It’s hard to be an artist, it’s hard to be anything, it’s hard to be (Fiver # 31.2016)

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Su alcune cose non ho un’opinione precisa. Ad esempio, ha fatto bene Manuel Agnelli ad andare a X Factor? Boh. Di certo quando in prima serata su un importante canale televisivo qualcuno indossa una maglia di Daniel Johnston costui non può non riscuotere la mia simpatia immediata e buonanotte ai discorsi su militanza indie e coerenza. Un po’ come quando il centravanti di una squadra che detesti (non detesto Agnelli, per inciso) diventa centravanti della nazionale e ti ritrovi ad incitarlo.
Insomma, non sono un tipo complicato.
Comunque cerco sempre di informarmi e di farmela un’opinione, ma leggendo vengo esposto a input che portano la mia mente su tutt’altri percorsi.
Ad esempio se, cercando notizie su X Factor, leggo su una testata autorevole un titolo come “Fedez, un artista dei nostri tempi” con tanto di link ad un video vagamente pornografico, nella mia concezione, nel quale una moltitudine di persone proclama all’unisono di voler andare a comandare mi faccio delle domande. Sull’arte. Sugli artisti.
Non so dove ho letto che l’artista, tra le altre cose, è anche colui che è “condannato” ad affrontare la vita cercando di trovare un significato anche ai suoi momenti più inspiegabili e rappresentarli, illustrarli agli altri esseri umani.
Quest’anno abbiamo avuto alcuni esempi abbastanza evidenti di questa teoria. Eventi che lo hanno contrassegnato indelebilmente.
In particolare un tratto comune lega due enormi artisti dei nostri tempi. David Bowie e Nick Cave.
Un immagine che non mi abbandona è lo sguardo fiero, rabbioso e al contempo sfidante di Bowie in una delle foto scattate pochissimi giorni prima della sua morte. david-bowie-promo
Un accompagnamento perfetto a Blackstar. L’ultimo disperato tentativo di comandare (in questo caso sì) sulla vita, sulla morte, sull’arte.
nick-cave-one-more-time-with-feeling_m1Al contrario le immagini scattate sul set di One More Time With Feeling, il documentario che accompagna l’uscita di Skeleton Tree, a distanza di poco più di un anno dalla tragica scomparsa del figlio sedicenne, ci consegnano un Cave inerte, sguardo assente, le lunghe braccia abbandonate lungo il corpo fino a quando non siede dietro al piano e intona, come se le estraesse con sforzo immane, storie intrise di un dolore impossibile da vincere.
Ma che viene affrontato, perché non si può fare altrimenti. E’ l’unica strada concepibile.
Due diversi modi di affrontare l’inaffrontabile, mostrando percorsi, probabilmente impercorribili per molti perchè ognuno di noi è un mondo a parte, ma vivendoli sulla propria pelle.
Due artisti dei nostri tempi.

Nick CaveI Need You

David BowieThe Gouster (Full Album)

Recentemente, per la prima volta, ho voluto provare l’ebbrezza di entrare a far parte di una fan community. Dopo pochi giorni mi è venuta in mente la battuta di Woody Allen “Non vorrei mai far parte di un club che accetta tra i suoi soci uno come me“. Splendide persone animate da una passione talmente incontenibile che mi spaventa un po’.
E’ di questi giorni la pubblicazione dell’ennesimo cofanetto. Niente di particolarmente inedito a parte la prima pubblicazione “ufficiale” di The Gouster, il leggendario (per i fan di Bowie) lost album del 1974. Una funky beast, nelle parole di Tony Visconti, che in seguito, riveduta e corretta, fornì l’ossatura di Young Americans. Abbastanza per azzerare la salivazione ad uno come me.

EztvHigh Flying Faith

Michael Stasiak è il batterista degli EZTV e racconta: When I listen to High Flying Faith, I think of Frances Ha maxing out her credit card to fly to Paris to take an acquaintance up on an offer to “visit us anytime,” only to find that they are out of town. Una canzone che mi ha accompagnato tutta l’estate regalandomi benessere con quell’incedere tra Big Star e TFC e che apre il nuovo album della band newyorchese raccontando, appunto, di carte di credito super utilizzate e traslochi settimanali per tentare di fronteggiare i costi assurdi della grande mela che hanno portato alla dolorosa chiusura, tra l’altro, di un negozio leggendario come Other Music dove il buon Michael lavorava.

Preoccupations Monotony

La sigla Preoccupations è veramente meglio della precedente Viet Cong? Mah. Quello che è certo è che i nuovi pezzi hanno smussato parecchi degli angoli del primo album a favore di atmosfere più convenzionali. Sarà anche l’intonazione di Matt Flegel ma il nome Interpol si affaccia frequentemente e prepotentemente tra i solchi dell’album. Le canzoni però ci sono e per chi ha amato le sonorità dark/wave più malinconiche di fine anni settanta, primi ottanta brani come Monotony hanno un potere ipnotico potentissimo.

The Wedding PresentRachel

Una di quelle canzoni che fin dalle prime note dici “Ok, fanculo. Questo è esattamente tutto quello di cui ho bisogno.” Quella chitarra un po’ distorta, il cantato di David Gedge buttato lì con noncuranza emozionale, un testo intriso di romanticismo a buon mercato. Malinconia a profusione. Tornano i Wedding Present con 21 pezzi che documentano un loro lungo viaggio negli Stati Uniti ma Rachel è quintenssenzialismo britannico. Al terzo ascolto la pioggia comincia a battere forte sui vetri. Garantito.

Massimiliano Bucchieri

French Letter #1

Young Parisians are so French, they love Patti Smith cantava tanto tempo fa un tizio inglese.
Scommetto che a nessun inglese sarebbe mai venuto in mente di associare l’amore per Patti Smith ai giovani italiani, né allora né mai.
Per quanto riguarda la musica i francesi sono stati sempre un paio di passi avanti a noi, niente da dire. Evitando i classici su cui potremmo scivolare come fossimo in curva a Le Mans con gomme slick sotto il diluvio, basta far menzioni a caso nella modernità più o meno recente: i Telephone e la New Rose Records, Les Inrockuptibles, il meticciato di Les Négresses Vertes e Mano Negra, il chill out post long drink di Stereo Total e Nouvelle Vague, i sofismi electro di Air, Daft Punk e M83.
La Francia ha sempre avuto un suo fascino intrinseco e i francesi il loro, con quella erre moscia e i baci rubati da Doisneau lungo la rive gauche.
French Letter sarà una rubrica a cadenza indefinita dove si racconterà di questo.
Di Parigi, della sua musica, dei suoi luoghi e dei suoi fatti.
Sniffin’ Glucose

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Se proprio dobbiamo parlare di Parigi in una recensione, mettiamoci che le case fanno 12 metri quadrati calcolati ad occhio; che non riesci ad ascoltare Dente per via degli amplessi della vicina, vieni a vivere come me un paio di parossistici medaglioni; che al ristorante, quando puoi permettertelo, devi giocare a tetris per sederti e ringrazi le sale giochi degli anni ‘80. Che gli artisti italiani qui non se li fila nessuno e li portano a suonare in sgabuzzini asfissianti con un etto di pasta al pomodoro come rimborso spese.

Sarà un anno che sono qui e il gruppo, la comitiva cioè, di persone che frequento parla in idioma latino moderno intercalato da formule di cortesia. Si tratta principalmente di illustratrici italiane che a Parigi hanno trovato un avvenire meno incerto e la possibilità concreta di lavorare per qualcosa di più tassabile della visibilità, di più sfamante dei ringraziamenti, di più riposante di uno Stilnox. Ci ritroviamo ogni tanto a bere nei posti più disparati, tipo i vernissage con alcool a sbafo, o il lungosenna coi pic-nic in stile gallico. Le birre prese al Franprix o da Casino bagnano le nostre cene in sacchetto, sgomitate in centimetri quadrati di selciato affollato, ascoltando musica che va dalla neomelodica rap francese alle orchestrine New Mondina Style versione smartphone, tipica dei giorni nostri, amplificata da casse wi-fi acquistate per due soldi su Ali Express.

Succede che una sera di queste ci ritroviamo, insieme ad altri personaggi dall’idioma latino moderno, da CiaoGnari, un’enoteca nel 20esimo che fa anche concerti, gestita da e per palati in fuga dove riparano Charlotte Gainsbourg (di ogni sesso) martoriate dai troppi roquefort.
È il 18 settembre, qui a Parigi fa un freddo becco, tutto intorno é giallo e blu, c’è una gran Luna piena, stelle e lumicini, foglie appiccicate all’asfalto umido. A un turista a caso basterebbe questo per innamorarsi in ‘sto carnaio di città, ma la serata ci offre altri elementi già masticati e a rapido assorbimento da aggiungere alle sequele dei nostri coinvolgimenti da cartolina.

Qualcosa di romantico in una città che di romantico ha solo gli spot pubblicitari dell’ente del turismo, e qualche migliaio di libri e film ambientati in posti da evitare come la peste del 1358.
Qualcosa di romantico come cinquanta, forse cento-cinquanta-persone che condividono respiri e germi, nel sotterraneo di questa enoteca in cui mi trovo, per il piacere di ascoltare le cogitazioni acutische di Colapesce mentre un Altro tizio, Baronciani, gli disegna sopra col proiettore. image1
Lorenzo è un po’ timido, o forse è un falso timido come ogni figlio di buona razza che si rispetti, comunque parla poco e più che altro canta il suo repertorio che le decine di ragazzette sanno stonare a memoria. C’è intimità. Un’intimità nella quale, queste astanti ben vestite in malo modo, si augurano di essere percepite al più presto. E non è una cosa gradevole. Sulle note di Oasi ed Egomostro sembra infatti di stare ad una sorta di intorto collettivo, in compagnia di ste valchirie accovacciate alla bene e meglio sui divanetti e sul pavimento del locale. Nessuna però muove un passo e resta estatica e trasognante con gli occhi colmi di parole disegnate. Si sentono forse comprese nel profondo dalle parole del piccolo lombardo venuto dalla Sicilia e, segretamente, vorrebbero essere la causa recondita di tanta prosa.

Tu che goccioli al mio fianco
Specialista in autoscatti
Aspetti come un cane fedele il padrone
Ammiro in silenzio la tua bocca
Hai per caso un oki?
Come sei dolce con la bocca aperta
Sbircio anch’io
Consumo con le rime il tuo pallore
e una città dell’estero ti accoglierà con un sorriso
Sono a un palmo di naso
Ma quanta luce i tuoi occhi
Non ci credi? Colgo il tuo rossore
sulla grazia del tuo viso
ma che denti enormi asino marino

Invece.
Invece la musica segue la sua poetica tra i fiori rosa/fiori di pesco mogoliani e Iron &Wine, e fa tornare alla memoria, soprattutto per la voce, i concerti acustici di un celebre gruppo romano di cui si son perse le tracce (che fine hanno fatto i Fumisterie?), a tratti così non sense da essere per ciascuno una risposta diversa ma comunque una risposta, forse persino giusta. Il lombardo venuto dalla Sicilia sparisce nella luce rosa della stanza e lascia spazio alle parole e ai disegni di Alessandro Baronciani e a me non viene, stranamente, da chiudere gli occhi. Testimone di un reato, che ci inventeremo. Qualcosa tipo suggestione di emozione e occultamento di cadavere.
I disegni come si compongono così scivolano via veloci, sottolineano i temi delle canzoni e regalano loro un valore tangibile: ci sono china, acqua, coriandoli e tempere, paillette e decoupage, linee delicate e violenti colpi di pennello da acquistare a 20 euro a pezzo a fine concerto. Tremano i fogli, si rovescia il colore, chissà chi gli fa le lavatrici a Baronciani. C’è un gatto arancione e c’è una lampada staccata per mettere in carica un cellulare, panni stesi sotto alla Luna e foglie secche.

Siamo accalcati fino alla porta della stanza, impossibile per Colapesce farsi desiderare: concede il bis senza tante scenette pur di aprirsi un varco verso l’ossigeno.
Sarà stato forse anche merito di questa perdurata clausura di un’ora e mezza in semi apnea, ma il concerto di stasera lascia ai presenti la sensazione nitida di aver vissuto una serata densa di perigrazioni nei ricordi, nei fantasmi grandiosi di amori passati, ed exploit di tristezza da trasmigratore pentito (Maledetti italiani). A guidare i pensieri è la traccia incofondibile di quelle immagini che accompagnano ogni canzone con genialità di sintesi, e che aggiungono al bicchiere pieno quella goccia che inevitabilmente lo fa traboccare.
Fuori dalla sala Parigi è ancora fredda, di turisti non se ne vedono più. Tutto quel romanticismo, mi accendo una paglia e mi tuffo controcorrente: torno a casa senza un satellite.

Antonella Garro e Roberto Pasini

So Eighties (Fiver # 30.2016)

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Per me gli anni ottanta sono un paio di occhiali con le lenti fumé e la montatura dorata. Un impermeabile stretto. Una fotografia ingiallita credo col mare della francia alle spalle. Le calze bianche, di spugna, fino a sotto il ginocchio, le scarpe da ginnastica gialle con gli strapp al posto dei lacci e un bomber che non poteva essere un bomber perché il bomber è così anni ’90…ma nella memoria i ricordi si accavallano quasi a caso, spesso senza motivo apparente, seguendo il filo rosso del cuore. Non era un bomber, ma una giacca di panno spesso, le maniche in contrasto e i bottoni a pressione. Neri.
Gli anni ottanta sono i film horror con i cartelloni spaventosi fuori dai cinema e mia madre che scuoteva la testa perplessa e mia nonna che mi faceva vedere La casa dalle finestre che ridono ma che non dovevo dirlo ai miei che se no si arrabbiavano.

Gli anni ottanta è Milano. Un blazer con le spalline larghe e mia zia, minigonna e tacchi bianchi, con lo zaino a forma di cane color fluo che passeggia per Sesto San Giovanni e i maragli in due sul Sì, le felpe della best company rosa e blu coi levrieri cuciti sopra, che le fischiano dietro.
Le vetrine di Fiorucci in centro a due passi da San Babila coi paninari, piumino a salsicciotti e jeans chiari, cinture del Charro e mocassini da barca. E un po’ più in là gli ultimi punk, i capelli a stella tenuti su con chili di lacca o che ne so, parevano cemento. Le moto sportive giapponesi in piazza Duomo e il bar Magenta pieno di zip e borchie e pelle nera.

Gli anni ottanta è un concetto, qualcosa di lontano, di fotografie sbiadite con la pellicola che uniforma i colori, che li spinge tutti verso un grigio/marrone come il cielo della capitale lombarda sempre coperto di nebbie che adesso non se ne vedono più di così fitte.
La Ritmo dei miei genitori. Verde.
Sono io, bambino, che mi faccio troppe domande perchè gli anni permettano di dare risposte e comincio a cercare una soluzione alla solitudine sulla carta piena d’inchiostro di romanzi d’avventura, cavalieri e guerre e saghe e poi Zanna Bianca e l’eroe che da solo avanza attraverso il freddo.

Il mito del grande nord.
Il mito del lupo solitario.
Il mito della principessa da salvare.
Tutta roba che non se andrà via mai più e segnerà ogni passo.

Gli anni ottanta sono il giorno in cui, ricordo benissimo, come fosse ieri, ho scoperto cosa volesse dire “malinconia”. L’ho imparato su di un terrazzo lungo e stretto, quello dei nonni da cui passavo parte dell’estate e le feste comandate.
Sesto san Giovanni si stendeva come un’unica distesa di tetti grigi, una Mordor antelitteram (per me che ancora non sapevo chi fosse Tolkien, lo scoprirò solo alla fine di quegli anni) bagnata dalla pioggia. E mentre le gocce, fitte e sottili come solo a Milano e solo negli ottanta, cominciavano a bagnarmi gli occhi che già erano umidi per un qualcosa a cui non riuscivo a dare il nome, ecco arrivare dritta la parola: malinconia e la malinconia che diventava più leggera perchè finalmente aveva un nome e tutto ciò che ha un nome non può fare veramente paura.

Gli anni ottanta. Non voglio parlare di bombe, di stragi. Di deviazioni e devianze che già ne son pieni i libri quanto le mie scatole; né del punk, della new wave che imperversava anche qui da noi, dell’hard core che picchiava – qui a due passi c’era la Paolino Paperino Band, ancora più vicino i Nabat e poi i Gaznevada e CCCP e Skiantos e il partito che organizzava le feste ed era tutto molto rock. E molto provincia.

Forse di questo invece voglio parlare. Rock e provincia. Correggio mon amour (da leggere, per chi non ne fosse a conoscenza, un’opera fondamentale della storia di quello che siamo e quello che abbiamo perduto) e le band che ascoltavano le radio libere, un sacco di mitologia. E di strade da Carpi a Modena alla riviera e il Po come fosse il Mississipi per suonare il blues attraversando la campagna e tutto sembrava infinitamente più lontano e, forse per questo, più unico.

Rock e provincia e abbiamo nominato Correggio e allora di Correggio fu quello che in Italia assieme a Pavese e Calvino sta nell’Olimpo di chi ha scritto le cose migliori di sempre per il sottoscritto che legge e di Tondelli si è già detto tanto, forse tutto, ci si fanno le tesi di laurea, lo si porta in palmo di mano forse anche perchè gli anni ottanta adesso sono così cool che chi ha gli occhiali da pentapartito e il baffo si sente un po’ Piervittorio, coi maglioncini brutti e stretti dai colori improbabili che vedi adesso se vai a berti qualcosa nei locali giusti.

Il mio Piervittorio è un’altra cosa. È lo stupore incontrato quando lessi, tanto tempo fa, quello che credo sia rimasta per me la più alta descrizione di ciò che chiamiamo amore.
Era Camere Separate, erano Leo e Thomas e in quelle pagine piene di dolore e bellezza, sangue e parole e corpi che hanno bisogno, necessità, di toccarsi, stringersi e perdersi ho letto cos’è l’amore.
E ancora Piervittorio, tanti anni dopo, per mano di un’amica straordinaria, è tornato a dirmi cos’era l’amore in un passaggio che mi ero perso, chissà come, nella confusione delle letture mancate, della vita che corre, che a volte trita anche la bellezza e la lascia fuggire via.

Ma quella che deve tornare torna e allora ecco il biglietto numero 8:
“Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di questo abbraccio e non chiedere altro perchè la vita è solo sua e per quanto tu voglia, per quanto ti faccia impazzire non gliela cambierai in tuo favore. Fidarsi del suo abbraccio, della sua pelle contro la tua, questo ti deve essere sufficiente, lo vedrai andare via tante volte e poi una volta sarà l’ultima, ma tu dici, stasera, adesso, non è già l’ultima volta? Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua, perchè se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa, questi sono problemi solo tuoi, fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle, l’amore è niente di più. Sei tu che confondi l’amore con la vita.”

Confondere l’amore con la vita, col ritmo che spinge, col sangue che pulsa troppo forte nelle vene e viene il mal di testa e il mal di vivere alla Montale che lo incontri le notti di provincia quando non sai dove andare a sbatterla quella testa che batte batte e batte e per fortuna a volte c’è una radio amica che suona un pezzo che ti salva la vita in quel momento preciso mentre attraversi, solo, solo la luce dei fari di un vecchio scassone una strada tra i campi urlando parole che non sai e battendo a tempo sul volante quel pezzo dei Black Flag.

Un romanzo che non è ancora nato inizia così:
Lo puoi sentire da lontano stridere sulle rotaie e rompere il silenzio assurdo che riempie l’aria. Lo vedi spuntare dalla montagna, uscire veloce da quel buco scavato dall’uomo tanto tempo fa’ per poter scappare, per poter avere una scelta. Sbuca veloce, urla mentre corre tra i prati e poi le ganasce che frenano vecchie ruote di ferro stridono violente. La campanella della stazione ha già smesso di suonare da qualche minuto quando la grande sagoma grigia smaltata dai graffiti si ferma davanti al marciapiede deserto. Scende il controllore per assicurarsi che come al solito non ci sia nessuno. Si guarda attorno e dopo un cenno al nulla risale e si porta via quell’ammasso di lamiere. Pochi minuti e tutto torna a tacere. Solo il rumore del vento che muove l’erba. Solo la mia sigaretta che si consuma indolente tra le dita.
Lo spettacolo è finito e anche per oggi ho avuto la mia dose di fuga iniettata nel cervello. Di nuovo niente da fare. Forse Manuel ha qualcosa di buono per me, qualcosa che mi faccia stare lontano da casa per qualche altra ora, che non mi faccia pensare a domani mattina e al rumore bastardo del cartellino timbrato in fabbrica. Forse Manuel mi può salvare.
La stazione diventa sempre più piccola nel retrovisore di questo catorcio a quattro ruote. Non è sempre vuota, a volte vedo scendere famiglie stanche della città. Mi piace guardare i loro sorrisi affaticati da smog e cieli grigi riempirsi del blu limpido di queste parti, del verde smeraldo sulle colline, del silenzio che riempie l’aria. Li guardo complimentarsi con loro stessi per aver scelto qualche giorno di niente lontano dal tram tram di sempre e sento come non potrebbero mai capire la mia voglia di bruciare tutto quello che mi circonda e scappare lasciando dietro di me questo nulla soffocante. Li guardo e provo a immaginare le loro vite tra palazzi di cemento e traffico impazzito e mi domando come faccio a sognare tutto questo, a desiderare quello che per tanti è un inferno. Ma loro non sanno, non possono capire la solitudine, il vuoto, il silenzio che atterrisce l’anima. Loro non possono capire come io non posso capire la loro voglia di suicidarsi in questo buco di mondo dimenticato dal tempo.
La porta d’ingresso è, come sempre, aperta. Un rasta che non ho mai visto mi saluta con un cenno della testa.
– Manuel? – Mi indica il cucinotto. La porta è accostata.
– si può? –
– i miei amici possono sempre… – Entro nello stanzino buio. Manuel è in piedi, davanti a un fornello. Sta facendo bollire dei funghetti in un pentolino. Con lui una biondina che credo si chiami Manola o qualcosa di simile: una freak che si è raccattato in non so quale viaggio in che posto assurdo. Ci salutiamo tutti con un paio di baci all’aria intorno alla faccia. Mi siedo e la tipa mi passa una canna.
– allora, come te la passi? –
– il solito, e tu? –
– tutto bene. –
– hai qualcosa per me? –
– cosa cerchi? –
– niente di speciale, il solito relax… –
– ho quasi finito l’oppio. Quello che me lo porta se n’è andato in India. Sulle montagne… Credo a cercare il charas… E’ stagione. Ma per te ne ho giusto un po’. –
Prepariamo assieme la pipa e cominciamo a fumare. Mi sento subito meglio. Leggero. C’è musica nell’altra stanza ma non riesco a capire cosa sia; sembra reggae, ma più lento. Mi accompagna mentre sprofondo nell’anestesia dei papaveri rossi. C’è il solito poster enorme che copre la parete, un’immensa distesa di alberi. Sono anni che quando vengo qui a disfarmi cerco di contare gli aghi. Non ci sono mai riuscito. Non mi sento più le gambe e ho le palpebre pesanti. Non faccio nessuna resistenza a questa forza conosciuta che mi sta trascinando via, chissà dove. Non ho motivo di resistere. Mi lascio cadere nell’atarassia dei tossici, senza nessun appiglio alla realtà volo nel divano sfondato che mi culla lieve. E’ tutto così leggero, facile, come quando sei piccolo e la mamma ti tiene fra le braccia e sai che non ti può succedere niente, che finche sei lì nulla ti potrà toccare, nessuno potrà farti del male. E’ tutto così bello.

Fabio Rodda

La fortezza della solitudine (Fiver # 29.2016)

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Lo scorrere del tempo scava fossati nella memoria creando crateri da riempire con immagini fasulle e buchi spazio temporali attraverso cui i ricordi scappano via, mischiandosi gli uni agli altri nell’oceano di una infinita indeterminatezza.
Ad esempio avrei giurato che il giorno in cui la Fortitudo Basket vinse il suo secondo scudetto, Giulio fosse appena nato. In quel caso avrebbe avuto senso l’idea di regalarmi un breve momento di stand by dalla mia nuova vita concedendomi una serata di asociale vagabondaggio in riviera.  Quando qualche giorno fa – per  una serie di ragioni che non vi sto a dire – mi sono trovato a ripensare a quella partita,  supponevo fosse questo il motivo per cui quel martedì sera lo trascorsi in completa solitudine sulle spiagge della costa est. Mi pareva l’ipotesi più logica e attendibile. In realtà quel giorno – il 16 giugno del 2005 – Giulio non era affatto nato. Quindi in realtà non ho la minima idea del perché al tramonto mi aggirassi solitario sul viale principale di Punta Marina alla ricerca di un bar con un televisore sintonizzato sulle frequenze di Sky Sport 2.
Non so se la solitudine sia il più delle volte imperfetta, come recita il titolo di quella raccolta dei Diaframma,  certamente è una condizione umana di cui vengono sopravvalutati gli effetti negativi. Per come la vedo io il più delle volte questa ha invece un valore positivo: rende immuni dalla delusione, irrobustisce l’autonomia, incoraggia lo spirito di iniziativa e più in generale evita una serie di problemi che viceversa la promiscuità innesca senza soluzione di continuità.
A volte la solitudine è più che altro una necessità.
Fatto sta che quella sera sbucai in fondo al viale dei Navigatori poco prima che al Forum di Assago venisse alzata la palla a due di gara 4 Milano-Bologna, prendendo posizione su una delle poche sedie in plastica che ingombravano il perimetro interno del Bagno Gianni. La perfetta antitesi della maniera in cui un quinquennio prima  avevo vissuto il primo scudetto dell’amata effe scudata, ingoiato assieme agli amici dalla folla di un palasport strabordante gente.

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Il Bagno Gianni è uno stabilimento balneare basso, rettangolare e totalmente dipinto di giallo che occupa lo spazio tra il Miramare e il Tiziano a due passi dal Bagno Ettore, unico locale che all’epoca provava a ravvivare la vita notturna locale con qualche timida allusione rock and roll. Quella sera la comitiva presente davanti ai quarantadue pollici al led era costituita da un paio di famiglie in vacanza, entrambe dotate di un bagaglio di conoscenze tecniche della pallacanestro a dir poco approssimativo, e un tavolo di pensionati  distrattamente divisi tra una bottiglia di Sangiovese e una partita a Beccaccino. Di quell’ora e mezza trascorsa al Bagno Gianni sorseggiando con ostentata moderazione il boccale di Poretti poggiato sul tavolino a fianco, serbo una memoria vaga quanto è invece netto il ricordo del fatto che quella sera – non so bene perché – avessi deciso di far implodere dentro di me la lunga successione di sentimenti  che mi animavano lasciando trapelare poco o nulla ai presenti, pur essendo tra questi la persona di gran lunga più interessata all’esito dell’incontro.

Quella partita, per chi se la ricorda, terminò con un tiro da 3 punti scagliato dalla guardia fortitudina di origini panamensi  Rubén Douglas, nel canestro dei milanesi proprio sul suono della sirena di fine gara, difficile stabilire se subito prima o un attimo dopo. L’azione, destinata a ribaltare gli esiti della finale issando la Fortitudo dal meno uno al più due, impiegò esattamente 1 minuto e 6 secondi per essere decifrata tramite il ricorso al replay televisivo, provvidenzialmente introdotto  nella pallacanestro proprio quell’anno. Durante quei 66 secondi straordinariamente emozionanti ricordo di essere rimasto immobile, seduto come se niente fosse mentre lo stomaco si attorcigliava all’intestino avvolgendo cuore e polmoni in un unico e irripetibile groviglio.
Sapevo di essere solo e volevo rimanere solo, in apnea.

Fu quando l’arbitro siciliano Carmelo Paternicò  alzò la testa dallo schermo del piccolo monitor piazzato a bordo campo e sollevò entrambe le mani con pollice, indice e medio distesi ad indicare un 3 che mi alzai di scatto rovesciando a terra in un colpo solo sedia, tavolino e boccale di birra ormai vuoto, lanciando un urlo immagino terrificante per quanto inatteso dai miei casuali compagni di visione.
Corsi fuori nel parcheggio polveroso che separava il lungo mare dalla strada e cominciai a correre.
Non ebbi il coraggio di girarmi indietro e guardare ciò che la mia reazione improvvisa, quasi furibonda nella sua primordiale gioiosità, potesse essersi lasciata alle spalle. Mi è rimasta la curiosità di sapere cosa avranno pensato le due famiglie di villeggianti e il quartetto di pensionati di quel curioso personaggio che in silenzio si era guardato tutta la partita in perfetta solitudine e che alla fine, sempre in perfetta solitudine,  era letteralmente scappato in preda a una nevrotica euforia comportandosi come fosse un personaggio inventato da uno sceneggiatore tossico.
Non lo saprò mai, ovviamente.
Quella sera, sempre correndo con la vista pericolosamente appannata dalle lacrime e la gola corrosa dalle urla arrivai alla macchina parcheggiata sotto casa, salii e misi in moto.
Qualche chilometro più a nord percorrendo la statale srotolata tra mare e pineta, stava per cominciare il concerto dei Magnolia Electric co. e io non avevo alcuna intenzione di perderlo.

Questo post è stato innescato dalla lettura (finalmente!) di The Fortress of Solitude di Jonathan Lethem, tomo che vergognosamente giaceva da 15 anni a prender polvere nella mia libreria, da un ricordo del concerto dei Magnolia Electric co. all’Hana Bi che qualcuno ha pubblicato in rete qualche tempo fa e naturalmente dal rapporto di eterno amore che da sempre mi lega alla Fortitudo Pallacanestro Bologna.

Allah-Las “Could Be You

Mi avessero proposto un gruppo come gli Allah-Las anche solo 5 anni fa probabilmente ci avrei riso su. Al contrario quando li vidi suonare all’Hana Bi mi piacquero senza riserve e pare che la replica di quest’estate al festival Beat di Salsomaggiore sia stata all’altezza. Non so, forse è che invecchiando la classicità retrò non mi disturba più così tanto. O è solo che in questa canzone sembrano così tanto i i Velvet Underground.

Garden Centre “Riding

La gente che sta dentro ai Garden Centre sta o stava anche dentro ai Joanna Gruesome e ai Keel Her, gruppi per i quali nutro una certa affinità, leggo poi che sono anche coinvolti con i Kings of Cats e i Towel, questi ultimi due però non ho idea di chi siano né che roba facciano. Il loro esordio lo hanno pubblicato a fine giugno su cassetta ed è proprio bello. Cento copie. Indie snob del cavolo. Proprio come me.

Cold Pumas “Slippery Slopes

Questa canzone con le chitarre che corrono dietro I tamburi sotto a una voce svagata è proprio roba mia al cento per cento. Apre The Hanging Valley, secondo disco dei Cold Pumas appena uscito per la Faux Discx, etichetta che come senz’altro saprete è la migliore indipendente del Regno Unito. Loro arrivano da Brighton, città che mi evoca suggestioni antiche e sempre piacevoli. Meritano, ascoltateli.

Terry Malts “Seen Everything

Se dicessi che mi aspetto qualcosa di nuovo dal terzo disco dei Terry Malts direi una grossa bugia. Sia perché loro non mi sembrano tipi da suonare qualcosa di diverso da quello che hanno sempre suonato, sia perché io non avrei voglia di ascoltare niente di diverso da quello che loro hanno sempre suonato.

Real Numbers “Frank Infatuation

Chiacchierando qualche giorno addietro con uno dei miei due principali soci di questo blog (non faccio nomi), si ricordava di quando tanti anni fa prendevamo in giro il direttore del nostro mensile preferito (non faccio nomi) perché mentre noi ascoltavamo roba nuova lui era rimasto ancorato a narrare le gesta di certi gruppi, nuovi pure quelli, di meri (secondo noi) revivalisti 60’s. Ecco, oggi quando ascolto e mi faccio piacere gruppi come i Real Numbers, meri revivalisti mid 80’s, credo di essere l’equivalente odierno di quel direttore lì. Che tra l’altro ritengo essere uno dei critici rock più illuminati tra tutti quelli che ancora mi capita di leggere.

Arturo Compagnoni

How far is a light year? (Fiver # 28.2016)

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Qualsiasi disco che contenga una canzone come “Ivy” entra di diritto tra i miei dischi dell’anno. Il resto potrebbe pure essere la peggiore schifezza del mondo ma non mi importerebbe.
Sono uno da amori assoluti, immortali, incondizionati e irragionevoli.
Si riapre la stagione del “Fiver” e da un certo punto di vista il disco di Frank Ocean qui potrebbe benissimo non esserci. Dall’alto della nostra presunta superiorità snobistica indiecentrica anzi non dovrebbe proprio starci. Il problema è che è semplicemente un grande disco, uno di quei dischi che bisogna proprio ascoltare per tutta una serie di motivi, insomma. Contiene “Ivy”, ricordate?!

FRANK OCEAN – IVY

Frank Ocean è pura contemporaneità. Ha pubblicato un disco, anzi no, due dischi, in contemporanea. Ma non si riescono proprio ad ascoltare ancora, almeno che uno non abbia un abbonamento ad Apple Music, ed uno dei due dischi è in realtà un video. Poi, vuoi mettere la lista dei credits e gli ospiti dell’album: David Bowie, Kanye West, Jamie xx, The Beatles, Brian Eno, Pharrell Williams, Elliott Smith, James Blake, Yung Lean, Tyler The Creator, Beyoncé  e un tizio che suonava con i Vampire Weekend. Importa poco che Bowie sia citato per la presenza di una fotografia nel magazine Boys don’t cry (ndr: doveva essere il titolo dell’album, cazzo….un’altra di quelle mosse per lasciarti senza difese, il bastardo) che ha accompagnato l’uscita del disco in edizione limitata. E che i Beatles compaiono perchè citati in una canzone.
Fatemelo scrivere subito altrimenti in mezzo a questa lista di credits, di influenze e citazioni me ne dimentico. Ad un certo punto partono i New Order. Non loro, non una loro canzone. Una cosa che ci va tremendamente vicino. La voce è quella di Wolfgang Tillmans, che di professione fa l’ art-photographer, che non so bene cosa significhi ma l’ho trovato su Wikipedia. La canzone si intitola Device Control e va a chiudere Endless, l’album che è in realtà un video. Mettere una canzone così a chiudere un disco è politica che si confonde all’arte. In maniera brillante, incisiva, spiazzante. Altro che musica pop. O forse musica pop come dovrebbe essere sempre se avesse davvero un senso e non fosse solo e semplice intrattenimento.
Frank Ocean è uno che gira con la felpa dei Jesus and Mary Chain, tra le sue canzoni preferite infila i Mazzy Star, Kraftwerk e Nina Simone. Frank Ocean è uno che fa suonare la chitarra ad Alex G nelle sue canzoni.
Frank Ocean ha messo così tanta carne al fuoco che mi ci ha fatto perdere due settimane solo a capirci qualcosa. Frank Ocean ha aggiornato le lancette biologiche della musica pop, insomma. Era tempo che accadesse. Frank Ocean è qui, ora, adesso. Non potremmo immaginarci un prima anche se gli indizi che ci lascia minuto dopo minuto sono sufficienti per comprenderne il percorso. E qualcuno magari potrebbe pure dire che in fondo ci si annoia. Che si tratta di beat nemmeno tanto raffinati. Di synth minimali, chitarre accennate e poco altro. L’insieme peró, ad iniziare da come il disco è stato concepito fino a come è arrivato sul mercato e a tutto quello che ha generato di conseguenza ne fa una roba enorme. E poi, al netto di tutto, rimangono le canzoni. Canzoni come “Ivy”, canzoni da far partire di notte in cuffia, guardare fuori dalla finestra e magari commuoversi senza capirne davvero la ragione.

ULTIMATE PAINTING – SONG FOR BRIAN JONES

Frank Ocean mi costringe a mettere il naso fuori. Fosse per me me ne starei in casa ad ascoltare il terzo album dei Velvet Underground, per la milionesima volta. O ad ascoltare bands che attorno a quel disco hanno costruito il proprio mondo. I Velvet e tutto quello che ci gira intorno, naturalmente. Delicato pop dalle venature psichedeliche appena accennate. ;la migliore musica del mondo, sostanzialmente. Poco importa che questa di Ultimate Painting sia solo l’ennesima riproposizione.

STRANGE RANGERS (Sioux Falls) – SUNBEAMS THROUGH YOUR HEAD

Il solito zelo in materia di politically correct ha fatto in modo che i Sioux Falls abbiano pensato bene di cambiare nome. Di nuovo c’é un EP di 6 canzoni e un batterista, inoltre. I cambiamenti comportano comunque un po’ di novità anche nel suono. Il gruppo toglie il piede dall’accelleratore, non arriva più il solito gancio capace di mandare KO senza neppure il tempo di replicare. Sono 120 secondi di chitarre narcotiche, di voci in falsetto che suonano come un demo dei Modest Mouse. Pezzo magnifico, sottointeso.

MORGAN DELT – I’DON’T WANNA SEE WHAT’S HAPPENING OUTSIDE

Una canzone così non può non piacere a queste latitudini. Quando il pop profuma di psichedelia, di Spacemen 3 e di anni sessanta. Roba che grazie ai Tame Impala è diventata improvvisamente di moda e che ha trovato un pubblico incredibilmente ricettivo. Morgan Delt è un freak californiano, circondato dal classico corollario di ristampe in vinile, b-movie, droghe, strumentazione d’annata e studio di registrazione casalingo. Tutti i cliché al posto giusto, insomma. Ma non si tratta solo di apparenza o di immagine, si tratta di grandi, grandi canzoni. Talmente belle che rimarranno senza discussione tra le migliori dell’anno.

EXPLODED VIEW – ORLANDO

Che Anika avesse qualcosa d’interessante si era capito già all’epoca del debutto discografico e successivamente grazie alle cose fatte uscire con Geoff Barrow (Portishead) dietro la consolle.
Niente a che vedere con quello che è riuscita a fare in compagnia della nuova band con base a Mexico City, però. In questo caso i tizi di Sacred Bones (che la pubblicano) si premurano di farci sapere che di vera e propria alchimia si tratta e cercano di venderci le session di registrazione dell’album (tutto all’insegna del buona la prima) come di una faccenda dai contorni leggendari.
Non sappiamo dove stia la verità e in fondo neppure ci interessa. Certo che il disco (tutto) è senza ombra di dubbio uno dei migliori album uscito quest’anno. Feroce, ricco di sfumature differenti. Suonato con rabbia e attitudine ma anche capace di sorprendenti aperture melodiche. Neanche fosse una versione delle Savages appena più raffinata, più strutturata e ricca di citazioni. Un gran bel sentire, ecco.

Cesare Lorenzi

Le sirene di Vasto – la rivincita del pop, delle chitarre, della spiaggia e di un sacco di altre cose. (Siren Festival – Vasto july 21-24 2016)

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I festival rock sono una cosa seria. Ci si prepara per giorni prima di partire: felpe, un maglione che non si sa mai, anfibi e stivaloni da pescatore da mettere in borsa col k-way lungo fino alle ginocchia. Sciarpe, aspirine che fra la birra e il vento e la pioggia chissà come ti svegli. Taccuino per studiare le sovrapposizioni impossibili ai festival giganti, taccuino per segnare i momenti più belli alle rassegne più piccine e rilassate, taccuino per segnarsi il numero di telefono di qualche idiegirl conosciuta sotto al palco ai concerti da cento-duecento persone dispersi in qualche bosco del nord europa.

Poi c’è un festival italiano che si ripete già da qualche annetto e che è la negazione di tutto quello che ci si immagina quando per festival intendi “La route du rock”, o “T in the Park”, o “Indietracks”.

Lo organizza DNA concerti, agenzia di booking fondamentale nel mondo indie e rock in Italia, e l’ha inventato in un paesino arroccato sopra una bella spiaggia. Vasto. Dove? Abruzzo.

La domanda che mi viene immediata è “perché?” Perché l’Abruzzo che, non me ne abbiano gli amici di quelle splendide terre, ma, dopo le elementari e le cartine geografiche da studiare, chi si ricorda esattamente dov’é? Perché?

In piena estate, quando la gente già è in vacanza. In un paesino, sulla cima di un colle, una logistica  scomodissima da gestire. Quindi, di nuovo: perché?

Poi, lo scorso inverno, un caro amico che è parte del cuore di DNA e ad una serata romana mi disse solo: «vieni che ti diverti».

Ci sono andato. Ho risposto a tutti i miei perché.

Perché quel paese sembra costruito per avere le location più belle possibili: palco col mare sullo sfondo, palco in un giardino con le colonne avvolte da rampicanti fioriti, palco con alle spalle i resti di una chiesa antica.

Venerdì. La partenza è fissata per le dieci appena fuori Bologna. Il furgone è quello di Cosmo: conosco Marco, Rob, Mattia e Sollo che deve arrivare a Vasto per fare da fonico a Calcutta. Mi presentano Bondi e il cane Broccolo. Pasca, il driver d’Ivrea.

Viaggio fra le mille gag che si possono fare in un furgone (si chiama Augusto, il furgone) di musici prima di una data importante. Una banana gonfiabile gigante che volerà fuori da un finestrino in autostrada, canzoni di Battisti storpiate a squarciagola.

Si arriva a Vasto nel primo pomeriggio. Giù la roba dal furgone. Il palco è un marciapiede davanti alla parte inferiore della facciata della chiesa di San Pietro, unico resto dopo la frana del 1956. Fa caldo, i ragazzi di DNA e i volontari corrono da una parte all’altra del paese per sistemare tutto in tempo.

Albergo, una doccia, di nuovo furgone e siamo sul colle per il soundcheck.

Al tramonto si comincia a capire quanto spettacolare sarà quel palco che è solo un gradino dalla strada.

Passerò tutta la sera lì: Yakamoto Kotzuga dopo il delirio elettronico di Pop X, poi le chitarre dei The Parrots a far saltare qualche decina di ragazze e ragazzi prima di Cosmo.

La rivincita del pop, del cantato in italiano che non dev’essere per forza solo accompagnato da una pippa di musica noiosa. Con Cosmo si comincia subito a ballare, la gente sorride, si avvicina a quell’ex marciapiede ormai palco circondato da ragazze che saltano, ragazzi che cantano a squarciagola tutti i testi (divertenti, intelligenti, qualcosa di fresco, finalmente).

L’atmosfera è da concertone e quando Marco invita la gente ad avvicinarsi ancora è il caos: tutti addosso a lui, Rob, e Mattia: un coro unico di voci e corpi che saltano all’unisono sulla cassa dritta che trema, perde volume, poi salta. Nel panico qualche secondo di silenzio, qualcosa si è staccato, il fonico che non può nemmeno entrare tra tutta le gente che adesso non lascia i tre e poi la base riparte, la batteria riprende voce e così la band può finire un live sudatissimo che non mi sarei mai aspettato, che mi ha fatto venir voglia di ridere e ballare. Bravissimi.

Sul palco principale dopo A.R. Kane c’è il delirio per Calcutta, fenomeno quasi inspiegabile e, per me, ancora tutto da capire: forse la versione più contemporanea del cantautore italico da mondo pop, c’è chi dice sia il nuovo Battisti. Io aspetto di capire, intanto mi ascolto il Battisti vecchio e canticchio “mangio la pizza e sono il solo sveglio” perché ti entra in testa anche se non vuoi.

Poi salgono sul main stage gli Editors, che, sarà il mare alle spalle del grande palco, sarà l’atmosfera di festa che è nell’aria dal pomeriggio, si lanciano in un live d’altri tempi: una botta di energia, la voce di Tom sempre perfetta e due ore di grande musica, quasi come anni fa, quasi come se non avessero mai scritto gli ultimi pezzi quasi dance non proprio riuscitissimi…

Nel piccolo Cortile d’Avalos, Adam Green fa da mattatore fra videoproiezioni colorate.

La gente passeggia, sorride. Ci s’incontra e ci si perde fra i tre palchi (nel giardino d’Avalos non ho potuto seguire un incontro sul fumetto e -mannaggia- ho perso il concerto di Tess Parks), si fa lo slalom fra saluti e birre e poi le navette che portano giù alla spiaggia, dove in un bagno c’è un party che va avanti fino all’alba.

Perché l’atmosfera è così magica, felice, leggera. La gente così presa bene dalla bellezza del posto e da questi tre palchi tra cui saltellare con una birra in mano (le gag sui token ribattezzati tokemon per comprare da bere e da mangiare saranno il must delle sbronze post concerti) che le scomodità perdono peso: la sera a Vasto, interamente occupata e vissuta da ragazze e ragazzi che sono lì per la stessa cosa, le albe giù in spiaggia a fare il bagno. Tutto è perfetto, tutto esattamente come vorresti che fosse un weekend di musica. Nel posto giusto. Al momento giusto.

Sabato. La sveglia è tardi, mezzogiorno giusto per uscire dal letto e mettersi sul lettino in spiaggia a fare colazione. Il mare è tiepido, la spiaggia rovente e tranquilla. Dal colle le note del soundcheck de I cani.

I ragazzi di Cosmo sono ripartirti per un’altra data. Io prendo una navetta e torno su: non voglio perdere il live della giovanissima e bravissima Joan Thiele nel cortile d’Avalos. Il mood è così bello e intenso che è difficile raccontarlo a chi non era lì, con un bicchiere in mano seduto sull’erba di un giardino fiorito, alle spalle del palco il mare. Joan sale sul palco con piglio sicuro a dispetto dell’età e porta fino in fondo un concerto che strappa continui e sempre meritatissimi applausi.

Scappo dal giardino per infilarmi nel Cortile dove Thurston Moore da lezioni di chitarra a tutta la schiera di musicisti presenti, inutile dire nulla su di lui. La chitarra del re a venti centimetri dalla mia faccia. Niente altro.

E poi di nuovo alla Porta S. Pietro per sentire il nuovo live di His Clancyness.

Ancora chitarre, ancora voglia di ballare e saltare. Ancora musicisti italiani, questa volta tutt’altro genere: lo-fi, indie cantato in inglese e potrebbe essere una band americana, magari di qualche paesino della California, tra suoni folk e garage che sulla west coast non se ne può proprio fare a meno.

Gran live, ma da John & Co. ci si aspetta sempre tanta roba. E tanta roba arriva: i pezzi nuovi e poi brividi per una carichissima “Machines” e tanta, tanta classe.

Sotto quella porta suonerà poi Francesco Motta in un bagno di folla ma io sono al palco principale per sentire “Neon Golden” suonato dai The Notwist e la grandezza della band si sente: stile, preziosismi a volte quasi nerd (manca un po’ di sangue, insomma… ma non si può avere tutto) e anche qui, ragazzi, si va a lezione di musica: che carichino le molle o meno, questi qui sul palco sono musicisti eccezionali.

In chiusura I Cani. Io, onesto, non li adoro, ma non posso dire altro che belle cose del loro primo disco: furbo, intelligente e divertente anche se lontano dal mio orecchio.

Non li ho più seguiti e, lo ammetto, del nuovo lavoro non conosco nulla. Qui il mio poco amore per il classico cantautorato pop italiano, che sembra imperversare a danno della simpatia e della furbizia del primo disco, viene mandato a quel paese dal pubblico in delirio: ancora più gente che per gli Editors a colpo d’occhio e caldissima.

Un applauso a chi ci ha visto lungo e ha messo la band di Niccolò Contessa a chiudere il festival del non piove, del non mi serve la felpa né il chiodo, né gli anfibi. Del in borsa ho telomare e costume da bagno e dell’alba sul bagnasciuga.

Nel Cortile d’Avalos dalle undici circa si alternano Powell e Rodion. Nessun dramma per il forfait di Gold Panda che avrei ascoltato volentieri prima di scendere a Marina per il party in spiaggia. M va tutto bene. Lo stesso.

È notte. Trovo di nuovo Bondi e Broccolo,  ma questa volta il furgone è quello di John e band: con loro giù per le curve di Vasto fino a Marina.

Il dj in spiaggia non ci prende. Ce ne andiamo fuori, sulla sabbia: qualcuno fa il bagno, qualcuno gioca con un pallone, qualcuno si sdraia sui lettini a guardare le stelle.

L’orizzonte comincia a schiarire, l’aria fresca saluta il festival più rilassato e sorridente della stagione.

Domani, per chi può rimanere, c’è Josh T. Pearson nella chiesa di San Giuseppe e poi la mitica grigliata in spiaggia.

Io devo rientrare, ogni tanto tocca pure lavorare… Saluto Vasto con quel velo di malinconia che ti prende sempre quando saluti il mare.

Ci vedremo l’anno prossimo, di nuovo solo uno zaino con dentro un costume e il furgone di qualche amico che suonerà incorniciato da una vista meravigliosa.

E non avrò nessun “perché” da chiedere agli amici di DNA.

FABIO RODDA

DREAM BABY DREAM – YPSIGROCK 2016

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Forse ha più senso iniziare dalla fine. Domenica, tardo pomeriggio, trovo posto per una breve sosta su una delle panchine di piazza Margherita ad un paio di centinaia di metri da Piazza Castello, epicentro dell’intero Festival. Due distinti signori che sembrano usciti dalle pagine di un romanzo di Sciascia. Lei vestito floreale e ventaglio d’ordinanza, lui giacca turchese e rasatura impeccabile. Dopo pochi secondi di garbati sorrisi colgo la loro discussione con una inflessione dialettale che non so riprodurre: “ma oggi non suona nessuno alla Chiesa del Crocifisso? Peccato.” Si girano verso di me, gli riservo un sorriso solidale. Non mi sembra significativo stare a precisare che sì, sul nuovo palco “inventato” nel cuore della cittá, in una vecchia chiesa sconsacrata, in realtà avevano appena finito di fornire ottime esibizioni due giovani realtà italiane come Yombe e L.I.M.

Mi alzo un attimo prima che mi chiedano, senza preconcetti e con genuina curiosità, il significato della mia maglietta Maple Death Records.

Ypsigrock è anche questo. Un paese che pare accompagnare come un unico organismo il manifestarsi, una volta l’anno, dell’inconcepibile sogno di chi questo festival l’ha immaginato (follemente) e concretizzato (incredibilmente) in una zona d’Italia storicamente (ma la storia sta cambiando) fuori da tutti i circuiti musicali “maggiori”.

Ne scrivevamo già l’anno scorso. Un cartellone, in termini qualitativi, pieno di piccole e grandi gemme. Più o meno un miracolo se ci si ferma a pensare ai condizionamenti imposti da problemi logistici, di budget e da una miriade di altre incognite che possiamo solo immaginare.

Il giorno dopo la fine del festival mi viene raccontato di abbracci commossi tra chi ha lavorato alla realizzazione di questo sogno. Fanno bene ad esserne orgogliosi.

Duemila, forse tremila ragazzi che si spostano placidamente tra i tre palchi cittadini ed il campeggio dove si fa festa fino al mattino.

Tutti con unico tratto in comune. Un largo sorriso sulle labbra.

Un sorriso che ho condiviso per l’intera durata del festival e che si è sciolto in commozione, stupore ed estasi particolarmente in queste cinque occasioni. (Qui ad SG siamo un po’ fissati con i Fiver, evidentemente..).

Birthh hanno confermato che tra le molte nuove ed interessanti formazioni della scena italica sono tra quelle dalle quali è lecito aspettarsi di più. Penalizzati da qualche problema di resa sonora hanno confermato di “avere le canzoni”, particolare meno banale di quanto sembrerebbe e che, oltre ad attitudine e “tiro”, costituisce un ottimo punto di partenza.

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Dei Mudhoney scrivevamo in sede di presentazione del Festival. 24 anni dopo il mitico concerto di Reading nel quale i Nirvana immortalarono un’intera generazione e scena musicale ritroviamo un Mark Arm in ottima forma. La prima mezz’ora fa tremare i muri del castello e più in generale tutto il concerto, al quale avrebbe giovato una sforbiciata di una ventina di minuti, ci ricorda quanto la formazione di Seattle liquidata all’epoca come “grunge” (sic) sia debitrice, oltre che del punk americano, anche di una certa matrice hard rock.IMG_0236

Howe Gelb è un grande. No, aspetta forse non si è capito. HOWE GELB È UN GRANDE. Si presenta sul palco per quello che dovrebbe essere l’ultimo tour della storia sotto la sigla Giant Sand e per l’occasione ripesca collaboratori degli inizi della band oltre ad altre facce patibolari made in Tucson, Arizona. Sembra di ritrovarsi di fronte all’intero cast del Mucchio Selvaggio. Lui racconta storie semi incomprensibili mentre sorseggia vino bianco. Le chitarre urlano, lui si siede al piano per Cry Me A River. La polvere del deserto si posa intorno a noi. Torna sul palco per regalarci Shiver. Un trionfo.

Ho sempre diffidato dei supergruppi. Già il termine mi atterrisce. Semplificando, Minor Victories = Editors+Slowdive+Mogway.

Una formula sulla carta potenzialmente in bilico fra sublime e disastro. Il disco ha dissipato molti dubbi ma non tutti, ed é con grande sollievo, perciò, che constatiamo quanto, dal vivo, siano compatti, rigorosi, impeccabili, emozionanti.

C’é un po’ di tutto, i crescendo implacabili dei Mogwai, l’elettricità eterea degli Slowdive, la concretezza degli Editors. E poi Rachel Goswell.

É esattamente quando Rachel comincia a cantare che le perplessità volano via, insieme a pezzi di cuore. Una creatura di sogno calata nel parco delle Madonie.IMG_0221

Jehnny Beth ci riporta sulla terra. Canta, urla, scalcia, si tuffa nel pubblico a più riprese. La band mancina 75 minuti di una potenza impressionante. Quasi un concerto punk. La cover di Dream Baby Dream dei Suicide più che azzeccata, appare necessaria. Terza volta che vedo Savages dal vivo ed ogni volta è una crescita esponenziale.

Forse IL CONCERTO dell’edizione Ypsigrock 2016.

Nel sospeso silenzio notturno che accompagna il mio ritorno dopo una curva, improvvisamente, i fari della macchina inquadrano una piccola volpe che mi attraversa la strada. Si ferma un attimo e, in questa atmosfera in bilico fra sogno e realtà, l’assurdo pensiero che mi stia invitando a tornare l’anno prossimo mi sfiora.

Massimiliano Bucchieri

Girls in a band (Fiver # 27.2016)

The Julie Ruin

The Julie Ruin

Come dice lo spot che pubblicizza in tv quella bevanda di colore rosso scuro dalla media gradazione alcolica: l’attesa del piacere è essa stessa piacere. A questo pensavo l’altro giorno forzando un po’ la mano alle mie abituali sinapsi mentali, mentre scorrevo la cartella di mp3 dentro cui erano allineate le canzoni del nuovo disco dei Julie Ruin. Leggevo i titoli ordinati uno dietro l’altro prima di dedicarmi all’ascolto, divertendomi oziosamente ad immaginare dietro quali di essi si sarebbero potuti nascondere ritmi e melodie destinati ad accompagnarmi per i mesi futuri.

Da molti anni sono ormai abituato ad avvicinarmi ai nuovi dischi approcciandoli da due diverse prospettive: quella dell’ascoltatore, attento alla qualità tout court, e quella del dj concentrato principalmente a testarne le potenzialità da dancefloor. Decisamente più difficile trovare dischi e canzoni che si adattino alla seconda specie perché – per come la vedo io – le canzoni buone per quella categoria devono essere necessariamente buone anche per la prima altrimenti non mi vien voglia di selezionarle in luoghi pubblici. Una canzone per essere passata in console deve essere anche bella. Il fatto che una canzone abbia ritmo e risulti ballabile non è di per se sufficiente. Viceversa capita che, anche dopo tanti anni, scambi canzoni semplicemente belle per canzoni ballabili. Scarsamente professionale, per questo non sono mai stato e mai sarò un buon dj. Di solito sbroglio la faccenda affermando di non essere appunto un dj, bensì uno che si limita a selezionare canzoni mettendole in fila con una logica che asseconda percorsi mentali spesso e volentieri chiari solo a me.
Al giro di Run Fast ci aveva pensato Ha Ha Ha a far saltare il mio banco personale unendo le due qualità di cui sopra. Dopo quasi tre anni dalla prima apparizione quella canzone resta ancora oggi il momento chiave di ogni mio dj set e il suo passo incalzante e serrato non è ancora arrivato a saturare il livello di guardia.

Tutto quello che Kathleen Hanna negli anni ha artisticamente prodotto mi è piaciuto. Sarà il suo cognome, che ogni volta che lo leggo mi vengono in mente i cartoni animati che da piccolo preferivo. Le Hanna & Barbera Productions: Tom e Jerry, gli Antenati, Scooby Doo, tanto per dire. Sarà il fatto che per le donne che suonano in una band ho sempre avuto un debole. E qui per non arrogarmi a sproposito pretese femministe cito una dichiarazione fresca fresca della Hanna che immagino sia rivolta a quelli come me: “in Mr So and So (canzone del nuovo album) canto dal punto di vista di un tipo cui piacciono le band formate da ragazze e che solo per questo si ritiene essere femminista ma in realtà nella vita di tutti i giorni mette in atto comportamenti tutt’altro che femministi. Mi è capitato molte volte di incontrare questo tipo di persone, così a volte mi diverto a prenderle in giro”.

A memoria potrei affermare di essermi trovato a scrivere qualcosa su ogni singola uscita che Kathleen Hanna ha prodotto nel suo abbondante ventennio di attività. Partendo dai dischi delle Bikini Kill, passando a quelli – anzi quello – della prima versione solista marcata Julie Ruin (senza il The davanti), attraversando i bagliori elettro dance de Le Tigre e chiudendo il giro con The Julie Ruin, attuale versione da band del primo spin off post Bikini Kill.
Mi piace la Hanna. Mi piacciono le sue idee, mi piace il suo spirito, mi piace la musica che scrive, quello che canta e ciò che suona (più che altro quello che suonano le persone che le stanno attorno, perché in linea di massima lei si è sempre e solo occupata di cantare). A dire il vero se considero i dischi in cui è stata coinvolta non ce n’è uno che potrei ascrivere tra i miei preferiti di sempre, eccezion fatta – forse – per Revolution Girl Style Now! la prima cassetta autoprodotta dalle Bikini Kill nel ’91 successivamente riproposta quasi per intero nel mini lp uscito per Kill Rock Stars l’anno dopo. Lo scrivo giusto per cogliere il gancio e citare la frase “era meglio il demo” celeberrima gag del mio amico Marco Pecorari autore di un gran bell’articolo sulla Hanna pubblicato un po’ di tempo fa su questo blog.

Detto questo, poi l’altro giorno ho fatto partire la musica e la ricerca ha dato subito frutti.
La prima canzone, quella che da il titolo all’album, mi è già bastata. Più avanti ce ne sono almeno un altro paio che potrebbero assolvere il compito di spartirsi equamente ritmi da riempi pista e melodie da ottime canzoni. Più in generale tutto il disco mi piace molto.
Sono entrato nel sito della Hardly Art e ne ho ordinato immediatamente una copia: prima stampa, vinile trasparente. Poi ho cercato le date del suo tour europeo, per ora niente Italia. Toccherà salire su un aereo per volare a vederla da qualche parte.

The Julie Ruin “I Decide

Non ho trovato in rete un link a Hit Reset da piazzare qui. Nel video di I Decide però c’è Katie Crutchfield
dei Waxahatchee che passeggia per Austin e la canzone potrebbe anche essere una delle altre 2/3 che secondo il mio bizzarro concetto di ballo potrebbero essere passate in pista. Tanto poi oggi la musica nei rock club non la balla più nessuno, quindi una canzone vale l’altra.

Yak “Victorious (National Anthem)

Sono inglesi ma sembrano molto americani. In autunno arriveranno a suonare dal vivo dalle nostre parti, sono molto curioso di vederli sopra un palco.

Male Gaze “Ranessa

Il nuovo disco dei Male Gaze non mi dispiace ma non mi fa nemmeno impazzire. Questa canzone però si, eccome

Sleeping Beauties “Meth

Nelle prime tre righe di presentazione degli Sleeping Beauties la In the Red elenca nell’ordine: Hunches, Eat Skull e Hospitals. Poco sotto tocca ad Alex Chilton e Electric Eels. Di mio non aggiungo nulla, qualunque altra citazione sarebbe superflua.

Wimps “Vampire

Non mi ero accorto di loro quando pubblicarono il primo disco un paio di anni fa e non mi sono accorto nemmeno dell’uscita del secondo lo scorso novembre. Quando l’altra sera ho tirato fuori il nome Wimps nel corso di una conversazione con due vecchi amici pensavo di giocarmi l’asso di briscola. Loro invece ne sapevano molto più di me. Sto invecchiando, evidentemente.

Arturo Compagnoni

L’arte di chiamare time out (Fiver # 26.2016)

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Giugno 2016: in gara 3 di semifinale A2 del campionato di Basket italiano, Matteo Boniciolli allenatore della Fortitudo Bologna chiama un time out. La sua squadra affronta gli storici rivali di Treviso e in palio c’e’ la finale per ritornare in serie A1 dopo anni di purgatorio e vicissitudini societarie negative. Il time out è chiamato sul +20 Fortitudo, ma non è un time out normale, è il Time Out Definitivo, è “il time out che tutti gli allenatori avrebbero voluto fare almeno una volta nella vita”, diranno i giornali il giorno dopo.

Chi non è avvezzo al basket può pensare che se chiami un time out sul +20 nel terzo quarto, lo fai per dosare le energie alla tua squadra e dare gli ultimi accorgimenti tecnici.
No, Boniciolli chiama time out per dire ai suoi ragazzi e a se stesso che sono una squadra di stronzi. A mio avviso è il time out che non solo tutti gli allenatori, ma l’umanità intera vorrebbe chiamare almeno una volta nella vita, chi sul luogo di lavoro, chi in casa, chi insieme ad un gruppo di amici o in generale tutte le volte in cui le cose non vanno come noi vorremmo. E’ il time out che chiamerebbe anche Dio pochi minuti prima della fine del mondo, convocando 7 miliardi di persone sulla panchina.
Ma spingendomi oltre in una esegesi personale di questo time out, non sono insulti quelli che si sentono, ma parole di grande affetto. Se chiami time out sul -20 e dici a tutti che sono stronzi, vuoi offendere. Se lo chiami sul +20 è come dire “vi voglio bene, vi voglio così bene che vi do la consapevolezza di essere degli stronzi, così riconoscendo di esserlo non butterete via tutto quello che di buono avete fatto fino ad ora”.

L’introduzione è ardita se si pensa che l’intenzione di questo pezzo è presentare brevemente alcune opere passate al sempre più interessante Biografilm Festival da poco conclusosi a Bologna.
Ci ho ripensato in questi giorni chiedendomi cosa mi spinge nei festival a vedere 30-40 film in pochi giorni, oppure perché voliamo all’estero a vedere un festival musicale, oppure ancora perché troviamo ancora fondamentali nuovi dischi come quello dei Car Seat Headrest o nuovi film come Neruda nonostante siano decenni che compriamo dischi e vediamo opere cinematografiche.
Si può rispondere in vari modi, tutti corretti in quanto personali: lo facciamo per divertimento, per passione, per ricerca di bellezza, per senso di appartenenza, perché quella è la nostra vita (o anche parte del nostro lavoro, nel mio fortunato caso).
Non so voi, ma io nell’ascoltare musica e vedere film mi sento anche meno stronzo e questo lo aggiungo a tutte le motivazioni appena elencate.

Se ti immergi nelle vite degli altri (vedi immersione nel Biografilm) , attraverso le loro storie, che poi sono le storie di tutti noi con le nostre fatiche, le nostre speranze, i nostri sogni e vai a casa con pensieri stronzi, allora sì : sei proprio stronzo e ci sarebbe bisogno di un time out con qualcuno che lo venga a dire in maniera diretta. Ma se il time out diventano le storie stesse, tutto può diventare uno stimolo.

Il Biografilm compie 12 anni e si presenta nella sua edizione “monstre” : 89 film di cui 21 in anteprima mondiale e 26 in anteprima europea, tra cui il grande merito di portare le ultime opere di grandi autori come Ken Loach , fresco vincitore a Cannes, Werner Herzog e Pablo Larrain (che con il suo “Neruda” conferma di essere a mio avviso uno dei più grandi, poetici e visionari narratori del nostro tempo). Guardando indietro, si tratta della mia 11esima partecipazione, il mio interesse nacque nel 2006 con “You’re Gonna Miss Me”: bel documentario sulla vita di Roky Erickson dei 13th Floor Elevators, da allora non si è mai spento e ogni anno in quei 10 giorni di giugno mi sento meno stronzo.
Da alcuni anni , vista l’offerta qualitativa sempre in crescita, il Festival dedica una apposita sezione alle biografie musicali.
Quest’anno sulla carta il programma non presentava storie di artisti a noi vicini (ad eccezione di una mia personale simpatia verso Johnny Cash e di una rassegna Sky di cui parlerò in chiusura); è stato ugualmente un piacere entrare in mondi a me lontani, ma non per questo meno interessanti.

Fedele alla legge del “Fiver” , ecco i 5 titoli musicali che mi permetto di segnalarvi, in attesa dell’uscita in future possibili distribuzioni italiane

Elvis e Nixon
Se siete fan di Elvis state lontani da questo film. Se invece avete di lui la stessa considerazione che ne avevano i Living Colour, allora troverete come me questo film molto, molto divertente.
La storia (improbabile ma vera) è quella del desiderio di Elvis di incontrare il Presidente Nixon al fine di essere nominato Agente Federale contro la droga ed i pericoli derivanti dalla cultura giovanile alternativa negli Stati Uniti. Un altrettanto improbabile, ma molto simpatico, Michael Shannon interpreta Elvis Presley, Kevin Spacey interpreta invece Nixon alla sua maniera, risultando cioè praticamente e spassosamente perfetto.
Un film a mio avviso riuscitissimo. Da vedere, per 90 minuti di ottima e dissacrante commedia americana in cui i miti vengono ridotti a macchiette.

All these sleepless night
Si cambia completamente genere, mood, paese. Siamo a Varsavia, in una Varsavia molto moderna e non più così insipida e noiosa per i giovani come poteva essere negli anni 90 (parole che provengono direttamente dal regista altrettanto giovane Michal Marczak presente al Festival e fresco vincitore – per questo film – del Premio alla Regia all’ultimo Sundance). Una Varsavia invasa dalla musica elettronica, dai club e dai giovani che li frequentano. Marczak si concentra su uno di questi (in stile fiction) e narra una storia fatta di notti passate a sballarsi, parlare, amare, vivere. Non è un film sulla musica, ma che vede la musica (elettronica, tra cui spicca Caribou) come spina dorsale della storia. Un film alla “Sonar “ o alla “Robot Festival”, che infatti risultava tra i promotori della proiezione. Marczak è al secondo film e gira in maniera molto sensuale, un nome sicuramente da segnarsi.

Miles Ahead
Uno dei titoli musicali più attesi alla vigilia, se non per l’importanza della produzione: il Miles Davis scritto, girato ed interpretato da Don Cheadle. Anche in questo caso, non so se il film potrà essere apprezzato dai fan di Davis.
Non risalta quasi per nulla la sua genialità, la sua storia musicale di rottura e innovazione, la sua creatività. Vengono invece accentuati i suoi lati caratteriali, il suo essere tossico, l’atteggiamento da mezzo gangster. Se si può dare un voto 8 al Don Cheadle attore (ottima la sua voce e la sua interpretazione), si fatica a dargli la sufficienza come sceneggiatore. La sua decisione è infatti mischiare avvenimenti realmente accaduti (l’abbandono della scena di Davis tra il 1975 e il 1980) ad avvenimenti inventati (un improbabile furto di sue registrazioni), per un film che nelle intenzioni vuole essere molto jazz, ma che rischia di arrivare allo spettatore medio non jazz, come un’opera confusa e con poca anima.

Strike a Pose
Veniamo ai documentari. Storica colonna vertebrale del Biografilm .
Mai avrei detto di potermi appassionare ad un documentario sul “Blonde Ambition Tour” di Madonna del 1990, il primo tour di spettacolo a 360 gradi che la musica pop ricordi. Il merito della riuscita dell’opera è quello di disinteressarsi completamente del personaggio Madonna e di concentrarsi invece, a 25 anni di distanza, sui 7 ballerini che l’hanno accompagnata per un anno durante il tour mondiale. Ne esce uno spaccato di vita molto interessante e a tratti toccante, sull’essere star a 20 anni ed essere dimenticati a 21, sul chiedersi cosa fare negli anni successivi per riprendersi, sul buttare via la propria vita, sull’Aids che falcidiava negli anni 90. 6 persone (1 dei ballerini è infatti già scomparso) che mettono a nudo tutte le debolezze della loro vita, per un documentario molto intenso e ottimamente costruito.

The Music of Strangers. Yo-Yo Ma & the Silk Road Ensemble
Poi ci sono dei documentari di cui non ti innamori, ma a cui auguri una lunga vita carica di successi in quanto opere importanti. La storia è quella di Yo-Yo Ma, da molti considerato il più grande violoncellista vivente e del suo progetto di “musica globale” nato nel 2000 e finalizzato alla fondazione del Silk Road Ensemble , un’orchestra formata da musicisti provenienti dalle più disparate zone del mondo. Scopo della Silk Road è anche quello di diffondere una cultura di pace e convivenza attraverso la musica e toccando luoghi dove la guerra ha soffocato l’arte. Il documentario è un susseguirsi di immagini , musiche e testimonianze dei grandi musicisti siriani, iraniani, cinesi, europei e americani che compongono l’orchestra. E’ un film furbo, che strizza l’occhio al grande pubblico con immagini e suoni potentissimi, ma non c’e’ nulla di male e se il tutto è fatto per veicolare ottimi messaggi ben vengano queste produzioni (in stile “Real World” di Peter Gabriel, per fare un parallelismo musicale).

In chiusura, segnalo anche la serie inedita Sky “Rotte indipendenti” presentata in anteprima al Biografilm. Si tratta di un excursus sulla musica indipendente italiana attraverso puntate monografiche su Bologna, Milano, Roma e Torino. Il lato nostalgico non è mai stato il mio forte, ma sicuramente la serie è importante sia dal punto di vista di ricostruzione storica, sia per riportare in essere immagini piuttosto rare. La serie è attualmente in onda su Sky Arte e presente anche sulla piattaforma on demand.

Alla fine la Fortitudo non ce l’ha fatta a risalire in Serie A1, si è fermata all’ultimo gradino di finale, Gara 5. Traslando un coro molto caro ai fortitudini, nella vita non si vince mai un cazzo. Ma se si continua a “difendere, pressare, attaccare la palla e passarsela” tutto può risultare molto più sensato e divertente.

MASSIMO STERPI

PS16 day 3 – perfetti (Fiver # 25.2016)

ma è ancora pomeriggio e sono con i miei amici al main stage per Wild Nothing. Ieri abbiamo tirato mattina in giro per Barcellona, città da favola: c’era più gente all’alba che mentre venivamo qui oggi, alle cinque di pomeriggio. Ci muoviamo verso il palco Heineken: non possiamo perderci il prossimo concerto.
Un messaggio: Giulio che sta arrivando, ci vediamo al bar 1 qui di fianco fra un’ora e ci guardiamo assieme Brian Wilson. Perfetto.
Stanotte voglio stare con lui: l’ultima notte di festival, di Barcellona. Chissà se ci vedremo più. È così bello e mi piace come mi guarda, come mi parla. Come studiava i miei tatuaggi l’altra mattina, a letto, mentre gli raccontavo il perché di quelle fenici, mentre gli dicevo cose di cui non parlo mai, che non racconto quasi a nessuno. Ma con lui era tutto così naturale, semplice.

Così normale, come fossimo sempre stati intimi, una questione di pelle e pancia.
Uddi mi tira la maglia oversize di Florence and the Machine: Jack è appena salito sul palco con la sua chitarra e sta già partendo To Know You e Arna, che è venuta da Holar apposta per vedere suonare lui, salta in preda a un crisi isterica.
Domani torno a casa, a Kopavogur e al suo mare giusto un pelo più freddo di questo.
Ma oggi ho voglia di non pensarci e godermi l’ultimo giorno di musica e birre e caldo coi miei amici e ho voglia di Giulio, di stringerlo tutta la sera. Tutta la notte.

Oggi tour dei bar con Carlo e i suoi amici: ce lo siamo promessi ieri mentre ci facevamo quell’hamburger prima di separarci, io per i miei Dinosaur Jr., lui verso Radiohead.
Giulia a zonzo con le ragazze e poi mi sa presto sotto l’Heineken per sentire Wild Nothing.
Niente Bob Mould. Mi perdonerà. Per fortuna sono abbastanza vecchio da averlo già visto almeno un paio di volte.
Arriviamo alla salita del Forum che ci siamo già bevuti una vasca di birra. Mi sono perso Brian Wilson, ma di vedere il suo cadavere dietro al pianoforte me ne fregava il giusto.
Sono le nove, dobbiamo muoverci per arrivare all’H&M che fra mezzora attaccano i Deerhunter che sono la vera figata di questo festival e non me li voglio perdere.


Scrivo a Giulia. “Arrivati. Deerhunter”. Mi risponde: “ci guardiamo assieme Sigur Ros?”

Certo che ce lo guardiamo assieme, ma prima c’è PJ e qui sarà una bolgia tutta la sera: da un palco all’altro in sequenza fino a notte a fare ping pong fra i due main stage. Stasera chi si muove da qui?

Raggiunta Fenice che Wild Nothing ha finito di suonare da una mezzora. Sul palco H&M una band spagnola che non si poteva sentire. I suoi amici se n’erano andati a vedere Richard Hawley al Ray-Ban. Noi ci mischiavamo alla folla un po’ hippy del live di Brian Wilson perché io volevo aspettare PJ Harvey sulle transenne.
Pet Sound, gran disco e abbiamo superato il primo quarto d’ora in cui volevo andarmene per il disagio di vedere Brian issato sul palco e parcheggiato dietro al suo pianoforte, braccia molli lungo i fianchi e occhio assente. Passati i primi pezzi, in realtà è stato bello vedere sorridere e cantare uno che ha consumato la vita come lui. La follia ed essere ancora qui. Alla fine sono contento di averlo visto e di aver canticchiato con lui Wouldn’t It Be Nice ballando con Fenice che non sapeva chi fosse finché non si è illuminata al sentire “Beach Boys”.
Troppo giovane per memorizzare un nome così lontano. E così maledettamente bella con i capelli raccolti in due trecce che sembrano fatte apposta per ballare tra le hipster finto freakkettone che con gli occhiali da sole tondi cantano a squarciagola tutti i pezzi.
Ma adesso è buio da un po’ e tutti qui aspettano la regina del Primavera.

E lei arriva ed è lei. Unica. Abito lungo, elegantissimo. Sassofono e capelli acconciati. Lei non suona la chitarra (maledizione, ti ho pregato di prendere quelle sei corde in mano ogni volta che ti vedevo chinare ai piedi della batteria) ma canta e balla ed è magnetica e la folla è rapita, si muove appena come fosse coinvolta in un rito, qualcosa di più grande di un concerto.
La sacerdotessa officia il suo sabba di musica e vibrazioni e comincio a sentirmi lontano dal mondo, da qualunque preoccupazione: pieno di energia che si muove fin nella pancia e lascio che siano le note dal palco a guidare la sera nel buio di Barcellona.

E lo sapevo. Li aspettavo. Ho lasciato PJ a metà per correre sotto al palco H&M perché non mi volevo perdere nemmeno una nota. Niente. Jon, Georg, Orri e gli altri sono sul palco da una ventina di minuti e su tutta l’area mainstage è caduto un silenzio surreale. Eterei come sempre, ma qui è qualcosa di più, con quel retropalco enorme e le proiezioni che sembrano voler uscire dagli schermi, le luci magiche. Indescrivibile. Tanta gente piange. Io, a tratti, non so più dove sono e stringo la mano di Maria che ha il volto rigato dalle lacrime ma sorride.


Marco arriva, improvviso, e mi prende la mano mentre un piccolo boato e singhiozzi accompagnano le prime note di Untitled1: « visto che ti ho trovata anche sta volta? » e mi abbraccia e sembra di essere su un altro pianeta. I Sigur Ros dal vivo ti fanno sentire che esiste qualcosa oltre la materia, qualcosa che sta attorno e che loro sono riusciti ad imprigionare e rendere, ogni volta, da un palco che diventa un posto lontanissimo. Da un’altra parte. Non su questo mondo e mi lascio andare all’abbraccio di Marco che fa il duro ma sento il respiro che cambia e quando gli carezzo il viso è umido sotto gli occhi e non potrebbe non essere così.

Giusto il tempo di riprenderci dagli schiaffi al cuore dei Sigur Ros con un paio di birre e sul palco di fronte inizia a suonare Moderat. Ultimo big di questo festival. Sento già la malinconia di domani, quando tornerò dalle ragazze a prendere la borsa. Quella malinconia che sentivo da bambina l’ultimo giorno di vacanza al mare, quando si salutavano le amiche diventate sorelle in tre settimane, depositarie dei segreti più intimi. I ragazzi con cui si era riso per giorni e giorni e lui, che già faceva il duro e si accendeva di nascosto della paglie in pineta. Lui che era stato il primo bacio vero. E ci si scambiava indirizzi su foglietti che a settembre sarebbero andati perduti ma quel giorno, erano la cosa più preziosa da tenere con sé.
Marco mi guarda coi suoi occhi da cucciolo preoccupato: « tesoro, tutto bene? », « certo » sorrido stiracchiando le braccia: « sono un po’ stanca. Vai a prendere due birre che non ho voglia di fare la fila? ».
Mi giro verso il palco mentre Marco va al bar, col suo passo sghembo che mi piace tanto. Forse sono davvero innamorata di lui e devo solo dirmelo. E dirglielo.
Ci pensiamo domani.
E tu guarda chi c’è lì davanti a me a ballare come un deficiente… Pochi metri e lo prendo per la felpa. Ci mette qualche secondo a capire che qualcuno lo sta tirando. Si gira. Allarga un sorriso bastardo da passerella. Ma è contagioso. Mi guarda e si mette a ridere: « ciao ».
Faccia da schiaffi. Ma viene da ridere anche a me: « ciao ».

E poi suoneranno ancora Ty Segall, Julia Holter e forse riusciremo a vederli e poi chiuderemo tutto ballando ubriachi le maragliate di Dj Richard e Dj Coco, storici sbaraccatori del Primavera Sound, ma adesso siamo in migliaia con le braccia al cielo perché Moderat ha fatto partire la sua A New Error e vedo Fenice che salta a ritmo mentre va a prendere altre due birre – ti vedrò mai più? Ci sarai sempre? domande che adesso non hanno peso – e io non posso stare fermo e questi quattro giorni mi pulsano dentro a ritmo di questo che d’ora in poi per me sarà il pezzo di chiusura del Primavera Sound 2016. Quattro giorni pazzeschi e meravigliosi, ricaricare le pile e svuotare la mente, riempire il cuore e liberare il corpo.
Perfetti. Quattro giorni perfetti. Perfetti io e Fenice, i sorrisi che ho incontrato, le albe che ho visto.
Sento tirare la felpa. Mi giro: Giulia. La milanese. Scoppio a ridere: « non ci credo! ».
«Te l’avevo detto che ci saremmo bevuti quella birra…».
Incontro lo sguardo di uno che ho già visto. Certo: ieri, palco dei Dinosaur Jr., ci siamo salutati. Forse uno che ho conosciuto al Covo. O al Freakout. O all’Hana-Bi. O chissenefrega.
Sorrido. Fenice sta tornando che ancora saltella spandendo birra da tutte le parti. Potrei guardarla per ore.
Perfetti.
Giulia fa spallucce, il suo muso da furbetta con gli occhi grandi, alza il bicchiere che il tipo, un po’ perplesso mentre cerca di capire dove mi ha visto, le ha appena dato. Non riesco a smettere di sorridere e

Fabio Rodda