoria con uno schiaffo l’altro pomeriggio, quando la Manu – la nostra Manu, di quando eravamo bambini: l’Emanuela di cui io ero innamorato, ma che non aveva occhi che per te – mi ha scritto quello che stava succedendo.
Che non c’era più tempo. Nemmeno per salutarti vedendoti ricambiare un sorriso.
Troppo tardi. Non potevo saperlo.
Avrei potuto?
La vita prende le sue strade e in un lampo ci siamo perduti. Le biciclette con le bandiere della tua Inter e del mio Milan nel cortile della casa dei nonni mentre facevamo merenda e poi, all’improvviso, eravamo giovani uomini in fuga. Tu verso un posto che sembrava lontano, per poi tornare. Io solo poche centinaia di chilometri a sud, via da quei monti che mi soffocavano e che ora mi mancano tanto da pensare al ritorno.
Poi, gli anni. La vita che va, vola come e dove vuole.
Ci siamo persi.
Per quanti anni non un incontro, nemmeno casuale?
Non doveva bastare quel “e Manuel, come sta?” domandato al bar ogni volta che tornavo e ci incontravo una faccia conosciuta.
Non doveva bastarmi, ma è stato così.
Siamo sempre così impegnati a rincorrere il nostro piccolo mondo, che non troviamo il tempo per fermarci un attimo e cercare chi in un altro, lunghissimo, momento è stato così tanto. Così importante.
Non doveva bastare, ma è bastato. E quando ci siamo visti è stato bello salutarci, ma ognuno aveva in testa le proprie cose, i propri tempi, i propri luoghi.
Distanti non di cuore ma di parole, di pudore. E così non ho saputo.
Sarebbe cambiato qualcosa? Forse un messaggio ogni tanto per sapere come stavi. Forse una serata a bere birre assieme. Forse. Ma non è successo.
E adesso torno verso casa allontanandomi da casa, guardando il mio riflesso invecchiato nello specchio improvvisato dal buio attorno a questi binari solitari.

Adesso mi vesto bene. Almeno, come piace a me, non come trent’anni e poco meno fa, sai? Le ragazze, poi, hanno cominciato a guardare anche me. Succedeva tempo fa, ma io e te non scoprivamo più assieme le cose della vita già da qualche tempo.
Il basket, quello no: sono rimasto una schiappa e tu mi avresti battuto ogni volta, anno dopo anno, se avessimo giocato uno contro uno.
Sono rimasto un mezzo secchione: mi sono laureato, anche se poi sono finito a fare un lavoro simile al tuo. Io facevo da bere, tu da mangiare. Lo vedi? Eravamo una bella squadra e lo saremmo stati anche trent’anni dopo.
Troppi condizionali. Troppe cose mai successe.
Mi sono addormentato e ho sognato. Non ho sognato te, ma ho sognato di svegliarmi cieco. Di tornare a Pedavena dicendo addio a tutte le persone che amo perché non vedevo più e volevo almeno sentire, col naso e col cuore, qualcosa per cui alzarmi la mattina.
Ho sognato di svegliarmi cieco perché non ho visto. Non ho guardato e ti ho perso così, in chissà quale pomeriggio d’estate di foto ingiallite dai colori sempre un po’ sbiaditi, in cui chissà da che parte hai voltato tu. Da che parte io.

Io torno sulle mie gambe in questo treno e non riesco a non vedere gli occhi stravolti di tua madre, oggi pomeriggio, il sorriso di tuo fratello, lo sguardo perso di tuo padre.
Io torno e tu ora sei cenere scura, come quella dei camini che scaldano il nostro paese per dieci mesi l’anno. Che riempiono l’aria di quell’odore che per me rimarrà sempre “casa”.
Le corse in bici, tu sempre davanti.
Le case abbandonate da esplorare per spaventare Laura ed Emanuela.
Non ti rivedrò mai più.
Non ti ho visto per anni. Quasi per decine di anni e, quindi, che cosa cambia? Nei fatti, cosa cambia?
Forse, nulla. Le nostre vite sarebbero continuate lontane e forse non si sarebbero mai incrociate lo stesso.
Forse.
Ma, fino a ieri, potevo fantasticare di capitare in quel ristorante e, a fine cena, farti un’improvvisata in cucina solo per un abbraccio e una pacca sulla spalla senza dirci niente, che dopo più di vent’anni c’è troppo da dire e non si trovano le parole, ma le pacche sulle spalle sono le stesse e gli abbracci pure.
E, a volte, dicono più di mille parole.
Oggi, invece, questo pensiero si spegne in una cassa coperta di fiori bianchi. Nella voce di tua zia che leggeva le tue parole, strazianti, scritte poche settimane fa.

Un mio caro amico – un tipo che ti sarebbe piaciuto, ne sono sicuro – una volta mi ha detto che ci sono tre cose che un uomo non dovrebbe fare nella vita: scrivere un libro, piantare un albero, fare un figlio. Tutte e tre queste cose sono destinate a superarti.
Io e te ci siamo fatti superare.
Io da pagine inchiostrate, tu da una Principessa e un Principino, che mai sapranno – forse – delle nostre corse in bicicletta.
In questo buio freddo mi manchi, amico mio.
E voglio che tu sappia che ti penso. Che non ho mai smesso di farlo.
Che per me sarai sempre quello che ammiravo perché Maura nelle ore di artistica, alle medie, mi aveva fatto palpitare il cuore dicendomi che a ricreazione doveva parlarmi. Ma nella pausa quel parlare era chiedermi di dare a te, il bello e giusto Manuel, un bigliettino: un numero di telefono e l’invito a uscire dopo scuola e io ne soffrivo, quasi t’invidiavo ma poi non potevo, perché tu eri sempre Manuel, il mio amico, quello delle corse attorno al laghetto della Villa.
Che per me sarai sempre quello che arriva davanti ad una pizzeria adesso chiusa per una cena di classe delle medie, ed io, felpa griffata e i soliti vestiti da sfigato, ti guardavo a bocca aperta camminare sfacciato, le mani in tasca nei tuoi jeans strappati, la camicia a scacchi come i ragazzi grandi, seduti in piazza sui motorini a fumare. E gli occhi di Maura che si illuminavano.
E così i miei. Perché la visione sognata di tutto quello che io non ero, era il mio amico, quello che avrei voluto essere io. Quello che ho lasciato andar via perché ero diventato cieco. Quello che adesso non c’è più. E io a chi mai li racconterò tutti questi ricordi che mi appesantiscono il cuore?

Fabio Rodda

A me mi piace vivere alla grande (Fiver # 06.2018)

Cari amici vicini e lontani,
ci dovrebbe essere un guado da non oltrepassare quando si discerne di musica. Soprattutto se è di merda. Un’asticella sotto la quale, scivolandoci, è sì limbo ma anche reato. Mi auto accuso subito visto che – con arzigogoli giustificativi – provo a spiegare perché non sono un Minus Habens se ogni anno che Iddio manda in terra io mi spiaggio sul divano a guardare Sanremo (sovente con bloc notes e bradisismi diaframmatici. Ok: rutti). Anzi: il Festival di. Sottolineo ‘guardare’ prima che vi si induriscano i capezzoli dall’indignazione. Chi è senza palco fiorito scagli la prima pietra; del resto per sei mesi abbondanti devo sorbirmi urletti isterici, cesellazione di gonadi, ‘Snobbery & Decay’ (vista la citazione dotta? Sembro stupido ma…) e Gran Pavesi assortiti riguardo il Primavera, quindi per quattro giorni l’anno potete anche portare pazienza e continuare a trattarmi come il cugino svantaggiato al pranzo di Natale. Tanto più che in Liguria si parla la lingua di Dante e non quello strano Gramelot pacioloso iberico. Non che l’uno o l’altro – Festival, non idioma – per me pari siano eh, fin lì ci arrivo anche io (anche se a Bjork preferisco qualsiasi Hop Hop Somarello di Paolo Barabani), tanto più che non ho mai messo piede né in quel teatro né su quella spiaggia. Ergo posso brontolare come un Hilton & Waldorf qualsiasi.

E’ che a me, Sanremo, piace (piaciucchia, via) vacca boia. Piace per tutto alla fine, forse anche per la musica di merda. Piace il senso sopra le righe del trash – purtroppo – inconsapevole; piace la tradizione che ci portiamo dietro, fatta di Canzonissime, parentado riunito, commenti, paste e caffè nero bollente (questa la capiscono in tre, mi sa); piace che si prendano così tutti stramaledettamente sul serio; piace che faccian passare per ironia o comicità quei siparietti scrausi davanti ai quali Alvaro Vitali assume la statura di un Lenny Bruce; piace che sia tutto ‘pazzesco’, ‘fantastico’, ‘bellissimo’, ‘mirabile’; piace che gran parte della popolazione oltre quelle Colonne d’Ercole non si sia mai avventurata, medagliando gente come Giorgia. G-i-o-r-g-i-a, cristo! Tutti noi abbiamo scheletri negli armadi – magari io ne ho di più, ok – l’importante è essere coerenti, non vergognarsi e saperci fare una grassa risata sopra. Conosco insospettabili duri et puri che piangono come cherubini all’ascolto di Baglioni, gente ‘del giro giusto’ che non potrebbe stare senza Antonello Venditti, ex ravers o radioheadiani di ferro che a Renato Zero, Raf o Eros Ramazzotti non possono resistere. Conosco addirittura gente convinta che ‘Serenata Rap’ sia un pezzo della madonna (non la Ciccone, l’altra).
Insomma, è come entrare su Rotten Tomatoes: sai che farà schifo ma ti riesce difficile farne a meno.

Seguo il Festival ininterrottamente dal 1978 (Anna Oxa Punk, va’ che figata scriverlo!), e credo di essermi perso solo un paio di edizioni a metà degli anni novanta per pressanti et urgenti problemi personali, sovente riconducibili ad esemplari di ‘foemine’. Quindi so di cosa parlo, anche se lo spiego male. Ho visto – e sentito – cose immonde (i Pandemonium, Enrico Beruschi, Jo Chiarello) e defecate abissali (Elton John che crede sempre di essere al funerale di Diana Spencer e nessuno provvisto del coraggio necessario per avvertirlo che le esequie si sono già svolte); siparietti entusiasmanti (i Blur col cartonato di Graham Coxon) e lacrimucce assortite (un Cat Stevens in solitaria, toccante come pochi; Damien Rice; i R.E.M.). I R.E.M., cazzo! Che è come scriversi I.N.R.I. sulla croce. E ancora Buster Bloodvessel dei Bad Manners che esibisce le terga in Eurovisione, o Peter Gabriel che volteggia con una fune sopra il pubblico prima di calibrare male il ritorno e spezzarsi la schiena sulle assi del palco. Insomma, sarà anche l’anagramma di Ramones ma ogni tanto un Blitzkrieg Bop ci stava tutto.

Ho altresì avuto anche belle epifanie, ‘che la musica italiana sovente così bistrattata qualche volta una zampata riesce (riusciva?) a tirarla fuori: i Decibel di Contessa; un immenso Franco Fanigliulo che anticipa Vasco Rossi proponendosi come un giullare medievale e lisergico; il Garbo di Radioclima (e Cose veloci, l’anno dopo), così algidamente wave su quel palco; il ritorno di Patty Pravo nel 1984 con Per una bambola, pezzo di una raffinatezza unica ad opera di quel Maurizio Monti che mai sarà elogiato abbastanza. E ancora Giuni Russo che porge al dentistico parterre Morirò d’amore, una crasi tra i Japan di Ghosts e la 4AD tutta. E poi Santandrea, Richter, Venturi & Murru, gli stessi Matia Bazar di Vacanze Romane, che se gli Ultravox avessero avuto un po’ di sale in zucca si sarebbero riconvertiti così. O La nevicata del ’56 di Mia Martini. Insomma, ce ne sarebbe da raccontare a iosa senza andare ai tempi d’oro della canzone d’autore e citare Sergio Endrigo. Pure quella Giorgia Fiorio di Avrò conteneva un suo perché; ‘avrò parole, e poi le mani quelle sole’. Funzionalissima all’approssimarsi della mia maggiore età per mille motivi. Eccetto la canzone. O Il Coro dell’Armata Rossa: per poterlo udire in diretta dovetti attendere Toto Cutugno e non i Giochi Olimpici, che è un po’ come immaginarsi il Balanescu Quartet che gigioneggia con Cliff Richard.

Da qualche anno quel palco risponde a dei requisiti ferrei cementati sull’ovvietà e l’immobilizzo: un paio di vecchi tolti dalla salamoia; una manciata di giovani di belle speranze pronti a sbattere il grugno ‘sulle complessità della vita’ (altra citazione, mi faccio paura); il classico gruppo – sovente di guano – in odor di indie (che è un po’ come le quote rosa. Ma tolgo dalla volata il Mauro Ermanno Giovanardi di Io confesso); una spruzzata di tette; un omaggio a qualche defunto eccellente (mai filato in vita, peraltro); uno scandaletto light; talent q.b.
Shakerare, non mescolare.

Insomma: negli anni ho dovuto sfidare pubblico ludibrio, canzonature assortite, pecette da Minus Habens (l’ho detto), soloni (de visu e de web), Cura Ludovico. Non si poteva, non si doveva; c’era un ‘di qua’ e c’era un ‘di là’, un po’ come la dicotomia tra rock e dance. Ad ogni tornata di ammissione scivolavo irrimediabilmente indietro nel ranking. Indietro, indietro, sempre più indietro finché mi sono trovato più o meno nella stessa posizione dei libri di Isabella Santacroce su Amazon. Tra l’altro credo che la signorina sia addirittura stata chiamata in giuria, una volta. Ma potrei sbagliarmi.
Che poi, a guardar bene, sono molto più interessanti (per capirci, via) le vite di molti cherubini del mieloso spinto rispetto alle esistenze di parecchi rocker (soprattutto stranieri) ‘arrabbiati’ per contratto. Il veicolare messaggi di amore à la Liala su quel palco sovente non ha riscontrato altrettanta assonanza nella vita. E quello che hanno vissuto Patty Pravo (o anche la stessa Vanoni), Alessandro Bono, ecc.ecc. se non eguaglia i Kiss sicuramente oltrepassa Guns’n’Roses e paccottiglia varia. Ma sto divagando.

Mica prendo per oro colato tutto quel blob che esce dal tubo catodico ogni anno – signoriddio – mi par strano anche essere qui a spiegarlo, divincolandomi da una camicia di forza coatta. Accidenti. Ti siedi, guardi, sghignazzi, scuoti la testa (ma più verso la platea che sul palco), vai a pisciare o fumi (queste ultime due non contemporaneamente), ti gratti gli zebedei, un Fernettino ad ogni ‘di Pallavicini-Panzieri-Pilat’, rarissimamente senti una canzone che ti rizza quei tre peletti sul braccio. Poca roba ma famo di necessità virtute. E’ che in tempi di politically correct spinto non si può più fare o dir niente senza che gli indignati co.co.co. (che sono peggio dei leoni da tastiera, credetemi) non indicano una petizione su change.org. Un televoto a 0,51 centesimi a chiamata che ormai ci è sfuggito di mano e gioca per sottrazione. Zione. One. Ne.
E mi sa che anche questo pezzo avrà vita dura.

Michele Benetello

NYC love song (Fiver # 04.2018)


Sei da un’altra parte. Così lontana che non ha nemmeno senso scriverti. Scrivere. Scriverne. Sei così lontana perché le cose succedono. I fatti, i posti, le persone. Forse lui non era quello giusto ma era al posto giusto al momento giusto. Forse tu eri quella giusta ma eri al posto sbagliato, al momento sbagliato. Poi ci sono i compromessi, le scelte, i ragionamenti. Quanta roba… forse troppa. Ma quell’inverno sembrava non volesse finire mai eppure non faceva mai troppo freddo anche se c’era tanta neve ma non c’importava. Era solo che le scarpe si bagnavano e lasciavamo le pozzanghere in casa, all’ingresso di quei trenta metri io, te e i buchi nel pavimento che se toglievi il tappeto ci vedevi la famiglia – quanti cavolo erano? – al piano di sotto. Quei dischi che giravano sempre sul piatto e le sigarette spente nei bicchieri cerchiati dal vino rosso. Quel pomeriggio di un giorno qualunque. Il titolo per un film di Woody Allen. Quel pomeriggio di un giorno che non ricordo che giorno fosse. La neve in Bradford St e un negozio di musica che non c’è più. Noi due ad ascoltare il novo disco dei The National e Matt beveva birre di mattina al bar di fronte. Tu sorridevi e sembrava tutto un luna park e noi due giravamo sulla ruota piena di luci e musica e pensavamo che non saremmo scesi mai. Quel pomeriggio che pareva già notte sulle colline di Brooklyn a guardare il profilo luminoso di Manhattan. Quella sera a far girare un album perfetto, che non finiva di stupirci e noi sorridevamo, una cuffia sull’orecchio, l’altra in mano, come due consumati dj. Noi due e la neve e quel vento gelato che tagliava la faccia e poi tu che scrivevi il testo di Terrible Love sul mobiletto rosso del bagno.

Amo gli sconfitti. Quelli che sbagliano treno. Quelli che a dieci metri dall’arrivo sono primi ma poi se ne dimenticano e si fermano a guardare un cane con la faccia buffa e tutti passano davanti. Quelli che ci provano tutti i giorni. Che ci riescono quasi mai. Quelli che non basta mai. Quelli che vorrebbero tanto fermarsi e piantare una tenda per ripararsi dalla pioggia, ma non possono smettere di camminare e bagnarsi. Quelli che, con la faccia umida e i capelli che sgocciolano, sorridono col sorriso più bello. Quelli che s’interessano a tutto e non ci capiscono niente. Quelli che le cose belle sono così ovvie che, quando provano a parlarne, gli altri li guardano come fossero matti. Illusi. Romantici. Cinici. Disperati. Innocenti. Folli. Bambini. Quelli che amano col cuore rattoppato e non lo raccontano. Quelli che s’infuriano e vorrebbero bruciare il mondo. Poi, per un sorriso dietro il vetro di un bar sentono lo stomaco rimbalzare. Per un abbraccio fra sconosciuti per strada pensano che la vita è una cosa meravigliosa e tornano a essere felici. E forse erano solo ubriachi, ma non importa. Quelli che se quella volta avessi detto, avessi fatto, fossi partito ma poi va bene così perché la strada su cui sei, che tu lo voglia o no, è sempre quella giusta.

Il tempo è passato feroce come solo il tempo sa fare. I giorni senza di te sono diventati settimane e mesi e in un momento le stagioni si erano rincorse e noi avevamo qualche ruga in più ed eravamo sempre io e te ma non c’era più noi. Brooklyn era sempre lì, ma la nostra casa non era più nostra. Chissà chi guarda litigare, oggi, la famiglia del piano di sotto spostando il tappeto vicino alla porta rossa piena di fessure e spifferi gelati. I The National non hanno fatto più un disco bello come quello. Matt forse beve ancora birre al mattino in Bradford St., ma non lo posso sapere.
Tu sei bella come eri, forse di più. Io ho la faccia un po’ più stanca, ma me la cavo ancora decentemente con gli specchi. NY dicono che abbia messo su qualche chilo e perso un po’ il tocco per la musica – abbiamo rubato il momento magico da quelle mille luci? – ma credo che stia ancora bene. Presto tornerò a trovarla, scenderò dalla metro sulla settima per camminare un po’ fino a Prospect Park, un caffè bollente in mano. Mi mancherai per un momento. Poi tornerà ad essere uno splendido pomeriggio di primavera.

Amo chi piange molto, ma ride sempre di più. Chi ama sporcarsi, annusare la pelle di un altro, che siamo carne e sangue e le distanze sono solo paure e non c’è niente di più bello che mischiare il proprio sudore a quello di un altro. Chi non trova le parole e scrive romanzi. Chi si riempie la pelle d’inchiostro per ricordarsi chi è. Per sentire l’ago che batte, perché la ferita che si sta facendo disegnare cura quelle che hanno fatto gli altri. Chi si fa bucare le orecchie, le labbra, la lingua per sentire la scarica d’adrenalina e quel dolore potente che, per un momento, fa tacere tutti gli altri mali. Tutti i mostri. Chi rimpiange in silenzio sempre qualche cosa, ma non rinuncia mai a provare qualcos’altro. Chi, quando piove, dimentica l’ombrello a casa, compra un berretto e lo perde al bar. E torna zuppo e scuote la testa perché proprio no, non ce la può fare. Chi ride di sé molto più che degli altri. Chi degli altri non ride ma con gli altri ci ride, che ridere da soli si può anche fare, ma viene meno bene.

Odio chi ha sempre ragione. Chi sta dalla parte giusta. Chi non capisce di essere un altro. Che l’altro non esiste. Chi crede di essere migliore, di meritare, di avere diritto sempre e comunque. E gli altri no. Chi ama le regole, l’ordine e la pulizia. Chi non dipinge, non scrive, non suona, non va a vedere una mostra, non s’innamora di un sorriso dolce. Chi cerca la rima baciata più facile. Chi urla sempre. Chi non grida mai. Chi si lamenta. Chi non piange mai. Chi non sorride. Chi odia. Che, alla fine, odiare è solo una stupida perdita di tempo e non odio veramente nessuno. Ma alcuni vorrei proprio odiarli.

È passato così tanto tempo. Chissà se le tue strade hanno lo stesso riflesso di voglia di correre a perdifiato. Gli stessi pensieri incastrati nell’asfalto. Quand’è che sei innamorato? Quando, mentre fate l’amore, non vuoi smettere di sentire il suo odore? Quando ti svegli la mattina e lei è ancora lì e ti viene da sorridere e l’abbracci? Quando è il tuo primo pensiero? L’ultimo, la notte? Quando fumi una sigaretta in terrazzo e lei sta ancora dormendo e tu non riesci a smettere di guardare il suo viso? Quell’insieme di linee perfette che disegnano il contorno dei suoi occhi, delle sue labbra, del suo naso. Del suo mento, degli zigomi che accarezzi leggero, perdendoti nel sorriso accennato di chissà quale bel sogno? Quando? Quando arriva il momento in cui sei disposto a fermarti e pensare “voglio solo poter dire a tutti che lei è mia. Che sono suo. Per sempre”. Quando succede? E se, quando succede, non è il momento giusto? Il posto giusto? Se lei o tu o tutti e due state ballando un ballo che non sapete dove vi porterà? Potete continuare a ballare stretti senza fare promesse che potreste non poter mantenere? Senza mettere vincoli, regole, definizioni. Si può? Continuare a darsi bellezza chiedendo solo bellezza in cambio e lasciandosi liberi di andare, scoprire, incontrare, vivere qualunque cosa. Che, tanto, le cose succedono lo stesso?
Si può? Si può camminare per le tue strade annusando l’aria di un parco senza innamorarsi di te? Si può stare con te senza finire ad odiarti? Amo chi non si pente mai. Chi ha sempre paura di aver sbagliato. Chi sa che il treno passa, ma non è vero che è l’unico. Chi, se gli viene il dubbio che il treno sia quello sbagliato, salta giù perché sa che le ossa si rompono, ma si aggiustano. Chi si lascia andare ma non mente. Chi non si dimentica mai che le cose più belle si fanno in due. E che di chi le fa con te bisogna avere cura, ma non bisogna volerlo curare. Né farsi curare. Chi è disposto ad aver paura di perdere qualcuno pur di lasciarlo andare dove vuole, dove deve. Forse le storie d’amore più belle sono quelle che sono per un po’. Che sono e non si dicono. Che sono e non c’era esclusiva, non c’erano pranzi e cene con altre coppie. C’eravate solo voi due e solo in quel momento ed era perfetto così. Forse le storie d’amore più belle sono quelle che non diventano nient’altro e rimangono un ricordo dolcissimo quando la vita avrà lanciato i suoi dadi creando direzioni diverse. Magari poi ci si incontra di nuovo. Un po’ come con te, la città perfetta in cui non si può vivere, forse l’amore perfetto è quello che ti riempie e non si preoccupa di non poterti abitare per sempre; ma sa che, quando c’è, non c’è nient’altro a cui dedicare un solo pensiero.

Fabio Rodda

In ogni caso nessun rimpianto (Fiver # 05.2018)


Ogni tanto capita qualcosa a ricordarci l’ineluttabilità del fatto che la vita prima o poi finisce.
La circostanza che i nostri miti non siano immortali mi appare una faccenda tremendamente ingiusta. Qualcuno dovrebbe inventare degli universi paralleli in cui loro non invecchiano mai, non si ammalano e non muoiono, come fossero divinità dell’antica Grecia.
Giusto tre anni fa, il diciannove gennaio del duemilaequattordici, scrivevo una cosa che rimane tra quelle che meglio rappresentano il mio pensiero e probabilmente meglio descrive me stesso. La riprendo qui di seguito, spostando giusto qualche punto e qualche virgola. Avrei dovuto declinare qualche verbo al passato ma ho preferito di no. Preferisco far finta che quel faro di cui scrivevo in apertura resti per me sempre acceso. Voglio pensare che mi rimangano a disposizione qualcosa in più di quei duemilacinquecentocinquantacinque giorni che mi separano dalla sua luce.

And when she talked about the fall I thought she talked about Mark E. Smith” (Sniffin’ Glucose, 19/01/2014)
Per quanto mi riguarda Mark E. Smith è sempre stato un faro che indica una precisa direzione, uno spartiacque tra fare la cosa giusta e quella sbagliata.
O meglio: sul come arrivare alla situazione giusta tramite mille azioni sbagliate.
Il 5 marzo del 2007 l’uomo compiva 50 anni e gli inviai una lettera di auguri.
In quelle poche righe constatavo come tra le nostre rispettive età ci fosse una differenza di sette anni.
Il che significa che quando lui deciderà di mollare il colpo io avrò ancora un margine di 84 mesi, vale a dire 2.555 giorni per stabilire se imitarlo e chiudere alla sua stessa età.
Un bel po’ di tempo.
Questa cosa mi tranquillizzava allora come mi tranquillizza oggi.

Mi sono sempre proposto di recuperare quelle parole per festeggiare i miei 50 anni.
Tra poche settimane Mark E. Smith di anni ne compirà 57, il che significa che qualche mese dopo per me saranno appunto 50. Avrei dovuto aspettare a scrivere, poi però nell’arco di pochi giorni mi è capitato di leggere le due cose che incollo qui sotto e mi è venuta voglia di buttare giù qualcosa adesso.
Non mi sono guardato spesso quest’anno. Non lo faccio in generale. La mia ultima moglie dice che ho delle belle guance a forma di mela, occhi azzurri e capelli castani.
Due mesi fa ho notato che i miei denti nell’arcata inferiore erano diventati piuttosto neri. Non mi è parsa una buona cosa. Il dentista è stato fantastico; per un paio di centinaia di sterline ha risolto il problema. Ora i denti di sotto sono gialli, proprio come quelli di sopra che tra l’altro sono finti.
Ho l’osteoporosi: è una faccenda di famiglia. Alcuni anni fa mi sono fratturato l’anca destra; ci sono voluti mesi per recuperare. Per qualche tempo sono salito sul palco in sedia a rotelle, ora ho una piastra di acciaio in ogni anca e ho smesso di saltare in scena. Ho 56 anni e mi piace invecchiare. Quando ho cominciato con i Fall ero diciottenne, quindi ho sempre dovuto cercare di sembrare più vecchio di quello che ero per ottenere ingaggi come musicista. Erano altri tempi. Non credo che molti gruppi del passato sarebbero andati lontano con gli standard di stile che ci sono oggi: qualche idiota avrebbe di sicuro detto ai Kinks quali scarpe indossare
”.
(Mark E. Smith, cantante dei Fall, 14/12/2013)

Con il passare del tempo e con l’età ho capito che nella vita ci sono solo due strade: una conduce verso la costruzione di una vita sociale e affettiva, verso la cura della propria persona sia in termini spirituali che fisici e magari anche verso una carriera lavorativa che dispensi qualche soddisfazione. L’altra strada invece porta dritto dritto a seguire maniacalmente tutto quello che fanno i Fall e Mark E. Smith. Diciamo che io ormai una scelta l’ho fatta”.
(Ferruccio Quercetti, cantante dei Cut, 05/01/2014)

Ora, per come la vedo io, ci sono tre modi di invecchiare e uno solo è quello giusto.
C’è chi non si rassegna al passare degli anni ed in maniera artificiale altera il proprio aspetto fisico modificandone forzatamente le caratteristiche.
Ricicla oggetti, persone e situazioni, imponendosi una gioventù fittizia incastrata in un presente artefatto.
Altri invece adottano un approccio esattamente opposto: si consegnano disarmati all’oggi cancellando ciò che erano in passato ed eliminando così una prospettiva di futuro che sia se non ideale, perlomeno accettabile. Costoro mettono in stand by ogni azione e atteggiamento che sino ad un certo punto della vita gli erano propri e spesso generavano passioni, barattandoli con un quieto vivere fonte di tranquillità quanto di appiattimento fisico e mentale. Finché si rendono conto che il tasto premuto in precedenza non era quello di pausa ma quello di arresto.
Troppo tardi.
Stop.
Chiuso per cessata attività.
Infine ci sono quelli come Mark E. Smith. Coloro i quali affrontano sfacciati il tempo senza nascondere il viso pieno di rughe, solchi sulla pelle come fossero cicatrici, una per ogni volta che si è andati oltre. Gente il cui sguardo è puntato dritto avanti a sfidare con spavalderia e strafottenza il presente, forti di un passato con cui ci si è costruiti attorno un monolite di roccia ed alabastro.
Persone inattaccabili dentro a quel monolite la cui struttura molecolare è costituita dai rimorsi per le tante azioni sbagliate ma dove parimenti non trova alcuno spazio il rimpianto, perché di cose lasciate indietro non ce ne sono.
Ed è proprio lì il punto, la parola d’ordine.
In ogni caso nessun rimpianto.

Questa mattina in macchina ho ascoltato “45 84 89 a sides” dei Fall (come recita il titolo: i 45 giri dall’84 all’89). Un disco che infila 17 canzoni sfacciatamente strepitose.
Canzoni su cui tanti altri hanno in seguito costruito carriere. Nessuna però al servizio di quella voce stracciata, svogliatissima, incazzata e soprattutto cattiva.
La voce di Mark E. Smith. Pensavo che è per canzoni come queste che vale la pena fare quello che ho sempre fatto. Pensavo a quello che ha scritto il mio amico Ferruccio. Pensavo che pur provando a fare delle scelte che conducano ad un certo tipo di esistenza, diciamo quella strada che dovrebbe indirizzare verso “la costruzione di una vita sociale e affettiva, verso la cura della propria persona e magari anche verso una carriera lavorativa che dispensi qualche soddisfazione”, alla fine bisogna farsi una ragione di quello che si è perché questa è l’unica via possibile, atteggiarsi è perfettamente inutile. Arrendersi all’evidenza non solo è giusto ma è anche doveroso, anzi necessario.
Pensavo che uno come Mark E. Smith ha ragione.
Pensavo che in fondo l’ho sempre saputo.
E mi auguro sia questa la giustificazione alle mie mille azioni sbagliate.

In memoria di Mark Edward Smith
5 marzo 1957 – 24 gennaio 2018

Arturo Compagnoni

Start again (Fiver # 03.2018)

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Cinque sillabe!” esclamò divertito, autografandogli e dedicandogli il proprio ultimo tomo, quello che è considerato il maggior scrittore musicale vivente. “Con un nome del genere si è destinati a fare grandi cose..” aggiunse pensieroso scrutandolo improvvisamente interessato.
Cinque sillabe… già. Non era poi così convinto che nel nome di una persona risiedesse il suo destino.
Nel suo caso queste grandi cose, onestamente, non credeva di averle combinate e mentre osservava il fermo immagine che rimandava le grandi immagini di Marc Bolan e David Bowie sullo schermo di fronte a lui lo colpì il pensiero che anche “inconcludente” è una parola di cinque sillabe.
Radio Dept – Your True Name

Proprio sul delimitare della stazione Tiburtina c’è un ultimo binario che ricomincia la numerazione. 3Bis, numerazione data come a sottolineare la sua minore importanza, la sua inadeguatezza nell’entrare nei 22 binari principali. Di fianco a quest’ultimo binario c’è un muro un po’ così, non particolarmente grande né lungo. Sopra vi sono disegnate cose anche queste un po’ così: prove di graffiti, prove di dichiarazioni d’amore, di slogan… sotto questo muro ci siamo noi che aspettiamo un treno minore come quello che si addentra nella provincia laziale. Anche noi che aspettiamo siamo un po’ così… un gruppo di studenti, credibili comparse per un video di Ghali, che si insultano e si lanciano sigarette, badanti che parlano fitto fitto in idiomi incomprensibili ma non hanno uno sguardo propriamente felice e poi c’è lui che, con uno sguardo amaro, cerca di ricordare esattamente quando tutto ha preso questa piega sconfortante. Ad alzare lo sguardo verso il muro, in realtà, c’è un’unica scritta chiaramente intelligibile. Recita, in modo inaspettato ma non troppo: “CHI SI RICORDERÀ DI NOI?“.
Hookworms – Static Resistance

L’aveva vista in casa di un compagno di classe delle medie. Una famiglia decisamente abbiente. Una massiccia, elegante, torre di legno scuro. Un mobile che conteneva giradischi, sintonizzatore, piastra e amplificatore in vari piani sovrapposti. “Un giorno sarà mia!” pensò determinato (all’epoca possedeva un unico radio registratore scassato) prima che le rullate  di Billy Cobham sotto lo sguardo esaltato del suo compagno gli azzerassero il sorriso e, brevemente, la voglia di vivere.
Diversi anni dopo il sogno si trasformò realtà ma il problema divenne la sua proverbiale imperizia tecnica.
Sportelli montati al contrario, ruote mai funzionanti, vetri distrutti nel montaggio.
Esausto e soddisfatto nonostante lo scempio compiuto decise di inaugurarlo con il cd/ep di una esordiente formazione irlandese appena acquistato al Disco d’Oro.
L’ascolto di Uncertain nel negozio gli aveva ricordato gli amati gemelli Cocteau ma ad un secondo ascolto aveva concluso che non c’entravano poi molto.
La notizia della morte di Dolores O’Riordan gli portò alla mente questo piccolo insignificante momento ma, allo stesso tempo, nella tragedia immane di perdere un essere umano a soli 46 anni, lo convinse che quando l’arte entra nella tua vita per restarci per sempre l’artista in questione, bravo/meno bravo, importante/meno importante, merita di essere omaggiato con un semplice pensiero, rispettoso e grato.
Cranberries – Uncertain

La figlia adolescente era rimasta impressionata dal pugno di cantanti armati di chitarre seducenti e vistosamente agghindati nel popolare programma televisivo sotto lo sguardo bonario del genitore che in maniera automatica aveva scatenato le proprie sinapsi alla ricerca di riferimenti riuscendo in pochi secondi a stilare una lista lunga, molto lunga. Cialtroni con un buon ufficio stampa a fornire i giusti dischi ed abbigliamenti da scopiazzare? Non ha molta importanza. Proditoriamente e gradualmente da quel pomeriggio il genio di Aladino, il ragazzo del ventesimo secolo, l’uomo stella, i ragazzi della rivoluzione, l’amore drogato e le bambole di New York sostituirono negli ascolti domestici i cialtroni invadendo l’appartamento, saturandone l’aria senza apparenti ripercussioni sull’umore generale. Se non puoi combatterli serviti di loro pensò sogghignando il genitore scorretto.
Teenage Wrist – Dweeb

Erano stati giorni difficili e Simon Reynolds, i Radio Dept, Ghali, gli Hookworms, i Cranberries, Marc Bolan, i Teenage Wrist, i Måneskin (si anche loro) insieme a molti altri si erano alternati nei suoi sogni coscienti ed incoscienti in un folle, insensato, vorticare. In un certo senso ci si era “aggrappato” per non perdere contatto.
Si fermò, si sedette ed analizzando i fatti recenti che lo avevano travolto giunse alla conclusione che gli scossoni che la vita gli aveva riservato in questi ultimi tempi sarebbero stati ancora più difficili da assorbire senza la loro compagnia. La sua piccola, forse insignificante ma tenace scialuppa di salvataggio.
Era l’ora di alzare di nuovo lo sguardo.
Era l’ora di ripartire.
Teenage Fanclub – Start Again

Massimiliano Bucchieri

That was the river, this is the sea (Fiver # 02.2018)

Da piccolo il mare non lo sopportavi proprio. Troppo sole, troppo caldo, troppa umidità, troppa gente, troppo timore della profondità del blu. Tutto troppo insomma.
La curva che smussò i tuoi spigoli ti si parò davanti in un periodo e in un luogo precisi. Con qualche ricerca e senza nemmeno troppo sbattimento saresti anche in grado di recuperare la data esatta della svolta.
Fu quando i weekend cominciarono a gonfiarsi lungo un determinato spicchio di spiaggia della riviera di Romagna. Quella lingua di sabbia che si estende insolitamente larga tra la pineta e il mare dell’ultimo lido a sud del canale Candiano, la striscia d’acqua che collega Ravenna all’Adriatico e separa la sua Marina da Porto Corsini.

Exploded View “Summer Came Early

Erano gli anni che liquidavano il vecchio secolo consegnandoci al nuovo millennio, ebbri di aspettative che a ben vedere non avevano alcuna ragione di maturare. Già allora ti sentivi vecchio. Un matrimonio seppellito senza troppi rimpianti, diversi ponti fatti saltare dietro le spalle e un dinamismo sulla scena che durava da troppo tempo e che per questo pensavi fosse destinato ad estinguersi di lì a breve.
Probabilmente fu proprio questa convergenza di umori da fine del mondo, oggettiva e soggettiva, che rese quei momenti così maledettamente speciali, riempiendoli di significati che in altre epoche non avrebbero verosimilmente avuto. It’s the end of the world as we know it but I feel fine, come cantava Michael Stipe qualche anno prima.
Stavi bene, ma bene sul serio, bene come non eri mai stato prima e come non saresti più stato dopo. Ma questo allora non potevi saperlo, naturalmente.

Marching Church “Christmas on Earth

Imparasti ad apprezzare rapidamente quella fabbrica di divertimento a basso costo, fatta di due Ceres al prezzo di una e di musica sparata alta da impianti precari quanto lo era la tua vita in quel periodo. Precaria ed entusiasmante.
Non durò tantissimo. Quel carrozzone che si trascinava appresso il luna park dello svago in confezione happy hour, lo archiviasti tempo un paio d’anni. Quelli sufficienti all’ignoranza popolare per trasformare l’improvvisato toga party permanente in un flusso costante di grossolani addii al celibato, con i pullman gran turismo allineati a vomitar fuori un analfabetismo incapace di reggere un tasso alcolico completamente fuori controllo.
Contemporaneamente cominciò ad attenuarsi l’euforia che aveva caratterizzato quel periodo della tua vita.
Pur non essendo faccende direttamente collegate tra loro non puoi ancora oggi fare a meno di notare la convergenza degli eventi, il come le due situazioni fossero andate a sfumare in maniera sequenziale se non addirittura coincidente.
Con una naturalezza che anche a posteriori non riuscivi a spiegarti, cominciasti progressivamente ad abbandonare l’allegra incoscienza che in quegli anni ti aveva temporaneamente protetto dalla noia, dimenticandoti quanto fosse divertente, ma ancor più opportuno, forzare i limiti.
Il timore di farti male superò via via lo spericolato fascino del vivere fino a farti trascurare un particolare di assoluto rilievo: il fatto che la vita in sé, se è vissuta, in ogni caso fa male. E siccome fa male comunque, tanto vale viverla per intero. E’ inutile morire sani se non si è vissuti affogando nei timori e drogandosi di pessimismo.

The Lovely Eggs “I Shouldn’t Have Said That

Comunque sia di lì in avanti il mare ti è rimasto appiccicato addosso e se le convenzioni che ancora ti zavorrano alla quotidianità te lo consentissero proveresti volentieri a frequentarlo in pianta stabile quel mare oggi, anche fuori stagione. Anzi, soprattutto fuori stagione.
Ti piacerebbe vedere l’effetto che fa in inverno, se somiglia a quello descritto da Ruggeri in quella famosa canzone della Bertè: un concetto poco moderno che il pensiero non considera e che nessuno mai desidera, alberghi chiusi e macchine che tracciano solchi su strade dove la pioggia d’estate non cade mai.

Moon Duo “Juke Box Babe

Riguardo al mare non sei particolarmente sofisticato.
Non pretendi acque di cristallo solcate da pesci colorati e fondali a vista punteggiati dal rosso arancio dei coralli. Se ti capita di nuotare dribblando strane pozze opache in superficie e di scoprire l’orizzonte verso la Croazia spezzato dalla sagoma d’acciaio di qualche piattaforma petrolifera non te ne fai un cruccio.
Lo sai e ti sta bene così, non avanzi pretese fuori luogo.
Non è il tipo di spiaggia che fa la differenza ma è il mare in se che sposta il tuo equilibrio.
Vorresti anche provare ad allontanarti per un po’ dalla tua città e dai suoi meccanismi, giusto per vedere cosa succederebbe. Ti piacerebbe prenderti il tempo necessario per studiare i tuoi automatismi e quelli del mondo che ti gira attorno, un mondo che del resto comprendi sempre meno.
Sarebbe interessante capire quanto potrebbero mancarti tutte le cose che dai per scontate nella tua vita di oggi e scoprire, osservando da lontano la prospettiva come fossi uno spettatore esterno, se nel mondo del futuro si noterebbe di più la tua assenza di quanto si noti oggi la tua presenza.

The Waterboys “This is the Sea

Arturo Compagnoni

 

Dear life, I’m holding on (Fiver # 01.2018)

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Tell me, do you feel alive??

Il fatto che se lo chieda uno come Beck, in un certo senso è rassicurante. La domanda è posta immediatamente, tra le pieghe della prima canzone del nuovo album. Dimmi, ti senti ancora vivo?
Arrivati ad un certo punto diventa inevitabile domandarselo, alla soglia dei cinquanta diventa una sorta di passaggio obbligato, posso immaginare.
Il disco di Beck mi è piaciuto perché è un album che si pone delle domande, in qualche caso anche scomode, di quelle che ognuno di noi tende a procrastinare all’infinito. E risponde nell’unica maniera possibile, in fondo. Come è lecito attendersi da un figlio della California come lui, con lo sguardo rivolto sempre avanti. Ci spara in faccia una dose di positività esagerata, senza diventare mai stucchevole. Una maniera per dire che è ora di mettersi il vestito buono, prepararsi ad uscire, lasciare da parte la negatività e celebrare la vita e di conseguenza la musica.
Non mi veniva in mente nessuna canzone che potesse riassumere i buoni propositi di inizio anno che ognuno di noi è solito fare ad inizio anno meglio di questa.

BECK – Colors

Un episodio di qualche mese fa: un concerto, un piccolo club. Sul palco uno che negli anni novanta suonava nel miglior gruppo sulla faccia della terra, i Pavement. Non una roba qualsiasi, insomma. I commenti di tre ex-giovani (tra cui il sottoscritto, naturalmente), coetanei di Spiral Stairs, evidentemente fan della prima ora, sulla prestazione del gruppo erano un misto di cinismo, indifferenza e tracotanza. “Ma dite che alla tipa che balla in quel modo piace davvero?” -indicando una ragazza, presa bene, sotto il palco. “No, quella viaggia con la band”. “Cazzo, sembra una band del dopolavoro ferroviario”…..e via di questo passo.
Una volta giunto a casa mi sono accorto che la percezione della serata era stata completamente differente, in particolare per i ragazzi più giovani. Ho capito che il problema non era Spiral Stairs, che in fondo aveva fatto un concerto discreto, allo stesso modo non era una questione che riguardava l’entusiasmo di quelli che ai tempi dei Pavement probabilmente non erano ancora nati ma esclusivamente dell’atteggiamento fastidioso che avevo tenuto per tutta la serata. Il problema ero io, insomma.

All the colors, see the colors, make the colors, feel the colors
She says
See it in your eyes
All the colors, see the colors, make the colors, feel the colors
Tell me, do you feel alive?

Questa cosa mi ha fatto pensare e non è un caso che ne scriva ora, a distanza di qualche mese. Nel frattempo il nuovo album di Beck non è più così tanto nuovo ma nonostante sia un disco “facile”, di consumo frivolo, da ballare cucinando ha continuato a rimanere stabile tra i miei ascolti preferiti ed è finito nella mia personale top 10 di fine anno (che devo ancora decidermi a fare, tra l’altro). Perché giunge un tempo dove le foto con il broncio non vanno più bene. Il bianco e nero stufa.
La musica ha un valore che è più grande di quello del singolo individuo, è il frutto dello sviluppo di una comunità (anche se una canzone nasce in una cameretta davanti ad un pc) e tutti i nostri “self” vanno lasciati in disparte. Anche se ci costa doverlo fare. La musica, quello che rappresenta, quello che ha significato nella nostra esistenza merita uno sforzo genuino che è una questione di rispetto in particolare verso noi stessi. Il disco di Beck mi ha ricordato tutto questo e non è poco.

TY SEGALL – The Main Pretender

Ho perso il conto, sinceramente. Non so davvero più raccapezzarmi tra tutte le nuove uscite di Ty Segall, tra singoli, EP, progetti paralleli e quant’altro. Quello che mi passa tra le mani lo ascolto sempre, però e spesso finisco per acquistarlo. Una canzone come questa, che anticipa un nuovo album, non può non piacermi, del resto. Ty Segall ha le stigmate del rock’n roll ben impresse nel proprio DNA e non sbaglia un colpo, mai. Neppure se tentasse di farlo apposta.

SHAME – One Rizla

Lo so, ne abbiamo già parlato. Ma questi sono dettagli quando ci prende la fotta giusta per qualcuno. Questa canzone è un SINGOLO. Punto.
Ha un giro di chitarra sentito mille volte, un sapore inizio anni ottanta manco fosse una canzone dei primi Bunnymen purgata dall’anima dark. Il cantante ha una faccia da schiaffi degna dei primi Oasis ma un cervello più fino. Ne viene fuori una canzone da cantare a squarciagola, indice sollevato ad indicare le stelle, come se fosse tutto al posto giusto e tutto avesse un senso.

GRAHAM COXON – Falling

Questa è magnifica. Davvero. Dimenticatevi i Blur e tutto il resto. E’ una ballata classica che regala brividi dal primo all’ultimo istante. Scritta da Luke Daniel, un amico di Graham che si è tolto la vita poco dopo averla composta. Uscita in digitale e su 7 pollici con una parte dei proventi destinati alla Campaign Against Living Miserably. Il nome di Epic Soundtracks mi si para davanti e davvero non mi viene in mente nessun accostamento migliore per fare un complimento a qualcuno. Brividi.

INSECURE MEN – Subaru Nights

Lo devo confessare: i Fat White Family non mi hanno mai colpito più di tanto. Tant’è che quando ho letto di questo progetto di Saul Adamczewski, nato come passatempo o poco più, sono partito leggermente prevenuto. Invece in questo caso l’uomo è andato proprio in una direzione che ha finito per toccare le corde del mio personale gusto: sparita l’irruenza punk un po’ caciarona, mood riflessivo, strumentazione minimale e registrazione low-fi. Canzone sostanzialmente pop ma con un retrogusto amaro, nessuna spensieratezza all’orizzonte, alla faccia dei buoni propositi.

Cesare Lorenzi

Resti – a fucking Christmas (Fiver #43.2017)


Vado alla Coop della piazzetta a due passi da dove vivo un paio di volte alla settimana. Fuori c’é sempre un ragazzo africano, un rifugiato credo, cappello in mano a chiedere l’elemosina.
La sera invece c’è Luca, italiano, appoggiato col suo cane nero al gradone del palazzo di fianco.
Luca che una sera, più storta di altre, parlava da solo e si lamentava cantilenando un “perché ci sono sere che ce la fai e sere che ti ubriachi”. Io tornavo dal pub storto, una di quelle sere che non ce la fai, e andavo a prendermi una pizza e delle latte da portare a casa. Ho sentito quella frase. Qualcosa è caduto in fondo allo stomaco. Ho preso un paio di birre in più. Gliene ho lasciata una. Mi ha guardato, l’ha stappata e ha sbrodolato il “grazie” più sincero che abbia mai sentito.
A volte, capire qualcuno è soltanto sentire come lui anche se vivete a fianco ma in due mondi lontanissimi che raramente si sfiorano.
Si toccano in quello che rimane. Nel resto delle differenze.
Il ragazzo col berretto in mano sorride sempre quando gli mollo le monetine che la cassiera lascia sul banco mentre esco di fretta.
«Quanto ti devo
«Diciotto e ottanta
Un po’ di ferro in mano che subito fuori scivola nel cappellino consumato. Tasche libere. In realtà minuti di lavoro regalati. Quello che resta. Il rimanente. Il resto.
La sottrazione fra ciò che vorremmo e ciò che è.

Avrei potuto spendere il mio tempo con te e invece sono andato a ubriacarmi. Avrei potuto decidere di godere dei tuoi occhi che sorridono così dolci, e invece sono entrato al solito pub, quello dove puoi stare al banco da solo e nessuno ti guarda o ti rompe i coglioni. Qualcuno passa, saluta, batte una pinta sulla tua, scambia un sorriso, ma puoi respirare leggero, senza dover notare nessuno, senza che nessuno ti noti.
Dove chi ti spina le birre sorride e poi viene a parlarti solo se va a lui e va a te e quando serve ha sempre un pezzo di carta e una penna e te li da e non ti chiede per farci cosa.
Non ho smesso di ordinare da bere finché ho capito che le gambe avevano ancora solo un giro per riuscire a portarmi a casa.
Avrei potuto spendere meglio il mio tempo, il tempo che mi ossessiona, ma l’ho spesso sprecato, gettato.
Forse perché quando temi qualcosa il miglior modo per allontanarlo è non occuparsene.
Ho sempre fatto che non importasse come spendevo il mio tempo.
Tanto, alla fine, anche il tempo è sempre tempo rimasto. Il resto. Quello tra il lavoro e il film al cinema. Tra la lezione di pilates e l’aperitivo con le amiche. Tra la fine del turno e la pizza con lei che forse poi passerà qualche ora a scaldarti l’anima, poco prima che la sveglia ti ributti nella giornata di lavoro che ti porterà i soldi per pagare il conto, con tanto di resto, quando esci la sera.

Il resto della giornata quando ti svegli ed è già buio e non ti ricordi dove sei stato fino a poco prima che facesse giorno.
Il resto della notte davanti quando ancora non hai deciso se tornare a casa o sederti a un altro bancone.
Il resto di un pomeriggio di vacanza sul divano con quei pensieri che non ti mollano e forse per questo nei pomeriggi di vacanza ci hanno messo il calcio, la moto gp, la formula uno. Per tenere abbastanza giù in fondo allo stomaco quei pensieri che non mollano. Anche davanti alle luci sopra la testa nelle strade infestate da vetrine straripanti. Non mollano.
Un amico una volta mi ha detto: “la vita, se la guardi da fuori, fa proprio schifo. Ti salva lo starci in mezzo.” Empatizzare. Sapere che non sei solo perché gli altri sono sulla tua stessa barca, ovunque stia andando. Sì, il mio amico aveva ragione: ci si salva solo standoci in mezzo, annusando la vita e le strade pieni di “altri” che, a un certo punto, diventa “noi”.
Sto qui. Con il resto di noi. Con la somma dei resti che siamo tutti. Tutti convinti di essere unici e fondamentali. E che gli altri non lo siano. Non così tanto, almeno.
Gli altri sono il resto. Io sto qui. Nel resto. Tra i resti.
Perché non riesco a stare da un’altra parte. Perché, a dirvela tutta, un’altra parte non esiste: siamo sempre il resto di qualcos’altro, di un gruppo di cui non facciamo parte, di un club in cui non ci fanno entrare, di un concorso per assumere cento persone e tu arrivi centoeunesimo e preghi che quello prima di te in classifica vinca la lotteria o che un BredaMenarini gli passi sopra.
Qualcuno è sempre il resto di qualcosa. Di altro. Di altri.
Tu sei il resto di qualcuno che non conosci, che nemmeno sa che esisti ma decide se puoi vivere o no e come.

Ma oggi è Natale, siamo tutti più buoni. Oggi, forse, si pensa ai resti. La ragazza bionda e ricca andrà a servire pasti ai barboni perché è bello, perché è Natale. Perché così ci si sente meglio, poi, a tornare nelle case asciutte e riscaldate mentre quei resti umani barcollano verso un sacco a pelo umido sotto al portico.
Oggi è Natale e domani conteremo i resti: quanto cibo abbiamo buttato via, quanti imballi di regali riempiono i marciapiedi. Quanti oggetti abbiamo infilato sotto un albero che dovrebbe stare in un campo, ma non c’è più nemmeno spazio per quel campo. Ormai l’albero, il prato, la terra sono il resto. Il resto del cemento, dei mattoni, dei muri, di quello che costruiamo. Sempre di più, sempre più di corsa. Sempre più su, sempre più in là.
Crescere, crescere, crescere. Pil, tasso d’interesse, una nuova carta di credito per finanziare coi tuoi sogni meschini di un pullover di cachemire color merda una stronza guerra in centro Africa, pagata col resto dell’interesse della tua fiammante, tassatissima, Amex. Pagata a rate. Pagata col resto.
Resti umani, ritagli di tempo, rimasugli di vita vissuta.
Produci. Consuma. Crepa. Diceva qualcuno, qualche tempo fa.
Una volta era uno slogan da urlare contro la massificazione. Oggi, una scritta su una maglietta che metterà la prossima influencer di Instagram e avrà centoquarantamila like.
Com’è profonda lei, che è anche così figa.

Il resto. Il resto della spesa, il tempo che rimane. I resti della storia che abbiamo vissuto.
Siamo resti.
Lo scarto della mia arte è lo scarto di me, mi ha raccontato una volta un pittore alle cui parole devo la nascita del mio primo romanzo.
L’artista è colui che attraverso lo scarto della propria malattia, arriva finalmente a scoprirsi solamente un uomo. A poter camminare a piedi nudi in un bosco ascoltando il rumore del vento e il calore del sole sulla pelle.
Il resto di me è la mia malattia. Quella che vi regalo ogni volta che leggete un mio pezzo. Appunto, un pezzo. Un pezzo di me, uno scarto. Il mio resto.
Oggi sono passato da Franco, un vecchio amico che ama più la bottiglia di un sacco di persone ma che non per questo con le persone ha smesso di essere dolce. Stamattina qui, tra i monti, faceva freddo e bevevo quel bicchiere di vino scadente sorridendo a sconosciuti con la faccia scavata dalle rughe, uomini rimasti soli che a Natale si uniscono in una locanda. Siamo tutti resti. I resti di noi stessi, dei nostri sogni, dei nostri fallimenti, delle nostre bugie, di quello che non siamo stati capaci di dire e di fare. Siamo i resti di una vita che comunque sia, non possiamo smettere di credere che sarebbe potuta andare diversamente. Forse, addirittura meglio.

Ma, invece, la vita è solo questa qui e va come deve andare. Siamo noi, stupidi resti di chissà che altro, a non farci una ragione di quello che c’è. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è. Chi è stato è stato e chi è stato non è diceva sempre lo stesso qualcuno qualche tempo fa. Sempre in un mondo non lontano, ma che non esiste più.
Stupidi noi, ancora persi ognuno a inseguire il suo momento, il treno che passa una volta e mai più e tante altre scemate.
Un parroco di paese che ho conosciuto e amato molto ripeteva “femene e treni, ghen pasa sempre”. Non credo serva la traduzione anche per voi che avete la sfortuna di non essere veneti.
Forse un giorno anche gli altri capiranno di essere “gli altri”, niente più che resti, che un resto, una rimanenza o uno scarto. E allora decideranno che, da soli o insieme, i resti sono l’altra parte, quella che è necessaria. Che è indispensabile. Che basta girare il sotto in sopra e i resti diventano la torta da cui togliere la rimanenza. Che basta guardare da una direzione diversa per perdere tutte queste scemate di certezze. Di sicurezze. Di paure. Di ansie. Di inutili disperazioni.
E allora verranno lì, al bancone dove mi troverete stasera, a scambiare una stretta di mano sincera tra una pinta e l’altra per dirci che lo sappiamo: siamo i resti, la rimanenza, lo scarto. Ma, poiché lo sappiamo, noi possiamo starcene qui al bancone ad alzare la pinta ridendo, mentre lì fuori c’è qualcuno che guarda la televisione. Si sente solo anche se è circondato da persone care e infelice perché, incrociando il riflesso della sua faccia stanca in una palla di natale traslucida, avrà visto il suo maglione color merda e il suo viso paonazzo di cibo e solitudine, riflesso da quella palla che non vede l’ora di ributtare in cantina, e quel riflesso gli ha detto che c’è qualcosa che non va. Qualcosa che però non capisce. Come se si sentisse, non so come dire, qualcosa che non è al suo posto, qualcosa che in realtà è come se esistesse solo per far esistere qualcos’altro. Un, come si può dire? Un resto? Uno scarto? E il panettone farcito si mette a girare nello stomaco e vorrebbe uscire da dove è entrato.
Noi ti aspettiamo al pub. Ognuno per i cazzi suoi, che i resti si stanno vicini ma non troppo e non troppo a lungo, ma siam tutti qua. Pronti a brindare con chi passa. Con chi sta bene e chi no e chi se ne frega di come sta. Con chi trema pensando a cosa può perdere e chi sorride immaginando di cosa si libererà. Con ognuno di voi insomma, che siete noi. Che è una roba sola. Di resti, rimanenze, scarti e blablabla.
Cheers mate. E buon Natale.

Fabio Rodda

Anyone else but you (Fiver #42.2017)

L’altra sera al Covo c’era Adam Green.
Non è una novità, prima dell’altra sera al Covo Adam Green c’è stato, vado a memoria, almeno altre tre volte. Ma sempre per suonare. Venerdì scorso invece era lì perché di passaggio a Bologna aveva voglia di far serata e così ha chiesto al suo amico Francesco Mandelli di accompagnarlo, parole sue, in uno dei suoi club preferiti. Quando Stefano lo ha fermato per salutarlo lui gli ha stretto la mano, ha mormorato qualche parola che non ho colto, poi ha fatto per andarsene ma dopo due passi ci ha ripensato, si è voltato e lo ha abbracciato. Niente di che, ma il gesto mi ha colpito.
Coincidenza vuole che da qualche giorno avessi in mente di riascoltare l’unico disco pubblicato dai Moldy Peaches con l’idea di scriverci sopra qualcosa. Poi mi sono ricordato che riguardo ai Moldy Peaches avevo già scritto qualcosa. Anzi, a dire il vero avevo già scritto tutto quello che avrei potuto scrivere.
Allora niente, ecco qui tutto quello che avrei potuto scrivere e che in effetti avevo già scritto sui Moldy Peaches, opportunamente riveduto e corretto. Una sorta di personalissimo Moldy Peaches Director’s Cut.

Non ricordo esattamente come arrivai ai Moldy Peaches e la cosa non penso sia rilevante. Di certo c’è che quei due ragazzi mi piacquero da subito parecchio. Mi pare che il loro nome lo lessi per la prima volta in un intervista agli Strokes. Erano i tempi immediatamente precedenti l’uscita di Is This it? e in quel momento, inizio duemilaeuno, ero piuttosto preso dagli Strokes.
Mi appuntai il nome dei Moldy Peaches su uno dei mille post it che ingialliscono la mia scrivania, anche se quell’aggettivo con cui vennero da subito etichettati mi inquietava un pochino. Anti folk.
Con il folk non è che io abbia mai avuto granché da spartire.
Fatto sta che quando il loro disco apparve in maniera abbastanza anonima nelle liste delle nuove uscite di Rough Trade lo ordinai al volo e tempo una settimana girava nel mio stereo.
Sono passati sedici anni, che sono molti ma che con tutto quello che è successo in mezzo – al mondo e a me – sembrano molti di più. Il downloading allora a casa mia non esisteva e le informazioni viaggiavano più lentamente di ora. Ma questa storia l’avete già sentita, credo.
Quando proposi la recensione a Rumore nessuno in redazione aveva ancora pensato a quel disco. Anzi, nessuno era al corrente neppure dell’esistenza dei Moldy Peaches.
Ecco quello che scrissi, e che tutto sommato oggi scriverei di nuovo, virgola più, virgola meno:

The Moldy Peaches: “The Moldy Peaches” (Rough Trade)
Non so se avete presente Gummo, piccolo capolavoro di cinema indipendente americano di qualche anno addietro, storie di ragazzini completamente estranei al mondo reale eppure completamente dentro al mondo in miniatura che li circonda.
Se si volesse pensare ad una raffigurazione discografica di quel disadattato microcosmo, l’immagine perfetta che ne uscirebbe sarebbe quella che Moldy Peaches ci trasmettono.
Clown in costume da coniglio che raccontano in rima baciata le uniche storie che due adolescenti di strada newyorkesi sono probabilmente in grado di immaginarsi oggi: pornografia (Downloading Porn With Davo) e droga (Who’s got the Crack), come ascoltare un quindicenne Johnatan Richman cantare sulle musiche dei Flaming Lips ad un angolo della Bowery dei nostri giorni.
Una sequenza di filastrocche fatte di nulla, citando i Velvet (Anyone Else but You) ed i Pussy Galore (What Went Wrong); un paio di accordi e via senza pensarci sopra.
Nessuna tecnica, niente calcoli, un flauto che sembra quello che la maestra delle scuole medie ci obbligava a suonare ed una irresistibile capacità di indovinare la melodia sin dal primo giro di danze (Lucky Number Nine).
L’elettrizzante e rara sensazione che ti coglie quando trovi qualcuno sintonizzato esattamente sulla tua stessa frequenza.
Difficile immaginare un seguito ad un disco del genere.

Da questa recensione si evincono facilmente alcune cose:
1) Il sottoscritto di cinema non ci capisce una sega (Gummo piccolo capolavoro?!);
2) La citazione dei Velvet a posteriori è diventata roba fina (vedi I’m Sticking with You infilata nella colonna sonora di Juno);
3) Quando sento puzza di rumore fare il nome dei Pussy Galore mi risulta inevitabile;
4) Essere sintonizzato sulla medesima frequenza d’onda di due suonati ragazzini newyorkesi la dice lunga sul mio grado di maturità, che peraltro da allora non ha fatto chiari progressi;
5) La facile preveggenza mi si addice. Quel disco in effetti non ha avuto un seguito, fatta eccezione per questo:

The Moldy Peaches: “Unreleased Cutz and Live Jamz 1994-2002” (Rough Trade)
I Moldy Peaches sono una di quelle band che non è possibile recensire con spirito prettamente critico.
Le loro canzoni sono l’equivalente sonoro di una scatola di cartone fradicia tenuta assieme da un rotolo di nastro da pacchi, un paio di elastici ed una manciata di punti metallici.
Canzoni tanto più ingiudicabili se infilate in due dischetti che riassumo quell’allegro disordine che sono stati i loro otto anni di attività: 55 tracce, la maggior parte delle quali suonate in una serie di concerti tenutisi tra il 99 ed il 2001 e registrati con un walkman in mezzo alla folla, o quasi.
Poi il singolo County Fair, una sessione radiofonica olandese ed altro materiale d’archivio, in mezzo cover di Grateful Dead e Spin Doctors.
Kimya Dawson ed Adam Green, che nel frattempo hanno pure messo assieme i rispettivi album solisti, dimostrano una volta ancora di essere oggi i più accreditati rappresentanti della bassa fedeltà come stile di vita, capaci di inventarsi veri e propri anti inni generazionali come Lucky # 9 e Who’s Got the Crack, unici nell’affermare in tempi non sospetti che NYC is Like a Graveyard.
Dai papà Beat Happening hanno imparato a suonare, dai nonni Shaggs e Frogs hanno ereditato ingenuo spirito dissacratorio ed una massiccia dose di ironia che li autorizza a mettere sul mercato un disco del genere, strettamente riservato ai fans.
Che probabilmente si contano sulle dita di due mani.

Ieri sera per completare la full immersion nei Moldy Peaches mi sono riguardato Juno. I film costruiti su misura per i giovani alternativi americani di solito mi urtano i nervi. Quei film con sulla locandina la referenza del Sundance e che sembrano fatti apposta per piacere ad un certo tipo di pubblico. Con tutte le citazioni giuste al momento giusto. Juno rientra a pieno titolo nella categoria ma alla fine il film mi piace sempre. Che poi come scritto sopra tanto io di cinema non ci capisco una sega.
Comunque c’è questa scena alla fine di Juno che da sola vale la visione del film. Il momento in cui lei, Juno MacGuff, prende la sua bicicletta e con la chitarra a tracolla arriva davanti a casa di lui, Paulie Bleeker, il vero inconsapevole protagonista del film.
Anche lui imbraccia una chitarra acustica, i due si siedono uno accanto all’altro e attaccano a cantare una canzone dei Moldy Peaches.

…You’re a part time lover and a full time friend
The monkey on your back is the latest trend
I don’t see what anyone can see in anyone else
but youI’ll kiss you on the brain in the shadow of the train
I’ll kiss you all starry eyed my body swingin’ from side to side
I don’t see what anyone can see in anyone else…

E alle fine si baciano.
Che dopo tutto quello che è successo prima e nel contesto di quel preciso momento è una canzone assolutamente perfetta.
Roba che il film avrebbe senso anche solo per quella scena.
E per quella canzone.

Arturo Compagnoni

Andiamo avanti che l’unico modo per perdere tutto è restare fermi (Fiver #41.2017)


(con colonna sonora a caso dettata dalle Lasko – pubblicità occulta – delle quattro del mattino)

Stop. Rewind. Sul tasto del vecchio stereo c’è ancora, sbiadita, la scritta “rew” che da bambino non sapevo cosa volesse dire, ma faceva riavvolgere il nastro della cassetta registrata da lui con tutte quelle chitarre che sembravano coprirsi la voce una con l’altra, le note ripetute fino a farti venir voglia di dondolare seduto sul tappeto persiano del salotto.
Finiva Total Trash e io schiacciavo “rew” e oramai sapevo esattamente quando, occhi chiusi, premere “stop” e poi “play” perché se no lui s’incazzava: «mi rompi il nastro se schiacci play direttamente mentre riavvolge!» e mi dava degli scappellotti che mi spettinavano il ciuffo quasi biondo.

Stop. Rewind. Quello stereo ce l’ho ancora. Ha pochi anni meno di me: mio nonno lo prese per ascoltare i primi cd di musica classica: «che finalmente suonano perfetti, come nella migliore serata alla Scala», diceva. Che adesso a noi fa sorridere, noi che passiamo i pomeriggi a scartabellare vinili usati non sappiano neanche bene se perché ci piace o perché pensiamo che ci piaccia.
Lo stereo ce l’ho ancora. Lui no. Troppa fame di vita, se vogliamo essere romantici. Una curva sbagliata, se cerchiamo la prosa. La sua moto s’infilò nel muso di un camion. Aveva sedici anni. La sua testa nel parabrezza.
Non penso avesse mai pensato che quello stereo sarebbe stato spento per tanti anni. Che gli sarebbe sopravvissuto. E nemmeno che poi io avrei deciso di ridargli corrente e ascoltarci dei dichi senza di lui. Era il 1992. Stop. Rewind.

È passata una vita da tutto questo. La mia vita è passata, la sua si è fermata ma è comunque passato. Passato. Anteriore rispetto al momento attuale. Fermo. Non più in movimento.
Ciò che non è in movimento è morto. Questa è una delle poche leggi che ho imparato a comprendere: tutto quello che è vita si sposta, muta, si muove. Quello che rimane fermo non può che essere non vivo. Morto.
Passato. Qualcosa che non c’è più ora. Ma io schiaccio “stop”. E poi “rew” e la cassetta che ho appena comprato, esposta al bancone del negozio col suo baffo all’insù dietro e le casse che sussurrano un vinile graffiato di Nina Simone che salta e gratta ma rende l’aria così densa che sembra si possa far fatica a respirare. Poi arrivo al banco, il baffo sopra la camicia a scacchi mi sorride e i miei occhi scivolano sulle spille di Ramones e Motorhead e poi incrociano una cassetta, una di quelle con i buchi nel retro copertina, forse dovrei dire nel packaging, ma insomma una di quelle cose che compravo venti, forse venticinque anni fa nel buco del maledetto Tony che razziava il catalogo Nannucci e rifilava a me e lui, che stavamo tutti i sabato pomeriggi lì dentro a sentire i cd, tutti i pacchi più clamorosi a prezzi da rapina. Ma noi ascoltavamo e, purtroppo, compravamo col cuore e quelle cassette erano il senso della settimana, quello che ti faceva tirare avanti fino alla prossima.

Stop. Rew. A volte lo devi fare. Per capire dove sei, cosa è successo. La vita corre a un ritmo che non ti permette di rileggere. A fine giornata hai visto così tanto, sentito così tanto, toccato così tanto che non rimane tempo o energia per ripensare, ricordare, risentire. E domani hai così tante cose da fare che sarà un altro giorno che vola via da sé, senza che te ne accorgi.
Ma poi succede che arriva quel giorno, anzi: di solito è quella notte. Perché la notte è più facile: confonde i contorni, smussa gli angoli. Scorre. Tutto, di notte, scorre. E allora arriva quella notte che devi sederti per terra, mettere le cuffie e infilare la cassetta che ascoltava sempre lui e che provava a suonare con la chitarra scordata chissà di chi e tu lo guardavi pieno di ammirazione e di “anche io sarò così” e quando ti carezzava quel ciuffo quasi biondo allontanavi la sua mano ma sentivi un brivido lungo la schiena che ti scuoteva fin nelle budella.

E allora rimetti quella cassetta nel lettore. E fai partire la canzone e poi “stop” e “rew”. Come se si potesse tornare indietro. Riavvolgere i giorni come un nastro magnetico, poi fermare, cancellare.
O andare avanti veloce o saltare il pezzo perché ormai siamo su cd e basta premere “fwd” e salti a quello dopo.
Ma il problema non è mai andare avanti, ci vai per forza,
il problema è quel “rew”, quel momento in cui hai bisogno di sederti e sentire che respiri e che, davvero, sono successe tutte queste cose. Il tuo cuore ha battuto così forte, così veloce e potente che quasi non puoi crederci ma è successo. E questi anni cosa sono stati? Quante giornate indimenticabili hai dovuto dimenticare? Perché nell’hard disk del cuore non c’è spazio infinito.
Quanta pelle hai dovuto archiviare, come se non fosse unica, irripetibile, indimenticabile.
Ma, invece, hai dimenticato. Tanto.
Ma poi capita che c’è quella notte, abbiamo detto che è sempre di notte, no? Quella notte che devi stare sveglio e aprire un’altra birra anche se è tardi e ormai sei grande dovresti pensare che domani ti alzi e devi fare delle cose e che forse è davvero tardi. Troppo tardi.
Ma non puoi. Non puoi farne a meno. Devi stare seduto per terra, con le cuffie in testa, a rimettere su lp, cassette, cd che hanno toccato le corde del cuore e allora ti rendi conto di quanto hai vissuto. Di quante cose sono successe, quanti visi sono passati ma rimangono. Rimangono dentro. Quanti odori pensavi di aver perduto ma invece sono lì, quante fotografie di un momento perfetto sono sbiadite e invece le ritrovi.
Stop.
Rewind.

E ti ricordi che, in realtà, non hai mai dimenticato, che tutto quello che è passato ti si è depositato addosso, ti ha fatto diventare quello che sei e così è per lui. Soprattutto per lui che è ancora lì, dove l’avevi lasciato, appena dietro lo sterno.
A volte, per capire quello che ti succede oggi, per far sì che domani la vita sia più di una sequenza di eventi messi in fila che puoi solo osservare, devi fermarti.
Rimanere dove sei, ascoltando la voce dei tuoi giorni, quello che ti suona dentro in quell’istante, ma fermarti un momento. Sederti e riavvolgere e vedere quali sono le immagini che si fermano. Che dicono: «stop» e quante addirittura pretendono un «rewind».
E poi fai un respiro profondo perché quasi ti eri scordato di respirare per chissà quanto tempo e ti senti di nuovo presente: ci sei. Sei tu. Lui non c’è da tanto, così tanto che non ricordi nemmeno con esattezza la linea della sua bocca. Ma sai che quel cd era il suo e ogni volta che suona rivedi il suo profilo un po’ gobbo, quasi scheletrico nei jeans strappati e la maglietta degli Alice In Chains, la sua ultima immagine, e allora è come se potessi di nuovo parlare con lui. Perché hai bisogno di parlare con te. Di sederti e raccontarti tutto quello che è passato, sfogliando quelle foto che hanno fatto la tua vita. E senti quanto il cuore ha battuto e capisci che batte ancora, che si muove.
E ti ricordi che sei sempre andato avanti a cercare quello che cercavate assieme: la bellezza che domani arriverà e renderà domani un giorno che valeva la pena di vedere.
Perché, lo sappiamo tutti, la bellezza è l’unica cosa che ci salva. Che ci salverà da tutto quello che la vita prova a farci.
E allora sai che va tutto bene. Perché ti rialzi, appoggi le cuffie. Apri la porta di casa ed esci e cammini. Vai al bar e prendi una birra ed entra John e parlate del suo nuovo progetto musicale e passa Viola in bici e ti fa ciao con la mano e pensi a quanto è bella. Appoggi il bicchiere e ti vedi nello specchio dietro al bancone che stai sorridendo.
E allora senti che ti stai muovendo. E quello che si muove, di certo, non è morto.

Fabio Rodda