I dischi che piacciono solo a me, credo #40

Enzo MaolucciBarbari e Bar (I Dischi dello Zodiaco, 1978)


Non vado più al bar, da anni. Non c’è nemmeno più ‘un bar’, a dirla tutta. Un bar come si deve, intendo; non quelle leziosità da colazioni e aperitivi che chiudono rigorosamente alle otto (alle ‘venti’, scusate). Cazzo chiudi alle otto? Cosa sei, un furgoncino della Bo Frost? Uno sportello dell’Agenzia delle entrate? L’Ikea? Un supermercato bio? Il bar, soprattutto quelli decentrati – che ‘periferia is the new loud’ – sono dei posti di ristoro mica da ridere, e voi potete smerigliarmi la cippa ad lib con i vostri salatini, la pasticceria mignon e il macchiato in tazza grande con il cuoricino sopra, la soia e il cacao magro. Mavaffanculo te e quegli orrori, amico.

Vuoi mettere un bar come si deve? Di quelli che puzzano di sudore, calce viva e linoleum unto? Di quelli che stanno sparendo e forse solo in qualche sperduto promontorio dell’Appennino o nella provincia meno caotica ancora resistono, tra un vecchio con la testa dentro il calice di rosso e la vegliarda dai capelli blu e le calze sempre smagliate, incazzata col mondo ma pronta a infilare il naso per chiedere i Gratta&Vinci? No, dico… vuoi mettere? Sono spariti, quei bar, hanno fatto la fine della gloriosa mezzala calcistica, impacciata retorica da Stefano Benni o Ligabue e poco altro. La stessa che sto facendo io, chiaro. Non potevi fermare la provincia o certi quartieri periferici delle città di media grandezza, erano organismi che nulla avevano a che vedere con il rispettabile – e molliccio – centro. E non era manco questione di spiccia lotta di classe. Non solo, quantomeno; che a quegli anni settanta un’obiettiva rispolveratina andrebbe fatta, accidenti. Se è pulito non è un bar: regola numero uno. Le brioches devono essere stantìe o quantomeno confezionate: regola numero due. Il gestore deve avere una preparazione junghiana per sopportare gli avventori; regola numero tre. Mica ci fermiamo qui eh. Numero quattro: bestemmie esotiche. Numero cinque: si parla di figa, calcio e rock and roll, senza tanto ciurlare nel manico ed esattamente in quest’ordine. Se vuoi entrare per catechizzarci con Hegel, Baricco o Banksy, beh… Catechizzali a casa tua, che questo è un ring di nasi rotti e venuzze arrossate non un planisferio di cervelli intonsi.

Accidenti, c’ho dei ricordi in quel bar che nemmeno le imboscate nei ripostigli della scuola possono competere. C’era il sosia di Jimmy Somerville, tanto per cominciare. Identico. Uno Smalltown Boy tanto small. Non parlava mai, si appoggiava al banco di prima mattina e beveva una serie impressionante di calici di rosso senza proferir favella. C’era uno stronzo di mezza età che aveva scialacquato una vita a bordelli e – nei suoi momenti migliori, tra un’invettiva maligna e l’altra – alzava le sedie con i denti. C’era un vecchio con tre anelli d’oro grandi come noci che si sedeva sempre di fianco al bancone e non andava assolutamente disturbato, uno che ti raccontava come curarsi lo scolo do it yourself con abluzioni saline. ‘Te lo devi sparare dentro l’uretra con una cannuccia o una pompetta. Brucia e devi stringere i denti, ma così almeno non ti fai maneggiare l’affare da qualche medico ricchione. Perchè io non lo sono, chiaro?’ ‘Ah, beh, certo… grazie per il consiglio’. C’era il satanista buono come il pane, uno convinto di essere un membro dei Black Widow. Solve et Coagula. C’era la mazza da baseball sotto il bancone, scleri assortiti quotidiani e periodi di risse – pesanti – continue. Carabinieri, ergastolani, ragazzine timorate di Dio e Southern Comfort. Tanto Southern Comfort.

E vi posso dire anche il giorno in cui sentii di avere una casa e un’ambasciata in territorio ostile: 5 maggio 1998. “Ei fu”. Un martedì, mi pare. Di ritorno da una cena di pesce decisi di fermarmi per dare una chance a questa nuova gestione, tanto più che vi bazzicavano un bel po’ di personaggi con i quali ero solito trovarmi a mio agio. Una slot machine sopra i gelati, puzza di fumo, appiciccaticcio in terra, una sfilza di bottiglie da paura e una rivista con Asia Carrera (che non era propriamente una Porsche. O forse sì) a svettare. Calendario del gommista a far pendant in duplice filar. Non serviva altro. L’avevo frequentato nei primissimi anni ottanta quel postaccio, in una improbabile gestione edificata su racconti hard core del titolare e sacchetti di patatine. Durò qualche anno e poi andò tutto in malora, innescando una girandola di gestori che non avevano la minima idea di cosa si sarebbero accollati. Almeno fino a quel maggio di fioretti.
E’ il posto che fa per me, mi dissi, e non solo per la Carrera; che non era propriamente una Porsche. O forse sì. E nemmeno per i ricordi delle patatine. Così diventò il mio Buen Retiro e il mio Taj Mahal. Ogni santo giorno che Iddio mandava in terra io ero lì, immolato su quelle rumorose saracinesche e alle bestemmie esotiche (il punto quattro) che trasudavano dai muri. Abbarbicato alle tavole di fòrmica, con il gomito sul bancone e le gambe incrociate a discettare amabilmente di calcio, musica, desaparecidos, ciccette. E della Carrera. Che non era propriamente una Porsche. O forse sì.  Avevo (avevamo, si era un nutrito gruppo) organizzato le uscite comparandole alla quotidianità, ergo dal lunedì al venerdì era tutto un timbrare il cartellino: capatina post lavoro alle 18 per captare chi ci sarebbe stato durante la serata e il tuffo carpiato (spesso con un coefficente abominevole) dopo cena. Una partita a carte, un po’ di MTV nella angusta sala giochi, due colpi al flipper, tre soldini al juke box con la selezione ferma al 1982 (Din Daa Daa di George Kranz un must, lì dentro, cantato da precchi avventori con una impressionante serie di rutti) e un Southern Comfort. Poi nanna, come cherubini. Ma dal venerdì… Oh, dal venerdì era Exile On Main Street. Appuntamento inderogabile alle 21,30, impeccabilmente vestiti. Tequila (non Tila), Southern Comfort, Tequila, Vodka. Tequila. Tequila. E poi via col nightclubbing più sfrenato, spesso portandoci dietro l’amato barista, ‘che quelle saracinesche sferragliavano come Blixa e a noi partiva l’embolo da quanto ci pareva d’essere a Soho nel 1956.

Sapete quando ci si riempie la bocca – soprattutto nei luoghi di lavoro – con la fetida frase ‘siamo una grande famiglia’? Ecco, noi lo eravamo davvero. In una maniera difficile da spiegare ma che aveva una solida base, ovvero quella di essere tutti incollati alla stessa classe sociale. Spiaccicati sopra come mosche anaffettive. Nessun principino stizzoso, qualche lupo spelacchiato e un bel po’ di disadattati (categoria, quest’ultima, nella quale non mi riconosco. Sottolineo). Non era raro portare a casa in spalle qualcuno privo di conoscenza. Non era raro scambiare quattro chiacchiere con qualche Scarface dalle nocche tatuate e dal codice fiscale nebuloso. Così come non era raro veder sgattaiolare individui (di entrambi i sessi) dietro la porta che conduceva alla cambusa. Kambusa One, l’amaricante. Beata gioventù, immolatasi su ferite difficilmente rimarginabili e su un’errata percezione di invincibilità che è peculiare per quell’età. Ho visto ragazze piangere e coetanei cadere per terra; coltelli e uomini in divisa. Ho visto botte e baci; schiaffi e copule; bottiglie e proposte di matrimonio. Ho visto un sacco di cose, seduto sulle sedie che s’affacciavano in strada, al freddo e con quell’orrido Jagermeister che fingeva di farmi digerire. Sarebbe stata più funzionale la Carrera, che non era propriamente una…

Parlavamo di dischi, anche. Tantissimi e i più disparati vista l’eterogeneità degli avventori. Non era un Groucho Club, ecco, che se c’era da sporcarsi le scarpe di fango con gli Skunk Anansie, Lenny Kravitz o – addirittura, vedi #30 – Madonna mica ci tiravamo indietro e anzi si faceva notte fonda.

È che allora non avevo la minima consapevolezza che nel 1978 un incazzato cantautore torinese avesse dato alle stampe un velenoso daze bao in musica chiamato Barbari e Bar. L’avessi saputo sarebbe radicamente aumentata la percezione dell’importanza di quei tavoli di fòrmica. Vi cozzai contro tre lustri abbondanti dopo, in modo rocambolesco e Hornby-ano, tramite interposta persona che, a 2 euro cadauno, svendeva la collezione di dischi del cognato. Era audioleso – l’interposto non il cognato – e capirsi fu assai difficile nonostante una discreta lista in word. Insomma, presi una ventina di pezzi, alcuni dei quali a scatola chiusa. Maolucci era uno di quelli. Mi catturò da subito con quell’aria da Luciano Lutring e quei testi crudi e dolorosi che pochi uguali ebbero (e hanno) nella discografia italiana. Cercai di informarmi, scoprendo un misconosciuto ma eccentrico cantautore sabaudo, laureatosi con una tesi dal titolo Beat e Beatles (la prima in Italia di argomento musicale) così come era prima anche la radio libera da lui fondata (Radio Torino Alternativa). Maolucci aveva una carriera antagonista di tutto rispetto, ben lontana dagli afflati prèt-a-porter dei 99 PoSe; aveva organizzato dibattiti per la Fondazione Agnelli e partecipato a L’Altra Domenica di Arbore ai tempi dell’esordio (L’Industria dell’Obbligo – I Dischi dello Zodiaco, 1978). Maolucci era uno che – a tempo perso – suonava la chitarra. Eppure i bar cantati in questi otto brani sono tutti cittadini, completamente diversi da quello che accoglieva le mie terga ogni sera. Qui non vi è spazio per la – appunto – retorica di provincia del volemose bene dopo esserci tirati due pugni. Qui si faceva sul serio: droghe pesanti, violenze, cinismo e sputi. Si immerge nella Torino degli anni di piombo senza mandarle a dire, colpendo furiosamente ovunque con liriche affilate e crude che fanno sembrare L’Avvelenata di Guccini la Barbie Girl degli Aqua. Oggi verrebbe messo al bando senza indugio alcuno ma allora ci si poteva permettere di essere liberi, perchè per esserlo bisogna anche volerlo, sia chiaro.

Lo cerco furiosamente tra le cataste dove il caos acquista una parvenza di ordine e lo ritrovo acuminato e tagliente come ricordavo, intriso di Lolli, Guccini, un Bennato con i canini immersi nelle viscere, eskimo e Lotta Continua. Affianca l’epopea di Finardi e Camerini con una rabbia (e una lucidità) udite poche volte in patrio suolo ma ha anche il grande demerito di arrivare in un momento storico dove la figura del cantautore impegnato è inflazionata. Maolucci va oltre però, usando la penna come un rasoio da killer prezzolato. Un disco, lucido, crudo, anacronistico finchè si vuole ma necessario, e chissà che qualcuno si decida a ristamparlo su adeguato supporto. Comincia subito con la bomba: Torino che non è New York tirando di spada.

Si ammazzano a Torino, Torino che non è New York. La diva, suicida arrapante, ha fatto piangere presidenti americani e la mezz’ala ammazzata per gioco demente ha fatto piangere i romani scemi.
Ad altri basta invece un bel maschiaccio senza poesia, ma ti pesa sai, gioia mia, e ci crepi “vecchia checca”, sangue e rimmel tra le mani…

Scarnifica Pavese, Re Cecconi (o Gigi Meroni, chissà), la Monroe, Buscaglione, Pasolini, Tenco. Ne dissacra le morti su un corposo arrangiamento dal vago sapore rock e mi piacerebbe assai che qualche buontempone avesse l’ardire di pubblicare tutti i testi su un agile volumetto. Così, giusto per esporsi al rancore social o prendersi quel paio di denunce che fanno curriculum. L’apocalisse continua con Al Bar Elena dove, su una base sorniona di pop italiano ‘impegnato’ piscia raffiche infuocate (Al Bar Elena non ci torno più. Entro al Bar Castello, me ne bevo un altro. La padrona con il cancro è sempre là. Da dieci anni non mi fa pietà). Un Giorno da Leone anticipa lo swing di Sergio Caputo innestandolo negli Area e nella PFM in una convergenza parallela da Mariano Rumor. Chi ha interrotto Stockhausen racconta il momento in cui il nostro andava ad interrompere i famosi minuti di silenzio del maestro davanti ad una platea già allora snob. Finisce sulle pagine dei giornali e ci scrive una canzone alla Guccini. Il fascino discreto della borghesia morta anche oggi suonerebbe così. Il Barbaro Ulisse è una rasoiata in pieno petto celata dentro un pop rock di grana fina. “Le ore 7 e 20 minuti di coraggio: la sveglia telefonica è un destino come un altro. Mi può strappare via da un orgasmo tutto mio oppure può salvarmi dall’incubo più vero. Per un sinistro impiegato di lotta come me il primo intervento contro il giorno è una bestemmia (per niente alternativa. Le ore 8 e 20 minuti di erotismo: segretaria premestruale da spogliare in ascensore. Sbadigli interpretati come smorfie di piacere ma la porta si apre sempre mentre sento di venire). La ascolto e mi sento come chi sa piangere, di notte, alla mia età. E scovatelo voi, uno così, oggi. Al Bar di Vasco ha dei fiati meravigliosi e una scrittura gregoriana (da De Gregori) che sa farsi forte (da Fortis). Anche …E grazie Miller è un’introspezione che sa da continuum con la precedente; sono le due ali che conducono alla chiusura, affidata alla title track, un pop rock dai cambi ritmici repentini nel quale la rabbia si annacqua per donare una parvenza di luce alla fine di un disco liricamente non facile.

Oggi, che di barbari siam pieni, quel luogo dell’anima che mi allietò la fine del millennio non esiste più; è stato sostituito da uno di quei postacci alla apericazzo, brioches al pistacchio e crostini al salmone. Lacca, botti, vetri, specchi, bicchieri che pesano quanto un piatto di pasta, sopracciglia sfumate, cocktail, scarpe di legno senza calzini e reggiseno a balconcino. Un erotodromo di mezza età (che Maolucci avrebbe raso al fuoco con l’Agent Orange) dove vige una sola parola d’ordine: “posso aggiungerti al gruppo di whatsapp?”. Il nostro barista è scappato all’estero con la cassa e un buco nero, ma quando se n’è andato il soldo di cacio di Somerville gli ha detto ‘Don’t Leave Me This Way’. Senza alcun falsetto.

Post scriptum: e Mao-lucci? C’ho perso il sonno e i polpastrelli per scovare notizie fresche dacchè il presenzialismo non è mai stata la sua arma migliore. Nel 1980 brevetta una chitarra elettrica prodotta dalla Eko (la Short-Gun M33, chi ce l’ha batta un colpo di plettro, grazie), incide una manciata di dischi (L’Immaginata, Tropico del Toro, De Liberata Mente – quest’ultimo mai pubblicato) e poi sparisce per due decadi abbondanti. Oggi il nostro ha settant’anni, portati come ognuno desidererebbe, è il presidente della Federazione Italiana Survival  Sportivo Sperimentale (FISSS), disciplina da lui inventata e promossa nel 1986 a livello nazionale. Collabora con il Salgari Campus, un vero e proprio campo di allenamento di 120 mila metri quadri sulle colline torinesi dividendo il proprio tempo tra spedizioni in zone impervie e primordiali dell’Africa e il meritato relax nella sua casa sulla spiaggia a Msambweni, nella costa sud del Kenya. Torino non sarà New York, ma Nairobi sì.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #39

Pop Will Eat ItselfDos Dedos Mis Amigos (Infectious, 1994)

Io li capisco i fan terminali dei Pink Floyd, dei Cure, dei Queen o dei Depeche Mode. Collezionisti invasati che passano la vita a setacciare – novelli Martyn Mystère ma senza una Diana al fianco – ogni pertugio in cerca dell’ultima reliquia a loro sfuggita. Edizioni indonesiane, 12″ autografati, acetati, white label, stampe con la pecetta errata, singoli usciti solo all’ombra delle piramidi. Che vita di merda, santodio. Un’esistenza passare a rincorrere un Sacro Graal autoduplicante, qualcosa che per sua natura mai cesserà di nascondersi, perchè la discografia è (era) peggio del cartello di Medellin ed è un attimo trovarsi a rota. L’ho fatto anche io, un paio di volte nella mia vita precedente, ed è stato un periodo da TSO e ricovero coatto. Vagavo come uno zombie con la bava alla bocca e gli occhi fuori dalle orbite alla vana (e sovente infruttuosa) ricerca di ‘presunte’ rarità che fossero degli Associates, dei Menswear o  dei Polak, tutta gente dalla scarsa tenuta e dalla parca discografia, tra l’altro. Quindi posso capire cosa significhi scalare il catalogo dei Queen. Dovrebbe essere reso incostituzionale ma lo capisco. Tutto questo per dire che – allo scoccare dei novanta – il qui presente pirla era un figlio del grebo rock. Figliolo degenere ma pur sempre un figlio. Dovevate vedermi, uno strazio; mi mancavano i capelli crusty (fin lì non ci arrivo, è una delle mie due o tre idiosincrasie), ma per il resto ero il perfetto bignamino con le mie scarpone da basket, il giubbotto militare devastato da spille e toppe e le t-shirt handmade scolorite ad arte. Un punk wannabe da dopo bomba fuoriuscito dalla matita di Rob Zombie, tipo. Non un gran vedere, ne sono conscio, ma ero Grebo And Proud.

Eppure fu un bel flirt, qualcosa di sufficientemente nervoso ma sempre con un’aurea ironica a sottendere, radicalmente diverso da quei figli spuri che di lì a pochissimo ne avrebbero preso le intuizioni per renderle blasfeme, seriose e ‘disagevoli’: i Nine Inch Nails. Mi piaceva il non prendersi mai troppo sul serio, l’aria da fumetto malandrino e l’aver riportato i muscoli dentro ad un pop un po’ troppo cervellotico o addirittura scioccherellico (chiedere alla triade Stock, Aitken e Waterman). Non era poco. Mi ero altresì ripromesso di non tralasciare un’uscita dei Gaye Bikers On Acid (il mio Drill Your Own Hole il buco non ce l’ha, per dire), degli Age Of Chance o – persino! – dei Jesus Jones. Eppure al terzo singolo avevo già perso interesse. Così non accadde per i veri maestri del genere, che rimangono a tutt’oggi tra i miei beniamini ‘ever’: i Pop Will Eat Itself.

Con un nome del cazzo, un’immagine tra Mad Max e Paul King e una miscela sonora che – repetita juvant – rappresentava una versione con l’acne dei Big Audio Dynamite era altresì vero che questi disadattati sonori, anticipanti di gran lunga Prodigy e Nin, furono i miei prediletti. Non mi perdevo una sola uscita del bizzarro combo capitanato da quel geniaccio di Clint Mansell (che nei NIN ci finirà davvero, oltre a divenire uno dei più pagati compositori di colonne sonore). Erano strani, non facilmente classificabili, avevano un nome preso da un vecchio titolo del NME riguardante i Jamie Wednesday ma che rappresentava un manifesto programmatico; avevano addirittura dedicato un pezzo a Ilona Staller (Touched By The Hand Of Cicciolina, che sferzava di brutto il Touched By The Hand Of God dei New Order), venivano da una diaspora che avrebbe figliato anche i Wonder Stuff (hai detto niente) ma – soprattutto – erano soliti dividere le royalties in perfetto afflato socialista, accreditando ogni composizione ad un fantomatico Vestan Pance, che io credevo fosse lo pseudonimo di Mansell e invece era la band stessa in toto. Che cazzo di vita avevamo prima di Google, vero?

Mi bastò Box Frenzy (Chapter 22, 1987) per caderci dentro, grazie soprattutto alla cover di Love Missile F1-11 dei Sigue Sigue Sputnik (riletta con il vetriolo) e – soprattutto – There Is No Love Between Us Anymore, pezzone che non mancavo di inserire in qualsivoglia C90 pronta ad uscire dalla catena di montaggio della mia cameretta. Cameretta che – allora – pareva quella di Theodore John Kaczynski (Una Bomber), solo declinata vinile. Due singoli e mi ci catapultai dentro di faccia. ‘Fanculo i Sundays e le loro animucce diaframmatiche e anemiche, io stavo di là della barricata, a lanciare molotov, non sospiri. Perdonate l’irruenza della giovane età e anche la scarsa saggezza data da quei tre o quattro ormoni che mi circolavano in loop, ma a me – fondamentalmente – piaceva scovare il ritornello o il gancio perfetto sepolto sotto tonnellate di rumore o urla belluine. E i PWEI erano perfetti, per questo. All’arrivo di This Is The Day… This Is The Hour… This Is This!!! (MCA, 1989) dove ampliavano lo spettro con un impulso da B-Boy, immettendo elementi hip hop, techno, dance (Bomb The Bass, S’Express) e rap… beh, ero un vero e proprio seguace indefesso. Andrebbe ascritto loro almeno il merito d’aver puntigliosamente remato contro una discografia britannica, un po’ come i KLF ma senza il procedere situazionista. Insomma, tanto tuonò che piovve così decisi di andarli a trovare a Londra; volevo stringere la mano a Mansell e dirgli che il loro lavoro nel pop se è vero che – come recitava la denominazione – era un pasto, era altresì sacrosanto che non tutti riuscivano a digerirlo e questo nel mio basico alfabeto significava essere nel giusto. Pochi concetti, semplici e ben enunciati, che ci vuole? Magari ci scappava un promo firmato. Così organizzai un viaggio a tale scopo.

Suonai il campanello della Infectious un sabato pomeriggio alle 17,00 in punto, previo appuntamento telefonico. Palazzo lussuoso, portiere in livrea impaurito da cotanto ardore (non avevo propriamente una mise nobiliare ed ero sudato come Mario Adinolfi) e conseguente veloce telefonata all’ultimo piano. “Vada” la concreta e concisa risposta. Andai. L’infatuazione grebo mi era scemata da tempo, del resto all’alba dei trenta sarebbe stato oltremodo ridicolo girare vestito come un albo della Marvel (cosa consentita solo a Mark Manning, aka Zodiac Mindwarp), ma le consuete 10 ore di scarpinate londinesi alla ricerca di vinili a 0,50 centesimi cadauno lasciavano comunque dei bei segni sul corpo e sulla psiche. A questo pensavo mentre il lussuoso ascensore mi innalzava al quinto piano di un grattacielo ultra moderno; niente a che vedere con le pulciose case discografiche che avevo avuto modo di approcciare negli anni, buchi su improbabili sottoscala o ufficetti alla Marlowe. Qui c’era lusso, quello vero, pareva un Apple Store o una società finanziaria della City e l’aprirsi delle porte della percezione dell’Infectious confermò l’assioma. Vetri, specchi, metalli luccicanti, uffici da metrature pantagrueliche, scrivanie dal design futuristico. Nemmeno un vinile o un cd a far bella mostra. Qualche disco d’oro alle pareti (mi sono sempre chiesto di chi fossero) ma null’altro che ti facesse pensare di essere all’interno di una casa discografica. Altro che grebo, qua imperava la grana. Orde di twentysomething correvano come pazzi da un lato all’altro di quel triste Pentagono senza degnarmi di uno sguardo, indaffaratissimi nel far credere che lì si stava edificando la storia. Cinque interminabili minuti nei quali avevo finito per giocare la parte del classico gatto intento ad attraversare le corsie di un’autostrada trafficata. Un gioco comprensivo di scatti di reni, svisate di bacino e selvaggio ancheggiare; un hula hoop senza fine atto a schivare quei pupazzi dalla faccia schifata. “Chi che ga pan no ga denti” si dice dalle mie parti; questi erano miracolati dal Signore e si permettevano di sbuffare mentre io – con i miei tre o quattro panorami in loop avuti dalla vita – avrei dato l’ego di Scanzi per essere al loro posto.

Come che sia all’improvviso – proprio mentre pensavo se fosse valsa la pena fare tutto quel casino perdendo mezza giornata e almeno una trentina di vinili – vidi materializzarsi al mio cospetto una valchiria sorridente. Non vedevo l’ora di subissarla di domande sulla band, magari erano proprio negli uffici a firmare qualche contratto di edizioni o impegnati in una gang bang furiosa con le colleghe della valchiria. E’ che Dos Dedos Mis Amigos era davvero un grande album, forse il migliore di una carriera che non era mai decollata sul serio, e io non potevo perdermelo. In nessun modo. Clint Mansell cominciava ad essere richiesto come produttore, le riviste dedicavano copertine ai PWEI e il lavoro si era preso una spolverata di stelle quasi ovunque. Avevano rettificato il tiro quel tanto che bastava per sgommare in faccia a tutti quegli epigoni da wasabi e spezie etniche quali Fun-Da-Mental o Senser. Gran disco Dos Dedos Mis Amigos, vacca boia, così come è grande quel Two Fingers My Friends pronto a rappresentarne la versione corroborata di remix che uscirà di lì a poco (prendetelo e mangiatelo. Tutto). Comincia in pompa magna con il più bel rigurgito antinazista di sempre o quantomeno di fine millennio: Ich Bin Ein Auslander.

Listen to the victim, abused by the system the basis is racist, you know that we must face this

E se provate a immaginare Trent Reznor che veste i panni dei Primal Scream di XTRMNTR ci andate vicino: bordate maligne, electrorock saturo, riff metallici e un campione di Kashmir dei Led Zeppelin a infettare un pop da classifica che davvero aveva cominciato a cannibalizzarsi. Singolone perpetuo nella mia top 50 di sempre grazie ad un riff contagioso e un ritornello metallico. Ma mica è tutto qui, che Kick To Kill due o tre cosine ai Rage Against The Machine le insegna ancora, solo con più stile, e Familus Horribilus con il suo cinismo hip hop impererebbe in quella sciacquatura di piatti odierna. “We’re a nation of shoplifters, we’re druggies, petty crooks. It seems to be our style, we haven’t horsey looks”. Un po’ luna park con fame chimica, un po’ Garland Jeffreys che si fa Benjamin Button. E ancora Underbelly, che con la sua osmosi slow core si pone come pietra d’angolo di tutti i Prodigy ascoltati a 16 giri che verranno. Vera Music For A Gilted Generation. Fatman è un ordigno di elettro industrial senza la pacchianeria del genere; dei Public Image Limited pronti ad intravedere il millennio dall’alto dei loro ventanni avrebbero probabilmente suonato così, ovvero Trent(a) spanne sopra la Interscope, etichetta che – ohibò! – declinerà il disco negli Stati Uniti, prendendo scrupolosa nota. Non vi è un attimo di respiro in questi undici brani, ma quando arriva Home capisci che le frecce in faretra sanno sì essere velenose ma anche solo ferire organi vitali. Un Beck che guarda ai Beastie Boys per un ethno rock da rivolta bianca. Pakistanistan in Transglobal Underground, Kick Out The PWEI, Motherfuckers! Cape Connection spariglia ancora una volta le carte con il suo intro chiesastico spolverato d’ambient (e cosa non è il Secret Knowledge Trousered Up Remix! Cosa. Non. È.) prima di farsi Bjork, perdersi nei ritmi Balinesi e inventare gli Apollo 440. Stupefacente. Respirate a lungo prima di approcciare Menofearthereaper, pochi minuti che potrebbero farvi avere miraggi uditivi con il suo porgersi da Stone Roses. Poi però arriva l’Incredible Bongo Band sotto eroina (o qualcosa che vi assomiglia) e un nubifragio di ritmi ancestrali e patterns astrusi prendono il sopravvento sull’ombra spettrale di Brown e Squire, ammantando tutto di un deja vu techno. Inseritela nel vostro prossimo dj set e verranno giù i muri. Everything’s Cool esce su singolo e io sono sicuro che non avete mai sentito dei Nine Inch Nails fare simile, lancinante e uncinante sinteticheria popolare. Are PWEI Electric?

L’entusiasmo era alto dentro quegli uffici mentre attendevo qualcuno che mi degnasse di uno sguardo o quantomeno di un promo, così ripassavo la scaletta di un disco che – allora – mi pareva fondamentale. Pure R.S.V.P. viene edita in formato ridotto, è l’unico punto di contatto col passato (similitudini con There Is No Love Between Us Anymore compaiono in più di un passo) ma in sovrappiù dei fiati falsi come Giuda e un afflato cinematografico ne rendono commestibile il risultato. Babylon chiude con una immersione totale negli anni novanta grazie ai suoi spazi riverberati, alle chitarre quasi shoegazer, ai tamburi nascosti da un missaggio punitivo e ad un’impronta slacker impressa sul pentagramma: Chill Out Or Die. Punto debole – inserito non a caso in chiusura – di un disco pressochè necessario (al tempo) e rugoso (ora). Edificato su muri di rabbia intelligente, Dos Dedos Mis Amigos era (ed è ancora, a maggior ragione in un periodo storico come quello odierno) un pamphlet antifascista come pochi e una macchina da singoli perfetta. Un pisciante cavallo di Troia che sbatte il batocchio all’interno delle classifiche inglesi, lungo le quali si inerpicherà fino ad un dignitosissimo numero 11, indicando una strada di hard rock sintetico, etnico e meticcio a buona parte dei novanta.

E se di Mansell s’è detto (Loving Vincent e The Wrestler nel suo palmarès) si nominino pure Richard ‘Fuzz’ Townshend che – prima di diventare commentatore televisivo per National Geographic – due cosine in proprio con i Bentley Rhythm Ace, i Pigbros e un paio di discreti dischi solisti (Far In e Fuzz Townshend) riuscì a farli. O ancora Richard March che finirà collaborando a sprazzi con i Charlatans e i Misty’s Big Adventure.

Io però ero ancora lì in piedi, abbandonato in mezzo a questo lussuoso obitorio e in preda ad un deficit di attenzione da Guinness dei Primati. Cos’altro aspettarsi allora da questo fagocitante pop che stentava a palesarsi, pensavo mentre la valchiria parlava senza sosta. Farfugliavo a vanvera timide domande ma si percepiva nettamente che la band non era più all’apice delle loro preferenze (e, di lì a poco, neanche delle mie). Avevano qualcosa di meglio mi fece capire, mentre mi porgeva un pacchettino ino ino di cd freschi di stampa, gran parte dei quali immondi. Poi, con un sorriso a 64 denti pari al Commodore, tutta orgogliosa e gongolante come se stesse porgendomi l’ostia consacrata dell’Ultima Cena mi offrì due singoli di una nuova band di sedicenni. Cercai di nascondere la delusione con un sorriso mentre la sua espressione estatica andava pericolosamente appresso a quella di un filatelico dinanzi al Gronchi Rosa. “Tieni”, squittì, “questi sono davvero il futuro dell’indie britannica”. Volevo andarmene al più presto ma avevo una e una soltanto domanda in canna. Alla fine trovai il coraggio e chiedetti dove fossero i Pop Will Eat Itself e Vestan Pance (non ero tremendamente naif?). Mi rispose che erano negli Stati Uniti per delle date e io feci finta di bermela appieno, perché campagnolo e auslander finchè si vuole ma non così sprovveduto. Poi guardai quelle due copertine orrende senza fare una piega e cominciando a far di conto. Erano gli Ash.

Nos Nonos Mis Amigos, per nientes.

Michele Benetello

Cosa resterà di questi anni dieci? (Fiver #26.2018)

La teoria del disimpegno part.2

Il decennio degli anni zero è cominciato col botto. E che botto: era un martedì mattina sui cieli di NY. Primo pomeriggio qui da noi. Si dice che quando capitano eventi epocali ci si ricorda di dove si era o cosa si stava facendo e con chi. Io mi ricordo dov’ero quando cadde il muro di Berlino, quando Bush senior iniziò a bombardare l’Iraq che sembrava di vedere, nel buio del tg notturno, le lucine di un videogame per l’Amiga 500.
E ricordo benissimo quel primo pomeriggio di settembre. Ero a casa mia: un appartamentino che io e Cristina avevamo rimesso a posto all’inizio di via Marconi e quel giorno mia sorella, quella grande, arrivava a Bologna per cominciare l’università.
Suonò il campanello che da poco il Boeing della United si era infilato in diretta mondiale nella torre sud del World Trade Center. Il sabato dopo lavoravo come barista (il barman o bartender con misurino annesso al tempo non esisteva) in discoteca e, malgrado il mio storico antiamericanismo, ricordo di aver apprezzato la quantità di stelle e strisce sulle striminzitissime canotte e minigonne e shorts delle bariste e clienti del Kinki.
Facebook non esisteva. Instagram meno che meno ma già da tempo si parlava di “società dell’immagine”. Gli anni novanta erano finiti da un secolo (il 5 aprile 1994) e le camicione a quadri, i jeans rotti e la musica cattiva avevano lasciato il posto a una seconda ondata di cocaina, dance music e a una nuova generazione edonista in stile anni ottanta piuttosto confusa che avrebbe riempito le strade dei quartieri ex popolari delle città, spostandone le comunità autoctone o adottive ai margini.
Nemmeno Air b&b esisteva e non si faceva couch surfing né si viaggiava con Blablacar. Abitare a Berlino e Barcellona costava meno che a Bologna e la società liquida di Bauman si stava per surriscaldare fino a evaporare nella società gassosa o frammentata o spezzettata o nella nessunasocietà della fine dei nostri anni ’10. Ognun per sé e dio per tutti. E sticazzi.

Disorientato. Così ricordo l’inizio del millennio. Nell’aria c’era la fine di qualcosa e l’inizio di un totalmente altro che, potevamo intuire, non avremmo mai compreso appieno. Né ne avremmo fatto pienamente parte. Lo annusavamo già da un decennio: i novanta, almeno i primi novanta con quella frittata di cyberpunk, grunge, party e il nascente pop ignorante ma acchiappone, da cori allo stadio, che arrivava dall’Inghilterra erano la coda di qualcosa; la fine di un periodo storico. Di un secolo forse, quello breve. Di un’era sociologica. Del Crash di Cronenberg e della macchina che diventava corpo, o del corpo che si fa macchina. Degli incubi di Giger. Della pillola rossa o blu e segui il coniglio bianco. Del postminimalismo americano ucciso dalle mille pagine di Infinite Jest. Da Le Correzioni di Franzen e da Murakami.
La fine di Trainspotting (libro e film), della Yoshimoto e qui da noi di Fluo, che per l’Italia mainstream le pagine della Santacroce sono state uno schiaffone in faccia. Del Castelvecchi editore fighissimo e poi Fazi di Ingannevole è il cuore più di ogni cosa. Di Minimum Fax e la Milano rabbiosa di Genna.
Di un filone che era nato coi Beatles e si chiudeva con gli Oasis, o era nato coi Led Zeppelin e si chiudeva con gli Alice in Chains, per spararla a gradi linee.
Di lì in poi, si sentiva, stava per accadere qualcosa che non potevamo prevedere.
Nella vita e nella musica. Che poi, è buona parte della nostra vita.

Le note del 2000 per me sono quelle di Turn On The Bright Light. La voce di Paul Banks che sussurra il suo “NY cares” mi fa ancora venire i brividi. Nulla di più adatto a una città, ma quella città è un mondo, che voleva rialzarsi dal cumulo di macerie cui la Storia l’aveva gettata.
E proprio in quella città nacque l’ultimo grande “movimento”. Ovvero qualcosa che identifica soprattutto giovani per look, attitudine, uso di determinate sostanze e non altre, musica ascoltata, artisti idolatrati, programmi tv cult. Ecco l’indie. Ecco che la musica alternativa diventava un genere. Qualcosa che usciva dalla nicchia: un fenomeno.
Com’era successo dieci anni prima al grunge di Nevermind, accadde di nuovo con il rock di Paul & Co., poco importa fosse derivativo, non seminale, già sentito nei club da 100 persone. Ora arrivava a tutti, esattamente come l’ondata di Seattle. Se avevi una camicia a quadri (ma piccolini, da nerd, magari col taschino e la indossavi dentro i jeans) e la barba, se venivi da NY, se suonavi lo-fi, se cantavi rigorosamente in inglese con suoni che richiamavano la new wave senza rifarla da manierista. Se idolatravi le serie tv anni novanta ormai vintage alla Friends, se mettevi magliette bianche coi jeans skinny neri e il chiodo. Se avevi il berrettino di lana. Se facevi fotografie con la Canon fine ottanta di papà e mettevi la camicetta bianca e il rossetto rosso alla Mia Wallace, se leggevi l’altro Wallace con prima il Foster. Se ti piaceva la musica folk, qualunque cosa avesse a che fare con una chitarra, se vivevi a Williamsburg o Brick Lane (Shoreditch era ancora avanguardia) o Prenzlauer Berg (Neukolln era ancora off limits se eri un vero duro). Se ti piacevano i tatuaggi old school e gli occhiali con la montatura grossa. Qualche anno dopo, quando già il fenomeno si storicizzava, sfilacciava e dissolveva, li avremmo chiamati Hipster: un mischione di caratteristiche anche lontane tra loro ma che indicavano una e una sola cosa. Che aveva molto a che fare con la musica e con le chitarre.
E da noi? In Italia con i soliti anni di ritardo, lo stesso: dopo il pop di madonna e le ragazze vestite da cavallerizza, dopo l’implosione del rock con i Radiohead che pubblicano in fila KidA e Amnesiac, dopo un momento di smarrimento in cui sembrava che nessuno avrebbe più suonato se non con “le macchine”, ecco arrivare Is This It e Whatever People Say I Am, That’s What I’m not e i locali storici punkrock mettono un “Club” dopo il nome e boom: fila all’ingresso e invece che i soliti quattro nerd fissati con la musica lo-fi ecco schiere di rossetti e capelli pettinate, camicette e jeans selezionatissimi. Anche qui l’indie diventa moda e per un po’ quasi mainstream. Piace a tutti, soprattutto a tutte. Festa grande.

E poi, questi anni dieci? Che è successo? Che anni saranno nei nostri ricordi? Gli anni dei muri tirati su pochi decenni dopo averne abbattuti altri? Della politica che si suicida eleggendo i più stupidi e meno istruiti possibili? Della democrazia che arrivando alla sua assoluta compiutezza – il popolo oggi è veramente al potere in molte repubbliche, sicuramente da noi e in America c’è popolo nella sua accezione più popolare, quello della faciloneria, dell’ignoranza e della diffidenza, dell’amore per la paura e per il far west – si suicida portandoci a nuove forme di governo che si studieranno nei libri di scuola del terzo millennio?
Chissà. Per ora, per noi che li viviamo, sembrano solo un po’ tempi bui: una spruzzata di medioevo culturale (terrapiattisti, rettiliani, antiabortisti prolife, furttariani novax e rincoglioniti di ogni specie ci assediano), un po’ di noia sul fronte artistico/letterario con le solite (per fortuna) stupefacenti eccezioni che rendono la vita degna di andare avanti.
Il tempo ha subito una strana, brusca, decelerazione. Dopo il decennio del turbo – la rete che da email inviate in diversi minuti divenuta partner inseparabile e in real time delle nostre vite e così il concetto di sharing. I social, Spotify e un nuovo modo di ascoltare, vivere, consumare la musica – ci siamo trovati in uno stagno. Le grosse rivoluzioni, soprattutto tecnologiche, le sentiamo come qualcosa che appartiene al decennio scorso. La crisi economica è ormai pane quotidiano da Goldman Sachs. Gli attentati jihadisti non fanno nemmeno più così paura. La sensazione di smarrimento è relegata al privato: ognun per sé ma dio ha fatto le valige e se n’è andato in vacanza. E sticazzi di nuovo.
E la musica? La nostra, non quella da stadio né da televisione, che storia ha vissuto? Le chitarre che dovevano morire sono morte? Il pop che doveva invaderci ci ha invaso? Il rap che doveva soppiantare il rock l’ha ucciso?

L’indie è morto, o forse è solo tornato nicchia. È tornato “alternativo” a qualcosa. Ma non soltanto a San Remo e XFactor, ma anche alla riscoperta della musica italiana. All’It Pop, così lo chiamano.
Al Covo il venerdì sera non ci sono più le file di gnocche da disco e non si ballano i pezzoni folk alla Edward Sharpe. Loro, le gnocche da disco, sono diventate grandi e le sorelline minori sono tornate a sculettare proprio nelle disco. A ballare rap, trap. Nei club che frequento io – ormai poco, l’anagrafe ha le sue pretese – magari passa ancora il pezzone che fu della pubblicità Vodafone come passano i Los Campesinos!: qualcosa di bellissimo che abbiamo amato. Qualcosa che fa parte del passato. Che fa andar giù di testa chi ha la patente da almeno quindici anni. Così come le tracce riempipista di MGMT, The Naked and Famous, Clap Your Hands Say Yeah. Gli anni zero sono stati, abbiam detto, gli anni delle chitarre. Dei “bei tempi” per chi amava l’alternativo, il lo-fi, il rock che non andava nei palazzetti e poi, all’improvviso, riempiva le arene.
E in Italia? Qualche giorno fa Mainstream di Calcutta ha compiuto tre anni. Inutile negarlo: quel disco – quello e il mondo che gli gravita attorno, ma quel disco come simbolo, riassunto di un’attitudine – ha ribaltato gli schemi. It pop. Dieci anni fa se non cantavi in inglese qui da noi non facevi date. A meno che non fossi da “Amici” o “X Factor”. Oggi se non canti in italiano nei club indie non suoni. Qualcosa dev’essere successo.

It pop. Un po’ di Luca Carboni, Tozzi, tastierine anni ottanta, pezzi semplici e ritornelli che dopo il primo ascolto si piazzano in testa. Felpe anni novanta comprate in Montagnola. Il berretto, che se lo metteva Bon Iver lo mettiamo anche noi che fa citazionismo del decennio passato, dei fratelli maggiori.
Piaccia o no, la scena è cambiata. E, piaccia o no, tre anni fa tutte voi avete postato su Instagram una foto di una pizzetta con il commento “mangio la pizza e sono il solo sveglioooooo”.
Quindi, onore al merito. Ma la mia domanda è: e adesso? Citando il Raf scopiazzato da Paradiso and friends, “cosa resterà di questi anni” Dieci? C’è chi dice da un po’ che dovevano essere gli anni della fine delle chitarre. Ma Courtney Barnett, Kurt Vile e Ty Segal? Mac DeMarco e Angel Olsen? Quel ragazzino di King Krule che mi ha lasciato a bocca aperta con un live pazzesco questo aprile a NY? Oltre l’It pop c’è vita?
Chiedo aiuto ai maestri.
Arturo, già ti vedo scuotere la testa col tuo piglio da “non mi gaso più veramente per un nuovo disco dai tempi della battaglia di Waterloo”, però, aiutaci tu: cosa resteraaaaaaaaaa, di questi anniii dieciiiiii?
Fabietto, sindaco del Pigneto e cugino di Mac (si dice anche marito di Angel Olsen ma c’è chi vocifera sia solo gossip), almeno tu che stai sul pezzo, che di musica e vini nessuno ne sa più di te, dimmi qualcosa. Anzi, dicci di più con Merola, che mi illumina su Kalporz.
Fabio Nirta, che di mash-up e tendenze ne sai a pacchi più di me, indicami la via.
Palla e Mazz, voi che della musica fate il vostro pane quotidiano, ditemi voi.
Damir, che lo so che sotto sotto ridacchi e godi perché il clubbing ha ormai soppiantato i concerti e pure il rap gode di nuova giovinezza mentre noi rocker ormai non sappiamo più contare le rughe, dimmi qualcosa tu.
Cosa ricorderemo di questi anni dieci? Soprattutto di quello che ci circonda, della nostra musica nelle nostre città.
Vero, l’Italia non è il mondo e forse questo momento dei figliastri del buon Edoardo che fanno soldout nei club che noi amavamo, pardon, amiamo; dei quasi rapper deroma che fanno doppio soldout all’Estragon (e non cominciamo a snocciolare i nomi di chi non riempie neanche il Freakout che mi metto a piangere) forse è solo una fase. Qualcosa che passerà e qualcuno tirerà un sospiro di sollievo e gli altri, semplicemente, dimenticheranno.
Ma qualcosa è successo anche lì fuori. O no?
Non lo so. Spesso noi italiani tendiamo a italianizzare il mondo e pensare che davvero tutti abbiano un DiMaio al tg e un Canova soldout. Però non lo. Ho una certa età e poi, si scrivono pezzi così un po’ per provocare, un po’ per divertirsi che comunque è musica e non fa male a nessuno: quella brutta basta non ascoltarla.
Ma adesso sono davvero curioso e quindi, dopo tutto ‘sto pippone sugli ultimi vent’anni, giovani, voi che siete più sul pezzo di me, che avete ancora le orecchie fresche e sicuramente più piene di me di attitudine pop, rnb e magari sopportate la trap eccetera eccetera, ditemi.
Cosa resterà di questi anni dieci?

Fabio Rodda

I dischi che piacciono solo a me, credo #38

SUSHIROBO – Drawings And Garbage Structures (Pattern 25 Records, 2002)

Ho un buco nero nella memoria riguardo l’inizio del millennio. Un bel buco nero. Pur se timorato di Dio, ascetico e praticamente rinchiuso in casa come Kafka e/o Lovecraft (e poi mi parlano di Kalsarikännit, puah!) non ho ricordi di come mi fossi posizionato nei confronti del mondo. Non pervenuto, in pratica. Rinviato per impraticabilità dell’anima. Chiuso in spogliatoio tra il primo e il secondo tempo a lucidar tacchetti. Facile che mettessi una tantum qualche dischetto in giro per i locali, facile anche che – negli stessi locali – andassi a sentire dischetti altrui, ma per il resto ho un vero e proprio groviera nelle sinapsi. Ricordo il Millennium Bug e un ultimo dell’anno (anzi: del secolo. Anzi: del millennio) finito bruscamente alle 23.30 manco fosse stato organizzato da Filini, ma poi passo direttamente all’ergersi dei Franz Ferdinand e ad una stagione estiva dove miscelavo sapienti armonie in riva al mare, interrompendo un ridicolo periodo leopardiano. Vacca boia, chissà che ho fatto in quei quattro anni, oltre a comprare dischi intendo. Un trasloco, forse. Sì, probabile un trasloco. Un trasloco e un cane. Non contemporaneamente che all’autolesionismo c’è un limite. Probabilmente è proprio in quel punto preciso che ho cominciato ad invecchiare, quella linea sottile di disagio lungo la quale sei costretto a scendere a patti (minuscolo, ergo non il comune in provincia di Messina) con l’assioma che, se prima in qualche modo precedevi o affiancavi, poi sei consapevole di andare a ruota. Lo fece anche David Bowie con Let’s Dance, quindi mi sentivo in ottima compagnia. Poi, siccome sono conscio d’aver picchi da oceanopatico (una variante liquida del meteoropatico) a intervalli regolari oscillo tra questa e quella sponda dell’Atlantico. Ergo sono sicuro che l’arrancare nel 2000 coincidesse con una decisa sterzata verso gli Stati Uniti (ci vorranno gli Art Brut per riportarmi ‘di qua’. A proposito: Eddie Argos è tornato!) e ve lo posso confermare tramite un disco. Un unico, preciso e insostituibile disco (anzi, due: ci aggiungo l’esordio degli Ima Robot). Un disco che non ascolto più dai tempi degli Art Brut (appunto) ma che mi diede un buon motivo per entusiasmarmi cum grano salis.

Ne scrissi pure, al tempo. In maniera scomposta e con la fregola che non dovrebbe mai essere appannaggio di chi vuol godersi appieno qualcosa, che “la gatta frettolosa mise al mondo i gattini ciechi” soleva dirmi una rigida e teutonica professoressa di matematica. Ne fui talmente conquistato da espormi – vado a memoria – pronosticando un probabile fulgido avvenire ignorando che di lì a poco sarebbe arrivato un secondo album (The Light-Fingered Feeling Of Sushirobo, Pattern 25 Records, 2003) esattamente identico al primo e poi ciao. Questo dovrebbe farvi sempre dubitare delle mie parole, ne convengo.

Parlavo di stelle senza polvere, nei confronti dei Sushirobo. Per il coraggio geografico (venivano da Seattle ma si tenevano sdegnosamente lontani da chi sapete voi), per seminare un prato che molti avrebbero di lì a poco calpestato (dalla DFA al p/funk assortito e tutto) e molti avevano seminato prima (Gang Of Four; Devo, Wire), per una ‘sporcizia’ di fondo e un tellurico abbraccio al ritmo, che fosse quello dei Liquid Liquid, del Pop Group o persino delle Pulsallama. Forse facevo mia, con poco acume, tutta la retorica delle camicie di flanella e delle muffolose marmellate di perle, dimenandomi in un guado freddo e piovoso come la città dalla quale provenivano. Sono quasi certo che la affrontai in maniera asettica, senza alcun brivido emotivo, autismo sonoro che – a rileggermi ora – pare non si sia ancora staccato di dosso. Ne facevo lungo panegirico sciocco, ritrito e pure poco professionale, concentrandomi appunto sulla dicotomia geografica, entusiasta di veder recapitare da quell’agglomerato urbano qualcosa che esulasse dai fasti degli anni novanta. Cianciavo di rinascita musicale (ma si puote essere più scemi? Star chiusi in casa può far molto male). Scrivevo che avrebbero potuto diventare enormi. Come no. Difatti ora non so più come cavarmela per uscirne indenne, del resto che credibilità puote avere uno che liquidò i Blur di There’s No Other Way con un secco ‘di questi tra un anno non si ricorderà più nessuno’.

E allora il PD, eh?

Lo riprendo in mano ora quel Drawings And Garbage Structures, e quasi concordo con chi – al tempo – ne scrisse come dei Devo continuamente affaccendati a rifare i pezzi degli Alien Ant Farm. Sghembo elettrorock glassato da bass line (sebbene il libretto riporti un bizzarro: No Synthesizers), space rock e post-punk. Ritmi aguzzi, geometrici intarsi. Un insolito e limaccioso concentrato di architetture digitali, futuristici spaccati e chitarre robotiche prese da qualche sgualcito spartito di Keith Levene; qualcosa che spinge in avanti col capo rivolto all’indietro. I Clinic ecco, volessimo proprio trovare una pietra di paragone o un contraltare europeo adeguato; solo che Sushirobo è (era) creatura più rozza, sporca, rugginosa, metallica, approssimativa e viziosa, e – laddove i britannici erano soliti indulgere in stacchi, ottovolanti ritmici e saliscendi perigliosi – i nostri sputavano melma dal sapore new wave (Two Girls, un technopop schizoide), scarnificavano la materia (sentire Rat Or Mole?, punto d’intersezione in levare tra Gang Of Four e De La Soul) declinando in più passi (s)ballate noise, liturgie fumose e ultimi frammenti di corpi rock (Greasy, Grass Pagoda). I due minuti di Garbage Structure (posta in apertura) è un apocrifo Beck senza se e senza ma, eppure The Candidate ne prende le distanze sdegnata e Fruit Files pare provenire da un vecchio catalogo della Y Records, sempre che i Duran Duran avessero inciso per l’etichetta. Royal Taster Of Food vaga da qualche parte, tra i Cure di 17 Seconds e il post-rock; The Bluer Their Eyes è la loro House Of Jealous Lovers, rallentata nel tempo e nello spazio mentre Atmospherics riporta come data di scadenza 1981, tanto è immersa nella new wave più classica.

Senza mai perdere d’occhio la struttura del formato canzone e con le orecchie ben salde su melodie oblique schiavizzate da chitarre in aceto i quattro (Barry Shaw, Dave Einmo, Rick Roberts e Clay Martini) andavano a sfoderare un interessante album di tormentati quadretti d’angoscia ritmica, nel quale l’inclusione di una pregevole versione prossima al gotico di I’m In Love With A German Film Star – perla dei dimenticati Passions, Anno Domini 1980 – certificava vaporose paternità spiazzando piuttosto ed anzichenò. Come si scriveva poc’anzi: figlieranno un niente e con spermatozoi simili a lemmings, pronti ad immolarsi di lì a poco per peccati non certamente ascrivibili a me.

Insomma, a chi avrei potuto consigliarlo un album così, allora? Quando tutti volgevano il capo verso Ladytron, Liars, Wilco e Interpol? Passò quasi inosservato (le visualizzazioni su Youtube sono prossime allo zero ancor’oggi), e anche io non ricordo più granché. A parte gli Art Brut, che in questa rubrica non entreranno mai.

Michele Benetello

Home is where I want to be. Pick me up and turn me round (Fiver #25.2018)

IDLESgarage1

“Ma cosa vengono a fare? Ma perché non se ne stanno a casa loro?”
“Ma cosa credono di trovare qui? A casa nostra?”
Dialoghi rubati, filtrati attraverso le cuffie in una mattina piovosa su un bus qualunque. Due persone qualunque in una mattinata qualunque.
Per fortuna ascolto la miglior live band al mondo e mi distraggo da parole idiote.
Sono appena uscito dalla questura: ho perso la patente e dovevo rifarla. Ufficio denunce, il poliziotto, gentile, non due parole in italiano corretto in fila ma gentile, mi chiede se ricordo come e dove l’ho persa. No, non ricordo.

Per “casa” s’intende qualsiasi struttura usata da uomini e donne per ripararsi dagli agenti atmosferici.

Bologna. Questura. Io non sono bolognese. Lui neanche.
Nello stanzino a fianco, la poliziotta con fortissimo accento calabrese quasi grida a un uomo indiano un non ti capisco, devi tornare col tuo avvocato o con un interprete.
Una mattina qualunque, in una questura qualunque.
Non ti capisco. Forse non ti ascolto. Faccio un lavoro di merda sottopagato e non ho voglia di capire. Perché sono a casa mia e tu no e sei tu che devi capire come fare.
Se non capisci sono problemi tuoi. Io sono a casa mia. Tu potevi stare a casa tua.

Io sono veneto. Anzi, bellunese. Anzi, di Pedavena. Ma sono nato a Feltre. Quindi forse dovrei sentirmi feltrino. No, mi sento pedavenese perché ci sono cresciuto. Per diciotto anni. Ma sono venti e più che vivo a Bologna. Quindi, dovrei sentirmi bolognese?
Comunque sia, non sono bolognese. E non mi ci sento neanche: mi fa cagare la mortadella, non me ne frega niente della Fortitudo e tifo Milan. Perché mio nonno era milanese purosangue e milanista doc e io andavo con lui a SanSiro che c’erano solo due anelli. Correva lo scorso millennio. Milano era la sua casa. Quella di mio padre. Quindi è anche un po’ casa mia? Mi devo sentire milanese? Sono lombardo?
A Bologna ci vivo, ci ho studiato, pagato l’università. Ci ho comprato un appartamento e ci pago le tasse – un fracasso – da più di vent’anni. Allora è un po’ casa mia? Dovrei sentirmi bolognese?
Dovrei sentirmi “a casa?”

La casa non è solo un luogo fisico abitato dagli uomini, ma un luogo psichico: il fondamento di un individuo. Per questo “essere a casa” equivale a “essere integri a livello psicologico”.

Il poliziotto mentre scrive il verbale del mio smarrimento di patente mi fa una lezione non richiesta di sociologia applicata: è un problema con Loro. Perché a casa loro sono abituati a fare quello che gli pare. E poi arrivano qui e ci sono le leggi da rispettare. Io non sto a giudicare se sono giuste o sbagliate, devo solo farle rispettare. E Loro non sono abituati.
Ma loro, chi?
Loro. Le leggi. La casa. Casa mia. Casa tua. Ma è casa tua Bologna? Tua che sei di Catanzaro e sei arrivato qui con un treno malconcio una notte di tantissimi anni fa, coi sacchetti di plastica con dentro i panini che sembrava stessi andando in Siberia, che forse lassù manco ce l’hanno la soppressata.
Mi sento a disagio. Cammino nervoso. Alzo il volume delle cuffie.

Non mi sono mai stati simpatici gli sbirri, inutile negarlo: quando vedo una divisa m’infastidisco, mi sento a disagio; forse il retaggio degli anni novanta di occupazioni e manifestazioni, di scontri nelle piazze. Oggi che la gente è veramente alla frutta nessuno ci va più in piazza, nessuno s’incazza e grida in faccia al potere; ma la gente, di giorno, grida addosso al bangladese che gli ha venduto la birra la notte prima in Piazza Verdi. Al bar, insulta “quelli dell’est”, anche se Ana che pulisce il culo alla nonna è tanto cara, anche se è rumena. Ma cosa c’entra?
I poliziotti, davanti all’ufficio denunce, danno del “tu” automaticamente a chiunque non sia italiano e gli si rivolgono infastiditi come parlassero a un bambino scemo e un po’ rompipalle.

La casa non è soltanto un luogo, ma anche il fascio di sentimenti associato ad esso. Il trauma principale nei rifugiati, secondo K. Papadopoulos, è il comune doloroso abbandono della propria casa e il successivo tentativo di recuperarne una.

Ma fanno il loro lavoro. Fanno rispettare le leggi. Anche quelle che io non riconosco come giuste. Forse per questo non andiamo d’accordo.
Ma sono diventato grande – vecchio – e non polemizzo con uno che a stento parla la lingua ufficiale della nazione in una mattina qualunque mentre faccio una stupida denuncia.
Né inveisco contro la calabrese che sbraita nel gabbiotto a fianco.
Alzo le spalle, deglutisco il fastidio e me ne vado via.
Poi ci penso su. Troppo. Forse dovevo arrabbiarmi prima.
Non c’è più volume da alzare. Cresce solo una gran voglia di gridare e fa un po’ male in fondo della pancia.

Terrone. Così si dice dalle mie parti di uno nato al sud. Terrone del nord, così dicono di me in Lombardia. Polentone, così mi chiamano al sud.
Casa mia. Dov’è? Cos’è?
La mia ragazza non è italiana. Lo sarà tra poco, avrà un pezzetto di plastica con su scritto che è cittadina italiana. Temo firmata dal premier Conte. Sai che onore…
Ma le serve. Perché sono dieci anni che, ogni anno, deve rinnovare il permesso di soggiorno. Ogni anno in fila a lasciar le impronte digitali. Ogni anno a fare la domanda a luglio e riceverlo a gennaio, quattro mesi dopo che il precedente è scaduto. E in quei quattro mesi non può registrare un esame all’università, rinnovare la patente, cambiare medico. Andare a Londra senza richiedere un visto mesi prima in ambasciata. Già, io prenoto dal cellulare un volo a venti euro e vado a vedermi gli Idles all’Electric Ballroom e lei deve depositare il passaporto all’ambasciata e chiedere se può.
Il permesso.
Perché è una straniera. Una forestiera. Una che non è di casa.
Il permesso. Per stare. Dove stai. Dove hai fatto le medie. Il liceo. Dove ti sei innamorata. Dove hai scoperto le lacrime. Il cinema. Il sesso. I concerti. Dove lavori. Dove spendi i tuoi soldi.
Devi. Chiedere. Il. Permesso.
Casa mia. Casa tua.
Lei parla in italiano perfetto, senza accento e piuttosto forbito perché l’ha imparato a scuola e non per strada. Non il dialetto che io ancora metto nelle frasi. Non i verbi transitivi che si portano su i terroni quando scendono il cane, non quello dei romagnoli che hanno rimasto solo due sigarette, non le madonne che infilo come intercalare nelle frasi perché son de Belun quando mi agito.
Ma lei, ogni anno, ha passato giorni di rabbia perché maltrattata da qualcuno che la faceva sentire fuori posto. Come una che deve chiedere permesso.
Scusi, posso entrare? Perché non è a casa mia.
E tu, con quella divisa addosso, che aspetti il pacco di mammà con dentro la ‘nduja e le hai gridato in faccia di muoversi e l’hai fatta sentire indesiderata, ospite non voluta; tu, sei a casa tua?
Tu che guadagni meno del lavapiatti che stai umiliando e che mantiene una famiglia qui e una in Pakistan. Tu, che sei una terrona; sei a casa tua qui, in piena pianura padana?

Io, che sono un polentone che odia l’umidità di questa piana senza confine, che non dico soccia, che mi fa cagare il sangiovese e il tortellino; io sono a casa mia?
E tu che sei bolognese doc, che vai a farti l’aperitivo da Zanarini e spendi cinque euro a bicchiere per un rosso che su da me ti prenderebbero a sberle se solo glielo facessi vedere da lontano, tu che stai a San Lazzaro nella casa dei nonni e quando prendi il 27 imprechi per chiunque abbia qualche tono di scuro sulla pelle in più di quelli che gradisci tu. Tu, che ti senti a casa, sei poi così sicuro che la nonna non fosse una polentona venuta giù con la piena? O il nonno un bel terrone venuto su col treno della speranza che puzza di piedi scalzi ancora prima di entrare in stazione?

Essendo il luogo in cui gli opposti vengono fatti coesistere e sono mantenuti in equilibrio, la casa va a definirsi come la matrice stessa della soggettività. L’azione simbolica della casa sull’individuo si riflette anche nella vita sociale, andando a rappresentare un costrutto chiave che riunisce e sovrappone tre campi: l’intrapsichico, l’interpersonale e quello sociopolitico.

E se anche la tua famiglia fosse qui da sempre, dal primo fondatore della stirpe abitante di questa piana ricca e accogliente, tu pensi davvero che ce ne freghi qualcosa? Che noi, che di casa qui non siamo ma ce la siamo vissuta, sudata, pagata, pensi che ce ne freghi un cristo o una minchia di te e del tuo suprematismo? Lo sai che il supermercato in cui fai la spesa lo gestisce un pugliese? Che l’autista del bus che porta i tuoi bimbi a scuola è lucano? La dada di tua figlia all’asilo è albanese e la badante della nonna moldava? Che la pizza che ti piace tanto la fa un egiziano che ha imparato il mestiere da un napoletano. Lo sai, sì?

Dalle mie parti, molti anni fa, è nata la Liga Veneta. Poveretti ubriaconi incazzati con tutti. Teste di cazzo che si esprimono a rutti e poi vanno a lavorare con Bogdan e Medi e non si curano neanche del fatto che non siano italiani: parlano in dialetto e bevono grappa al bar, quindi vanno benissimo. Razzisti in teoria, per approssimazione. Tanto per incazzarsi con qualcuno perché la pagnotta è sempre e da sempre dura.
Quando studiavo all’università vivevo in un cesso di casa con cinque amici. Tre del nord, tre del sud. Facevamo per qualunque cosa “terroni contro polentoni”: a chi toccava pulire, a chi la spesa, le partite alla play, i mega tornei di Risiko. Il Ciga, che è nato e cresciuto a Reggio Emilia, diceva che lui era del centro Italia, anzi, che Reggio è centro, centro-sud, perché il nord sapeva di razzista.
Ho sempre riso di quelle che ho sempre creduto solo parole stupide. Divisioni ridicole.
Poi ho vissuto qui, nella cicciona e godereccia e accogliente Bologna. E ho visto il razzismo, quello vero. Quello dei sorrisi borghesi e radical chic di chi non ha pregiudizi ma i marocchini no. Di chi chiacchiera col barbone sotto casa e fa beneficenza alla mensa dei poveri di Santa Caterina, ma se la figlia esce con un albanese l’ammazzo.
Del “qui tutti possono fare tutto” ma nei posti che contano ci stanno solo i mortadellari, anzi, solo alcuni tra i cognomi che contano tra i cognomi che sanno di passatelli in brodo.
Qui tutti possono stare. Ma al loro posto. Perché qui è casa nostra, alla fine.

La perdita della casa come luogo ambientale e psichico è spesso la base dell’insorgenza del disturbo post traumatico da stress che porta a rivivere continuamente l’esperienza della perdita, a vivere in uno stato di perenne allerta e nervosismo. Di sfiducia verso tutto e continua tensione.
La miccia che prima o poi, spero, accenderà in un rogo furibondo. In cui le case non saranno più di nessuno.

Vorrei poter ancora alzare il volume. Ma non ne ho più. È stata solo una mattina storta. Solo una signora col passeggino che cerca di salire sul bus e nessuno la aiuta, perché è negra. Solo quella stronza cessa che non voleva ascoltare il tizio indiano o bangladese. Faceva il suo lavoro. Solo lo sbirro che Loro e Noi. E io sono stato zitto.
Solo stare zitti. Che ci siamo abituati. A sentire gli insulti. Le separazioni. I discorsi da suprematismo bianco. O nordico o regionale o bolognese contro quelli di Modena.
Non sono mai stato zitto. Stamattina non avevo le energie di discutere, può succedere.
Anzi no, non può succedere, perché è così che ci si addormenta, che ci si abitua, che ci si gira dall’altra parte.
Che è inutile arrabbiarsi se ti trattano male mentre sei in fila per il permesso di soggiorno, che poi magari fanno apposta a non dartelo oggi.
Che è inutile rispondere allo stronzo sull’autobus che a voce alta fa discorsi da nazista.
Che è bene farsi gli affari propri.
Discorsi da cagasotto. Quando siamo stanchi diventiamo tutti codardi. E loro, gli unici loro che considero “loro”, cioè altro da me; loro: i razzisti, fascisti, borghesi, sessisti, leghisti, il nostro attuale governo, le forze dell’ordine, le istituzioni che difendono lo status quo, chi usa ancora la parola “problema” quando si parla di migrazioni e cittadinanza. Loro ci hanno presi così, per sfinimento, stanchezza, che ognuno ha già le proprie battaglie e non si hanno sempre le forze per combattere quelle di tutti.
Una mia carissima amica che sta combattendo una guerra contro una malattia mi ha scritto di recente che le cure stanno funzionando. Al mio “che bello, quando ci vediamo?” ha risposto “mi opero e poi sconfiggiamo il fascismo”. La amo.
Non starò mai più zitto. Perché non si deve. Perché è un dovere alzare la voce.
Perché per mezza stramaledetta parola che non ho detto ho un mal di pancia e una voglia di bestemmiare che vorrei suonare al campanello di un Salvini del cazzo a caso e spaccargli il naso con una testata e lasciarlo lì, per terra, senza una parola, a domandarsi cosa sia successo, come sia potuto accadere nel corridoio di casa sua. Dove si sentiva sicuro. Protetto. A casa. A casa sua.

FABIO RODDA

I dischi che piacciono solo a me, credo #37

Neils ChildrenChange/Return/Success (Soft City Recordings, 2004)

Sono qui, immerso mio malgrado in una domenica mattina indecisa se affacciarsi all’inverno o rimanere pervicacemente avvinghiata ad un’estate da Righeira; sto combattendo i postumi di una cervicalgia mugugnando contro il Signore Vostro Iddio e cercando di far pulizie più o meno stagionali. Sempre che si possa ancora parlare di stagioni. Dei ravioli smunti attendono il mio parco desinare e Brutalism degli Idles si sparge per l’aere, dandomi l’illusione di avere 20 anni e un sacco di dischi della Rouska Records ancora da ascoltare. Tipo Moscow Idaho dei Cassandra Complex. Bel dischetto tra l’altro (Brutalism, ma anche il 12” dei Cassandra), non sono nemmeno male in mezzo a quello zuppolone di riferimenti più o meno celati e a quella smania di scovare ‘qualcosa’ che pare aver colto ciò che resta della discografia anglofona, ormai un pulviscolo cerebrale con le manine atrofizzate. E me li immagino gli A&R di tutto il mondo (ecco, fate un favore: non unitevi) che piangono la morte della Vacca Grassa incolpando il mondo d’essere il sicario prezzolato. Eppure Brutalism scorre potente in mezzo ad una muscolosa sobrietà di rigido post punk e a rimasugli 1977, tra una sezione ritmica da Transiberiana e chitarre che garrotano. È quasi da Dischord, se la Dischord avesse preso i natali a Leeds o in qualche altra città con i nervi a fior di pelle. È che qualcosa – da subito e mio malgrado – mi accende un campanello, un dejà vu alla Matrix che non riesco a mappare. Torno con la mente a quel buontempone di Vincent Furnier (per gli amici Alice Cooper) quando – la prima volta che ebbe modo di confrontarsi con Marilyn Manson – se ne uscì con la mirabile frase ‘credo d’averlo già visto, uno così’. Rumego (termine intraducibile se vivete sotto il delta del Po) tra i ricordi mentre ascolto le bordate possenti e le ritmiche feroci di Brutalism. L’aspirapolvere ne rimuove parte delle rasoiate dando l’impressione di un remix dei Main o dei Pussy Galore finchè – all’angolo nord del tavolo della cucina – il campanello s’accende. Sono semplicemente la versione 2.0 di una band di ragazzetti stonati e ipertricotici che mi allietarono assai il cuore nei primi anni 2000: i Neils Children. Sissì, né più né meno. Stessa angoscia sonora, medesima attitudine, identica calligrafia sebbene laddove i Bambinelli si vantassero delle loro sbavature d’inchiostro codesti pare vadano fieri della loro filigrana purissima. È la produzione, bellezza. Quella cosa che ti rende maestoso il suono, amplificandone le gesta. Insomma, forse un po’ troppo sopravvalutati questi Idles (del resto la concorrenza è ben poca cosa oggidì), ma state pur certi che di molto furono sottovalutati i Neils Children. Siamo qui per ristabilire le gerarchie.

L’aspirapolvere ha finito il suo dovere e io mi fiondo negli archivi per ritrovare Change/Return/Success cominciando a far di conto. Le note riportano un vanitoso 2004, Anno Domini dei Franz Ferdinand e soliti ricorsi storici glam che – puntualmente – colpiscono Albione come le influenze stagionali. Ma non vi sono più le stagioni, si diceva. No? Difatti sembra siano passati 35 anni dai Giochi della XXVIII Olimpiade (Atene, se ve lo state chiedendo) e invece sono solo 14, un nulla davanti ad un tempo che pare elastico e alla bisogna sa attorcigliarsi su se stesso carpiandosi in un sornione Back To The Future. Solo otto i brani degli infanti ma remavano contro assai davanti ad un panorama che stava prediligendo tutt’altro. Cavernicoli rispetto allo scibile coevo, neanderthaliani da incisioni rupestri. Altro che bella calligrafia e filigrana, quivi s’annunciava la cronaca di una morte bellissima e perdente.

Molto dev’essere stato l’astio sonoro di John Linger e Brandon Jacobs in quel di Harlow (Essex), duo al quale va ascritta l’intera parabola della band. Duo che altresì poteva vantare nomi da sceneggiato poliziesco e la semantica non è cosa da poco se la scelta della denominazione sociale era un chiaro omaggio ai John’s Children, embrione dal quale si sarebbero sviluppati i T-Rex. E Neil, allora? Niente de che, figlioli, soltanto il soprannome di Hawkins – primo bassista della band – pronto a lasciare subitaneamente per divenire fonico dei Subways. La confusione era alta sotto quel cielo ma bastava un venticello perché l’NME li inserisse nel fibrillante calderone che stava eruttando The Horrors e These New Puritans. Che sono quisquilie, pinzillacchere, bagatelle, minutaglia, inezie & minuzie. Ne avevano invece eccome tra le sei corde i Neils Children, ne avevano talmente tanto che nulla era da spartire con i due piacioni di poco sopra. Due singoli di assestamento (St.Benet Fink e Come Down) e arriva la bomba, con buona pace del Dorellik: I Hate Models ha le stimmate dell’inno rivoltoso, cola plasma da Public Image Limited, sferraglia sanguinolento come dei Red Lorry Yellow Lorry capitanati da Jimmy Pursey, ha i polpastrelli intrisi di veleno Gang Of Four e un’attitudine punk come mai s’era udita negli ultimi tre lustri in Inghilterra. Con la formazione a tre (Linger alla chitarra e voce, Jacobs alle pelli e James Hair al basso) Change/Return/Success vede la luce su Soft Recordings. Il titolo è preso dall’uso degli I Ching usato da Syd Barrett per Chapter 24 (a proposito, cercatevi il loro rifacimento di Lucifer Sam) ma la miscela no. No, no e no. E iddio benedica chi sa far del diniego la sua arma.

Come Down è un inizio da spettacolo e magia, dei Cream at the Gates of Dawn che guardano le macerie fumanti del post punk; s’accuccia ai blocchi di partenza come un trip psichedelico e affronta la prima curva alla stregua di un garage rock basico e primordiale. Brian O’ Shaughnessy – che produce – convoglia sapientemente le mille influenze (e irruenze) del terzetto (appena maggiorenne!) in una miscela che spara chiodi e lapilli. Del resto il suo Bark Studio aveva visto passare crema britannica tra la più eterogenea: dagli Hefner ai Sun Dial, dai Denim a Beth Orton. How Does It Feel Now You Are On Your Own? è sporco, blasfemo, Adamant-ino nella sua tribalità psichedelica. Poi arriva I Hate Models e – pure se già s’è detto – ne andrebbe rimarcato il possesso in ogni magione. Trying To Be Someone Else For Free è una Killing An Arab sporcata dall’imperizia e dai Gang Of Four, si adagerebbe benissimo su Three Imaginary Boys o Solid Gold o anche su qualcosa che ne riporti l’osmosi di entrambi. Non fai in tempo a girarti e un altro ordigno ti scoppia in faccia: Getting Evil In The Playground è la versione garage punk dei Kaiser Chiefs, corre a 120 all’ora in un ottovolante di chitarre e cori Sham 69 e lascia al palo tutto quello che avrebbero voluto essere i Maximo Park. Infettiva come What Will You Say To Me, abbecedario – eccoci! – sul quale gli Idles andranno ad edificare la loro sintassi. Change/Return/Success è sporco, caciarone, punk quanto poteva essere punk Nuggets o certa psichedelia ferruginosa dei Sessanta. Ha rabbie incontrollabili, delle chitarre maligne e impasti vocali ascrivibili agli Smiths (nel senso de signori Robert e Mark) e al vero John’s Children (Lydon). E proprio da un immaginario Nuggets rivisto dai Cure proviene In The Past, traccia che assieme alle ‘odiose modelle’ di poco sopra si candida quale meraviglia suprema: i tamburi singhiozzano, le chitarre sono magli che scintillano sullo sfondo, Linger prova a dare una propria interpretazione del termine pop music mentre un basso svogliato conduce ad un ritornello senza rughe. Una candela che arde su entrambe le estremità non potrebbe bruciare di più. See Through Me chiude in bellezza lo stupeficio di un disco più grande della somma delle sue parti, dei Generation X al Vortex, dei Wire che fan di conto (12XU), delle chitarre che ruzzolano lungo le scale di un film di Tim Burton, dei tamburi che minacciano guerra. They Predict A Riot. Sono 3,94 euro impegnabili su Discogs, al cambio attuale nemmeno 50 centesimi a brano. Manco iTunes è così servizievole con la musica che dovrebbe allietarci le sinapsi.

Pareva fatta, per i Neils Children, unici (con Libertines e Art Brut) a risalire la corrente rock and roll di quei mediani 2000. Un timido affacciarsi alle classifiche nella top 50; svariati tour con The Horrors, Razorlight e Bloc Party (nomi caldissimi di quella stagione) e addirittura due incursioni live in Giappone. Pareva fatta, già. E invece. All’arrivo di X.Enc tutto è cambiato, persino i capelli, resi mansueti dall’avanzare dell’età. E, a proposito: Hair – nomen omen – abbandona lasciando la coppia a dividersi strumenti e turnisti. Rivoluzione copernicana X.Enc, resa fruttata da 11 tracce che molto devono alla Postcard Records, indie scozzese e Orange Juice e dove I’m Ill si palesa come il più bel pezzo dei Josef K mai pubblicato. Stupore e difficoltà nel maneggiare cotanto voltafaccia. Ma mica è finita eh, che Linger dev’essere uno schizofrenico sonoro non da poco: Dimly Lit (Boudoir Moderne, 2013) spariglia nuovamente le carte e stavolta davvero non si sa da che parte prendere un album nel quale si avvertono profumi Stereolab e Silver Apples. Con un mixer appartenuto alla consolle del glorioso Moulin Rouge (qualcosa vorrà dire, non so cosa ma qualcosa) le 11 composizioni spaziano in un atmosferico jazz noir alla Barry Adamson (The Beat On The Boulevard) o in vittoriane partiture care a gente come Jack e Tindersticks (Edward The Confessor). Sorpresa e mutamento sonico più grande l’Inghilterra mai ebbe modo di ascoltare. Eppure anche quest’ultimo rimane album ottimo, intriso nel veleno di alcune grandi canzoni, sebbene ascrivibile ad un’altra entità che esula da quei Children Of The Revolution dell’esordio.

Di quella coppia alla Jeckyll e Hyde ne ho perse le tracce suppergiù in quei tempi, dalla terza lettera di Linger agli Apostoli (tra i quali mi pregiavo d’appartenere); sporadiche notizie davano il nostro riciclato in guisa di quotato produttore pronto a seguire la carriera del fratello Paul negli Electricity In Our Homes, banda transumante addirittura dalla Too Pure alla 4AD. Oggi la sigla Neils Children riposa in una morte apparente. Le notizie si fermano a Reduction, album liquido edito lo scorso anno dalla Structurally Sound, etichetta di proprietà dello stesso Linger. Eppure, riascoltandolo oggi, Change/Return/Success porta indelebilmente addosso la nomèa di confusionario capolavoro, fosse altro per aver caparbiamente voluto inseguire (e indicare, soprattutto) una strada sterrata, controcorrente, senza alcuna concessione. Erano destinati al fallimento, la loro meta ebbe successo.

I ravioli borbottano, la casa ha una parvenza di pulizia domenicale, l’aspirapolvere giace in luogo sicuro e la cervicalgia chiede un armistizio. E solo allora che ti fermi a pensare quanti ne vorresti di Neils Children, gente che sappia volare sul nido del cuculo, che riesca a mutar pelle e malignità come la Mystica degli X Men; musicisti che dell’incoscienza sappiano farne arma letale. Vorresti, certo. Ma poi sei costretto ad accontentarti degli Idles. Faremo di necessità virtute.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #36

Dälek Negro Necro Nekros (Gernd Blandsten, 1998)

Non sembro uomo da hip hop, non sono uomo da hip hop. Mai portato cappellini imbarazzanti o pantaloni di tre taglie più grandi. Mai battuto un ‘cinque’, manco ai tempi di Jovanotti. E degli italici epigoni mi sono genuflesso sugli Onda Rossa (e l’Isola) Posse e poco altro. Ergo, stop al panico e tirem innanz che mi preme sottolineare l’assioma. Non sono precipuamente uomo da hip hop, lo ribadisco, tanto più che – per carattere, censo, antropologia spiccia e fede calcistica – non ho mai agognato al Club degli Sboroni, quel Rotary di Neanderthaliani che credono d’aver visto la luce e di conoscere una pagina in più del libro; egotici, pieni di sé (e di te, loro fine ultimo), mai domi eppure dominanti. Zecche tacchenti che non ammettono repliche o critiche. Quelli che ti spoilerano la vita prima ancora che accada, quelli che ‘io so’ io e voi non siete un cazzo’. Gente di cui l’hip hop da copertina è stato pieno, almeno per un buon paio di lustri, mentre ero intento a girar pagina – semplicemente – in cerca dei necrologi. Quindi non sono (mai) stato uomo da hip hop (e tre!) essendo nato in mezzo al fangoso guado dove sguazzavano con fatica 400 Blows e 1000 Violins, che a far numeri sono buoni tutti. A meno che non mi vogliate iscrivere nelle liste di collocamento di quell’eterogeneo miscuglio (non necessariamente black) che mette in fila un po’ di tutto, dai De La Soul ai Consolidated, da MC 900 ft. Jesus agli Outkast, dai Disposable Heroes Of Hiphoprisy a – persino – PM Dawn. Mi fermo lì, dove gli spigoli si curvano ma non per questo non ti entrano nelle carni, se ci cozzi contro. La roba tosta (Public Enemy in testa) la conservo da un’altra parte, sotto il santino di Ulrike Meinhof.

Ho sempre pensato fosse un po’ troppo… come dire… anacronistico e tirato per i capelli (per chi ancora ne avesse, certo) vantare nel proprio dna qualche filamento di una filosofia di vita nettamente agli antipodi da una popolazione che si è dovuta ciucciare 2000 anni di Papato e che ha dato i natali a Dante e al Rinascimento. Certo, La Divina Commedia è hip hop ante litteram, parolacce incluse, ma noi siamo sempre stati quelli di “Francia o Spagna purchè se magna”, figuriamoci se saremmo mai scesi in piazza per qualche rivoluzione nel Bronx agitando un fucile a pompa o una molotov, ‘chè già al casello dell’autostrada cominciamo ad aver problemi e ‘teniamo famiglia’. Però è anche vero che ogni regola vuole la sua eccezione per vidimarla, e – per quanto mi riguarda – alcuni dischi di genere sono stati degli ordigni pronti a scoppiarmi in faccia senza che me ne accorgessi. Cosa bizzarra e curiosa piuttosto ed anzichenò visto che – nel 1998 – ero imbambolato sui Boo Radleys e Screwdriver (il cocktail, sia chiaro). Non ero uomo da hip hop. Punto.

Uno di questi dischi però mi entrò a gamba tesa in casa, nella testa e negli ascolti. Io che manco sapevo se ‘sto Dälek fosse un solista, un gruppo o un gelato. Io che ero fermo (vetusto babbione) ai Dalek I Love You, peperoncini wave dei primi ottanta, tanto per sottolineare come la sconfitta ce l’abbia nel sangue. Scoprivo invece che si trattava di un duo: Dälek (appunto: vero nome Will Brooks) e Oktopus (Alap Momin) sorta di Justin Broadrick dell’hip hop, due omaccioni in confronto ai quali il tenerone del Miglio Verde pareva Don Lurio. Bastò un solo secondo, appena introdotto sul lettore questo Negro Necro Nekros per capire che si faceva sul serio, che la voglia di portare quel plasma sonoro fuori da ogni confine dandogli una geografia frastagliata e apolide era spasmodica… e forse nemmeno loro riuscivano a capire dove sarebbero atterrati. Un solo secondo nel quale parecchi dei miei ascolti si dissolsero nella calce viva (un nome? I Cast). Un secondo nel quale compresi che a spararle grosse sono buoni tutti, a prendere il bersaglio molti meno.

Un disco (un mini, in verità) che era hip hop quanto i My Bloody Valentine erano shoegazer. Ergo un cicinin, forse. E proprio la banda di Kevin Shields faceva capolino in qualche frattura di questi 5 brani, assieme a mille altri strani incrociatori sonori: dai Faust agli Einsturzende Neubauten, dai Neurosis agli Young Gods, dai Pharcyde agli Scorn, da Ornette Coleman a William Burroughs. C’era un sacco di roba qui dentro, e ti ci voleva una vita per riuscire a decifrarla tutta. Ci vorrebbe pure una sorta di Harmonic Google Translator – aggiungerei – per decrittare adeguatamente qualcosa che verrebbe ascritto all’hip hop solo convenzionalmente e per una questione di latitudine, quando invece è apolide già di suo. Sitar, lunghe code strumentali in odor di rovente prog, percussioni industriali, stacchi di melmosa ambient, calor bianco e facce (non ‘faccette’) nere. Nerissime. Incazzate e furibonde senza mai aver bisogno di scandire slogan da discount. Altresì privi della retorica stantìa riguardo ‘la musica del ghetto’, o ‘dell’unica arma, oltre al basket, per risollevarsi da una sorte già segnata’. Fuffa, almeno in quel finir di millennio, nel quale gli adepti erano già sufficientemente adulti per abbandonare la scuola dell’obbligo, pronti ad iscriversi all’università (non della vita, vi prego) di questo favoloso consenso popolare che a noi – molliccioni bianchi – era scoppiato addosso lasciandoci un ghigno malevolo. Insomma: niente macchinoni, gnocche supreme e chincaglieria dorata. Niente sparatorie, denti d’oro o mattonazzi da 18 carati al dito. I Dälek avevano ben altre frecce in faretra: una ricerca spasmodica in primis, e poi delle geometrie aguzze; ma anche un senso hardcore nelle liriche, uno spettro sonoro che fondeva jazz a psichedelia metallica, che urta e geme su concreti frattali di progressive, che non ha paura di campionare qualsivoglia frammento di suono per innestarlo in questo blues del nuovo millennio, per una volta davvero black and proud. Negro Necro Nekros usciva nel 1998 e difficilmente qualcosa ci aveva scarnificato così a fondo la ghiandola pineale, incapaci di mettere a fuoco immediatamente cosa ci fosse sotto quella coltre di lapilli, pur avvertendo di pancia che, ‘lì sotto’, stava avvenendo un’eruzione. Con la U, sia chiaro.

Sono solo 5 brani, ornati da una copertina alla Eraserhead dove già da Swollen Tongue Burns (posta in apertura) pare di avvertire i Disposable Heroes Of Hiphoprisy, solo in combutta con gli Scorn. Accelerazioni, improvvisi mutamenti di rotta, fiati, paludi psych e battiti saturi. Minutaggi estesi quando non estesissimi (i dodici minuti di Praise Be The Man, dove il respiro di John Lennon viene immerso nell’assenzio industrial e affiorano i Faust), spettro sonoro eterogeneo (le tablas e l’atmosfera asiatica di Three Rocks Blessed) a dimostrazione di come vi fosse una volontà lancinante nell’elaborare tracce che erano qualcosa di più di uno slogan con la data di scadenza impressa sui campionamenti. Images Of .44 Chasing è la trascrizione dei Can nati nel Bronx o di Terry Riley a corte dei Consolidated. O, ancora, più semplicemente, una meraviglia. The Untravelled Road è jazz. Moderno, scomposto e davvero rivoluzionario. Ornette Coleman che rivede ‘L’Uomo dal Braccio d’Oro’ sotto una pioggia di fuoco e di Pasti Nudi. Cinque brani, cinque round che ti lasciano al tappeto, non serve molto altro per perimetrare questo disco. Che è un unico continuum assolutamente devastante, con alcune oasi di purezza classica a rinfrescarne il cammino. Certamente non la materia per gli azzimati modernisti che affollano il MiAmi squirtanti terzine da cantautorato nostrano, ma è innegabile come Negro Necro Nekros sia stato il suono del futuro, in quel sonnacchiante 1998. Mi sa che lo è ancora.

P.S.: mentre pirleggio da solo – da buon multitasking – imbambolato su questa orribile sciacquatura di luoghi comuni propinatavi, sto dando un’occhiata impulsiva al legno piegato delle librerie. Beh, sono sufficientemente stivato di Run DMC, N.W.A., Public Enemy (sotto il santino di eccetera eccetera), LL Cool J, Beastie Boys, Wu-Tang Clan, Eric B. & Rakim, Futura 2000, Afrika Bambaataa. Ma anche di 400 Blows. Quindi, cazzo dico? Yo!

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #35

Mick RonsonSlaughter On 10th Avenue (RCA, 1974)

Ah, Ronno. Ronno! La più pregiata manovalanza rock di sempre; l’uomo schivo e umbratile capace di trasformarsi in Polvere di Stelle appena metteva piede e chitarra su un palco. Il musico in guisa di supernova che si fece praticamente da solo Transformer di Lou Reed – dacchè il titolare incapace d’avere una qualsiasi reazione emotiva o anche solo accordarsi la chitarra – senza raccogliere un’oncia di notorietà o di gratificazione economica. Quello fortissimamente voluto da Bob Dylan nella Rolling Thunder Revue mentre il nostro (incredulo) era pronto a rifiutare pensando trattarsi di uno scherzo. Il biondino più cool di sempre che incideva cover di Claudio Baglioni e Lucio Battisti e poi veniva in Italia (nel 1987) per collaborare con i Moda – senza accento! – di Andrea Chimenti; l’artista supremo che con il suo arrangiamento rese Life On Mars? quella che è, ovvero un capolavoro e Suffragette City (con l’illuminazione dell’ARP 2600 usato come un sax) la pietra d’angolo sulla quale si edificherà il brit pop tutto; il moschettiere che partecipò – come musicista e produttore – a Cardiff Rose di Roger McGuinn, inventando letteralmente i Clash (credetemi!) nella traccia Rock and Roll Time.

Quanti Mick Ronson abbiamo avuto, vero? Da perderci il conto. E quanti sono probabilmente ancora nascosti tra le pieghe del tempo e della letteratura pop. Sentite questa, ad esempio: nel 1964 Ronno si sta facendo le ossa con i Mariners, gruppo pronto a cambiare nome – per imposizione di Bill Wyman – in King Bees. Qualche chilometro a sud il suo futuro sodale (come: chi?) sta incidendo un 45 giri (Liza Jane) come Davie Jones And The King Bees. Ma mica è finita, eh: tempo tre anni e il biondo forma i Rats (è già punk e non lo sa) la cui unica parvenza di fama è un 45 giri chiamato The Rise And Fall Of Bernie Gripplestone che… Oh, insomma: state cominciando a far di conto, vero?

Un nome indissolubilmente legato a quello di David Bowie, prima che quest’ultimo (che riusciva ad essere stronzetto assai, alla bisogna; si dovrà attendere Hunky Dory per vedere il nostro accreditato nelle royalties) lo liquidasse con una pacca sulla spalla, lasciandolo al freddo e al verde. Come dar torto, ora, al buon David? Non avesse voluto pigiare l’acceleratore chissà quanti manicaretti ci saremmo perduti per strada. E se è vero che l’A Lad Insane molto prese dal suo stra-or-di-na-rio chitarrista è altresì sacrosanto il contrario. Quante potremmo recitarne di omelie su Mick Ronson, la chitarra più ispirata e originale dei Settanta richiamata a gran voce da Morrissey per la produzione di Your Arsenal, nel 1992. Pareva fatta, e tutti ammainavamo il Gran Pavese per riavere la sei corde più figa di sempre tra noi. Non proprio tutti, invero, visto che il suo nome è una delle mie due cartine tornasole per saggiare spocchiosi soloni (l’altra? Chiedo con quale gruppo suona la batteria Roger Taylor); sono sempre solerti nel rispondere che il platinato chitarrista è all’apice delle loro preferenze ed è intoccabile ma, ahimè (e lo dico per le sue royalties), ‘incidentalmente’ non hanno alcun manufatto in casa. A parte Ziggy Stardust. Che, hic et nunc, non fa testo.

Sembro anche io uno spocchioso solone ora, ma in guerra e in amore tutto è lecito ed io – Mick Ronson – l’ho amato e lo amo tuttora assai, pur senza esserne un completista (Heaven And Hull, del 1994, non ha preso residenza). Proprio amore, quello vero non surrogati da seguace part time, quello con palpitar di cuore e farfalle nello stomaco, quello con abbracci dorati e vaffanculo taglienti. Quello che ti rende entusiasta anche una minestra tiepida. Parte la sua chitarra (in proprio o prestata a terzi) e ho visioni di Top Of The Pops, stile con la esse maiuscola, sigarette in bocca, giubbino di lamè e quella Gibson Les Paul Custom ‘Black Beauty’ del 1968 alla quale fece grattar via la vernice per aumentarne le frequenze. Una chitarra che pareva provenire da un’altra galassia. Non troppo lontana.

Mick Ronson era il futuro, nel 1972. Tre anni più tardi – per gli stessi acquirenti – era un ingombrante residuato bellico nonostante Slaughter On 10th Avenue (il suo primo album solista) fosse riuscito a raggiungere la posizione numero nove delle classifiche inglesi. L’onda lunga del Duca, si disse, più che vera fama in proprio. Luce riflessa. Ma anche no, aggiungerei. Nel 1975 Creem lo elegge secondo miglior chitarrista dell’anno (dietro Jimmy Page) e la strada sembra spianata; nessuno ha fatto i conti con Ronno però, uomo che ha a cuore la musica e non si trova a suo agio nel ruolo di frontman. Non ne è abituato, lui è il muscolo possente non la faccia da copertina. Guida le truppe celandosi al loro interno più che cavalcarvi in testa. I concerti zoppicano e il pubblico – convinto di trovarsi davanti l’ennesima permutazione Ziggy – si confonde davanti ad un canzoniere che è sì glam ma sa declinarsi ‘altrove’ in termini sonori.

Mi si secca la gola e un groppo la ostruisce quando penso che Ronno non è più tra noi e tocca accontentarsi di quei (un paio, bastano) dischi dati alle stampe lungo un biennio nel quale persino Bowie stava cercando altre strade. Mick no, non aveva bisogno di esplorare, faceva quello che aveva sempre fatto: suonava la chitarra. E lo faceva benissimo, con uno stile particolare e pochissime permutazioni, com’è d’uopo per i musicisti sopraffini che non hanno necessità di urlare al mondo il proprio ego. Ne aveva pochissimo del resto, e non è un caso che sia stato sempre il nocchiero sottocoperta, il timoniere all’ombra dell’albero maestro. La guida ma non il faro. Arrangiamenti, accordature, rifiniture di composizioni, quartetti d’archi da bilanciare, strofe da unire senza traumi. Laddove c’era da lucidare, comporre, levigare o cucire arrivava Ronno. Tutta roba che gli riusciva benissimo e io non so mica – realmente – di quanti indefessi, talentuosi e disinteressati stakanovisti abbia potuto fregiarsi il rock and roll, oltre a lui. È altresì inutile ch’io stia qui a piangere lacrime di coccodrillo, il Ronno ormai è uno Starman dal 1993 e pure i suoi manufatti non sono così visibili su questa o quella bancarella. Mai stati, tra l’altro. Resta il nome, quello sì; ci si spende quello, un nome buono per qualche documentario (Beside Bowie – The Mick Ronson Story, da strappare il cuore) e poco più. Ma io vi perdono, figlioli e chi è senza peccato scagli il primo plettro.

Slaughter On 10th Avenue dunque, un titolo che pare preso di peso da un telefilm con Charles B-Ronson e invece è esordio sul quale la RCA – in quel 1975 – punta assai, facendone accompagnare le registrazioni da nomi quali Aynsley Dunbar alla batteria (Eric Burdon, John Mayall) e Mike Garson alle tastiere. Quest’ultimo prezzemolino rock che suonerà con tutto lo scibile musicale (dallo stesso Bowie a Annette Peacock, da Stan Getz ai Nine Inch Nails) prima di finire nei Poliphonic Spree. Bizzarro, vero? Comincia con una Love Me Tender (esatto: quella del Re) in cui un pulviscolo gospel si fa glam prima che una voce insospettabilmente pregnante accompagni un pianoforte che scivola nei bassifondi. Growing Up I’m Fine proviene dal canzoniere di Bowie ma sembra il più bel pezzo dei Queen. Poi arriva Only After Dark e si capisce come il seme del nostro abbia fecondato imberbi pischelli pronti ad azzannare le classifiche. Rock And Roll all’ennesima potenza, immediato, muscoloso e con un groove da paura. Dei Roxy Music fatti di estrogeni e sporchi di sudore ritmico; Ziggy che intravede le luci al neon di Sheffield; Bolan che prende le redini della DFA. Ci sono già tutti i Placebo dentro Only After Dark ma il nostro si permette di inserirla quale lato b di Love Me Tender, ignorandone l’enorme potenziale commerciale. La psicotica versione degli Human League contenuta in Travelogue (1980) renderà giustizia. Forse il più bel pezzo di carriera che ancor oggi non ha perso un grammo del suo smalto. All’arrivo di Music Is Lethal non ci capisci più nulla. La musica è firmata Lucio Battisti e il testo David Bowie. Che altro vuoi aggiungere dinanzi a cotanto senno? Magari che Io vorrei… Non vorrei… Ma se vuoi diventa un inno autunnale come pochi. Arrangiamento ovattato da riverberi, piccole pennate di chitarra, un retrogusto bowiano (Pin Ups, circa) e un climax incommensurabile. Bittersweet Symphony, e se non ci perdete il cuore siete “Uomini e Nonne” Amici di Maria. Ma mica sono finite le sorprese, ‘che la grandezza di un musicista si misura anche dagli omaggi, e non ho ricordi di qualcuno che riesca a far coesistere nei solchi Lucio Battisti e Annette Peacock. I’m The One proviene dal repertorio di quest’ultima e riesce ad immolarsi nello stesso arrangiamento usato per Love Me Tender (non a caso riletta anche dalla Peacock proprio nel suo I’m The One, del 1972); ne rappresenta lo spirito jazz blues e sa declinarsi doloroso nella sua negritudine. I fiati pregano Dio e l’Altissimo pone la mano sui capelli biondi del nostro, donandovi sapienza. Pleasure Man / Hey Ma Get Papa è un medley in transumanza dove il primo continua nella tradizione blues del precedente prima di mutar pelle in guisa di glam rock scuoti chiappe. La nomèa di più bell’apocrifo bowiano di sempre non è iperbole. Chiude Slaughter On The 10th Avenue e – in quel pasticcio alla Star Spangled Banner virata soul – c’è già in nuce tutto l’indeciso destino a venire.

Play Don’t Worry (RCA, 1975) scivolerà subito in un modesto numero 29 in classifica pur contando su un trittico di zampate feroci. White Light/White Heat suona punk e – a suo modo – The Fall; Empty Bed (Io me ne andrei di Claudio Baglioni) acquista uno charme sconosciuto; Woman dei Pure Prairie League profuma di larghi spazi americani e di hard rock. Giusto per buttarne tre che – spero – incuriosiscano il puro di cuore. Ora dovrei chiudere, mi sa, il tempo scarseggia e Slaughter On 10th Avenue mi esorta all’ordine dallo stereo con quel suo fruscio impercettibile, reclamando meritato riposo sugli scaffali. Pare schivo anche lui, come il suo autore.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #34

Billy MackenzieOuternational (Circa, 1992)

Nel 1992 Billy Mackenzie è un uomo e un’artista allo sbando. Quello che – esattamente 10 anni prima – era stato il volto e il compositore più astruso (e inclassificabile) occhieggiante dalle copertine delle riviste, il musicista più eccentrico e glam della sua era, l’uomo citato da Morrissey (con il quale si rumoreggiò un flirt) in William, It Was Really Nothing, nel 1992 stava cercando di sopravvivere a se stesso. Ancora per poco però: solo un disco (Beyond The Sun – Nude, 1997), 5 anni e una manciata di pastiglie di Amitriptilina lo separavano dall’oblìo. Un oblìo così ardentemente inseguito lungo tutta una carriera che appellare altalenante è arrotondare per estremo difetto. Una decisa marcia verso la rimozione della sua immagine pubblica e una distruzione scientifica della sua arte. Sabotatore nato, il Billy e – aveste quell’età che si avvicina al mezzo secolo e/o qualche vetusto amico in Inghilterra – saprete che la di lui leggenda si è edificata su bizzarrie (antenati gypsy; concerti punk assieme alla mamma; fughe nel bel mezzo delle registrazioni); trivia (un matrimonio negli Stati Uniti con una probabile erede di Howard Hughes. Per inciso: un omonimo Howard Hughes finirà davvero negli Associates); cazzate inenarrabili (tre bottiglie di Baileys al giorno e la capacità di espellerle a comando) e disastri perseguiti con raro acume, ma anche con almeno quattro o cinque pagine di pop lussuoso, sibarita e inarrivabile. Nel 1992 Billy è un uomo finito dunque, una nota a piè di pagina. È ritornato a vivere a Dundee facendo il pendolare verso l’odiata Londra soltanto nei fine settimana, tanto per rimarcare come quell’arte da lui tanto agognata sia diventata un noioso lavoro. C’è un treno che fa la tratta in poche ore e – ogni venerdì pomeriggio – Billy Mackenzie salta controvoglia in qualche vagone. Ha ancora rare braci della sua scoppiettante ironia e della sua tellurica arte pop; cerca qualcuno disposto a dargli un’ultima possibilità e quel treno è un simbolismo non da poco. Nell’ambiente lo si guarda con un misto di pietà, rispetto e magari con un risolino che riporta ai gloriosi tempi, quando era solito prenotare due suite nei migliori alberghi della capitale e i concierge invece di veder arrivare Alan (Rankine, sodale per osmosi in quella congrega diversamente pop chiamata Associates) dovevano sorbirsi Tonto e Thor, i due levrieri afgani. Deiezioni su persiani purissimi, caviale, salmone stufato, Dom Perignon e il conto (extra cleaning compreso) da inviare alla Wea. Max Hole – che di quella corazzata era il boss – rideva scuotendo il capo e firmava l’assegno. So’ ragazzi.

Del resto Sulk era stato l’album con la A maiuscola, in quel 1982, e – sebbene fosse costato un fottìo per l’epoca – era pur sempre stato acclamato dal Melody Maker quale disco dell’anno, portandosi a casa vendite cospicue, un paio di singoli nella Top Ten e una futuribile epifania in guisa di 45 giri (Party Fears Two) di cui ancor oggi si vagheggia. Non voleste credere a me, Simon Reynolds è lì a certificarlo. Un disco che aveva ridefinito il concetto di pop, portandolo ‘oltre’ con un pomposo agglomerato di arrangiamenti e un istrionico concetto dello studio di registrazione: palloni di elio usati per assorbire i suoni, lastre metalliche fatte vibrare per dare un senso di ampiezza e spazio, chitarre riempite di urina, smodato uso di piste (non solo del mixer) e tubi dell’aspirapolvere usati come microfoni. Doveva suonare ‘costoso’, ebbe a dire la premiata ditta, babilonese negli intenti, sparksiano nel suo edonismo. Così fu. Ma nel business con gli avanzi dei rimpianti ci fai poco. Billy svicola, si cela, scapriccia, punta i piedi, è emotivamente autistico, wagneriano nei confronti della pecunia, dissipata in maniera bulimica. Anela al successo ma quando lo raggiunge ne rifugge, sabotandosi. Gli Associates – una volta intravisto il tetto del mondo tramite Seymour Stein della Sire – svaniscono in una nebbia di dubbi e autocompiacimento. L’uomo è pronto a firmare un contratto da 600.000 dollari su un tovagliolo del Camden Palace per il lancio negli Stati Uniti, ma Billy ne rifugge inorridito. Ha paura, il palco non lo regge, desidera diventare un certosino amanuense dello studio di registrazione. Gli alibi sono intercambiabili ma il risultato no. Alan giustamente s’incazza come un cane (Tonto o Thor?) al quale han sottratto l’osso dorato così faticosamente perseguito e sbatte la porta. Gli Associates non esistono più, viva gli Associates. Sigla da allora faticosamente portata avanti (di lato, meglio) dal solo Billy, che non ne combina una di giusta e ha un talento innato nell’imboccare strade perdute.

Perhaps (Wea, 1985) è un confuso miscuglio di registrazioni durato tre anni e portato al parossismo, un’altra ventagliata da centinaia di migliaia di sterline (Max Hole firma ma comincia a sorridere meno). Nel 1985 il disco è pronto ma Billy è insoddisfatto. Spariscono i nastri. Maigret scuote la testa e non trova il colpevole, Billy sogghigna e lo registra esattamente nello stesso modo, confusione compresa. Manca assai, uno come Alan Rankine (chiedete a The Edge dove abbia imparato ad usare la chitarra come una Gillette Fusion Proglide), eppure c’è Those First Impressions, zuccherino pop come pochi e – soprattutto – Breakfast, la quadratura di un cerchio dove orbitano Scott Walker e Richard Clayderman. Ci puoi vincere Sanremo con una canzone così, o farti venire a prendere sotto casa da Burt Bacharach. Ma Billy non lo sa. Registra un duetto con Annie Lennox (allora davvero la star planetaria per antonomasia) e getta il nastro in un momento di confusione. Gli viene altresì offerta la parte da protagonista e un intero caveau di sterline per Absolute Beginners ma – nonostante un imminente bancarotta e pesanti flirt con l’eroina che lo confinano in uno squat della capitale – rifiuta con garbo. Poi arriva The Glamour Chase e stavolta piscia davvero fuori dal boccale con un’accozzaglia di omo-disco (Reach The Top, manco i Pasadenas), cover astruse in salsa techno-teutonica (Heart Of Glass), folk per boscaioli (Country Boy) e zuccherine ballate pop (Take Me To The Girl). La Wea ne blocca l’uscita (rimarrà inedito fino al 2002). A Max Hole girano i coglioni, smette di firmare e finalmente lo chiama a raccolta. Avrà a raccontarne negli anni – di quell’ultima seduta – con un malcelato senso di nostalgia ma anche con la consapevolezza di essere sempre stato due passi dietro l’incosciente candore autolesionista del Mackenzie.

Sapevo che Billy non avrebbe mai avuto vendite milionarie, ma a noi non interessava. Era un nome di prestigio nel catalogo, un po’ come Tom Waits per l’Island. Artisti che DEVI avere e per i quali i meri calcoli economici sono ininfluenti. Ma eravamo in rosso di due milioni di sterline e Billy non ne voleva sapere di smettere. Lo chiamai a raccolta e gli dissi che poteva ritenersi libero dal contratto. Non fece una piega. Mi chiese solo se potevo pagargli un taxi per tornare a casa. Certo – dissi – nessun problema. Tempo dopo mi arrivò in ufficio la fattura. Si era fatto riportare a Dundee. Questo era Billy”.

Ci riprova con la Circa Records (sussidiaria Virgin) per l’indeciso Wild And Lonely (1990), dove schiaffa qualche zampata (Fever, un rap come solo Billy Mackenzie poteva intendere; il poppettino sintetico di People We Meet; la solita ballatona col wonderbra di Where There’s Love) ma le unghie hanno la micosi. Pare scientemente deciso a bruciarsi in vampate di combustione artistica.

Nel 1992 Billy Mackenzie è dunque un uomo e un’artista allo sbando, caparbiamente ostinato come quel treno che fa un’unica tratta. Le etichette si guardano bene dall’annetterselo. Porta guai dicono; è un pozzo senza fondo di pretese e sperperi; è capace di chiedere scarpe rosse per tutti gli strumentisti altrimenti si rifiuta di registrare. Si limita a fare noiosa manovalanza e comparsate (Holger Hiller, Barry Adamson, Loom, Boris Grebenshchikov), il suo talento va di pari passo con la sua calvizie: s’incanutisce, si secca, ne perde i bulbi piliferi. Cade a terra senza darlo a vedere. Guarda disincantato un mondo che non gli appartiene più e che – forse – aveva sopravvalutato (tra le righe di Club Country c’è già scritto tutto: if we stick around we’re sure to be looked down upon).

È ancora la Circa a dargli un’ultima possibilità tramite un contratto disseminato di steccati e paletti: vai e non peccare più. Billy fa lo scolaro diligente, il pendolare del quale si disquisiva poc’anzi. Intensi week end di registrazioni assieme ad una manciata di nomi eccellenti (Moritz Von Oswald, Thomas Fehlmann, Boris Blank, Ralf Hertwig) per il primo lavoro solista. Outernational vaga in una terra di nessuno, apolide. La cinica e istrionica verve degli Associates è solo un ricordo, di Babilonia non rimangono nemmeno le macerie. Outernational implode in un junghiano esame di coscienza, dove la tristezza ha un passo da Portishead (sentire la title track, messa come manifesto programmatico ad inizio disco e intrisa di Station To Station). Un disco prettamente elettronico, poco ascrivibile al nostro non fosse per quella supervoce, quivi sfruttata ad un decimo delle proprie possibilità (ma c’è Baby, e poi ne parleremo). Trip hop in odor di seduta psicanalitica, simil house con tentacoli di dolore e la convinzione d’aver fatto il proprio tempo. Billy Mackenzie è un superstite che tenta di rifarsi il verso, adoperandosi con linguaggi consoni ad un periodo storico che non gli appartiene più. Sarà flop pantagruelico (solo 5000 copie vendute), ma pure deciso cambio di rotta, frattura netta tra un ‘prima’ isterico pieno di lustrini e paillettes e un ‘dopo’ francescano.

Un disco che ha un avanzare felino, che non sgomita e anzi sceglie scientemente di rimanere nelle retrovie, al freddo e al gelo. Un album glaciale e anaffettivo, di crioterapica bellezza edificata su suoni e racconti. Un disco da aperitivo delle proprie consapevolezze. Feels Like The Richtergroove deboleggia su canovacci cari a The Glamour Chase (e probabilmente ne è un candido scarto) tra reminiscenze acid house vestite bene e i Fluke. Billy gigioneggia con svisate d’ugola rhythm and blues ma la discesa libera di patimenti è già cominciata (those heartbreak moves just bring me closer dreaming myself away, I count the days until they’re closer). Opal Krusch è un canto alla Faithless, un downtempo che porge la guancia a Bachelorette di Bjork. Colours Will Come (singolo estratto) non le manda a dire col suo in(ter)cedere da MTV: “the message is clear, you are what you fear in this world of confusion”. Ritornello da opera pop (Poperetta, no? Tanto per citare), allure da Paradise Garage (Larry Levan avrebbe gradito eccome) e grandissima performance vocale, ma anche illusione pressante di un’inconsistenza che farà grandi gli Hot Chip. E poi il superbo gotha: Pastime Paradise, miglior interpretazione dello Stefano Meraviglia di sempre (assieme a quella di Ray Barreto). Tra incedere reggae e una supervoce sempre sul punto di trattenere gli ottani scoppiettanti. Wonder, appunto. Coolio, di lì a poco, prenderà scrupolosa nota e royalties; non così l’etichetta che lo annuncia come probabile singolo e ne tiene ibernate le copie. Grooveature ci riporta a terra sulle ali di una edonistica depressione. Billy si limita a sussurrare, cinematografico quanto un fotogramma di Scandalo Al Sole, anticipando il new soul che di lì a poco si andrà a dipanare. Sacrifice And Be Sacrificed è un’allupata pantera deep house disegnata sul cofano di una Rolls Royce; brano da notte fonda e da ultimo bicchiere lavato male, mentre piovono nuvole su porfidi resi sdrucciolevoli dalle lacrime degli amanti. Brano costruito sul nulla, riverberato da spifferi d’assenze e con Shirley Bassey quale santino che occhieggia dal cruscotto, ondeggiando. “Vai piano, Billy”. E poi Baby, e lì viene giù il firmamento. Scritta in combutta con gli Yello esplode (anche su singolo) in una immensa resa vocale, adagiata su una scrittura pop anni sessanta, su cirrocumuli di tastiere in penombra e un ritornello inarrivabile. Una Never Turn Your Back On Mother Earth (Sparks) da dopo bomba. A quei 5000 coraggiosi di poco sopra (minoranza silenziosa alla quale mi pregio d’appartenere) andrebbe dato un premio alla lungimiranza.

Un disco che avrebbe potuto essere grande Outernational, immerso nel cemento a presa rapida del dolore di un uomo appesantito dalla vita, consapevole di non aver più nulla da dire e per questo deciso di dirlo al meglio delle proprie possibilità. What Made Me Turn On The Lights si spaccia in sordina tra gli apici del lavoro, schernendosi. La si immagina adagiata su Protection dei Massive Attack senza apparire sacrilegio o ucronia musicale. E chissà davvero cosa sarebbe stato quel disco se impreziosito in qualche passo dalla voce del nostro. In Windows All chiude cristallizzando il futuro. Echi da Blade Runner e da innamorati Kraftwerk per una ballata romantica che avrebbe dovuto apparire su The Glamour Chase. Un’esca che porterà dritto – con uno iato di cinque anni – a Beyond The Sun e alla morte di uno dei più eccentrici e visionari talenti pop che l’Inghilterra abbia mai avuto. Outernational – a dispetto del suo quarto di secolo – rimane disco notturno, da sfrecciare su lunghe autostrade, perdendosi in zone industriali abbandonate; un lavoro che ha acquisito consapevolezza e spessore con il passare del tempo. Fate come quei 5000, siete sempre in tempo, magari con la puntuale ristampa Cherry Red del 2013.

È vero che ognuno ha i suoi 15 minuti di notorietà, resta il fatto che io ne ho avuti solo sette e mezzo.”

Con i soldi dell’anticipo per Sulk mi comprai una Mercedes. Non ho mai avuto la patente quindi dovetti assumere un’autista. Donna. Facevamo lunghi giri per le strade di Londra mentre mi masturbavo sul sedile posteriore. Non so che fine abbia fatto quella Mercedes.”

Questo era Billy.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #33

UltrasoundEverything Picture (Nude, 1999)


Avete anche voi i dischi ‘importanti’ che trascendono il mero valore qualitativo, vero? Quelli che poco hanno a che vedere con la ragione ma molto con il cuore e qualche volta con il suo surrogato pulsante? Quelli che vi siete spesso trovati davanti – sbattendoci addosso, senza sapere il perchè – in molti snodi della vostra vita? Certo che li avete, ci mancherebbe. Ne sono sicuro. Sovente non volete parlarne, perchè è troppo doloroso, per pudore o anche soltanto per vergogna… Mica decidi tu che musica discinta ti viene incontro quando hai cazzi e mazzi. Magari. Ma non sempre ti capitano tutte le fortune. Parlo di quei dischi magari non all’apice delle vostre preferenze eppure simpatici come le compagne di classe alle medie, le uniche disposte a legare con voi – cedendo per questo posizioni su posizioni nel roster scolastico – a causa di affinità elettive che esulavano dal mero scompiglio del corpo. Ecco, avete capito: quelli. Vero che li avete?

Non parlo di ‘in una relazione complicata’ anche se – in genere – è sempre lì che si va a parare, guardando le home page. Lì o nelle dinamiche familiari. È che gli Ultrasound sono venti lunghissimi anni che mi cozzano contro ad ogni giravolta della vita; non ne conosco gli imperscrutabili motivi ma ogniqualvolta la mia esistenza ha uno scarto, un’impennata, un salto nel buio o una derapata… Bamm, loro si ripresentano. Un po’ come i Dire Straits, che mi ammorbano le gonadi da sei lustri e non riesco a togliermi di torno. Una tragedia, questi ultimi. Che poi… Non che io sia tenacemente fanatico e, a dirla tutta tutta, saranno tre le canzoni che davvero mi piacciono. Degli Ultrasound dico, non di Knopfler e soci. Quattro, via. Forse cinque, sono sincero. Magari sei, ecco. Diciamo sette e non se ne parli più. Che faccio, lascio?

Ho sempre avuto difficoltà a comprendere l’esaltazione e le lodi sperticate che per un nanosecondo li avvolsero, abbracciandoli, nel 1998 o giù di lì. Troppo progressive, troppo barocchi, troppo pomposi, lenti, melliflui. Poco, pochissimo anni novanta, alla fine. Decennio di sbornie e euforia psicotropa senza fine nel quale loro recitavano la parte dei beghini altezzosi e snob. Però c’era qualcosa. C’era che la scrittura non aveva equivalenti nell’Inghilterra del tempo; c’era che Andrew Wood mi era simpatico con quell’aria da anti rockstar sovrappeso. Sembrava Oliver Hardy in La Ragazza di Boemia. O Meat Loaf dopo un restyling da Antena. Lui, afflitto da pinguedine coatta e decisamente lontano dai canoni delle faccine che amministravano il Brit Pop con sapiente tecnica computistica. Movimento dal quale ne erano ampiamente fuori, avendo esordito nel 1997 e quindi non facendo parte di quella combustione durata suppergiù 18 mesi. Erano lì, in una terra apolide, in mezzo a fricchettonaggini anni settanta, implumi canzoncine retrò, mirabolanti suite orgiastiche, lunghe e spossanti cattedrali di pop sinfonico. Dei Cardiacs in fissa con i Genesis, se proprio volessimo usare iperboli (Selling England By The UltraPound), per quanto la banda di Tim Smith sia sempre stata un punto di riferimento imprescindibile tanto da convincere Wood a riformare il gruppo nel 2010 per un concerto in favore dello sfortunato leader dei Cardiacs che – nomen omen – aveva avuto un infarto.

Insomma, ‘sto cazzo di Ultrasound: cinque che se non ci fossero stati li avrebbe immaginati Walt Disney tra un trip e l’altro di Fantasia. Five Get Over Excited, provate a visualizzarli: uno spilungone emaciato alla chitarra (Richard Green) in odor di anoressia e con uno sguardo da Scooby Doo; un barbuto nerd alle tastiere (Matt Jones) prossimo al bikerismo; un batterista mollaccione (Andy Peace) con l’aria da roadie dei Coldplay e una biondina isterica (Vanessa Best) da aperitivo in centro. Basso e cori, quest’ultima. Fan quattro, dite? Mi sono tenuto l’asso alla fine: Andrew ‘Tiny’ Wood, cantante dalla mole particolare, un Sylvester bianco, un Antony agghindato da paggetto vittoriano. Stazza da sumo e ugola da seconda fila in chiesa. Cazzo di banda era, quella? Il mondo voleva glamore alla Placebo (lo stava avendo, accidenti) e questo crogiolo di disagio stilistico usciva con un doppio cd farcito di canzoni lunghe quanto una coda in autostrada (l’ultima dura 39 minuti). Tutti sbracciavano in prossimità dei fasti di Carnaby Street, loro si rifacevano a Tarkus. Ostia.

After-rock tentarono di chiamarlo, qualcosa che non aveva la lamentosa consistenza dei Radiohead (pure se qui Nigel Goodrich produce un paio di tracce) o la luccicante eltonjohnatura dei Muse; stava ad un livello più basso, fatto di lunghi intermezzi e portentose armonie, ritornelli veraci e svisate infinite. Prog, sì. O qualcosa di simile. Ma un prog riveduto e corretto dall’isteria brit, incidentalmente forgiato da canzoni che molto dovevano all’Inghilterra tutta, sia stata quella di Bolan, di Cat Stevens o – appunto – dei Cardiacs. Gente strana, gli Ultrasound. Gente che si permetteva di lasciar fuori dall’esordio il monolite più conturbante di carriera, ovvero quella I’ll Show You Mine che è una delle mie tre o quattro canzoni degli anni novanta e non saprei spiegarvi il perchè. Pochi minuti che hanno l’incedere di un’amplesso, preliminari e climax compreso, e che regalarei ad ogni esponente meritevole e provvisto di tette affinchè comprenda che con una manciata di accordi si possono fare tante cose. Anzi, parecchie.

I’ll show you mine if you show me yours
All that we have is each other

Everything Picture è un disco che mi porto appresso senza apparente ragione, chewing gum sonoro attaccato all’orlo dei pantaloni. Non mi appartiene ma mi orbita attorno, sovente mi infastidisce e spesso rammenta di maledirmi per non aver mai avuto la possibilità di vedere gli Ultrasound su un palco. E’ lontano dai miei istinti e pure dalle mie consapevolezze, è un calabrone armonico che per la sua struttura non dovrebbe volare e piacermi e invece riesce in entrambe le cose. Un paradosso che non finisce di condurre stupore, soprattutto perchè mi porta a spasso dalle parti del prog, che per me ha la stessa valenza della kryptonite per Superman. Mi irretisce, riesce a calamitare le mie attenzioni ed è nauseantemente affine al sottoscritto. E questo non mi piace. E’ ingombrante, barocco, spossatamente prolisso, è come avrebbero potuto suonare i Magazine orfani di John McGeoch ma con Jonny Greenwood in formazione. Ed è proprio la chitarra di Richard Green la peculiarità di una banda a latere rispetto all’intero panorama coevo. Ha l’odore di certi Smashing Pumpkins innestati sui Van Der Graaf Generator con origami di tastiere, ikebana di chitarre, haiku vocali. Un teatro Kabuki dell’Inghilterra tutta, seduta a guardare il brit pop che si allontana dalla riva.

Cross My Heart dura sette minuti, Happy Times (Are Coming) otto e mezzo, Suckle giusto quei trenta secondi in meno della precedente, My Impossible Dream è ancora un Moloch da quasi cinquecento secondi, Stay Young si arrampica per metà dell’ossimoro di warholiana fama (e difatti fu eletto singolo della settimana per NME), la title track da sola sfiora il primo tempo di una partita di calcio. Same Band, che ha ‘solo’ quattro minuti e nove secondi d’incedere fa la figura della loro Blitzkrieg Bop. Everything Picture At An Exhibition, verrebbe da dire. O Punk Floyd come qualcuno in Albione scrisse. Insomma, sgombrate il campo dalle tutine Blur o Oasis e dalle giacche (su pelo diafano) del Jarvis. Non c’era un cazzo di isterismo modaiolo negli Ultrasound, e anzi cosa aspettarsi da un gruppo che nella prima incarnazione sceglieva l’irritante moniker Pop-A-Cat-A-Petal (dal nome di un vulcano messicano) esordendo nel 1994 con un nastro su Org?

Il colpaccio lo mette a segno Fierce Panda invece, il miglior talent scout in guisa di etichetta del biennio, lesta ad annettersi qualsivoglia nome interessante di quei 24 mesi cruciali. Il risultato è un gioiellino barocco chiamato Same Band. Luccica su 45 giri portando in dono l’abbraccio della Nude Records, il monumentale primo album e un’esposizione mediatica centripeta. L’ambizione e l’ego son grandi, il minutaggio di Everything Picture ancor di più: due cd, 11 brani, 102 minuti di musica. Sette dei quali occupati dall’iniziale Cross My Heart. Ha già in vitro gli accordi che renderanno umbratile il peccaminoso pop di I’ll Show You Mine, li immerge in acquaragia Cluster, vira dalle parti dei Porcupine Tree meno lisergici e sferraglia in un guado tra i Telescopes e il kraut rock prima di sfumare per osmosi dentro Tommy degli Who e – appunto – a Same Band, primo grande (ma grande davvero) pezzo di carriera. Un ipnotico loop di tastiera vintage a pulsare e orde Mordor di strumenti ad avvilupparglisi appresso, Sturm Und Drang Emerson Lake & Palmer che giocano ad un emaciato post punk con i Magazine di Secondhand Daylight. Popgressive da Geneva e Flaming Lips al botulino. Il Fat-tastico Tiny declama come se avesse il cuore addolorato dall’ascolto di Scott4, ciondolando parole col moccio al naso (I’d kiss you if you weren’t a girl), la canzone si incide a fuoco sulle pareti di un 1998 – altrimenti – nebuloso assai. Basterebbe questo per giustificare l’approccio all’album ed è altresì un crimine contro la discografia la decisione della Nude di non iterarne l’uscita su singolo. Stay Young prosegue nel candore e nella magniloquenza, ha le stimmate dei Genesis di mezzo (citofonare casa Rutherford e Hackett) ma è capace di svicolare in un decadente inno alla Roger Waters (hey kids, rock and roll is here so scream all you want it’s a naked pagan glory celebrate the new… Gary Glitter’s gone to seed so who will lead us now?). Glory Glory Ultrasound. E ancora l’arrampicata ai rarefatti Ottomila di Suckle, tra bordate tastieristiche e sei corde kamut che si librano su avventurose scale; Vanessa contrappunta i cori con rara indulgenza sexy, l’assolo di chitarra è qualcosa da sparare nel cosmo con una psicocromia alla Ride, i cambi armonici sono epici. Suckle è polvere di stelle pop sepolta sotto lapilli di cenere pirica purissima. ‘Babies’… in verità, in verità vi dico che la cleptomania baustellica potrebbe trovare nuova linfa in questi accordi sconosciuti ai più. Si torna sulla terra con Fame Thing, rock and roll glitteroso alla David Essex. Happy Times (Are Coming) chiude il primo cd e non è difficile fantasticarvi poltiglia Ok Computer resa bolo da una produzione che già profuma di Kid A. Gli Yes intenti a rifare Ricochet Days dei Modern English non sarebbero caduti lontano.

Potrebbe finire qui, tanto Everything Picture (assieme a Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space, del quale rappresenta la versione prog) ha rappresentato il paletto di frassino nel cuore di un agonizzante brit pop. Ne è il contraltare impegnativo e tutt’altro che immediato, lo scarto armonico pronto a  rendere visibile ciò che per sua natura è irrimediabilmente demodè. Invece vi aspetta un secondo cd di meraviglie, dove l’iniziale Aire & Calder ha un profumo da Wall Of Voodoo indie immaginatisi nel 1975 ed è bissata dal Neil Young che si fa Pulp di We Love Life (ma anche This Is Hardcore, anzi: Lardcore) di Sentimental Song. Troppo prolissi, dite? Troppa ambiguità di fondo, mancanza di riferimenti, obiettivi e focalizzazione? Eppure è proprio questo il tratto saliente dell’impegnativo lavoro. Che sia voluto o istintivo è questione di lana caprina e ognuno ha probabilmente la propria verità riguardo un canzoniere sempre in bilico, oscillante tra istinto e ragione, con la seconda a prendere spesso il sopravvento tramite un delirio d’onnipotenza sonoro mai domo. E’ ambizioso Everything Picture, egotico, sovente ridondante. Eppure la qualità delle canzoni è innegabile, fatte non furono per vivere in classifica (sebbene l’album recuperi un dignitoso numero 23 in quella inglese) ma per seguir virtute e canoscenza. Floodlit World (altro 45 giri, singolo della settimana per il Melody Maker) in questo senso è inequivocabile: ha uno dei mille Bowie nelle corde e la statura di hit minore, di quelli diesel e con il passo da montagna. Jason Pierce e Le Orme avrebbero gradito. Costa fatica cotanto senno e difatti My Impossible Dream mostra segni di cedimento. Rappresenta il momento in cui la stanchezza prende il sopravvento dopo tanto battagliare, pezzo minore di un disco che comincia a farsi bulimico e pomposo. Ha un retrogusto – strano ma vero – da Pere Ubu (non a caso rifaranno Final Solution in una versione irrorata di Xanax nel I’ll Show You Mine Ep) ed è l’unico sassolino nell’ingranaggio onirico. Chiude la traccia che titola l’album e – come s’è detto – sono 39 minuti di viaggi astrali tra Pippi Calzelunghe, Spiritualized e muri di feedback impreziositi da falsetti prima che tutto si fratturi per diventare un Metal Machine Music at Pompei. 102 minuti. Al cambio attuale quasi quattro album dei Ramones. Tanto dura la maratona di Everything Picture, una maratona che necessita garretti e resistenza per essere portata a termine. Nulla è immediato in questo disco, niente è regalato all’ascoltatore e se qualcuno di voi necessitasse di maschia foga, bicipiti e testosterone farebbe bene a non metter piede in questo baccanale barocco. Le Colonne d’Ercole degli Ultrasound si inabissano qui, tra tensioni latenti, divergenze sonore, l’accidia di Wood e l’abbandono di Green, vera anima musicale del quintetto, lesto a transumare di lì a poco nei Somatics senza lasciare grosse tracce. Sarà lo stesso Andrew Wood a chiudere l’avventura con poche e concise parole, quasi fosse stata una necessità familiare edificata su scontri e litigi: “non avevamo nulla in comune, non uscivamo in compagnia, non avevamo nemmeno la stessa età… Perchè avremmo dovuto stare assieme per registrare un altro album?”

Same Band, certo.

Serviranno 13 anni per il ritorno a casa: Play For Today (2012) è figliol prodigo in catalogo Fierce Panda. Chiude l’era dei barocchismi ed è – fondamentalmente – un disco di brit pop fuori tempo massimo. Viene trainato da Beautiful Sadness, brano che si sarebbe agevolmente guadagnato tutte le classifiche. Del 1996. Di Real Britannia (2016) si spergiura gran bene avendo ricevuto stellette un po’ ovunque in Albione: da Mojo a Uncut a – ohibò – Prog Magazine. Non mi è ancora entrato a corte (ma posso affermare senza timore di smentita che Kon-Tiki è un pezzone memore del 1998), e resto fortemente dubbioso di poter avere a che fare per l’ennesima volta con Same Band. Tantomeno Stay Young, ‘che il tempo passa per tutti e figuriamoci per loro. Altresì temo, tremo e fremo per ulteriori 102 minuti di musica.

Quindi: ora che avete avuto modo di vedere il mio disco ‘importante e che trascende il mero valore qualitativo’ (che pirla, eh?), mi piacerebbe conoscere il vostro, perché I’ll show you mine if you show me yours all that we have is each other.


Michele Benetello