Il secondo Inverno (Fiver #03.2017)

La filosofia è elementare nella sua semplicità: fare cose che ci piacciono in compagnia di gente che ci piace.
Un’esigenza prima ancora che un’idea.
Un paio di anni fa è iniziata così la storia tra noi di Sniffin’ Glucose e i ragazzi di No Hope, una fanzine fatta di carta e costruita con forbici, colla, matite e pennarelli. Una storia nata sull’abbrivio delle passioni comuni: il punk e il post punk, la new wave e il garage rock, la psichedelia e il power pop, l’indie rock, l’elettronica storta e la bassa fedeltà, i libri di carta e i dischi di plastica, i piccoli club, le persone eleganti, Stanley Kubrick e François Truffaut.
E’ stato No Glucose poi Inverno, ancora No Glucose e di nuovo Inverno.
Come lo scorso gennaio anche quest’anno invaderemo assieme il palco del Covo, che tra i piccoli club che apprezziamo è da sempre quello che ci piace di più.
Sarà il nostro festival d’inverno, con dieci band in due serate, djset, stand, banchetti, vintage, vinili.
Proveremo di nuovo a innamorarci e tenteremo di farvi innamorare ancora.
Exploding the teenage underground into passionate revolt against the corporate ogre, once again.

Covo Club // NO HOPE fanzine // Sniffin’ Glucose presentano:

INVERNO Fest

❅ ❅ ❅ 20 GENNAIO ❅ ❅ ❅

Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (Alternative – To Lose La Track -Foligno, IT)

Gomma (Gum Wave – V4V-Records – Caserta, IT)

The Yellow Traffic Light (Shoegaze – WWNBB – Torino, IT)

Freez (Weird Garage Sound – Schio, IT)

Warm up from 8 p.m.
Opening show: In.versione Clotinsky (Lo-Fi Pop – Ravenna, IT)

Reading: Alberto Ronchi, “Catastrofi Naturali” (Modo infoshop Edizioni) + Alan Vegan djset

aftershow djsets
gate 1: Jack (Altre di B – indie rock – college – punk)
gate 2: No Glucose Wild Bunch

❅ ❅ ❅ 21 GENNAIO ❅ ❅ ❅

Cold Pumas (Post Kraut Punk – Faux Discx – Brighton, UK)

Sex Pizzul (Disco Punk – Annibale Records – Firenze, IT)

Baseball Gregg (Climate Controlled Pop – La Barberia Records – Bologna, IT)

Vanarin (Psychedelic Brit Pop – Bergamo, IT)

Warm up from 8 p.m.
Opening show: Babau (Psych Dub Exotica – Artetetra – Bologna, IT) + Alan Vegan djset

aftershow djsets
gate 1: Mars (rock n roll – glam – punk)
gate 2: No Glucose Wild Bunch

                                                    ❅ ❅ ❅

Stand

Record label, vinili, serigrafia, fumetti, graphic design, poster, fanzine, disegno: 
Maple Death / La Barberia / Avant / Background / Pady / Sciame / Brutto.Collettivo / Nervi Cani

Sniffin’ Glucose

It’s The New Thing (Fiver #02.2017)

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THE MOLOCHS

My boys take what I say
Do it the studio way
New equipment all clean
New gear
Clothes mean
I answer and take the calls
No trouble with the law
Turn it up for interviewers
Oh yeah prime movers
I wonder what is next year’s thing?
Crash smash crash ring
(It’s The New Thing – The Fall – 1978)

Ho passato il 31 dicembre lavorando. Una consuetudine ormai. Non che mi dispiaccia, a dire il vero. Magari dico che non mi dispiace perché devo convincere me stesso che alla fin fine si tratta di una maniera accettabile di passare l’ultima giornata dell’anno e comunque non ho tante altre alternative. Quindi lavoro, rispondo educatamente a quelli che mi scrivono facendomi gli auguri e tiro avanti, con la speranza che almeno finisca in fretta.
La mattina del primo gennaio, mentre me ne stavo ancora a letto, con un’altra giornata di lavoro che si prospettava da lì a poco, ho pensato che dovevo acquistare un paio di dischi che avevo in testa.
Compro i dischi in vinile non perché li debba ascoltare, anche se mi piace farlo. La maggior parte decido di prenderli proprio perché li ho già sentiti e mi sono piaciuti. Parto con l’idea di comprare massimo 30 dischi, quelli della mia classifica degli album dell’anno che mano a mano si completa con lo scorrere dei mesi, malgrado non ne faccia una materialmente da anni. Naturalmente non riesco a controllarmi e mi ritrovo con un centinaio di dischi in casa in più ma con me stesso riesco ad essere particolarmente indulgente e finisce che non debba rimproverarmi proprio nulla. Compro i dischi in vinile perché sono oggetti di cui amo circondarmi, anche se poi già so che sul piatto ci finiscono una manciata di volte e tutto il flusso di ascolti rimane ancorato alle piattaforme digitali.img_2988
Ripensandoci ora, a qualche giorno di distanza, quel gesto mi pare proprio indicativo. Ho aperto la pagina di Amazon (sì, mi piace comprare i dischi nei negozi, ma dubito che Achille mi avrebbe aperto la porta alle nove del mattino del primo gennaio) e ho cliccato acquista sul nuovo album di Solange, poi su quello di Carla Dal Forno, due dischi che proprio non potevano mancare nella mia collezione. Ho passato ormai anche la mezza età, ho tre figli, un’attività imprenditoriale, alcuni hobby che nulla hanno a che fare con la musica e nel primo giorno dell’anno, apro gli occhi, e per prima cosa mi metto ad ordinare dischi senza nemmeno aver messo un piede fuori dal letto, come se non avessi altri pensieri per la testa. Come se fosse la cosa più normale da fare e come in effetti è sempre stato. La mia letterina di intenti per il nuovo anno ha sempre avuto la forma di una lista di dischi, del resto.
fullsizerender-3Faccio la stessa cosa da almeno trent’anni a questa parte, insomma. Sarà magari cambiato il metodo e il modo, ma si tratta di dettagli. Questi sono i giorni dell’anno dove si vanno a riempire le caselle ancora vuote e dove, contemporaneamente, si iniziano a mettere a fuoco quei nomi che rischiano di occupare uno spazio importante nei prossimi dodici mesi.
Ecco, a questo proposito: era tradizione per la stampa musicale d’oltremanica occupare i primi numeri di gennaio con una lista di nomi che, secondo loro, avrebbero fatto il botto definitivo da lì a poco. Erano pagine che mi ritagliavo per poi mettermi alla faticosa ricerca di un qualche riscontro fisico (un 45 giri, un mini LP, scontrandomi inevitabilmente con le difficoltà e i costi dell’importazione) che potesse darmi qualche certezza in merito. Una sorta di caccia al tesoro che finiva per entusiasmarmi inevitabilmente ogni anno, a discapito di qualche disco che ancora conservo con qualche imbarazzo e ben nascosto tra gli scaffali della mia collezione.
Questa piccola mania è stata spazzata via dalla modernità digitale. Di qualsiasi gruppo agli esordi è disponibile un file in streaming, pronto a soddisfare qualsiasi curiosità in tempo reale, neppure il tempo di farsi venire la voglia per davvero e ritrovarsi già soddisfatti, in una sorta di eiaculatio precox del digging digitale.
I nomi per il nuovo anno rimangono comunque (e qui sotto ne propongo cinque), su tutto il resto non tocca che farsene una ragione.

THE MOLOCHS – You And Me

Si rischia di incappare negli stereotipi più banali: la california, i Byrds, il garage rock degli anni sessanta che rimane al confine con la psichedelia. Aggiungiamoci pure il Paisley Underground che di tutte le cose sopracitate era già una variazione al tempo e abbiamo il quadro completo.
In questi giorni uscirà il nuovo album e questa canzone già ce lo fa mettere in cima
alla lista dei dischi più attesi. Brano irresistibile, da ascoltare in modalità repeat, a metà strada tra i primissimi REM e i Byrds, giusto perché mi piace esagerare.

POSSE – Voices

Due canzoni, una per lato. Un singolo che è possibile ordinare anche in versione sette pollici, alla vecchia maniera. Un trio di Seattle che pare proprio catapultato da un’altra epoca: basso, chitarra e batteria e un suono che loro stessi definiscono come il frutto di 27 years of disappointment and delays pedals. Roba per chi ha in casa i dischi di Galaxie 500 e Yo La Tengo e ne ha una gran cura.

HAND HABITS – Flower Glass

Esce sotto l’ala protettiva di Kevin Morby, il debutto di Hand Habits. In pratica il progetto solista di Meg Duffy, polistrumentista che ha passato gli ultimi due anni in tour con lo stesso Morby.
Questa è una canzone che ha il calore e l’imperfezione dei brani registrati in casa. Scorre fragile ma sa come catturare attenzione, merito di una voce che si ricorda fin dal primo istante e una melodia che risulta “classica” fin dal primo ascolto. Se siete tra quelli che hanno gridato al miracolo con Sharon Van Etten non potete esimervi.

MEILYR JONES – How To Recognise a Work of Art

Questo è il periodo dell’anno buono per recuperare dischi che non si erano considerati in principio, si diceva. Meilyr Jones è un ragazzo gallese che a quanto pare ha già una bella avventura musicale alle spalle con i Race Horses di cui non ho mai sentito una singola nota.
Questa è una canzone tratta dal suo debutto solista, intitolato 2013, che è l’anno dove tutte le sue certezze sono andate a rotoli: band, fidanzata e fiducia nel futuro.
Ha vissuto sei mesi a Roma, come gesto di elegante disperazione e ha trovato l’ispirazione per immaginarsi nuovamente su di un palcoscenico.
Ne è uscito un disco bizzarro, pop ma mai banale, fatto di arrangiamenti curati, pianoforte, archi e fiati.
Questo brano è un irresistibile crescendo a metá strada tra i primi Dexys Midnight Runners e Momus. Uno di quei brani che danno fiducia nella forza della musica, pop o meno che sia. Lontano dagli stereotipi e dalla banalitá, con personalità, che forse è l’unica cosa che ancora possiamo chiedere a chiunque decida di imbracciare uno strumento e di scrivere una canzone.

QTY – Rodeo

Non amo le scommesse. Ma in questo caso qualcosa su questa coppia di giovanissimi qtynewyorkesi (un ragazzo e una ragazza) la punterei senza esitazioni. A dire il vero un singolo di debutto così era un bel po’ di tempo che non mi capitava tra le mani. Inutile dire che quando si tratta di chitarre, rock’n roll e New York certe connessioni vengono automaticamente ma davvero impossibile non pensare agli Strokes e, andando più lontano nel tempo, a tutta la scena degli anni settanta, manco fosse un brano del catalogo della Ork Records. Due minuti e trentatré secondi che sfiorano la perfezione, insomma.

CESARE LORENZI

Arriviamo lunghi ma arriviamo (Fiver #1.2017)

cuffiaradio
Che poi , tra amici, è piacevole di tanto in tanto sedersi e raccontarsi. Raccontare da dove veniamo.
Perché esiste sempre un punto di partenza, anzi ne esistono tanti a ben pensarci e da ognuno partono storie, pezzi di noi, cuori pulsanti.
Con gli anni sto trovando assolutamente poco considerevole il fatto che non esistano invece punti di arrivo.
Siamo nati per correre diceva qualcuno ma anche per osservare, annusare, sudare, cazzeggiare e costruire legami. Di certo non siamo nati per arrivare.
Uno dei miei punti di partenza è rappresentato da uno degli oggetti esteticamente più orrendi che la storia del design ricordi: una radiocuffia. Un blocco unico con 2 rotelle posizionate sopra gli auricolari , una per il volume e l’altra per cambiare stazione , il tutto sovrastato da un’antenna retraibile che una volta aperta poteva raggiungere altezze imbarazzanti. L’acquisto, a metà anni 80, mi trasformò in un improbabile incrocio tra un adolescente supercool e un nerd che non aveva altro nella vita. Ovvio che io propendessi per il primo profilo mentre l’universo che mi guardava fosse schierato con la seconda opinione.
Anyway, in quella radiocuffia nacquero tutte le mie passioni . Mi costruii il mio palinsesto personale fatto di radio locali che proponevano musica che non conoscevo e arrivai per la prima volta a fare le ore piccole scoprendo quel capolavoro di trasmissione che era “Rai StereoNotte”: 3-4 conduttori che si alternavano ogni sera tra mezzanotte e le 6 del mattino. Io mi giocavo tutto nella prima fascia, fino alle 2 per poi crollare inesorabilmente.
Una notte uno dei conduttori (propenderei per Massimo Cotto), iniziò a tessere le lodi di un film uscito in quelle settimane e di una colonna sonora che trovava splendida.
Le musiche erano di Ry Cooder e il film era Paris, Texas di Wim Wenders.
Di cinema sapevo poco o nulla.
Fu il “primo amore” , il film che mi fece innamorare del Cinema
Una storia adulta e apparentemente lontana da me, veniva invece percepita come mia. Il senso di smarrimento di Harry Dean “Travis” Stanton , era quello dei miei 15 anni.
Ho ripensato a quelle sensazioni e a quegli anni pochi mesi fa , durante la visione di di quel gioiellino pop che è “Sing Street”. C’e’ quella scena finale dove i 2 protagonisti adolescenti partono per raggiungere Londra in motoscafo, una scena volutamente irreale dove i 2 si trovano a navigare in mezzo ad una tempesta a contatto con un transatlantico. Poi il film, giustamente, finisce e tu non sai se i ragazzi ce la faranno ad arrivare e come vivranno la loro vita. Ma la sensazione è quella di esserti trovato davanti a 2 ragazzi felici che stanno correndo, annusando , sudando, cazzeggiando e cercando qualcosa di nascosto.
Come ormai abitudine per queste pagine, segnalo piccole storie cinematografiche nascoste nell’anno che si è appena concluso. E come da abitudine si tratta di film non distribuiti (o quasi) al Cinema ma già reperibili.
Io li ho simbolicamente trasportati per qualche tempo nella mia radiocuffia International Hp1000 che non ho più.
Ma l’antenna in fondo a qualche cassetto deve esserci ancora

HELL OR HIGH WATER di David Mackanzie – Usa
Visto che siamo partiti da lì, rimaniamo in Texas. La solita rapina, il solito sceriffo che insegue, il solito scenario desertico. Ma certi film non mi stancano mai, soprattutto se lo sceriffo è uno splendido Jeff Bridges e la storia è ricca di un’umanità a tratti travolgente. Tra i film dell’anno a mio avviso, per un pubblico molto trasversale.

EL ABRAZO DE LA SERPIENTE di Ciro Guerra – Colombia
Distribuito a sorpresa in Italia ad agosto e quindi praticamente non visto in sala, L’Abbraccio del Serpente è un film che finisce per avvolgerti come dichiarato dal titolo. Una storia dilatata nel tempo e ambientata in Amazzonia tra sciamani e ricerca di piante sacre. Un film con atmosfere alla “Mission” o “Fitcarraldo” giustamente candidato agli Oscar 2016 come miglior film straniero.

SWISS ARMY MAN di Dan Kwan e Daniel Sheinert – Usa
Mai avrei pensato di essere “toccato” da un film demenziale. Un cadavere che parla, che scorreggia, che ha erezioni può arrivare ad un passo dalla poesia? E’ la scommessa di questo film vincitore di numerosi premi tra cui quello della Regia all’ultimo Sundance. La risposta ad ogni spettatore che vorrà immergersi in una storia assurda e fantasiosa come solo le storie al cinema possono essere. Gli attori protagonisti sono gli ottimi Paul Dano e Daniel Radcliffe

THE ONES BELOW di David Farr – Uk
Amo molto i film dove sembra possa accadere tutto da un momento all’altro, poi invece non accade niente per 2 ore ma alla fine ti accorgi che è successo molto di più di quello che pensavi succedesse all’inizio. Se non siete in attesa di un bambino e non trovate i vostri vicini di casa inquietanti, godetevi uno dei thriller più sottili dell’anno, opera prima dell’autore inglese David Farr.

THE INVITATION di Karyn Kusama – Usa
Atmosfere vagamente similari a quelle di The Ones Below. Qua non ci sono vicini di casa ma una semplice rimpatriata tra amici di vecchia data. Un invito a cena da cui possono scaturire molte cose o forse nulla. Alcuni tra gli invitati decidono di godersi semplicemente la serata, altri sono invece più sospettosi sul motivo e l’opportunità del ritrovo. Film riuscito, da vedere con una piccola luce accesa sul comodino per stare più tranquilli.

FUSI – VIRGIN MOUNTAIN di Dagur Kari – Islanda
Oltre alla musica, negli ultimi anni dall’Islanda arrivano anche ottimi film. Uno dei primi fu proprio l’opera di esordio di Dagur Kari, quel “Noi Albinoi”che venne distribuito a sorpresa anche in Italia ad inizio anni 2000. Regista anche dell’ottimo “The Good Heart” che vi invito a recuperare, Kari si riconferma con una storia di una semplicità disarmante che narra la storia di Fusi, uno dei tanti losers che il cinema sa così bene raccontare e far emergere dalla desolazione

WHERE TO INVADE NEXT di Michael Moore – Usa
Ho perso il passaggio nel quale Michael Moore da autentica icona cinematografica è passato al più totale dimenticatoio , tanto che l’uscita di una sua opera (in Italia a maggio , solo per qualche giorno) viene a malapena segnalata. La verità sta spesso nel mezzo. Where to invade next non è un capolavoro e Michael Moore è sempre molto furbo a portarti in terreni a lui congeniali dove esprimere al meglio le sue opinioni politiche. In ogni modo il film merita ugualmente di essere visto anche solo per l’ironia debordante che da sempre contraddistingue Moore.

CERTAIN WOMEN di Kelly Reichardt – Usa
Prima parlavo di quelle storie dove sembra non succedere nulla e poi alla fine succede tanto. Il cinema di Kelly Reichardt è invece a suo modo coerente: sembra non succedere nulla ed in effetti non succede proprio nulla. Però al termine di ogni sua opera, si rimane stupiti del fatto che ti abbia in qualche modo sedotto, conquistato, reso la vita più bella in quei 90 minuti. Il cuore si sposta di un millimetro, ma si sposta, pulsa. Se vi piace questo tipo di cinema, recuperate assolutamente i suoi precedenti lavori “Wendy & Lucy” e soprattutto “Old Joy” con protagonista un grandioso Will Oldham/Bonnie Prince Billy.

HUNT FOR THE WILDERPEOPLE di Taika Waititi _ Nuova Zelanda
Tra i film più geniali del 2014 annoverai “What we do in the shadow” una sorta di indagine finto documentaristica su un gruppo di vampiri neozelandesi, piena di ironia ed ottime trovate. Il regista di origini maori Taika Waititi si conferma tra gli autori di commedie più originali di questi anni. Hunt for the Wilderpeople è il classico film da serata cazzeggio, una storia di formazione anche qui al limite del demenziale ma che ha grande cuore. Atmosfere , con le dovute proporzioni, vicine a Moonrise Kingdom di Wes Anderson

A MAN CALLED OVE di Hannes Holm – Svezia
Ahh l’amata Svezia ! A man Called Ove è tratto da uno dei libri più venduti negli ultimi anni , secondo solo alla trilogia Millenium di Stieg Larsson. Dalle nostre parti il libro è uscito con il titolo “L’uomo che metteva in ordine il mondo” . Finora non è invece prevista la distribuzione italiana del film ed è un vero peccato perché si tratta di una delle commedie più belle e riuscite dell’anno e Ove è uno di quei personaggi per cui sentire la mancanza la mattina dopo aver visto il film.

EL CLUB di Pablo Larrain – Cile
Non mi metto nemmeno a raccontare di Pablo Larrain, risulterebbero solo parole di banale adulazione. Per lui parlano le sue opere, una più potente dell’altra, tutte da recuperare e tenere nelle proprie cineteche di casa. Peccato solo per “Jackie” in uscita nel 2017 che lo farà conoscere anche al grande pubblico ma che risulta un semplice biopic “ordinario”. Uscito a fine febbraio e rimasto in sala pochi giorni con un box office bassissimo, El Club è forse il film più devastante di Pablo Larrain. Sono cattolico praticante ma da sempre aborro i proseliti, la fede è una questione personale come sono personali i sentimenti e le emozioni che questa opera d’arte può suscitare. Spotlight messo a confronto con El Club è come Stefano Mancinelli paragonato a LeBron James. El Club è il mio smarrimento nel deserto, 30 anni dopo Paris Texas. Film dell’anno a mia modesta opinione.

In ultimo , cerchiamo di rosso questi titoli in uscita in Italia nei primi mesi 2017
Sono certo che li rivedremo in posti molto alti nelle classifiche del prossimo anno.

LA LA LAND – di Damien Chazelle – in uscita il 26 Gennaio 2017
A volte capita di uscire dalla sala e avere la percezione che il Cinema sia una cosa enorme. ENORME! La La Land è appunto un film enorme e Damien Chazelle , dopo Whiplash, si conferma uno dei registi più musicali dei nostri tempi. Film straordinario. Capolavoro fin da ora da battere nel 2017.

MANCHESTER BY THE SEA – di Kenneth Lonergan – in uscita il 16 Febbraio
Non so se qualcuno ricorda quel gioiellino di inizio anni 2000 chiamato “You can count on me” con Mark Ruffalo e Laura Linney. Era il primo film di Kenneth Lonergan che poi si è dato al suo primo mestiere, quello di sceneggiatore (suo anche il Gangs of New York di Scorsese). Lonnergan torna alla regia con questo piccolo capolavoro di cinema indipendente. C’era il rischio di non vederlo in Italia, poi l’aver vinto decine e decine di premi in Festival di tutto il mondo ha fatto cambiare idea anche ai riluttanti distributori italiani. Candidato anche a 5 Golden Globes tra cui i migliori attori agli splendidi Casey Affleck e Michelle Williams. La sera del 16 febbraio tenetevi liberi.

TONI ERDMANN – di Maren Ade- in uscita il 23 Febbraio
Tra i film più originali presentati all’ultimo Festival di Cannes , Toni Erdmann sarebbe tecnicamente il film europeo dell’anno (2016). Ma noi arriviamo sempre lunghi e quindi ce lo godremo solo tra un paio di mesi. Anche in questo caso, colpisce il fatto che un film vicino alla soglia del demenziale, possa invece risultare così ben costruito e a tratti toccante.

MOONLIGHT – di Barry Jenkins – in uscita il 2 Marzo
Dimentichiamo Radici, dimentichiamo 12 anni schiavo, dimentichiamo Birth of a nation. Il regista Barry Jenkins (da recuperare il suo precedente Medicine for Melancholy) ci racconta il presente e non il passato di un afroamericano (gay) negli Stati Uniti, lo fa con uno stile asciutto, poetico, fatto di poche parole. Un film che non sarà per tutti e di cui non era prevista l’uscita italiana. Il notevole successo all’anteprima al Festival di Roma ha giustamente cambiato le carte in tavola. Viva i Festival quindi!

ELLE – di Paul Verhoeven – data da definire
Confesso di essermi avvicinato a Elle con mille pregiudizi. Non ho mai amato il cinema di Verhoeven (Basic Instinct , Robocop, Showgirls e tanti altri) . Ma una delle cose più belle del cinema è ricredersi e stupirsi. Anche Elle non sarà un film per tutti, ci si ritroverà a sorridere sulla violenza quotidiana di cui è piena la nostra vita, sul cinismo. Inutile parlare di Isabelle Huppert, qui alla sua ennesima interpretazione capolavoro. Il film è uscito praticamente in tutto il mondo tranne che in Italia. Dovrebbe uscire nel primo semestre 2016 ma la data è ancora da definire.
Arriviamo lunghi, ma arriviamo…è un po’ il nostro motto.

Massimo Sterpi

Live (too much) fast (to) die young (Fiver #43.2016)

il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità

(I Limoni, Ossi di Seppia)
E. Montale


Ieri era Natale. Nella mia caotica vita, uno dei rarissimi giorni fatto di abitudini: la sveglia col mal di testa per l’infinita bevuta della vigilia – fin dal mattino, che qui da noi tra i monti non si scherza mica – con i due compagni di banco del liceo. L’uscita col freddo pungente ma asciutto delle dolomiti – raramente mutata ne l’uscita sotto una pioggia fitta di mille spilli gelati –, la camminata per il paese deserto: le vecchie scuole medie, la villa col parco dove giocavo da bambino, i viottoli sterrati immersi nel verde e circondati dai monti. Per strada, le cuffie nelle orecchie e le telefonate ai parenti. Gli auguri ai passanti. La visita a Franco del Bar-Trattoria Zurigo e il bianco alla spina con una goccia di Campari per rimettere a posto la testa e lo stomaco prima della polenta.
La prima chiamata sempre la stessa: “nonna”.
Anche ieri mattina ho fatto le solite cose: mi sono alzato con la testa che rotolava sui prosecchi, sono uscito bestemmiando per il freddo ma ringraziando per il secco che nella piana nebbiosa l’umido non ti lascia mai in pace, ho messo le cuffie e preso il telefono mentre andavo verso il bar di Franco. Ho schiacciato il nome giusto in rubrica. Il nome della prima telefonata di ogni mattina di Natale.
Poi ho subito premuto il tondo rosso in basso nello schermo, con le dita che un po’ tremavano. Forse per il freddo. Forse per quel numero che ho fatto in automatico, ma che non aveva più senso chiamare.

Ho una famiglia moderna, disfunzionale. A Natale si pranza in tre. Uno sono io e con uno degli altri due non ho legami di sangue. Poi ci sono quelli sparsi in giro e ci si sente al telefono. Ognuno ha molto da fare, in città diverse che anche se vicine sono lontane come fossero in un altro continente.
Ho una vita moderna, disfunzionale. Sempre poco tempo per le cose che mi piacciono, ma le faccio lo stesso. Un lavoro con orari assurdi che a volte amo e spesso non sopporto. Notti sempre troppo lunghe che non ho voglia di smettere di spendere.
Una passione enorme che mi ha portato in giro per quasi dieci mesi da nord a sud per tutta l’Italia a salire su palchi splendidi o improvvisati. Io, che non ho mai voluto imparare a suonare uno strumento per non rischiare di diventare uno che saliva sui palchi.
Sta finendo un anno lunghissimo e denso. Veloce come un battito d’ali di un colibrì. Bello. Faticosissimo.
Pieno di vita, di volti, di persone che mi hanno toccato. Di delusioni, di abbandoni e fine di ideali. Di belle intenzioni andate a sbattere contro muri invisibili. Di esperimenti esplosi come una bomba che hanno ribaltato l’orizzonte.
Ho incontrato tanti occhi. Alcuni bellissimi, tutti di passaggio perché io sono di passaggio, forse perché tutti lo siamo ma io lo so bene e non riesco a dimenticarmelo mai. Forse perché quando mi sono fermato e ci ho creduto poi raccogliere i pezzi dopo lo schianto con la realtà di chi si ne andava – già, siamo tutti di passaggio – è stato così faticoso che adesso non riesco nemmeno a fare finta di non ricordarlo.
È passato un anno da un anno fa. Io sono sempre io. Più vecchio, più forte, più bravo a fare le cose che faccio.
Con gli stessi identici buchi che non si riempiono mai.
Con gli stessi volti che scorrono come slide nella mente quando sei tornato a casa da una serata ed è quasi mattino e hai deciso che a casa ci volevi tornare da solo per non andare a dormire e bere un’ennesima, inutile, birra con gli occhi a mezz’asta e le orecchie su quel pezzo che, sai, non dovevi ascoltare.

Vivo veloce. Perché devo fare tante cose, perché le giornate durano solo ventiquattro ore. Forse, in realtà, perché sono un nevrotico senza pace, lo stesso che trentaerotti anni fa al primo giorno di vacanza dalla scuola, si attaccava alla gonna della mamma e le chiedeva con lo sguardo perso ogni mezz’ora: «e adesso, cosa faccio?»
Ho vissuto tante vite in una vita sola.
Il giorno dopo Natale, da solo al bancone di una birreria affollata di famiglie, si possono fare questi pensieri.
E si possono scrivere anche se sono tristi, che poi tristi non lo sono, solo poco simpatici, solo bisognosi di ascolto e noi non abbiamo più tempo per ascoltare niente e nessuno che dobbiamo essere unici protagonisti del nostro mondo accelerato, connesso, sempre sul piedistallo di una foto da postare che non possiamo mica mangiarci un cazzo di panino senza farlo sapere a tutto-il-fottutissimo-mondo.
Magari però sembrano cose tristi però io le scrivo lo stesso perché, come diceva Luigi, quando sono allegro esco.
E infatti adesso butto giù sto pezzo e poi vado con gli amici a buttare giù qualche birra e qualche risata.
Sono serio, sono un buffone. Spesso mi perdo nel famoso bicchier d’acqua perché faccio la domanda sbagliata a fronte del parterre di risposte possibili.
Mi sento vecchio come il mondo. Mi sento un ragazzino che ha solo voglia di saltare ascoltando pezzi punk da adolescenti.
Non ho pace, ma, come diceva un mio socio, per riposarsi c’è l’eternità.
Tante vite in una vita sola.
E ho avuto un amore che mi ha salvato e che mi ha insegnato la dedizione. Un grande amore felice. Un infinito amore cupo e triste. Che non riesco a mettere fra le cose successe, quelle che “è andata così”, che rivorrei più o meno quanto vorrei andare a combattere in Vietnam nel sessantotto anziché fumarmi le canne e scoparmi una bionda hippy a Frisco, eppure suona sempre come quelle canzoni tristi che non sono mai tristi fino in fondo perché sotto c’è quella fisarmonica che sa di giostre e zucchero filato e bambini che sorridono anche mentre sei al bancone e sono le cinque del mattino e domani vai a lavorare ma ne ordini un altro.
E tu, tutti e tre li hai visti nascere e finire. Li hai capiti. A volte, me li hai spiegati. L’ultima volta, mi hai solo sorriso con gli occhi tristi sapendo che non c’era niente da aggiungere.
Sicuramente ne hai capito più tu di me.

Vivo veloce. Così veloce che sì, ti ho pensato. Ti ho pianto. Ma mi sono accorto solo ieri mattina di quanto sia concreta la tua assenza.
A febbraio è nato mio nipote. Una gioia enorme e strana. Qualcosa che non capisco fino in fondo, che mi accontento di vivere quando vedo quegli occhioni aperti da pochi mesi che mi sorridono perché sanno chi sono e sono felici di vedermi lì davanti.
Hai fatto in tempo a vederlo? Forse sì. Riuscivi a riconoscerlo? L’hai salutato? Non me lo ricordo.
Questa la brutale verità. Non me lo ricordo. Tutto è successo così in fretta, tante le cose che mi urlavano, mi imponevano di prestar loro attenzione con l’urgenza di ciò che non può aspettare che i giorni si accavallano nella memoria e non so nemmeno se vi siete mai incontrati.
Io non ho fatto in tempo ad organizzare la presentazione a Milano perché tu potessi venirci. Sono passato, quel giorno, in ospedale prima di andare dove dovevo andare.
Avevi quegli occhi pieni d’orgoglio che hai sempre avuto quando ti davo qualcosa di mio: fosse una pagella, il primo libro. L’ultimo. E hai capito subito quella copertina e mi hai fatto le domande che non si fanno, che solo le nonne possono fare impunemente e con un mezzo sorriso quasi beffardo, ma che racconta invece quanto il tempo porti sempre tutto a un livello d’intensità sopportabile.
E ieri mattina, quando ho appoggiato il dito su quel cerchietto rosso prima ancora che dall’altra parte qualcosa potesse squillare, ho sentito con il corpo – che è l’unica cosa che sente veramente, la pelle, i muscoli, gli odori, solo quello sente, il resto è chiacchiera – e con il sangue la tua assenza.
Non ho smesso di camminare, ma mi sono fermato con la mente. Mi sono preso il tempo che occorreva, che finché stai sulla giostra non puoi prenderti.
Ho continuato a camminare ma ho congelato la testa sulle fotografie che volevo vedere. Ed erano tante e hanno colpito allo stomaco, poi sulle gambe, alle mani.
Ho sentito la fitta che proverò al prossimo viaggio, quando appena prima di andare a bere una birra al tramonto mi verrà in mente di andare a cercare una tazzina da caffè per te. Una tazza col nome della città. Penserò di dover entrare nel primo negozio di souvenir per trovare la meno brutta fra tutta quella paccottiglia. Poi, in una frazione di secondo, capirò quanto quel pensiero non avrà più senso. Non avrà più motivo.
Quante te ne ho portate, a te che ti lamentavi di aver visto così poche città. Di aver viaggiato poco. Così ogni volta che ti venivo a trovare e mi facevi un caffè lo bevevamo a New York, poi a Parigi, a Londra, a Barcellona.
Chissà dove sono finite. Chissà se si sentono anche loro così sole adesso.


Fabio Rodda

5 x 2016 (Fiver #42.2016)

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BIRTHH

PARQUET COURTS – ONE MAN, NO CITY

Aveva sempre guardato un po’ sconcertato il collega che, sospirando, si rigirava tra le mani foto che mostravano una veduta marina. Lo sconcerto non si attenuava nello scorrere i post che ritraevano visi beati in posa all’ombra della grande chiesa cittadina o trepidanti nella calca della grande processione religiosa locale.
Non veniva da nessun posto. Oppure, meglio, veniva da troppi posti per riconoscerne uno come proprio. Un grande limite che ne aveva afflitto l’esistenza o un incalcolabile privilegio che gli era toccato in sorte?
Come si dice dalle tue parti?” osò il simpatico commensale alla tavolata di amici.
Io non vengo da nessuna parte.

No town no city
No identity no city
No thoughts, no feelings no city
No you just me i think no city
No words i speak no city
No outside no city
Nothin’ at all no city
No way home no city
No relief no city
No sympathy no city
No understanding no city
There’s no one else and no city

CAR SEAT HEADREST – DRUNK DRIVERS/KILLER WHALES

Ti guardi nello specchio e non ti piace quello che vedi. Ti odi perché non esci abbastanza la sera. Non prenoti mai uno di quei bei voli low cost per il week end. Non porti abbastanza fuori il tuo cane. Non mangi sano. Bevi troppo. Non fai sport. Non vai più al cinema. Non leggi abbastanza. Perché passi più tempo con gente che detesti che con i tuoi amici.
Ma speri sempre di saper, comunque, tornare a casa.

…but if we learn how o ive like this
Maybe we can learn how to start again
Like a child who’s never done wrong
Who hasn’t taken that first step
We are not a proud race
It’s not a race at all
We’re just trying
I’m only trying to get home
Drunk drivers, drunk drivers
Put it out of your mind
And perish the thought
There’s no comfort in responsibility
Drunk drivers, drunk drivers

BIRTHH – CHLORINE

Il palco viene montato con l’aiuto di tanti, piove a dirotto ma la gente continua ad arrivare e le preoccupazioni svaniscono velocemente.
Sembra un film di Frank Capra. Tutti sorridono e si abbracciano.
Alice inizia a cantare, la storia che racconta è triste ma l’incanto cristallizza questo momento magico nella grigia zona fieristica di Bologna che solo per stasera si colora di un colore vivido.
Ci ritroviamo a scaricare casse pesantissime alle quattro del mattino nel centro storico deserto.
Ci guardiamo e abbiamo lo stesso largo sorriso.
No Glucose 2016, uno di quei momenti che rendono un anno meritevole di essere stato vissuto.

I thought love was enough
But truth is love is dead
I’m pretending I’m a ghost
So you can sleep well in your bed
But you just make me sick
And you just haunt my dreams
Like a demon in my head that kills
The happiness in me
You’re not wanted here, you’re not wanted here
And I’d rather drown into the sea than let you save me
And you make me sick, and you make me sick
And I’d rather fall into the void than cling to your limbs
And you’re a soulless creature
And you’re death’s worst feature
And you just pretend that you’re a saint but you’re a godless preacher
and you just make me scream
You’re chlorine in my veins
The blood flooding to my brain the times I begged for you to stay

JESU AND SUN KILL MOON- AMERICA’S MOST WANTED MARK KOZELEK

I’m older now and I can’t handle being out that late.
Forse perché, ormai, è cosi anche per me ma il viaggio per vedere i Sun Kill Moon a Rockin’ Umbria me lo ricordo bene. Ricordo tutto.
La E45 scivolata via placida ridendo forte. La Toscana che diventa Umbria. La bella piazza di Umbertide.
Mark Kozelek che si lamenta, fissandomi dritto negli occhi, “dei troppi pelati in prima fila”. I telefoni sequestrati. Il bambino tenuto per mano. Quei due rompicoglioni “con le formiche nei pantaloni”.
E Weeping Song sussurrata, un omaggio a Nick Cave, a suo figlio. Alla tragedia che bussa alla porta.
Ma in una sera così, forse, fa un po’ meno male.

…Fields of sunflowers along the way
I picked some Roma tomatoes from a farmer’s garden
I ate them in the van and invited a child up on stage
And I sang while I held her little hand
Told her to quit eating sweets, that they were bad for her teeth
Took the gum from her hand and put a piece in my mouth and it was really sweet
And I invited some guys up on stage cause they had ants in their pants
And “This is My First Day and I’m Indian and I Work at a Gas Station”
And they danced and they danced
We played “The Weeping Song” for Nick Cave and his family
The passing of his son has been a daily thing on my mind
Since arriving at Heathrow and my guitarist had told me
Now the cars keep blowing down the highway
And the guys are out at the festival, watching James Blake
But I got a ride back, I would’ve stuck around if I was still 28
But I’m older now and I can’t handle being out that late…

DAVID BOWIE – DOLLARS DAYS

La morte dell’artista che ami da sempre.
La grande mostra, dopo pochi mesi, nella tua città.
Le visite ripetute con amici e familiari.
Questo voler, inutilmente, cercare di trasmettere la tua commozione, la tua passione, i tuoi ricordi che però, appunto, sono solo tuoi.
Perché ognuno ha i suoi English evergreens a cui sognare di tornare.

I’m falling down
It’s nothing to me
It’s nothing to see
If I’ll never see the English evergreens I’m running to
It’s nothing to me
It’s nothing to see
I’m dying to
Push their backs against the grain
And fool them all again and again
I’m trying to
It’s all gone wrong but on and on
IThe bitter nerve ends never end
I’m falling down
Don’t believe for just one second I’m forgetting you
I’m trying to
I’m dying to
I’m trying to
I’m dying to
I’m trying to
I’m dying to

Massimiliano Bucchieri

Affinità e divergenze (Fiver #41.2016)

Wounded Lion

Wounded Lion

Da tempo ormai nessuno mi chiede più di tradurre in linguaggio comprensibile i meccanismi che regolano il mio mondo e che mi portano a inseguire in maniera così pervicacemente insistente le mie passioni. Quella per la musica in particolare. Chi aveva le credenziali in regola per fare domande le ha già fatte e si è pure rassegnato alle risposte, tutti gli altri prendono ormai per buono – o per completamente avariato, a seconda del punto di vista – il pacchetto completo e pensano in maniera direi abbastanza equivalente che io sia il prototipo dell’artista mancato, strambo per quanto innocuo, oppure uno che ha capito tutto della vita e pur avendo da tempo scavalcato la soglia dell’età di mezzo ancora se la gode come un Gallagher ventenne.
Ovviamente hanno ragione i primi ma altrettanto ovviamente a me fa gioco tener buona l’opinione dei secondi, quindi lascio dire sia agli uni che agli altri.
Faccenda diversa è invece descrivere la differenza tra me e il resto del mondo. Ogni tanto perdo tempo, tempo che peraltro non avrei, a vagheggiare descrizioni che siano in grado di misurare le divergenze tra me e gli altri. Lo faccio per ozioso puntiglio, anche se immagino che prima o poi l’esercizio potrebbe servirmi per consentire a Giulio di capire meglio certi eventi. Comprendere perché fosse inevitabile, anzi necessario, che le cose andassero in un determinato modo. Ci penso e cerco gli episodi meno ovvi che possano fare al caso.
Dire ad esempio che sono quello che sullo scaffale ha tre copie di ogni disco dei Pavement (eh vabbè, quella comperata all’epoca, poi il cd perché quello era il periodo in cui i dischi fondamentali dovevo averli sia in vinile che in cd e dopo le edizioni deluxe per il ventennale…) e non possiedo nemmeno un disco dei Radiohead sono buoni tutti. Mi serve qualcosa di più specifico, qualcosa di definito e definitivo.

L’altro giorno, mentre ripassavo il materiale a disposizione per un articolo sui 25 anni della In the Red, me ne è venuto in mente uno di episodio che rende bene l’idea.
Qualche anno fa aveva iniziato a girare questo gruppo di Los Angeles il cui primo disco era stato pubblicato appunto dalla In the Red. Si chiamavano Wounded Lion e a me piacevano moltissimo. Uno di quei gruppi sui quali avevo la netta sensazione di esserci arrivato solo io, non perché fossi stato più acuto degli altri ma perché agli altri di un gruppo del genere non fregava proprio un bel nulla.
Una sera di metà maggio andai a veder suonare gli Intelligence all’Hana Bi. Un concerto infra settimanale di inizio stagione dove pochi fanatici si prendono la briga di mettersi in macchina e partire e quei pochi si conoscono tutti, uno ad uno. Per un gruppo In the Red mi muoverò sempre, è bene dirlo. Lo so che sono forzature quelle di affidarsi ciecamente alle uscite di una etichetta discografica. Qualche settimana fa mi è capitato di leggere una discussione riguardo l’effettiva qualità dei dischi Sacred Bones e l’esagerazione di qualcuno (immagino che se non ci si riferisse direttamente a me si stesse pensando a qualcuno di molto simile) nel definirne imprescindibile l’intero catalogo. Lo so, sono d’accordo, sono semplificazioni ma qualche punto fermo bisogna pur metterlo.
Gli Intelligence quella sera fecero un gran bel concerto chiudendo in maniera del tutto sorprendente con la cover di una canzone dei Wounded Lion, Pony People. Credo di essere stato l’unico a riconoscere la citazione.  A fine concerto andai a parlarne con Lars Finberg, il cantante degli Intelligence. Si mostrò piuttosto stupito di aver incontrato qualcuno in grado di riconoscere quella canzone, mostrando per di più un entusiasmo fuori norma per quella scelta. Mi disse che di quella canzone ne avevano registrato una versione che sarebbe finita sul loro nuovo disco in uscita di lì a poco. E così in effetti fu.

Cambio di scenario: Covo Club inizio autunno dell’anno successivo. Poche settimane prima era esploso il fenomeno Cani. A me all’inizio I Cani piacevano da morire. Questo solo per dire che poi non è che se una canzone è cantata in italiano per forza mi debba schifare. Del loro primo disco scrissi anche una recensione super calorosa per Rumore. E non me ne pento. In quei giorni I Cani vennero a suonare per la prima volta a Bologna fermandosi al Covo per due date consecutive, entrambe sold out. Andai a tutti e due i concerti. La prima sera a un certo punto Niccolò Contessa annunciò che avrebbero suonato una cover, presentandola come una canzone di Guccini. La canzone era Con un deca degli 883. Non la riconobbi assolutamente, anche se il testo non mi pareva per nulla una roba che avrebbe potuto scrivere Guccini. Degli 883 all’epoca ci stavo dentro solo con Hanno ucciso l’uomo ragno. Successivamente sono migliorato – o peggiorato, a seconda di come la si vuol vedere – grazie a una compilation su cd comperata per Giulio che per un’intera estate si impossessò dello stereo della mia macchina. Questo prima di Fedez e dell’hip hop italiano. Tornando alla prima sera de I Cani a Bologna a fine concerto qualcuno mi presentò Contessa e ci mettemmo a chiacchierare. Ricordo che stavo per fargli una domanda sulla sua bizzarra idea di aver scelto Guccini come artista cui dedicare un tributo sul palco, poi per fortuna ad interromperci arrivò Dedu con un paio di gin tonic e ci trasferimmo nell’altra sala ad ascoltare un po’ di vecchio punk rock sparato attraverso gli amplificatori dalla console di Marzio.
Ecco, questo può essere un esempio calzante per dire quanto la mia strada sia lontana e poco affine a quella di molti altri.
Riconoscere al volo una cover dei Wounded Lion e ignorare i capisaldi della musica pop italiana.
Non è che per questo mi senta migliore, diverso però si.
E non me ne dispiaccio, non me ne dispiaccio nemmeno un po’.

Wounded Lion “Pony People

Winter “Dreaming

Innamorarsi perdutamente di una canzone, di chi la canta e delle immagini che la accompagnano. Dovessi spiegare a un alieno appena calato sulla terra il concetto di dream pop lo piazzerei davanti a questo video.
Loro arrivano da Los Angeles via Brasile e hanno pubblicato un album lo scorso anno. Questa canzone risale invece al 2013 e scomparve assieme al laptop su cui era registrata. Ora è stata ripescata ed è appena uscita come singolo, a breve il nuovo album.

Dizzyride “Young You

Dietro i Dizzyride c’è Nicola Donà, uno che le cose le ha fatte sempre bene. Prima con i Calorifer Is Very Hot poi con gli Horrible Present. Da tempo si è trasferito a Brooklyn dove oltre alla musica si occupa di cucina. Qualche settimana fa mi è capitato di incrociare al Freakout il suo nuovo progetto Dizzyride in cui si accompagna alla splendida voce della canadese Zoë Kiefl. Quella sera sul palco, senza aver mai ascoltato prima una loro canzone, mi fecero un’impressione a dir poco ottima con suoni tra Suicide e Dirty Beaches e atmosfere da piano bar shoegaze. Sono molto curioso di ascoltare il loro primo album in uscita a gennaio, questo è il singolo che lo anticipa.

Tim Presley “Long Bow

Non so perché ma ho sempre trascurato i White Fence e confesso di essere ignorante riguardo a Tim Presley. Eppure è uno che ha pubblicato dischi per etichette come Make a Mess, Woodsist, Castle Face e Drag City e  inciso album con gente tipo Fall e Ty Segall. Nemmeno quando al principio della scorsa estate me lo sono visto sul palco del Beaches Brew mi sono dato una mossa. Eppure quel concerto mi piacque.
Poi capita che faccia uscire una cosa a suo nome e che nell’arco di un paio di giorni un paio di persone di sicura fiducia me ne parlino benissimo. A casa mia due indizi fanno una prova quindi ho preso l’album e sì, questa roba mi piace. Il problema ora è che a ritroso mi toccherà andare a ripescare tutto il resto della sua discografia, maledizione.

Moon Duo “Creepin’

I Moon Duo sono un gruppo di quelli che con me sfondi una porta aperta. Loop kraut, synth wave, psichedelia sparpagliata e concerti che tirano giù i muri. Lui, Ripley Johnson, ha quest’aria da vecchio guru ascetico distante da tutto e tutti eppure così maledettamente coinvolgente. Il 2017 ci porterà un nuovo disco, Occult Architecture, diviso in due volumi distinti tra dark e light. Il primo uscirà a inizio febbraio. In rete girano un paio di anticipazioni. Questa è una delle due. I can’t wait.

Arturo Compagnoni

My lost years (Fiver #40.2016)

lambchop

Lambchop

“Everything Flows” è una grande canzone. Un’affermazione del genere scritta in questo contesto raccoglie lo stesso gradimento di una lettura del Capitale ad un congresso marxista nonostante ognuno di noi abbia la propria storia personale e le proprie canzoni che per le più svariate ragioni rivestono un ruolo più o meno importante con cui fare i conti. Ma ci sono brani che mettono d’accordo tutti e questa è una che rientra decisamente nella categoria.  I Teenage Fanclub nel 1990 erano una band di esordienti di cui si occupava solo la stampa inglese cercando di infilarli nel carrozzone di gruppi americani che iniziavano a riscuotere un certo interesse anche da questa parte del mondo. Gruppi come i Dinosaur Jr., per intendersi.
Ricordo che io ed Arturo non ci facemmo pregare ed iniziammo a trasmetterla senza sosta, praticamente in ogni puntata del programma che conducevamo insieme in radio, ai tempi.
TEENAGE FANCLUB – Everything Flows

I Teenage Fanclub all’epoca erano una roba enorme, per noi. Al festival di Reading del 1991 andammo per loro. Non per i Nirvana, non per i Sonic Youth o i De La Soul, nonostante Bandwagonesque (il disco della consacrazione)  uscì appena qualche mese dopo.
Fanno 25 anni giusti giusti proprio in questi giorni e naturalmente qualcuno ha rimarcato l’avvenimento.
I brani di quel disco li ascoltammo per la prima volta mischiati tra la folla di scozzesi ubriachi, occupati a cantare a memoria canzoni per noi ancora inedite, nel fango di un anonimo campo di periferia della provincia inglese, mentre le bandiere con il leone rampante venivano tenute alte in segno di riconoscimento. Vicino a noi, tra il pubblico, Bobbie Gillespie, entusiasta come un bambino al parco dei divertimenti. Non fu necessario pronunciare alcuna parola, ci guardammo un attimo indicandoci Gillespie con un cenno del capo. Il sorriso sul volto di Arturo lo ricordo bene e ogni tanto glielo vedo fare ancora, alla fine di qualche serata particolarmente riuscita. Uno di quei momenti dove tutto è perfetto, allineamento astrale compreso, dove ogni cosa è al suo posto come dovrebbe essere sempre ma invece non lo è quasi mai. Il giorno prima avevamo visto Cobain fratturarsi un braccio sfasciando la batteria su quello stesso palcoscenico.
Bandwagonesque sono andato a riascoltarlo in questi giorni, dopo tantissimo tempo. E’ un disco che ha ancora un suo perché, nato già vecchio del resto non poteva che salvaguardarsi in maniera eccellente, forte di una classicità che sembra non andare mai fuori moda. Sento molto più ora che non all’epoca i riferimenti di cui tutti hanno sempre parlato: i Byrds ma in particolar modo i Big Star di Alex Chilton. Del resto per me sono arrivati prima i Teenage Fanclub, ancor prima i Dinosaur Jr. e dopo i Big Star e questo sfasamento temporale ancora oggi mi fa valutare le cose con una lucidità del tutto da verificare.

LUKE HAINES – Marc Bolan Blues

Luke Haines è uno dei migliori 4-5 songwriter della sua generazione. Talento esagerato, un’intelligenza fuori dal comune e un humor mai banale sono i tratti distintivi di un personaggio che non è mai voluto scendere a patti con nessuno, inseguendo sempre e solo i propri fantasmi. Ostinazione e caparbietà, seppur abbinati a canzoni sublimi, non hanno potuto sfidare i gusti di un pubblico e di un’industria che ha preferito abbandonarsi alla fantasmagorica ignoranza, per certi versi comprensibilmente, di un Liam Gallagher qualsiasi, lasciando che Luke Haines si trasformasse in un piccolo eroe di culto.
Luke Haines è uno di quelli che per salvaguardare il proprio delirio estetico non avrebbe nessun dubbio: la rotta va sempre mantenuta anche a costo di finire consapevolmente sugli scogli. Impossibile non amarlo, insomma. Non mi stupirebbe che qualcuno, un giorno, non lo possa prendere ad esempio per scrivere un trattato su quali mosse è necessario fare per rovinare una carriera avviata positivamente nel mondo del pop. Non dimentichiamo che gli Auteurs (il suo primo gruppo) sono stati la migliore brit-pop band dell’epoca, nonostante non facessero proprio nulla per volerlo essere. Del resto, all’apice del successo, a chi potrebbe venire in mente di realizzare un concept album dedicato alla Baader Meinhof oppure infilarsi in studio con Steve Albini, non propiamente un produttore brit. La carriera solista, poi, è disseminata da dischi improbabili, quasi sempre concept-album, che hanno comunque il merito di aver quantomeno un paio di gioiellini al loro interno, sempre e comunque. Giusto per non farci scordare che sì, va bene il delirio, ma le canzoni ci sono sempre state e continueranno sempre ad esserci.
Il nuovo album è il primo non concept da tanti anni a questa parte. Ma nonostante tutto Luke Haines torna a rimarcare i soliti concetti e celebra ancora una volta l’epoca aurea del rock’n roll, come ha già fatto nel concept New York in the ‘70s. In questo caso si occupa della deriva glam, in una canzone che celebra Marc Bolan ma lo fa con un tono ben poco accondiscendente e con il solito tocco di humor prettamente britannico che personalmente trovo irresistibile.

CORY HANSON – Ordinary People

Cory Hanson solitamente presta voce e chitarra ai losangelini Wand, un gruppo eccellente che ha pubblicato due album che hanno avuto un buon riscontro. In particolare tra gli appassionati del garage rock che gravita vicino alla scena legata a Ty Segall e compagnia bella.
Ascoltarlo ora, in versione solista è però una piccola sorpresa. Cambiano le sonorità in maniera sostanziosa: è tutto un pullulare di archi, di arrangiamenti raffinati, di voci in falsetto e melodie pop. Manco fosse un lontano parente del Luke Haines di cui si parlava in precedenza. Esce su Drag City.

FLASHER – Tense

Questa è esattamente la musica che mi piacerebbe suonare se solo ne fossi in grado. Mi rassicura che ci sia in circolazione qualcuno che lo faccia al posto mio, con la metà dei miei anni sulle spalle per giunta. Ci pensano in effetti due ragazzi e una ragazza di Washington DC che mettono subito in chiaro di aver ascoltato i dischi giusti ed averne recepito gli insegnamenti. Non solo il miglior indie americano (i primi Sonic Youth, per dire) ma anche tanta new wave inglese (impossibile non pensare ai Joy Division in apertura di canzone). A Washington intanto pare esserci un gran fermento, come da tradizione. Tanto ruota attorno alle uscite di un’etichetta come Sister Polygon che sembra davvero raccogliere il meglio del nuovo suono della città. Da seguire con attenzione.

LAMBCHOP – the Hustle

Mia moglie non ascolta musica. Tantomeno la mia musica. Magari sente una canzone per radio e poi mi chiede: mi fai un cd? Ma è una di quelle piccole provocazioni che fanno parte della vita di coppia, immagino. Non che mi dispiaccia, sinceramente. Mi sono ritagliato il mio spazio, che riguarda tutte le attività legate alla musica, e sono felice di gestirlo in completa autonomia. Ogni tanto metto, per dire, la Incredible String Band all’ora di cena e poi mentalmente inizio il conto alla rovescia….3, 2 ,1….ma cos’è sta’ lagna? Non puoi mettere qualcos’altro? Me la rido sotto i baffi e faccio partire Frank Ocean, una delle poche cose che possiamo ascoltare in condivisione senza discussione.
Kurt Wagner ha i miei stessi problemi, tra le mura domestiche. Il nuovo album è nato in reazione ai gusti musicali di moglie e figli, ha raccontato. Troppo occupati ad ascoltare Beyoncé e tanto R&B, a quanto pare. Nessuno spazio per il country desolato e di frontiera a cui ci ha abituato nel corso degli anni. Non gli è rimasto che mettersi a studiare: utilizzo creativo del vocoder, sintetizzatori vintage e pattern ritmici inediti. Ne è uscito un album fantastico, assolutamente originale che ho il timore non allargherà chissà quanto il pubblico di Wagner e soci e tantomeno sistemerà le vicende domestiche ma che rischierà di finire in una delle prossime classifiche di fine anno, tra i migliori album dell’annata.

Cesare Lorenzi

Una faccenda di canzoni (Fiver #39.2016)

Redskins

                                             Redskins

Sarà perché è un periodo in cui non trovo molto di interessante tra le nuove uscite ma ultimamente sto ascoltando un sacco di vecchie canzoni.
È sempre stata una faccenda di canzoni, in fondo.
Ho ritrovato un vecchio quaderno. Sulla copertina c’è un adesivo di Disfunzioni Musicali. È pieno di liste di film che ho visto o che mi ripromettevo di vedere. Un diario piuttosto metodico che abbraccia un periodo che va dal ’79 all’84. I miei 15/20 anni. Alcuni sono titoli assurdi, degni di un cinefilo oltranzista. Cosa che non sono mai stato. Il quaderno è pieno anche, ovviamente, di liste di dischi comprati. E di dischi da comprare. Più che dischi, canzoni. Una serie di pagine è intitolata “To Have“.
La scorrevo con meraviglia. Xymox, Psychic Tv, Virgin Prunes…

Virgin Prunes – Baby Turns Blue

Probabilmente a vent’anni ero molto più curioso di adesso. Niente spotify o itunes. Solo Rockerilla, Stereodrome e Radio Cittá Futura, ascolti fuggitivi in negozi di dischi per arrivare ad acquisti che a volte erano veri e propri salti nel buio. Non avevo paura di beccarmi tra capo e collo delle mattonate da paura ma ero anche disposto a mettermi in gioco, ero disposto ad impegnare il mio tempo con opere che domandavano attenzione, applicazione. Cercavo La Canzone.
E quando la trovavo erano lacrime vere.

Billy Bragg – Levi Stubbs’ Tears

Le difficoltà erano rimarcate dal contesto circostante. Compagni universitari romani che, sul principio, mi invitavano per serate a base di alcol e giovani fanciulle decisamente interessanti. Non so perché ma Il mio essere forestiero dava evidentemente una nota esotica al contesto. Ricordo una serata simbolica. Festa di matricole nel centro di Roma, mi sembra addirittura che fosse stato ingaggiato il povero Mike Francis per la serata.
La mia presenza non era messa in dubbio. “A Massimiliá sei con noi, vero?” La stessa sera però si era materializzato un evento di maggiore attrattiva. Solo per me, indubbiamente. Red Lorry Yellow Lorry al teatro Espero. Una trasferta sconsiderata ai confini del Nomentano. Parte opposta di Roma. Senza macchina. Senza cellulari. Senza bus dopo la mezzanotte. Con un ritorno tutto da inventare. Pochi sfigati come me chiusi in uno stanzone a farci massacrare le orecchie, in un’epoca nella quale rappresentanti dell’altra metà del cielo difficilmente si palesavano ad eventi del genere, o parlare di Pruzzo e di quanto fosse figa Radio Dimensione Suono in piacevole compagnia? “Sei con NOI, vero?” La decisione fu presa in pochi attimi.

That Petrol Emotion – Big Decision

Ricordo poco del concerto e di come ci arrivai o ne tornai ricordo però che fissare una visita oculistica nelle ore immediatamente precedenti il concerto non fu una decisione molto intelligente anche se le pupille dilatate aggiunsero alla serata una nota psichedelica tutt’altro che disprezzabile.

Red Lorry Yellow Lorry – Walking On Your Hands

Poi ti arrivano notizie terribili e questo rifugiarsi nel passato diventa l’unico modo per mantenere uno sguardo complessivo sufficientemente lucido seppur offuscato dalle lacrime.
Non ricordo se ti ho raccontato questa storia romana ma di aneddoti che ci facevano ridere a crepapelle mentre eravamo lì sdraiati in letti affiancati, interrotti solo da infermieri indaffarati, ne avevamo tirati fuori parecchi.
Le storie con le persone importanti nella mia vita sono sempre state punteggiate da canzoni. Ora che non ci sei più mi accorgo che non ne abbiamo avuta una.
Questa è sempre stata una delle mie preferite.
Spero che ti piaccia.

The Redskins – Keep on Keepin’ on

Massimilano Bucchieri

Benvenuti tra i rifiuti (Fiver #38.2016)

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Era ormai da molto tempo che aveva fatto suo il titolo del secondo album dei Blur, ritenendo con una certa convinzione che la vita moderna fosse spazzatura, almeno per quel che riguardava i comparti della vita che più gli stavano a cuore.
Del resto ciò che la mattina era nuovo già sfioriva al pomeriggio diventando materiale da discarica entro l’ora di cena. E ciò valeva per tutto quello che a lui interessava sul serio, rapporti umani compresi.
Su questo argomento non accettava il contraddittorio ma al tempo stesso non se ne tirava fuori, per quanto avrebbe desiderato farlo. Quello era il contesto in cui si trovava a vivere e vivere continuava a piacergli. Quindi era disponibile ad accettarla quella vita moderna, anche quando per arrivare in fondo ad ogni giornata era costretto a dribblare una moltitudine di bidoni strabordanti immondizia.
In ogni caso era contento di aver attraversato epoche diverse rispetto all’attuale e di aver avuto modo di muoversi anche in altri contesti. Arrivava a convincersi che questo fosse uno dei tanti motivi per cui invecchiare tutto sommato non gli dispiaceva affatto: aveva comunque un altrimenti e un altrove da poter spacciare nel suo curriculum.

A questo pensava quella domenica pomeriggio, seduto su uno dei seggiolini di plastica imbullonati ai vecchi gradoni in cemento dello stadio, mentre gustava a piccoli sorsi un Borghetti in attesa delle due squadre. Dietro di se avevo lasciato i resti del solito sabato sera passato tra le mura di un club a veder suonare un paio di gruppi. Dopo i concerti, come spesso gli accadeva, aveva tirato le 3 del mattino selezionando canzoni da una console per lui sempre troppo complicata da gestire, con i suoi led che di continuo scalavano al rosso e quei cursori che se per disgrazia capitava accidentalmente di spostarli finivi per tagliare i bassi senza nemmeno accorgertene perché nel frattempo stavi preparando in cuffia il pezzo successivo.
Qualche ora dopo aveva sfidato le luci della mattina che per quanto incartate nella foschia del novembre padano erano in ogni caso troppo ostili per essere smaltite senza occhiali da sole e dopo di quello i centocinquanta chilometri di macchina che lo separavano dalla città dove quel giorno avrebbe giocato la sua squadra del cuore. Di per se nemmeno una grande distanza, eppure pesante da affrontare quando nello spazio stretto piazzato tra la tempia di sinistra e quella di destra la vodka della notte prima era ancora decisa a far festa con la sezione ritmica della band post punk australiana che con indiscutibile stile aveva messo sul binario giusto la serata.

La logica avrebbe giudicato insensato tutto ciò e misurato quanto viceversa sarebbe stato più comodo consumare il sabato sera con le gambe stese sotto al tavolo di un ristorante in compagnia di gente della sua età, escogitando argute previsioni sulle imminenti elezioni americane o architettando scenari buoni per il dopo referendum di inizio dicembre senza che nessuno dei presenti fosse dotato della benché minima cognizione di causa per sostenere la discussione. Per poi occupare quella domenica mattina inquadrando la campagna ai confini di Bologna attraverso la grande vetrata del soggiorno, tracciando con la matita considerazioni e idee lungo i bordi delle pagine del libro che da qualche giorno stava divorando. E tornare più tardi sul sofà davanti alla diretta tv della partita di calcio che si sarebbe giocata a centocinquanta chilometri da casa sua, accomodandosi con molta calma di fronte allo schermo giusto cinque minuti prima del calcio d’inizio.

A contrastare lo scarso senno di quella domenica pomeriggio lontano da casa sui gradoni dello stadio lo soccorsero le parole che un suo amico oste e scrittore gli aveva spedito giusto il giorno prima. Quelle con cui lui sosteneva la necessità di camminare con il naso all’insù per guardare il cielo e restare così, in qualche modo, mentalmente giovani.
Meditava sul fatto che ci sono tanti modi per rendere concreta quella metafora sulla gioventù, si badi bene intellettiva e non corporea, che il suo amico aveva così efficacemente tratteggiato e uno di questi era probabilmente quello che lui aveva scelto. Solo che per lui non era stata una opzione ma una necessità e per questo si riteneva fortunato: non aveva faticato. Non faticava ad alzare gli occhi semplicemente perché non avrebbe potuto fare altrimenti. Sin dalla nascita aveva ricevuto in sorte un buono sconto sul prezzo da pagare per salvare il suo mondo e salvando quello salvare anche se stesso.
Perché mettersi in strada per una partita uscendo di casa ore e ore prima del suo inizio, smazzandosi trecento chilometri tra andata e ritorno per poi gelarsi il culo su un seggiolino di plastica lercio anziché sprofondare a costo zero nel divano di casa la domenica, era per lui – semplificando – l’equivalente della scelta di ascoltare musica da un pezzo di vinile piuttosto che tramite un file scaricato da un computer. Così come chiudere un piovigginoso mercoledì sera di inizio novembre assistendo ad un concerto del caro vecchio Calvin Johnson al dopo lavoro ferroviario della sua città, anziché capitolare in casa di fronte a una puntata di Westworld, significava sentirsi ancora vivo.
Pur lamentandosi con una periodicità sempre più frequente del fatto che tra la tanta gente che vantava pubblicamente un’appartenenza militante ai suoi mondi in realtà fossero pochissimi quelli disposti a farsi veramente coinvolgere da quegli stessi mondi, in fondo doveva ammettere che gli faceva quasi piacere che fosse così esiguo il numero di coloro che mostravano di comprendere sul serio il significato delle sue strambe teorie da vecchio reduce di chissà quale guerra mai combattuta. La cosa gli offriva un senso di aristocratica solitudine che annullava quella necessità di condivisione che per tanti anni era andato cercando senza successo e che forse sino ad allora aveva sopravvalutato.
Mando giù l’ultimo sorso di Borghetti, strinse il nodo alla sciarpa coi colori della sua squadra attorno al bavero sollevato del cappotto e si alzò in piedi. Lo speaker stava annunciando le formazioni.

Faust’O “Benvenuti tra i rifiuti

Questa non è nuova ma è la canzone che ha dato spunto al pezzo che avete appena letto e quindi mi pareva sensato inserirla tra le cinque scelte della settimana.
In ogni caso il primo disco di Fausto Rossi, all’epoca ancora Faust’O, a 40 anni dalla sua uscita resta di una attualità terrificante. Tanto nei temi quanto nei suoni.

Gold Class “Kids on Fire

La band post punk australiana che ha brillantemente dato il via al sabato sera di cui sopra.
Immagino che tutti quelli che non erano lì avessero cose molto più importanti da fare in quel momento. Beati loro.

Selector Dub Narcotic “Hotter than Hott

E questo è il caro vecchio Calvin Johnson, che ha suonato al dopo lavoro dei ferrovieri in un piovoso mercoledì di inizio novembre.
Anche quella sera immagino ci fossero cose più interessanti da fare in giro.

The Lasters “Ivory Tower of Beer

Se proprio devo vivere tra i rifiuti allora con me voglio tutti i dischi della In the Red e 10-100-1.000 Lasters.
Allacciare le cinture di sicurezza e premere play.

Immersion “FireFlys

Colin Newman (Wire) è tornato a far coppia con Malka Spigel (Minimal Compact). Ed è ancora bello lasciarsi affondare nel loro piccolo stagno di suoni.

Arturo Compagnoni

Youth (Fiver #37.2016)

Miei cari VECCHI amici, ma che cosa è successo? Non può essere aver comprato una macchina a rate, una casa col mutuo a trentacinque anni. Non avere una compagna, una moglie, una figlia.
Non è un lavoro che non piace, che doveva essere “per un po’” mentre si aspettava Godot, il sogno che doveva materializzarsi quasi da solo, tra una lezione all’università e una canna e sono passati vent’anni.
Cosa vi è successo? Non sono le basette grigie, più soldi messi in banca che sul bancone di un bar.
Vi vedo.
Non camminate mai col naso all’insù, non andate mai a bere in un posto che non conoscete. Non entrate in un locale solo per vedere cosa c’è, chi ci suona. Non vi fermate a guardare una vetrina con vestiti di cui non v’importa più, non fate le file per una mostra, non prendete un aereo per stare una sera in una città che non avete mai visto, solo per sentire suonare uno che ha la metà dei vostri anni.
Mattinate a stare seduti in ufficio a guardare su Facebook le foto delle colleghe divorziate chiedendovi dov’è finita la voglia di andare a ballare, di bersi due pinte in più alle sei del pomeriggio, solo per sentire quella leggerezza inutile e immotivata. Di entrare in un negozio con le mani che non vedono l’ora di sfilare dalla confezione quel vinile appena uscito che non ci potrà essere modo migliore di spendere la prossima ora.
Dov’è che vi siete incastrati? In quale pensiero triste?


Non è fare i giovani, non è sentirsi giovani. Non mi sentivo giovane a vent’anni, figuriamoci adesso che ne ho il doppio.
Non è fuggire dal proprio tempo, dal momento, dal “quello che è stato è stato e ormai”, non è la paura di non essere più il centro del mondo, di una scena.
Lei ha venticinque anni. Parla con la foga di chi ha venticinque anni. Consapevole, decisa, sfrontata come chi ha venticinque anni.
Lei ha un sacco di cose da dire. Ha studiato tanto, viaggiato tanto, amato tanto, vissuto tanto che potrebbe essere più vecchia di me e invece ha quindici anni di meno.
Voi stareste a guardarla perché è bella. Perché è fresca e la freschezza piace anche a chi si è rinsecchito.
I sorrisi che non riempiono di rughe il viso hanno il trasporto di quello non è più.
E voi stareste a guardarla. Solo guardarla.
Non sentireste quell’energia, quella forza di chi si sbatte, di chi corre da sempre, forse perché sa da quando è nata che il bel mondo, quello dei due soldi ma un po’ per tutti, del se finisci le scuole uno straccio di lavoro lo trovi e se poi fai l’università basta aspettare il tuo turno che il culo prima o dopo lo appoggi su una sedia comoda e tranquilla, non c’è mai stato.
Quel mondo che a noi era stato promesso e poi negato, per lei non è nemmeno mai esistito. E allora da sempre va e va e va e corre che non ce n’è se non corri e vivi e ti sporchi e piangi e sudi e ridi fino ad avere il mal di pancia.
Ma voi, imbambolati, stareste solo a guardarla perché quella forza, quella rabbia, quell’energia non riuscirebbe più a passare camicie che sono diventate impermeabili a tutto, che fanno scorrere come pioggia qualunque cosa che anche se vi passa vicino non riuscite ad afferrare più.


Non è la paura di non essere più il centro di un mondo, di una scena.
Ma l’esserne pienamente consapevole.
E allora?
Io cammino col naso all’insù perché sono curioso: voglio vedere chi si affaccia a quella finestra così in alto, immaginare cosa vedrà da lassù, quale disco starà mettendo sul piatto mentre fuma affacciato al balcone, respirando i raggi di sole che lì sotto, nei piani ammezzati d’occasione ma con una stanza in più, lì non arrivano mai.
È sentire il battito, la fame, la voglia così forte che ti contagia, che passa tutta perché la mia maglietta si bagna e non scherma un cuore che vuole ancora sentire quelle vibrazioni che lo fanno tremare come dieci, come venti, come trent’anni fa.
È che io lei non la guardo e basta, mi lascio trascinare da quella foga, quell’energia che ricarica un po’ anche me, che mi fa venir voglia di correre ancora che si può correre senza smettere mai.
È sentire improvvisa la voglia di sorridere per uno scoiattolo che ti attraversa la strada in un parco mentre il sole disegna favole di luce sul fiume e hai voglia di ridere perché tutto, con quella luce, per un momento non può che essere meraviglioso.


E allora basta, vi prego. Basta con questa pippa che “tanto si è già sentito, già visto”. Basta.
Va bene, se mi chiedi quando mi sono emozionato di più in un negozio di dischi è stato il pomeriggio in cui col mio amico Zollo, due nerd quasi metallari in un paesino a scartabellare i cd che i vinili non si stampavano praticamente più, ho fatto partire a tutto volume Dirt, Alice in Chains.
Ed era l’inizio dei novanta.
Che il pezzo che mi ha fatto tremare di più è stato Wake Up, Mad Season. Che ho capito cosa vuol dire suonare una chitarra col sangue ascoltando In Utero, Nirvana con i postumi di un acido in una corriera che andava a Barcellona. Che il film più bello di sempre è Trainspotting e se la gioca solo con Pulp Fiction. Che era stupendo leggere Welsh, il Philip Roth di American Pastoral, il miglior Auster e potremmo continuare così all’infinito. Che c’erano Winona Ryder e Johnny Depp per innamorarsi e le camicie a scacchi e lei col collarino, il vestito nero sopra il ginocchio e i Dr. Martens.
Sì, l’amore è Edward Scissorhands, la musica è Seattle.
Le lacrime i Mazzy Star.
E l’unico uomo per cui potevo perdere la testa era Brian Molko perchè avevo diciott’anni e ancora qualche dubbio e di David Bowie ero già innamorato ma così etereo e distante che non aveva nemmeno un corpo. Lo aveva Ewan McGregor in Velvet Goldmine e se uscivo col boa blu elettrico e le unghie con lo smalto nero era solo perchè speravo di incontrarlo e sedurlo.
Ed era la fine dei novanta.
Ancora adesso se sto male mi guardo i Die Hard col miglior Bruce di sempre.
Sono figlio dei novanta, amo i novanta.
Ma avete rotto il cazzo con sta malinconia da novanta.


E vi perdete Damon Albarn che le cose migliori le scrive oggi, altro che nel novantasei, Sufjan Stevens, Bon Iver, Ty Seagall, i Fidlar, Angel Olsen, Anika e una quantità indefinibile di concerti strepitosi a cui non andrete mai.
Le serie tv su Netflix che noi nei novanta ce le sognavamo.
Sì, lo so che abbiamo avuto Twin Peaks. Poi ci gasavamo con Beverly Hills 90210 e Friends.
Adesso hanno un True Detective e un Black Mirror all’anno.
Gli anni novanta sono stati una bomba, sì. Ma per noi erano tutto solo perché ci abbiamo compiuto i 14, i 17 i 19 anni e avevamo quella foga. Quella della ragazza che voi guardereste e basta perché non volete più sentire. Sentire così forte.
Il mondo non era più bello o più brutto.
Se allora non avessi avuto paura del mondo, dei corpi, degli sguardi avrei viaggiato molto di più, conosciuto molto di più e forse sarei stato più felice.
Ma tutto quello che non ho fatto, non l’ho fatto io. Non me l’ha negato nessuno.
Il mondo ti fa quello che tu gli lasci fare. Me lo ha detto tempo fa una ragazza che in poco tempo mi ha cambiato la vita. Mi ha insegnato a non avere paura.
E allora, come si cantava nei novanta, wake up (not anymore) young man, it’s time tu wake up: gli anni novanta non torneranno.
Nemmeno i nostri vent’anni (e per fortuna, vi confesso io).
Ma nemmeno tutto quello che vi state perdendo.
Non rimanete su quel viso senza rughe, lasciatevi prendere dalla forza delle cose che dice lei, che ha quindici anni meno di voi. Lasciatevi ricaricare le batterie che di strada ce n’è ancora da fare. Ancora un sacco di posti da vedere, musica da sentire, occhi da incontrare.
Tiratelo su quel naso, che il cielo ha sempre da raccontare qualcosa che non sapevi.

Fabio Rodda