I wanna Go Backwards (maybe) (Fiver #08.2017)

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Jimi Hendrix suonò a Woodstock che aveva 25 anni.
Bob Dylan a 25 anni si schiantò guidando una Triumph e mise fine alla prima parte della sua carriera.
Jim Reid dei Jesus and Mary Chain aveva 23 anni quando pubblicò il primo disco del gruppo, Psychocandy
Kurt Cobain (nato nel mio stesso anno) a 27 anni era già sepolto.
Potrei continuare per ore in questo modo. La musica che ascolto è sempre stata una faccenda legata a doppio filo alle vicende giovanili.
Basta prendere una classifica qualsiasi, tipo quella dei migliori dischi degli anni novanta (tanto per non sbagliare) , pubblicata da Pitchfork. Tra i primi dieci solo due (Wayne Coyne dei Flaming Lips e Robert Pollard dei Guided By Voices) avevano superato i trent’anni al momento della pubblicazione del disco finito poi tra i migliori del decennio. Dagli anni sessanta e per almeno altri quattro decenni il trend è stato quello: l’arte musicale è stata sempre una faccenda di cultura giovanile o ad allargarsi appena un pochino di quell’età che dalla giovinezza sfocia in una prima presunta maturità.
Questa cosa dell’età, inevitabilmente, torna spesso nei discorsi della nostra chat privata, quella dove io, Arturo e Massimiliano ci confidiamo vicendevolmente la gioia ma talvolta anche l’imbarazzo di stare ancora in giro a parlare di dischi, di musica, di musicisti, di serate dove inevitabilmente le nostre carte d’identità mostrano inesorabilmente i segni del tempo. Il fatto che non si direbbe minimamente osservandoci conta relativamente. La realtà è che ho un figlio che mi chiede: ma tu li conosci i Pink Industry? Ed è una domanda che un po’ mi fa piacere. Non tanto perché li conosco davvero ma soprattutto in quanto un ragazzo di vent’anni possa interessarsi ad una band come quella. Viene fuori l’orgoglio del genitore che magari dovrebbe essere riservato a qualche occasione più importante ma ognuno ha la propria storia alle spalle e io sono contento della mia, in fondo. A proposito, Jayne Casey, quando debuttò nel 1983 con il primo disco di Pink Industry aveva 27 fantastici anni.
PINK INDUSTRY – Don’t Let Go

Ho come l’impressione però che non siamo solo noi ad invecchiare e che l’ambito della musica popolare di qualità non sia più ristretto all’età giovane come era sempre stato, fin dagli albori, dal primo giro di bacino di Elvis in avanti.
Prendiamo sempre Pitchfork, per comodità. La classifica dei migliori album dell’anno concluso da poche settimane. Dei primi dieci solo tre sono dischi di gente con meno di trent’anni (Frank Ocean, Chance The Rapper e Angel Olsen). La proporzione si è completamente ribaltata. Adesso i dischi migliori, presumendo per un attimo che i dischi della classifica di Pitchfork siano davvero i migliori (e comunque non è questo il punto), sono per il 70% prodotti da gente che ha superato i trent’anni. Quattro su dieci (Radiohead, Anhoni, A Tribe Called Quest, David Bowie) sono abbondantemente oltre i quaranta. Insomma invecchiamo noi, invecchiano gli artisti e non sono proprio sicuro che non stia invecchiando anche il pubblico di riferimento.
La mia ostinazione nell’ascoltare e nel ricercare musica nuova penso che abbia un qualcosa di patologico, ormai. Dovrei accontentarmi di ascoltare i soliti vecchi e rimanere allineato e coperto con i compagni della mia generazione, finirebbe che potrei pure vantarmi di stare perfettamente in sintonia con la critica musicale che conta. Alla faccia degli ultimi Fiver che ho pubblicato su queste pagine: The Molochs, Posse, Hand Habits, Meilyr Jones, QTY, Flasher, Cory Hanson, Sam Evian, Sacred Paws…..gente che spesso non ha neppure un album alle spalle e che con tutta probabilità non ha ancora compiuto trent’anni.
Ho letto una cosa interessante ultimamente. Uno scambio di opinioni tra musicisti nato in maniera del tutto casuale su uno dei soliti social network. Mi sembra che fosse Robin Pecknold dei Fleet Foxes a portare avanti una tesi suggestiva. Diceva, riassumendo in poche parole, che la musica è codificata come lo sono le emozioni. E ad una mappatura emozionale corrisponde una relativa colonna sonora. Un universo di sentimenti differenti che trovano espressione attraverso la musica e che ognuno di noi, alla fin fine, cerca sempre di rivivere. Come se si fosse sempre e comunque alla ricerca di rinnovare il momento originario, quello che ci ha catturato e fatto diventare ascoltatori consapevoli . Alla fine ascoltare gruppi “nuovi” è insomma un tentativo di perpetuare le infinitesimali variazioni delle nostre codifiche preferite, da quella “Big Star” fino a quella “My Bloody Valentine”, per quanto mi riguarda. A tutto c’è una spiegazione, alla fine dei conti. Si tratta solo di capire se quella mappatura emozionale che trovava una via di espressione attraverso la musica (e comunque l’arte in generale) di colpo non abbia, dopo quasi sessant’anni, trovato un’altra strada dove confluire. Ad osservare il pubblico di certi concerti e le classifiche di fine anno sembra più una certezza che un vero e proprio dubbio. Quale sia questo nuovo percorso proprio non saprei dire, però.

I also read many years ago — before the internet in this case, so it must be true — that the most you can change yourself if you do everything you possibly can, is 5 per cent. After 32 I think that number goes down to about 1 per cent. I’m unsure how they measured this, but I do think I’m right. (Douglas Coupland)

Douglas Coupland è uno scrittore brillante. Ma forse già lo sapete. Le cose che scrive per il magazine del Financial Times sono puro intrattenimento (https://www.ft.com/content/77c17fb6-ecfc-11e6-930f-061b01e23655) questo è il link del suo intervento più recente. Non tratta esattamente di musica ma mi è venuto comunque in mente scrivendo queste righe. Mi sono messo il cuore in pace leggendolo, diciamo così.
Potremmo utilizzare la formula dell’1% in chiave musicale: ascolto 350 dischi differenti in un anno. Al massimo 4 saranno quelli davvero distanti dalla mia personale mappa emozionale di riferimento, di conseguenza.
Posso cambiare al massimo per l’1%. Del 5% se fossi più giovane di 32 anni.
Lo scrivevano prima dell’avvento di internet. Sarà sicuramente vero.

ROBYN HITCHCOCK – I Want to tell You About What I Want

Ad ascoltarla distrattamente potrebbe sembrare un’onesta canzone pop neppure troppo originale. Eppure come tutte le canzoni di Robyn Hitchcock ha un tocco di stravaganza che sfiora il genio. Sentirlo così in forma è quasi commovente, il buon vecchio Robyn. Uno che merita di essere seguito sempre e comunque. Il disco nuovo promette di essere un piccolo gioiello per tutti quelli che amano determinate atmosfere. Chitarre e melodie innanzitutto. Circondato da ospiti che fanno presagire un possibile capolavoro: Brendan Benson (Racounters), Gillian Welch, Emma Swift, Pat Sansone (Wilco, The Autumn Defense) e Grant-Lee Phillips.

MOON DUO – Creepin’

Quello che hanno messo in piedi nel corso degli anni i Moon Duo è davvero sorprendente. Partito come un progetto parallelo senza troppe pretese si è trasformato anno dopo anno in una realtà tra le più importanti del rock venato di psichedelia. Ipnotiche ritmiche kraute, chitarre fuzz, sintetizzatore, il tutto venato da un’anima noir, da ascoltare a volume indecente, per la gioia dei vicini di casa che amano in maniera particolare osservare il tetto della vostra cameretta prendere il volo. In quell’ambito di suoni decisamente il meglio in circolazione, al momento.

FRED THOMAS – Brickwall

Irrefrenabile si dice in questi casi. Fred Thomas è un ragazzone così, non riesce a stare fermo un momento. Dall’epoca del suo primo gruppo (1994), i Chore, è stato tutto un susseguirsi di collaborazioni, produzioni e progetti in proprio. Alcune cose, in particolare i quattro album prodotti sotto il marchio Saturday Looks Good To Me, lo hanno portato alla ribalta della scena indie a stelle e strisce. Questa canzone è contenuta nel suo nuovo album solista, Changer, che è semplicemente un disco di grandi canzoni. Mette in risalto l’amarezza di aver perso per strada gli amici di un tempo, tutti ossessionati dallo scattare fotografie dei propri figli. Per loro ti trasformi in un ricordo sbiadito che perde d’importanza giorno dopo giorno. L’invocazione finale “come back and be my boyfriend again” sai comunque già in partenza che rimarrà inascoltata. In compenso ci scrivi una canzone sopra. Una di quelle che rimangono nella memoria. Sempre meglio di un selfie con gatto e bambini.

AMBER ARCADES – It Changes
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Poi ti ritrovi ad aspettare la bella stagione. Il pensiero corre a quel momento in cui potrai aprire la finestra e il sole ti farà socchiudere gli occhi. Ogni anno ci sono un paio di brani adatti all’occasione. Mi tornano in mente gli Alvvays oppure le Veronica Falls, in tempi recenti. Talvolta si ha bisogno di leggerezza e melodie, di fischiettare un ritornello che ti rimane in testa dopo un solo ascolto, di farsi travolgere dalla semplicità di chitarre indie che hanno la sola pretesa di cambiarti l’umore. Ricordate: spring is coming, che lo vogliate o meno.

CESARE LORENZI

Godzilla e storie di ordinaria incomprensione (Fiver #07.2017)

Mark Eitzel

Mark Eitzel

E poi ti rendi conto che non te ne frega quasi più niente. Che il macro (cosmo) nella tua testa è diventato micro. Perdi contatto. La capacità di interessarti a storie che non ti accadono “addosso”, con gli anni, è scomparsa. O quasi.
Invidi (?) e ti sconcerta chi ha le antenne sempre dritte e, soprattutto, ha sempre qualcosa da dire su ogni argomento, che sia la morte di George Michael o di Carrie Fischer, Rigopiano, Gianluca Vacchi o la strage di Aleppo.
E’ in quei momenti che ti aggrappi alle tue piccole, insulse, sicurezze. Come la voce di Mark Eitzel.
Vai a a letto e, per recuperare il sonno disperso tra il divano e la camera da letto, indossi la cuffia, chiudi gli occhi e fai partire il nuovo Hey Mr Ferryman. Un paio di canzoni e buonanotte, pensi.
Ma ti sbagli, non va così. Quella voce risveglia sinapsi assopite, quando non addormentate, e tornano alla mente vecchie storie attraverso una lente deformante di dolorosa seppur addolcita malinconia.
Come una mattinata, di ritorno dalle scuole medie. Non sai cosa lo avesse innescato ma a un certo punto, mentre si arrancava per una salita, partì un coro di scherno contro ogni componente della tua classe. L’epiteto che ti toccò in sorte fu “romantico”. Col senno di poi poteva andarti anche peggio, indubbiamente, ma in quell’occasione la parola ti fu lanciata addosso come un insulto. Di cosa eri colpevole? Doveva essere il ’77 o il ’78 e ancora dovevi immergerti nella malinconia compressa di Joy Division, Cure o Smiths ma, evidentemente, gli altri leggevano segni che tu ancora non vedevi.
Senza sbagliare di molto, in realtà.
Seppur sconfortato dall’incomprensione generale ti venne in mente un racconto di Woody Allen nel quale veniva descritta questa lunga fila per accedere al cospetto di una stramba entità superiore capace di leggerti dentro ed elargirti il dono più appropriato.
Indubbiamente una simile entità superiore ha regalato a gente come te gli American Music Club.
Sugli American Music Club sei arrivato intorno a California, un po’ in ritardo perciò. Ma ne eri rimasto sgretolato. Una colonna sonora perfetta per il triste romanticismo che a volte ti divorava.
Li hai visti un’unica volta dal vivo al festival di Reading nel 1994. Mark Eitzel che sogghigna sibilando “The next song is not a sad song … it’s a pathetic one” una delle poche cose che ti ricordi.
Non ha mai fatto figo ascoltare gli American Music Club. C’è un limite di sopportazione di canzoni tristi per ognuno. E’ che il tuo limite è abbastanza alto. Ti è sempre piaciuta la musica triste o, più esattamente, quella che evoca storie tristi. E disperatamente romantiche.
Una recensione su Rumore di Cesare si concludeva con le parole: “storie di ordinaria incomprensione”.
Era una recensione che traduceva molto bene in parole la sensazione che davano le canzoni degli American Music Club. Questo senso di sconfitta, l’amarezza nel constatare l’impossibilità di far funzionare quello che non può funzionare. Una dolente, ineluttabile, accettazione. Ma la voce e la penna di Eitzel hanno sempre evocato anche sorrisi stralunati e dalla piega amara.
Un titolo come What Godzilla Said To God When His Name Wasn’t Found In The Book Of Life nella tua personalissima concezione vale centinaia di lyrics di altri artisti.
Mestamente, secondo il senso comune, Mark Eitzel è un perdente. Uno che dopo quasi 30 anni a fare dischi e suonare in giro per il mondo deve, nelle sue parole, affittare casa sua per far quadrare i conti.
Il romanticismo disperato non paga. Non paga i tuoi conti, almeno.
Però tu, e scommetto altri “romantici” come te, devi un sacco di meravigliosi, disperati, momenti tristi a Mark Eitzel.
Perchè ti ricorda chi sei.
Perchè apri gli occhi e già te ne frega un po’ di più.

Mark Eitzel “An Answer

Grandaddy “Evermore

E poi ti ritrovi stanco e incattivito, con un carrello della spesa un sabato pomeriggio in un supermercato periferico a lanciare una brutta occhiata alle ragazze davanti a te che ridono rumorosamente mentre sono in fila al banco degli affettati. E’ in momenti così che tutto quello di cui hai bisogno è una canzone come Evermore che ti strattona per la giacca e ti fissa negli occhi con un sorriso di rimprovero. La notizia del ritorno dei Grandaddy ha lasciato molti un po’ tiepidi, compreso il sottoscritto. Ma forse ci eravamo dimenticati che Jason Lytle è uno dei nostri. Barba incolta, la faccia di uno fuori posto un po’ ovunque. Ma con un armadio pieno di melodie sghembe pronte a ricordarci le cose importanti.

Gomma “Aprile

Al recente Inverno festival ci hanno spettinato di brutto (oddio per molti di noi è un modo di dire..). I ragazzi sembrano svogliati studenti fuori sede con la pizza nel cartone sulle ginocchia in attesa del posticipo di Sky, finché non cominciano ad inanellare giri di chitarre dissonanti che atterrano in una località imprecisata sulla mappa, tra Fugazi e Massimo Volume. Lei, giovanissima, con carisma in considerevoli quantità, ed un taglio di capelli da ospedale psichiatrico, declama testi mai banali con alcuni cambi di tono imprevedibili nella loro ricchezza di sfumature. Una bella sorpresa veramente che ha lo strano potere di farmi sentire vecchissimo e carichissimo allo stesso tempo.

Two Moons “Being Here

Nipotini dei sopracitati Grandaddy, cresciuti con una dieta di slackerismi assortiti i Two Moons rendono onore alla scena di Portland. Una scena che probabilmente me la sono immaginata io nella mia testa e qualche altro amico perché nessuno dei gruppi che stiamo incensando insensatamente da tempo è mai riuscita a raggiungere consensi appena decenti.
Ma questo la dice lunga su di loro. E soprattutto su di noi.

Jesus And Mary Chain “Always Sad

A proposito di tristezza, chi si sarebbe mai immaginato che Jesus And Mary Chain fossero ancora capaci di sfornare una canzone come questa? Intendiamoci, è sempre la solita canzone. Ho provato a cantarci sopra Happy When It Rains (sempre una questione di triste/felice…) e ci cascava sopra alla perfezione.. Ma questo è un grande pezzo, rilassato e disperato con la voce di Bernadette Denning che fa da contrappunto perfetto a Jim Reid.
Per me i J&MC sono il primo ascolto di Never Understand su Radio Città Futura, così dissonante da pensare che la radio fosse scassata. Sono Bill Murray e Scarlett Johansson che si perdono nella folla di Tokyo con Just Like Honey che ti uccide ogni volta. Sono la curiosità di conoscere un nome nuovo sulle pagine del tuo giornale preferito e che un giorno diventerà la colonna sonora della tua vita.

Massimiliano Bucchieri

Indispensabile (Fiver #06.2017)

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C’è stato un momento nella vita in cui ho pensato che forse me la sarei anche potuta cavare con poco. Che poteva esistere, nascosto da qualche parte, un tipo di mestiere che mi avrebbe consentito di mettere assieme uno stipendio sufficiente a campare realizzando cose che mi piacevano veramente e poteva anche esserci un tipo di vita che avrei potuto portare avanti per conto mio arrivando in fondo senza attirare attenzione, facendomi gli affari miei. Sarei rimasto rannicchiato in qualche angolo dove la luce non sarebbe mai arrivata a far vedere la polvere, mettere in evidenza i graffi e le ammaccature, rimarcare le cicatrici. Immagino che avrei potuto farlo sul serio con un po’ di convinzione e di coraggio in più. Se non ne sono stato capace la colpa è solamente mia che non ci ho creduto abbastanza e alla fine ho fatto altre scelte, quindi non me la prendo con nessuno.
Nel tempo il rimpianto per non aver tentato di andare fino in fondo si è attenuato e ormai capita raramente che ci pensi, me la son fatta andar bene così e non è nemmeno andata tanto male. Però quando mi capita di incontrare un tipo come Andrew Fern questa faccenda mi torna in mente e mi strappa un sorriso più dolce che amaro al pensiero che lui è quello che volevo essere io. Lui ce l’ha fatta.
Non ho effettivamente idea se a Andrew Fern per vivere sia sufficiente il lavoro che gli vedo fare, ma se lo è lui è il mio modello ideale. Andrew Fern è l’uomo che negli Sleaford Mods fa quello che non canta. Se non li avete mai visti dal vivo date un occhiata a un video qualunque. Se ne sta in un angolo con una mano impegnata a tenere stretta una birra e l’altra in tasca, probabilmente indaffarata a grattare le palle. Si muove con dinamismo decisamente moderato e annuisce. Quando crede sia il momento di agire pigia, presumibilmente a caso, il tasto di un qualche aggeggio elettronico appoggiato nei suoi paraggi. La sua presenza è di quelle a bassissimo valore aggiunto dal punto di vista tecnico ma di enorme potenzialità ideologica, oltreché estetica. Andrew Fern non è mosso dalla rabbiosa acidità alcolica che carica la molla al suo amico Jason Williamson. A lui pare non importare un accidenti di niente di nulla e di nessuno. Lui si astrae, se ne tira fuori e utilizza l’unico sistema per restare sereno in un’epoca come quella che stiamo vivendo, un’epoca in cui la gente secondo logica dovrebbe stare in strada giorno e notte con un fucile carico in mano spianato contro qualcosa e contro qualcuno. Ognuno scelga a proprio gusto chi è il qualcuno e qual è il qualcosa. Lui guarda le cose, ci passa vicino e riesce a ignorarle consapevole del fatto che quando non ti frega un cazzo di nulla, nulla ti può scalfire. Essendosi come chiunque altro ormai arreso a tutto, nelle ideologie così come in qualunque passaggio della vita quotidiana, Andrew Fern attua l’unica mossa possibile: non potendo cambiare il mondo agisce in modo che il mondo non cambi lui. E così vince. Tanto a macinare incazzatura ci pensa il socio, che è anche quello che si espone alla luce mostrando graffi, ammaccature e cicatrici. Assieme loro due, Andrew Fern e Jason Williamson, mi ricordano incidentalmente che la musica con cui sono nato, quella che un tempo qualcuno definiva alternativa perché effettivamente era un’alternativa a tutto il resto non solo per come suonava ma anche perché era un’attitudine che indicava uno stile di vita altro, non è una musica con cui teorizzare con gli amici al bar di un social network pesando ogni parola per stare attenti a non urtare la sensibilità di qualcuno. Ancor più questi due mi rammentano che la musica che mi piace sul serio non è solo musica ma è una chiave per accedere a altri immaginari e (sotto) culture diverse. Che la musica che mi piace per davvero può anche non essere formalmente bella e socialmente corretta ma può avere il sapore guasto di una vodka da due soldi comperata al discount, l’odore acre del piscio schizzato contro il muro di un vicolo e il ritmo ostile del ringhio hooligano in curva a Millwall.
Per questo, al di là di qualunque gusto musicale, al di là della bontà dei dischi e delle canzoni, al di là del bene e del male, oggi gli Sleaford Mods sono l’unico gruppo che mi è indispensabile tra quelli che conosco. 
L’unico che mi fa sentire vivo per davvero. 
L’unico.

Sleaford Mods “B.H.S.

Il nuovo disco degli Sleaford Mods si intitolerà English Tapas e uscirà per Rough Trade il 3 marzo.
Gli Sleaford Mods saranno in Italia a fine maggio per quattro date: il 27 al Santeria Social Club di Milano, il 28 allo Spazio 211 di Torino, il 30 al Locomotiv di Bologna e il 31 al Monk di Roma.

Priests “JJ

La voce di Katie Alice Greer, tipo piuttosto interessante a giudicare da quel che dice, mi ricorda quella di Beth Ditto delle Gossip, e non è un complimento da poco. La musica dei Priests è tirata e saltellante e il fatto che arrivino da Washington D.C. con la benedizione di casa madre Dischord è già di per se una garanzia. Sono in giro da un quinquennio ma il primo album, quello che contiene questo pezzo e che si chiama Nothing Feels Natural, esce solo ora per un’etichetta che gestiscono direttamente loro, la Sister Polygon Records. Mi mancava da un pezzo ascoltare un disco del genere.

Spartiti “Elena e i Nirvana

Con la musica italiana cantata in italiano ho sempre avuto un rapporto complicato, rapporto che negli ultimi mesi è diventato decisamente difficile, ai limiti della vera e propria rissa. Eppure gli Offlaga Disco Pax mi sono sempre andati a genio. Ai tempi di SG 1.0 scrissi anche una cosa su di loro. Se mi piacevano gli Offlaga ovvio che mi siano graditi anche gli Spartiti che in qualche modo possono considerarsi il logico proseguo. Max Collini ha un approccio al racconto capace al tempo stesso farmi ridere, pensare e in certi momenti pure commuovere e sulle qualità di Jukka Reverberi come musicista inutile stare a parlare. Questa canzone, per come la vedo io, racconta più cose sul rapporto tra un ragazzo e una ragazza di un qualunque trattato sociologico da mille pagine e la suspense riguardo a quale sia il disco che Elena porta in regalo a lui da Londra, sciolta attorno al minuto sei per quanto già svelata nel titolo della canzone, è la stessa che accompagna il tiro di un calcio di rigore al novantesimo.

Rat Columns “Someone Else’s Dream

I Rat Columns sono il classico gruppo che quando mi ritrovo tra le mani mi chiedo come mai non mi sia mai capitato di sentirne parlare prima. Hanno già due album e diversi ep fuori, un paio pubblicati peraltro da etichette che sono solito seguire (R.I.P. Society e Blackest Ever Black). Il disco nuovo, Candle Power in uscita a inizio marzo, sarà pubblicato da un’altra label che mi è cara, la Upset the Rhythm. Copio e incollo una frase che ho appena letto e che definisce questa canzone meglio di qualunque altra parola mi possa venire in mente al momento: is a sparkling piece of jangle pop bliss that sounds like it was ripped out of the catalogs of Razorcuts, Sea Urchins or early Go-Betweens. Punto e basta.

Fazerdaze “Lucky Girl

Fazerdaze è Amelia Murray, ragazza di Auckland con due ep autoprodotti a referto e un album in arrivo tra qualche mese. Morningside sarà il suo titolo e uscirà il 5 di maggio per la Flying Nun. Questo è il singolo che lo anticipa promettendo benissimo.
La prossima volta che nasco devo assolutamente ricordarmi di farlo in una di quelle isole sparpagliate in mezzo al Pacifico all’estremo est, laggiù sotto l’Australia.
Arturo Compagnoni

Trecento (Fiver #05.2017)

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Ho incrociato i Fugazi dal vivo tre volte e li ho sempre visti suonare in luoghi insoliti.
Una fabbrica abbandonata dietro la stazione della mia città, un campo da calcio di un paese alle porte di Bologna, una discoteca di Modena col pubblico seduto per terra, non ricordo se per scelta o se dietro richiesta della band. Direi senz’altro la seconda, perché di gente che volontariamente decide di starsene seduta durante un concerto dei Fugazi io non ne ho mai conosciuta. Anche gli Evens li ho visti suonare tre volte e anche per loro è valsa la regola della logistica inusuale.

Come qualcuno di voi si sarà certamente accorto con il giornale in edicola questo mese Rumore festeggia le sue trecento uscite. Io invece i miei trecento numeri li bollerò con qualche mese di ritardo, stante il fatto che le prime cose che scrissi vennero pubblicate nel numero 3, quello dell’aprile ’92 con in copertina l’Isola Posse. Erano giusto un paio di recensioni: Galore dei Primitives e Lazer Guided Melodies degli Spiritualized. Poteva certamente andarmi peggio come inizio. Assieme a me cominciò il suo percorso tra la musica di carta anche Cesare, con cui allora facevo radio dagli scantinati di Via Masi 2 sulle leggendarie frequenze di Radio Città 103. Sarebbe interessante ricordare come abbiamo iniziato, giusto per marcare ancora una volta quanto tanto i tempi siano cambiati, ma è una storia lunga e già il pezzo che segue è lunghissimo quindi facciamo un’altra volta. Scorrendo la lista dei nomi che collaborarono a quel numero del giornale mi accorgo di una cosa che già in realtà sapevo: sono rimasto l’unico reduce di quegli anni assieme a Giorgio Valletta e Claudio Sorge. Era una bella squadra e ancora oggi mi sorprende il fatto che io ci sia finito in mezzo.

In tutti questi anni ho raccontato molte storie e su quelle storie avrei altrettante storie da raccontare, alcune interessanti altre meno. Tra le cose che ho scritto ci sono scoperte ragguardevoli e cantonate altrettanto importanti, articoli scritti bene altri decisamente meno. Non mi sono mai spacciato per un giornalista nè tanto meno per un critico. Sono solo un appassionato di musica come tanti e di questa passione ho sempre scritto. Niente di più.
Ogni tanto capita che qualcuno mi chieda qual è, se c’è, un articolo cui sono più legato rispetto agli altri, qualcosa che ricordo con maggiore piacere. E certamente si, ce ne sono. In particolare ce n’è uno che mi è rimasto appiccicato addosso, per una serie di motivi: il soggetto trattato, le circostanze, le persone che in quel momento avevo attorno a me. Lo scrissi poco più di undici anni fa, quella volta che mi capitò di trascorrere qualche giorno con Ian MacKaye in giro tra la nostra east coast e il confine della padania.
Verso tre dita di Grey Gloose nel bicchiere e festeggio, rileggendomi l’articolo direttamente dal file word su cui lo scrissi allora.
Alzo il bicchiere congratulandomi con Rumore per aver resistito tanto a lungo e averlo fatto in tempi così difficili per la carta stampata e complimentandomi con me stesso per essere ancora vivo, anche se molto molto stanco.

The Evens
They’re all punk songs
(pubblicato su Rumore del dicembre 2005)
Avete presente la foto che sta sul retro copertina del primo omonimo disco degli Evens?
E’ una istantanea che ritrae i due componenti della band, Amy Farina e Ian MacKaye, a mezzo busto. Lei indossa una maglia nera a maniche lunghe, lui una t-shirt.
La foto è in bianco e nero dunque non potremmo esserne sicuri, ma giureremmo comunque che entrambi indossino quegli stessi vestiti la sera in cui li incontriamo per la prima volta.

IMMAGINE PUBBLICA LIMITATA
E’ il giorno in cui debutta il mese di novembre, giornata di festa, e al principio della sera il centro di Ravenna è immobile e vuoto. Il Teatro Rasi e il suo cortile paiono essere gli unici luoghi animati nel quartiere. Mentre all’esterno si consumano sigarette, dentro la coppia di musicisti sistema la scheletrica attrezzatura destinata a supportare lo spettacolo che di lì a poco andrà in scena.
Frequentandoli anche nei giorni successivi avremo modo di verificare che la coincidenza tra quella foto di copertina e il loro abbigliamento odierno non è per nulla casuale: lei difatti veste di nero, sempre, mentre per lui la t-shirt oversize è una divisa, quanto il berrettino di lana calcato in testa, la felpa nera col cappuccio a sostituire la giacca e il pantalone tagliato sopra al ginocchio. Immagine pubblica inesistente, come era lecito attendersi, per l’uomo dai pantaloni corti. Ma poi ci accorgiamo che sono proprio quelle braghe, nere anch’esse, e le calze bianche corte che li accompagnano in basso ad azzerare l’aria che il volto di Ian MacKaye ispira. Un piglio da signore che si avvicina all’età di mezzo senza nascondersi, continuando al tempo stesso a ignorare quelle convenzioni che, se non il passare degli anni, quantomeno la propria professione tenderebbero a imporgli: lo scorso aprile ho compiuto 43 anni – ci racconta pochi giorni dopo a Bologna – frequento questo mondo da oltre un quarto di secolo, sia come musicista che come discografico, e non mi sono ancora assolutamente stancato. Certo ci sono giornate che vorrei completamente cancellare, momenti in cui non mi diverto, fatiche che una volta compiute si rivelano poi inutili, ma fondamentalmente quello che faccio è esattamente quello che vorrei fare. La musica per me è una necessità prima di tutto. Vedi, pensavo proprio a questo durante la settimana. A Ravenna abbiamo suonato in un teatro meraviglioso, siamo in giro da mesi, ci troviamo in un paese dall’altra parte del mondo rispetto a casa nostra e mi sono detto: questa è la magia della musica! Oggi siamo partiti da Napoli e abbiamo cominciato ad attraversare l’Italia sul nostro piccolo van. All’inizio del viaggio c’era il sole, un tempo bellissimo, poi inaspettatamente, all’uscita di una galleria abbiamo incontrato un muro di nebbia e pioggia. Improvvisamente abbiamo trovato l’inverno. Guidare in quelle condizioni è stato terribile e il viaggio faticosissimo, ma poi siamo saliti sul palco di fronte a una sala piena di gente che ha apprezzato la nostra musica e tutto è scomparso. Questo è il potere della musica, la sua magia.
Strano tour questo che vede gli Evens introdursi in luoghi non abituati a ospitare esibizioni di artisti rock. La scelta non è stata per nulla casuale: abbiamo richiesto esplicitamente agli organizzatori dei concerti di questo tour di allestire gli spettacoli all’interno di sale che non fossero i classici club, stanzoni lunghi e neri, con poche luci, un palco e la platea in basso davanti. Volevamo qualcosa di diverso in modo da poter rendere gli spettacoli particolari ogni sera. Essendo solo in due sul palco abbiamo bisogno di movimentare le serate utilizzando lo spazio attorno a noi e il rapporto con il pubblico.

TEATRO RASI, RAVENNA
La location di Ravenna, già caratteristica in quanto teatro, è resa ancor più singolare dal fatto che lo spazio del locale è ricavato dallo sfruttamento dell’ala della chiesa di un ex convento duecentesco, poi trasformata in luogo di spettacolo dopo essere stata acquistata dal comune della città romagnola circa un secolo fa.
Il velluto blu delle pareti è lo stesso che fodera le poltrone, mentre il palco incorniciato da drappi rossi è incuneato in un abside del vecchio convento, fondale assai suggestivo all’intera scena: il posto è molto bello e l’acustica è ottima – racconta Ian a concerto concluso – rispetto ad altre situazioni c’è stato un po’ di distacco dal pubblico, troppo lontano da noi. Soprattutto all’inizio la situazione mi pareva strana e abbiamo fatto un po’ di fatica a comunicare, poi le cose si sono aggiustate. I ragazzi dell’organizzazione sono stati perfetti. Sono dei veri appassionati di musica e ci hanno messo completamente a nostro agio.
Certo l’approccio alla serata non è stato agevolato dall’introduzione al concerto fornita da un esibizione del fratello di Amy, Geoff Farina, lo spilungone già apparso sui palcoscenici di ogni città italiana negli ultimi anni con i suoi Karate, deciso a proseguire la sua escursione nel mondo della musica virando verso un folk punkeggiante con i nuovi Arde Core. In queste serate a fianco degli Evens si è vestito da cantautore, intrattenendo il pubblico con un’oretta di storielle abbigliate da canzoni che, complici la comodità delle poltrone e le luci di sala accese, hanno avuto un effetto discretamente soporifero sulla platea, la quale nel frattempo si è riempita interamente nei suoi 500 posti di capienza. L’esperienza di ascoltatori e osservatori del panorama musicale in questi ultimi mesi ci inducono a una considerazione che giriamo a MacKaye, circa la riscoperta della musica folk, intesa nel senso più lato possibile, compiuta da una serie di personaggi anche lontani tra loro per formazione ma ugualmente vicini all’underground rock. Pensiamo in principio alla trasformazione acustica di sperimentatori dark quali Current 93, poi alla angolazione indie della nuova scuola cantautoriale americana che ha in Will Oldham il suo principale profeta, per arrivare all’ultimo avant folk newyorkese proposto da gente del calibro di Devandra Banhart e dai tipi della Akron Family: su questo argomento non saprei che dirti, se stai pensando ad assimilare queste cose al percorso di Evens quella non è la strada giusta. Per quanto ci riguarda le cose che facciamo ora non sono diverse da quelle che abbiamo fatto in passato, Amy con i Warmers e le tante collaborazioni cui ha sempre partecipato, io con le band in cui ho suonato nel corso di tutti questi anni. Le nostre, ora come allora, sono tutte canzoni punk. Solo che oggi le suoniamo in due e non con una band numerosa e rumorosa, dividendoci alla pari i ruoli di cantanti e songwriter. Proprio per questo abbiamo scelto il nome, Evens: uguali. E’ chiaro che stante la peculiarità della formazione il risultato può apparire a volte più vicino a certa musica acustica che non a cose maggiormente elettriche.
E il concerto non tradisce le parole spese da Ian: un ora di musica tesa e rabbiosa, resa ancora più vibrante dai continui scambi vocali tra i due protagonisti, spesso destinati a presentare diversi punti di vista su uno stesso argomento all’interno delle singole canzoni. Una resa decisamente più elettrica di quella che avevamo registrato all’ascolto del disco.
Amy Farina è una batterista d’eccezione, a vederla fuori scena pare impossibile possa trovare la forza di percuotere i tamburi con quel fisico, che definire esile parrebbe puro eufemismo. Ma poi incroci i suoi occhi di un azzurro trasparente, e dentro ci leggi tutta la determinazione di una persona che ha trovato nella musica qualcosa di più di una passione, molto altro che non una semplice professione. Ian MacKaye invece imbraccia una chitarra baritono come ci ha pazientemente spiegato, la sua particolare accordatura gli permette di cavarne fuori suoni che a volte la rendono simile a un basso. Suona seduto su uno sgabello e si agita arrotando le parole e mulinando le gambe, poi discute amabilmente con il pubblico parlando ovviamente di politica, di Bush e Berlusconi, per trasformarsi in entertainer nel trascinare l’audience a ripetere il coro di Mt. Pleasant Isn’t, spiegando il ruolo della polizia nella rivolta di piazza di qualche anno fa a Washington, episodio cui la canzone è dedicata. La strumentazione è quanto di più minimale sia dato incontrare su un palcoscenico da concerto: oltre la chitarra e la batteria un paio di piccole casse amplificate issate su due aste trasmettono al pubblico un suono che Amy controlla direttamente dal palco attraverso un mini mixer. Niente roadie, niente tecnici, niente autisti. Solo loro due.

CIRCOLO PAVESE, BOLOGNA
A Bologna qualche giorno appresso la banda arriva con un paio d’ore di ritardo, alle sette della sera di un sabato pomeriggio da nubifragio. Più o meno l’orario a cui di solito il locale apre le sue porte. La leggendaria Via del Pratello, celebrata letterariamente da Emidio Clementi e immortalata in un paio di film ingenuamente underground, è lo scenario su cui si affaccia il Circolo Pavese, locale che per un certo periodo, tanti anni fa, ospitò la nascente scuola cabarettistica bolognese. Nonostante il maltempo le vie porticate sono ingombre di varia umanità indaffarata nel trascorrere il tempo dentro e fuori i mille locali della centralissima strada.
Diverso lo sfondo, differente l’umore gravato dalla tensione del viaggio. Al Pavese i due Evens si affannano nel montare l’attrezzatura il più rapidamente possibile, mentre sul divano di pelle sistemato a bordo palco Geoff Farina, arpeggia con la sua chitarra in surplace, completando un quadretto familiare inconsuetamente rock, in un immagine d’insieme che farebbe la gioia di un qualunque serial televisivo a stelle e strisce.
La scelta di location alternative comporta inevitabilmente anche la necessità di confrontarsi con locali la cui acustica non è stata esattamente studiata allo scopo di assecondare i suoni di una chitarra elettrica e le rullate di una batteria: l’acustica di questa sala è ingannevole (tricky è l’aggettivo che utilizzerà Ian tutta la sera) c’è del legno dappertutto, il che non sarebbe male, però il soffitto termina con una volta di cemento e il suono rimbomba parecchio – ci spiega con aria pensierosa. E allora il sound check prosegue con i tre musicisti che si alternano a esaminare ogni angolo della sala, mentre gli altri provano a suonare qualcosa a turno dal piccolo palco. Dopo svariati aggiustamenti, quando il trio ritiene aver sfruttato al massimo le potenzialità disponibili, arriva il tempo della cena. Insalata per tutti, rigorosamente verde come si erano raccomandati sia Amy che Ian al momento dell’ordine, nel bicchiere esclusivamente acqua. Inevitabile il riferimento allo stile di vita evocato tanti anni fa da una canzone di Ian, poi divenuta bandiera di una certa area politico musicale: vedi Straight Edge era solo il titolo di una canzone di Minor Threat. I motivi per cui la scrissi sono noti (la morte di un amico a seguito di una overdose) ma non era certo mia intenzione dettare un decalogo di regole sul come ognuno dovrebbe vivere la propria vita, né tanto meno avevo idea che da lì si sarebbe sviluppato un vero e proprio movimento di pensiero che sarebbe poi divenuto scuola. Dal canto mio, certo, ho fatto una scelta di stile di vita ma è una scelta che non è limitata esclusivamente al tipo di alimentazione che seguo, o al fatto che non mi drogo e non fumo sigarette, sarebbe davvero limitante pensare questo. La strada che ho da sempre intrapreso è quella di rendere la musica mia e di chi mi sta attorno accessibile se non a tutti al più ampio numero di persone possibili, mantenendo il costo dei dischi che produco entro certi limiti di prezzo, e quando possibile esercitando un controllo sui prezzi dei biglietti per i concerti. Questo è quello che più mi interessa si sappia, non certo quale è il mio menù quando mi siedo a tavola.
Evidentemente la scelta di locali esterni al circuito rock ha reso impraticabile, almeno per questa sera, la politica di un prezzo minimo per il biglietto di ingresso, dal momento che alla cassa l’obolo richiesto sale a 15 euro, prezzo sicuramente in linea con un qualunque altro concerto ma certo superiore agli standard pensati da MacKaye.
Il prezzo non scoraggia comunque i ragazzi che riempiranno il locale di lì a poco. Interessante constatare ancora una volta la trasversalità anagrafica del pubblico che spazia dalle giovanissime generazioni di ragazzi che mai possono aver visto all’opera dal vivo i Fugazi, all’età vicina quando non superiore alle quaranta primavere di Ian, quella della vecchia guardia indie punk rock, presente compatta a rendere omaggio a una delle leggende viventi del genere. Alla fine nessuno rimane deluso riconoscendo l’anello di congiunzione tra il passato e il presente, constatando come un gruppo quale Evens possa essere in grado di affrancarsi dal confronto con le precedenti esperienze di MacKaye per vivere di vita propria, ancora più nella sua versione da concerto, sempre vivace e spigliata. Grazie anche all’apporto del pubblico che si rivela sempre fondamentale per la riuscita dell’evento, tanto da trasformare il finale dello show in una bizzarra sinfonia di suonerie di telefoni cellulari, assecondando la richiesta che arriva proprio dal palcoscenico.
Il tempo di svuotare un paio di scatoloni pieni dei cd poi la realtà del sabato sera viene ristabilita dagli altoparlanti del bar del locale da dove inopinatamente partono a tutto volume le note di vecchi hit da discoteca italiana.
Evidentemente è arrivato il momento di affrontare la pioggia e prepararsi alla trasferta del giorno successivo.

BARCHESSONE VECCHIO, SAN MARTINO SPINO
Settanta chilometri scarsi separano Bologna da San Martino Spino. Il modo più breve di percorrerli però, è quello che prevede lo sfilare una serie di piccoli paesi collegati da strade provinciali strette e bordate da canali costantemente sull’orlo di tracimare, incoraggiati dalla pioggia che da un paio di giorni non accenna a ridurre la propria intensità. San Martino è un paese in provincia di Modena ma ha attorno parecchie città, ed è da tutte egualmente distante: Parma, Modena, Mantova, Ferrara, Verona, Bologna. Si trova nella zona più settentrionale della bassa modenese, “territorio poco conosciuto perché lontano dai centri abitati più importanti e dalle principali vie di comunicazione” recitano le informazioni del comune di Mirandola.
Come lo definirà più efficacemente MacKaye: a beautiful place in the middle of fucking nowhere.
San Martino in Spino è il paese di Tiziano Sgarbi, alias Bob Corn, alias Fooltribe Records.
Oggi pare un generale in pensione con il suo gabardine fuori tempo, la barba fradicia di pioggia e gli scarponi immersi nel fango. Tra i tanti che conosciamo da queste parti è il personaggio che meglio di ogni altro è in grado di assurgere a ruolo di faro, sia pur sghembo e intermittente, per la folta comunità indie locale. Comunità che, come abbiamo più volte avuto occasione di verificare, è la cosa più simile si possa immaginare a certe realtà americane che ruotano attorno a città come Olympia o quella stessa Washington DC che gli Evens così ben conoscono: per noi il concetto di comunità è importantissimo – afferma Ian Mackaye. Con la Dischord la scelta è stata sempre quella di pubblicare esclusivamente band della nostra città, Washington DC, per lavorare con gente che conosciamo e mantenere un rapporto diretto con le persone. La musica è anche un ottimo veicolo per consentire alla gente di comunicare. Ritengo sia anche uno strumento “politicamente” importante, nel senso che consente l’aggregazione di gente diversa che condivide una stessa passione e trovandosi a parlare di musica ha anche modo di scambiare idee e confrontarsi su argomenti diversi. Gli facciamo notare che ultimamente la scena di Washington ha subito qualche defezione di troppo tra i suoi nomi di punta: allo scioglimento di Black Eyes qualche tempo fa si sono aggiunti i rompete le righe di El Guapo e Q and not U: in città c’è stato sempre grande fermento con gruppi che vanno e vengono, ma quello che importa è che la gente dal punto di vista musicale, si mantenga sempre molto attiva. Voglio dire, Amy suonava nei Warmers, i Warmers non esistono più da tempo ma lei è ancora qui a suonare. Gli El Guapo non ci sono più ma abbiamo i Supersystem, e ancora dallo scioglimento di Q and not U sono già nate tre diverse nuove realtà.
Per arrivare al luogo del concerto si percorre un lungo sterrato, che in una giornata come questa si è trasformato in una poltiglia di fango, schivando i fagiani che attraversano la strada. Il concerto è pomeridiano e l’impressione è quella di essere finiti nel mezzo di una sfortunata scampagnata domenicale al centro di una specie di oasi naturale, una riserva protetta. Tutto fuorché lo scenario di un concerto punk. Il Barchessone Vecchio è una struttura a pianta poligonale che ricorda l’idea di una chiesa incrociata con la tradizione rurale del luogo. Non a caso la gente di qui la chiama la Basilica delle Valli. Mentre gli Evens allestiscono il set, un tendone all’esterno offre riparo ai primi arrivati, al riscaldamento provvedono una dozzina di bottiglie di lambrusco. Poco dopo all’interno del locale scopriamo che il riscaldamento oggi resterà un optional tristemente inutilizzabile: Tiziano ha pagato centinaia di euro per affittare il locale – racconta Ian – e non abbiamo il riscaldamento. Io mi sarei rifiutato di pagare, non importa che cosa sarebbe successo. Siamo tutti esseri umani, i ragazzi qui presenti e noi, esseri umani prima di tutto. Dobbiamo essere trattati e rispettati come tali. Evitiamo di replicare che un gesto simile avrebbe messo in discussione lo svolgimento del concerto e la cosa avrebbe comportato per gli astanti, reduci da viaggi più o meno fortunosi, una delusione certo superiore alla dose di freddo incamerata. Nel frattempo di fronte al pubblico si è seduta Majirelle, giovane cantautrice di casa  destinata a sostituire Geoff Farina nel ruolo di spalla al concerto principale. Timidissima e garbata Majirelle presenta una manciata di canzoni acustiche e molto belle. Ian MacKaye, che potrebbe tranquillamente essere suo padre, si avvicina per chiederci notizie: mi meraviglio sempre quando sento uno straniero che si esprime in inglese. Capisco che sia una necessità derivante dal desiderio di uscire dai vostri confini e dal bisogno di esprimersi nello stesso modo in cui si esprime la musica che di solito ascoltate. Lei è molto brava, mi ricorda una nostra amica di Olympia con cui Amy ogni tanto suona, si chiama Lois Maffeo. La conosci?
Certo che la conosco Ian, il mondo è piccolo sai, e noi siamo sempre i soliti quattro gatti che si rincorrono ai quattro angoli dell’universo. Quelli che si sobbarcano migliaia di chilometri per suonare nei posti più strani, percorrono centinaia di strade per assistere a concerti a volte improponibili e spendono ancora soldi per comperare dei dischi.
Noi siamo quelli che ancora provano un brivido. E gli occhi ci brillano quando un pomeriggio di una domenica qualunque, sotto il diluvio universale, in un luogo piazzato in mezzo al fottuto nulla, ascoltano un ultraquarantenne mito del loro piccolo mondo seduto su uno sgabello introdurre così una delle sue canzoni più belle, quella intitolata All These Governors: questa è una canzone punk… beh, in effetti le nostre sono tutte canzoni punk.

Arturo Compagnoni

North Star Deserter

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Appunti su Kim Gordon – Girl in a band (2015) e Kristin Hersh – Don’t Suck, Don’t Die: Giving Up Vic Chesnutt (2015)

15 album di studio, quasi altrettanti EP, questa in sintesi la carriera di Kim Gordon all’interno della band che ha contribuito a creare nel 1981, i Sonic Youth.
Girl in a band è insieme storia personale –domina la sua relazione con l’ex-marito Thurston Moore- e raccolta di aneddoti su ciascun disco prodotto in carriera dal gruppo. Si comincia dalla fine (piccolo espediente letterario, a mio parere): l’ultimo concerto dei SY a San Paolo del Brasile nel 2011; nessuno sapeva che sarebbe stato tale, ma la frattura tra i 2 coniugi era divenuta insanabile, al punto da non permettere, secondo l’autrice, altre vie di uscita. Poi, a ritroso, gli anni giovanili della Gordon, la sua crescita con un fratello con problemi mentali, l’apprendistato nelle arti figurative, l’incontro con una serie di figure del mondo dell’arte e poi della musica, l’amicizia con uno sterminato numero di personalità della New York creativa dagli anni ’80, a seguire fino ai giorni nostri. Una lista di conoscenze da far impallidire l’appassionato medio di arte, musica e cinema degli ultimi 30 anni. Qualche esempio: Larry Gagosian, Kurt Cobain e signora (alla quale, pur avendo co-prodotto il disco d’esordio come Hole, non dedica esattamente parole tenere), J Mascis, Sofia Coppola, Chloe Sevigny, Gus van Sant, ecc. Indubbiamente KG è sempre stata nel posto giusto al momento giusto!
La scrittura è asciutta: frasi brevi, inglese standard, nessuna o quasi inflessione gergale. In un’intervista ha dichiarato di avere lottato un po’ con il word count!
Uno degli episodi più interessanti, ma allo stesso tempo vagamente irritanti, è quello della conoscenza con Cobain: tra i 2 scatta un’intesa immediata -e questa è la parte bella del discorso-; per ammissione dell’autrice, però il capitolo è stato richiesto dalla casa editrice del libro. Non se ne doveva parlare a tutti i costi, a parer mio; evidentemente l’articolo Kurt vende ancora bene sugli scaffali!

Per iniziare il discorso sul secondo libro, un piccolo aneddoto personale: nel 2008 al Bronson di Marina di Ravenna vado a vedere Chesnutt con gli Elf Power. Prima del concerto Vic inizia ad aggirarsi in platea; ne sono a tal punto intimorita che non riesco ad avvicinarmi, tanto meno a proferire verbo. Scatto solo una foto accennando con il capo alla mia richiesta; per fortuna non mi chino, pena un’occhiataccia, che forse ho ricevuto lo stesso, ma pazienza (scopro adesso che odiava chi si abbassava alla sua altezza per parlargli).
Il racconto di Hersh dall’inizio risulta meno lineare e con una scansione temporale meno pronunciata. All’autrice interessa di più tratteggiare con pennellate rapide la figura del suo amico Vic, farla emergere per quello che era veramente (non farne un altro santino, per intenderci). La frequentazione dei 2 artisti è durata circa 10 anni, durante i quali hanno condiviso palchi, camerini e bagni non sempre in ordine (è un eufemismo), negli USA e altrove. Protagonisti della narrazione, oltre a Vic e Kristin, i rispettivi compagni di vita: la moglie di Vic, Tina e il marito di Kristin, Billy. Entrambe le vicende sentimentali sono naufragate più o meno contemporaneamente, nella seconda metà degli anni ‘00. Chesnutt emerge come un irregolare, un poeta (spesso lo troviamo a giocare con parole assonanti), dai modi un po’ bruschi, che non vuole assolutamente passare inosservato. Un aneddoto mi è rimasto particolarmente impresso: post-concerto a Parigi, Vic rinviene in camerino del metadone (lasciato chissà da quale altro musicista in transito), decide di assumerlo poco prima del rientro in aereo per gli USA; morale: alla partenza in aeroporto è sballato, il capo ciondolante, con moglie e amici che si preoccupano e lui noncurante.
Kristin racconta anche di sé naturalmente: la sua è una figura decisamente più schiva, ma similmente poco adatta alla pragmaticità che la vita del musicista richiede (almeno, questo è il messaggio che emerge con forza). Qui le espressioni gergali sono ben presenti -cosa che non mi capitava di trovare da tempo nella carta stampata- e rafforzano l’idea di immediatezza del racconto.
Possiamo sintetizzare in questa maniera: se Gordon ha dipinto un quadro concettuale -di quelli che ha effettivamente ripreso a produrre dalla fine del suo gruppo (oggi è rappresentata in questa veste da una galleria newyorkese)-, Hersh ha fatto più un ritratto ad acquerello, maggiormente impressionistico, ma ugualmente personale ed umano.
Il volume di Gordon è stato tradotto in italiano; per quello di Hersh, le probabilità sembrano abbastanza ridotte.

Paola Bianco

Inverno prima di Inverno (Fiver #04.2017)

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(recensione solo sognata di un festival che invece c’è stato davvero)

Venerdì.

Eri su quell’autobus. Sono salito di corsa, che le birre con Jimmy a momenti mi facevan fare tardi. Le otto e dovrei già essere alla fermata di San Donnino, anzi già sulle scale del Covo Club, anzi già con una birra in mano – stasera solo birre che bisogna arrivare in fondo alla serata – sotto al palco: staranno per cominciare Vale & Valli In.versione Clotinsky e gliel’avevo promesso di esserci per l’apertura. Ma poi Jimmy mi chiama e mi fa “beviamoci due birrette che poi io vado al Freakout” e ho pensato che magari lo convincevo a venire al festival di NoHope e SniffinGlucose che ci sarà un sacco di bella musica e bella gente, ma lui era sicuro di andare a sentire i Chrome che in effetti ci sarei andato anch’io se proprio questo venerdì e sabato non ci fosse stato il festival.
Ma il festival è il festival e non importa cos’altro c’è in città, stasera c’è solo Inverno e quindi mi catapulto fuori dal pub che è già tardi e volo in via Indipendenza per prendere il 20 con un brivido – ci saranno mica i T-Days’? Che devo arrivare in Irnerio e mi perdo mezz’ora almeno di concerto – e guardo il programma e aprono proprio le mie amiche di Ravenna e allora volo fuori dal pub.

Poi vedo le macchine che passano ed è solo venerdì e sarà domani che la città si paralizzerà di famiglie e passeggini in mezzo alla strada.
Il bus sta chiudendo le porte ma riesco ad infilarmi e subito mi si appannano gli occhiali che fa un freddo porco – d’altra parte è Inverno – ma sono riuscito a salire, il fiatone e già un po’ intontito dalle due pinte bevute di corsa, aspetto che le lenti tornino trasparenti, fa caldo dentro, c’è un sacco di gente e un nodo mi stringe per un attimo la gola che sono sempre stato un po’ agorafobico. E claustrofobico pure. Fobico e basta, insomma.
Poi ci vedo e ti vedo. Vedo te. Cioè, vedo il tuo colbacco e i capelli corti spettinati che spuntano sotto. E vedo i tuoi occhi, enormi, verdi. Quasi strabici mentre seguono la luce della scrollata sull’iphone. Il piercing al setto. Il naso sottile, all’insù. Un po’ snob. Anja. Ti chiamerò Anja. O Anna, Annoushka, Alexandra. Forse Anastasija. No, Anja. Sei l’erede di un’antica famiglia russa, forse l’ultima zarina ad aspirare al trono se non ci fossero stati i bolscevichi e il millenovecentodiciassette.
Cent’anni fa esatti. Cavoli, non ci avevo fatto caso. Forse sei la reincarnazione della principessa su cui hanno fatto i film e i cartoni animati e sei qua per goderti l’ultimo anno di vita, un secolo dopo.
Le cuffie nelle orecchie. Un parka verde. Le dita sottili che fanno viaggiare le foto su Instagram sparpagliando cuori qua e là.
Il mio già rapito.
Passano in sequenza le fermate e quasi non ci credo quando ti alzi dopo il sottopasso e vai verso le porte. L’incrocio con viale Zagabria fila via veloce e il 20 sembra non volersi fermare, poi inchioda sotto il palazzone brutto di San Donnino. Io scendo veloce, ma dopo di te, appena in tempo per vederti togliere le cuffie e sorridere ad una morettina che mi sembra di conoscere, ma non c’è tempo che le ragazze saranno già sul palco e devo correre.
Valli e Vale hanno suonato, brave e belle come sempre e mentre sul palco ci sono i Freez do un occhio ai banchetti di Maple Death e Nervi Cani. Ma devo rientrare subito: fin da fuori il sound surfcattivo dei quattro si Schio mi trascina come un magnete davanti al palco. Un set strepitoso. Saranno i migliori della serata.
Tutto fila, la musica è alta, l’atmosfera rilassata: un continuo di gente che arriva, abbracci e saluti. Pare che tutti si conoscano e tutti sorridono.
Non ti vedo più. Anja. Per un momento ho sperato che anche tu venissi al Covo per Inverno. Sarebbe stato magico poterti parlare davanti al guardaroba, magari offrirti un drink da Vale o Tiffany. Ma non ci sei. Già due volte che faccio il giro del Covo e non ti vedo.

Sul palco adesso The Yellow Traffic Light che avevo conosciuto a Torino una sera l’anno scorso. Un sacco di chitarre come piace a me e devo andarci piano con le birre che la serata è ancora lunga. E quando arriva Gomma sembra di essere nel ’95 con una spolverata di Fugazi – arriverà anche una giusta cover celebrativa – e la sala è piena e sono contento per i ragazzi delle fanzine che se lo meritano proprio e devo proprio aspettare a farmi fare un’altra birra, anche perché ogni volta con Billy è uno shot di vodka e non è neanche mezzanotte.
La gente è sempre più carica. Si comincia a ballare anche tra una band e l’altra.
Poi. Eccoti. I Tiger! Shit! Tiger! Tiger! attraversano la sala per salire sul palco. Tu, sulla porta, saluti la bassista con un bacio sulla guancia. Ecco dove l’avevo già vista: la mora alla fermata del bus, quella che ti aspettava. Ecco di nuovo i tuoi occhi che illuminano il buio della sala. Ecco perché non ti vedevo più: eri nel back stage con lei. Un amica? La tua ragazza? Tua sorella? Rimani vicino alla porta, la camicetta nera col colletto bianco sotto al chiodo. Non hai più il colbacco né il parka e i capelli spettinati sono castani, quasi rossi.
Dovresti essere in una sala di specchi e stucchi dorati, col pavimento di marmo così lucido da riflettere i colori delle gonne enormi e piene di pizzi. Guanti di raso smeraldo fino al gomito, i capelli raccolti sotto un diadema. Passi di danza studiati, una metrica secolare. Casate che si presentano. Unioni che fanno la Storia.
Uno spintone, ti perdo di vista. Comincia il concerto. Ti ritroverò.

Sabato.

Arrivo in ritardo. Al lavoro non mi mollavano. Proprio non mi va giù di aver perso i BaBau e i Vanarin, per fortuna che loro li ho visti a Bergamo. Stappo una lattina che i Baseball Gregg mi hanno portato dal back stage, solita Peroni appena fresca che per me vuol sempre dire festival. C’è più gente di ieri, o forse sono io che sono entrato già tardi, giusto fra la fine del live dei ragazzi de La Barberia Records e quello dei Sex Pizzul che fanno ballare come Giacomo di Altre di B nel dj set di ieri, dopo i concerti.
Cerco con gli occhi Anja. Ieri ti ho vista per un momento, dopo l’ultimo live: il tempo di ordinare un gintonic al bar – alla faccia delle birre che dovevo bere solo birre mi sono svegliato con la testa rotta in due – e mi sei passata dietro, ti sei infilata giù per le scale dall’uscita di sicurezza col gruppo e non ti ho più trovata. Il tuo parka verde che saltellava leggero nel buio.
Chissà se sei andata via con la band. Chissà se sei qui stasera.
Forse ti ho solo sognata e sei tornata ai tuoi palazzi freddi e immensi in cui ricevere la miglior nobiltà europea. Ancora pochi giorni che in febbraio verranno a bruciare i tuoi tappeti, gli arazzi e tu non saprai perché. Perché odiano così tanto tuo padre, come fosse colpa sua la storia del mondo. E la prossima estate morirai, ancora solo ragazzina. La monarchia più grande d’Europa spazzata via da un’idea. Da qualcosa di nuovo a cui non poteva resistere.
Di noi invece non resterà nemmeno il ricordo, solo miliardi di file da decomprimere per vedere la stessa duckface del cazzo in trilioni di selfie.
Che pensieri per un sabato sera… Sarà sta giornataccia, i postumi di ieri, otto ore al bar, il solito capo isterico che se il cappuccino non ha la schiuma bianca immacolata me lo fa rifare e riportare, che deve essere il miglior cappuccino del mondo. Fanculo. E così il toast, il panino e il Negroni. Manco stesse operando a cuore aperto. Che lo sapeva quanto ci tenevo a venire in tempo per il festival e che di sabato non si trovano i taxi e mi toccava attraversare la città per arrivare in Marconi e prendere il 20, ma non gliene frega un cazzo. Fanculo.
Aver bruciato il tuo palazzo, Anja, cent’anni dopo posso dirti che non è servito a un cazzo. Potevi startene lì a ballare coi tuoi occhi illuminati da tutte le bellezze del mondo bella, comoda, che tanto siamo messi esattamente come prima. Ma senza famiglie reali da incolpare, né zar da sognare di abbattere.
Pensieri del cazzo per un sabato sera: due shot e una birra e mi lascio andar al ritmo ipnotico dei Sex Pizzul.

Si balla, il mio umore un po’ nero che cerco di tirar su, stasera la prendo più grossa di ieri, tanto domani non si lavora, dormo, e poi il Covo è già carico e c’è pure Camilla che occhieggia mentre chiacchiera con le amiche. Magari stasera mi va fatta bene con lei.
Poi sul palco la guest star band Cold Pumas e la sala, piena, comincia a saltare e pogare. Stasera c’è anche Jimmy e ci mettiamo a fare gli scemi e il butta ci ha già battezzato, ma lo sa che non siamo veramente molesti e ci lascia fare.
Il set è tirato: sento Parquet Courts, Traams, Crocodiles. I ragazzi di Brighton ci sanno fare, possono diventare grossi. Tutti ballano e la sala resta piena quando, dopo quaranta minuti di live, la band lascia spazio al djset di No Glucose Wild Bunch: parte The Skin of My Yellow Country Teeth, io applaudo verso la consolle, Jimmy arriva col millesimo gintonic e Camilla si mette a ballare proprio davanti a me.

Sembra la serata perfetta. Forse lo è: il finale di un festival splendido, capace di risollevare anche il mio umore annerito da quello stronzo del capo. Chissà Anja se sei qui, magari solo nell’altra sala. Ma se anche ci fossi non staresti cercando me, è già un miracolo che c’è Camilla stasera e sembra carichissima. Jimmy capisce la mossa e si allontana, va a ballare con gli altri. Cami è sempre più vicina. Sarà strafatta di md? Balliamo per un’ora senza dirti niente, interrotti dal passaggio di amiche e amici. Ci sorridiamo, ci sfioriamo. Ormai è party, tutti si abbracciano e cantano i pezzi di Yeah Yeah Yeahs, Le Tigre, Bikini Kill e non ci sono più pensieri: è tutto liquido e sereno.
Cami mi prende per mano e mi porta al bar. Due shot. Poi dice “andiamo via” e mi trascina al guardaroba. Io ho dato la giacca a George all’altro bar e torno a prenderla mentre lei attraversa la sala piena fino alla porta. C’è un sacco di gente, saluto tutti e prendo il giubbotto.
Mi giro e quasi investo una ragazza. Sei tu. Ho un sussulto, il cuore che cambia ritmo. Ci guardiamo, mi sorridi. Anja. La zarina. Vorrei fossi la mia principessa. Vorrei ballare un valzer con te vestita di un abito verde smeraldo e io in alta uniforme. Cent’anni fa. Vorrei una sala piena di specchi e camini accesi. Vorrei poter guardare i tuoi occhi all’infinito.
Si spalanca la porta di ferro dell’uscita di sicurezza: un vento gelido raffredda i nostri sguardi e i miei pensieri. È Inverno, normale sia così freddo fuori, forse stanotte nevicherà anche, per farti sentire a casa, tra i ghiacci delle terre da cui vieni.
Arriva un tizio e ti prende per mano. Gli sorridi. Lo baci e scompari a ballare nel gate2. Io m’infilo la giacca mentre passo veloce davanti ai bagni. Cami mi aspetta chiacchierando con la cassiera. È bellissima. Questa notte pare un sogno.
Come ho sognato te, Anja, che starai ballando da cent’anni con un soldato alto e bello, la giacca di panno pesante bianca, le mostrine e la spada che pende dal fianco. Che ti fa girare sorridendo mentre l’orchestra non smette di ripetere il ritmo della piroetta sul marmo che riflette i passi di danza.

Fabio Rodda

Il secondo Inverno (Fiver #03.2017)

La filosofia è elementare nella sua semplicità: fare cose che ci piacciono in compagnia di gente che ci piace.
Un’esigenza prima ancora che un’idea.
Un paio di anni fa è iniziata così la storia tra noi di Sniffin’ Glucose e i ragazzi di No Hope, una fanzine fatta di carta e costruita con forbici, colla, matite e pennarelli. Una storia nata sull’abbrivio delle passioni comuni: il punk e il post punk, la new wave e il garage rock, la psichedelia e il power pop, l’indie rock, l’elettronica storta e la bassa fedeltà, i libri di carta e i dischi di plastica, i piccoli club, le persone eleganti, Stanley Kubrick e François Truffaut.
E’ stato No Glucose poi Inverno, ancora No Glucose e di nuovo Inverno.
Come lo scorso gennaio anche quest’anno invaderemo assieme il palco del Covo, che tra i piccoli club che apprezziamo è da sempre quello che ci piace di più.
Sarà il nostro festival d’inverno, con dieci band in due serate, djset, stand, banchetti, vintage, vinili.
Proveremo di nuovo a innamorarci e tenteremo di farvi innamorare ancora.
Exploding the teenage underground into passionate revolt against the corporate ogre, once again.

Covo Club // NO HOPE fanzine // Sniffin’ Glucose presentano:

INVERNO Fest

❅ ❅ ❅ 20 GENNAIO ❅ ❅ ❅

Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (Alternative – To Lose La Track -Foligno, IT)

Gomma (Gum Wave – V4V-Records – Caserta, IT)

The Yellow Traffic Light (Shoegaze – WWNBB – Torino, IT)

Freez (Weird Garage Sound – Schio, IT)

Warm up from 8 p.m.
Opening show: In.versione Clotinsky (Lo-Fi Pop – Ravenna, IT)

Reading: Alberto Ronchi, “Catastrofi Naturali” (Modo infoshop Edizioni) + Alan Vegan djset

aftershow djsets
gate 1: Jack (Altre di B – indie rock – college – punk)
gate 2: No Glucose Wild Bunch

❅ ❅ ❅ 21 GENNAIO ❅ ❅ ❅

Cold Pumas (Post Kraut Punk – Faux Discx – Brighton, UK)

Sex Pizzul (Disco Punk – Annibale Records – Firenze, IT)

Baseball Gregg (Climate Controlled Pop – La Barberia Records – Bologna, IT)

Vanarin (Psychedelic Brit Pop – Bergamo, IT)

Warm up from 8 p.m.
Opening show: Babau (Psych Dub Exotica – Artetetra – Bologna, IT) + Alan Vegan djset

aftershow djsets
gate 1: Mars (rock n roll – glam – punk)
gate 2: No Glucose Wild Bunch

                                                    ❅ ❅ ❅

Stand

Record label, vinili, serigrafia, fumetti, graphic design, poster, fanzine, disegno: 
Maple Death / La Barberia / Avant / Background / Pady / Sciame / Brutto.Collettivo / Nervi Cani

Sniffin’ Glucose

It’s The New Thing (Fiver #02.2017)

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THE MOLOCHS

My boys take what I say
Do it the studio way
New equipment all clean
New gear
Clothes mean
I answer and take the calls
No trouble with the law
Turn it up for interviewers
Oh yeah prime movers
I wonder what is next year’s thing?
Crash smash crash ring
(It’s The New Thing – The Fall – 1978)

Ho passato il 31 dicembre lavorando. Una consuetudine ormai. Non che mi dispiaccia, a dire il vero. Magari dico che non mi dispiace perché devo convincere me stesso che alla fin fine si tratta di una maniera accettabile di passare l’ultima giornata dell’anno e comunque non ho tante altre alternative. Quindi lavoro, rispondo educatamente a quelli che mi scrivono facendomi gli auguri e tiro avanti, con la speranza che almeno finisca in fretta.
La mattina del primo gennaio, mentre me ne stavo ancora a letto, con un’altra giornata di lavoro che si prospettava da lì a poco, ho pensato che dovevo acquistare un paio di dischi che avevo in testa.
Compro i dischi in vinile non perché li debba ascoltare, anche se mi piace farlo. La maggior parte decido di prenderli proprio perché li ho già sentiti e mi sono piaciuti. Parto con l’idea di comprare massimo 30 dischi, quelli della mia classifica degli album dell’anno che mano a mano si completa con lo scorrere dei mesi, malgrado non ne faccia una materialmente da anni. Naturalmente non riesco a controllarmi e mi ritrovo con un centinaio di dischi in casa in più ma con me stesso riesco ad essere particolarmente indulgente e finisce che non debba rimproverarmi proprio nulla. Compro i dischi in vinile perché sono oggetti di cui amo circondarmi, anche se poi già so che sul piatto ci finiscono una manciata di volte e tutto il flusso di ascolti rimane ancorato alle piattaforme digitali.img_2988
Ripensandoci ora, a qualche giorno di distanza, quel gesto mi pare proprio indicativo. Ho aperto la pagina di Amazon (sì, mi piace comprare i dischi nei negozi, ma dubito che Achille mi avrebbe aperto la porta alle nove del mattino del primo gennaio) e ho cliccato acquista sul nuovo album di Solange, poi su quello di Carla Dal Forno, due dischi che proprio non potevano mancare nella mia collezione. Ho passato ormai anche la mezza età, ho tre figli, un’attività imprenditoriale, alcuni hobby che nulla hanno a che fare con la musica e nel primo giorno dell’anno, apro gli occhi, e per prima cosa mi metto ad ordinare dischi senza nemmeno aver messo un piede fuori dal letto, come se non avessi altri pensieri per la testa. Come se fosse la cosa più normale da fare e come in effetti è sempre stato. La mia letterina di intenti per il nuovo anno ha sempre avuto la forma di una lista di dischi, del resto.
fullsizerender-3Faccio la stessa cosa da almeno trent’anni a questa parte, insomma. Sarà magari cambiato il metodo e il modo, ma si tratta di dettagli. Questi sono i giorni dell’anno dove si vanno a riempire le caselle ancora vuote e dove, contemporaneamente, si iniziano a mettere a fuoco quei nomi che rischiano di occupare uno spazio importante nei prossimi dodici mesi.
Ecco, a questo proposito: era tradizione per la stampa musicale d’oltremanica occupare i primi numeri di gennaio con una lista di nomi che, secondo loro, avrebbero fatto il botto definitivo da lì a poco. Erano pagine che mi ritagliavo per poi mettermi alla faticosa ricerca di un qualche riscontro fisico (un 45 giri, un mini LP, scontrandomi inevitabilmente con le difficoltà e i costi dell’importazione) che potesse darmi qualche certezza in merito. Una sorta di caccia al tesoro che finiva per entusiasmarmi inevitabilmente ogni anno, a discapito di qualche disco che ancora conservo con qualche imbarazzo e ben nascosto tra gli scaffali della mia collezione.
Questa piccola mania è stata spazzata via dalla modernità digitale. Di qualsiasi gruppo agli esordi è disponibile un file in streaming, pronto a soddisfare qualsiasi curiosità in tempo reale, neppure il tempo di farsi venire la voglia per davvero e ritrovarsi già soddisfatti, in una sorta di eiaculatio precox del digging digitale.
I nomi per il nuovo anno rimangono comunque (e qui sotto ne propongo cinque), su tutto il resto non tocca che farsene una ragione.

THE MOLOCHS – You And Me

Si rischia di incappare negli stereotipi più banali: la california, i Byrds, il garage rock degli anni sessanta che rimane al confine con la psichedelia. Aggiungiamoci pure il Paisley Underground che di tutte le cose sopracitate era già una variazione al tempo e abbiamo il quadro completo.
In questi giorni uscirà il nuovo album e questa canzone già ce lo fa mettere in cima
alla lista dei dischi più attesi. Brano irresistibile, da ascoltare in modalità repeat, a metà strada tra i primissimi REM e i Byrds, giusto perché mi piace esagerare.

POSSE – Voices

Due canzoni, una per lato. Un singolo che è possibile ordinare anche in versione sette pollici, alla vecchia maniera. Un trio di Seattle che pare proprio catapultato da un’altra epoca: basso, chitarra e batteria e un suono che loro stessi definiscono come il frutto di 27 years of disappointment and delays pedals. Roba per chi ha in casa i dischi di Galaxie 500 e Yo La Tengo e ne ha una gran cura.

HAND HABITS – Flower Glass

Esce sotto l’ala protettiva di Kevin Morby, il debutto di Hand Habits. In pratica il progetto solista di Meg Duffy, polistrumentista che ha passato gli ultimi due anni in tour con lo stesso Morby.
Questa è una canzone che ha il calore e l’imperfezione dei brani registrati in casa. Scorre fragile ma sa come catturare attenzione, merito di una voce che si ricorda fin dal primo istante e una melodia che risulta “classica” fin dal primo ascolto. Se siete tra quelli che hanno gridato al miracolo con Sharon Van Etten non potete esimervi.

MEILYR JONES – How To Recognise a Work of Art

Questo è il periodo dell’anno buono per recuperare dischi che non si erano considerati in principio, si diceva. Meilyr Jones è un ragazzo gallese che a quanto pare ha già una bella avventura musicale alle spalle con i Race Horses di cui non ho mai sentito una singola nota.
Questa è una canzone tratta dal suo debutto solista, intitolato 2013, che è l’anno dove tutte le sue certezze sono andate a rotoli: band, fidanzata e fiducia nel futuro.
Ha vissuto sei mesi a Roma, come gesto di elegante disperazione e ha trovato l’ispirazione per immaginarsi nuovamente su di un palcoscenico.
Ne è uscito un disco bizzarro, pop ma mai banale, fatto di arrangiamenti curati, pianoforte, archi e fiati.
Questo brano è un irresistibile crescendo a metá strada tra i primi Dexys Midnight Runners e Momus. Uno di quei brani che danno fiducia nella forza della musica, pop o meno che sia. Lontano dagli stereotipi e dalla banalitá, con personalità, che forse è l’unica cosa che ancora possiamo chiedere a chiunque decida di imbracciare uno strumento e di scrivere una canzone.

QTY – Rodeo

Non amo le scommesse. Ma in questo caso qualcosa su questa coppia di giovanissimi qtynewyorkesi (un ragazzo e una ragazza) la punterei senza esitazioni. A dire il vero un singolo di debutto così era un bel po’ di tempo che non mi capitava tra le mani. Inutile dire che quando si tratta di chitarre, rock’n roll e New York certe connessioni vengono automaticamente ma davvero impossibile non pensare agli Strokes e, andando più lontano nel tempo, a tutta la scena degli anni settanta, manco fosse un brano del catalogo della Ork Records. Due minuti e trentatré secondi che sfiorano la perfezione, insomma.

CESARE LORENZI

Arriviamo lunghi ma arriviamo (Fiver #1.2017)

cuffiaradio
Che poi , tra amici, è piacevole di tanto in tanto sedersi e raccontarsi. Raccontare da dove veniamo.
Perché esiste sempre un punto di partenza, anzi ne esistono tanti a ben pensarci e da ognuno partono storie, pezzi di noi, cuori pulsanti.
Con gli anni sto trovando assolutamente poco considerevole il fatto che non esistano invece punti di arrivo.
Siamo nati per correre diceva qualcuno ma anche per osservare, annusare, sudare, cazzeggiare e costruire legami. Di certo non siamo nati per arrivare.
Uno dei miei punti di partenza è rappresentato da uno degli oggetti esteticamente più orrendi che la storia del design ricordi: una radiocuffia. Un blocco unico con 2 rotelle posizionate sopra gli auricolari , una per il volume e l’altra per cambiare stazione , il tutto sovrastato da un’antenna retraibile che una volta aperta poteva raggiungere altezze imbarazzanti. L’acquisto, a metà anni 80, mi trasformò in un improbabile incrocio tra un adolescente supercool e un nerd che non aveva altro nella vita. Ovvio che io propendessi per il primo profilo mentre l’universo che mi guardava fosse schierato con la seconda opinione.
Anyway, in quella radiocuffia nacquero tutte le mie passioni . Mi costruii il mio palinsesto personale fatto di radio locali che proponevano musica che non conoscevo e arrivai per la prima volta a fare le ore piccole scoprendo quel capolavoro di trasmissione che era “Rai StereoNotte”: 3-4 conduttori che si alternavano ogni sera tra mezzanotte e le 6 del mattino. Io mi giocavo tutto nella prima fascia, fino alle 2 per poi crollare inesorabilmente.
Una notte uno dei conduttori (propenderei per Massimo Cotto), iniziò a tessere le lodi di un film uscito in quelle settimane e di una colonna sonora che trovava splendida.
Le musiche erano di Ry Cooder e il film era Paris, Texas di Wim Wenders.
Di cinema sapevo poco o nulla.
Fu il “primo amore” , il film che mi fece innamorare del Cinema
Una storia adulta e apparentemente lontana da me, veniva invece percepita come mia. Il senso di smarrimento di Harry Dean “Travis” Stanton , era quello dei miei 15 anni.
Ho ripensato a quelle sensazioni e a quegli anni pochi mesi fa , durante la visione di di quel gioiellino pop che è “Sing Street”. C’e’ quella scena finale dove i 2 protagonisti adolescenti partono per raggiungere Londra in motoscafo, una scena volutamente irreale dove i 2 si trovano a navigare in mezzo ad una tempesta a contatto con un transatlantico. Poi il film, giustamente, finisce e tu non sai se i ragazzi ce la faranno ad arrivare e come vivranno la loro vita. Ma la sensazione è quella di esserti trovato davanti a 2 ragazzi felici che stanno correndo, annusando , sudando, cazzeggiando e cercando qualcosa di nascosto.
Come ormai abitudine per queste pagine, segnalo piccole storie cinematografiche nascoste nell’anno che si è appena concluso. E come da abitudine si tratta di film non distribuiti (o quasi) al Cinema ma già reperibili.
Io li ho simbolicamente trasportati per qualche tempo nella mia radiocuffia International Hp1000 che non ho più.
Ma l’antenna in fondo a qualche cassetto deve esserci ancora

HELL OR HIGH WATER di David Mackanzie – Usa
Visto che siamo partiti da lì, rimaniamo in Texas. La solita rapina, il solito sceriffo che insegue, il solito scenario desertico. Ma certi film non mi stancano mai, soprattutto se lo sceriffo è uno splendido Jeff Bridges e la storia è ricca di un’umanità a tratti travolgente. Tra i film dell’anno a mio avviso, per un pubblico molto trasversale.

EL ABRAZO DE LA SERPIENTE di Ciro Guerra – Colombia
Distribuito a sorpresa in Italia ad agosto e quindi praticamente non visto in sala, L’Abbraccio del Serpente è un film che finisce per avvolgerti come dichiarato dal titolo. Una storia dilatata nel tempo e ambientata in Amazzonia tra sciamani e ricerca di piante sacre. Un film con atmosfere alla “Mission” o “Fitcarraldo” giustamente candidato agli Oscar 2016 come miglior film straniero.

SWISS ARMY MAN di Dan Kwan e Daniel Sheinert – Usa
Mai avrei pensato di essere “toccato” da un film demenziale. Un cadavere che parla, che scorreggia, che ha erezioni può arrivare ad un passo dalla poesia? E’ la scommessa di questo film vincitore di numerosi premi tra cui quello della Regia all’ultimo Sundance. La risposta ad ogni spettatore che vorrà immergersi in una storia assurda e fantasiosa come solo le storie al cinema possono essere. Gli attori protagonisti sono gli ottimi Paul Dano e Daniel Radcliffe

THE ONES BELOW di David Farr – Uk
Amo molto i film dove sembra possa accadere tutto da un momento all’altro, poi invece non accade niente per 2 ore ma alla fine ti accorgi che è successo molto di più di quello che pensavi succedesse all’inizio. Se non siete in attesa di un bambino e non trovate i vostri vicini di casa inquietanti, godetevi uno dei thriller più sottili dell’anno, opera prima dell’autore inglese David Farr.

THE INVITATION di Karyn Kusama – Usa
Atmosfere vagamente similari a quelle di The Ones Below. Qua non ci sono vicini di casa ma una semplice rimpatriata tra amici di vecchia data. Un invito a cena da cui possono scaturire molte cose o forse nulla. Alcuni tra gli invitati decidono di godersi semplicemente la serata, altri sono invece più sospettosi sul motivo e l’opportunità del ritrovo. Film riuscito, da vedere con una piccola luce accesa sul comodino per stare più tranquilli.

FUSI – VIRGIN MOUNTAIN di Dagur Kari – Islanda
Oltre alla musica, negli ultimi anni dall’Islanda arrivano anche ottimi film. Uno dei primi fu proprio l’opera di esordio di Dagur Kari, quel “Noi Albinoi”che venne distribuito a sorpresa anche in Italia ad inizio anni 2000. Regista anche dell’ottimo “The Good Heart” che vi invito a recuperare, Kari si riconferma con una storia di una semplicità disarmante che narra la storia di Fusi, uno dei tanti losers che il cinema sa così bene raccontare e far emergere dalla desolazione

WHERE TO INVADE NEXT di Michael Moore – Usa
Ho perso il passaggio nel quale Michael Moore da autentica icona cinematografica è passato al più totale dimenticatoio , tanto che l’uscita di una sua opera (in Italia a maggio , solo per qualche giorno) viene a malapena segnalata. La verità sta spesso nel mezzo. Where to invade next non è un capolavoro e Michael Moore è sempre molto furbo a portarti in terreni a lui congeniali dove esprimere al meglio le sue opinioni politiche. In ogni modo il film merita ugualmente di essere visto anche solo per l’ironia debordante che da sempre contraddistingue Moore.

CERTAIN WOMEN di Kelly Reichardt – Usa
Prima parlavo di quelle storie dove sembra non succedere nulla e poi alla fine succede tanto. Il cinema di Kelly Reichardt è invece a suo modo coerente: sembra non succedere nulla ed in effetti non succede proprio nulla. Però al termine di ogni sua opera, si rimane stupiti del fatto che ti abbia in qualche modo sedotto, conquistato, reso la vita più bella in quei 90 minuti. Il cuore si sposta di un millimetro, ma si sposta, pulsa. Se vi piace questo tipo di cinema, recuperate assolutamente i suoi precedenti lavori “Wendy & Lucy” e soprattutto “Old Joy” con protagonista un grandioso Will Oldham/Bonnie Prince Billy.

HUNT FOR THE WILDERPEOPLE di Taika Waititi _ Nuova Zelanda
Tra i film più geniali del 2014 annoverai “What we do in the shadow” una sorta di indagine finto documentaristica su un gruppo di vampiri neozelandesi, piena di ironia ed ottime trovate. Il regista di origini maori Taika Waititi si conferma tra gli autori di commedie più originali di questi anni. Hunt for the Wilderpeople è il classico film da serata cazzeggio, una storia di formazione anche qui al limite del demenziale ma che ha grande cuore. Atmosfere , con le dovute proporzioni, vicine a Moonrise Kingdom di Wes Anderson

A MAN CALLED OVE di Hannes Holm – Svezia
Ahh l’amata Svezia ! A man Called Ove è tratto da uno dei libri più venduti negli ultimi anni , secondo solo alla trilogia Millenium di Stieg Larsson. Dalle nostre parti il libro è uscito con il titolo “L’uomo che metteva in ordine il mondo” . Finora non è invece prevista la distribuzione italiana del film ed è un vero peccato perché si tratta di una delle commedie più belle e riuscite dell’anno e Ove è uno di quei personaggi per cui sentire la mancanza la mattina dopo aver visto il film.

EL CLUB di Pablo Larrain – Cile
Non mi metto nemmeno a raccontare di Pablo Larrain, risulterebbero solo parole di banale adulazione. Per lui parlano le sue opere, una più potente dell’altra, tutte da recuperare e tenere nelle proprie cineteche di casa. Peccato solo per “Jackie” in uscita nel 2017 che lo farà conoscere anche al grande pubblico ma che risulta un semplice biopic “ordinario”. Uscito a fine febbraio e rimasto in sala pochi giorni con un box office bassissimo, El Club è forse il film più devastante di Pablo Larrain. Sono cattolico praticante ma da sempre aborro i proseliti, la fede è una questione personale come sono personali i sentimenti e le emozioni che questa opera d’arte può suscitare. Spotlight messo a confronto con El Club è come Stefano Mancinelli paragonato a LeBron James. El Club è il mio smarrimento nel deserto, 30 anni dopo Paris Texas. Film dell’anno a mia modesta opinione.

In ultimo , cerchiamo di rosso questi titoli in uscita in Italia nei primi mesi 2017
Sono certo che li rivedremo in posti molto alti nelle classifiche del prossimo anno.

LA LA LAND – di Damien Chazelle – in uscita il 26 Gennaio 2017
A volte capita di uscire dalla sala e avere la percezione che il Cinema sia una cosa enorme. ENORME! La La Land è appunto un film enorme e Damien Chazelle , dopo Whiplash, si conferma uno dei registi più musicali dei nostri tempi. Film straordinario. Capolavoro fin da ora da battere nel 2017.

MANCHESTER BY THE SEA – di Kenneth Lonergan – in uscita il 16 Febbraio
Non so se qualcuno ricorda quel gioiellino di inizio anni 2000 chiamato “You can count on me” con Mark Ruffalo e Laura Linney. Era il primo film di Kenneth Lonergan che poi si è dato al suo primo mestiere, quello di sceneggiatore (suo anche il Gangs of New York di Scorsese). Lonnergan torna alla regia con questo piccolo capolavoro di cinema indipendente. C’era il rischio di non vederlo in Italia, poi l’aver vinto decine e decine di premi in Festival di tutto il mondo ha fatto cambiare idea anche ai riluttanti distributori italiani. Candidato anche a 5 Golden Globes tra cui i migliori attori agli splendidi Casey Affleck e Michelle Williams. La sera del 16 febbraio tenetevi liberi.

TONI ERDMANN – di Maren Ade- in uscita il 23 Febbraio
Tra i film più originali presentati all’ultimo Festival di Cannes , Toni Erdmann sarebbe tecnicamente il film europeo dell’anno (2016). Ma noi arriviamo sempre lunghi e quindi ce lo godremo solo tra un paio di mesi. Anche in questo caso, colpisce il fatto che un film vicino alla soglia del demenziale, possa invece risultare così ben costruito e a tratti toccante.

MOONLIGHT – di Barry Jenkins – in uscita il 2 Marzo
Dimentichiamo Radici, dimentichiamo 12 anni schiavo, dimentichiamo Birth of a nation. Il regista Barry Jenkins (da recuperare il suo precedente Medicine for Melancholy) ci racconta il presente e non il passato di un afroamericano (gay) negli Stati Uniti, lo fa con uno stile asciutto, poetico, fatto di poche parole. Un film che non sarà per tutti e di cui non era prevista l’uscita italiana. Il notevole successo all’anteprima al Festival di Roma ha giustamente cambiato le carte in tavola. Viva i Festival quindi!

ELLE – di Paul Verhoeven – data da definire
Confesso di essermi avvicinato a Elle con mille pregiudizi. Non ho mai amato il cinema di Verhoeven (Basic Instinct , Robocop, Showgirls e tanti altri) . Ma una delle cose più belle del cinema è ricredersi e stupirsi. Anche Elle non sarà un film per tutti, ci si ritroverà a sorridere sulla violenza quotidiana di cui è piena la nostra vita, sul cinismo. Inutile parlare di Isabelle Huppert, qui alla sua ennesima interpretazione capolavoro. Il film è uscito praticamente in tutto il mondo tranne che in Italia. Dovrebbe uscire nel primo semestre 2016 ma la data è ancora da definire.
Arriviamo lunghi, ma arriviamo…è un po’ il nostro motto.

Massimo Sterpi

Live (too much) fast (to) die young (Fiver #43.2016)

il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità

(I Limoni, Ossi di Seppia)
E. Montale


Ieri era Natale. Nella mia caotica vita, uno dei rarissimi giorni fatto di abitudini: la sveglia col mal di testa per l’infinita bevuta della vigilia – fin dal mattino, che qui da noi tra i monti non si scherza mica – con i due compagni di banco del liceo. L’uscita col freddo pungente ma asciutto delle dolomiti – raramente mutata ne l’uscita sotto una pioggia fitta di mille spilli gelati –, la camminata per il paese deserto: le vecchie scuole medie, la villa col parco dove giocavo da bambino, i viottoli sterrati immersi nel verde e circondati dai monti. Per strada, le cuffie nelle orecchie e le telefonate ai parenti. Gli auguri ai passanti. La visita a Franco del Bar-Trattoria Zurigo e il bianco alla spina con una goccia di Campari per rimettere a posto la testa e lo stomaco prima della polenta.
La prima chiamata sempre la stessa: “nonna”.
Anche ieri mattina ho fatto le solite cose: mi sono alzato con la testa che rotolava sui prosecchi, sono uscito bestemmiando per il freddo ma ringraziando per il secco che nella piana nebbiosa l’umido non ti lascia mai in pace, ho messo le cuffie e preso il telefono mentre andavo verso il bar di Franco. Ho schiacciato il nome giusto in rubrica. Il nome della prima telefonata di ogni mattina di Natale.
Poi ho subito premuto il tondo rosso in basso nello schermo, con le dita che un po’ tremavano. Forse per il freddo. Forse per quel numero che ho fatto in automatico, ma che non aveva più senso chiamare.

Ho una famiglia moderna, disfunzionale. A Natale si pranza in tre. Uno sono io e con uno degli altri due non ho legami di sangue. Poi ci sono quelli sparsi in giro e ci si sente al telefono. Ognuno ha molto da fare, in città diverse che anche se vicine sono lontane come fossero in un altro continente.
Ho una vita moderna, disfunzionale. Sempre poco tempo per le cose che mi piacciono, ma le faccio lo stesso. Un lavoro con orari assurdi che a volte amo e spesso non sopporto. Notti sempre troppo lunghe che non ho voglia di smettere di spendere.
Una passione enorme che mi ha portato in giro per quasi dieci mesi da nord a sud per tutta l’Italia a salire su palchi splendidi o improvvisati. Io, che non ho mai voluto imparare a suonare uno strumento per non rischiare di diventare uno che saliva sui palchi.
Sta finendo un anno lunghissimo e denso. Veloce come un battito d’ali di un colibrì. Bello. Faticosissimo.
Pieno di vita, di volti, di persone che mi hanno toccato. Di delusioni, di abbandoni e fine di ideali. Di belle intenzioni andate a sbattere contro muri invisibili. Di esperimenti esplosi come una bomba che hanno ribaltato l’orizzonte.
Ho incontrato tanti occhi. Alcuni bellissimi, tutti di passaggio perché io sono di passaggio, forse perché tutti lo siamo ma io lo so bene e non riesco a dimenticarmelo mai. Forse perché quando mi sono fermato e ci ho creduto poi raccogliere i pezzi dopo lo schianto con la realtà di chi si ne andava – già, siamo tutti di passaggio – è stato così faticoso che adesso non riesco nemmeno a fare finta di non ricordarlo.
È passato un anno da un anno fa. Io sono sempre io. Più vecchio, più forte, più bravo a fare le cose che faccio.
Con gli stessi identici buchi che non si riempiono mai.
Con gli stessi volti che scorrono come slide nella mente quando sei tornato a casa da una serata ed è quasi mattino e hai deciso che a casa ci volevi tornare da solo per non andare a dormire e bere un’ennesima, inutile, birra con gli occhi a mezz’asta e le orecchie su quel pezzo che, sai, non dovevi ascoltare.

Vivo veloce. Perché devo fare tante cose, perché le giornate durano solo ventiquattro ore. Forse, in realtà, perché sono un nevrotico senza pace, lo stesso che trentaerotti anni fa al primo giorno di vacanza dalla scuola, si attaccava alla gonna della mamma e le chiedeva con lo sguardo perso ogni mezz’ora: «e adesso, cosa faccio?»
Ho vissuto tante vite in una vita sola.
Il giorno dopo Natale, da solo al bancone di una birreria affollata di famiglie, si possono fare questi pensieri.
E si possono scrivere anche se sono tristi, che poi tristi non lo sono, solo poco simpatici, solo bisognosi di ascolto e noi non abbiamo più tempo per ascoltare niente e nessuno che dobbiamo essere unici protagonisti del nostro mondo accelerato, connesso, sempre sul piedistallo di una foto da postare che non possiamo mica mangiarci un cazzo di panino senza farlo sapere a tutto-il-fottutissimo-mondo.
Magari però sembrano cose tristi però io le scrivo lo stesso perché, come diceva Luigi, quando sono allegro esco.
E infatti adesso butto giù sto pezzo e poi vado con gli amici a buttare giù qualche birra e qualche risata.
Sono serio, sono un buffone. Spesso mi perdo nel famoso bicchier d’acqua perché faccio la domanda sbagliata a fronte del parterre di risposte possibili.
Mi sento vecchio come il mondo. Mi sento un ragazzino che ha solo voglia di saltare ascoltando pezzi punk da adolescenti.
Non ho pace, ma, come diceva un mio socio, per riposarsi c’è l’eternità.
Tante vite in una vita sola.
E ho avuto un amore che mi ha salvato e che mi ha insegnato la dedizione. Un grande amore felice. Un infinito amore cupo e triste. Che non riesco a mettere fra le cose successe, quelle che “è andata così”, che rivorrei più o meno quanto vorrei andare a combattere in Vietnam nel sessantotto anziché fumarmi le canne e scoparmi una bionda hippy a Frisco, eppure suona sempre come quelle canzoni tristi che non sono mai tristi fino in fondo perché sotto c’è quella fisarmonica che sa di giostre e zucchero filato e bambini che sorridono anche mentre sei al bancone e sono le cinque del mattino e domani vai a lavorare ma ne ordini un altro.
E tu, tutti e tre li hai visti nascere e finire. Li hai capiti. A volte, me li hai spiegati. L’ultima volta, mi hai solo sorriso con gli occhi tristi sapendo che non c’era niente da aggiungere.
Sicuramente ne hai capito più tu di me.

Vivo veloce. Così veloce che sì, ti ho pensato. Ti ho pianto. Ma mi sono accorto solo ieri mattina di quanto sia concreta la tua assenza.
A febbraio è nato mio nipote. Una gioia enorme e strana. Qualcosa che non capisco fino in fondo, che mi accontento di vivere quando vedo quegli occhioni aperti da pochi mesi che mi sorridono perché sanno chi sono e sono felici di vedermi lì davanti.
Hai fatto in tempo a vederlo? Forse sì. Riuscivi a riconoscerlo? L’hai salutato? Non me lo ricordo.
Questa la brutale verità. Non me lo ricordo. Tutto è successo così in fretta, tante le cose che mi urlavano, mi imponevano di prestar loro attenzione con l’urgenza di ciò che non può aspettare che i giorni si accavallano nella memoria e non so nemmeno se vi siete mai incontrati.
Io non ho fatto in tempo ad organizzare la presentazione a Milano perché tu potessi venirci. Sono passato, quel giorno, in ospedale prima di andare dove dovevo andare.
Avevi quegli occhi pieni d’orgoglio che hai sempre avuto quando ti davo qualcosa di mio: fosse una pagella, il primo libro. L’ultimo. E hai capito subito quella copertina e mi hai fatto le domande che non si fanno, che solo le nonne possono fare impunemente e con un mezzo sorriso quasi beffardo, ma che racconta invece quanto il tempo porti sempre tutto a un livello d’intensità sopportabile.
E ieri mattina, quando ho appoggiato il dito su quel cerchietto rosso prima ancora che dall’altra parte qualcosa potesse squillare, ho sentito con il corpo – che è l’unica cosa che sente veramente, la pelle, i muscoli, gli odori, solo quello sente, il resto è chiacchiera – e con il sangue la tua assenza.
Non ho smesso di camminare, ma mi sono fermato con la mente. Mi sono preso il tempo che occorreva, che finché stai sulla giostra non puoi prenderti.
Ho continuato a camminare ma ho congelato la testa sulle fotografie che volevo vedere. Ed erano tante e hanno colpito allo stomaco, poi sulle gambe, alle mani.
Ho sentito la fitta che proverò al prossimo viaggio, quando appena prima di andare a bere una birra al tramonto mi verrà in mente di andare a cercare una tazzina da caffè per te. Una tazza col nome della città. Penserò di dover entrare nel primo negozio di souvenir per trovare la meno brutta fra tutta quella paccottiglia. Poi, in una frazione di secondo, capirò quanto quel pensiero non avrà più senso. Non avrà più motivo.
Quante te ne ho portate, a te che ti lamentavi di aver visto così poche città. Di aver viaggiato poco. Così ogni volta che ti venivo a trovare e mi facevi un caffè lo bevevamo a New York, poi a Parigi, a Londra, a Barcellona.
Chissà dove sono finite. Chissà se si sentono anche loro così sole adesso.


Fabio Rodda