Köln 1975, il capitalismo killer e il disco più bello dell’anno

In questo anno matto, mi trovo a leggere e ascoltare cose che fino a poco tempo fa non mi interessavano, di cui non mi occupavo. Forse la sensazione di sospensione, forse la reale messa in attesa di ogni progetto per il presente e per il futuro – tenere la posizione è l’unico ordine accettabile, in questo 2020 da incubo -, forse la curiosità, da sempre mio personalissimo salvagente, mi portano a distrarmi, a perdermi in ricerche futili, a scoprire personaggi che mi erano ignoti e a mettere insieme cose, idee e pulsioni diverse quando non divergenti.

“É pur vero che quelli erano tempi oscuri in cui un uomo saggio doveva pensare cose in contraddizione fra loro”, diceva il buon Adso da Melk parlando (se non sbaglio) del suo maestro Guglielmo da Baskerville ne Il nome della rosa di quell’Umberto Eco, studioso che tanto criticavo quand’era vivo e ci parlavo in osteria, e oggi, in questo disastro culturale, sociale e umano rimpiango come una stella luminosa perduta.

E, allora, mi lascio andare a ricerche e pensieri tanto diversi tra loro, da trovare una sintesi perfetta nel caos di questa fine di ventennio in cui molto speravo e da cui molto poco ho visto germogliare.

Di recente il famosissimo pianista americano Keith Jarrett ha condiviso col mondo – attraverso le pagine del New York Times – il suo dramma: colpito da due ictus nel 2018, ha metà del corpo paralizzato e non può più suonare. “Attualmente, non sono un pianista”, ha confessato al giornalista che lo intervistava.

Non conosco approfonditamente la musica di Jarrett, né sono un assiduo frequentatore di jazz – anche se, ammetto, mi trovo sempre più spesso a far suonare dischi di Charlie Parker, John Coltrane e, soprattutto, dello svitassimo e bellissimo Chet Baker che con Elvis Costello è probabilmente il mio ascolto più frequente degli ultimi mesi – non conosco, dicevo, se non superficialmente il mondo di Keith Jarrett, ma mi ha colpito la sua intervista e soprattutto un passaggio in cui l’artista, descrivendo la riabilitazione, il ritorno a casa, il camminare col bastone e, più di tutto, l’impossibilità di usare la mano sinistra al piano, definisce la sua nuova condizione “frustrante, in modo fisico”.

Quel richiamo alla fisicità e al dolore, alla corporeità del disagio che si fa pulsione vibrante e ammorbante, nella mia testa è diventato l’odore della rabbia che sento nelle strade in questo 2020 infernale, la fitta allo stomaco che mi sveglia quasi tutte le notti e poi non mi lascia dormire fino all’alba, saranno i troppi bicchieri o l’ansia che si scarica così attraverso organi malandati e centri nervosi sovreccitati.

Ma cos’è successo a Colonia, nel 1975? La storia, anche se sembra un po’ una favola o, meglio, possiamo farla passare per tale banalizzandola, ha un che di magico.

In breve, un pianista di fama mondiale, già al soldo di Miles Davis per capirci, sta collaborando da un paio d’anni con un produttore tedesco, Manfred Eicher, fondatore dell’etichetta ECM e con lui ha inaugurato una serie di concerti – a Brema e Losanna – il cui “tema” è affrontare il pianoforte in solitudine e senza spartito: l’improvvisazione alla massima potenza. Forse anche un’esasperata auto celebrazione, ma comunque un atto di coraggio e dimostrazione di forza e competenza: non è da tutti, anche navigati musicisti, sedersi da soli davanti al proprio strumento e, senza spartito, dar vita a un’ora di note che riesca a calamitare l’attenzione di un teatro. Ci vogliono le palle.

L’organizzatrice della serata all’Opera House di Colonia, è una giovanissima promoter, Vera Brandes. 

Qui la leggenda si mischia con la storia: c’è chi dice che il già bizzoso e primadonna Jarrett abbia chiesto sul palco uno Steinway a coda lunga, chi un Bösendorfer 290 Imperial; comunque sia andata, sul palco il nostro troverà sì un Bösendorfer, ma più piccolo, un pianoforte da prova, per di più non perfettamente accordato e con un pedale scassato.

“Non suono”, dice il nostro Keith.

A volte, ti viene voglia di mandare tutti affanculo e dire “no, non lo faccio”

In un recente articolo su La Repubblica, questa vicenda viene narrata in salsa Disney, cioè quel salmastro politically correct e volemosebbene in cui l’importante sono i buoni sentimenti e la morale finale: non suono, dice lui, ti prego, dice lei – la giovanissima organizzatrice – coi suoi occhioni colmi di adolescenziale passione e speranza. Lui si commuove un po’, suona, ne viene fuori uno dei concerti – poi dei dischi – che segna un genere: milioni di copie vendute (è il disco jazz , se così si può definire, più venduto della storia), la fama di Jarrett che esplode e quella che poteva diventare una serata disastrosa per una promoter poco più che adolescente, la fa finire nei libri di storia (della musica).

Ecco, noi in questi tempi scuri, ci dice il giornalista de La Repubblica, dobbiamo fare come ha fatto Keith: facciamoci andar bene la merda e anzi caviamone i fiori che, come diceva il buon Fabrizio Cristiano, non nascono dai diamanti. 

Ci vuole motivazione, forse un motivatore, come suggerisce Joe Talbot.

No dai, perché? Perché tutto questo zucchero filato, questo tono piacione e fastidioso da morale facile facile?

Qual è il punto? Magari la storia è andata davvero così. Magari il già famoso e già non compagnone Jarrett s’innamora, per un attimo, di Vera e delle sue speranze e per lei accetta di suonare e ne nasce l’impresa. Magari la penale da pagare se non avesse suonato sarebbe costata un sacco – che brutta la vil pecunia, ma quanto le ho visto da dietro le quinte determinare le sorti di serate memorabili e non di musica live – e il manager tedesco lo convinse a fare di necessità virtù.

Magari no. Magari Keith si guarda attorno e pensa: sono più figo di questo catorcio di pianoforte e adesso spacco tutto. E lo fa davvero.

Un po’ il cucchiaio di Totti in semifinale contro gli Olandesi o il gol di Sheva alla Juve dalla trequarti del dicembre 2001 (i gobbi sanno di cosa sto parlando). 

Un po’ come decidere di prendersi un rischio non solo malgrado la situazione di fondo avversa, ma proprio perché la situazione di fondo è avversa.

Un po’ decidere di fare un sombrero quando basterebbe limitarsi a far due finte e correre sulla fascia, un po’ credersela e un po’ sapere di avere quelle famose palle, almeno a tratti, di quella famosa lega di ferro e carbonio. 

Un po’ come scrivere un disco – il terzo, quello che da che mondo è mondo è il disco fondamentale, quello che mostra se ne hai ancora o no – come Ultra Mono e farlo uscire nell’annus horribilis per eccellenza in cui non si può suonare niente da nessuna parte se non dal proprio terrazzo per tediare i vicini in lockdown. 

Lunga e Pallosa Digressione.

In pochissimi decenni, con un’accelerazione spaventosa negli ultimi vent’anni, il capitalismo è tornato a imporre i suoi valori pre novecenteschi: l’accumulo sconsiderato di fortune immense nelle mani di pochissimi avventurieri senza alcuna coscienza né scrupoli. Il che è tipico del capitalismo selvaggio ottocentesco, del tutto lontano dal ciò che ha creato, prima e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, la classe media del mondo occidentale. E, oggi, il sistema ormai unico di gestione economico politica sopravvissuto al ‘900, si ripropone in vesti molto simili a quelle che aveva duecento anni fa. 

Perché? La risposta è certamente complessa ma può essere semplificata senza allontanarci troppo, credo, dalla verità: perché non c’è più un competitor. In che senso? Il ‘900 è stato il secolo delle grandi idee, rivoluzioni e dittature. Due sistemi economici ma anche filosofico-politici si sono spartiti il mondo combattendo all’interno delle singole Nazioni e poi al di fuori di confini stravolti dalle guerre. 

Dal secondo dopoguerra, due blocchi si sono contrapposti stabilmente per  poco meno di una cinquantina d’anni, mostrandosi vicendevolmente i muscoli, ma studiando anche le caratteristiche del nemico. E volendo mostrasi migliore. Sempre. 

Ecco la corsa spaziale, quella agli armamenti ma, ancora di più, ecco che il capitalismo occidentale non poteva permettersi di mandare in fabbrica uomini, donne e bambini sedici ore al giorno per arricchire un già ricco, spesso ex nobile padrone – come le proprie origini settecentesche chiedevano – se dall’altra parte (del muro che sarà) per quanto in condizioni di perenne scarsità, il modello nemico offriva a tutti cibo, casa, vestiti e istruzione. 

E, allora, bisogna correre ai ripari studiando il nemico: bisogna distribuire a quante più persone possibili – sempre preservando l’arricchimento dei capitalisti – un po’ di benessere. Et voilà, la middle class, il sogno (vero, reale e tangibile) dell’ascensore sociale: ben altra cosa rispetto all’american dream fatto di praterie da conquistare e uomini fanatici pronti a farlo. 

Qui si parla di un operaio della Fiat che può permettersi di comprare la casa in cui vive, l’automobile che produce e mandare i figli a scuola fino all’università, per vedere poi il figlio diventare non operaio ma dirigente magari nella stessa azienda. 

Tutto vero, mica balle propinate dalla tv: quando sono nato io in un paesino di operai nel Veneto della fine degli anni settanta, quasi tutti i genitori dei miei compagni di classe lavoravano in fabbrica e quasi tutti si compravano la propria casa, un’automobile, poi due e poi i miei compagni di classe hanno potuto, chi più chi meno ma statisticamente in moltissimi, accedere all’istruzione fino al massimo grado universitario. 

Oggi, quarant’anni dopo, questo mondo sta collassando. In alcune zone dell’occidente già praticamente non esiste più: nelle grandi città è impossibile per un operaio del 2020 pensare di potersi comprare cento metri di appartamento, due automobili e mandare i figli all’università. 

Come mai? Cosa è cambiato? Tante cose, ci vorrebbe ben altra carta e ben altra penna per parlarne compiutamente, ma facciamolo lo stesso, a spanne, ma nemmeno troppo. 

Cosa è cambiato dagli anni ottanta a oggi? Che non c’è nessun altro sistema migliore o peggiore da guardare e da cui guardarsi. Nessun altro mondo pensato e pensabile e, quindi, perché dover distribuire benessere quando non abbiamo nessuno da far star buono, da non far andare di là col nemico, quando nessuno può più essere attratto da un mondo diverso che forse è migliore? Possiamo tornare alla nostra unica missione per nascita: far arricchire chi detiene i mezzi di produzione. Facilone? Penso, purtroppo, più facile che altro.

Ecco, che il mondo socialista scricchiolante e non più pericoloso degli anni ottanta viene sfanculato e in occidente Reagan e Thatcher governano mezzo pianeta riportando il capitalismo dove è nato, alla sua unica missione: accumulare capitale per i padroni dell’impresa che crea ricchezza. 

Pugno duro contro le conquiste sociali del precedente trentennio “perché se no non resisteremo alla crisi” e la crisi come sistema strutturale dell’economia che giustifica il pugno duro. E il cerchio perfetto si chiude. 

Nel frattempo il sistema socialista implode – ancora, ci vorrebbe ben altro spazio e altro relatore per discutere i perché interni e indotti – e così il mito della libertà (perché solo di un mito parliamo: di fare cosa è libero un giovane di oggi? Di correre la sua folle e solitaria gara per la vita? La stessa libertà che avevano i coloni nelle grandi praterie del Far West duecento anni fa? Questa è la conquista della libertà?) ha sconfitto il mito dell’uguaglianza (che di certo URSS e satelliti vari non sono mai riusciti a rendere fatto). 

E quando quel famoso muro è venuto giù, dopo un’inebriante quanto momentanea ubriacatura di felicità e promesse, il mondo ha abbracciato l’unica vera nuova fede monoteista moderna: il capitalismo che c’era già ai tempi dei nonni dei nostri trisavoli e, in un batter d’occhio, soprattutto con governi sedicenti di sinistra (Prodi-Clinton-Blair saranno gli sminatori che daranno via libera alla deregolamentazione del mercato), siamo tornati indietro di centocinquant’anni per condizione sociale, politica, culturale e, questo terrible anno lo sta dimostrando, sanitaria.

E cosa c’entra tutto questo con Jarret, la sua malattia, il suo disco più famoso e questa bombardata che si chiama Ultra Mono ed è una delle pochissime cose belle del 2020? 

Partiamo dalla fine, che con gli Idles la connessione è immediata: niente come questo disco è uno sputo in faccia al mondo in cui viviamo. La violenza, la tensione che non molla mai è una risposta alla paralisi, all’isolamento, al “produci-consuma-crepa”, inno del capitale che oggi è diventato “produci al computer-consuma su Netflix e Amazon-crepa da solo” e che usa questa ennesima crisi economica per generare paura e questa tragica crisi sanitaria per moralizzare anche un virus. Già, perché se sei bravo non ti ammali, ci dicono. Se rispetti le regole non ti succederà niente. Non ti domandare che fine faranno quelli messi peggio di te (dai nostri eccelsi quotidiani sono spariti, ripeto, vergognosamente spariti il campo profughi di Moria, i lager libici, i raid israeliani in giro per il Medio Oriente, qualsiasi cosa non sia il maledettissimo Covid-19), non ti chiedere di quelli che non possono stare in comode case a mangiare cibo portato a casa dalla Coop o già cucinato da qualcuno e poi consegnato da JustEat. Non ti chiedere perché siamo così nella merda, perché gli ospedali che i nostri nonni hanno costruito sono stai dismessi, chiusi, venduti. Perché non abbiamo i soldi per pagare la cassa integrazione a chi sta a casa, perché non ci sono questi maledetti letti di rianimazione che manager strapagati erano premiati fino a l’altro ieri per tagliare. Perché passando da USL, unità sanitaria, a ASL, azienda sanitaria, siamo passati da una sanità pubblica d’eccellenza al terzo mondo dell’Occidente. Non domandarti: testa dentro che fuori è un brutto mondo. Il virus non è nemmeno democratico: ammazza i poveri, quelli che sono costretti a lavorare, magari quelli che ti consegnano la tua cena del cazzo e poi tornano in banlieue a vivere in sei in quaranta metri quadrati con zio e nonna e, guarda caso, si ammalano e partono i focolai. Ma loro sono brutti, sporchi e cattivi. Tu no. Se stai buono buono sul tuo divano a lavorare dieci ore al giorno anziché sette (ma pagato uguale e zitto), incollato a quel portatile che ti rincoglionisce, poi hai il diritto a non ammalarti e il governo ti dice “bravo”. Ci sono aziende che danno i bonus a chi non si ammala. Non è una battuta, purtroppo.

E, allora, siano benedetti gli Idles e la loro dimostrazione di ferrismo testicolare: terzo disco, quando tanti li davano per finiti, che arriva come un cazzotto in faccia. Bello, bellissimo, potente. Violento, politico. Finalmente. 

E cosa c’entra la divagazione sul capitalismo assassino degli ultimi quarant’anni in questo pezzo?  Sintetizziamo: aver prodotto uno stato perenne di guerra, anzi di crisi come fossimo in guerra senza mai i benefici di una rinascita del dopo guerra. E sfruttare allo stesso modo una pandemia.

La soluzione al virus? Produci a casa zitto e buono, non parlare con nessuno, non andare al bar che magari incontri qualcuno con cui discutere e poi nascono le idee e le idee sono sempre pericolose (per l’ordine prestabilito) – consuma dai nuovi ricchi, le piattaforme dell’online che sfruttano solo i poveracci, e ormai sono più potenti di Stati Nazionali, non pagano le tasse, sono amorali ma promettono presenti patinati di bianca pulizia e quiete – crepa da solo e non rompere i coglioni, anzi, ringrazia la rete che ti permette di dare l’ultimo saluto ai nipotini con la videochiamata dall’iphone. Sempre siano benedetti i CCCP, amen.

Il trittico perfetto per la felicità di Bezos & Co. La formula del futuro divenuto presente all’improvviso, cavalcando e sfruttando una crisi sanitaria che sarà l’ultimo dei problemi, temo, nel prossimo futuro, causati da questo simpatico coronavirus. 

Il problema non è più quale futuro siamo in grado di costruire, ma quale futuro possono farci accettare. Spostando l’asticella sempre un po’ più in là, di pochi metri all’anno, poi al mese, ora, grazie al virus, al giorno. E poi? Torneranno le libertà? Di assembramento, di discussione, di contestazione, di diversità? E noi? Ne avremo ancora le forze? Ne avremo la memoria? Ci ricorderemo come si faceva? 

Un mondo di eserciti professionisti al soldo di Paesi in balia di multinazionali e una società civile imbambolata, anestetizzata, angosciata dalle notizie che escono dagli stessi social che poi la imboniscono con finta solidarietà e, alla fine, la vendono come platea per messaggi pubblicitari.  E noi ancora a postare selfie sorridenti con hashtag #andràtuttobene e #celafaremo.

Nessun Ebenezer Scrooge, un secolo fa, avrebbe osato sognare un simile paradiso, una simile terra di conquista senza antagonisti, senza rivali, senza masse pronte ad armarsi come sarebbe successo nel 1948 o a scendere in piazza come nel 1990.

Tre a zero a tavolino e fine partita. 

E, chiudo, con l’ultima domanda: che ci sta a dire con tutto ‘sto casino Keith Jarrett? 

É stata solo empatia: il suo dolore è il mio. Il dolore fisico del sentirsi strappare di dosso ogni giorno un pezzetto di sé, un angolo di libertà, di vita, di respiro, di futuro. Sentirsi soli nella propria irrealizzabile essenza: lui per un ictus, io perché vivo questi giorni. Sentirsi soli e sentire quel disagio, quel dolore per non poter essere quello che si sente di dover essere. Il senso di fallimento del suo non essere più un pianista è il mio del non saper nemmeno cosa mi sarà più concesso essere, domani, quando questa pandemia sarà solo una scusa per andare avanti nella direzione sbagliata.

E quella sera? Quel concerto del ’75?

Beh, quello, lo ammetto, è la speranza di cui, comunque, non riesco a fare a meno.

Nessuna morale da ‘sti tempi in cui tutto dev’essere piccolo e buono come un cucciolo di quei cagnetti che sembrano spazzole da scarpe. Niente patetici sguardi con la ragazzina che ha organizzato il concerto; non m’interessa perché Jarrett suonò quella sera, quello che conta è che suonò. E come suonò. Fece vedere che a lui quel pianoforte scassato era più che sufficiente per far venir fuori un’ora di spettacolare musica, di poesia. 

E, allora, la speranza è che in tutto questo disastro ci sia sempre un Keith Jarrett che suona il suo miglior concerto col suo peggior pianoforte, un Andriy Shevchenko che dalla tre quarti guarda la porta e la mette dove Buffon neanche pensa di poter mai arrivare (sì, oggi ce l’ho con voi, gobbi), una band che tanti – troppi – davano già per scoppiata perché troppo uguale a se stessa e invece mette tutti zitti cacciando fuori il disco più bello nell’anno più brutto. 

E allora suonate. Suonate e placate i miei pensieri più scuri. Ve ne ringrazierò sempre.

PS: “Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri / ma: perché i loro poeti hanno taciuto?” B.B.

Fabio Rodda

I dischi che piacciono solo a me, credo #58

Ricky Shayne – I Grandi Successi Originali (RCA, 2002)

Uno dei Mods (Arc, 1965)

8 Luglio 1967: la calda estate dell’amore ha i petali che fioriscono rigogliosi. Una stagione lunga una decade visto che i favolosi anni sessanta hanno in bocca il gusto della possibilità, e figuriamoci quale possa essere per una cittadina come Fiuggi il valore aggiunto nell’ospitare la tappa finale del Cantagiro, in una notte come questa. Quasi tutto il gotha del pop italiano è riunito nella località termale per l’evento. Che siano pezzi da novanta come Adriano Celentano, Patty Pravo e i Nomadi o autentici Carneadi come Brenda Bis, Emilio Roy o Paulo Zavattero è proprio lì che si sono dati appuntamento, nella cittadina in provincia di Frosinone. Facile vederli passeggiare e firmare autografi – accompagnati da solerti manager – nell’arzigogolo dei vicoli o udirli sfrecciare lungo il corso su spider nuove fiammanti già dal primo pomeriggio. Tutto fibrilla sotto la maestosità del Teatro delle Fonti. Siamo allo zenith del beat italiano, i 45 giri si vendono come il pane e la pletora di stelle e stelline nell’industria discografica autoctona mai aveva avuto simili picchi. Occhiate, struscio, le prime minigonne, acconciature che sanno farsi coraggiose e una trasversale sessualità che erutta da questo irripetibile periodo della nostra storia. È quest’aria quasi mistica ad ammantare la sera dell’otto luglio, e poco importa in definitiva chi calcherà quel palco, e con quale canzone. L’importante è poterlo vedere, raccontandolo magari dopo un gelato, un po’ di brillantina Linetti e quattro risate con i coetanei.

Per la prima volta, dopo varie polemiche e vicissitudini, i Big del girone A non entrano in competizione (ma il Radiocorriere indice un referendum tra i lettori che porterà Rita Pavone ad essere la più votata), lasciando l’onere della gara agli esordienti e ai gruppi. La cronaca spiccia rumoreggia riguardo una – ormai certa – affermazione di Massimo Ranieri e la sua Pietà per chi ti ama (sarà così, affiancata dai Motowns di Prendi la chitarra e vai) ma è una notizia in secondo piano davanti al parterre sciorinato in piazza: Bobby Solo, Dino, Rita Pavone, Edoardo Vianello, Little Tony, Mino Reitano, i Dik Dik, Patrick Samson, i Primitives.

E voi vorreste farmi andare al Miami??

Presenta Nuccio Costa, affiancato da uno spavaldo Walter Chiari. È però Radaelli (il boss della manifestazione) ad approcciare i due giusto un attimo prima di entrare in scena per una comunicazione che gela il sangue a tutti: Ricky Shayne, il misterioso belloccio sciupafemmine in gara con Come Moby Dick (prescindibilissima) è uscito di strada con la sua Ferrari 275GTB4. Stavolta l’ha fatta grossa il pruriginoso rocker alla carbonara: è ricoverato in ospedale in gravi condizioni.

Sopravvivere alla propria gioventù è una questione di fortuna sì, ma anche di metodo ed esercizio, che l’assioma di Faron Young (Live Fast, Love Hard, Die Young) ha presa soltanto nell’immaginario collettivo del secolo scorso, diventando ben presto una boutade obsoleta immortalata su fotocamere imbottite di megapixel. L’aggrovigliata vita rock and roll del più grande sex symbol del pop italiano di metà anni sessanta trova definitiva consacrazione e chiusura anticipata in un afflato quasi da James Dean; il rocker imbrillantinato che per 18 mesi era riuscito ad ottenere un’esposizione mediatica al limite dell’isteria conquista nuovamente le copertine dei rotocalchi da un letto d’ospedale. L’imbronciato Shayne, il sogno erotico di un’Italia ancora quasi medievale ma che si sta svegliando dopo secoli di ius primae noctis e patriarcato coatto, ne esce rafforzato. Sesso, droga e rock and roll sono autentici caposaldi per l’uomo che millantava presenza a Woodstock e addirittura in compagnia di Jimi Hendrix. I media si gettano a capofitto su quella notizia che passerà presto in dimenticatoio; un po’ come il suo titolare, più incline alle cronache mondane che alla sommità delle classifiche. Ci vorranno 50 anni e una ghiotta intervista a Il Tempo perchè il nostro ci rida sopra con una voluttuosa scrollata di spalle e – presumo – un sorriso memore di un periodo lontano (“Ricordo solo che mi sono svegliato in ospedale. Ci sono stato quattro mesi, ed è stato fantastico: ho fatto sesso con tutte le infermiere”).

Ricky Shayne, dunque. Il mio primo mito esotico, il rock and roll Plasmon a mio personale uso, consumo e fruscìo. L’alba dei ricordi musicali ai quali ho accesso. Il fascino discreto dell’esotismo prèt a porter di metà anni sessanta. Lo sguardo truce e il jeans stretto, il giubbottino di pelle slim fit e il ciuffo ribelle. Con gli occhi neri e quel sapor mediorientale. Quasi un Alan Vega meticcio. Quanto mi piaceva quel 45 giri che monopolizzava gli ascolti di casa; erano gli anni del boom economico e delle estati invincibili e ti credo che ci han girato un centinaio di film a riguardo (ma L’Ombrellone – di Dino Risi – è inarrivabile) e altrettanti musicarelli (anche con il nostro, certo: La battaglia dei Mods, del 1966).

Trovatemi un giorno di pioggia nelle prime 100 canzoni in classifica nel 1965 (Scende la pioggia del Gianni è del 1968, E’ la pioggia che va dei Rokes data 1966) e vi assicuro che non siete mai riusciti a farvi sorprendere dai sogni, che quando sei giovane piove solo sui matusa e sull’inverno del malcontento altrui.

Gloriosa pecetta ARC, comunque; la stessa – appunto – dei Rokes. Etichetta fortemente voluta da Ennio Melis (direttore generale della RCA) coadiuvato da Sergio Bardotti in guisa di direttore artistico. Vi era di tutto in quella eterogenea casa discografica, da Lisa Gastoni a Ennio Morricone, da un giovanissimo Lucio Dalla a Carlo Pavone (fratello di Rita) passando persino per un imberbe Pippo Franco reo dell’incredibile 45 giri – almeno per il titolo – ‘Vedendo la foto di Bob Dylan’. Stile assoluto quel logo su sfondo verde bottiglia, semplice ma essenziale nel rigirare la carte in casa RCA. Non affascinante come il logo della Fontana ma nella sua essenzialità lo lambiva di un’inezia. Arrivai appresso alla canzone giusto un paio d’anni dopo l’uscita per mere ragioni anagrafiche, ma dentro di me ero consapevole di averla sentita diffondersi anche quand’ero in fasce, secondo Big Bang di armonie dopo quello stupidissimo 45 giri di Adriano Celentano (il titolo? ‘Sono un simpatico’) precisissimo nel farmi sprofondare in sorrisi e sonni profondi. Ma quanto mi aveva invaso Uno dei Mods! I coretti ye-ye, la chitarra che curva su pieghe dell’inguine, quello scivolo armonico misterioso e quei riverberati tamburi da guerra in Africa. Avevo dei Kinks ‘in saor’ (google translate, please) sotto casa e non lo sapevo. Ascoltavo con attenzione le parole del Riccardino, maschio declamare nel quale si disquisiva di vigorose battaglie, balli sfrenati e cavalierato d’altri tempi. Giubbe di cuoio e catene. Pugni, addirittura. Non avevo mai sentito cantare di risse io, anzi pensavo che il massimo dell’impudenza fosse guardare La Freccia Nera dopo l’orario consentito. “Vidi qualcuno cadere da errrroe”. Che storie.

Ma succedono davvero ‘ste cose?” chiedevo con il moccio al naso e i dentini da latte a chi ne sapeva di più e aveva letto di scontri e ‘capelloni’, magari su qualche rivista, tra un cartamodello e un Grand Hotel. Avevo un solo, gigantesco, problema: non riuscivo a decidere con chi schierarmi. A naso i rockers mi sembravano più inclini al mio modo di sentire, più veri. Meno artificiosi. Per quanto un babbeo in fasce potesse avere un ‘modo di sentire’ oltre a delle viscere in fase di accorpamento. Mi immaginavo dunque l’esangue Mary (bionda, ovvio. E con un lupetto nero tipo Eva Kant) e il ciuffo budinoso di Ricky Shayne. Sì, però… ma di dov’è? E’ pugliese. No, è libanese. E’ egiziano. Falso: è francese. Macchè, è britannico. Insomma, dovete dirmelo!

Ve lo dico: George Albert Tabett era nato nel 1944 a Il Cairo da padre americano di origine libanese (manager in una società petrolifera) e madre egiziana (pittrice). Trova fortuna in Italia a soli 20 anni dopo un’infinita transumanza da rocker giramondo grazie a una cofana da Nobel su un viso da Rock Hudson bisognoso di una doccia. Femmine come se piovesse, girovagare da maledetto e Franco Migliacci (colui che aveva scritto Nel Blu Dipinto Di Blu) che lo scova al Piper una notte e – in combutta con Alberico Crocetta – ne fa idolo per teen ager la seguente. Per un paio d’anni Ricky diviene il simbolo sessuale per antonomasia, sintomatica a tal proposito una copertina (mai pubbblicata, e figuriamoci il perché) di una nota rivista per giovani nel quale si presenta completamente nudo, con solo la chitarra a coprirgli le pudenda. Ma è troppo per quel compassato 1965 e lo stesso Shayne la liquida senza troppe pretese (“Credo volessero vendere qualche copia in più”, ebbe a dire). Lo si accosta in una presunta rivalità con Mal – altro emigrante di lusso – ma se quest’ultimo ha l’aplomb e l’aspetto di Lord Brummell Shayne è un animalesco e noncurante Marlon Brando che fa inumidire la fronte delle giovani pulzelle italiane.

Ho avuto un sacco di donne. Centinaia, migliaia, a chi importa? I banchieri contano, io sono un artista. Una volta una giovane attrice mi venne a trovare a casa, a Tomba di Nerone. Suonò alla porta, aveva una pelliccia. Se la tolse e sotto era nuda: wow, man! Era Laura Antonelli”.

Credo d’aver passato più di una torrida e noiosa estate privo di Laura Antonelli ma con un mangiadischi (arancione, color ghiacciolo) e questo 45 giri a far terzetto con Venus degli Shocking Blue e Fire di Arthur Brown in ripetizione illimitata. Padre, Figlio e Spirito Santo, o più paganamente la Trimurti sulla quale mi sono edificato come una ziqqurat di zucchero. Immacolata Concezione Pop. E sono altresì certo che – così come alcune donne ricercano spasmodicamente per tutta la vita in ogni relazione un surrogato del padre – io ho sempre anelato, in ogni mio ascolto a venire, una permutabile crasi armonica tra quei tre 45 giri. Le ritmiche tribali da voodoo spinto, la chitarra che sbuca a far Duane Eddy o il Dick Dale di The Wedge quando meno te l’aspetti, i cori riverberati e primitivi, la pronuncia scoscesa e volutamente eccentrica (sentitelo fare il gradasso nel passaggio “Lui mi risposseromari vieneverai”). La percezione di un futuro radioso e ribelle che anelavo con tutto me stesso. Sapevo che esisteva da qualche parte e sapevo che – lì ed allora – era possibile.

In soldoni: non volevo essere ‘un simpatico’, volevo essere Ricky Shayne.

A dirigere cotanto sferragliare stava l’orchestra di Luis Enriquez, uno che di lì a poco si sarebbe fatto conoscere come Bacalov. Mi girava la testa. Diabolik (anzi: Dorellik) e Adamo, Lola Falana & Don Lurio (“Punta tacco baby one two three”), Cento Giorni e ‘i tuoi ochi son farri aballianti’. E ancora: “noi non abbiamo paura della bo-o-omba” e il Chris Montez di Let’s Dance (la riprenderanno i Ramones, a dimostrazione che nulla avviene per caso). E poi le foto in bianco e nero del Piper e quel disco della Strambelli (Concerto Per Patty, 1969. Indovinate l’etichetta) dove io – in copertina – una strafiga così non l’avevo mai vista e queste sono cose che ti segnano. La notte è piccola per noi, troppo piccolina. C’avevo tutto un mondo (dentro e attorno) e nessuno al quale confessare i miei dubbi su quella prateria ritmica polverosa che non voleva smettere di roteare. Poi vidi Mary lontano da me, venni colpito e la testa girò. Brividi e immaginazione allo stato puro, una Paint It Black alla vaccinara. E se avete ancora qualcosa da ridire sghignazzando su cotanto battesimo del fuoco ricordatevi che nessuno mi può giudicare. Nemmeno tu.

Ho sempre vissuto al 101 per cento: fumo, marijuana, anche Lsd una volta in India. Ora ti mando una copertina di “Ciao amici”: guarda che occhi, ero strafatto! Oggi ho 74 anni e certe cose non le faccio più ma allora al Piper trovavi di tutto. Droga, ma soprattutto ragazze”.

Hai. Capito. Il. George.

E benedetti nei secoli siano Migliacci, Mantovani e Meccia, lesti e talentuosi nel ricreare quello spirito beatnik di seconda mano che irrorerà una stagione fantasmagorica. Si distaccherà subito da quella Brighton sul Tevere con un ulteriore 45 giri (Vi Saluto Amici Mods, Arc, 1966) prima di pubblicare ancora una manciata di bagatelle assolutamente ininfluenti – Mamy Blue a parte, un gospel nero pece preso dal canzoniere di Hubert Giraud – e ricrearsi star in Germania dove andrà a mietere ulteriori scampoli di notorietà divenendo una leggenda sotterranea grazie a quella Ich Sprengen Alle Ketten scritta da un giovanissimo Giorgio Moroder. Ma mica è finita, che ‘dopo dieci anni ho rivisto l’amico Ricky’ e infatti è notizia di questi mesi la presentazione all’ultima Berlinale di “Mutwilling Shayne”serie tv dedicata alla sua vita, diretta da Stephan Geene.

La roba che cantavo negli anni Settanta? Era merda, e ho provato a trasformarla in oro. E forse ci sono anche riuscito”.

E’ passato mezzo secolo, il signor Tabett è un distinto vecchietto che però conserva ancora quel lampo magnetico negli occhi; divide la sua vita tra Berlino e Glasgow mentre io – nel mio sovrano rincoglionimento – non ho mai dimenticato quell’ingenuo eppure superbo anthem.

Sono qui dunque, in un sabato mattina edificato su paturnie di nullo conto, a fantasticare in modalità vintage con un doppio cd da cestone di autogrill, scovato per caso mentre svernava stritolato tra una noce di prosciutto al pepe e una confezione di taralli da un chilogrammo. E mi piace pensare che gran parte degli ascolti ai quali porgo preghiera mattutina si siano incanalati su quei binari. Avrebbe potuto andare peggio. Avrebbe potuto piovere, ad esempio, o avrei potuto essere qui a genuflettermi su trottolino Amoroso (nel senso di Alessandra) per colpa di Al Bano o di ‘Io tu e le rose’. Ma, soprattutto, ho finalmente capito chi avrei aiutato, in quella Guerra delle Due Rose tra Mods e Rockers. Che io – parkaboia! – di quelli come Bob, che misurano la distanza tra la fine dei pantaloni e l’inizio delle scarpe, continuo a non fidarmi. Ah, della Ferrari 275GTB4 non si hanno più avuto notizie.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #57

David Van TieghemStrange Cargo (Private Music, 1989)

Quando uscì Screamadelica ebbi – come quasi tutti – un’accelerazione sovversiva mai provata in vita. Io, arroccato nel mio sciocco buen retiro costruito su rassicuranti pareti (e scaffali) di post-punk, glamorama e poppettino floscio. Boom. Un’esplosione interna, dalle parti del cuore e anche un po’ più giù, lì dove sedimenta il desiderio. Cento pezzi che si spaccavano per poi ricomporsi, attirati come gocce di mercurio liquido lucidato di conoscenza. Noi due nel mondo e nell’anima, sì. Io e Screamadelica, la Lancia di Longino pronta a percuotermi il costato, il Sacro Graal. Sang Real di cui mi feci umile vassallo e vampiro. Lei. Dalla sua riforma protestante cominciai a disboscare certezze come un vietcong con il machete. Era giunto il tempo di chiudere con inutili guerre che mi strappavano le viscere (la discomusic il male? Ma quando mai? I Was Made For Lovin’ You, Baby), cominciavo a comprendere le donne quando parlavano di orologio biologico. Il mio aveva iniziato a strappare lancette su lancette, secondi preziosi che avrebbero dovuto rivoluzionare i concetti di spazio, tempo e velocità. Quest’ultima misurabile in adeguati bpm. Mi tuffai dunque caparbio in ogni ‘altrove’, luoghi esotici che – per paura, viltà o ignoranza – avevo tenuto alla larga, forse proteggendomi da ciò che volevo. Fossero le playlist illuminanti del Loft di David Mancuso (Vale un Andrew Weatherall quell’uomo. E viceversa. Miniera ancor lungi dall’esaurirsi) o i Tangerine Dream, i Les Troubadours du Roi Baudoins (che fatica trovare il 45 giri) o gli Steely Dan passando attraverso Nino Ferrer e Peter Blegvad. Risultato? Un mal di testa epocale e la consapevolezza che non ero il fulmine di guerra che credevo e anzi. Ma servì, oh se servì. Servì a farmi comprendere come certe musiche si lambissero leccandosi l’un l’altra l’aria che le circondava e che la ricerca per sua natura non potesse finire mai. Una goduria. Con il mal di testa ma pur sempre una goduria. Eppure, in mezzo a quell’insensata ingordigia bulimica, tra le risate dei duri e puri, una cassettina scrausa del solito conoscente scafato e anzianotto, fece breccia. “Tieni, prova questo, non è molto lontano da Shine Like Stars, magari dalle parti di Sapporo ma non molto lontano”. Lui era sopravvissuto al progressive, ma io provai ugualmente. E grande è la gloria del giusto nel saggiare qualcosa atto a sorreggere quell’aura magica che si agita in prossimità dello sterno quando grappoli di note raggrumano dentro di esso. Shakerati, non mescolati. Quel disco – recuperato in vinile solo pochi mesi fa – era Strange Cargo di David Van Tieghem. Uomo che (allora) ignoravo completamente e del quale per forza di cose dovetti rimanerne agnostico per lungo tempo. Non sapevo nulla della Love Of Life Orchestra (progetto approntato assieme a Peter Gordon) né delle sue collaborazioni trasversali per Talking Heads (Speaking In Tongues), Eno & Byrne (esatto: quello), Laurie Anderson (una manciata di lavori tra i quali Mister Heartbreak) e addirittura in So Red The Rose degli Arcadia. Non sapevo un’emerita cippa, a parte che quei suoni su nastro – uno in particolare: Flying Hearts – mi avevano colpito. Un uppercut niente male, non da cadere al tappeto ma vacillare assai sì. Quando cominciai a venirne coscienziosamente a patti scoprii un musico intrigante, assolutamente non cerebrale e cervellotico a dispetto della nomèa. Uno che preferiva usare percussioni costruite in casa usando i più disparati materiali e la cui lista di collaborazioni era pressoché infinita. Uno con la faccia da Paul Draper di Mad Men. Uno che oggi Wikipedia illustra in guisa di compositore e sound designer. Sound. Designer. Vabbè. Eppure allora avevo una difficoltà enorme a reperire notizie e manufatti.

Destino dell’uomo che si cela stando davanti a tutti, quello di David Van Tieghem, austero e altezzoso sin dal nome, forse più adatto per una mezzala dell’Olanda dei tempi d’oro più che per un percussionista digitale ed eccentrico. Così annotai puntigliosamente tutto, mano a mano che quel ‘tutto’ mi passava sotto gli occhi o attraverso le orecchie: a partire dall’epopea (appunto) della Love Of Life Orchestra, gentaglia di quella New York implosa su gran parte dello scibile off e fonte primaria di scansioni e battute ritmiche per LCD Soundsystem e DFA tutta. Gentaglia a nome Blue Gene Tiranny, Rhys Chatham, Arthur Russell e Kathy Acker. Ballatene o voi che potete, io stavo sezionando i Flowered Up e non mi pareva questo enorme salto quantico dacchè se riandavo con la mente ad alcuni ascolti del mio passato riuscivo agevolmente a recuperare frammenti ritmici di quella New York splendida splendente. Voglio dire, nella mia discoteca simil cosmica la domenica pomeriggio passavano i Monsoon rallentandoli a 33 giri e sono altresì certo che i dj una volta e una soltanto si addentrarono fino a Fad Gadget, ovvero la versione del nostro da Terra dei Fuochi. Ma era ovunque la mela concitata e convulsa, febbrile di suoni nati per innesto e diffusa nel globo terracqueo: spuntava in controluce nelle marce involute dei Palais Schaumburg come nei beat umidi dei Float Up Cp, emergeva in quella Ave Maria (Om Ganesha) di West India Company dove per la prima volta avevo sentito eruttare il nome di Asha Bhosle (Brimful of Asha vi dice nulla?) come negli origami funk di Tin Drum dei Japan. Terzomondismo disco, Afrika Bambaataa e eleganza decadente, disco music in overdub e rumori da sottoscala, Dinosaur L e funk ipercinetico, Steve Reich e Larry Levan. I Clash che vanno da Futura 2000, in duplice filar. Era ma sarà. Nei Rapture come in Rapture di Blondie, dove gli innesti di sassofono firmavano l’opera di Thomas Wright Scott, musico uno e trino nel saltabeccare da Starsky And Hutch (sua la sigla, giuro) ai L.A. Express, da Barbra Streisand a Frank Sinatra passando per The Blues Brothers. Che la via più lunga è sempre quella più veloce da percorrere. Mi credete ora, quando parlo di emicrania? Chi poteva dunque venirne a capo, in quell’epoca pre internet? L’unica era lasciar fluire le informazioni dosandole col contagocce, in posologia di quanto basta e alla bisogna.

Insomma: parecchi avevano infilato le mani su quelle intuizioni disco mutanti, senza manco sventolarle a mo’ di saluto. E io osavo ancora genuflettermi solo sui Primitives, i Front 242 o i Wedding Present? Perdendomi l’unica cosa veramente gratis – lì fuori – ovvero la conoscenza? Con la prima connessione degna di cotanto nome esplorai come un Google Maps fuori sincrono l’opera di David Van Tieghem, deflorandola proprio da Strange Cargo. Che esce nel 1989 e Discogs setaccia e propone come rhythmic noise, abstract ed electro dimenticandosi tante cose o forse solo per mancanza di spazio e di appigli concreti. Lo riapproccio proprio da quella Flying Hearts di poco sopra, gemma che ricordavo di curcuma elegante e ritrovo intonsa nella sua bellezza da Yellow Magic Orchestra cubica e rinchiusa in una rete di farfalle argentate. Lascio che si dipani per la stanza come un bagnoschiuma Vidal di cristalli liquidi e intanto scorro con le dita lungo il retro della copertina riscoprendo nomi che farebbero la gioia di ogni essere umano rinchiuso in uno studio di registrazione: da François Kevorkian a Kate McGarrigle (la mamma di Rufus e Martha Wainwright, né più né meno), da Paul Rice (uomo su Powaqqatsi di Philip Glass e Words For The Dying di John Cale) a Lenny Pickett della Saturday Night Live Band o – ancora – a quella Roma Baran che i più attenti sapranno manovratrice di singhiozzi Casio in O Superman (e un’altra mezza dozzina di album) di Laurie Anderson. Undici brani nei quali il sospetto di venir assalito da orde di onanistici groppi e grappoli armonici scardinabili solo da Q.I. uber alles è forte, provenendo da cotanto nome. Ma la mia memoria è buona e non aveva scorie di jazz retroverso o cervellotici sincretismi. Me lo ricorderei, avrei immediatamente eretto le mie difese immunitarie in 4/4.

Flying Hearts non poteva sbagliare segnalando un percorso infido e dunque Strange Cargo ha ampio timone per manovrare sui mari della nostra tranquillità. Si riesce a tenere a bada da subito quando la traccia omonima, in delicata produzione house venusiana di Kevorkian, ti scoppia come un chewing gum in prossimità dell’ipotalamo. Una amniotica e cinematografica Tell It To My Heart di Taylor Dayne all’ombra di Riuichi Sakamoto. Si veste pop suo malgrado nonostante un suono obsoleto da tre generazioni di sintetizzatori. Sinuosi intrecci e felpati zampilli che bagnano anche la tentazione Real World di Volcano Diving ovvero ‘ritmosofia’ tra un Peter Gabriel soffuso e seppiati Dolphin Brothers; o l’ambientale suite di Hell Or High Water, affascinante come una passeggiata sulla luna dipinta di giallo. Domo arigato. Stratificazioni di trilli e tintinnìi, vibrisse di suono, percussioni dub, accenni di vibrati, melodie effettate, di questo è concepita Eye Of The Beholder, ma non fai in tempo ad accorgertene che arriva Flying Hearts e ti ritrovi a Discoring, una domenica pomeriggio, con in mano quattro minuti e nove secondi di italo disco polare, qualcosa che Mike Francis o i Novecento avrebbero annesso senza indugio al loro canzoniere, fossero stati prodotti dai Flying Lizards o distratti da Ann Steel. Pensi alla Love Of Life Orchestra, a quella New York che aveva creato fonema ritmico e strade maestre e capisci di non aver mai capito un cazzo.

Giro il padellone nero e lascio che il Fernet goccioli su They Drive By Night, inchino asiatico piegato su suoni obsoleti ma anche su un sax epatico che ti porta su su su, da qualche parte dove l’atmosfera è rarefatta o forse solo dove finiscono le nottate del Loft. S’accompagna benissimo a The Ghost Writer Theme, chiesastico inno ambient da Warp anni novanta. Il giardino pensile di David Van Tieghem brulica di lussureggiante armonia: acqua, muschiose ninfee e elettricità si spargono dal ventre di Particle Ballett in un florilegio di percussioni, campane tibetane, cimbali, venti del nord e porcellane romantiche. New Age come potrebbe esserlo un Wim Mertens convertito al Synclavier. O ancora quella Yesterday Island che la segue nella liquida scia. Haruomi Hosono di Omni Sight Seeing (Epic, 1989) avrebbe gradito assai. All’arrivo di Carnival Of Souls cominci a intravedere sembianze Womad, il voodoo, carnevali fusion e un luminoso globo trance con le fattezze di Jon Hassell. Togliete i jack dagli ampli del Donald Fagen di The Nightfly, sbattetelo su una serie Amazon Prime e suonerebbe così. L’omelia che porta in dissoluzione il disco si chiama She’s Gone e chiude la porta a tutte le feste di domani. Proviene ectoplasmica da un imprecisato punto dello spazio. Decostruttivismo astratto senza spigoli, particelle in risonanza, funk afasico, fusion che affoga in piscine muschiate, nightclub per ametiste e nerd. Musica per copule irriverenti.

Molto simile al precedente Safety In Number, Strange Cargo unisce i puntini che vanno dal cuore al cervello, dal Monte Rushmore alla Via Lattea, dal Paradise Garage al MOMA, dai synth a chissà cosa. Certo, essere Screamadelica non ha prezzo ma per tutto il resto – lì, in qualche galassia dimenticata e dall’atmosfera rarefatta – c’è Strange Cargo.

Michele Benetello

Lord Sabre, the Guv’nor

C’è stato un momento in cui Andrew Weatherall – da genio – è transustanziato in divinità assoluta. Un unico, preciso ed esatto momento e… no, non è Loaded ma Rock Section dei Dayglo Maradona. 12” verso il quale necessiterebbe un libro soltanto per tracciarne la genesi. Traccia minore del 1979 di certi Skin Patrol, funkettari bianchi alla Orange Juice. Hanno un pezzo in faretra che sa di classico, un blues dub-bioso che usano in guisa di bis nei – invero rari – concerti dilatandolo per 25 minuti. ‘Na roba grassa, meccanica, futurista nel suo groove motorik, ‘na roba che Damon Albarn e la sua Honest Jon’s potrebbero ma… no è troppo tardi. Julian Cope è tra il pubblico in uno di quei rari concerti, ne viene folgorato sulla via per Liverpool, tenta di copiarlo con una drum machine e un basso in carbonari esercizi casalinghi. Poi la sua carriera si invola e gli Skin Patrol rimangono al palo, sconosciuti tra gli sconosciuti.

Con i Dayglo Maradona ero rinato. Ciò che li aveva preceduti era stato un semplice preludio alla Tempesta. In gioventù, aspirante Jim Morrison di oltre un metro e ottantacinque, avevo battuto le strade di Eastwood assieme al mio ‘compadre’ Gaz Marshmallow arrancando lungo i percorsi storici di D.H. Lawrence segnati in azzurro” (Julian Cope)

Stacco.

È l’afoso giugno del 2014, il catalogo Rough Trade strilla un 12” a nome Dayglo Maradona, comunella rave tra un Matrix che esplode, Il San Giuliano e Andrew Weatherall. Vi è un pre-ascolto ed è come la pillola rossa della conoscenza di Neo. Rock Section mi catapulta lontano dalla sedia, in prossimità di un punto in cui tutti i Chemical Brothers del mondo si immolano sulle piste da ballo. Sembrano i LA Dusseldorf rave. La mano tatuata e piena di fate di Weatherall chiama a raccolta groove di dervisci rotanti, Cope – sull’altro lato – indugia dentro gli anfratti della traccia primigenia. Io cado in ginocchio e capisco che Iddio mi ha irrorato di fede, tanti anni prima, lì in quel posto più in alto del sole.

Stacco.

Ce l’ho ancora la fede, non mi ha mai abbandonato. Mai avuto alcuna crisi di vocazione verso Andrew Weatherall, uomo che si fece (e mi fece) scisma e dogma. Per qualcuno (molti) la historia della musica rock si divide in pre Nirvana e post Nirvana, per me c’è un mondo che fluttuava scontroso e bizzarro ma anche tanto rigido come una scaramuccia tra Montecchi e Capuleti prima di Andrew Weatherall e uno che ha danzato ebbro d’amore dopo la venuta di Andrew Weatherall. Li ho vissuti entrambi, quei mondi, riuscendone per osmosi a crearne crasi perfetta grazie a lui. Che è scomparso, a soli 56 anni, il 17 febbraio scorso. Quasi coetaneo, vacca boia. Solo che Weatherall è diventato Iddio e io sono rimasto il solito stronzo. Ma il solito stronzo che sapeva scegliersele le divinità. E… sì, è lapalissiano che fui tra la giusta moltitudine che rimase inchiodata da Screamadelica e sono altresì convinto che senza codesto artigiano dal basso profilo oggi il Signor Gillespie starebbe ancora permutando accordi di Ivy, Ivy, Ivy. Però non è questo il punto. Il punto è che nessuno (NESSUNO) in questo porco mondo ha mai seminato così tanto su campi altrui lasciando che i frutti della terra servissero per sfamare gloria conto terzi. E non so nemmeno se ho voglia di farvi la solita storia precisa e circostanziata, storia che è un apostrofo rave tra le parole Boy’s Own, Terry Farley, Bocca Junior, Loaded, Soon, Smokebelch II, Sabres Of Paradise e Two Lone Swordsmen. O inseriteci voi ciò che più vi aggrada, visto che a mettere i tag nelle varie peripezie del nostro tra i cursori del mixer facciamo notte. L’abbiamo ballato tutti, abbiamo tutti fatto le ore piccole con i suo brani (o produzioni, o remix, o intuizioni, o…) e tutti abbiamo su quell’emoticon del cuore che recita: ‘mi sa che ‘sta bomba è di Weatherall’. Sulla fiducia, perché è come se avessimo impresse nel costato le sue stimmate, o solo le sue impronte digitali. Già, tra di noi (noi poveracci con Logic Pro 10) si era persino creato un neologismo da carbonari: weatherallare. Una weatherallata la riconoscevi subito: era kraut, anzi no. Era rave. Forse. Era house. Poco però. Era electro. A sprazzi. Era ipnotica. Questo sì. Era nettare che colava dalla barba di Gandalf il grigio, giù giù fino al canale 24 dove il ritmo si fa uno e trino e pochi hanno il coraggio di avventurarsi senza sporcarsi le mani e il palmarès. Che sia stato un remix, una produzione (One DoveMorning Dove White, in queste colonne al numero 31, ottobre 2018… come fai a non piangere sopra un disco simile?), un white su cd-r scrauso o un dj set LUI ti stupiva. Poteva imprimere sui muri, sulle sinapsi e sulle tracklist i Killing Joke e Morgan Fisher per poi passare a Psychick Warriors Ov Gaia e Plastikman. O 400 Blows e Aswad. Uno che ti metteva dentro un cd gli Shock Headed Peters (è successo, in Sci-Fi-Lo-Fi Vol.1). Voglio dire: gli Shock Headed Peters. Provate a rileggerlo lentamente. Ma il più delle volte era sempre quell’unica espressione di entusiasmo e stupore, ripetuta in loop: ‘mi sa che ‘sta bomba è di Weatherall’. Una weatherallata, appunto. Qualcosa che sa di sciabole e spada. Sabres & Sword.

La festa era dappertutto. Se ti facevi un trip allora te ne andavi in stanze diverse. Avevi la stanza My Bloody Valentine dove se ne stavano tutti seduti al buio. Era piena di fumo e l’odore di chiuso ti toglieva il respiro. Poi entravi in un’altra stanza e quella era tipo la stanza dei drink o roba del genere. E poi, uscendo sul retro, c’era la stanza dell’Ecstasy. Ti basti sapere c’era un membro dei Primal Scream in OGNI stanza” – Ed Ball

Weatherall e Innes si sono piaciuti subito. Innes è un genio, un genio assoluto, è completamente e maledettamente geniale. E lui e Weatherall sono entrati in uno studio di registrazione a Walthtamstow e da Losing More Than I Ever Have hanno tirato fuori Loaded”– Jeff Barrett

I Primal Scream, insomma. Quelli che nel 1989 non sanno più da che parte andare, che giacciono in letargia chimica e che permettono ad Andrew Innes di consegnare una copia del loro disco a Weatherall perché ne estragga qualcosa di buono, che sono stanchi di girare in cerchio giù in garage. Hanno sentito il lavoro su Hallelujah dei fratelli chimici Happy Mondays e chi sono loro per rimanere al palo dinanzi ad una probabile rivoluzione elettronica? Fa di più il nostro: la innesca. Ne scrissi abbondantemente sul Mucchio Extra, 14 anni orsono. Dopo tutto questo tempo sono ancora d’accordo con me stesso.

Si chiama I’m Losing More Than I’ll Ever Have ed è la scelta sulla quale ricade il dito di Andrew Weatherall allorchè Innes gli consegna una copia dell’album perché ci tiri fuori qualcosa di buono. E’ divenuto amico dei nostri i quali, a furia di vagare sfatti per i club (lo Shoom a Londra o lo Zap Club di Brighton) hanno cominciato ad appassionarvisi. Fa di più il Merlino elettronico, già titolare della fanzine Boy’s Own e fresco di remix per l’Hallelujah degli Happy Mondays (bell’incrocio di pillole, vero? Con i nostri che arrivano dal rock e intersecano la dance mentre la band di Ryder a fare il percorso inverso, contromano): prende la traccia, la iberna in un beat pigro, vi campiona parte di un bootleg di italian dance fatto su I Am What I Am di Edie Brickell, vi sparge sopra la voce di Peter Fonda dal film The Wild Angels di Roger Corman e ribattezza il tutto Loaded. 500 sterline, 100.000 copie. Mai matematica fu più gloriosa. La rivoluzione può dunque avere inizio”.

Come in ogni rivoluzione, una volta che è passata, tutto assume contorni sfumati, la storia prende pieghe inaspettate e persino tanti (troppi?) duri e puri abiureranno la loro selvaggia rigidità chitarristica per genuflettersi. Collisione di supernova, quel disco; diagramma cartesiano dove si incontreranno – perfettamente allineate – rock e disco, gospel e house, blues e ambient, antitetiche presenze che mai, fino ad allora, avevano voluto mescersi in un calice d’amorosi sensi. Weatherall attua uno scisma luterano, ne strappa i rigidi spartiti e – sempre in combutta con il fidato Hugo Nicolson (uomo da non sottovalutare) – cambia il corso del rock per sempre.

È un momento topico equiparabile per importanza e aggressione sociologica al Bowie che cinguetta Starman a Top Of The Pops il 6 luglio 1972 o all’Exploding Plastic Inevitable Show. Ma – a differenza di questi – è un momento senza immagine, una rivoluzione senza colpi di fucile e isterie visive. Uno scisma sotterraneo che non ha pecette da appiccicare sulle riviste. Vanno avanti Gillespie e compagnia per quello. Weatherall rimane al palo, volutamente. Non ha velleità egotiche, nessuna voglia di capitalizzare permutando per eoni la stessa matrice. Per lui la dance è come uno spazio da esplorare, mappandone i confini, lanciando un segnale satellitare. Lo coglieremo in tanti. Eppure è un altro il pezzo cesellato per i Primal Scream che davvero mi porterei su Alpha Centauri. Tolta l’immensa resa di Higher Than The Sun, ovvero i Silver Apples che rotolano nel blues post apocalittico e che mi farei tatuare per sempre, c’è una traccia nascosta dentro il sottovalutato Dixie-Narco Ep. Dieci minuti e quarantasei secondi di scompiglio chimico-fisico. Weatherall e Nicolson la chiamano Screamadelica ma in Screamadelica non c’era; uniscono i puntini che vanno da Kingston ai Muscle Shoals però suonati dentro ad una immaginaria Love Boat. Disco music che zoppica, Denise Johnson che sussurra alla stratosfera, un tango ipnotico che si avviluppa seducente sopra un intero lato, fiati che fanno l’ottovolante su grumi di loop, soul che diventa II Soul prima di derapare baggy su sciabolate di vento house. Pharmaceutica. Perfetto s’è già detto, epocale poco ci manca.

Poi cosa succede? Niente. Ovvero tutto. Succede che Andrew Weatherall diventa un nome così ingombrante che i vari remix o le stranite produzioni finiscono con l’essere assimilati più a lui che ai reali possessori delle note primeve. Troppo carismatica la sua mano, troppo ‘pesante’ la sua immensa e trasversale conoscenza della musica, quella che può far suonare i Doves come dei Can sotto una pioggia radioattiva o i James come un’ambulanza di Mad Max. Se il remix è di Weatherall il pezzo diventa improvvisamente, per dogma, dello stesso. E forse è questo il motivo primario che ha impedito – oltre ad una certa ritrosia da ‘bizzarro perdente’ del nostro, certo – a Lord Sabre di diventare un superstar dj, uno di quelli a sei zeri; uno di quelli da posti giusti e imbecilli che saltellano qualsiasi cosa gli possa passare ‘sotto il naso’. Ha navigato appena sopra il pelo dell’acqua, scegliendo nomi (o venendone scelto) che ne garantissero totale integrità ‘artistica’. Non era faccenda di vile pecunia, insomma. Purtuttavia, di rimando, nemmeno credo che gente come Madonna o gli U2 avessero voglia di farsi scippare un brano dal nostro per sentirlo appellare come ‘una weatherallata’. Troppo gelosi delle loro Società per Azioni. Eppure Bono ci proverà, con la solita boria terzomondista che lo contraddistingue, sentendosi opporre un netto rifiuto e due righe che non lasciano spazio a equivoci: ‘Non posso fare produzioni troppo grosse. Non posso partecipare a tutte quelle riunioni del music business. I professionisti mi spaventano a morte, sul serio’.

Con Screamadelica Weatherall prende la Bastiglia, decapita i paletti, le rigide monotonie del ‘di qua o di là’, gli steccati di tanti (troppi) anni di convinzioni manichee. Attua una rivoluzione irrorata di MDMA e sparge per l’aere l’amore universale assimilato pochi mesi prima allo Shoom. La seconda estate dell’amore, verrà chiamata. Ma vi aggiungerei una primavera dell’anima, un autunno di empatia e un’inverno di campi di fragole per sempre.

Andrew Weatherall è morto. Anzi: è scomparso. Si è celato ancora una volta, lì sotto a quel banco mixer dove deflagrano ordigni e sezioni ritmiche portate all’estremo. Lord Sabre, The Guv’nor, Audrey Whiterspoon, l’uomo di sigarette e baffi. Il sosia techno del rockabilly Billy Childish. L’uomo che del post punk fece origami electro, il tatuaggio balearico dilatato sui white label è stato uno dei miei fari, sempre presente – lì in mezzo ai cursori – spalancandomi gli occhi senza aver bisogno di alcuna Cura Ludovico. L’aprirmi alla sua musica mi ha costretto a venire a patti con i miei limiti sonori, ampliandoli. Da lì, da quel punto imprecisato, ho imparato ad essere migliore. Hallelujah. Adesso che non c’è più mi sento come se vagassi in una terra sconosciuta, un guado tra una traccia e il suo remix, in un ipotetica metà ancora da scoprire. Non so quale potrà essere il mio percorso sonico, non so dove andrò a svernare le mie convinzioni, non so – accidenti – chi potrà ancora metterle a dura prova, facendomi sentire un giovane vecchio deciso a rivoluzionarsi ancora e ancora e ancora. So solo che I’m losing more than I’ll ever have. Perché Fail we may, sail we must.

10 Weatherallate:

One DoveMorning Dove White (London, 1993)
Primal ScreamScreamadelica (Creation, 1991)
My Bloody ValentineSoon (Creation, 1990)
Andrew WeatherallThe Bullet Catcher’s Apprentice (Rotters Golf Club, 2006)
Saint EtienneOnly Love Can Break Your Heart (Heavenly, 1991)
Two Lone SwordsmenFrom The Double Gone Chapel (Warp, 2004)
Dayglo MaradonaRock Section (Faber & Faber, 2014)
The OrbPerpetual Dawn (Ultrabass 2) (Big Life, 1991)
JamesCome Home (Fontana, 1990)
The Sabres Of ParadiseSmokebelch II (Sabres Of Paradise, 1993)

Michele Benetello 

 

I dischi che piacciono solo a me, credo #56

The DandysSymphonic Screams (Artificial, 1998)

Le diciotto di un sabato pomeriggio primaverile di fine anni novanta, un imbrunire di pollini e buone intenzioni. Vi è un ragazzo arrampicato su quelle intenzioni in saldo, non è più un adolescente ma nemmeno può ancora considerarsi completamente adulto, nonostante l’età. È costretto lì, in un limbo agrodolce, a starnutire sull’insieme dei microgametofiti prodotti dalle spermatofite. Vaga noncurante tra la schiuma dei giorni, attendendo un segno del cielo o del destino per accorparsi in una parvenza d’uomo. Non lo sa ancora, sta solo cercando di allacciarsi una cravatta amaranto in maniera congrua, segno distintivo del suo approcciarsi al week end. Un dirty weekend. Sovente poco edificante, appunto. È bravo a subirne gli effetti, specializzato nel rincorrere gli eventi soltanto per ritrarsi sdegnato una volta che questi siano conclusi, perché gli errori sono solo intenzioni nascoste. C’è ancora un pulviscolo di luce nell’aria, riflettere esile tra i chiaroscuri di uno specchio troppo piccolo, dove il nostro caparbiamente cerca la quadratura del cerchio, o soltanto il nodo perfetto. Pensieri che tracimano mentre decide che un piatto di riso in bianco sarà il suo parco desinare prima di uscire con il cuore stivato di quelle buone intenzioni di cui sopra. È conscio di averlo detto anche la sera prima, è una delle poche cose che ricorda, quindi conosce bene la materia. Lo dice sempre. “Il pretesto lo sai, quattro dischi e un po’ di whisky”. Ovvero una manciata di ore al bar del quartiere, un’altra manciata in un club appiccicaticcio che odora di fumo, sudore ed essenze dozzinali (la scelta del profumo significa molto, ricordatevelo sempre), un caffè alle prime luci dell’alba e un mesto ritorno a casa con la propria sbiadita e sudata Sacra Sindone impressa addosso. Li ha contati quei dirty weekend, sono all’incirca venti fino a quel giorno di primavera, intervallati da delle camere di decompressione che il suo corpo a intervalli regolari richiede. Stavolta è diverso, si dice. Stavolta il Southern Comfort sarà in morigerata quantità – q.b. come nelle ricette – e gli screwdriver in numero di due. Lo screwdriver, la pizza margherita dei cocktail, semplicità fattasi verbo: 10 cl di succo arancia e 5 cl di vodka. La perfezione allo stato liquido. Tutto questo nonostante gli amici già incalzino e il Motorola abbia l’intermittente lucina verde che ammicca sorniona dal primo pomeriggio. Vogliono la pizza, loro. Lui fa muro invece, ha il riso in bianco con giusto una spruzzata di noce moscata e un filo d’olio d’oliva. Fare diga is the new loud. Mai superare la velocità massima consentita, li sente anche lui i sibili delle mascelle e le mani che prudono, quando passa lungo i bordi della pista, in quel club rugginoso dove trascorre i fine settimana. Qualcuno ha una pistola, dicono. Una pistola e un badile in auto. Svicola da quelle luci al neon e rimane nel suo perimetro, non gli serve altro per affrontare il millennio che già si intravede e che cambierà tutto, si ripete. Ha anche lui un millennium bug in arrivo al quale far fronte. Come tutti.

Alle venti e trenta gocciola pizza alle acciughe su un cartone umido e deformato a casa di un amico. Birre, Brian di Nazareth, barattolo di Nutella da 5 chili, amari e un torbato da sogno del padrone di casa, esteta dei liquidi. Donne zero, il Monte Athos non va deflorato. Poi però prima di andare passiamo al bar, vero? Certo, passo anche per casa a lavarmi i denti, sia mai che… Vai tranquillo, non succederà nulla manco stasera, né ora né mai. Nei secoli fedeli l’un l’altro no? Una mano lava l’altra e il Southern Comfort lava tutto. Lo dice anche il nome, pure se viviamo al nord. Al nord dove tutti, in quel club, incalzano per avere gli Offspring e tu devi attendere – seduto in quel divanetto sgualcito ad osservare gli altri – quei cinque minuti di Elastica o Blur, giusto per far finta di esserci e giustificare quel timbro di inchiostro sul palmo della mano. Una sala d’aspetto affollata di gente che attende Godot senza manco una colonna sonora adeguata. Bisognerebbe fuggire dai propri alibi, non mettersi comodi sopra un divanetto sdrucito ad accoglierli.

C’è un ragazzo, cammina nel parcheggio di una periferica zona industriale sistemandosi per l’ennesima volta una cravatta amaranto. Ha il fiato corto, un passo da Casablanca e qualcosa che – dentro – gli ha estirpato ogni voglia di ripetere in loop quelle dinamiche settimanali. Saprebbe ritrovare la strada di casa solo decifrando le crepe dell’asfalto. Entrerà nell’assordante e carnascialesco cubo di mattoni pieno di buone intenzioni e fotogrammi da commedia americana, ne uscirà eroso dall’inutilità di un tempo sprecato. Questo lo sa, ci è sceso a patti molto tempo prima. La coda all’ingresso è decisamente corposa, le occhiate in quell’assembramento di esseri umani entusiasti sono significative, un catalogo Postal Market dove già si setaccia la mercanzia, sovente in offerta speciale. L’amico riesce a farlo entrare di straforo millantando conoscenze prima di depositarlo al bancone del bar. Questi sono gli anni novanta, e stanno per finire mia cara. Il solito grazie. Love in the nineties is paranoid. Il bicchiere di plastica è un crimine contro l’umanità se dentro vi è una piscina olimpionica di Vodka e succo d’arancia e tu sei Mark Spitz. Anche il Motorola infastidisce durante le ore notturne, fin troppo ingombrante da tenere in tasca, poi magari qualcuna cade con l’occhio in un equivoco imbarazzante. Rimarrebbe delusa. Ma mica puoi lasciarlo in auto, accidenti. Non ci sono solo quelli con il badile nel portabagagli, qui la disoccupazione notturna è prossima allo zero ed estrarre finestrini dall’abitacolo con geometrico talento è uno sport nazionale, soprattutto se dentro quell’abitacolo vi è anche qualche essere umano. Ci sono camicie a fiori e mani grandi come racchette da tennis, visi squadrati e gente che per denaro darebbe via tutto, persino se stessa. Persino te. Quindi si fa di necessità virtù. Alla spicciolata arrivano tutti, ci si può sedere.

Anzi: mi siedo. Gli altri vagano alla ricerca di tutto quello che non vorrebbero. Oh Lord, protect me from what I want. E ci si può accomodare proprio nel momento esatto in cui gli Offspring eiaculano milioni di watt. Si inizi pure.

You gotta keep ‘em separated

C’è un ragazzo, e quel ragazzo sono io. Dopo tutta questa scapigliata filosofia per rupestri finalmente mi accomodo, ma solo per guardare il culo della biondina, quella che ha i jeans neri e molte molte lune meno del sottoscritto, quella che osservo da settimane, giusto per passare il tempo prima di diventare l’Unabomber dei sentimenti. Deve essere nata all’incirca mentre finivo la raccolta delle figurine di Sandokan e possiede la consapevolezza che tanti – lì dentro – stiano osservando ciò che osservo io. Pure gli Offspring. Avevo passato un pomeriggio perfetto fino all’ansia di prestazione delle ore diciotto. Perfetto, senza alcuna sbavatura. Un percorso netto. Coricato alle prime luci dell’alba e risvegliato con un hangover prontamente curato con patatine fritte e acqua della fontana sotto casa. Quella solitamente appellata ‘un po’ ferruginosa’ come dicevano Stan Laurel e Oliver Hardy. Riso in bianco a way of life. Manco un Cantonese Boy assimila tutto quel riso settimanalmente. Eccetto la sera prima, che il venerdì è sacro. La sera prima avevamo mangiato messicano e i Margarita alla fragola post prandiali avevano fatto perdere senno e strada ad un paio di noi, costretti a girare confusi per le stradine della campagna veneta per sessanta abbondanti minuti. Uno ce lo siamo anche perso, giuro. Però quel pomeriggio era stato ganzo e davvero pieno di intenzioni sane, sì. Quasi apostolico nel suo immergersi in una nuova betoniera di cd arrivati a casa per vie traverse. Ogni ipotesi di ascolto è uno scambio impari, regali alla musica la cosa più preziosa che possiedi: il tempo. Sovente non ne sei ricambiato, ed è per quello che non ti fermi mai e la ricerca è continua. Il tuo tempo è una clessidra impalpabile che erutta note inafferrabili. Proprio come quegli eterogenei compact disc impilati a cazzo di fianco allo stereo. Vi era di tutto in quegli ultimi arrivi. I Dandys ad esempio. Scioccherelli e implumi nel loro inseguire un’idea di brit pop da diciassettenni a bagno maria. Avevo seguito con attenzione i loro singoli scoprendovi melma confusa (You Make Me Want To Scream) e gioiellini cesellati con armonia in numero congruo. L’arrivo dell’album faceva il paio con quel Nuisance dei Menswe@r che aveva marchiato a fuoco il mio 1995. Ma era passata un’era geologica da allora, sebbene nel calendario gregoriano fosse solo una manciata di equinozi buttati nell’acqua bollente. Qui veramente stava finendo tutto mentre noi ballavamo inconsapevoli sull’orlo del baratro. Potevi persino sentirlo l’odore dell’undici settembre, in quel 1998, se spalancavi bene le narici. Però era quello e solo quello tutto ciò di cui avevo bisogno, in quel momento: un pomeriggio apostolico.

Mi ero messo comodo come ogni sabato dovrebbe richiedere: una pregna settimana lavorativa alle spalle, un venerdì notte devastante per azzerare tutto e un disco nuovo da approcciare; non aveva bisogno di molto altro la mia vita a cottimo. Volume sulla tacca numero tre e un Intro inutile ad introdurmi un album che avevo inseguito per qualche tempo e che – alla resa dei conti – pareva una raccolta di singoli, contenendone cinque su un totale di dodici tracce. L’arrivo di Merry Go Round faceva facilmente presagire come avrebbero potuto essere sei, quegli estratti sulla breve distanza. Echi dei Gallagher, un po’ di Manics post Everything Must Go, un riecheggiar di Madchester (circa The High) e alcuni ganci modernisti. In genere rifuggo qualsiasi retaggio mod, ma qui vi era dell’indolenza pronta a sfociare nella noia che illustrava benissimo il mio periodo. Né blu né rosa ma di un’indefinita tonalità di basico pigmento. Un buon sottofondo per chiacchiere e flirt inutili, ecco cosa poteva essere Symphonic Screams. Ero già pronto a seppellirlo sotto coltri di braci e noncuranza quando Drag Queen mi fece alzare un sopracciglio. Uno solo, ma era abbastanza. Ha pastelli (e polpastrelli) dei Blur quando vogliono rifare il tema di James Bond, pensai. Riposi accuratamente i pensieri molesti in un cassetto profumato di lavanda e mi dedicai con rinnovato vigore a quelle dodici tracce; Drag Queen era riuscita a rimettermi il sorriso sulle labbra e una spasmodica voglia di sabato sera (‘aria ruffiana e leggera del sabato sera’, cantava Loretta Goggi), sebbene la voce di Andrew Firth fosse impostata come i dettami dell’epoca imponessero, acuti e svisate comprese. La riascolto ora, con uno iato di 22 anni e un terzo di innocente sorriso senza sovrastrutture ancora esce. A differenza di me, bloccato da un lockdown incerto e senza alcuna meta. E se di You Make Me Want To Scream s’è detto, vi aggiungo una maggior benevolenza data da questo quarto di secolo in sovrappiù. Vi salvo la scala a chiocciola delle tastiere, il tentativo vocale del suddetto Firth di andare oltre e la voglia di uscire da una britannicità di maniera buona solo per le pagine interne di Select che porta dalle parti dei Magazine post mortem. Ma io ho bypassato il mezzo secolo e ogni disco invece rimane lì, ancorato dentro il suo periodo storico. È quella la discrepanza magna quando si parla di musica del passato. Tu sei andato avanti, lei non ne ha avuto la possibilità. Un po’ come le donne, no? O viceversa, non ricordo mai come funzioni questo assioma. Ecco perché English Country Garden è stata una delle mie canzoni d’amore per un biennio abbondante, peccato non avessi nessuno a cui dedicarla. Nessuno che la meritasse, quantomeno. Due ore in un club appiccicoso o qualche stradina di campagna non fanno testo e non meritano lo spreco di una canzone. How many flowers can you find in an English country garden? Vi si possono trovare sementi Gene e bulbi Verve in giardini simili.

Poi arriva Dirty Weekend ed è un ordigno da pista ornato di Fred Perry e sta press che fa il paio con Famous dei Thurman. Ordigno che mai mancava nelle C90 del periodo. Nelle MIE C90. It’s just a dirty weekend, e io lo sapevo bene che tutto prima o poi acquista un senso se è immerso nella musica. Forse per quello rimanevo seduto mentre passavano gli Offspring, con un bicchiere di brodaglia arancione ormai calda tra le mani. All That You Do si fa crasi della mezza dozzina di canzoni che l’hanno preceduta, a dimostrazione di come questi cinque ragazzetti sapessero fare una sola cosa, zoppicando. Potrebbe essere uno scarto di The Great Escape o – appunto – un brano di Nuisance. La la la la, la la la la la. Anche I Wanna Be Like You deflagra con coriandoli e cocaina come Dirty Weekend, ruzzola a valle tra i Jam, armoniche squittenti e un ritornello killer. A tal proposito vi esorto ad invitarmi se mai – un domani – vi balzasse in testa l’idea organizzare una festa edificata sul biennio 1997/1998 e su una bottiglia di Tanqueray. Porterei un dotazione solo qualche racconto d’epoca, dei cd single dall’alto pedigree e una cravatta bene intonata (non quella del 1998, un’altra), senza disturbare.

Come che sia il meglio arriva ora, mettetevi comodi come feci io quella sera. Walter Ego è una ‘stupeviglia’ brit, un’intenzione Bertolt Brecht; cammina col passo dell’oca in una scioccherella marcetta à la Alabama Song in quel di Camden, dalle parti dell’Electric Ballroom tra intonse Adidas Gazelle e felpe Sergio Tacchini. Annuncia Long Live The King, patchouli anni settanta e stranita suite alla Jethro Tull zeppa di archi, organetti e tamburelli pulciosi ma meravigliosamente arrangiata da Audrey Riley, donna avvezza al Gavin Bryars Ensemble. E sono proprio le sue dita ad impreziosire ulteriormente il vero capolavoro del disco, qualcosa che ho sempre voluto immaginarmi – con una punta di egotica civetteria – nascosta tra le pieghe di Dog Man Star (non ci sentite Brett, qui dentro?), di The Queen Is Dead, di Reveal, di Definitely Maybe, di Urban Hymns, di… Oh, che importa? The Butterfly Song è il goal che ti riesce una volta in carriera, dopo una vita di fredda panchina, posto che ti spetta per censo e nel quale sei consapevole di tornarci, sorpreso dalla tua botta di culo. Una supernova allo champagne. Qualcosa che ‘al cor gentil rempaira sempre amore’ e che olezza di anni novanta lontana un miglio. Devo ancora decidere se questo sia un complimento, so però che la costruzione di un legame passa anche da queste prospettive armoniche. Spotify non la propone e quindi sarà necessario che i puri di cuore si arrangino in qualche altro modo, ma dovesse formarsi qualche coppia, dopo l’ascolto reiterato, esigo il mio nome tra i ringraziamenti, le bomboniere e il lancio del riso (ve l’ho detto che riguardo quel cereale sono un Cantonese Boy). Che altro vuoi blaterare dopo un brano simile? Magari Johnny Foxtrot, che chiude il disco e prova senza successo ad andarci appresso, barcollando. Sfuma su qualcosa d’altro, sorta di ghost track orchestrale, proprio come quella serata primaverile sfumò in un disilluso caffè doppio alle sei del mattino. O proprio come i Dandys sfumarono tra una generale indifferenza, lasciando intonsi i loro lombi armonici su un album e cinque singoli. C’era un ragazzo che come me amava i Dandys e i Lightning Seeds. L’immagine di un culo ventenne, la consapevolezza che dentro quel cubo rumoroso metà fossero strafatti mentre io invece avevo dovuto assumere per via nasale – dietro stretto consiglio dell’erborista – polvere di oleandro per combattere una sinusite cronica. Polvere di oleandro e The Dandys, il mondo è un posto meraviglioso vero?
Il presente è per sua natura imperfetto mentre si dispiega, il passato ha curve a gomito e il futuro è tutto da scrivere, dicono. Peccato tu non possa saperlo prima di ogni stramaledetto dirty weekend.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #55

Techno TwinsTechnostalgia (PRT, 1982)

Di Nina Hagen, Mute Records e soldi mai fatti.
Vediamo di esser seri senza svicolare su pericolose paludi o fare la melina della Polonia ai Campionati Mondiali del 1974. Col techno pop venni a patti quasi subito, glam rock fuori tempo massimo spiegato alle masse tramite due tastierine senza tutto il machismo a condire e per questo – forse – ostracizzato in massima parte da una critica fallocratica (dio che banalità), incapace di trovar senso in quei ritmi sintetici, quelle movenze ridicole, quei basici cambi di tonalità, quei capelli disegnati da Escher. Quel pulviscolo di idee – pure – spesso permutate all’infinito come i preset del Korg sul quale si immolava. Intendiamoci, non che non sapessi discernere tra un Metamatic e un Buggles qualsiasi, sia chiaro. Come in ogni fase pop vi eran maestri indiscussi del genere (le vite torbide dei Soft Cell, quelle che arriveranno a frugare nel fango Suicide di This Last Night In Sodom), poppettari discreti (i Blancmange di Happy Families, ma solo di quel disco), teste di ponte (i Depeche Mode, per un breve periodo gli Human League), band che erano più della somma delle loro parti (gli Yazoo, andrebbero rivalutati) e una pletora di artisti del nulla, gentaglia aggretagatasi al trend pur di tirar su qualche soldo, un po’ di figa e una manciata di ingressi al Camden Palace. Poi vi era anche chi non sapevi dove inserire (gli Associates, tipo) ma quello è un altro discorso. È che presi una discreta sbornia di Casio e compagnia squittente, cercando di approcciare in maniera più esaustiva possibile il genere, prima di distaccarmene nauseato quando fu un’unica poltiglia indistinta. Love Hangover esatto, giusto per citare. Non sapevi più dove finisse il synth e dove cominciasse l’Italo, per dire. Ma I Wanna Be Your Lover dei La Bionda potrebbe essere uno steccato agevole da scavalcare. Cercai qualche altra rivelazione in mezzo a pile di 12” che ingolfavano i negozi ogni settimana, senza gran successo. Nomi quali Leisure Process, B Movie, New Musik, Landscape, Mathematiques Modernes, Endgames potevano anche avere frecce in faretra ma da qui a colpire il bersaglio ce ne correva.

Con loro – va da sé – decine di assolute nullità. Poi fu un attimo trovarsi ingarbugliati, confusi, persino irritati (dove inserire October Love Song di Chris & Cosey?) e di conseguenza fottersene belluinamente della cosa. Non era materia da e per duri e puri? Bon, me ne sarei fatto una ragione, magari mentre estraevo dalla busta Comici Cosmetici di Alberto Camerini, che tanto prima o poi la pizza arriva fredda a tutti. Eppure, in tutto quell’ingorgo discografico, non avevo mai avuto modo di arrivare appresso ai Techno Twins e me ne dolgo assai, oggi. C’avrei potuto perdere il sonno e un bel po’ (pochi per la verità, vista la striminziata discografia) di lire. Così, complice un’influenza sopravvalutata dal medico di base – e grazie a dio, visto il periodo – mi ritrovo a setacciare il lungo scaffale della pre-morte, quel posto tipo cimitero degli elefanti dove mando a svernare manufatti acquistati al cambio di qualcosa di più di un baratto ma meno di un aperitivo. Manufatti ai quali non darei uno sguardo manco di sguincio se non costretto, rimandandone l’ascolto al momento dell’eventuale pensione, ricordando a me stesso che ascoltare dischi potenzialmente di merda chiuso in casa è sempre meglio che fare l’umarell in mezzo alle balle di chi si fa il mazzo. Eppure oggi volevo mettere un po’ di ordine in quei metri quadri polverosi, per tenermi occupato e per scansare con forza pensieri molesti che – dopo qualcosa come 70 giorni – cominciano a farsi pressanti. Così, tra un Perspex Whiteout e un ottimo Karl Biscuit, mi è capitato in mano Technostalgia. L’ho guardato per un sufficiente numero di secondi, incapace di decidermi se il titolo fosse l’ennesima pacchianata e quella copertina fosse stata colorata con gli Uniposca. Completamente scollata pure, a dirla tutta. Da quanto giaceva in quelle fosse comuni? Dove l’avevo comprato? E, soprattutto, perché? Beh, il perché lo conosco: costava poco. Tanto valeva darci un giro, approfittando del tubetto di Pritt e di qualche sito specializzato.

Tempo tre fontanelle di synth malinconico e mi ritrovo a rota come un seguace del Krokodil nello scoprire come l’autarchica congrega formata dalla coppia (anche davanti alla legge) Steve Fairnie e Bev Sage, aiutata dal polistrumentista Dave Hewson smanettava già dal 1977 e – addirittura – che si vuole ascrivibile a loro l’invenzione del suffisso technopop quando erano soliti trafficare con i rudimenti del repertorio. Roba da indagarci appieno e scoprirci proto tentativi sotto il nome Writz, crasi cabarettistica tra Eurythmics, Bandiera Gialla e Deaf School. Siamo nel 1979 e la diaspora miliardaria del sestetto (qualcuno finirà a corte degli U2, qualcun altro di Paul McCartney e George Michael) porta la coppia a concentrarsi sui mai abbandonati esperimenti sintetici e casalinghi. Una rapida firma per PRT (già Pye Records) e Falling In Love Again sperona il numero 70 della classifica inglese. Il brano – ripreso anche dai Beatles – proviene dal repertorio di Marlene Dietrich ed è rivisto con smanceria e sbarazzina verve. Quel numero 70 è poco, ma quanto basta affinchè si decida per un album. Che avrebbe suonato da Dio su Mute, mi dico con l’espressione seriosa di ‘chi ne vuol sapere’. Sì, perché c’è qualcosa in Technostalgia che mi irretisce e mi inquieta con lo stesso spleen umbratile che ti coglie quando rivedi un vecchio flirt (ascoltate “Il Mio Ex” di Giovanna – Rifi records, 1979. Poi mi dite).

Non è soltanto quell’intuizione di seconda mano pronta a indugiare e far cassa (poca, per la verità) su riletture di vecchie canzoni del passato. No, ve l’assicuro. Nemmeno il soffermarsi su nostalgie che – nel 1982 – parevano antitetiche ad un futuro prossimo che si preannunciava radioso e sorridente. È un borbottìo canaglia che non riesco a fermare, emorragia di suoni pronti a insinuarsi lentamente tramite un disco che fa di tutto per sembrare stupido – forse per venire a patti col periodo coevo – e invece ha il sapore di una festa dopo che è finita, quando ti senti come quelle lattine o quei bicchieri di plastica. Usati, pieni di tracce di rossetto rapprese e ricordi frastagliati. Dunque inutili. Io lo so adesso cosa pensate, tra una alzata di spalle e un labbruccio increspato. Pensate ad una sorta di Silicon Teens per sprovveduti, ad un plink plonk costruito in fretta e furia per capitalizzare su qualcosa che al tempo si annusava avesse una scadenza come il latte. Quando invece mi piacerebbe che tutti voi deste una possibilità – iterandone l’ascolto – a questo disperato erotico pop dove si comincia a marciare verso Weimar tramite una Swing Together (I Wanna Be Loved By You / In The Mood) che è farina del sacco Babylon Berlin, morfina e spie russe comprese. Gone With The Wind e Kings And Queens Of Pleasure si inchinan soavi con i loro intermezzi da Yellow Magic Orchestra Big Babol, o ancora Can’t Help Falling In Love, pronta ad aumentare gli ottani grattando la luccicante carrozzeria degli Ultravox di Reap The Wild Wind. Ciambelle zuccherose sì, ma che non sempre riescono col buco, e infatti Beautiful Women In Bermuda Shorts pare Heather Parisi con Enzo Avallone. Lei canta ululando alla luna, a Lene Lovich e alle smorfie di Nina Hagen, ma il più delle volte si immola quale Christina Moser d’Albione sussurrando come una Six Sed Red qualsiasi mentre lo stralunato consorte sfodera un baffo da combattimento. Dei Krisma sciocchi durante la Notte di Valpurga. Ci sono le incongruenze di casa Deaf School, c’è una spolverata di Thomas Dolby ma – soprattutto – l’inarrivabile miraggio di un’altra coppia ben più blasonata: Dave Stewart e Barbara Gaskin.

Proseguo caparbiamente con una malcelata tristezza di fondo solo per scoprire che Hi-Tech non serve a nulla, nemmeno ad una pubblicità di rasoi; che Donald & Julie Go Boating e Romantic Nights sono (s)pezzoni che han del clamoroso e che I Got You Babe viene riletta con un pathos da Blade Runner ergendosi a punto più alto di un disco che fa di tutto per dimostrarsi sciocco quando invece nuota nello spleen più magmatico. L’avvilupparsi del ritornello riporta appunto a Dave Stewart & Barbara Gaskin e alla loro rilettura di It’s My Party. Sovviene certa amputata Canterbury, magari stirata a novanta gradi, sovviene che eri giovane e mica te la potevi permettere una malinconia così. Fairnie sussurra sornione mentre la di lui moglie piange lacrime radioattive con un vestitino da discount. La ascolto in loop da qualcosa come 20 minuti e mi chiedo quanta gioia vi sia nel fingere di avere una sola dimensione per portare a casa il risultato quando anche una canzone come Angels Of Mercy sfuma con un aplomb da riso amaro su un blues fantasma. Tanz Bambolina.

Da allora e per sempre non vi sarà più nulla a nome Techno Twins. Tolto un calembour sonico a nome Techno Orchestra (Casualtease – Street Tunes, 1982) dove andranno a rileggere Lili Marleen – ribattezzata Lily Marlene – da par loro, con la casata degli Asburgo ad azzannare i glutei e una autoctona Berlin Ballerina declinata minimal a far pendant. Si chiuderà lì, su quei preset figli di un Korg minore, con la bizzarra coppia pronta a defilarsi giusto un attimo prima che tutti gli inferociti Blitz Kids andassero a prendere possesso delle classifiche. Essere dimenticati è un lusso, dimenticare una virtù. E ora sono qui dunque, a grattarmi gli occhi umidi senza manco un barattolo di Amuchina a farmi compagnia. It’s my party and I cry if I want to, certo.

P.S. “La cosa che più odio di me stesso è la completa incapacità di ricavare soldi dai miei progetti” dirà Steve Fairnie (riciclatosi come insegnante) prima di morire per un attacco d’asma mentre passeggiava in compagnia dei suoi alunni.

Michele Benetello

I don’t want to get bitter, I want us to get better

Troop zero è un piccolo film consigliatomi dall’amico Massimo Sterpi, impareggiabile firma “cinematografica” di questa pagina, e la gara per trovare degli aggettivi adatti a descriverlo è improba. Bislacco, buffo, commovente, divertente con un finale fantastico e la musica più bella del mondo a sottolinearlo (a mio contestabilissimo parere ovviamente).
Mi ha fatto sentire meglio.
Negli occhi della protagonista Christmas (!) la caparbietà e uno sguardo che non si pone limiti, che si spinge dove altri non sanno neanche si possa arrivare.
Quello sguardo come radici di alberi che si irradiano silenziose (beh, mica sempre silenziose) in mille imprevedibili direzioni diverse e di cui ritrovo quotidiano esempio nella giovane extraterrestre che condivide il mio spazio osservandone le incomprensibili traiettorie evolutive e capendoci molto poco o forse nulla.
Ma ringrazio il fato, Buddha, Dio, Alex Chilton, Liz Fraser o qualsiasi altra entità ultraterrena in cui si voglia credere per avermi portato a vivere quest’ avventura spaventosamente affascinante.

Con le consuete sinapsi irrecuperabilmente compromesse e immerse in un brodo primordiale dove anche l’avvistamento di arance e limoni sul banchetto dell’alimentari sotto casa gestito dal taciturno Samir mi porta a pensare agli Xtc più che a spremute o succhi mi sono piantato davanti al bidone dell’umido e, ragionando sulle molte fantastiche interpreti di cui ho avuto la fortuna di testimoniare la grandezza sotto un palco, il pensiero di due in particolare mi è salito alla mente un attimo prima di essere riassemblato dolorosamente da un suv che sparava “Andrà tutto bene” a volume irragionevole.
C’è stato un periodo che considero veramente fondamentale nel mio personalissimo tragitto ed è quello che va da fine anni 80 a meta degli anni 90.
Leggerezza e passione, entusiasmi mai più rivissuti in quella misura anche se sempre di piccoli Peter Pan stiamo parlando, in realtà fortunatamente condannati a non crescere mai, e a portarsi dietro un bagaglio di memorie che si riaccendono emotivamente a comando su una frase, una musica, una foto.
Ci sono condanne peggiori.
In quel periodo parve naturale sfidare il gelo albionico, mascherato da primavera solo per il calendario, per concentrare in pochi giorni una serie di concerti tale da farmi azzerare la salivazione ancora oggi e un pellegrinaggio incessante nei pagani luoghi di culto di noi adepti.
Fall, Moose, Mercury Rev, Ride, Catherine Wheel, Curve, Adorable, Moonshake e.. Polly.
Nelle analogiche tasche pre google note dei miei jeans trovava albergo un foglietto a quadretti dove era riportata una lunga lista di oggetti vinilici tra i quali accanto al nome Dry campeggiava fieramente un n. 9. Pazzo sì ma in buona compagnia.

In Neals yd ammirai le tavole da skate al piano superiore e mi incantai a riconoscere le firme sulla bassa volta di Rough Trade. Il commesso non batté ciglio alla mia richiesta inconsueta, album in versione elettrica ed acustica in tiratura limitata. Mi sembrava di investire sull’arca dell’alleanza praticamente.
Più tardi, sfuggiti per un pelo all’ipotermia, venimmo ospitati nell’aula magna della Ulu dove potei certificare la potenza e la promessa di quella giovane struccata in striminzito giubbotto di pelle dagli occhi dardeggianti e voce affatto titubante.

Dana Margolin ha corti capelli biondi e vive ancora a Brighton, vicina alla spiaggia.
Ha nella testa e nel cuore parole e suoni che rimandano a quando rumore e melodia si sposavano assumendo forme sempre nuove e dalle quali ci facevamo avvinghiare felici in un tempo lontano da tutta questa amarezza.

I don’t want to get bitter
I want us to get better
I want us to be kinder

Dana urla e sussurra testi dedicati o, meglio, intimati ad una She che non si sa se reputare fortunata o meno ad essere bersaglio di tale animosità ma forse l’importante è essere veicolo ed oggetto di cotanta passione che dell’indifferenza non sappiamo che farcene.
Proprio come le improbabili eroine di Troop Zero.

And I forget what I came here for
I forget what I stay here for
And I’m wasting your time

Perché una volta che saremo usciti da questa sospensione malsana è giusto che l’indifferenza e l’amarezza non trovino più domicilio qui. Abbiamo mille abbracci in sospeso, bottiglie da stappare, extraterrestri da osservare preoccupati ed estasiati sulla spiaggia di Brighton o nei parcheggi delle nostre periferie, non importa.

I don’t want to get bitter
I want us to get better

Massimiliano Bucchieri

I dischi che piacciono solo a me, credo #54

Butterfly ChildThe Honeymoon Suite (Dedicated, 1995)

Il casello dell’autostrada chiamava come una sirena annoiata, la fila di Tir zigzaganti in una sorta di gara a chi ce l’avesse più lungo (il rimorchio) non invogliava il sorpasso sebbene fremessi per lasciarmeli alle spalle in una sorta di illusoria supremazia sociale, ultimo rifugio degli stronzi. È che quel capodanno di metà anni novanta stava tirando le cuoia: sul nulla. Non avrebbero nemmeno dovuto esserci i Tir in quella fredda serata che si preparava a festeggiare su nubi cupe e divertimenti immersi nell’azoto liquido. Ma nemmeno io avrei dovuto effettuare quella delinquenziale inversione a U solo per approcciare un autogrill visto all’ultimo minuto. Avevo terminato le sigarette e una rabbia famelica stava montando come schiuma di estintore. Non dicevamo una parola. ‘Nè una sola’. Manco una. Era per quello che la radio si attorcigliava sotto i miei polpastrelli in uno zapping sciocco e querulo dove spezzoni di Last Christmas, risate isteriche e ciance di nullo conto si sovrapponevano creando un bolo di silenzio. Segnale Morse afono ma almeno non ci costringeva a parlare. Li avrei ammazzati quegli speaker sbrodolanti, pagati per diffondere divertimenti di seconda mano alle 23,30 di un 31 dicembre del cazzo. Avevo bisogno di trovare qualcosa che fosse più in linea con il momento, con quell’impasse che stavamo vivendo, con tutto il disagio emotivo che immaginavo a seguire. Usavo le cassette come oggi si usano gli emoticon, qualcosa di immediato che servisse per segnalare, perimetrare, disporre, chiamare. Chiudere anche. Terminare. Rovistai con la mano destra sotto il sedile posteriore, dove si appisolava – nascosto – il portacassette, piccolo scrigno che non mi abbandonava mai e al quale iniettavo sempre nuova linfa vitale. Le parole rimanevano ferme lì, bloccate sull’uscio di un ugola arsa.

Magari oltre alle sigarette avrei potuto farmi una Sambuca, pensai. Visto che non vi era stato alcun cenone di prammatica, che quella serata si era ingarbugliata su una noia rabbiosa e parvenze di futuro non si profilavano al’orizzonte una Sambuca sembrava l’antibiotico più adatto. Del resto è Capodanno, chi vuoi che ci sia in giro, oltre a quei bestioni di metallo su ruote o qualche disperato come noi? In cuor nostro sapevamo che non si poteva andare ancora avanti tanto in quelle condizioni. Sembravamo malati. Malati ma incapaci di staccare la spina. Guardavo i Tir con la consapevolezza che i loro ritorni a casa, affrettati e forse a loro modo felici, non avevano nulla in comune con la mia serata senza manco una lenticchia o un prosit. Li immaginavo sulla strada per quell’Est Europa che ancora non ci aveva azzannato le terga con la sua disperazione. Ci sembrava così lontana, dietro una cortina di ferro immaginaria che era caduta sì, ma non nelle nostre convinzioni.

Gente in maniche corte nonostante il freddo polare, gente con dei nomi quasi esoterici. Pjotr, Sergej, Petar, Augustin. Gente con i sandali e la bottiglia di vodka celata dietro il cassone del camion, tra due coperte e una rivista porno a pensare per quanti figli avesse ancora spazio la propria casa. O a lavarsi le ascelle con l’acqua gelida nei bagni di qualche posto di ristoro, salutando con un sorriso spento e gli occhi piccoli, iniettati di sangue e lampioni spenti. Vita immonda certo, ma sovente migliore della mia, che era impiantata da qualche parte e aveva bisogno di un’inversione a U, proprio come quella che avevo effettuato poco prima. Li osservavo parcheggiare negli ampi spiazzi, sperando avessero tutti qualche Ivanka o Anuta ad attenderli, una volta passati quei maledetti confini. Li fantasticavo alzare i bicchieri con la famiglia, tra un dolce fatto in casa con amore e maestria, una chiesa ortodossa, delle noci, fumo stagnante, la foto di Lenin o Tito e una congrua riserva di slivovitz da dividere con i parenti fino al quarto grado. Mi accontentavo delle Multifilter, io. E di girare in tondo, attendendo che quel benedetto scoccare di campane suonasse, per poter vidimare l’ultimo giorno dell’anno freddo come un Natale in casa Malavoglia. Quelli avevano una casa, lontana ma ce l’avevano. Io mi sentivo apolide e oltremodo insofferente. Inchiodato in un’interzona del cuore.

Scesi, acquistai due pacchetti di sigarette e all’ultimo secondo ordinai un caffè invece della sambuca, controllando con noncurante indifferenza tutti i Sergej riuniti davanti ad un bicchiere di qualcosa che – presumibilmente – era liquore alla prugna. Auguri, auguri. Pozdrav. Buon anno. Sťastný nový rok! Si salutavano tutti con una finta indifferenza, maledetti dalle occhiate dei commessi, infastiditi da quell’allegria che si accontentava di nulla, allontanandoli dal loro ritorno a casa. ‘Lo sanno tutti che in caso di pericolo si salva solo chi sa volare bene’ dirà Tiziano Ferro dopo qualche anno con una lungimiranza senza pari. Io ero impiantato a terra invece, e se ci ripenso mi si inchiodano le arterie sul guard rail. Mai passato un capodanno così di merda, a fare inversioni sulle triple corsie di un’autostrada, invidiando camionisti georgiani o del distretto di Blagoevgrad.

Tornai in auto da solo, non aveva nemmeno voluto scendere. Scorsi un viso da inquisizione e sedie elettriche, la solita irremovibile mancanza di favella. What the hell I’m doing here?

Accesi l’auto, la radio squittì quella merda di Walking On Sunshine di Katrina And The Waves che già trovavo irritante al momento della sua porca venuta e da allora e per sempre vidimerà il male. Volevo vomitare bile violacea. L’avrei preso a pugni quel frontalino così radioso nell’eruttare note. Aumentai il riscaldamento al massimo e – con il portacassette sulle ginocchia – estrassi ciò che speravo facesse al caso mio. Ci volle del tempo, tempo sottratto all’indifferenza di colei che stava scaldando con il suo regale culo il sedile del passeggero. Sembrava volessi attendere la mezzanotte nell’indecisione, ma non era così. No, non era così, semplicemente dovevo guadagnare tempo.

C’era un po’ di tutto dentro quel cubo di plastica, pezzi di esistenze che si potevano plasmare alla bisogna, giusto per raddrizzare le pieghe del cuore qualora avessero preso angolazioni di disagevole equilibrio. Ne guardai gli scomparti finemente colorati dalla lunga fila di nastri, esitando quella manciata di secondi in più che servirono a farla sbottare. Cartellino giallo per accentuata melina. Non potevo sprecare un un album e una C90, in quelle condizioni, così richiusi con cautela lo scrigno in segno di resa, avventurandomi verso casa. Non avevo voglia né di fingere allegria né di affrontare altre ore con quel Golgota addosso.

Ci salutammo sul cancello di casa con una rassegnazione d’altri tempi mentre tutt’attorno esplodevano fuochi d’artificio di campagna, colorando un orizzonte inutile. Auguri sì. Auguri anche a te. Buon anno. Poi me ne tornai verso la magione, sollevato e desideroso di portare a termine l’ascolto interrotto. Non vi era manco un pub nel catarro dove abitavo al tempo, e anche ci fosse stato ne immaginavo florilegio di ‘meu amigo Charlie Brown’, l’ultima cosa in vita di cui avevo bisogno: una spensieratezza inoculata a forza. Al buio della camera le tensioni parvero quietarsi, guidato dalle tenui luci della piastra Teac mi sentivo equidistante da qualsiasi equilibrio. Infine mi decisi: c’era un nastro arrivato in casa da qualche tempo, gentile omaggio della Dedicated in guisa di promo, genuflesso sulla mia pigrizia. Cosa saggia unire l’utile al dilettevole quando si è in un impasse mortale.

Mi erano piaciuti assai i primi passi di Joe Cassidy, umbratile cantore nordirlandese fattosi le ossa con un paio di pregevoli singoli su quella H.ark! Records di proprietà – come si può evincere dall’attinenza semantica – degli AR Kane. Dream pop terso e shoegaze oceanico, materie che non rientravano tra le mie preferenze ma con lui trovavano nuove prospettive e allora – diomio! – che The Honeymoon Suite fosse davvero la prima nuvola di suono sui cieli di quel 1996. Dal pulsare del mio materasso pensavo a quella faccia schifata mentre in lontananza gli ultimi rimasugli di fuoco esplodevano di gioia altrui. Io mi rintanavo tra i rintocchi di Mother Have Mercy invece, distillato di liquida iridescenza ambient ricamata su una parvenza di canzone pulsante di post rock. Pensavo a Joe Cassidy come un Van Morrison intento a contrastare il brit pop sventolando Astral Week. Vi sono dischi che vanno combattuti sul fondo di un bicchiere, slacciandosi la cravatta e offrendo loro il petto, immolandosi. The Honeymoon Suite è uno di quelli, e se solo una volta avete sentito puzza di bruciato provenire dal vostro cuore allora significa che l’incendio era già stato domato e che questo disco fa per voi. Per voi e le vostre braci febbricitanti che necessitano di carburante per una sprintosa ripartenza. Ne inspirai le sagome armoniche tutta la notte, giusto per vantarmi con gli amici di aver fatto le ore piccole anche io. Lasciai che i dieci brani gocciolassero in quel capodanno scudisciato di viltà. Passion Is The Only Fruit si irradiò nel silenzio con l’inclinazione di una canzone suonata per strada, l’urgenza di Cassidy colava prepotente da ogni anfratto in una fragile melanconia simil jazz, i chiaroscuri della mia camera annuivano e io proseguii con la calma del giusto.

Ghost In Your Shoulder danza in un mondo migliore come dei Dream Academy ai quali han tolto la neve di dosso. Esattamente ciò che serviva perché il sangue riprendesse a scorrere nelle vene e il cuore a pomparne velocità consona. All’arrivo di Flaming Burlesque le lacrime evaporavano lungo la via delle ore notturne. Quasi un anticipo cum grano salis di Coldplay o un angolo caldo tra i Cure di Disintegration e gli Oasis, con una tazza fumante stretta tra le mani. Cassidy unisce tutto con la sua liturgia per labbra secche, chiesa alla quale tutti ci siamo prostrati, perché per provare di avere un cuore bisogna che qualcuno venga a saccheggiarlo. Ladro che va ringraziato per averci adornato di stimmate, indossate a monito e futura memoria. Una collezione incisa sul corpo e buona per tutte le stagioni. Unwashed, Uncool si corica Boy from Ipanema per risvegliarsi Ghost In The Machine. Carolina And The Be Bop Revue bussa alla porta innevata dei Low, post rock pastorale che abbiamo abbandonato in fretta e furia, cozzando contro un mondo dove i petti sono puri e la musica guarisce.

Erano pensieri da convinzioni aliene quelli che sgorgavano alle prime luci del nuovo anno, disteso su quel materasso troppo duro, assaporando già la solitudine dei numeri primi. La mia relazione era finita lì, su quei sei minuti dove Astral Week e i Beatles si univano in un immaginario abbraccio gorgogliante ambient. Le fantasie erano finite, le speranze pure. Quella notte inspirai tutta l’aria che avevo a disposizione, acquisii coraggio e mi costruii una parvenza di scorza per affrontare i cambiamenti e il tenue mondo di Joe Cassidy, il mio Cindytalk degli anni novanta. Lasciai che fossero Deep South e i suoi rumori felpati, o la toccante Louis As Anna con il suo chill out da brughiera a farmi da guida. Da allora e per sempre. Se c’è un disco che sintetizza la perdita allora è The Honeymoon Suite, dove – a dispetto del titolo – l’abbandono assume la forma del probo. Le cose si chiudono prima che la porta sbatta con fragore. Ero pronto ad attendere, ci vuol più coraggio a prendersi la pallottola in corpo che a spararla. Mi rivolsi a Six Urchins e Botany Bay per farmi quel guscio, consapevole che grazie a quelle tenui armonie – sempre in bilico tra acustico ed elettrificato, tra un Prefab Sprout e un Costello vestito d’orchestre – avrei saputo acconsentire ai bivi altrui anche grazie alle canzoni. Soprattutto grazie alle canzoni, compagne fedeli che sanno declinarsi ovunque, persino sull’immaginaria crasi rurale tra Champagne Supernova e Kevin Rowland di Towns Come Tumblin’.

I Shall Hear In Heaven liturgica e rifinita d’archi pareva la messa di suffragio ad un amore sotto accanimento terapeutico; colsi la metafora, attendendo che chiudesse l’album in maniera perfetta, indicando la strada a come avremmo dovuto fare. Ho sempre avuto tutto il tempo del mondo per Joe Cassidy, la sua farfalla di rugiada e The Honeymoon Suite; l’avevo allora e lo conservo oggi che il mio futuro ha la parvenza di una candela che brucia da entrambe le estremità. Quella donna per dieci anni non l’ho più rivista, The Honemymoon Suite invece è ancora qui con me. Per sempre.

Michele Benetello

It can be done

Non erano capitati molti momenti da passare insieme senza una chiassosa compagnia intorno, momenti nei quali il sorriso ed il calore che sprigionavi rappresentavano una sorta di centro di gravità.
Quella notte invece il silenzio nel viaggio che affrontavamo su un’autostrada deserta era a nostra disposizione per essere colmato come più ci aggradava.
Intrisi emotivamente dei racconti di Carrie and Lowell fu semplice assestarci subito su un registro intimo come mai ci era capitato in precedenza. Avevi questa qualità, sapevi ascoltare (dio mio che rara qualità impagabile) e intervenivi sempre con un’osservazione mai banale anzi a rilanciare con ancora maggior profondità il tema affrontato.

Snocciolavamo titoli di film, dischi, libri.. emozioni, entusiasmi e delusioni mentre tu, infinitamente più giovane, prendevi nota mentalmente dei pochi nomi che facevo e che non conoscevi per poi, giorni dopo, mandarmi messaggi con le tue considerazioni su quello che eri evidentemente andato a cercare e studiare con una profondità che avrei voluto possedere alla tua età. Il casello di Borgo Panigale, neanche a dirlo, arrivò troppo presto a porre fine ad una inedita esperienza di vicinanza emotiva tanto profonda quanto spontanea.

Ricordo quando diverso tempo dopo ti affiancai in motorino, affannato con il tuo cappottone e l’onnipresente busta di dischi in mano, su via Castiglione mentre cercavi di correre da un locale all’altro nel minor tempo possibile per non perdere neanche una nota suonata.. “salta su ma sappi che sono ubriaco” lo apostrofai… “anche io Massi!” e scoppiammo a ridere mentre ci avviavamo sbilenchi verso il Covo.

Al locale ci arrivammo e questi due momenti, in mezzo ad altri, li porto in particolare nel cuore ora che è successo quello che è successo, una cosa che non riesco emotivamente ad affrontare neanche a distanza di tempo, che ha scavato un solco nel cuore di molti e che mai nessuno saprà sintetizzare in termini migliori, universali e personali, di come ha fatto Arturo sulle pagine di Rumore.

Una frase in particolare di quell’articolo è focale e riguarda il patto (forse) mefistofelico stipulato con la musica e quello che gli gira intorno. Il confine niente affatto scontato tra salvezza e dannazione.
Mi è tornato in mente in questi giorni inconcepibili ed inauditi che stiamo vivendo.
Cosa ne sarebbe di noi se non potessimo aggrapparci alla musica, ai film, ai libri che hanno punteggiato le nostre vite e quello che ci hanno insegnato o illustrato?
Senza, per dire, la tenacia di Repeater, la disperata dolcezza di Between The Bars, lo straniamento estatico di Only Shallow, la voglia di combattere e la gioia di vivere senza perdere umanità e tenerezza di Levi’s Stubbs Tears e It Can Be Done.
Non dico come mero riempimento del tempo immobile di questo periodo ma anche per non perdere di vista il senso di quello che siamo stati e che diventeremo.
Sarebbe peggio indubbiamente.
E per capire anche che, comunque, non è abbastanza. Aiuta, certo, ma non è abbastanza.
E allora?
Allora non lo so, non ho risposte, mai come in questo momento non ce ne sono.
C’è troppo in ballo.
Vite stravolte, dolore, paura, rabbia.
So solo che quei momenti dati quasi per scontati di benessere seduti in una sala cinematografica, davanti ad un palco o fuori da un locale con un bicchiere in mano nei quali saluti con un abbraccio gli amici perché un ciao è maledettamente troppo poco sono un pensiero che deve aiutarci a non perdere la lucidità e la giusta rotta.
A cui è indispensabile tornare.
Assaporando ogni dannato istante.
Può essere fatto.

Massimiliano Bucchieri

I dischi che piacciono solo a me, credo #53

Ari-UpDread More Dan Dead (Collision: Cause Of Chapter 3, 2005)

In The Beginning There Was Cagacazzi.

Ne ho incontrati di mentecatti, in questo ricettacolo di casi umani chiamato vita. E quasi tutti orbitanti attorno al mondo dell’arte, vera o presunta che sia: piccati rivoluzionari da salotto, egomaniaci Mastercard, anaffettivi attaccati al complesso di Edipo, imbrattamuri del cazzo, piccoli pezzi di guano foraggiati dalla partita iva degli antenati, compari di Campari. Gentaglia che non saprebbe pigiare il bottone dell’ascensore per tornare nella hall di un quattro stelle – prontamente recensito con stizza su Tripadvisor – ma che si sente in dovere di pontificare sullo scibile umano e che, probabilmente, in un qualsiasi paese dotato di buon senso e buon gusto sarebbe in tutt’altre faccende affaccendata. Tipo in coda per il reddito di cittadinanza urlando ‘onestah!’ mentre si vanta col fidato scudiero della sedicenne circuita nel backstage. Vi erano intere comitive di codesti agglomerati batteriologici circolanti dentro il pop rock italiota, ognuno provvisto del suo bel disagio da traslare conto terzi e della propria visione del mondo politicamente corretta – come se fosse un caffè, cristiddio – da imporre agli altri. Roba da farci una serie su Netflix, o mollarli su un bacino del Rio delle Amazzoni in attesa del Candirù. Non parlo esclusivamente dei vostri beniamini da festivalinoinoino indie o da tour dei quartieri del capoluogo provvisti di liturgico breviario alla Bono. Non solo quantomeno. Ce n’è ancora un’infinità di questi sesquipedali babbei, sebbene stiano progressivamente sparendo soppiantati da algoritmi, a dimostrazione che il progresso e la musica liquida almeno sono serviti a qualcosa. Poco, ma ce lo facciamo bastare. Sono certo abbiate anche voi la Top Ten del disagio rock italiota, la manata di ascari magni che negli anni vi hanno definitivamente atrofizzato i testicoli e fatto voltare il capo verso i Whitehouse o i Type 0 Negative (stronzo per stronzo almeno che lo sia totalmente). Inutile che fingiate di fare altro o che abbassiate il capo come se foste soggetti ad interrogazione di fine quadrimestre. Vi vedo che ce l’avete. Ne sono certo, ce l’avete eccome e dovrete portarvela appresso finchè morte (loro) non vi separi.

Come che sia questa meraviglia di Ari Up l’acquistai incidentalmente proprio da uno di questi cherubini del malessere in un mordi e fuggi che per fortuna non ebbe conseguenze se non quella di rimanermi appiccicato addosso con congruo fastidio. Mi dolgo assai nel ricordare codesti oscuri momenti, quando potremmo invece discernere di tutto il bello che il mondo delle canzoni ci ha inciso lungo tutta la spirale del dna, quindi vi chiedo di scusare lo sfogo, assicurandovi che non sono sempre così, ho anche dei difetti.

Era d’estate, come nella canzone di Sergio Endrigo. Le ultime vestigia di un’estate di metà anni zero, di quelle ancora intasate dall’entusiasmo delle possibilità. Avevo ancora il mangianastri in auto, rudimentale lettore di cassette non ancora soppiantato dal compact disc. Giusto per sottolineare il mio essere sul pezzo. Un’estate euforica ed ‘eurorica’, che quella strana moneta colorata era da non molto entrata in circolazione e tutti credevamo di avere un coefficente d’acquisto pari allo yen. Una di quelle calde come Iddio comanda e con pochi over sessanta dai pantaloni color terra di siena bruciata. Insomma, avete capito. C’eravate. C’eravate e probabilmente eravate intenti anche voi a schivare questi escrementi desossiribonucleici, magari con una bella miscela di C90 in auto (me ne ero fatta una fantastica titolata The Queen Of Eyes dove dentro cinguettavano Cha Cha Cohen e… scusate, sembro il Dottor Divago). Quelli che poi – puntualmente – vi siete ritrovati sui social. E come è dura la vita, passata in gran parte a dribblare tali emissari degli inferi. Ma non tutti i mali vengono per nuocere visto che mi imbattei nel caso umano oggetto della nostra discussione in quanto titolare di un negozio di dischi di stanza in una nota località di villeggiatura.

L’orario era quello della vasca serale sul corso, in un florilegio di tatuaggi e muscoli abbronzati, quello strano imbrunire che non è più meriggio ma non si può ancora vidimare come cena. Lo chiamano aperitivo. La porticina invogliava sebbene avesse un poster dei Blink 182, dei cofanetti strizzavano l’occhio dalle vetrine spartane, la noia bussava impellente e i Gin Tonic avrebbero tranquillamente aspettato visto che ero andato stramaledettamente lungo con i tempi. Potevo non entrare? Potevo non rimanere deluso davanti a 200 metri quadri di nulla? Anzi: di un brutto nulla? Una cattedrale nel deserto, edificata su magliette di dubbio gusto (Green Day, Skunk Anansie), cestoni da autogrill, poster che manco alla Standa dei tempi d’oro e un nulla spinto che era quasi prassi in quegli anni confusi. La discografia stava cambiando a passi veloci e nemmeno Darwin avrebbe potuto immaginarne l’evoluzione, di lì a poco. Nemmeno io, che stavo girando deluso. Delusissimo, estremamente deluso. Ero sicuro di riuscire a trovare il souvenir della vacanza (mi porto sempre a casa un disco da ogni luogo che visito) ma non c’era verso di scovare qualcosa di potabile in mezzo a quei Cardigans, Anouk, Luca Dirisio, No Doubt, dARI (ve li ricordate?) e Gazosa. A svettare su cotanto senno un probabile fan dei Muse in guisa di titolare. L’omuncolo mi scrutava sospettoso, ricambiato, in un gioco di specchi del cazzo. Illo forse pensava a una manovra di taccheggio, io invece ero certo fosse un cagacazzi epocale. Così, sulla fiducia. Sulla fiducia e su quei tratti somatici rancorosi e annoiati al limite del vilipendio. Ne ebbi conferma una volta avvicinatomi alla cassa, incuriosito da alcune vaschette con la dicitura ‘offerte’ in corpo 72. Manco fossimo stati in chiesa. Vaschette che stivavano al proprio interno a due euro (d-u-e-e-u-r-o) una bombazza di roba proveniente in massima parte della gloriosa distribuzione Wide Records (Iddio li abbia sempre in gloria, le mie preghiere serali e seriali non mancano mai di santificarne le gesta, la distribuzione e i manufatti). Cominciai a setacciare e annettermi gran parte di quel ben di Dio, un talamo dove in un meretricio di amorosi sensi le più disparate categorie della musica ‘che ci piace a noi’ s’accompagnavano. Di qualcosa ero fornito (Glomming Geek, Transmisia, Il Generale e Ludus Pinski, Yellowcake) ma parte di quel bottino era a me destinato (due nomi? Mark Stewart e la raccolta New York City Salsa). E per censo e per ‘virtute e canoscenza’. Ma non vorrei star qui a rovinarvi una giornata che immagino già incasinata di suo ergo mi concentrerò sull’espressione infastidita del sommo, visibilmente irritato dalla mia bulimica pila, pronto a piantare i gomiti sul bancone, magari credendosi Barry di Championship Vinyl. Con un’unica, piccolissima differenza: quest’ultimo spargeva per l’aere la Beta Band mentre il babbeo non aveva manco uno straccio di filodiffusione. Pezzente su tutta la linea. The Story of a Charmless Man. Sembrava gli stessi facendo un affronto personale. Lui era lì per appioppare i Luca Dirisio a bavaresi sprovveduti, non per farsi sottrarre via a due euro la Soul Jazz. Ero l’unico avventore di quell’ora che volge al desìo i commessi e forse per questo si sentì in dovere di cominciare un annoiato ma fastidioso interrogatorio che abbracciava in maniera funesta gran parte dell’umana esistenza, dai dati sensibili alla situazione sentimentale passando per il supporto fonografico preferito. Io la vedevo la legge sulla privacy – lì sotto – immolarsi con un rantolo. Era incazzato nero, l’arrogante bottegaio, e avrei davvero voluto esplodere con un tono metallico standard che “quando io ascoltavo i Dead Kennedys tu nemmeno bla bla bla”. Invece mi cassai la favella – ‘che le energie vanno sprecate per chi davvero merita – limitandomi a contare la pila sopra il bancone, seguito dalle convulse occhiate della persona che stava con me; occhiate che oscillavano dal ‘paga e andiamo via, è un babbeo’ a ‘che aspetti? Mandalo a quel paese‘. Non con queste parole. Sborsai quel foglio colorato e misi tutto dentro la capiente sacca che mi portavo appresso perché figuriamoci se il neurone aveva buste. Giammai.

Ma non poteva finire così. Lo diceva anche Ramazzotti Eros da Roma, l’uomo dalle adenoidi taurine: “e allora no non può finire qui, la vita inventerò ancora per un po’. No che non può che non può finire così, qualcuno troverò, E rinascerò” Mi bastava molto meno ma potevo capire colui che per una intera esistenza aveva anelato a una terra promessa; così – prima di uscire – perimetrando con lo sguardo la pulciosa cattedrale nel deserto sentii sibilare la mia accompagnatrice con un font chiaro ma neutrale (un Times New Roman corsivo, tipo) qualcosa che non ricordo con esattezza ma era pressochè riconducibile a ‘Ma che problemi ha questo pirla, che tu a 25 anni avevi già più dischi di questo postaccio’. ‘Già, e senza Luca Dirisio‘, mi trovai costretto a replicare.

Uscii con il mio cuoricino da ghepardo pascio, mi sentivo sollevato e libero di lanciare un’anatema al rancoroso titolare di partita Iva. Soltanto una volta arrivato a casa realizzai la portata di ciò che ero riuscito a far mio, con il valore aggiunto dato da un disco immenso e criminalmente passato sotto silenzio: quello di Ari Up. Inutile tracciarne curriculum o legami familiari, chiunque si sia mai trovato a passeggiare da queste parti ha dentro i propri scaffali l’esordio delle Slits (per inciso: sia lode e gloria a Dennis Bovell). Senza dilungarsi troppo: è cosa buona e giusta, quel disco. Così come è altrettanto buono e giusto Dread More Dan Dead, per noi, che c’abbiamo tutti un reggae da piangere. Il mio è questo. Disco enorme, provvisto di tracce in numero di 12 più un video a condire, di apertura alare congrua, di liquoroso levare in alto tasso alcolemico e di carbonara resistenza all’esposizione. Non se l’è filato nessuno, in soldoni, e sappiate che mi piange il cuore non aver potuto comunicare in alcun modo alla titolare come questa sua opera mi abbia accompagnato durante questi 15 anni. Non vi è cambio di stagione o periodo che oscilla dall’euforia alla paturnia che Dread More Dan Dead non si sparga per la casa con quel suo saltellare al sanguinaccio, quei carpiati lovers rock, quei martedì grassi di dancehall, quell’electro sguincia sotto falso nome. C’è del punk, c’è del dub, ci sono afflati politici e ninne nanne d’amore folk, colorate filastrocche e ritmati accenni jungle. C’è della techno apolide e dell’electro in candeggio. C’è tutto quel mondo di Ariane Daniela Forster che abbiamo imparato ad amare e seguire saltando in una gioiosa e giocosa ribellione sin da quell’imprescindibile ‘taglio’ sfregiato al mondo da quella meravigliosa congrega di caramello nucleare chiamata Slits. Siamo da quelle parti, solo nell’altro emisfero e con le unghie ripulite dal fango di quella copertina.

Molotov felici, lamette con i petali e guerrieri fioriti (True Warrior, dedicata al compagno deceduto), di questo è fatto Dread More Dan Dead. Un disco – nonostante tutto – pieno di gioia di vivere, come si evince sin dall’iniziale Baby Mother dove su una base di zabaione, ganja e zenzero Ari è libera di scorrazzare su prati trip hop, electro e dub&bass in una felicità contagiosa. Ma è proprio True Warrior il pezzo forte di un disco che fa della serenità la sua arma mortale, reggae ventricolare in un declamare di preghiere e amore. Un solo amore. One Love. Exterminator ha la statura di una colonna sonora post-apocalittica innescata su suoni sinistri pronti a deflagrare in pieno petto a Me Done (ma non sarebber perfetto Tiga qui dentro?) e Young Boy. Che con due canzoni così ci fai una zuppa di rocksteady. Vi vedo che state scuotendo la testa e con essa degli immaginari dreadlocks. Bashment è già un’intelaiatura trap solo che indossa le culottes di Rihanna e agita le terga negli sobborghi di Kingston. Kill Em With Love pascola sui prati del lovers rock e non ho difficoltà ad immaginarla in una top ten britannica post Brexit mentre Allergic è un Atari Teenage Ari(ot). Però no. Can’t Share suona come delle Bananarama incazzate e sia chiaro che è un complimento. Can’t Trust the Majority Mass si spiega dal titolo e dagli intricati zampilli ritmici che vi fanno sudare le orecchie. Uno strumentale di Baby Mother buono per tutte le stagioni (da James Bond a Goldie) e la traccia vocale di Me Done sigillano l’ultima avventura di Ari prima di lasciare questo mondo.

Mi manca, la smilza figlioccia di Lydon, quella che ebbe per padrini Udo Jürgens e Jon Anderson. La Baby Whitey di Woman Wheh Yu Pride ma anche la Rude Girl quattordicenne pronta a farsi insegnare da Joe Strummer i primi accordi sulla chitarra. Mi mancano le sue arrabbiature in levare e il suo carattere dinamitardo, fuori dalle righe e – spesso – talmente irragionevole da portarla ai limiti, come quando decise di crescere i due figli nella foresta del Belize, costringendosi poi a darli in affido a Nora e a Lydon in quanto incapaci di leggere e parlare correttamente. O ancora la Ari Up che, già malata – pur di non perdere i dreadlocks – rifiutò qualsiasi cura chemioterapica preferendo affidarsi ad uno stregone giamaicano. La Ariane Daniela Forster; una Typical Girl, proprio.

Sono dieci anni esatti che Ari Up non è più tra noi, e cinque in più dalla scoperta in casa dell’arrogante bottegaio, capitolato pochi mesi dopo quell’infausto giorno per manifesta inferiorità. Con lui sono spariti tutti i Luca Dirisio del mondo. Al posto dei 200 metri quadrati di nulla ora credo ci sia un negozio di cornici. Già me lo vedo quel poster dei Blink 182 racchiuso in una elegante intelaiatura del secolo scorso.

Michele Benetello