I dischi che piacciono solo a me, credo #32

Terry, Blair & AnouchkaUltra Modern Nursery Rhymes (Chrysalis, 1990)

Non so cosa imponga la deontologia professionale riguardo i dischi da trattare; ho sempre pensato che per parlare di qualcosa con cognizione di causa bisognasse possederne fisicamente le fattezze. Area e perimetro. Forma e sostanza. Altrimenti si finisce a ciarlare come i tuttologi che infestano la rete e che con estrema disinvoltura passano la vita a far gli Zelig: un giorno cardiochirurghi, il giorno dopo economisti da Nobel e quello appresso skipper all’America’s Cup. Dovrei chiedere a quelli veramente bravi (e ce ne sono) come comportarmi in tal senso, ma non so se mi risponderebbero. Quindi mi trovo un po’ in impasse, visto che questo disco me lo sono lasciato sfuggire come uno stolto ad una Fiera di qualche tempo fa a causa della mia solita incapacità (e accidia) nel portare pesi. Ma nessuno ha addosso una croce più grande di quella che riesce a trascinare, giusto? Quindi evito di rivolgere le mie mire a Discogs (per ora), parlandone tramite una volgarissima versione in mp3 gentilmente offertami dalla rete quando – a suo tempo, mentre mi morsicavo le nocche – decisi di sapere cosa mi ero perso.

La verità è che non volevo tralasciare Terry Hall, semplicemente. Uno che considero un amico e che possiede la faccia probabilmente più simpatica dell’intero scibile pop. Il mio Pluto che sapeva scrivere canzoni. Mi bastava guardarlo ciondolare con un’espressione tra lo svagato e l’incredulo per farmi assalire dal buonumore. E a me – la faccia da animaletto sbilenco di Terry Hall – ha sempre messo addosso una serenità con pochi eguali. Quindi mi permetto un’eccezione (una soltanto) giurandovi che – prima o poi, magari alla prossima bancarella e/o mercatino – il manufatto in vinile giacerà meco. Terry Hall dunque, il bianco col sangue più nero d’Inghilterra, forse uno dei 3 o 4 talentuosi canzonettari (sia preso nella miglior accezione possibile del termine) sfornati dal pop britannico nella prima metà degli anni ottanta. Una faccia da ultimo banco, il finto tonto con lampi di genio, lo stralunato più in gamba durante la gita scolastica. Uomo erratico e musicalmente insofferente, ma pure uomo che ha posato la sua ugola sugli Specials, una delle pochissime e reali glorie d’Inghilterra.

Di quella multirazziale confraternita saprete già tutto, saprete di Ghost Town e della sua importanza politica; saprete della 2Tone, etichetta fortemente voluta dalla band ed in particolare dal loro leader Jerry Dammers; saprete di come quella congrega rappresentò una reale via di fuga per un’intera generazione, stritolata da pressanti problemi; saprete anche come finì quella meravigliosa storia, in un maelstrom di incertezze, dissapori e diaspore. Fu proprio Ghost Town (c’è un discreta rilettura dei Prodigy in giro) a rappresentare il ‘qui ed ora’ di una nazione sull’orlo del baratro, la diga sonora che impedì a violenti scontri di sfociare in guerra civile. Fu eletta miglior singolo del 1981 ed inserita tra le 100 canzoni di tutti i tempi, a dimostrazione di come – davvero – gli Specials avessero parlato ad una intera nazione, non solo alla Thatcher o al National Front. E se oggi una cittadina di poco conto come Coventry è sulle mappe rock di ogni adepto, beh… il merito va assolutamente ascritto a loro. E ai Bolt Thrower, certo. Sia mai.

Terry Hall era un giovanissimo ragazzotto sbilenco, emaciato e bianco in mezzo ad un agglomerato di senno caffelatte, un vaso di argilla stritolato da vasi di ferro; ma era anche il viso da esporre all’Inghilterra – con quei suoi capelli a nido d’uccello e quella faccia da cocker spaniel triste – durante gli epocali giorni di Ghost Town. Contribuì anche lui a mettere il sigillo su quelle meravigliose e importanti pagine di reggae rock inglese, così gioiosamente ludiche nel loro innalzare tromboni, fiati, tastiere, bassi tellurici (inutile citare A Message To You, Rudy) e una penna tagliente quanto dolceamara. Profondamente innamorato delle melodie anni 60 e del pop meno dozzinale, al deflagrare della Speciale avventura cercò subito una propria via fondando i Fun Boy Three assieme agli ex sodali Lynval Golding e Neville Staples, facendosi accompagnare da tre ragazzette allora sconosciute ma destinate a gloria planetaria: le Bananarama. Scrissero pagine di zuccherosa – ma intelligente – pop music (quasi come dei B52’s sotto Valium). Canzoncine appena munte, con la stessa andatura dell’Orso Yoghi, bighellonanti in un fiume caffelatte dove piovono biscotti e gli occhi hanno sorridenti cispe. Per due anni fu mistero gaudioso e gioia purissima poter fischiettare i rapaci ritornelli o le estrose strofe di quei singoli contagiosi, fossero The More I See (The Less I Believe), The Tunnell Of Love, Our Lips Are Sealed o Really Say Something. Due anni, prendere o lasciare. Due intensi anni prima che quel suffisso ‘fun’ diventasse troppo stretto e un divincolarsi di scazzi e diverse esigenze armoniche mettesse il sigillo all’avventura. Fun Boy One si ritrovò ai blocchi di partenza. Ecco allora i Colourfield (assieme ai Toby Lyons e Karl Shale) e poi i Vegas (in combutta con Dave Stewart degli Eurythmics). E… ci credereste? Tutta roba che durò il tempo di uno sputo in strada. Però – ed è qui che finalmente pianto le tende – è proprio lì in mezzo (anzi: esattamente dopo i Colourfield) che si incastonò una pietruzza inesplorata, uno dei soliti passatempi del nostro, di quelli che era solito abbandonare con un’alzata di spalle, negandosi una visibilità che avrebbe fatto comodo. A lui e a noi. Un solo album, due singoli a trainarlo e ciao. Classico, per uno come Hall, e quasi ti vengono i nervi nel ponderare siffatta accidia.

Insuccesso bello e buono Ultra Modern Nursery Rhyme, dalla scarsa visibilità e ancora più deficitaria distribuzione. Un faticosissimo ottantesimo posto nella classifiche inglesi prima che – Terry Hall, Blair Booth e Anouchka Grose – facessero perdere le loro tracce. Come entità unica quantomeno, dacché la graziosa Blair Booth a sprazzi andrà ad alzare la testa accompagnando Billy Mackenzie, Rachid Taha, Marc Almond e fondando i misconosciuti Oui 3 e la Grose è una giornalista/scrittrice di origini australiane nonché una delle maggiori psicanaliste Lacaniane del pianeta. Che ci facevano due donzelle simili assieme al nostro svagato preferito? Un album, chiaro. Qualcosa che penzolava dalle parti di un caramello sixties pittoresco e spectoresco, pieno di marshmallow sonori, fiati, arrangiamenti zuccherini, canzoncine alla Petula Clark o alla Tracey Ullman. Ma sempre con quell’accidia e l’incedere sornione che è tratto distintivo del nostro. Lo mixa Bob Sargeant, uomo aduso a dirigere cursori con Fall, Beat, XTC, Damned, Motorhead, Tricky solo per nominarne alcuni. Un disco che passò sotto silenzio e che – ripeto – mi ritrovai tra i polpastrelli un’unica stramaledetta volta, ad un prezzo irrisorio. Scelsi di lasciarlo orfano in mezzo a paccottiglia suprema, con un accidia pari a quella del nostro quando si trova davanti un microfono. Colui che fece per viltade il gran rifiuto. Io.

Aveva un metodo nella sua idiosincratica follia, il Terry. Laddove i Fun Boy Three vagheggiavano dei Talking Heads in gita scolastica a Topolinia (Byrne ci mise davvero le mani, producendo l’album Waiting) e i Colourfield rappresentavano prove tecniche di sognante vintage pop, questo parto estemporaneo andava a racchiudere le intuizioni del passato portandole ‘oltre’. Un viaggio diretto alla medesima meta (l’unica che il nostro abbia mai avuto) effettuato con una macchina dalla carrozzeria luccicante seppur priva di sprint nel motore. E se vi pare un puntiglioso appunto (non lo è) dovreste approcciarvi dall’inizio; nello specifico con la traccia che dona il titolo all’album, raggruppandone tutta la letteratura in quattro parole dove appaiono visioni di pastelli a cera, coretti sognanti, Swing Out Sister, un Paul Weller finalmente con il sorriso, sussidiari retrò da colorare e un gusto soul che si declina all’imbrunire. Sophisti-pop si era soliti chiamarlo, sei o sette lustri orsono. Dalla perfetta manicure, mi verrebbe da aggiungere; come si evince anche da Missing, una immaginifica e chiesastica notte di Natale abbracciati a Lily Allen, pezzo per il quale il Rob(b)iolone Williams potrebbe uccidere. O quantomeno farsi un nuovo tatuaggio. Bacharach e Costello si infiltrano in ogni pertugio, e pure Ian Broudie avrebbe due accordi da aggiungere al tema. Il pop inglese che si fischietta con un caffè bollente in mano e una sciarpa troppo lunga mentre si scendono di corsa gli scalini della metropolitana sotto una pioggia battente, sbirciando le patatine all’aceto che occhieggiano dal negozietto indiano. Canzoncine fatate e iper prodotte che s’ergono anche in Fishbones And Scaredy Cats, ovvero quasi una permutazione di Sono Tremendo di Rocky Roberts col piede premuto sul freno e un’avanzare da ipercinetici Young Marble Giants. Vocine da sottofondi per commediole con Hugh Grant, Pet Shop Boys bacchettati sulle manine, Saint Etienne lasciati seccare al sole, pleniluni autunnali avvolti da una nebbiolina al bergamotto.

Viene voglia di lasciarlo spandersi per la casa, Ultra Modern Nursery Rhymes, magari mentre si è in altre faccende affaccendati, cosicché possa venire assimilato subliminalmente dalle sinapsi. E in questo un pezzo come Lucky In Luv è perfetto: jazz swing da Aristogatti, cambi armonici improvvisi e movenze da Grease. Tutti assieme, appassionatamente. Day Like Today avanza come un Barry Adamson steso in spiaggia a Formentera in compagnia degli Swans Way (per chi ancora li ricorda). Delicate impronte di jazz col cappuccino dalla schiuma fumante. Latte intero, chiaro. Ma riesce a far di meglio Sweet September Sacrifice che ha da subito la statura del classico oltre ad un ritornello da lungometraggio con Meryl Streep sotto una umbratile New York, magari proprio Falling In Love, quel film del 1984 diretto da Ulu Grosbard. Se siete incolonnati in auto sotto una pioggia epocale vi rallenterà il tempo d’attesa. Paaa paa pa pa paaaa, e mi par di vedervi battere i palmi delle mani a tempo sul volante, assieme a me. Magari su Tree Cool Catz (rieccoli, gli Aristogatti), crasi tra un Matt Bianco intelligente e un Kid Creole triste. Porta in calce la firma Leiber & Stoller, proviene dal repertorio dei Coasters (lato b del 45 giri Charlie Brown) e ci schiocchereste sopra le dita se non fossero impegnate ad asciugarvi le lacrime. Rum e cola, un club fumoso all’ora di chiusura, immagini di Zorro in TV, spanish flamenco e Mink DeVille che ride seduto sopra dei bonghi troppo piccoli. Finisce riecheggiando Ain’t Necessarily So e io ci riesco ad immaginare pure Elvis che la canticchia sorridente mentre si pulisce gli anelli col Sidol.

Viaggio che pare non finire mai, quello di Ultra Modern Nursery Rhymes, e che vien voglia di iterare in loop in questi giorni di sbalzi termici. Happy Families è una serata a Top Of The Pops nel 1966, con Sandie Shaw senza scarpe, tubi catodici in grigio e nero, i Weekend nel cuore e Lisa Stansfield, le Wilson Phillips e i Blow Monkeys seduti tra il pubblico a prendere scrupolosa nota. Canzonetta al sidro senza pretese dove Johnny Marr sarebbe stato il valore aggiunto. Terry, It Was Really Nothing, ostia. Non avresti potuto fargli inserire i polpastrelli anche in Beautiful People, rendendola hit da biscotti danesi al burro e tè alle cinque? Just Go è il vaudeville finale, la passerella col cappello in mano e un sorriso triste. “E tutto ad un tratto il coro!” come avrebbe recitato quel vetusto Carosello con Carlo Dapporto. Un banjo strimpella stridente nascosto dal missaggio mentre Laurence dei Denim si batte i pugni sulle tempie per l’invidia. Più Terry Hall di così non si puote. Difatti non si potè.

Non so cos’altro spremervi appresso per invogliarvi all’ascolto, ma se – dopo un giro su questi 10 brani – ancora non vi foste convertiti al verbo allora significa che avete la discografia dei Cardigans al posto del cuore. Epperò una cosa una vorrei aggiungerla ancora, spingendola dentro a forza: dovesse avanzarvi quella manciata di dobloni fuori corso vi esorterei ad inserirli nella fessura del 12” di Ultra Modern Nursery Rhymes, fosse solo per la rilettura di Love Will Keep Us Together, proveniente dal catalogo di Captain & Tennille e qui resa alla stregua di paperelle con la marimba. Gemma da un musical immaginario.

Oh, insomma… ‘fanculo, perché attendere? Apro una nuova scheda del browser e riempio il carrello con il vinile prima che quest’ammasso di pixel finisca, lasciandomi con uno strano retrogusto in bocca e nessuna copertina da poter avidamente palpeggiare. Questo disco è fatto della stessa materia di cui sono fatti gli studi di registrazione, guarnito da 10 brani tutti uguali eppure tutti radicalmente diversi. Ma come non farsi irretire da cotanta scrittura apparentemente semplice seppure zavorrata (e forse è questo l’unico contro di un disco pieno di pro: l’eccessiva e maniacale cura per gli arrangiamenti) di suoni, colori e impasti vocali? Ultra Modern Nursery Rhymes è probabilmente il manufatto più nascosto di una carriera mai meno che deliziosa nonché trentennale, un disco dove il kitsch fa capolino in più di un passo e cascate di lustrini di jazz patinato adornano muri che sudano cocktail. Perfetto per ricondurci alla prossima primavera con una esatta e bilanciata dose di spleen e solarità.

Non so se lo leggerai mai, ma questo è A Message To You, Terry. Perché un Hall non si abbandona mai, checché ne dica Oates.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #31

One DoveMorning Dove White (Boy’s Own Recordings, 1993)

“Come hai trascorso gli anni Novanta?”, chiede con una cravatta perfettamente intonata e un ghigno sotterraneo, uno di quei ghigni pieni di pruderie, sarcasmo e beghinaggio coatto. Vorrebbe conoscere particolari intimi, baccanali über alles, orge da far invidia a Tigellino. Vuole sapere se il rock and roll si porta dietro tutto il resto. Stolto. Mi viene invece da rispondergli ‘quali?’ ma navigo appena sopra il pelo dell’acqua, guadagnando tempo per far mente locale mentre sbatto le palpebre con la frequenza delle ciliegie che girano sulla slot machine, che c’ho avuto anche io una Prima e una Seconda Repubblica, ostia. Senza alcun Pio Albergo Trivulzio e avendo rimosso subito chi fosse il mio Antonio di Pietro. Ero innocente, comunque. Va sottolineato. In ogni caso mica ne ho avuto uno solo, di ‘anni novanta’, io. Per chi mi ha preso? Cazzo dice? Surfo alla grande, sbattendo la testa sulle onde cominciando a far di conto. Credevo che gli Orb fossero la grande vera rivoluzione alla ‘un sacco bello’; che l’esordio dei Manics riportasse i T-Rex dentro la tv (“Well, I Love Tv and I Love T-Rex” è una citazione che solo gli affiliati più cari capiranno); che Nirvana e Soundgarden fossero da rispettare ma non quagliavano così tanto con me (‘me’ coglione, almeno per i primi); che l’esordio dei Suede fosse moscerrimo ma Dog Man Star un grandissimo album. Del 1973. O che il brit pop fosse l’ultima vera rivoluzione alla quale potevo avere accesso, spesso finta e plasticosa e per questo appagante assai. Potevo dirgli degli Scorn, degli Altern-8, dei rave e dell’ambient più ostica e cosmica; degli Spiral Tribe e dei Psychick Warriors Ov Gaia; dei Kong (eh, bravo… i Kong. Che banda!) e i Drug Free America; dei Campag Velocet e Mr.Cd; di Irresistible Force e dei DexDexter; delle nove (nove!) pisciate fatte durante un soundcheck dei Buzzcocks (ma eran già i 2000, mi sa); delle lunghe traversate Venerdì sera-Domenica mattina senza dormire e con solo una maglietta di ricambio, quella con la dicitura ‘my favourite thing has gone away and I know it won’t be easy now, but I’ll manage somehow’. Troppo corta tra l’altro, mi scoperchiava un ombelico tutt’altro che glabro. O ancora la Monarch Airlines, i sottoscala a Soho dove vendevano GBH e io pensavo si riferissero al gruppo punk. E ancora le nottate in Chalk Farm; magagne fisiche assortite; diaspore in giro per l’Italia, da Biella a Marina di Gioiosa Ionica. Potrei dirgli del Popkomm a Colonia e di uno scrostato bancone di bar assieme a Jad Fair senza dire una parola mentre i Cornershop ancora orfani (ma per poco) di Norman Cook si montavano un palco edificato su cassette di birra. O del tour europeo, ecco! Di una semi rissa a Magdeburgo e una notte a Berlino che, a momenti… Potrei dirgli di donne (poche, pochissime) e di dischi (tanti, tantissimi). Uno in particolare. Ma non so se sia questo ciò che vuole sentirsi dire. Potrei davvero – invece – parlargli di un disco che era ed è una pepita d’oro incastonata tra i ventricoli. Sì, potrei dirglielo e quasi quasi sarei tentato di. Un disco che sono aduso arieggiare ancor oggi, che ha un quarto di secolo sul groppone e rappresenta esattamente la mia metà. Anagrafica e sonora. Summa teologica di tutta quella fibrillazione atriale scaturita da Screamadelica l’enorme lavoro approntato da Ian Carmichael (ex The Orchids e produttore sensato oltre che avvezzo ai nuovi suoni in auge), Jim McKinven (ex Altered Images) e Dot Allison. Uni e trini. Ce l’avevo sulla punta dell’ipofisi l’elegia degli One Dove, ero pronto a sommergerlo di iperboli e friccicori de core, tanto era stato maledettamente anni novanta, quel disco. Suoni che convergevano su grandi canzoni, tra dub, ambient, Brian Eno, Portishead (ma qui siamo davvero qualche spanna oltre sulla breve distanza), King Tubby, Jah Wobble e Twin Peaks. Canzoncine ovattate, tessiture elettroniche e un senso della melodia quasi spectoriana a dare un senso di classico. Dei Dead Can Dance post acid house, ecco. Con la voce fredda e nuvolosa di Dot Allison a glassare di cirrocumuli nebbiosi le partiture degli altri due. Tutto quello che avrebbero dovuto essere i Saint Etienne, se Fox Base Alpha fosse stato coperto dalla neve di un dicembre in bianco e nero.

C’è Andrew Weatherall a dirigere, lui che li aveva scoperti e fortissimamente voluti sulla propria Boy’s Own per divulgarli al mondo. Ed è uno dei mille motivi per i quali sarò sempre fedele e devoto all’uomo barbuto. Fail We May, Sail We Must. Che stracazzo di disco Morning Dove White, vacca boia! E come vorrei davvero che questo copuloso papero azzimato ne venisse irretito e me ne chiedesse una copia, magari su doppio vinile con quella copertina di carta porosa che pare messa lì apposta per assorbere le lacrime. Probabilmente lo aiuterebbe nelle sue battute di caccia, pure. Perchè questo lavoro (a proposito: titolo che riecheggia il nome della nonna Cherokee di Elvis Presley) è un disco da gocce di pianto eroiche ed erotiche, di quelle che bagnano le federe dopo abbandoni piovosi. Un disco romantico, e proprio per quello mi trattengo dal porgerglielo su un piatto d’argento. Non capirebbe. Capisco io invece cosa mi provocò assumerne le gesta poco alla volta, aspettando con ansia la versione in vinile e tutti i 12″ che riportavano mai meno che egregi remix ad opera di questo o quel Merlino elettronico del tempo, da Secret Knowledge a William Orbit, dai Sabres Of Paradise agli Underworld, dacchè brani che sembravano proprio destinati alla permutazione armonica. Me li marchia a fuoco, i novanta, ‘sto cazzo di Morning Dove White e vorrei condividerlo con qualcuno che – lì fuori – ne potesse contenere la bellezza diafana all’interno della propria cassa toracica, fosse solo per quel nome – Dot Allison – che è perspicace specchietto per le allodole. Lo guardo, questo pirla di proporzioni abnormi, e sono davvero tentato di immolarmi per i suoi peccati, dandogli una possibilità di redenzione. When Doves Cry.

Glasgow è fredda, ha gli inverni che sanno di Charles Dickens e Jane Eyre, e non vi sono bianche colombe a volteggiare sui comignoli o a fare il nido tra le intercapedini delle insegne dei pub. Ci si ristagna dentro, casomai, con la testa china su boccali e banconi di legno scrostato. È lì che nel 1991 si accorpa il trio, attorno al Toad Hall Studio, baricentro della scena e di proprietà del Carmichael. Si fanno chiamare Dove, hanno un singolo (Fallen) fuori per la Soma Records (quella di Da Funk) ma sono costretti a cambiare repentinamente denominazione a causa di un campione italo disco che a sua volta era stato furtato ai Supertramp. Peccatucci con i quali si cominciava seriamente a far di conto, in quei primi anni novanta. One Dove allora, che la colomba che porta la speranza è una e una soltanto. È qui che entra in scena Weatherall, spettatore casuale di uno dei primi concerti del terzetto e pronto a comprendere da subito l’importanza di quel brano diafano, quasi da Cocteau Twins riconvertiti alla trance. Si avviluppa su una sorta di partitura ambient dai fraseggi house, con il valore aggiunto dato dalla voce di una non ancora trentenne studentessa di chimica, tal Dorothy Elliot Allison. Meraviglia che richiama – più in alto del sole – la sbornia “we wanna be free we wanna be free to do what we wanna do and we wanna get loaded and we wanna have a good time”. Anche noi. Lui non perde tempo: all’inizio del 1992 (con l’appoggio economico della London Records) li chiude in studio assieme ad un parterre de roi comprendente Hugo Nicholson (Bocca Juniors), Jah Wobble, Gary Burns (The Aloof), Andrew Innes (Primal Scream), il jazzista Eddie Higgins, Jagz Kooner (Sabres Of Paradise), Stephen Hague (produttore storico di New Order e Pet Shop Boys) e se stesso in guisa di direttore d’orchestra sintetica. Ne escono con tanto e troppo. Morning Dove White è talmente oltre nel suo gassoso dna che la London non sa che farsene e anzi preme per rendere il tutto più malleabile, adatto alle radio e screamadelicamente simile al monolite di Bobby & Co. Il braccio di ferro dura dodici mesi e quattro singoli (Transient Truth; Why Don’t You Take Me; Breakdown e White Love), poker d’assi dai risvolti dorati. La spunterà la band ma sarà una vittoria di Pirro. Lambiscono la top 40 senza risultare decisivi. Steven Dalton sul NME lo snobba come uno dei tanti epigoni creatisi dopo la sbornia Primal Scream, Select è più lungimirante pur avanzando delle riserve. Vorrei dire ‘sciocchi’ ma non sono autorizzato a farlo, posso solo esortarvi a scendere nelle galassie gospel di questo catarinfrangente miscuglio di suoni e colori pastellati, con le mani alzate al cielo e l’immagine dello spirito santo a riportarvi sulla retta via. È proprio Fallen ad aprire il doppio vinile, prima che la burrosa White Love (Guitar Paradise Mix) si irradi come uno spettro Spacemen Three lanciato nel cosmo da una base chimica situata a Tangeri. Kraut Rock e psichedelia digitale che per osmosi si fondono in un derviscio rotante house. Dieci minuti e quattordici secondi di prelibatezza, acqua viscosa e liquore che scendono lungo i cursori del banco mixer. Breakdown (Cellophane Boat Mix) ha le rotaie del trip hop e i gangli di un confetto che pulsa serafico. Spaziosa e atmosferica farcisce di fumogeni una immensa interpretazione gospel della Allison. There Goes The Cure vanta Sua Santità Jah Wobble e un afflato da Le Mystère Des Voix Bulgares a letto con Brian Eno. Incommensurabile come dei Felt che reinterpretano Twin Peaks all’ombra delle fanciulle in fiore. Se la scalata al Paradiso avesse una colonna sonora allora la condurrebbe questa bianca colomba. Sirens ha la stazza di un Pet Sounds nel liquido amniotico, i ragazzi suonano con piume di cristallo mentre Dot lascia cadere parole in forma di lacrime sul microfono: plant your secrets in my silence, my sadness caught in your gaze. Riecheggiare in baie poco profonde di Cocteau Twins e My Bloody Italo House mentre Gary Burns all’Hammond tira giù la sfera celeste prima di imbracciare il basso e condurre galeoni di dub fumoso nello stupore di My Friend. La loro Loaded inserita a forza su un Metal Box perso nella Via Lattea. Che disco Morning Dove White, che impresa titanica la resa omogenea di diversi stilemi, e che forza sovrumana per calarli perfettamente nel loro tempo. Quando arriva Transient Truth non sai se sono i La Dusseldorf remixati dagli Orbital o se le allucinazioni uditive hanno preso il sopravvento. Vi è ancora un afflato dub emesso in assenza di gravità, appuntite scorie techno, un lungo segnale pulsante proveniente da un punto imprecisato e un ipnotico loop terzomondista che ha le impronte digitali di Andrew Weatherall. Entrambi (il pezzo e Sua Maestà) conducono alla più grande canzone d’amore degli anni novanta: Why Don’t You Take Me.

Oh baby when I sit and dream the skies cry with me, now that I’m alone your voice wraps round me. You had all and you were robbed, you lost me and I lost you, do you know that we lost even”.

Julee Cruise che scappa con la signora del ceppo e un disco di canzoni di Natale sotto braccio, i Saint Etienne che rifanno Tiger Bay con gli occhi umidi, Amy che l’avrebbe cantata da par suo e chissà se, Phil Spector che sevizia i musicisti e Lost That Loving Feeling, Brian Wilson che annuisce e chiede altri canali. Angelo Badalamenti non pervenuto. Io? Io non riesco a estirparmela di dosso da un quarto di secolo e così spero di voi. Tremolante nell’incedere, soul nella costruzione, gospel nel porgersi a Dio, perfetta nell’arrivare a destinazione in guisa di prece. Prendete e ascoltatene tutti. Dopo l’omelia la messa finisce, e si fa presto a genuflettersi quando ci si affida nuovamente a White Love in una Piano Reprise e le porte della chiesa si chiudono alle tue spalle.

La leggenda (piccola ma significativa) One Dove è racchiusa tutta qui, in questi nove brani. Non vi sarà null’altro: né vagheggiarsi di magnifiche sorti né un secondo album pressochè finito (la letteratura tramanda anche qualche brano, da Bubble Funk a I Hate The Sun, da Perfect World a Fight Or Flight). Giace ancora in qualche scantinato, ad assorbire tutta l’umidità dei nostri cuori sgualciti, consapevoli che non vi sarà più un’altra colomba a bruciarsi le ali nel perlaceo cielo mattutino. Cosa resta, dunque, di tutti gli One Dove che abbiamo creduto di amare da giovani? Una carriera solista di Dot Allison, e non è poco. Avrei voluto dire a quel coglione tutte queste cose mentre gli aggiustavo – canzonandolo – la cravatta perfettamente intonata. Renderlo edotto, farlo partecipe del mio entusiasmo, catechizzarlo al terzetto. Ma lui, tutte queste cose, mica poteva saperle o condividerle. Allora gli ho risposto: ‘sono andato a letto presto’.

Michele Benetello

Sasso (Fiver #24.2018)

Quello che non calcoli mai.
Quello che sai benissimo, ma non vuoi ricordartene.
Quello che succede quando voli: il cuore in gola, tutti i sensi a mille, niente può rallentare la corsa, niente può spegnere quel fuoco.
Quello che succede quando voli e prima o poi arriva l’asfalto a ricordarti che se avessero voluto vederci volare, ci avrebbero regalato fin dalla nascita un bel paio d’ali.
Perché, quando ti lanci senza paracadute, il problema non è il salto, ma l’atterraggio.

E non è neanche il tonfo: dopo qualche caduta sai già quello che succederà. Sai che non morirai, sai che ci saranno altri tramonti e altre giornate di merda.
Sai già tutto, come dopo la prima sbucciata di ginocchia in skate: smetti di avere terrore dell’asfalto. Ma sai quanto fa male alla pelle.
È quando succede quel qualcosa. Quella frase. Quell’inflessione nella voce, quello sguardo triste mentre vi parlate sorridendo di un sorriso che sembra un taglio sulla faccia.
È quel momento in cui capisci che è successo: hai visto l’asfalto. Ora sai che arriverà velocissimo contro la tua faccia.
Lo sapevi anche prima, è vero. Lo sapevi col cervello. Lo sapevi perché ve lo eravate detto che stavate giocando un gioco pericoloso, una partita di quelle che si sa già che il banco vincerà: giochi solo per sentire il brivido, per godere di quei momenti.
Ma, quello che hai appena vissuto è quel momento speciale in cui tutto il corpo apprende ciò che sta per succedere. L’asfalto che si avvicina ora l’hanno visto gli occhi, le braccia, i tendini e i muscoli che si sono irrigiditi all’improvviso. Il sangue che ribolle nelle tempie e vorrebbe schizzare fuori dagli occhi per mettersi in salvo. Almeno lui. Torneremo a scorrere.

Stai elaborando il tonfo che arriverà.

Lo sapevi. È giusto. Te lo ripeti mentalmente: lo sapevo, è giusto così, è meglio così. E sorridi, le gambe incrociate nel letto disfatto – lo stesso che poche ore prima vi vedeva vibrare impazziti uno sull’altro, arrotolati come i serpenti del logo di una casata dal nome scemo di qualche fantasy del cazzo – mentre parlate e vi tenete le mani. Ora vi toccate solo le mani. Ve le carezzate come se voleste curare così il male che le parole stanno facendo mentre escono dalla sua bocca, che sa di caffè e tabacco, e arrivano alle tue orecchie, che suonano ancora di sogni pieni solo di mare calmo e spiaggia inondata dal sole.
Sorridi sincera per tutto lo splendore che vi siete dati e per quello che vi rimane. Forse per quello che riuscirete ancora a darvi – non è finita, lo sappiamo tutti e due, vero? – sorridi e vi guardate e sorridete ma speri che lui si alzi e porti via il suo profumo in fretta perché non sai per quanto riuscirai a tenere giù quella lacrima che spinge. Che vuole uscire.

Una. Due al massimo. Solo quando nessuno vede. E un sasso che scivola lungo l’esofago e si va ad appoggiare lì, dove di sassi ce n’è già stati, ce ne saranno ancora, ma era tanto bello quando lì ci sbatacchiavano farfalle e ‘stamattina proprio non era cosa di un peso nuovo in fondo allo stomaco.
Se avrò forza sufficiente mi vedrete invecchiare/e scoprire un po’ alla volta che non basta il tempo e non basta il fiato/se non per imparare a lasciarsi galleggiare con un sasso nella pancia e un pensiero bello in testa/e dopo tutto, quando fuori non piove, non è affatto male.
Giusto una o due. Tre al massimo, a rigare il viso e cadere sulle piastrelle sbeccate. Poi, ti sciacqui la faccia, lavi le tazze nel lavello che se no le coinquiline te la menano che sei una punkabbestia e ti vesti perché devi uscire, che il mondo è sempre lì a pretendere e non gliene frega un cazzo del tuo sasso che sbatacchia proprio male. Proprio male.

Bisogna difendersi. È giusto farlo. A volte, proprio perché vuoi bene a qualcuno o finalmente hai imparato a volertene almeno un po’, devi tirare il freno a mano. È giusto farlo. Forse non mi capirai mai, tu distrai le mie parole. Lo sapete entrambi.
Eppure non c’è scampo al primo principio della dinamica e come diceva già Galileo più di quattro secoli fa, se freni, il corpo che viaggiava nel suo moto felice, rettilineo e uniforme, tenderà a continuare quel movimento e l’effetto del freno a mano sarà un sasso sparato nello stomaco e la visione, chiarissima, dell’asfalto che porrà definitivamente termine a quella discesa. A quel movimento. A quel volo, per un momento almeno, felice e leggero.
In natura le cose tendono a non rimanere ferme, immutate. Nemmeno quelle belle.
Tutto cambia e nulla si crea o si distrugge. Così ti butti giù quel groppo mentre ti aggiusti i capelli allo specchio e cerchi di coprire gli occhi spenti. Che per loro non c’è rimedio: sono tristi come quel sasso e non gl’importa di mascherarlo. Sono tristi perché in volo tutto era luminoso e, anche se lo sapevi, lui lo sapeva, lo sapevate, tutti lo sapevano, quando una luce smette di brillare non si può rimanere felici.

Ma il mondo continua a viaggiare e non gliene frega niente. E allora un po’ di correttore sotto quegli occhi scemi da bambina triste e ti metti la maglietta che ami tanto, quella che hai comprato a quel concerto che nessuno ti ci voleva accompagnare e allora hai preso, incazzata, la bici e ci sei andata da sola. La infili nei jeans neri coi buchi sulle ginocchia. Allo specchio, una sfigata con la faccia sbattuta e le Vans nere. Come tutto il resto. Almeno, in tono pure con l’umore.
Provi a rimettere gli ammortizzatori al cuore che è andato fuori giri. Stupido. Che anche se glielo ripeti mille volte di andar piano, lui aveva già ricominciato a correre. Perché è un maledetto muscolo e ha voglia di andare, pompare, galoppare senza senso come quando ti lanci con la bici di notte un po’ alticcia sullo stradone deserto e senti il vento così forte che non capisci più niente di quello che stai ascoltando in cuffia e gli occhi lacrimano senza gioa o dolore, solo per la velocità.

Metti in cuffia qualcosa di urlato e sali in bici che c’è lezione e l’esame lo devi dare anche se lui se n’è andato. Lo devi dare anche col sasso. Che il sasso non lo accettano come giustificazione, neanche se dimostri quanto pesa e quanta fatica fa fare a continuare a camminare. Non si accettano giustificazioni. Neanche quelle firmate da un genitore.
Niente mascara che poi cola. Un bel rossetto rosso che col chiodo spacca sempre e oggi c’è bisogno di qualche sguardo incendiato e via. È ora di uscire.
Di dimenticare l’asfalto. Le promesse non fatte ma sperate, gli altri sguardi ignorati per mesi. Quel sorriso e la barba che ogni tanto pungeva un po’. Il suo modo di guardarsi perplesso nello specchio davanti al letto quando cominciava a vestirsi e ti veniva da ridere perché si metteva i calzini a righe prima di tutto. Il sesso da impazzirci. La felpa che aveva dimenticato a fine estate e per tutto l’autunno era diventata la tua divisa da studio in casa. Niente mascara. I suoi occhi grigi che sembravano il riflesso del mare in inverno e quella giornata così bella che non poteva che essere sospesa proprio lì, a un centimetro dall’asfalto.

Fabio Rodda

I dischi che piacciono solo a me, credo #30

MadonnaRay Of Light (Maverick, 1998)

Dev’essere stato il 1998. Era sempre il 1998, se ci penso. Ogni anno era il 1998; ogni stagione, ogni estate, Natale, cena, uscita, emozione, disagio. Ogni morte e resurrezione, ogni messa di suffragio, centrifuga dell’anima o Eight Miles High era il 1998. Dal 1996 al 2003, almeno. Accidenti, ‘sta cosa del tempo che passa ‘però no’ mi urta assai. Comunque: MTV la si guardava solo al bar – tipo ora d’aria per i carcerati – con il gomito e il pacchetto di sigarette appoggiati al bancone, a fare i ganzi di periferia con l’occhio spento, l’aria da Raymond Chandler e la tenuta alcolica di Hemingway. Pagliacci d’aperta campagna. Appuntamento defatigante durante la settimana e convocazioni pre partita per il week end. Titolari e riserve. Massaggiatori e medici al seguito. Spalti semivuoti, luci al neon, un freddo becco e falli laterali. No pun intended.

Organizzati benissimo, che credete, anche se so a cosa state pensando: no, niente gnocca mi spiace. Insomma… non mi ricordo più che volevo dire. Ah sì: MTV. Passava sempre Frozen di Madonna, che c’aveva uno spleen mica da ridere e anche qualcosa d’altro sotto. O i No Doubt e Anouk, nomi sui quali stendo un velo (di uranio impoverito) pietoso. Poi era una lunga sequela di programmi dei quali non capivo nulla, probabilmente per la mia età già avanzata. Pseudo indagini sociologiche, dove uno smilzo blaterava ‘che nemmeno il Ghezzi più lisergico (credo sia quello che poi ha aperto una casa editrice, è caduto in disgrazia e poi è diventato dirigente Rai. Porello). Poi c’era una ciccetta minuta con un programma di cucina ma aveva anche pubblicato un libro fotografico sulle migliori copertine di dischi. Boh. Bella topina se ben ricordo, taglia XS. Sparita subito. Forse non era granchè come cuoca.

Infine l’apoteosi magna, ‘na roba brutta forte: un programma dove ancora non ho capito di cosa si parlasse. C’era il Nick Rhodes de noantri (quello che ha battagliato per anni con la figlia di Dario Argento e che adesso sproloquia come Mago Otelma), una pianola e un nanerottolo tutto faccia (nanerottolo che credo sia un po’ famoso oggi, dacchè le ha provate tutte per eoni) al quale il Nick Dick chiedeva continuamente sigarette, punzecchiandosi. Un po’ di pubblico giovane et ambrosiano e via. Due stagioni di questa gag. Le ragazze impazzivano, io alzavo le mani, probabilmente per la mia età già avanzata (ma questo l’ho scritto poco sopra). Ecco, rimpiango i Magoo e Cha Cha Cohen che mi portavo sempre dietro in auto tramite una C90, i Southern Comfort, gli shot di tequila prima di fiondarsi a ballare, il biliardo intriso di cenere sopra il quale qualcuno stendeva giuovani donzelle in sul calar del sole per un Depeche Love. Rimpiango la mia taglia dell’epoca, la noncuranza, lo scrutare del mattino attaccato con il nastro adesivo alle ultime avvisaglie della notte. Rimpiango chi portava a casa chi, l’attimo di babysitting con la figlia di Kim e Thurston. Rimpiango persino l’inutile girare a vuoto in solitaria e la trafila di due di picche in pieno volto, che ero un mago nel votarmi alle cause perse. Ma Empty V proprio no, eh.

Ho transitato davanti a ciò che resta di quel bar giusto un’oretta fa, con una stretta al cuore e una tumultuosa umidità addosso. Non è più tornata l’estate in quella strada a senso unico, viuzza che potevamo percorrere in precario equilibrio tenendo d’occhio una sola direzione. Vige e impera un autunnale grigio color suburbia, qualcosa che ha l’ansia cara ai romanzi di William Gibson, qualcosa che mi ha riportato subito alla mente il video di Madonna. Appunto. Sempre piaciuta e non ho mai fatto diga a riguardo. Tolte le prime cose scioccherelle e barely legal – quelle incise per vendere bigiotteria – l’ho sempre trovata maggiore della somma delle sue parti. Che non erano disprezzabili – se capite cosa intendo – e il video di Justify My Love (slurp!) era lì a certificarlo, tanto ha turbato i miei sonni. Diciamo che da Erotica me ne interessai anche per questioni strettamente musicali. Non avevo resistito e mi ero pigliato pure il libro con la copertina di metallo dove giocava al soft core patinato. Bel disco Erotica, il mio preferito pure se strumentalizzato, immerso in polemiche sciocche e poco ascoltato davvero, credo. Troppo obnubilati dalla pruderie sessuale (di lei tutto si può dire ma non che non abbia mai lottato per una liberalizzazione del sesso e delle cause LGBT, di qualunque genere) che ne stava a sottendere. Eppure conteneva – tra gli altri – un pezzo di classic disco sopraffina (Deeper And Deeper). E poi Bedtime Stories, ottimo lavoro e apice mai più superato di una carriera da multinazionale dello spettacolo.

Sono altresì conscio che dovrei darmi una regolata a riguardo; che non è possibile farsi piacere quasi tutto e tutti, trasversalmente; che dei paletti andrebbero innalzati a monito e futura memoria, soprattutto dei duri e puri che invocano una Guantanamo ad ogni 45 giri da classifica che ti porti in casa; che da Madonna a Giorgia (o chi per essa) poi è tutto un attimo, come diceva Anna Oxa. E dunque la Ciccone e i Ciccone Youth staranno anche bene assieme sugli scaffali ma poi corri il rischio di far la fine di quegli chef che inventano piatti cromaticamente stupendi e dai nomi evocativi (“spuma di zenzero su julienne di carapace”, tipo) ma immangiabili. ‘Fanculo. Tanto su Instagram chi vuoi che senta il sapore?

Mi viene un groppo in gola a rivedere il video di Frozen, vacca boia. Qui su Youtube a rifarmi la convergenza alle emozioni e alle nostalgie tramite quel seppiato gelido, quel blu da ultimi cinque minuti di vita, quelle tastiere gassose e quei corvi alla Poe. L’incedere umbratile di un pezzo che per sua natura dovrebbe essere smaccatamente pop e invece scarnifica le emozioni finendo col sembrare un ipotetico singolo dei Suede periodo Dog Man Star o un qualcosa che proviene da una 4AD dove il quattro sta per quarta dimensione. La sua In The Air Tonight, praticamente.

Love is a bird, she needs to fly let all the hurt inside of you die, you’re frozen when your heart’s not open”.

Mi sentivo proprio in quel modo: un frigo dove tenere le bibite al fresco, sotto chiave. Che gnocca però, nel video. Così ho estratto Ray Of Light dalla piccola ma deliziosa discografia della Madonna in mio possesso e l’ho inserito nel lettore per scoprire se la macchina del tempo fosse una condizione della mente. Cd, usato, preso in un mercatino al cambio di 10 liquirizie Goleador. Nisba, niet, no. Lo ricordavo più in forma e lo ritrovo appesantito dall’età. Curvy, ecco. Che non è obeso, ha solo adipe nei punti giusti. Un disco nato come omaggio alla maternità senza Immacolata Concezione che l’aveva colpita in quell’anno; edificato dai suoni di Babyface e Patrick Leonard, subito ripudiati per tornare a William Orbit. E si sente dacchè i 13 brani sono un excursus dentro una sorta di sdoppiamento sensoriale tra ambient priva del peccato originale e techno spiegato alle masse. Il disco dalla gestazione piu lunga della pluriennale carriera di Nostra Signora delle Copule, altresì lavoro che portò fisicamente al limite l’intero hardware di Orbit fino a farlo collassare in un delirio di suoni etnici e impiego di strumenti tradizionali esotici, ritardando le registrazioni per impraticabilità del campo. Un disco maturo Ray Of Light, da ‘splendida quarantenne’ direbbe Mollica. Un disco milfodromo, direi io che sono cafone e terra terra, Difatti oggi suona sciapetto e buono come sottofondo per lezioni di Pilates di avvinazzate cougar. Un guado sonoro sorvolato da ponti di corde instabili, spesso inutili e sicuramente poco funzionali alla placidità dell’acqua che scorre sotto di loro. Fanno poco le atmosfere etniche se non richiamare alla mente patologie nostalgiche come quelle nelle quali sono testè caduto. Tempus Fugit, e sovente è pure impietoso. Lo è con me, figuriamoci con i vinili, sebbene recente qualche solerte funzionario belga (i belgi han sempre qualcosa da dire, sono dei Tin Tin per vocazione) abbiano chiamato in causa un presunto plagio del singolo ai danni di Ma Vie Fout Le Camp di Salvatore Aquaviva. Inutile aggiungere che il tutto si è risolto in tarallucci e birra trappista.

Non fu un vero e proprio raggio di luce, ma qualcosa che ci andava appresso in un pianeta che stava suo malgrado per cambiare, e molti – io per primo – non sapevamo da che parte prendere quella sfera piena di angoli. Qualcuno (il Melody Maker)  tirò in ballo Saint Etienne e Homogenic di Bjork per spiegare la complicata grandezza di un semplice album di pop. Che è invecchiato male, ne convengo, ma mi porto addosso, fosse solo per l’apertura alare del singolo. Ray Of Light rimane un disco languido, ed è forse questa la sua più grande virtù, cristallizzata nel suo tempo. Sofficemente sensuale e cinico, talvolta amaro, pieno di suoni che si spargono per l’aere e lo fanno sembrare una lezione di Tai Chi dell’anima.

Insomma, pur suonando ancora da Dio (del resto in casa non si fanno mancare nulla) Ray Of Light ha un sacco di rughe, quasi quanto la titolare, eppure può contare su grandi canzoni, forse tra le migliori di uno sterminato canzoniere: Drowned World/Substitute For Love per esempio, dal retrogusto Streisand anni settanta e lampade optical dove William Orbit si supera nel ricreare mosaici di bleep su chitarre acustiche west coast. L’uomo itera anche su Swim, che ad unire diavolo ed acqua santa era mastro sopraffino. Buone vibrazioni si spandono anche dalla title track, dove Alanis Morrissette goes techno. Oh, insomma… cosa serve che io stia qui a spiegarvelo quando ha venduto oltre 20 milioni di copie rendendo dunque il titolo della rubrica quantomeno bizzarro. Non so quanti tra gli affezionati lettori di SG ce l’abbiano negli scaffali ma vi assicuro che con un paio di eurini ve lo portate a casa e – non vi piacesse, cosa piuttosto probabile – potreste puntellarci un tavolo. Eppure è bello sentirla rincorrere col fiatone i Massive Attack in Candy Perfume Girl (che groove, accidenti), canzonare i Leftfield in Skin tramite un arrangiamento sopraffino. O ancora decelerare sullo svincolo per il Fridge con Nothing Really Matters e Sky Fits Heaven; condurre l’India e l’etnico prêt-à-porter dentro Shanti/Ashtangi tanto che mancano solo le tablas di Talvin Singh. E se del singolone s’è scritto assai la tiriamo in derapata con The Power Of Good-Bye, che gli va appresso di un’inezia; To Have And Not To Hold che – bellissima – gira al ralenti come un derviscio rotante immerso in vasche ambient; Little Star che lascia le mani rimaste impiastricciate dal curry del Buddha Bar e Mer Girl che chiude sigillando la Veronica dentro l’Apollo (la navicella, ma anche l’etichetta) prima di lanciarla nello spazio siderale. Troppo? Chissà…Voi comprate questo disco – usato, come tutti noi – e fate finta che sia ancora il 1998. Io vi offro un Southern Comfort al solito bar. Arrivate presto che si gela.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #29

VV.AA.Hybrid Kids – A Collection Of Classic Mutants (Cherry Red, 1979)

A me sono sempre piaciuti i matti, quelli veri. Sono, in un certo qual modo, rassicuranti nel loro mondo a più dimensioni fatto di verità a noi ancora ignote. È che sovente ho difficoltà a riconoscerli, non sapendo se ci sono o ci fanno, ma – seguendo un semplice assioma – se mi instillano il dubbio tanto a posto comunque non devono essere. Li chiamo ‘matti’ ma avete capito; intendo quelli pieni di spifferi e dirupi; quelli che ad ogni sputar contro rispondono con un sorriso ed una alzata di spalle, incapaci di comprendere il gesto. Quelli che fanno e facevano harakiri per non dare un dispiacere al nemico. Quelli che la favella non la trattengono ma se la rivoltano contro, che non premeditano e sono viscere anziché intelletto, ‘che troppa testa fa male e fa male alla testa. Quelli lì. Non gli eccentrici esibizionisti alla Marina Abramovich, ego buttato nell’acqua calda, robaccia fine a se stessa spacciata per ‘qualcosa’ giusto per strappare qualche gridolino orgasmico ai vernissage finemente ingioiellati. Roba da teste d’uovo, Pinhead col capello pazzo, il lupetto nero, un copricapo eccentrico, Karma Police in cuffia e il flute in mano, gente che non ha mai bevuto una Kambusa One, l’amaricante. O un Punt e Mes. Quelli del: ‘Ah! Il montaggio analogico!”. Lo gradisce un prosecchino?

I matti, i visionari; quelli timidi che rifuggono dal mondo e da questo ne vengono ricambiati. Gente bizzarra, balzana, stravagante, insolita, bislacca, strampalata, dalle immense possibilità artistiche, controllate controvoglia e dissipate in uno scientifico disintegrare e occultare. Personaggi (vivi o morti, poco importa, importa quello che ci hanno lasciato) di cui si sente parlare raramente, volutamente nascosti in un sottobosco nel quale sovente si deve rovistare con caparbietà per trovarne tracce. Sono sicuro abbiate una pantagruelica lista anche voi, magari comprendente Kevin Ayers, Gary Clail, Paul Quinn, Jayne County, Peter Blegvad, Pete Astor, Anthony Adverse, Peter Godwin, Al Comet, Isabelle Antena, Meira Asher, Bram Tchaikovsky, Martyn Bates, Thomas Leer,  Berntholer,  Billy MacKenzie, Herbie Mann, Luke Haines, Gavin Bryars, Harold Budd, Martin Newell, Ed Ball, Bernard Szajner, Terry Hall, Joe Tex, Harry Thumann, Louis Tillett, Bill Drummond, Amon Tobin, Wreckless Eric, Zeus B. Held, Vinny Peculiar, Dominic Sonic, Jean-Claude Vannier, Ann Steel, Louis Eliot, Kim Fowley, Judie Tzuke, Andy Votel, Karen Dalton, Billy Childish, Dan Treacy, Boyd Rice, Jona Lewie, Little Annie, Rudolf Rocker, Mathilde Santing, Andrew Poppy, Bill Pritchard, Poly Stirene, Eleanor Rigby, Paul Simpson, Klaus Nomi, Anna Domino, Bill Nelson, Paul Roland, Sondre Lerche, Vic Godard, Bill Sharpe, Phil Schoenfelt, Virna Lindt, Robert Gordon, Paul Haig, Garland Jeffreys, Pat Fish, Mantronix, Elton Motello, Honey Bane, John Howard, Rachel Sweet, Ute Lemper, David Holmes, Danielle Dax, Virginia Astley, Natacha Atlas, Cath Carrol, Shuggie Otis, Cassell Webb, Beaumont Hannant, Robert Haigh, Tim Hardin, David Harrow, Julie Covington, Richard Hawley, Kevin Hewick, Richard Jobson, Jay Jay Joahnson, John Moore, Cha Cha Cohen, Guy Chadwick, Charles Augins, Anita Lane…

… e Morgan Fisher, ad esempio. Uomo che non ho mai saputo incasellare e per questo m’ha sempre intrigato assai. Hybrid Kids lo acquistai quasi inconsciamente con la mia ignoranza adolescente (virtù che mi porto ancora appresso). Usato, tenuto malissimo ma ad un prezzo invogliante; ne fantasticavo new wave alla Devo, esorcismi Wire, faretre X Ray Spex. Del resto il titolo conduceva da quelle parti, no? Che ne sapevo di dove buttavo i miei sudatissimi soldi? Morgan Fisher era un bel nome e me lo immaginavo nella formazione degli XTC (ci sarebbe stato benissimo, a ripensarci) o a produrre gli Squeeze. Insomma, ero limitato e grandissima fu la delusione al momento di mettere sul piatto quella gracchiante marmellata. Cazzo di roba era, quella? Marcette da cartoni animati? Prese per il culo belle e buone? Esperimenti sociologici della BBC? Dove cazzo stava il rock, il post-punk, la new wave? Non c’era nulla di nulla, manco una reminiscenza Boston o un onanismo Yes. Nulla. Ruttini dopo la porzione di latte in polvere, ecco cos’era. Mi incazzai di brutto, io volevo – se non Spizzenergi – almeno qualcosa che avesse una struttura conosciuta, che mi facesse sentire al sicuro, qualcosa in cui riconoscermi. Hybrid Kids diede una spallata menefreghista a tutte le mie convinzioni, facendomi vacillare. Lo accantonai. Quei pochi fogli da mille erano stati buttati al vento; certo non era la prima volta e sicuramente non sarebbe stata l’ultima, ma questa bruciava più di tutte. Dovetti aspettare qualche anno, centimetri di polvere a depositarsi sopra quella copertina slabbrata e consunta e la consultazione – cartacea – di qualche enciclopedia rock per scoprirne la genesi, ben prima che Google assolvesse al suo compito. Scoprii Stephen Morgan Fisher come uomo proveniente dal rhythm and blues, tastierista eccentrico e deviato conosciuto principalmente per la sua militanza nei Mott The Hoople ma dimenticato con i Love Affair quando – appena diciottenne – ottiene un numero uno nella classifica inglese tramite Everlasting Love. E ancora Third Ear Band e  British Lions (supergruppo sorto dalle ceneri degli Hoople). Pronto – addirittura – ad accompagnare i Queen in tour nel 1982. L’avessi saputo allora avrei buttato quei fogli da mille nel letame, dimostrando invero la mia stoltezza. Avrei dovuto informarmi, chiedere, setacciare il setacciabile, ma il buco del culo del mondo espelle solo scorie, spesso manco digerite, quindi dovetti far di necessità virtute. Mi mancava un pezzo fondamentale del puzzle, per venirne a capo, ovvero quel Miniatures – uscito in sordina nel 1980 – contentente 51 (cinquantuno!) abbozzi di brani da gente quale Residents, John Otway, Robert Wyatt, Fred Frith, Lol Coxhill, Robert Fripp, Andy Partridge, Quentin Crisp, Trevor Wishart, Hector Zazou, Ivor Cutler, Dave Vanian, Half Japanese, Simon Jeffes, Mark Perry, Michael Nyman, David Cunningham, Kevin Coyne, Etron Fou Leloubran, Pete Seeger.

Riprendo fiato per dire che, probabilmente, un disco simile sarebbe stato il colpo di grazia tanto suona alieno ancor oggi, soprattutto per la fatica di raccogliere a corte artisti così disparati. Ma erano altri tempi, e – giochiamoci la carta dei luoghi comuni – tempi in cui poteva accadere davvero di tutto, persino che io gettassi sudatissimi soldi. Miniatures m’avrebbe ammazzato con la sua didascalica voglia di sparigliare le carte, tagliandone gli angoli affinchè ci facessero sanguinare all’atto di gettarle sul tavolo. Brandelli di suono cesellati come quarzo e gettati nelle saline a disgregarsi. L’attesa come stile di vita e ogni cosa a suo tempo (che è sempre galantuomo, bene sottolinearlo), questo avrei dovuto capire. Come che sia Hybrid Kids rimase almeno due lustri negli angusti scaffali dell’epoca. Poi un giorno decisi che avrei dovuto scenderci a patti se volevo progredire e proseguire verso tutto il sommerso che mi attendeva; quel disco avrebbe potuto essere una buona base di partenza verso l’ignoto, tanto più che già l’avevo in casa. Rimasi nuovamente basito nell’ascoltare quell’eccentrico panegirico, farina dell’intero sacco di Fisher, pronto a spendersi nei 13 brani a lui interamente ascrivibili. Certo, le denominazioni di fantasia abbondano, e vi è un intero disco di cover immerse nella soda caustica e fatte a brandelli. Decostruzionismo ornato da una copertina tratta da Three Studies for Figures at the Base of a Crucifixion di Francis Bacon. Avete presente? No? Fate un giro in rete e poi saprete cosa aspettarvi visto che l’interno è esattamente identico, solo virato in una sorta di techno pop schizoide, pirico e avanguardistico (base dalla quale furteranno assai di lì a poco i Silicon Teens di Music For Parties). Che sia la D’Ya Think I’m Sexy di Rod Stewart (siglata British Standard Unit) o una Wuthering Heights irriconoscibile e dub fumata da Jah Wurzel; che siano gli improbabili Punky & Porky che dissacrano e smembrano God Save The Lean e Pretty Bacon (non sono dei refusi) in versioni da ospedale psichiatrico e Lounge Lizards. Che siano i Burtons a giocare ai Madness con Mac Arthur Park; R.W. Atom che opera una autopsia su You’Ve Lost That Loving Feeling; gli U.S. Nurds che ci pigliano per il culo con una Get Back da glam sotto Lexotan o Malcolm Galaxy che zompetta come un Walt Disney ingroppato alla Pantera Rosa sopra Fever. Che sia chi diavolo volete ma il risultato non cambia: un disco che rimane fuso e fuori di testa anche oggi, a 39 anni di distanza, pure se abbiamo imparato ad assimilare di tutto, dall’isolazionismo ai Gerogerigegege. Hybrid Kids non mi strappa un sorriso, né un cinico e dissacrante (nonché liberatorio) ‘vaffanculo’, mi pone solo una cruciale domanda, anzi due: Morgan Fisher era (ed è) realmente un signore bizzarro ed eccentrico? E, se sì: che cosa ne penseranno all the young dudes?

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #28

TYLA GANGYachtless (Beserkley, 1977)

Di loro (di lui) s’è detto negli anni che suonavano come dei Thin Lizzy obesi, degli Attractions senza Costello ma con Jona Lewie, dei T-Rex macho, dei Blockheads che si piegano all’hard rock, degli Stones new wave, dei Cockney Rebel del boogie, degli Heartbreakers aggrappati al bancone del pub. Rock. Che se Chris Lowe avesse scelto un gruppo da dopolavoro ferroviario sarebbe stata proprio la gang del Tyla o che se le New York Dolls non avessero sempre avuto quella voglia di puttaneggiare avrebbero imbracciato chitarre come peni eretti. O come questa banda di debosci. Si è detto persino che inventarono (mi ripeto: inventò) la svolta blues di Tomorrow Belongs To Me della Sensational Alex Harvey Band e che mezzo catalogo della Stiff deve le proprie intuizioni a quegli unici tre minuti di musica (sei con la speculare facciata del vinile) che si degnarono di incidere in guisa di 45 giri. Si è detto tanto, troppo, di tutto su John Michael Kenneth Tyler (detto Sean Tyla) eppure rimane un autentico Carneade delle cronache rock, pur avendole percorse in lungo e in largo sin dall’inizio degli anni settanta, quando soleva accompagnare in tour Geno Washington. Quasi mai assiso alle cronache o alle classifiche però, parimenti quasi mai citato nei tomi che contano (ma vi è una sua discreta autobiografia in giro: Jumpin’ In The Fire, del 2010), mai stato oggetto – e questo è uno scandalo – di rivalutazione postuma. Artistica quantomeno, dacchè l’uomo ne ha compiuti da poco 72 e gode ancora di ottima salute. Quindi… Di cosa parliamo quando parliamo del più illustre degli sconosciuti?

Sono ruzzolato addosso ai Tyla Gang tardi, tardissimo. Troppo tardi mi verrebbe da aggiungere, fuori tempo massimo. E non ho idea come avrei potuto metabolizzare quell’hard rock boogie cafone se mi fossero giunti appresso più o meno all’altezza degli Sparks, dei Mud o di quei Cockney Rebel di poco sopra. Probabilmente li avrei rifiutati in blocco. O ne avrei fatto scaffale comune per osmosi rock. Chissà. È assodato però, e faccio pubblica ammenda, che solo da qualche luna mi posso fregiare del titolo di ‘seguace indefesso dal rutto libero’. Tramite una stentorea lapide in guisa di cofanetto edito dalla sempre benedetta Cherry Red. Si chiama Pool Hall Punks The Complete Recordings 1976-1978, consta di 3 cd, data 2016 e va ad accompagnarsi alle scarne tracce giunte alle mie orecchie negli anni, nello specifico dapprima a quel The Big Stiff Box Set del 2007 dove compare con l’ordigno Styrofoam e poi quella Glitterbest (2004) che è sugosa raccoltona glam ove il nostro sferraglia con i Ducks Deluxe, nome dal quale tocca giocoforza partire.

E’ dallo scioglimento degli Help Yourself che si accorpa la triade Martin Belmont, Ken Whaley e Sean Tyla, più che un nome da band rock and roll un’esortazione visto che, dopo due anni di infruttuosi tentativi acid rock (da avere – fosse solo per curiosità – Beware The Shadow, UA, 1972) i transfughi si accodano all’eterogeneo movimento glam. Han più frecce in faretra che bersagli però le Super Paperelle e – in sovrappiù – un andirivieni in formazione che farebbe impallidire le diaspore della Liverpool post punk tutta. S’imparentano con i Motors, con i Brinsley Schwarz, con i Flamin’ Groovies, con i Man. Finanche con i Rumour di Graham Parker tramite il Belmont che ne diviene socio fondatore. Albero genealogico rock dai rami nodosi e intrecciati ma che porta, finalmente, alla messa in proprio del Tyla, stanco di vedere i Ducks Deluxe come una girevole porta d’albergo dove tutti entrano ed escono senza ricavarne minima soddisfazione commerciale. Che Tyla Gang sia allora, deve aver pensato il nostro, frustrato dal prestare fianchi e manovalanza assortita (sovente nemmeno citata sui crediti) in imprese fallimentari.

Decide di sbagliare in completa autarchia, avvicendando ancora strumentisti (a partire dal fratello Gary) come se piovesse. E’ l’autunno del 1975, guado mirabile dove nulla più è pub rock e nulla è ancora punk ma una strana mistura che ne riporta entrambi gli odori sui vestiti. Serve un attimo perchè la Stiff si accolli spese di registrazione per una manciata di canzoni e ancor meno perchè Styrofoam (scoppiettante singolo estratto dalla penna di Darrel De Vore) diventi un hit sotterraneo. E’ bissato sul lato B da Texas Chainsaw Massacre Boogie e non credo vi debba servire altro per mapparne la consistenza. Una bomba. Rimarrà unico vagito per la stilosa etichetta tanto suonano paludosi, blues, caciaroni, festaioli e tellurici. E rock, immarcescibilmente rock. Rock peloso, masculo e – massì – a tratti ignorante. Dei Dr. John privi dell’allure Gris Gris, ma con i Cheap Trick come session men e con il foglio di via da New Orleans. Dei T-Rex cresciuti a Detroit, dei Television a corte degli AC/DC. O viceversa.

Styrofoam ha dei groove di batteria che avrebbero fatto ‘impallidire’ James Brown o l’Incredibile Bong Band, gira su ceppi accesi di riff da porno in rosa e nero e tiene mutande sporche. In una parola quintessenzialmente yankee tanto da venir appellati per anni (e scherniti, pure) come “i più americani tra i gruppi inglesi”. È difatti la statunitense Beserkley ad annetterseli senza indugio inserendoli in un catalogo dove svettano Jonathan Richman and the Modern Lovers, Greg Kihn (eccolo un altro punto di sutura con quel rock USA) e i Rubinoos. Più chiaro ora? O andrebbe aggiunto che se i Knack e la Steve Miller Band tutta si potessero immaginare stampati in pdf e con un font bluesy suonerebbero all’incirca così?

Ma il tempo e le battute sono tiranne, fratelli e – dacchè è Yachtless l’oggetto del nostro ciarlare odierno – sarei oltremodo ringalluzzito se qualcuno avesse il garbo di far proprio quel cofanetto di cui sopra, scatenandovi appresso chiappe, whisky dozzinale, poster da camionisti, Xtube e chitarre. Un disco che rappresenta esordio e pietra tombale (nonostante Moonprof, dell’anno seguente), zenith e nadir di un gruppo che non saprei indirizzare su nessuna scacchiera del rock comunemente inteso, un gruppo genuflesso sul blues più basico ma pieno di svisate di stiloso boogie, una glassatura da 100 Club e con una crassa ignoranza FM a farcire il tutto. Pop rock da decapitare, nell’anno domini 1977. Cosa che puntualmente avvenne, liquefacendoli in un impietoso anonimato che tuttora persiste. E dunque mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa esser caduto nell’ignoranza coatta per tutti questi anni, ecco perchè cerco di immolarmi anche per i vostri peccati.

Ornato da una copertina immonda che riporta alla mente il peggior – ehm… – yacht rock di Chris Rea o Cristopher Cross Yachtless è un iniezione di vitamine e bourbon che potrebbe rendere anfetaminiche le vostre domeniche mattina. Un Bloody Mary di riff ripieni di peperoncino pronti a sporcare i baffi di questo Russ Ballard sovrappeso. Ma come sferraglia! E come induce al buonumore con le sue 10 tracce che talvolta convergono verso un hard rock elettrico e talvolta verso un inconsapevole punk. Ci mette le mani John Burns (Jethro Tull, Genesis, Traffic, Fairport Convention e Burning Spear tra gli altri), aiutato da Tony Platt (Bob Marley e AC/DC nel palmarès) sebbene l’arrogante Sean ne rivendichi la co-produzione sulla quasi totalità dell’album; è segnale che la Beserkley ci crede e non intende badare a spese, certa di trovarsi in casa e nel catalogo il Cavallo di Troia che potrebbe rivoluzionare le classifiche rock americane. Non sarà così, per quanto il long playing cominci nel migliore dei modi con la cavalcata selvaggiamente hard di Hurricane, onomatopeica nello scartavetrare southern rock e anticipi di Hanoi Rocks (e, perché no? Giuda). E poi Dust On The Needle, unico brano che superi i quattro minuti, giusto per certificare quegli spermatozoi punk di poco sopra. Un pezzo dove par d’avvertire gli Stones di Start Me Up o Steve Jones e le sue Pistole cimentarsi con riff per ricchi annoiati. Un po’ quel che han fatto appunto recentemente Lydon & Co. Solo 40 anni prima. On The Street inventa letteralmente il Sunset Strip di Los Angeles e capelluti alla Motley Crue, rock stradaiolo e sudato come da titolo. New York Stuff è il più bell’apocrifo del miglior Tom Petty, e non nascondo un friccicor de core tutte le volte che dal vinile si palesa. Andrebbe inserito per costituzione sonora in ogni compilation da viaggio che si rispetti, tra un Boss, un Randy Newman, un Bob Seger e – appunto – un Tom Petty. Speedball Morning inventa letteralmente l’heavy metal, solo cazzuto e cazzone; svisate hendrixiane e un retrogusto come da sale sul Margarita che frizza come i Cult di Love. Ma Removal Machine. Tempo di girare il vinile e Don’t Shift A Gear si mangia ancora tutti gli implumi beniamini rock odierni del mondo, banchetto roco tra ZZ Top e Creedence Clearwater Revival, talmente rozzo da risultare irresistibile. Ma non è mica finita, ‘che Lost Angels riporta dalle parti di un muscoloso Lou Reed con tre accordi svogliati e un ritornello quintessenzialmente anni settanta. Se non lo reputate un complimento passate oltre. Magari allo stacco da tatuaggi e peli sul petto che conduce alla fine, quindici secondi che valgono più dell’intera discografia di Lenny Kravitz. The Young Lords è già new wave e non lo sa, ha un incedere svagato tra XTC e Todd Rundgren con in sovrappiù un cantato – a tratti – alla Byrne. Meticciato corrotto che i Ramones devono aver studiato assai per alcune terzine di Road To Ruin. E che dire di Whizz Kids che unisce Motorhead, Pretenders e Dr. Feelgood con un’armonica southern rock al profumo di Lynyrd Skynyrd? Turn Your Radio On abbassa dignitosamente le serrande di un disco memorabilmente macho tramite un lentone strappamutande interpretato in maniera magistrale dalla voce annoiata del Sean. E ti par quasi di sentirlo, in studio, mentre guarda impaziente l’orologio e attende una limousine che lo porti da Rodney Bingenheimer a lumare le pupe.

Chiude così un disco che ai più dirà poco o niente, talmente stivato di rock classico, strasentito e senza troppi guizzi. Ci sarà altresì poca polpa nell’osso dei Tyla Gang. Pochissima. E se di Moonprof s’è già detto (una sciacquatura dell’esordio con in sovrappiù un retrogusto mainstream) non vi è molto altro da dire tolta una diaspora coatta e un sciogliete le righe fisiologico. La carriera in proprio del John Michael Kenneth darà qualche soddisfazione maggiore; Sarà Roger Daltrey a spingere il nostro verso l’avventura solista, dapprima regalando una sessione al Rampart (studio privato degli Who), poi tramite l’intercessione della Polydor che sborsa 250.000 dollari per un contratto di 5 album. Ne registrerà tre, ma saranno forieri delle prime soddisfazioni commerciali, quantomeno in Germania dove il singolo Breakfast In Marin (Classic Rock dalla parte dei Fleetwood Mac) raggiungerà la Top Ten. Di lì sarà sarabanda rock and roll ed eccentricità a mille: dalle registrazioni con Joan Jett per Bad Reputation e I Love Rock And Roll (sì, partecipa il nostro) ai cameo con Mike Nesmith e Carlene Carter per finire alla recente fama britannica in guisa di designer e maestro di cricket. Come avrete agevolmente potuto evincere, con il rock and roll il nostro non si è potuto permettere lo yacht ma – forse – una sana Tyla (Tequila) Gang (Bang). Si spera.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #27

Campag VelocetBon Chic Bon Genre (PIAS, 1999)

Tolti i beneamati Associates (e collegati) non sono aduso ad ossessioni (piuttosto ad idiosincrasie invero: vedi i Genesis di qualche settimana fa), ma qualche bel manufatto tatuato sul cuore, sugli arti e sull’impianto stereo lo possiedo pure io. Non da diventarci completista o accumulatore seriale, ma poco ci manca. Pure non tantissimi i nomi di questa piccola setta che mi porto addosso. Poca roba, pochissima, priva di grossi nomi e numi. Un Partenone senza divinità praticamente, visto che non alberga Dylan e non alberga Young. Ma han stabile dimora Cohen, Walker, Hammill e il Bruce. Potrei continuare per lustri con quest’Overlook Hotel dei cuori solitari. Cioè io. Inutile pure che stia qui a far una noiosa lista di nomi (anche perchè sarebbe oltremodo trasversale, una lista che va dai Therapy? ai Coil passando per Pankow e Menswe@r), chi mi conosce non avrà difficoltà a decodificare queste impronte digitali emotive, e – anche se non fosse – che importa?

Come che sia e senza ciurlare troppo nel manico, l’ultimo vero grosso sussulto del millennio mi giunse con i Campag Velocet. E io so che molti altri sono devoti al culto di questa chiesa pentecostale del pop inglese, molti e variegati pure, ‘che a far proselitismo parevo uno di Dianetics o dei Testimoni di Geova. Pigiavo citofoni con Bon Chic Bon Genre sotto braccio, indossandone orgogliosamente la t-shirt. Non un ‘disco che piace solo a me’, di questo ne sono certo; sia per l’effettivo valore del manufatto e della band sia avendo contribuito in larga misura – e sfido chiunque a contraddirmi – nel renderlo visibile a più persone possibili piazzandone negli anni almeno 50 copie. Campag Velocet e Simon Warner sono i miei beniamini anni novanta ai quali ho dedicato più tempo e porzioni di stipendi, regalandoli a destra e a manca con l’illusione del fanciulletto che alberga in me. Soprattutto Bon Chic Bon Genre però, un disco STUPEFACENTE (in tutti i sensi) e talmente variegato da sembrare una maionese pop impazzita. Un disco che mi colpì prepotentemente proprio durante un soggiorno britannico, uno di quelli che ero solito sobbarcami quando ero giovane, smilzo, capelluto e in auge.

Finire il millennio con una gita a Londinium, una paccata di amici – parecchio eterogenei – e con qualche pesante scazzo attorno non ha prezzo, se ci ripensi con quattro lustri di ritardo. E fanculo Mastercard. Credo fosse stato fine agosto, gli Animalhouse impazzavano in ogni dove e noi eravamo ‘pronti a riceverli’ (dio, che forte che sono). Camminavamo come pazzi da un capo all’altro della città. Pizza Hut, usato sicuro, qualche libro (pochi), molti dischi, birre, intere nottate da Victor de Milo, un taglio di capelli imposto ad uno dei ragazzi dopo una mattinata in un pub, stalkeraggio coatto a due olandesi (non da parte mia, sottolineo) e ai membri dei Menswe@r. Va che scemi, eh? Noi, non la band meglio vestita d’Inghilterra. Infine, una sera, decidemmo di tradire il Victor per andare all’Annexe – pure se fuori tempo massimo con l’età – solo per ritrovarci in una coda epocale con squinzietti e squinziette di almeno 10 anni più giovani. Qualcuno potrebbe scambiarlo per turismo sessuale tipo Thailandia, ma c’era una missione a sottendere l’entrata in quell’asilo infantile di Adidas. Un caldo becco, comunque. Incontrammo delle amiche italiane (alcune lavoravano lì, altre erano in vacanza) e ci mettemmo diligentemente in attesa sotto una stranamente torrida serata albionica. Ricordo le bici scassate con le quali giravano, ricordo il male alla schiena ed un sacco di magliette Pulp e di ‘sayonara’ tutto attorno. Ricordo poco altro, a parte che il rum&cola era scadente. She said “Fine.”
And in thirty seconds time she said…
Poi entrammo. Il dj ospite quella sera era Pete Voss dei Campag Velocet (ad oggi – ripeto – uno degli ultimi Sudditi di Sua Maestà ad avermi entusiasmato per un disco, dopo di lui forse solo Eddie Argos). Agghindato come Querelle de Brest sparò uno dei set più folli mai uditi in vita mia. Non ero uno sprovveduto, negli anni avevo avuto modo di sentire alcuni tra i più bravi miscelatori italiani (compresa parte della Triade Acida), ma quello che fece Voss mi lasciò al suolo tramortito. Assolutamente tramortito e incapace di reagire. Una scaletta eterogenea e perfettamente mixata, dove Britney Spears si incastrava sui Manic Street Preachers mentre Wire e Beastie Boys scorrevano in sottofondo; dove i Prodigy fondevano sui Black Sabbath e i Led Zeppelin leccavano i Suede.

Sempre. Rigorosamente. In. Battuta.

Tutto questo mentre lui si arrampicava ovunque, tarantolato come Iggy. Saltava in piedi sui piatti, abbordava squinziette mai domo (arigato), si aggrappava alle luci del soffitto, mixava contorcendosi come James Chance. Sudava copiosamente, soprattutto. Io invece dovetti sedermi, un po’ per la stanchezza, un po’ perchè effettivamente l’uomo mi aveva steso. Tornammo a casa devastati da cotanto senno armonico, chiedendoci come fosse stato possibile mixare cose così eterogenee e soprattutto ‘lontane’ dal sentire comune. Britney Spears stava dall’altra parte della barricata difesa dai Manics, accidenti. In piccolo – molto piccolo – mi ero reso conto d’aver assistito ad uno sconvolgimento personale, simile a quello che deve aver colpito i fortunati alla visione del Baldelli degli anni d’oro a Lazise o all’Afrika Bambaataa nel Bronx. Si fa di necessità virtute, no? Il giorno dopo – con calma – andai in cerca del 12” di Vito Satan (che era già contenuta nell’album, ma noi siamo malati che ci volete fare?), l’Italia era lontana ancora qualche giorno ma non serviva troppo tempo per capire come quella band fosse – lì e ora – la perfetta intersezione di gran parte dello spettro musicale britannico. Un po’ come il dj set al quale avevo assistito, la notte prima.

Bon Chic Bon Genre ha tutto: un titolo sufficientemente ambiguo (trivia: preso di peso da una rivista porno s/m francese), una grafica della madonna (peculiarità dei nostri, immediatamente distinguibili) e una serie di canzoni (11, per la precisione) killer e difficilmente etichettabili. 11 canzoni che son sottile fil rouge di quattro lustri di pop indipendente inglese. Già dall’iniziale traccia che dà il titolo all’album si capisce che i nostri non scherzano: techno satura buona per Mad Max o qualche rave con le piattole (e sentitevi la versione contenuta nel 12″ di Vito Satan!), dance come avrebbero potuto intenderla gli MC5 se fossero stati prodotti da Derrick May. Novanta secondi scarsi ma uno dei manifesti programmatici dei nostri, pronti a scegliere quale denominazione sociale le italianissime biciclette Campagnolo. Eppure il bello deve ancora venire, ocio. Only Answers Delay Our Time è il più sentito apocrifo dei primevi Public Image Limited tanto che par di udire in lontananza Levine a rasoiar terzine e Voss a declamare litanie e nonsense (You can ask any crap corduroy question); Cacophonous Bubblegum sterza dalle parti degli Stone Roses, solo immersi in una sorta di liquoroso dub cosmico diretto da Jah Wobble. To Lose La Trek oltre ad essere un calembour fonetico di quelli grossi grossi è pure uno dei massimi ordigni di hip hop meticcio mai esplosi in Gran Bretagna, scarno, smilzo, disossato da ogni surplus ma ammantato di una superba aurea ritmica. Tr-Hip Pop Carveriano.

E poi, cazzo: Vito Satan: ovvero come si costruisce un pezzo indie pop per antonomasia. “Feels so good stood by your graveside head in my hands let me understand my plans I never pried inside your thoughts awaiting your defence”. Brano che – in un mondo ideale – sarebbe stato lo stura classifiche, il singolo capace di far coesistere Waterfall (non a caso mette le mani sul disco Paul Schroeder, già collaboratore di Squire e compagnia) e Psychedelic Furs sullo stesso pentagramma innestandovi una coda acida e rumorosa. Il 45 giri perfetto per chiudere un millennio nel migliore dei modi tramite un arpeggio iniziale semplicemente delizioso. Sauntry Sly Chic gioca con le spoglie mortali del baggy sound; Lunedì Felici di andare in processione da Kurtis Blow. Drencrom Velocet Synthemesc cita Burgess (naughty young devotchka no need for spatchka) ma sferraglia in un Metal Box claustrofobico su intarsi malati di chitarre in odor di Telescopes e kraut rock. Sfinano abilmente la tensione con la simil ambient riverberata di Skin So Soft, onda di petrolio shoegaze sul Mare della Tranquillità. Come avrebbero potuto suonare gli Slowdive con degli elettrodi attaccati al culo e Brian Eno in mente. Emozionante nella struttura e nella spasmodica ricerca del climax. Pike In My Life / Schiaparelli Cat porta Kinks e Pixies dentro un bosco di feedback in cerca di ossature jazz col contatore Geiger. Caught Unawares ha le stimmate dei Primal Scream di Echo Dek inchiodate su una croce On-U Sound con chiodi Spacemen Three. Harsh Shark non saprei spiegarvela senza tirare in ballo la pazzia chimica dei Flowered Up e il Madchester più bieco e completista.

Non vi è altro, ma vi è comunque tanto per ingozzarvi golosamente. O quantomeno abbastanza per iscrivervi a questa messa di suffragio. BCBG è un disco ondivago, che viaggia in apnea e che non ha paura di rollare tra Leftfield, brit pop della seconda generazione, hip hop, rap old school, post punk tirato a nuovo e indie malferma. E io sono certo che – tra di voi – ci sarà qualcuno che mi farà andare in tripla cifra, con quelle 50 copie di poc’anzi. Me lo dovete per avervi schiaffato sotto il naso cotanta regale maestrìa. Ma… ci credereste? Bon Chic Bon Genre, tolto un nugolo di aficionados, non sortì l’effetto sperato. Troppo deboli le ali della PIAS, troppo strano quel trapasso di millennio in altre faccende affaccendato, troppo tutto, anche una certa difficoltà caratteriale dei nostri. Due copertine dei settimanali inglesi, qualche apparizione televisiva, un paio di festival. Adieu. E solo Iddio sa quanto mi piange il cuore non poterne parlare come di un infettato Screamadelica prodotto da Alan Vega.

Serviranno cinque anni per iterare cotanta magia con l’altrettanto ottimo It’s Beyond Our Control, proponendosi stavolta come degli Sly And The Family Stone del rock anglosassone. Un disco che è la perfetta continuazione del debutto, soltanto priva del fattore sorpresa e smaccatamente in bilico tra la black music più bastarda (Ain’t No Funky Tangerine andrebbe proposta quale abbecedario di ogni A Certain Ratio) e incursioni sonore post-punk alla Blurt. Poi basta.

Qualche anno dopo, quando decisi di iscrivermi in quel simpatico ricettacolo di anime candide chiamato Facebook (ben prima dei No Vax e delle scie chimiche), la prima disavventura social mi capitò proprio con una tizia discretamente rancorosa, pronta ad attaccarmi duramente (pure in maniera personale) riguardo i Campag Velocet, manco fossero stati collaborazionisti del regime dei Colonnelli o avessero pisciato sui caffè di Starbucks. Capii immediatamente il significato del termine ‘bannare’.
Motivo in più per amarli.

An old voice from the ashes whispers deja vu, brings you to this space in time, returns this place to you.

Michele Benetello

Abbi dubbi (Fiver #23.2018)


Avevo da poco passato i vent’anni e frequentavo controvoglia la facoltà di Economia e Commercio all’Università della mia città, una delle più antiche del mondo come ci hanno sempre raccontato. Vai a sapere se poi effettivamente lo era; a quei tempi nessuna rete si preoccupava di smentire o confermare qualunque ipotesi. L’età dell’innocenza, bei tempi, certo.
Comunque sia noi ci credevamo ed eravamo pronti al ruolo da comparse di secondo piano alla fiera circense delle celebrazioni per il suo nono centenario. Una discreta pagliacciata a dire il vero.
Non è che mi trovassi granché bene in quell’ambiente, ma lì ero e lì stavo, senza peraltro giovare dei tanti vantaggi fruiti dagli studenti fuori sede, arroccati dentro il perimetro di quelle mura che un tempo delimitavano il centro storico. Abitazioni fruste, addobbate con mobili di formica sbrecciata, linoleum ondulati e materassi informi, manco quegli alloggi fossero impegnati in una eterna sfida all’emulazione del padre di tutti gli appartamenti da fuori sede della città: la leggendaria Traumfabrik di via Clavature 20. Che poi se a quegli studenti miei coetanei avessi azzardato una domanda sui Gaznevada, gli Stupid Set, gli Hi-Fi Bros o i Confusional Quartet quelli neanche sarebbero andati vicino a indovinare di cosa si trattava. Tanto a loro erano sufficienti due dritte su Pentothal e Zanardi per ritenere autorizzata la propria iscrizione al club bohémien degli anticonformisti da weekend. L’importante era credersi parte dell’avanguardia, perché l’avanguardia è un cuneo – si sa – e a fronteggiare quel cuneo in trincea meglio lasciarci gli altri, come ricordava Radio Città 103 col suo jingle in onda ogni mattina all’apertura delle trasmissioni.

Io invece vivevo con la mia famiglia in un borghesissimo appartamento appena fuori Murri, là dove la strada misurava l’arrampicata verso la collina per poi ritirarsi in fretta tornando rassegnata verso la città, prima morbida sulla linea ondivaga di via Fleming, poi giù a strapiombo dritta per via La Castiglia, sfociando come un fiume in piena sul mercato rionale di Chiesanuova.
In quei giorni, a uno dei due cinema di via San Felice che oggi non esistono più, programmavano un film canadese: Il declino dell’impero Americano. Non ricordo con chi andai a vederlo, probabilmente da solo.
Il Sundance non era ancora nemmeno nei pensieri di Robert Redford e io avevo pochi amici che si interessassero ai film del circuito indipendente. Anzi non avevo molti amici in generale, poi mi è sempre piaciuto andare al cinema da solo, per quanto poche volte mi sia in realtà capitato di farlo. Volendo stare in compagnia quell’anno sarebbe senz’altro stato più comodo puntare sul Tom Cruise di Top Gun, il Lambert di Highlander o l’accoppiata Rourke/Basinger di 9 settimane e ½, che peraltro avrebbe anche asfaltato il percorso verso serate di un certo rilievo in compagnia della fidanzata di turno.

Ammetto di averli visti tutti e tre quei film, inutile bullarsi del contrario. Anch’io una morosa da accontentare l’avevo e spianarmi la strada con lei mi pareva cosa saggia, anche a costo di pagar pegno di fronte a qualche pellicola di dubbio gusto. Del resto non ho mai fatto coppia con una studentessa del Dams che avrebbe indubbiamente meglio assecondato il mio interesse nei confronti di pellicole certamente più interessanti, tipo Velluto Blu, La mosca, True Stories e soprattutto Manhunter, uno dei miei preferiti di sempre. Tutti film usciti quello stesso anno, ché ora internet esiste, wikipedia pure ed è troppo comodo rivolgerglisi per poter dubitare della sua effettiva onniscienza. Ma, a parte le citazioni a caso appena dispensate, non è effettivamente di cinema che mi interessa scrivere ora. Anche perché se lo facessi cadrei presto in buca con uno dei tanti allievi del Dipartimento di Arti Musica e Spettacolo che oggi, al contrario di allora, conosco e frequento.

Volevo solo ricordare come a un certo punto di quel film canadese uno dei personaggi pronunciasse una frase che da allora si è inserita stabilmente nel catalogo dei miei aforismi preferiti: i migliori affondano nel dubbio mentre i peggiori sono pieni di incrollabile fervore.
Non so perché ma in questi giorni quella frase, che da allora conservo appuntata in una vecchia agenda, mi torna in mente spesso. Anzi il perché lo conosco benissimo ma non ho voglia di trattarlo. Non qui perlomeno.
In un’epoca in cui ogni opinione viene confusa con l’enunciazione di un preciso e incontrovertibile teorema matematico, avere dubbi è talmente fuori moda che ogni volta che me ne sorge uno preferisco tenerlo per me.

Nella vita ho messo in dubbio tantissime cose, ponendomi mille domande riguardo situazioni importanti ma anche rispetto faccende risibili e piuttosto inutili ai fini pratici. Così facendo mi sono terribilmente complicato l’esistenza e di converso non saprei proprio dire se in tal modo mi sia effettivamente guadagnato un posto tra “i migliori”, come recitato dalla massima del film canadese di cui sopra. Né mi interessa a dire il vero, ché tanto coltivare dubbi per me è sempre stata una necessità, non una scelta.
Ma a conti fatti devo ammettere di provare un pizzico di invidia per la stragrande maggioranza delle persone che viceversa detengono uno sterminato elenco di certezze riguardo ogni argomento. Quelli che hanno sempre un’opinione, quelli che non si pongono quasi mai domande, quelli che marciano per sequenze di dogmi senza sollevarsi problemi e non si prendono mai la briga di verificare la correttezza del proprio pensiero.
Il confronto è faticoso e rischia di far vacillare il giudizio, meglio evitarlo.
Vorrei essere come loro, anche solo per un giorno.

Chi dubbi non ne ha chissà cosa farà
dimmi dimmi dimmi dimmi, tu quanti dubbi hai
ebbi dei dubbi già il primo giorno di scuola
e all’Università ebbi dei dubbi ancora
non ebbi dubbi solo sul rock ‘n’ roll
non ebbi dubbi solo sul rock ‘n’ roll
nemmeno un dubbio solo sul rock ‘n’ roll!

(Edoardo Bennato)

Consigli per gli acquisti

Terry ” Bureau da I’m Terry (Upset the Rhythm, lp) in uscita il 16/11/2018

Terzo album, terzo centro.

Our Girl “In my Head da Stranger Today (Cannibal Hymns, lp)

Trio femminile di Brighton, album di debutto tra shoegaze e grunge.

The Shifters “Straight Lines da Have a Cunning Plan (Trouble in Mind, lp) in uscita il 21/9/2018

Melbourne oggi (ma anche Glasgow 1979, Auckland 1989, Londra 1986, Olympia 1990).

Bad Moves “Spirit FM da Tell No One (Don Giovanni Records, lp) in uscita il 21/9/2018

Da Washington DC, primo album: a perfect power-pop album, alternately explosive and vulnerable, loud and tender.

Parquet Courts “Wide Awake! – Danny Krivit Re-Edit da Wide Awake Remixes (Rough Trade, 12″) in uscita il 28/9/2018

Dance to the underground, one more time.

Arturo Compagnoni

I dischi che piacciono solo a me, credo #26

Plastic Bertrand – An 1 (RKM, 1977)

Come passa il tempo, quando sei giovane, insofferente e stupido. È davvero un attimo ritrovarsi vecchio, insofferente e stupido. Un piccolo attimo insignificante, un lampo e gran parte della tua vita te la sei già risucchiata in un domino di errori, scelte sbagliate, macigni e responsabilità. Ti guardi e quello che vedi sono cicatrici, adipe attorno al giro vita, rimpianti, stempiature e giorni tutti uguali. Vuoi mettere quando la stupidità era il tuo vero valore aggiunto? Magari condita da quella sicumera adolescenziale che ti permette di farla franca quasi ovunque e figuriamoci in provincia? Non devi vergognarti di nulla quando sei giovane, ampiamente scusato dalla carta d’identità.

Sono qui, in riva ad un mare che non mi appartiene, a rimuginare sulle complessità della vita, attorniato da condizioni climatiche incerte e una probabile pisciata che mi incombe sulla testa. Non so come vestirmi, il sole gioca a tetris con le nuvole, la spiaggia è stranamente deserta e in questo chiosco abbandonato da dominiddio sono – tolto un tavolo di foemine complex – l’unico avventore. The Only One I Know. Adriatico rozzo e incolto, senza patria; unica striscia di terra e risate che si snoda come un’ininterrotta collana di perle e sabbia lungo tutto il midollo spinale del nostro paese. Puoi essere a Grado, Caorle o a Senigallia ma le nostre spiagge sono un brand come il McDonald’s: tutte uguali, tutte con la loro italica impronta. Un misto di Dolce Vita e Sapore di Mare, ferme in qualche imprecisato punto tra gli anni sessanta e gli ottanta. Basta sedersi da qualche parte e ti rendi conto di essere sul set di qualche regista indipendente, non sei tu a muoverti, è la sceneggiatura che ti viene incontro. Ho appena visto passare Serena Grandi, mi attendo un ectoplasma di Tondelli o (dovesse proprio andarmi male) un verboso Jerry Calà. Le Foemine Complex sono un poker di thirtysomething che sembrano di casa in quel pezzetto di Aperopoli e Sangrilandia, forse reduci da un addio al nubilato, forse parenti delle titolari. Forse, più semplicemente, cameriere dello stesso pronte ad azzannare la giornata libera senza pensarci troppo sopra. Resta il fatto che si muovono agevolmente in questa balera alcolica, sembrano viverci. Schiamazzano con inflessioni dialettali e – a modo loro – sono persino simpatiche, tanto che la più spigliata del lotto impone musica proveniente dal suo smartphone alle titolari di ‘sto chiringuito del piffero. Tra una patatina e l’altra (e non si voglian vedere crassi doppi sensi).

Approvo ma senza darlo a vedere, non posso intromettermi, ho delle missioni pregne alle quali far fronte. Tipo farmi venire un’idea riguardo il prossimo disco da trattare per Sniffin’ Glucose. Giovedì è dietro l’angolo e in questa estate ormai deceduta sul filo di lana lo svicolare coatto dagli impegni non può e non deve diventare un alibi. Passo in rassegna files mnemonici e appunti sparsi, mi arrovello, sento addirittura il femmineo poker chiedere ai passanti – rari invero – una fotografia da pubblicare su Instagram. “Ma mi raccomando – sottolinea quella che sembra più nordica – in primo piano che così si vedono bene le tette”. Come no. Non avessi ospiti al tavolo mi sarei proposto per lo scatto, tanto più che la compila spotifai delle squinzie non è nemmeno male e pure il sole fa posto alla vita quando quel Three Of A Perfect Pair rinfresca il palato. Ho ospiti, già: sono con due Americani (non statunitensi: Americani). Martini, Campari e Selz. Selz non conosce una parola di italiano. Quindi sono già tre e per forza di cose uno di codesti dev’essere lo Spirito Santo; spirito nel senso di alcool, Martini senza ombra di dubbio. Di giocare a carte col morto non se ne parla.

Poi Transmission dei Joy Division si palesa sulla spiaggia e lo Spirito Santo si sente chiamato in causa, aleggiandomi attorno davvero: che ci fai qui, Ian? I’ve got the spirit, but lose the feeling. Pare un corto circuito emotivo. I Joy Division in spiaggia. Un concetto che il pensiero non considera. Chiederei un attimo di silenzio e raccoglimento ma nemmeno il bagnino (sorta di vichingo immerso nel testosterone) è deciso a darmi una mano. Così ascolto quella gragnuola di pezzi, tra un sorso e l’altro. In silenzio. Figlia degli anni 90 codesta playlist, mi dico. E così la di lei titolare. Lettrice di Rumore senza dubbio. È oltre l’indie mi sa, a sentire le scelte. Su su, verso il cerebro. Manco un Libertines a farmi muovere le chiappe di cemento, un Blur, un Happy Mondays. Un miagolìo dei Suede, che le donne ne andavan pazze, a quanto ricordo. Ma a caval donato non si guarda in bocca, soprattutto se ti fermi a pensare quale potesse essere l’alternativa, in quel chioschetto sfondato da quel clima stronzo. Una spiaggia deserta tagliata a metà dalle nuvole ma che ti abbronza il volto. Se è vero che qui non viene mai nessuno a trascinarmi via è altresì sacrosanto che questo vento agita anche me, con buona pace della Loredana e di Enrico. Poi si erge il riff di Ça Plane Pour Moi e tutto, improvvisamente si palesa. La combinazione fa scattare la serratura che fa scattare il forziere che prosciuga i bicchieri. Eccolo il disco! È un attimo perché il nastro si riavvolga, i nuvoloni prendano il sopravvento, le quattro paperelle foie gras si gettino in acqua e io veda le ruote del cosmo mettersi in fila, allupate. Eccolo il fottuto, stramaledetto, disco. E avrei dovuto pensarci prima dacchè materia che avevo già avuto modo di vergare per goduria personale qualche anno addietro. La sabbia annuisce, la coppia di Americani anche. Le tizie sono già lontane, perse dietro un immaginario divertimento acquatico: che Bertrandino sia, allora!!

Credo che An 1 sia stato – assieme a Trapezio di Renato Zero e una compilation della K-Tel dove svettava Asha Putli – il primo ellepi a me interamente ascrivibile, regalo di compleanno fortissimamente voluto e altrettanto forsennatamente rovinato da migliaia di ascolti coatti tanto da doverne bissare – qualche anno dopo – l’acquisto. Per un emaciato pre-puberale, ingenuo et padano era il punk all’acqua di rose che non poteva fare grandi danni alle sinapsi (sarebbero serviti i Ramones, per quello, giusto un paio di lune appresso). Ne sono legato da una sorta di gioiosa complicità, dall’afflato estivo (suona come dei Supergrass addormentati dall’imperizia alla corte dei Buzzcocks), da delle canzoncine frizzanti e da quella grande truffa del pop che si sarebbe rivelata solo molti anni dopo. Truffa che è (e resta) puro genio del male e del marketing. Del Plastic Bertrand poppettaro sciocco (Supercool fu il mio ultimo acquisto, e vi potrei anche dire quando arrivò in casa se non fosse oltremodo doloroso ricordarlo), del riciclato acid house o del presentatore televisivo contrito non mi interessa nulla. L’avevo abbandonato subito al suo triste destino, usandolo come palestra per fare il grande salto nel mondo che conta(va). Per me, per voi, per tutti Roger Allen François Jouret è innanzitutto quello di Ça Plane Pour Moi e poi – forse – di An 1. Stop. Non ci sarebbe altro da aggiungere se non fosse che quella canzone contagiosa e malandrina aveva del sale nelle sue ferite. Lo vidi e la udii in una vetusta trasmissione televisiva, lui zompettava querulo dandomi per la prima volta l’immediato significato della parola ‘anfetaminico’ mentre la canzoncina si spandeva elettrica per l’aere, immobilizzandomi come un taser sonoro. Plastic Bertrand, recitava la scritta in sovrimpressione sul tubo catodico, un nome buono per del mangiare per gatti (Wham Bam, Mon Cat Splash!) o un vibratore venduto per corrispondenza. Tre minuti di contagioso power pop punk che mi urtava i neuroni ma che non riuscii a spazzare via nemmeno il mattino dopo quando, nell’unico negozio di dischi ed elettronica del mio paese, domandai il 45 giri. Un anthem power pop più o meno innocuo spiegato alle masse che però conterà innumerevoli (e talvolta regali: dai Sonic Youth a Richard Thompson) riletture nel corso degli anni.

A me ne serviranno venti per scoprirne con mestizia i tristi retroscena, e come dietro a quei centoottanta secondi scarsi ci sia stata – appunto – una delle più grandi truffe del pop organizzata e astutamente congegnata dal vero MacLaren fiammingo: Lou Deprijck, produttore, fac totum (Fuck Totum) e Pigmalione. Con l’accento su Pig. Insomma, è una storia torbida, memore dei Bay City Rollers (dei quali Jouret era la continuazione virata King’s Road) e mai completamente chiarita questa, storia che periodicamente mi piace rimembrare. Seguitemi e sedetevi qui, le squinzie sono in acqua. Offro io.

Siamo nei primi mesi del 1977, i Sex Pistols ed i Ramones hanno già portato avanti la Rivoluzione Copernicana, l’impeto si è esteso in ogni angolo del pianeta e tutti vogliono farsi scompigliare i capelli da quella salutare brezza già pronta a perdere d’intensità; Alan Ward, uomo già del giro dei Damned (aveva militato nei Bastard assieme a Brian Robertson, di lì a poco James), si inventa gli Elton Motello. Vuole qualcosa che tenga l’intensità umorale del punk ma che indugi anche nella scrittura, nella melodia e che abbia canzoni delle quali non vergognarsi, qualcosa che unisca Marc Bolan ai fiori nella spazzatura. Lì fuori – dice – ci sono troppe spille e poche canzoni; io ne ho solo due, ma sono di quelle che possono intrufolarsi in parecchi pertugi aperti dal tellurico sconvolgimento dei Sex Pistols.

La prima soprattutto, si chiama Jet Boy Jet Girl e l’ha scritta assieme a Yvan Lacomblez, uno dei primi punk francesi. Recluta vecchi amici quali Alan Timms, Mike Butcher, Yves Kengen e Nobby Goff. Quest’ultimo (già nei Bastard) siede alle pelli ma l’insofferenza è troppa; lascia subito e viene sostituito da tal Roger Jouret, pronto ad entrare in studio per registrare gli unici due articoli di catalogo, ovvero la succitata e Pogo Pogo, singoletto al fulmicotone che (nelle intenzioni di Ward) avrebbe dovuto essere l’anello mancante tra le Runaways e gli stessi Damned.

Le forti e pruriginose tensioni del testo invece di propugnare salutare scandalo mediatico ne cassano qualsivoglia visibilità. E’ proprio mentre le dinamiche della band cominciano a sfaldarsi che Jouret tesse una tela attorno a Ward. Una tela che sa di ammutinamento bello e buono. Intanto lo silura in silenzio portandosi appresso Timms, Butcher e Kengen prima di contattare spalle discograficamente forti (la RKM) e un paroliere (eccolo, Lou Deprijck) che ne assicuri i passaggi radio e che getti un po’ di confusione nei media; poi in sordina e sempre in combutta con Deprijck chiede di poterne registrare una versione francese. Ward acconsente. Con uno scioglilingua vergato in un francese d’antan, l’appoggio della AMC, un titolo cambiato in Ça Plane Pur Moi e un nome repentinamente convertito in Plastic Bertrand il furbo Jouret – ad un mese esatto dalla versione primigenia – esce in Francia con il singolo.

Mancano 15 giorni al Natale del 1977.

Il 6 Gennaio del 1978 il 45 giri è in classifica in 7 paesi, prima che l’estate sfiorisca va a lambire – dall’alto delle tre ristampe – la Top40 americana. Ward si accorge troppo tardi d’essere stato abbandonato in mare aperto con una scialuppa fallata e una manciata di royalties (poche, pochissime dacché autore del testo inglese) ma le sue spalle non sono quelle della RKM, e gli aggiustamenti messi in atto da Deprijck (aiutato, va sottolineato, da Lacomblez) mettono in cassaforte qualsiasi possibile ingiunzione legale. Cosa più importante: ciò che rimane della band è ovviamente schierata col Bertrand (pecunia non olet, no?) e sul povero autore cade una mannaia ed un silenzio mediatico tra i più feroci.

Fa di più Jouret la scaltra faina, aiutato dal McLaren fiammingo: inserisce nella prima tiratura del singolo persino Pogo Pogo (l’originario lato b), prima di ricredersi per non fomentare ulteriori dubbi da un Ward da allora e per sempre destinato all’oblio con una signorilità d’altri tempi (“è solo la versione francese del nostro pezzo, né più né meno” avrà a dire in tempi recenti, rinunciando a qualsivoglia vis polemica). E, mentre il Lou(rido) scombussola le carte e crea una incredibile, confusionaria e inestricabile ragnatela di date errate e versioni primigenie il Plasticoso Bertrand sopra quei tre minuti costruirà una altalenante carriera da miracolato che dura da quaranta lunghi anni, nonostante il rovinoso outing con il quale ha tentato di gettare l’intera croce addosso al Deprijck, vera – dice – voce nei suoi primi quattro album.

E invece, guarda un po’, nonostante tutto questo shakespeariano sconvolgimento in guisa di sceneggiatura, An 1 è un signor disco che ancora regge e suona bene, forse meglio di allora nonostante sia stato responsabile della rovina di almeno un poker di amicizie (una delle quali ancora m’offende). È rinfrescante, ha una scrittura furba e diretta, è provvisto di canzoni (spesso prese in prestito, come si è visto), e fila via come un Hugo. Che non è propriamente un vero aperitivo, ma ci va appresso di un’inezia, come un muscolo senza fibra proteica. E come quella sciocca bevanda da parvenues anche questo disco non è punk ma ne lambisce le coste, e quante battaglie dialettiche dovetti sopportare sul mio conto da conoscenti più scafati o semplicemente duri e puri per ammettere il mio gradimento verso questi 11 brani. Lo riascolto ora e – tolta – una compressione sonora di fondo davvero fastidiosa – la qualità delle canzoncine mi rimane appiccicata come sabbia salmastra. O come la playlist di queste quattro paperelle che non vogliono saperne di tornare a riva.

Quasi tutto il disco è farina del sacco Deprijck, sin dall’iniziale Le Petit Tortillard, continuazione binaria del mega hit di cui sopra. Ma c’è altro. C’è la isterica versione di Bambino di Dalida (a sua volta presa da Guaglione, firmata Fanciulli/Salerno e portata al successo da Aurelio Fierro), pezzo che avrebbe potuto scalfire qualsiasi classifica, dall’Egitto alla Norvegia. C’è una Sha La La La Lee degli Small Faces che non si fa sacrilegio ma omaggio e si lascia ascoltare col piedin battente e un sorriso beota stampato in faccia. C’è altresì una caraibica Dance Dance, una Naif Song che puote declinarsi reggae senza fatica alcuna (soprattutto nella conclusiva versione Solo Naif Song) e una Pogo Pogo, spogliata dal furore del Motello e resa Ramones così come la minimale ma debole Wha ! Wha! che pare presa di peso da Leave Home. 5,4,3,2,1,0 guarda a New Rose masticando blubble gum e un sax mentre Pognon Pognon è un inutile riempitivo che nulla aggiunge ad un disco sbarazzino ma assolutamente non stupido, a dispetto della sua estetica frizzante.

Resta il fatto che, del povero Alan Ward, non rimane più nulla oltre quei pochissimi minuti di scanzonato power pop, una tragedia servita a far da palestra a generazioni di musicisti, spesso ignari di osannarne soltanto lo scaltro esecutore e il suo burattinaio. Jouret oggi – tolta una recente e sporadica partecipazione al Grande Fratello Vip belga – si dedica alla sua galleria d’arte. Lo chiamano pop, baby. Ma ora mi alzo e torno in hotel con un temporale che bussa forsennatamente nel cielo e ben altri pensieri da indossare, che quelli han sempre taglia unica e slim fit. Eyes, dark grey lenses frightened of the sun… Dance, dance, dance, dance, dance to the radio.

Michele Benetello

La teoria del disimpegno (Fiver #22.2018)


L’indie è morto. Brindiamo all’indie. Sono anni che sento dire che la musica che amo è morta: le chitarre sono morte, il punk è morto, il rock non ne parliamo; la musica indipendente è morta. Ecco, l’ultimo assunto purtroppo negli ultimi tempi pare trovare molti, ahimè moltissimi, riscontri.

Ma ci vuole un piccolo salto all’indietro per spiegare questo mio pezzo con cui felice torno sulle pagine di SG: avete presente “Il grande Lebowski”? Film culto per quelli che hanno, come me, superato da poco gli anta. Film della premiata ditta F.lli Coen, 1998, con un Jeff Bridges stratosferico detto il Drugo (The Dude in lingua originale) che diede nuova linfa alla voglia di rivendicare il fancazzismo come stile di vita della mia generazione. Il Drugo ama le canne, i white russian e il suo tappeto. E proprio questo, rovinato da un’orinata causata da un maldestro errore, innescherà una vicenda assurda splendidamente partecipata da quei fenomeni di John Turturro, John Goodman e il mio adorato Steve Buscemi. Un film che inneggiava allo stile di vita disincantato e fannullone: il Drugo nella sua vestaglia da casa sconvolto di canne era un inno al disimpegno. Un inno al vaffanculo globale, un inno al nichilismo non devastante e tormentato ma bonaccione e perditempo. La vita non ci fa male, non siamo disperati, semplicemente non ce ne frega un cazzo. Il drugo era l’esempio di come non stare al mondo. Di come, poi, conducevamo più o meno le nostre esistenze universitarie o giù di lì, chi più turbato, chi più sereno; tutti comunque votati ad un consapevole disimpegno. Consapevole. Segnate sulla lavagna la parola, please.

Poi. Poi passa un ventennio (porcamiseria). Passa in un lampo (riporcamiseria), succedono moltissime, innumerevoli cose: dall’esplosione di internet allora solo abbozzato all’avvento degli smartphone e a nuovi modelli di socialità che cambiano le regole di tutto. Ma proprio tutto: mai come dal duemila la norma sociale, il cosiddetto modus vivendi della massa, è cambiato, determinato da nuove tecnologie ormai del tutto fuse alle nostre esistenze. Ma su questi argomenti “alti” orde di accademici staranno già scrivendo più e meglio di me. Noi stavamo parlando del Drugo. Stavamo parlando del fancazzismo. Stavamo parlando del disimpegno. Del vaffanculo – molto prima dei vaffaday, signoremioperdonaci – a tutto senza se e senza ma. Ma con il sorriso bonario di chi ha deciso, studiato, capito che non ne vale la pena e quindi: olè, chissenefrega is the only way of life.

Ma occorre fare un altro saltello, questa volta di lato, per seguire questo mio pezzo con cui vi tedio in questo magnifico lunedì mattina di ritorno a uffici, scuole e lavori vari. C’era una volta la musica alternativa. La chiamavano così. A noi faceva un po’ ridere sentir parlare di quello che ascoltavamo ogni giorno come di un’alternativa. Alternativa a cosa? Beh, a quel mondo che per noi, semplicemente, non esisteva: il mondo dei Cecchetto, dei Festivalbar e del nazional popolare (mi perdoni il grande Vasco del suo primo decennio), dei San Remo e delle classifiche da TV Sorrisi e Canzoni. Quello che ascoltavamo noi non andava in tv, almeno non in quei canali e quando arrivava in classifica creava un “movimento”, un qualcosa di inaspettato (per gli altri) che ribaltava gli schemi. Il grunge ne fu l’ultimo esempio planetario. Ma per il mondo “mainstream” (parola allora ignota ai più) dei sei canali tv nazionali, la nostra musica era “alternativa”. Nascevano addirittura dei festival dedicati a far conoscere quello che altrimenti arrivava solo attraverso il buon vecchio passaparola nei negozi di dischi e grazie alle riviste specializzate (tra cui Il Mucchio Selvaggio, sigh). Comunque, tutto questo discorso sulla musica alternativa degli ottanta/novanta lo trovate molto ben spiegato in un documentario che ho beccato su skyarte un annetto fa: ne parlava Manuel Agnelli e forse lo speciale era proprio sugli Aftehours. Comunque. Perché questo sproloquio? Andiamo al dunque.

Perché la domanda che mi ha attanagliato e non mi ha fatto dormire costringendomi a lunghe notti ai banconi del bar negli ultimi anni – ve l’ho sempre detto che non era colpa mia, che c’era qualcosa che non andava e dovevo capire cosa mi trascinava verso il pub – è stata questa: ma chi se ne frega se l’indie è morto? Tanto, che problema c’è nel vestirsi male – le tute fine ottanta di Tacchini facevano cagare anche allora, ragazzi, sappiatelo – e scrivere canzoni mediobanali se non brutte tutte in italico idioma discutibile per grammatica e costrutto (in analisi logica alle elementari vi davano quattro, vero?) e riempire spazi da migliaia di persone poi vuoti quando vado io a vederci gruppi sconosciuti come gli Interpol (successo a Milano, l’anno scorso: eravamo quattro gatti e una settimana dopo per Ghali non si entrava in tutta l’area del Carroponte). Che male c’è? Qual è il problema? Proprio noi della teoria del disimpegno, del chissenefrega ci lasciamo turbare da gruppi che si chiamano come animali della savana e scrivono cose alla Zarrillo e Nek ma oggi sono indie? Chissenefrega. Ma ascoltati quello che vuoi. Per me puoi anche andare a vederti la Pausini, basta che non si esca mai assieme. Quindi, perché tutti questi pensieri? Poi, una coppia di turisti dell’est la settimana scorsa mi ha servito su un vassoio d’argento, anzi, su un bancone di marmo, la risposta alla domanda che tanto mi turbava.

Ultimo salto, prometto: nella vita di tutti i giorni, oltre ad annoiare il più gran numero possibile di lettori con racconti, romanzi e saggi, lavoro pure in una nota osteria del centro di Bologna, ormai frequentata in buona parte da turisti. Negli anni siamo finiti sulle guide straniere, poi il passaparola, i b&b del centro nati come funghi che ci consigliano, l’orario nonstop, la tagliatella fatta bene a due soldi; insomma, per un sacco di motivi siamo assaltati da turisti di tutto il mondo. Il fenomeno di Bologna iperturistica – mangiatoia per senzapapillegustative se vogliamo fare i cattivi, culla della cultura culinaria se vogliamo fare i bolognesi – è molto recente: sono pochissimi anni che si fatica a camminare per via Rizzoli come fossimo nel Village a NY a causa di orde armate di smartphone puntato verso l’alto a passo lento e dubbioso. Accolsi questa novità al lavoro senza riserve, anzi: era divertente spiegare agli stranieri che no, non si mangia la tagliatella col cappuccino e perché. Che dopo pranzo si beve il caffè e se ti piace il latte, caffè macchiato. Che c’è differenza tra sugo di pomodoro e marmellata, che la pasta scondita non è un contorno e un sacco di altre cose poco note al di là di Alpi e mari. Poi, si sa, la quantità vince sulla qualità e mi sono arreso anch’io. Di fronte alla turista americana che mi ordinò insalata con tonno e uova e caffelatte gettai la spugna. Pazienza: quando sono in forma ci proverò, ma alla fine – e vedete che torniamo all’inizio del mio pezzo – chissenefrega. Il Drugo avrebbe alzato le spalle, fatto un sorso di white russian e sorriso. E così ho cominciato a fare io. Mangia quello che vuoi, bevi quello che vuoi. Se vuoi non capire un cazzo di dove sei, essia, non ho certo intenzione di farti da papà, di educarti. Educarti. Educare, altra parola da segnare, come il consapevole di prima, sempre se non vi dispiace.

Ed eccoci allora alla risposta servita dalla coppia del far east, nuova terra di partenza del turista culinario contemporaneo che riempie qualunque baracca in cui si cucini qualsiasi cosa oggi a Bologna. Finito il pranzo, lei chiede un cappuccino, lui un double expresso. Sarò stato in giornata grilloparlante o rompipalle o chissachè, ma risposi “no”. Sorpresi, lei assume l’espressione offesa tipica dell’oltrebalcani che ormai conosco a memoria; lui, più mansueto, domanda “perché?”. E allora io spiego loro che con caffè lungo – il double expresso è una stronzata inventata da Starbucks peggio del babbo natale rosso della cocacola – e cappuccino ci si fa colazione, con i biscotti. Che alle tre del pomeriggio si prende caffè macchiato e caffè espresso, che siamo in Italia e this is the way here, poi, liberi tutti I’m an anarchist, you can drink what you want. Lui ridacchia, lei stessa espressione glaciale da oltre cortina di ferro. “Ve li offro io, provate, al massimo non vi piace, no? Che vi costa?” Bevono i due caffè. Lei immutabile nel viso ammonitore e marmoreo, lui, sempre più bonario, sorride, alza le spalle e “non l’avevo mai provato, buono” e se ne vanno verso la loro vacanza. E allora? Questo cosa avrebbe a che fare con le felpe brutte dei rapper, trapper, indiepopper di oggi e le loro canzoni – ecco, come dire, non trovo le parole – non proprio capolavori immortali? Ho scoperto grazie a double expresso ordinato in osteria cosa mi turba da anni. Educare. Educazione. Ecco il cuore del problema: la non educazione. Non nel senso di maleducazione, ma di assenza di educazione. Il non sapere. Il non aver provato, assaggiato, sentito che ha atrofizzato le papille gustative, come gli occhi, le orecchie. I cervelli. I cuori. Se sei abituato a mangiare precotti da discount, non capirai la bontà di una pasta fatta in casa con del tartufo fresco grattugiato sopra. Così, se vivi in mezzo al brutto e all’improvviso ti catapultano agli Uffizi, pochissimi saranno illuminati dalla bellezza della Primavera del Botticelli, moltissimi non lo capiranno e non per colpa loro, ma perché non sono abituati al bello, a una tela che trasmette emozioni profonde. Così, se ascolti merda dalla mattina alla sera, non solo non ti accorgerai mai di qualcosa che defecazione non è, ma non la capirai nemmeno quando l’avrai sotto gli occhi, pardon, le orecchie. Non te ne accorgerai perché le tue orecchie saranno abituate da troppo tempo a sentire robaccia da rima baciata, brutture in autotune, testi sgangherati, o così banali che Fabio Volo al confronto è Dante, che la mia prof delle medie m’avrebbe bocciato senza neanche passare dagli esami di settembre. E tutto questo, I-N-C-O-N-S-A-P-E-V-O-L-M-E-N-T-E. Ecco la tragedia: non è dispimpegno, non è nichilismo punk, non è essere il Drugo. È che non te ne accorgi più. Che a forza di sentire stronzate in sottofondo, quel sottofondo riempie la stanza, la testa, la vita e diventa il fondo. Il fondale su cui dipingi le tue giornate.

Ma che noia da vecchiume che state leggendo. Ma che palle con ‘sti qua che rivendicano un’epoca dell’oro della musica pre youtube sconosicuta ai millennials. E, infatti, chissenerega. Non è un problema che cosa volete ascoltare e chiamare musica. Ma che sia una scelta. La VOSTRA scelta. Se chi ascolta trap fosse anche solo minimamente conscio che esiste Battisti e che cazzaggiare con Sferaebbasta è – ok, non dico niente – legale; se ci fosse una minima cognizione del fatto che musica può essere qualunque cosa e che puoi ridere di un tormentone estivo e conoscere nota per nota le montagne russe dei violini di Vivaldi, allora io sarei sereno. Se ti va il cappuccino dopo pranzo, se ti piace, allora bevitelo. Ma tu non lo sai se ti piace, lo bevi perché te l’ha detto Starbucks. Se ti piace la musica che “va” oggi, ma benvenga. Se ti piace perché la trovi più bella di quella di dieci, venti, cinquanta anni fa. Se ti piace Giusy Ferreri e conosci la Bertè, ma affari tuoi. È che temo che tu non sappia neanche chi era Mia Martini. Temo che ascolti quelle stronzate che scrivono (oddio l’ho detto) Takagi e Ketra perché te l’ha detto Spotify, non perché tu, amante del bel canto italico e profondo conoscitore di Jimmy Fontana, Alan Sorrenti, Fiordalisiso – senza scomodare De Andrè, Ciampi, Tenco, Conte e blablabla – poi hai scelto i pezzi di Tommy Paradiso. Perché se è così va benissimo, liberi tutti. Ma se non lo è c’è un problema molto più grosso di quello che potrebbe essere che musica ascolti. C’è che non sai più scegliere. Ma non solo: c’è che ti sei diseducato a sentire qualcosa di bello. E allora ti faranno sentire quello che vogliono e tu lo ascolterai. E da lì è un passo leggere quello che ti daranno e comprare i libri di Selvaggia Lucarelli e non sapere chi è Ennio Flaiano. E così via, sempre più in basso, sempre meno liberi con in mano l’accesso a tutte le informazioni e nessun gusto per trovare una direzione in cui cercare. Ma che rompipalle. Alla fine, come diceva Bennato – chi?– sono solo canzonette, no? Eggià. Canzonette. Libretti. Quadretti. Amorucci. Votini. E quindi, chissensefrega, caro Drugo?

E, invece, un problema c’è. Perché poi succede che, dopo essere stati a Berlino a mangiare un panino, prendendo due paracetamolo cinquecento col cuore a mille, pensate che questa roba qui sia musica e che tre metri sopra il cielo sia letteratura e le croste del primo stronzo che decidono di spingere sui social sia arte e allora poi andate a votare e votate cinque stelle e lega perché pensate che quella roba lì sia politica e credete che le cose non abbiano a che fare e invece è tutto figlio della stessa non attitudine a vedere la bellezza, a sentirla: the miseducation (magari fosse quella di Lauryn Hill, grandissimo disco). E senza bellezza i cuori si restringono, i cervelli si atrofizzano e a forza di non vedere mai un bel quadro smetterete di emozionarvi per un tramonto e a forza di smettere di emozionarvi per il colore del cielo al crepuscolo smetterete di sentire quello che vi sta attorno e e non proverete più niente. Per quello che domanda una moneta davanti alla Pam. Per chi sbarca qui dopo mesi, anni di violenza e torture in un lager libico. Vi berrete le stronzate che scrive Il Giornale o Libero, crederete davvero che esiste un’invasione dei mori peggio che ai tempi delle crociate, che c’è un problema immigrazione e che i grillini con la loro onesta ignoranza in ogni cosa faranno star su i ponti che i comunisti non hanno curato e quindi cadono. E poi potrete lasciar cadere una cartaccia in piazza San Marco e non raccoglierla e mettere i piedi a mollo nella fontana di Trevi che fa caldo. Il brutto uccide l’anima. Il brutto rende bruti. Fatti non fummo per viver come. Ma allora, la musica che fu indie e oggi è indiepop, indierap, indiesticazzi è la causa di tutti mali? Ma no, ridiamoci su. Alziamo il bicchiere, Dude. No, no amici miei. C’è molto, molto di peggio. Ma le cose non sono slegate, mai: siamo della stessa sostanza dei sogni, diceva il Bardo. Siamo i nostri sogni: se non diamo loro lo spazio per vivere nella bellezza, smetteremo di sognarli. La sostanza è una, l’attitudine è una e si rivolge a tutto e allora ascoltatevi quello che volete, ma non fate che quello che “capita” diventi il virus che vi fotte l’hard disk del cervello. Perché a mettere la capoeira e la cachaca di fianco alla favela perché avevi solo voglia di staccare, magari poi è un attimo frullare tutto e non capirci più un cazzo. Ma non di musica, nella vita, in generale.

Cazzeggiare è bello, Calcutta è pure simpatico e ha scritto cose ironiche e divertenti. Tanta roba che senti è solo la versione brutta di quello che già si sentiva trentacinque anni fa – TheGiornalisti docet, a riguardo – e non fa male ascoltarla e canticchiarla. Ma col cervello sempre acceso e le orecchie tese che c’è anche altro. Anche qui a due passi. Escono dischi belli e intelligenti come quelli di Nicola Setti e Ofeliadorme o divertenti come quelli di Baseball Gregg e Laser Gayser o potenti come quelli degli Stormo e di qualunque cosa tocchi Jonathan Clancy e la lista è infinita proprio in quel mondo che si chiamava alternativo e adesso non so più come. E nei club da cinquanta persone val la pena andare. Anche se poi vi sparate i concertoni indiepop e fate po poroppo po po come allo stadio – ma lì era roba da buzzurri, adesso è sdoganato – dieci anni e più fa. Ma la differenza tra Salmo e Carl Brave la dovete riconoscere. Tra un testo cretino come Amore e Capoerira e una canzone di Claudio Lolli dovete riconoscerla. Poi magari vi ascoltate Baby K e Myss Keta, chissenefrega. Però fatelo come esercizio: andate a una serata della Barberia Records, al Freakout, a un festival di Maple Death e ascoltate i loro artisti e vedete se riuscite a capirli. Non se vi piacciono, quello è gusto; ma se vi comunicano qualcosa, se arrivano. Se non succede, il virus è entrato. Ma tranquilli: basta fare un refesh. Andate subito a una mostra qualsiasi in una galleria importante o in un museo della vostra città, comprate un libro di Franco Stelzer, o di Pavese se non volete stare a cercare al Libraccio; ascoltate, mentre leggete, tutto Battisti – mannaggia, non si trova online – o Mina, o se non siete legati all’italico idioma qualunque cosa esca per Sacred Bones, Domino Records, To Lose La Track – avete capito il gioco di parole? No? Subito al museo, di corsa! – e tantissime altre. Poi, con una strana pace sconosciuta nello stomaco ritornate a Frah Quintale e Coez. Magari vi piacciono davvero lo stesso. E allora, alla Drugo, sorrido sincero e brindo con voi.

Fabio Rodda