Assestamenti

Una manciata di canzoni di quest’ ultimo periodo. Non necessariamente le più belle.
Magari quelle che ci hanno fatto venire in mente altre cose, punteggiando queste nostre giornate “diverse”.
Aiutandoci ad assestarci, ad accendere la nostra sensibilità e spaziare. Ora che non si può spaziare diversamente che con la fantasia.
Parlandoci in un orecchio.
Quello che certa musica, da sempre, ha saputo fare con le nostre vite.

SHAME – BORN IN LUTON

C’è una scultura posizionata in una delle rotonde che danno accesso al capoluogo emiliano per chi arriva dalla pianura padana.
Una scultura, dalle misure spropositate, di un uomo filiforme che regge sulle proprie spalle un camion.
E’ come se questo camion gli fosse capitato sulla schiena per caso, improvvisamente, e lui cercasse un assestamento nel silenzio della periferia industriale.
Talmente insensata che ogni volta che ne incrocio le fattezze resto letteralmente vinto da tanta assurda incongruità e non riesco a staccare gli occhi finchè non scompare dal mio orizzonte.
Carichi immani improvvisamente piombati sulle nostre spalle.
Le strutture degli shame a volte mi fanno lo stesso effettto
Non si capisce come facciano a “restare su”.
Incongrue, asimettriche, architettonicamente impossibiltate a reggere il peso della composizione.
Deragliano e tornano su binari sempre diversi.
Non possono che crollare.
Ma non crollano.
E continuo a non staccare occhi e orecchie, affascinato.
Tutto sommato in questo perido molti di noi si sentono canzoni degli Shame.
O omini con camion sulle spalle

ARAB STRAP – HERE COME COMUS

Svegliarsi alle 3 ogni notte. Tutte le notti.
Dopo un po’ ci fai l’abitudine.
Le prime volte maledivi la constatata impossibilità a riaddormentarti.
Ma dopo un po’ ti arrendi.
E passi in rassegna i tuoi fantasmi.
Quelli passati, quelli presenti e quelli futuri.
Sempre con questa sensazione di non aver capito qualcosa, di esserti perso qualcosa che avresti dovuto capire anche se i segnali erano tutti lì.
I don’t give a fuck about the past our glory days gone by
La voce di Aidan Moffat che fa piovere pietre sopra quei beat irreali è la colonna sonora perfetta per queste lunghe notti.
I nostri maestri del disincanto preferiti.
Dopo 16 anni ci ritroviamo.
Ed è un lungo e consolatorio abbraccio.

BILLY NOMATES – EMERGENCY TELEPHONE

Tor Maries, la ragazza in prima fila da sola al concerto degli Sleaford Mods di Southampton.
Lasciata dal fidanzato, senza una sterlina in tasca, additata con un beffardo “Hey, it’s Billy No-mates!” .
Ma Tor ha uno sguardo impertinente, una grinta rara e una manciata di grandi canzoni.
Raccoglie l’assist e assume le sembianze di Billy Nomates, tutto attaccato.
Con l’aiuto di Jason Williamson dei nostri Mods preferiti, di Geoff Barrow e della sua etichetta confeziona un album e un nuovo Ep uscito in questi giorni.
Dischi che li senti muovere nello scaffale da quanta energia compressa racchiudono (recuperare No o Hippy Elite in video per rendersene conto).
Gli aggettivi si sprecano ..Introspective mainstream..no girl in a yes man world..postpunk snarler..
La realtà la restituisce il video di questa canzone permeata da una malinconia rabbiosa.
Una fiera in gabbia, un pugile in attesa di sferrare la sua serie micidiale.
Un volto credibile di quella isola isolata. Che ci manca terribilmente.

VIAGRA BOYS – TOAD

Hai Toad in repeat nelle orecchie e l’aspirapolvere nelle tue mani diventa una chitarra con la quale inanelli riff assassini incurante ed isolato dal mondo esterno.
Ti senti una specie di Ian Svenonius, figo ed invincibile.
L’aspirapolvere smette di funzionare.
Lo smonti pezzo a pezzo e lo rimonti pezzo a pezzo con maestria battendo il tempo con il cacciavite.
Riparte Toad.
Non c’è niente che ti può fermare.
L’aspirapolvere non parte più.
Ti dicono che il cane protesta abbaiando da un quarto d’ora perche l’hai chiuso inavvertitamente in una stanza.
Che con il sacco della polvere forato hai sporcato piu di quanto hai pulito
Riparte Toad.
Ti siedi e ti versi da bere, perplesso.

MAXIMO PARK – VERSIONS OF YOU

Forse non fa figo parlare dei Maximo Park e tutto sommato non interessa neanche perorarne l’eventuale rilevanza.
Una carriera robusta spesso in bilico sull’orlo dell’anonimato ma con alcune belle canzoni che si sono ricavate un angolino nella nostra memoria.
Ma una canzone come questa, che spinge sul pedale della retorica emozionale come solo certo pop indie britannico ha sempre saputo fare, proprio ora che siamo costretti a venire a patti con una unica versione di noi stessi, fa sognare di allargare le braccia sotto un cielo corrucciato e assaporare le prime gocce di pioggia che ci piovono sul viso.
Mentre tutti attorno a noi fanno lo stesso.

MASSIMILIANO BUCCHIERI

Doing it For The Kids

I have only one friend

She sings the same song as me

(Arab Strap)

Creation Stories non è un grande film ma racconta una grande storia.
La vicenda dell’etichetta discografica scozzese con base a Londra è in fondo grande quanto una vita intera e capisco perfettamente che l’idea di farne una sceneggiatura e relativo film abbia solleticato l’estro di Irvine Welsh.
La storia della Creation è legata a doppio filo a quella del suo fondatore, Alan McGee, il ragazzino “sfigato” di Glasgow con cui, in qualche modo, ci siamo identificati fin da subito.
Lo abbiamo sempre fatto, in tempi non sospetti, qualche decennio prima che la sua storia diventasse un film. Per noi che non siamo mai stati musicisti ma “addetti ai lavori” la figura di McGee è stata fin da subito il vero riferimento. Del resto come non subire il fascino di uno che nel giro di un mese, tra ottobre e novembre del 1991, ha pubblicato Screamadelica, Loveless e Bandwagonesque. Tre dischi della vita, in un botto, così come se fosse la cosa più normale del mondo.
La storia della Creation è in fondo una storia di riscatto, di successo e successiva caduta. Una storia di grande musica, davvero grande, la più grande di tutte quelle possibili, per qualcuno di noi, certamente per il sottoscritto.
La Creation è stata tante cose: la casa della musica “sbagliata”. Quella che metteva a proprio agio l’adolescente rinchiuso nella propria cameretta. La Creation dei Felt, dei Pastels, dei Weather Prophets, di Biff Bang Pow!. Quei dischi ci facevano sentire meno soli e contribuivano a farci trovare il nostro posto nella mappa dell’universo, nientemeno.
Ma è stata l’etichetta della musica “nuova”, del rumore bianco dei Jesus and Mary Chain, dei Primal Scream che abbracciano Andrew Weatherall, dei My Bloody Valentine che tracciano una strada completamente inesplorata.
La Creation è stata inoltre quell’etichetta che nello stesso anno del debutto degli Oasis pubblicava un disco dei Cramps. Perché, come ha più volte ripetuto lo stesso McGee, si è sempre trattato di una faccenda di musica. L’attitudine che ha messo in mostra uno come lui non l’abbiamo vista mai più. Uno che nelle interviste parlava dei Big Star e di Alex Chilton quando il flusso dell’interesse andava in tutt’altra direzione. E lo faceva così, perché era giusto farlo, senza nessun’ altra motivazione, con l’entusiasmo del fan.
Uno che frequentava l’Hacienda di Manchester e poi, magari, ti teneva un’ora inchiodato con una menata su Gram Parsons.
Tanti di questi dettagli nel film non sono entrati, inevitabilmente. Mi ha però fatto sorridere la scena delle giapponesi che visitano l’ufficio dell’etichetta e trattano McGee come una rockstar. Mi ha fatto ricordare qualche ragazzino bolognese che girava dalle parti di 83 Clerkenwell Road solo per vedere quel posto da lontano. Senza riuscire a dire niente di speciale se non farfugliare due parole di generico ringraziamento ed infilarsi un cd promozionale in tasca. Sarebbe stato sufficiente dire: Your Music Saved my Life ed invece, tra parole non dette e sguardi persi in troppa timidezza, la faccenda si risolse con il consueto nulla di fatto. Poco importa, comunque: tra simili ci si riconosce da lontano. Stessa visione del mondo e stesse Adidas ai piedi, senza bisogno di doverlo esplicitare troppo. Per quello è sufficiente una canzone.

Be a punk, be a poet, be political, be proud…but be a rebel always, because it is always something to rebel for…..(Alan McGee)

Cesare Lorenzi

Le 15 canzoni del catalogo Creation scelte da

Massimiliano Bucchieri, ArturoCompagnoni, Cesare Lorenzi

FELT “Ballad of the Band” 1986

Assieme alla Velocity Girl dei Primal Scream di cui scrive Cesare, questa è la materializzazione stessa della definizione heavenly pop hit, niente più e niente meno. Personaggio gigantesco, band formidabile, canzone magnifica. (A.C.)

MEAT WHIPLASH “Don’t Slip Up” 1985

Siccome citare i Jesus and Mary Chain pareva faccenda troppo ovvia allora si punta su quelli che ne hanno incrociato le sorti, sia pur per la sola durata di una canzone e la storia di un concerto (North London Polytechnic, 15 marzo dell’85). La circostanza che il loro nome sia una citazione dei Fire Engines e che in copertina di questo loro unico singolo ci sia un immagine di Robert Vaughn accresce il mito. (A.C.)

THE LOFT “Up the Hill & Down the Slope” 1985

Peter Astor possiede una penna magica con cui scrive da sempre canzoni sublimi. Dei Loft sono sempre stato indeciso quale preferire tra gli unici due singoli pubblicati nel corso di una carriera durata niente. Prendo il secondo che ricorda una versione sgangherata degli Aztec Camera e questo basta (e avanza). (A.C.)

THE HOUSE OF LOVE “Shine On” 1987
I primi quattro singoli degli House of Love sono materiale da far studiare a scuola, alternativamente in musica, storia dell’arte e, soprattutto, epica. Tra tutti scelgo questo solo perché la prima volta non si scorda mai. (A.C.)

BIFF BANG POW! “Love’s Going Out of Fashion” 1986

Una delle cose che mi è piaciuta di Alan McGee sin dall’inizio è quel suo modo di rendere esplicite le passioni, da autentico nerd della musica. I Creation ad esempio: omaggiati nel nome stesso dell’etichetta e riproposti in quello della band in cui cantava, oltre ad imbracciare la chitarra. Un misto ingenuamente irresistibile di psichedelia 60s, cultura mod e ombre post punk. (A.C.)

BMX BANDITS “Serious Drugs” 1992

La leggenda vuole che ai colloqui d’assunzione del personale McGee chiedesse informazioni sulle bands preferite. Se rispondevi Big Star eri assunto.
Non è quindi un caso che l’influenza di Alex Chilton e compagni si possa più volte ritrovare nel catalogo Creation. Questa degli scozzesi BMX BANDITS è forse la più bigstariana di tutte. Inutile dire che si tratta di una canzone fantastica, da ascoltare subito dopo i Teenage Fanclub per trarne il massimo godimento. (C.L.)

PRIMAL SCREAM “Velocity Girl” 1986

La canzone pop perfetta in 90 secondi. In pratica il manifesto del primo periodo Creation. Vodka e speed, i Velvet e Warhol nel cuore, una Rickenbacker e un chiodo di pelle. La bellezza dell’adolescenza virata in un film francese degli anni sessanta in bianco e nero. (C.L.)

SUPER FURRY ANIMALS “Something 4 the Weekend” 1996

Una ballata che sembra uscire direttamente da Sgt. Peppers. Pura psichedelia beatlesiana. Tipica “drug song” timbrata Creation. (C.L.)

MY BLOODY VALENTINE “Soon” 1990

“The vaguest piece of music ever to get into the charts” secondo Brian Eno. Ed una delle canzoni più lunghe in assoluto, con i suoi oltre sei minuti di durata del mix originale.
Soon sono i my Bloody Valentine al massimo splendore. Un brano talmente poco usuale che suona rivoluzionario ancora oggi. (C.L.)

THE PASTELS “Million Tears” 1984

Il primissimo periodo Creation è una roba di pop sgangherato, di bassa fedeltà, di canzoncine jingle-jangle suonate con foga. Questo singolo degli scozzesi Pastels è l’esemplificazione perfetta del teorema suddetto. Un elementare, quanto indimenticabile,  giro di basso in apertura e poi i soliti tre accordi. Essenzialità pop, manco fosse una canzone della Motown rifatta dai Modern Lovers. (C.L.)

RIDE “Drive Blind Ride” 1989

Il primo EP della formazione di Oxford. Quella cascata di chitarre al calor bianco. Quei cori. Da
pelle d’oca ancora oggi.
Viene tratteggiato un mondo immateriale in cui perdersi.
Per certi versi il gruppo shoegaze con la G maiuscola.
Andy Bell per fare i soldi veri si unì agli Oasis in fase discendente ma i Ride furono (sono)
faccenda di cuore.
Per alcuni anni portavoce di una generazione che voleva rumore e sentimento e che trovò la
casa ideale tra le uscite dell’etichetta. (M.B.)

SWERVEDRIVER “Son of Mustang Ford” 1990

Se la tavolozza dei MBV comprendeva tutti i colori che venivano scagliati nelle orecchie e nel
cuore fino a stordirti il colore predominante qui era, invece, solamente quello del metallo
arrugginito.
Potentissimi, quasi metal, soprattuto agli esordi, ma la melodia sotto alla loro rumorosa
tempesta affiorava gradita e ristoratrice rendendo più appropriata la presenza sotto questa
sigla. (M.B.)

TEENAGE FANCLUB “Star Sign” 1991

La band del cuore di molti. Pop, rumore, friendliness pura e contagiosa. Un mazzo di canzoni
che ancora oggi, al loro apparire, ti fanno venire voglia di abbracciare chi hai accanto.
Un cd single in una bustina di un Hmv di Edinburgo che si materializza in note e suoni nella
Little John’s Farm di Reading nell’estate 92. Un pascolo batttuto da vento e scrosci di acqua
gelida intermittente. Gambe nel fango fino al ginocchio e salti per un ora sotto braccio a degli
sconosciuti maleodoranti rimettendoci una caviglia.
Poche volte sono stato cosi felice. (M.B.)

ADORABLE “Sunshine Smile” 1992

Con un piede nella scena shoegaze e uno che volgeva lo sguardo alle tessiture romantiche di
House Of Love e Echo And The Bunnymen.
Intercettati nel febbraio 91 di supporto ai Curve. L’alterigia, l’eleganza e il carisma di Piotr
Fijalkowski dominava il mare increspato di feedback intorno a lui vincendo gli occhi e i cuori di
molti.
Si persero troppo velocemente ma questo resta uno dei grandi singoli dell’etichetta.
Ancora oggi potente e sexy. (M.B.)

BOO RADLEY “Lazarus ” 1992
Fin dagli esordi del gruppo di Liverpool, sepolto sotto tonnellate di rumore, si percepiva un gusto
per la melodia fuori dal comune, in gran parte dovuto alla penna di Martin Carr.
Veloci passi giganteschi portarono a questo singolo.
Una summa di generi, un caleidoscopio dall’intro venata di dub all’armonia grondante puro
sentimentalismo britannico, alle chitarre assordanti loro marchio di fabbrica.
Un album monumentale, per certi versi inopinatamente sottovalutato.
Giant Steps. Passi che hanno lasciato, anch’essi, orme non indifferenti nella storia dell’etichetta.
Dietro al muro di feedback ancora oggi, tra gli altri, si intravedono le foto di Gary Clail, Kevin
Shields, John Lennon e Ray Davies. (M.B.)

Nobody wants a lonely heart (the cover songs issue)

Mike Watt & The Black Gang “Rebel Girl” (Bikini Kill)

Una canzone così merita qualche accortezza, il momento è delicato e tocca muoversi con circospezione. Non sono più gli anni novanta dove si scriveva sulle riviste musicali di femminismo ribelle coniugato al punk rock con una certa disinvoltura, nonostante il sesso sbagliato per poterne discernere compiutamente, direbbe qualcuno.
I tempi sono cambiati, dicevamo, ma questa canzone nel frattempo si è trasformata in un inno. Anzi, trova forse adesso, anno 2021, ancor più una sua collocazione legata alla drammatica cronaca con cui siamo costretti a confrontarci tutti i giorni. E per questo diventa ancor più necessaria, indispensabile, importante.
Possiamo immaginarla come la “Blowin’ in the Wind” degli anni novanta che, ancora oggi, a distanza di quasi 30 anni dall’uscita originale non ha perso un solo grammo della sua forza. Come se ad intervalli regolari acquistasse sempre più vigore e trovasse in un modo o nell’altro la maniera di segnare generazioni differenti. Guardatevi Moxie (Netflix) un piccolo, adorabile film, che contribuisce a fare di Rebel Girl una delle canzoni indispensabili anche di questo 2021.
In questa versione “sbagliata”, quel vecchio adorabile caprone punk di Mike Watt (con Nels Cline di Wilco alla chitarra) ce ne regala un’interpretazione grezza, scomposta, feroce. Come è giusto che sia.
Singolo digitale che fa parte della “30th Anniversary Series” della Kill Rock Stars che andrà avanti per tutto il 2021, già pubblicato in vinile, sempre dalla KRS, nel 1997.

Mikaela Davis & Mary Lou Lord “Some Song” (Elliott Smith)

Sempre per la stessa iniziativa, la Kill Rock Star ci regala una cover davvero riuscita.
In questo caso, Mary Lou Lord e Mikaela Davis, riprendono una delle canzoni meno conosciute del catalogo di Elliott Smith, uscita originariamente solo come retro di un singolo.
Canzone tragica che tratta di abusi familiari e tossicodipendenza. Sul tubo (https://youtu.be/ePD5bM4Gtbc) si trova una versione acustica dal vivo. Si sente la gente ridere e scherzare prima che Elliott cominci a suonare ma il gelo e il silenzio scendono dopo pochi secondi di interpretazione.
Ci si riesce ad immaginare il pubblico intento a guardarsi la punta delle scarpe, l’imbarazzo e la commozione che arriva in faccia senza preavviso e non ti rimane altro che ricacciare le lacrime in gola.
Amarezza, gratitudine e non so cos’altro.
Manca, Elliott Smith. Manca talmente tanto che è pure difficile scriverne.

Viagra Boys “In Spite Of Ourselves” (John Prine)

Le cover hanno da sempre tracciato confini, contraddistinto ambiti di appartenenza. Scegliere di interpretare una canzone di un altro artista è fondamentalmente un atto politico. Un modo per dire a chiare lettere in che porzione di mondo si desidera essere posizionati.
Su John Prine non ho nessun dubbio. Uno dei grandi della canzone americana. Il suo catalogo sterminato ho iniziato a frequentarlo grazie ad un’altra cover: la “Sam Stone” di Evan Dando che mi aprì un mondo, all’epoca. Allo stesso modo la scelta dei Viagra Boys mi ha fatto decidere definitivamente di farmeli piacere. La scelta e l’interpretazione di questa canzone mi fanno vedere ed apprezzare la band svedese sotto altri occhi. Come se fossero dei nostri, come se scegliere certe canzoni li facesse diventare qualcuno di famiglia. Non è così, del resto?

Bill Callahan & Bonnie Prince Billy “Miracles (feat. Ty Segall)” (Johnnie Lee Frierson)

A proposito di cover impossibile non citare e sottolineare quello che stanno combinando Bill Callahan e Will Oldham. Con frequenza settimanale si sono messi a setacciare canzoni poco conosciute (soprattutto) e a trasformarle in piccoli gioielli. Questa, di tale Johnnie Lee Frierson, cantante soul senza troppa gloria scomparso nel 2010, uscì per esempio in una cassetta autoprodotta negli anni novanta senza lasciare traccia.
Ne viene fuori un soul sui generis punteggiato dalla chitarra di Ty Segall assolutamente irresistibile. Va detto che se un giorno la Drag City dovesse decidere di raccogliere questa fantastica collezione di cover in un unico disco ci regalerebbe uno di quei lavori che rimarrebbe negli annali, potete starne certi.

Muzz “Nobody Wants a Lonely Heart” (Arthur Russell)

Da sottolineare, anche se in circolazione già da qualche mese, l’EP di 4 cover dei Muzz, il “supergruppo” messo in piedi da Paul Banks di Interpol.
Si va da Bob Dylan ai Mazzy Star ma il brano che emerge è questa cover di “Nobody Wants a Lonely Heart” ballata strappamutande di Arthur Russell. Lui è uno dei nostri preferiti in assoluto, uno di quelli da isola deserta, per intendersi. Difficile sbagliare in un caso così. I Muzz fanno il compitino ma ne esce ugualmente un momento prezioso.
Tutto quello che contribuisce a ricordare la figura di Arthur Russell è meritevole di menzione, del resto. E non è mai troppo tardi per riscoprirlo, per ascoltarlo di nuovo, per onorarlo ancora una volta.

Cesare Lorenzi

Le Traduzioni

Quanto conta il titolo di un’opera? Cosa vuol dire tradurre? Immaginate capolavori come La Haine, The Goodfellas, The Wild One se fossero diventati, nella traduzione italiana, Periferia, I Picciotti e L’Incivile anziché, per il buon senso di qualcuno – sono i distributori che piazzano i nomi tradotti nel loro mercato di pertinenza? Qui ci vorrebbe l’esperto Max Sterpi – che ha deciso di tradurre letteralmente: L’Odio, Quei bravi ragazzi e Il Selvaggio. In questi giorni sto lavorando a un romanzo e cercavo degli spunti riguardando alcuni film per me importanti e mi sono reso conto di averne due di cui detesto il titolo italiano: Eternal Sunshine of the Spotless Mind, diventato l’innominabile Se mi lasci ti cancello e My Own Private Idaho, barbaramente trasformato in Belli e dannati
Quest’ultimo, di Gus Van Sant del 1991, ha segnato gran parte, me ne sono reso conto solo l’altra sera mentre lo riguardavo, della mia estetica e del mio immaginario fotografico, quel portfolio da cui pesco nello scrivere. Non ricordo con chi e perché lo guardai, forse per River Phoenix la cui bellezza abbagliante mi ha sempre turbato, forse perché di Van Sant avevo letto in qualche rivista musicale nei primi Novanta, ma fu un’illuminazione: la scena della casa di legno che cade dall’alto sulla strada deserta mi ha smosso qualcosa dentro, l’idea di catturare concetti con l’immagine, il sogno di dire una cosa attraverso una fotografia. Fu l’epifania del mio immaginario. Scoprire poi, dieci anni dopo, che quel film trasponeva, traduceva, la storia dell’Enrico IV di Shakespeare, letto per un esame all’Università, fu come chiudere un cerchio: incontravo di nuovo, alla fine degli studi, un film che mi aveva così colpito da rimanermi impresso nella memoria. 


Non sono un gran appassionato di cinema, o, meglio, amo il cinema ma, non so perché, non lo seguo. I film mi capitano, mentre la musica e la letteratura le ho sempre cercate, studiate. Non chiedetemi perché, ma è così. Poi, quando mi portano al cinema e vedo la meraviglia della sala silenziosa – ecco, mai nei multisala col tizio di fianco che mangia i popcorn e quello dietro che risponde al telefono – e il volume alto riempie l’aria, ecco che mi commuovo di fronte alla bellezza di certe pellicole, ma, d’istinto, fra un concerto, un libro e un film, quest’ultimo rimane in fondo alla classifica. Di certo una mia mancanza, cui spero di poter rimediare quando – quando? – potremo tornare nelle sale.

Ma, torniamo a noi. Perché la polemica con le traduzioni dei titoli? Con My Own Private Idaho la risposta viene dall’importanza che questo ha per la pellicola: ne è la spiegazione, il riassunto, il senso dell’intimità e del dolore di Mike, della ricerca disperata di sua madre, unico nido privato, “suo” e felice in una vita di pioggia e droga fra Seattle e amici disperati o traditori. Belli e dannati non ha nulla a che fare con questa storia: è la semplificazione e banalizzazione della vita dei due protagonisti che sono sì belli e pure dannati, ma il senso del film non sta in questo, sta nella strada, nel Idaho privato, l’angolo felice “tutto suo” di Mike, reale o immaginario che sia. La traduzione trae in inganno: sminuisce il senso del film, lo riduce. Belli e dannati è, tutt’al più, la traduzione del titolo di un romanzo del ’22 di Francis Scott Fitzgerald, in originale The Beautiful and Damned, e proprio questo mi sarei aspettato dal film di Gus Van Sant. La traduzione mi avrebbe trasportato nella direzione sbagliata. Solo il caso e la mia ignoranza fecero sì che io guardassi il film senza nessuna pretesa e preconcetto e che, quindi, avessi la mente e il cuore libero per innamorarmene.


E cosa dire del vero e proprio crimine commesso con Eternal Sunshine of the Spotless Mind? Il titolo italiano che richiamava quelli di commediole contemporanee, americanate da guardare in una sera da zero pensieri e cervello su off, probabilmente ha fatto guadagnare qualcosa in più al botteghino, ma vogliamo parlare dei danni? Chi pensava di andare al cinema a vedere un nuovo Se scappi ti sposo, a metà film avrà voluto suicidarsi e chi, come me, avrebbe potuto amarlo, si guardò bene dall’andare al cinema. Mea culpa: non conoscevo Gondry. Chiedo perdono, il cinema, come ho già detto, non era un’arte che studiavo. Quindi, non sapevo fosse il regista di splendidi videoclip, il visionario che certamente non avrebbe girato un film alla Hugh Grant, di cui per altro confesso di aver visto e con gran piacere molti film. Quindi, quel titolo e Jim Carrey, che per me era quello di Scemo e più scemo e The Mask e che non sapevo fosse un grande davvero, in locandina. Risultato? Passato nel dimenticatoio e non l’ho visto per un decennio. Finché, una sera, qualcuno da qualche parte mi fa: «è come in Eternal Sunshine of the Spotless Mind» e io resto fulminato da quel titolo e dico: «cheeee?» e questo qualcuno mi dice: «sì dai, Se mi lasci ti cancello» e così vidi uno dei film più dolci e struggenti della mia vita.

Mea culpa, ripeto: potevo cercarmi il titolo originale, potevo conoscere Gondry e potevo non avere pregiudizi su Jim Carrey. Tutto vero. Ma i titoli esistono per una ragione: accendere la luce su quello che vuoi illuminare della tua opera, invitare chi potrà essere interessato. Non si giudicano i libri dalla copertina e non si dovrebbe farlo dal titolo, ma, secondo voi il titolo non influenza? Se Abel Ferrara non avesse chiamato Bad Lieutenant così, avrebbe lasciato lo stesso segno? Se Kassovitz avesse chiamato La Haine con un altro nome, chessò, Banlieue, avrebbe reso lo stesso? Eppure, sarebbe stato pertinente.


Non basta la pertinenza: il titolo deve dare una categoria mentale, un tocco di pennello, deve colpire, deve trasmettere un immaginario, invitare una scrematura di pubblico. Trasformare Eternal Sunshine of the Spotless Mind – sentite anche la musicalità, la bellezza della forma delle parole – in quel titoletto per commediole da divano e calzettoni di lana? Dovrebbe essere dichiarato reato. Tradurre significa volgere in un’altra lingua e, per estensione, ripetere, spiegare. Ma, anche e soprattutto, trasportare: se tradurre è trasportare nel senso di trasferire un pensiero in un’altra lingua o forma, è fondamentale che sia rispettata l’idea originaria di questo pensiero. Perché le edizioni serie di poesia mantengono il testo a fronte? Perché nella brevità, nella necessaria densità concettuale delle parole, in un titolo come in un verso, si esprime molto più che nella prosa e la sola traduzione può portarci lontano dalla strada su cui dovevamo stare.


Ma, perché un’invettiva contro le errate traduzioni, ispirata dalla mia esperienza con i film, ma avrei potuto parlare allo stesso modi di narrativa, poesia e testi filosofici? Tradurre significa trasmettere, trasferire. Mai come in questo tempo sospeso mi chiedo come ci stiamo traducendo, verso cosa stiamo andando; in che modo e in che mondo ci stiamo trasferendo e le risposte che vedo dipanarsi di fronte alla mia domanda, piuttosto angosciata dopo un anno infernale, mi spaventano: se sbagliamo a tradurre quello che siamo, se facendo passi in una direzione che vediamo obbligata –  è tristemente tornato di moda il TINA “There Is No Alternative” di Thatcheriana memoria, il pensiero unico e indiscutibile –  ci perderemo nel bosco buio e presto non ci ricorderemo da dove eravamo partiti. Se acceteremo tutte le imposizioni, le categorie indiscutibili in cui siamo immersi come pulcini terrorizzati, pronti ad abbracciare qualunque dispotismo purché ci liberi dal male amen; se continueremo quest’opera di traduzione errata delle nostre vite, ci troveremo fra pochissimo a essere, non solo sembrare, qualcosa di completamente diverso da ciò che eravamo, da ciò che magari vorremmo rimanere.

Il passaggio da viventi a sopravviventi può essere un terribile errore di traduzione che determinerà la narrazione successiva. Potrebbe far sì che ci si ritrovi ad allontanare le persone che un tempo avremmo avvicinato, perché portiamo nell’anima un errore di traduzione di cui non riusciamo più a liberarci; potrebbe far sì che noi stessi, davanti a uno specchio, ci troveremo a domandare a uno sconosciuto un perplesso e preoccupato “e tu chi sei?”, incontrando nel riflesso il frutto di una storia che non avevamo scritto noi, che non volevamo e che abbiamo accettato, abbiamo lasciato essere: abbiamo tradotto male dall’originale dando il via a una serie infinita e interconnessa di ricadute.

Magari bastava restare fedeli. Fedeli al proprio titolo, alla propria rappresentazione di sé, ai propri desideri solo messi in pausa e non soffocati, ai propri sogni che non possono essere uccisi da un virus e neanche, spero, dalla risposta che la società a questo virus ha dato, facendo forse danni più terribili e duraturi della malattia. Magari bastava stare attenti e rispettarsi così tanto da non permettere che di noi venisse fatto un errore di traduzione, uno scempio come trasformare Eternal Sunshine of the Spotless Mind in Se mi lasci ti cancello.

Fabio Rodda

Promised you a miracle

Certe emozioni me le regala solo lo sport.
Intendo emozioni vere: quella cosa che senti salire dalla bocca dello stomaco e senza
neanche accorgetene ti ritrovi gli occhi pieni di lacrime. E mentre piangi maledici la tua
stupidaggine, perché lo sai che non dovresti versare lacrime in quel modo e allo stesso
tempo te la ridi e ti senti comunque disadattato.
Perché i ragazzi non piangono. Quella canzone risuonava nella mia cameretta dell’epoca
ed ero solito cantarci sopra, cercando di comprendere le parole stringendo un microfono
immaginario.
L’estate del 1982. I Cure, il mondiale di Spagna, i miei 15 anni e quella ragazza che faceva
girare il piatto del giradischi, il mio stomaco e chissà cos’altro.
Paolo Rossi mi ha fatto piangere quel tipo di lacrime lì. Una volta sola, al triplice fischio
che metteva fine alla partita del campionato mondiale contro il Brasile. Non mi sembrava
possibile aver vinto contro quella squadra di marziani. Una squadra di una bellezza
vertiginosa, di un’eleganza che probabilmente non ha più avuto uguali nella storia del
calcio. La magrezza e il volto scavato di Paolo Rossi sembravano assolutamente
inadeguati a tutto quello splendore.

Ricordo la folle corsa in sella al mio “Ciao” fino alla piazza del paese, al termine della partita.

Ricordo di aver abbracciato gente sconosciuta, ebbro di una felicità che, avrei scoperto in seguito, avrei provato in pochissime altre occasioni.
Cesare Lorenzi

2020
L’anno più schifoso di sempre.
Perdiamo le certezze, le speranze e le prospettive per il futuro.
Per noi e per chi abbiamo accanto.
Abbiamo perso amici, parenti, miti della nostra adolescenza o della nostra età matura.
Non ho mai pianto per la scomparsa di un personaggio pubblico e non comincerò neanche
adesso ma quando se ne vanno i ricordi della tua infanzia rimani spiazzato.
Smarrisci equilibri sempre più precari.


1978
14 anni.
La musica non aveva ancora affiancato e sorpassato a destra il calcio tra le mie passioni.
Vidi il LaneRossi Vicenza qui a Bologna due volte nello stesso anno, prima e dopo i
mondiali in Argentina.
Me lo ricordo il campione sulla bocca di tutti con la faccia da ragazzino e la maglietta
lunga fuori dai pantaloncini.
Lo ammirai dalla curva San Luca, quella da sempre riservata ai tifosi avversari nel
capoluogo emiliano, in mezzo ai tifosi del Vicenza.
I tifosi avversari m’incuriosivano e mi piaceva immergermi ogni due settimane nei diversi
colori e dialetti delle tifoserie ospiti.
Molto più economico e meno stressante di una gita fuori porta.
Che poi, più in là del Comunale dove dovevo andare io? Con il mio abbonamento al
Bologna (peraltro mai tifato, io condannato a una vita da forestiero senza radici ovunque
abbia mai albergato) ottenuto a prezzi stracciati grazie alla mia condizione di studente.
Io con il k-way a sacchetto legato alla pancia e nello zainetto il panino fatto dalla mamma.
E sì, la grappa me la offrirono tante volte e no, non la bevvi chè all’epoca già la coca cola
mi dava un po’ alla testa.
In quelle due partite Rossi segnò solo un rigore e il Vicenza rimediò due sonore sconfitte
ma ogni suo tocco rubava un mormorio di timore alla tifoseria felsinea.
La musica ancora era una nebulosa all’orizzonte.
Poche settimane prima occhieggiavo Odeon e le prime cronache sul punk,
moderatamente incuriosito, ma quello che volevo veramente vedere era la ballerina che
ancheggiava sulle note di Keith Emerson nella sigla finale.
Di lì a poco mi ritrovai a rigirarmi Lodger tra le mani quando solo pochi mesi prima, per
Natale, mi ero fatto regalare Burattino senza fili e Samarcanda.

1982
Una consapevolezza diversa
I Clash in piazza Maggiore e a Firenze
Un viaggio a Londra e la musica esplosa nei nostri occhi e nelle nostre vite.
Il calcio scommesse e l’approdo alla Juventus FC.
Paolo Rossi è cresciuto e noi con lui.
La tripletta vista su una poltrona a Senigallia in una casa che non c’è più, in mezzo a
persone che non ci sono più.
Il cuore in gola per novanta minuti e poi la gioia.
Forte, decisa, senza “ma… però” come poche volte è poi capitato nella vita. Il calcio, la
musica.
La passione, l’emozione.
Per molti questi tipi di emozioni sembrano inspiegabili o ridicole.
E’ chi non si emoziona mai, chi non spende mai una lacrima, chi crede di sapere tutto,
sempre un passo indietro “per non sporcarsi” con la scelta facile in tasca.
C’è invece chi la tripletta di Paolo Rossi l’ha vissuta col cuore in gola ed un pianto al
fischio finale tenendosi la pipì per un’ora e mezza perché in quel momento credeva
veramente che se si fosse alzato da quella poltrona Zico sarebbe scappato a Gentile e
Zoff avrebbe bucato la prossima uscita.. dipendeva, insomma, tutto da lui e dalla sua
permanenza su quella poltrona.
C’è chi ha viaggiato notti su notti per andare a vedere in postacci maleodoranti un
concerto dove scambiare lividi e lacrime con estranei ed il giorno dopo andare a lavorare
con una faccia stravolta ma con un grosso “sono vivo, cazzo” dipinto sul volto.
C’è chi, oggi, l’immagine di Paolo Rossi l’ha appesa amaramente ma orgogliosamente tra
Joe Strummer e David Bowie non più nella sua cameretta di ragazzo ma sulle pareti
scalcinate che si stanno sgretolando, anno dopo anno, perdita dopo perdita, dentro di lui.
Massimiliano Bucchieri


Bologna, 10 dicembre 2020. Leggo il Corriere appena sveglio: Paolo Rossi, il Pablito del
Mundial 1982, non è più carne e sangue di questa terra, ha seguito di poco il Dio del
Calcio Diego e adesso gioca con lui e tanti altri grandi nelle infinite distese dei Campi
Elisi. L’Eroe di Espana ’82, da stamattina, può diventare Santo.
Pedavena, estate 1982. Mio padre è in viaggio premio aziendale che, per una botta di
culo che nemmeno Dida quando parò tutti i rigori in finale a Manchester, prevede una
crociera nel mediterraneo con base a Barcellona e i biglietti per le partite della fase finale
dei mondiali. Mia madre, incinta, rimane a casa. Non credo sia stato un ottimo momento
per il loro matrimonio, che però durò ancora quasi una decina d’anni, ma di quell’estate il
ricordo è il ritorno di mio padre, baffuto e che vestiva più dei suoi 26 anni, con un
pupazzo di Naranjito, la strana arancia sorridente, mascotte del Mundial 1982 e una
banconota spagnola con sopra le firme di tutta la nazionale italiana campione del mondo.
Lui era in Plaza Catalunya con dei colleghi quando arrivò il bus degli azzurri: gli scesero
tutti davanti al naso e rimasero lì a fare due chiacchiere, erano italiani della stessa età che
s’incontravano per caso in Spagna in un pomeriggio estivo.
La banconota sparì nei primi anni ’90, i miei in quegli anni non erano molto attenti ai
ricordi, o forse avevano altro a cui pensare.
Milano, autunno 1985. Alla Rinascente, il neoacquisto del Milan Paolo Rossi firma
autografi ai tifosi, e in fila ci sono io, accompagnato da mia zia e dai miei nonni per farmi
timbrare quel cartoncino con la foto di Paolo in rossonero. Lui farà solo due goal in quel
campionato, ma entrambi all’Inter in uno dei due derby, e chi segna una doppietta ai
cugini nella stracittadina resta nel cuore anche se gioca poco in annate opache.
Forse lo stesso giorno, ma probabilmente la memoria accavalla gli eventi e in realtà si
tratta di qualche anno dopo, in galleria Vittorio Emanuele era parcheggiata KITT, la
macchina della serie televisiva Supercar guidata dal futuro bagnino (sugli schermi) e
beone (nella vita) Davidone Hasselhof e io, con un giubbotto jeans di cui ricordo ancora la
fantasia dell’imbottitura mostrata nei polsini rivoltati, ebbi l’onore di sedermici dentro e
farmi fotografare lì: capelli ingellati indietro, tanta timidezza e imbarazzo e qualche chilo e
brufolo di troppo e un bell’apparecchio ai denti che non aiutava l’autostima.
Pedavena, estate 1986. Una Saab 900 si accosta alla cancellata che delimita “la villetta”,
così chiamavamo la casa in cui sono cresciuto, dalla via Trento che proprio lì si biforca: un
ramo sale verso il passo Croce d’Aune e le sue piste da sci, l’altro va a Norcen, dove al
limitare del bosco c’è la baita di Giannino, il prozio beone che mi chiamava Scabio, come
il vinaccio cattivo delle bettole che lo aveva portato a lasciarci le penne anzitempo per
una cirrosi.
Macchine come quella, dalle mie parti, se ne vedevano poche e tantomeno che
parcheggiassero proprio a due passi dal cancelletto di casa e, allora, tutti alla finestra a
guardare, tende scostate dal vetro, chi fosse il forestiero dal mezzo lussuoso e sportivo
che sostava in quella calda giornata.
E, così, vidi per la seconda volta dal vivo il da qualche anno campione del mondo Paolo
Rossi che andava a trovare l’amico Ernesto Galli, portiere nel ’77 alla LaneRossi Vicenza,
quando lui ne era il bomber. Di fronte alla villetta, c’erano le case popolari e lì, al centro di
una trifamiliare a schiera, viveva la signora Galli che mi pareva anzianissima e magari
aveva sessant’anni, ma ai tempi del Miundial Bearzot ne aveva 52 ed era per tutti “il
Vecio” e sicuramente una mamma di un adulto agli occhi di un bambino quale ero non
poteva che essere una vecchietta. Ci andavo, album Panini alla mano, a far merenda
ascoltando i racconti delle epiche parate del figlio col “Real” Vicenza, neopromossa in A
nel campionato 1977-78, con tanto di tuffi plastici immortalati in bianco e nero.
Italia, 1982. Un anno fondamentale per il Bel Paese: diventiamo i campioni del mondo, il
mondo si ricorda di noi. Portato in Spagna sacrificando il capocannoniere Pruzzo (che
probabilmente rimane il bomber meno convocato in Nazionale malgrado i risultati in
campionato sia prima del Mundial ’82 che di Messico ‘86, forse a Bearzot non piacevano i
suoi baffi?), Paolo segna sei goal in tre partite: le più importanti. Uccide il Brasile con una
tripletta, elimina la Polonia e segna il primo dei tre alla Germania – il ricordo di quella
partita sarà poi legato all’urlo di Tardelli dopo il momentaneo 2 a 0 – in finale.
Bologna, 10 dicembre 2020. Aldo Cazzullo sul Corriere di oggi scrive che Paolo Rossi
cambiò l’umore dell’Italia, fece sognare un mondo che ancora non c’era: la fine del
terrorismo, la nascita della Milano da bere e, se è vero che l’82 fu ancora un anno
funestato dal piombo e dalla violenza, è vero anche che divenne il trampolino di lancio per
un’accelerazione degna degli F-14 che pochi anni dopo tutti i ragazzini occidentali
avrebbero sognato di pilotare grazie a Tom Cruise e Val Kilmer.
Qualche tempo fa, intervistavo per un libro Riccardo Pedrini – ex Nabat e WuMing -;
parlavamo di punk, della Bologna dei primi anni ’80, del nascente movimento skin. E
dell’anno che secondo lui cambiò tutto: il 1982. Prima erano gli anni settanta: eravamo
periferia del mondo, un paese vecchio e contadino, povero e semianalfabeta, con la
campagna appena fuori dalle città; dopo erano gli anni ottanta come li pensiamo oggi: la
borsa, gli yuppies con le giacche dalle spalline larghe, le hostess Alitalia che vestono
Armani, il Made in Italy, la coca in centro a Milano e l’eroina in tutte le periferie e province.
In tv, da Derrick prima di cena si passa in un attimo all’era di Schwarzenegger e Rambo,
di Tom Cruise, Risky Business e Top Gun, del Michael J Fox di Ritorno al futuro e Voglia
di Vincere. Si comincia a parlare in inglese, più o meno, a discutere di borsa, azioni e soldi
soldi soldi. In un momento passiamo dagli occhialoni da pentapartito nelle infinite e
pacate tribune elettorali, alla tv di Berlusconi e al futuro che ci condurrà dove siamo. Un
mare di soldi e di droga piovono sull’Italia destabilizzando un tempo fino ad allora lento
che diventa cannibale ma pieno di promesse – verrano poi tradite da Reagan e Tatcher e
porteranno ai decenni di crisi iniziati nei ’90, ma questa, come direbbe Lucarelli, è un’altra
storia. Ma Pablito, quando fece piangere il Brasile e impazzire l’Italia, tutto questo non poteva
saperlo. Come scrive Cazzullo, cambiò l’umore di un Paese. A mio modestissimo parere,
cambiò molto di più: l’Italia da “portaerei sul mediterraneo”, divenne la patria dello stile e
dell’esportazione, di cui il campionato più bello del mondo fu per una ventina d’anni,
vetrina planetaria.
A volte, i fatti casuali di costume, diventano involontari detonatori di tutto quello che stava
per succedere e, all’improvviso, accade.
Ma la cosa che mi commuove questa mattina in cui, appena sveglio, ho scoperto della
morte di Pablito, che sa poi di morte di un pezzetto della mia infanzia come è naturale
che sia, è immaginarmi lui, trentacinque anni fa, quando nemmeno ci si immaginava
google maps, fermarsi con la bella macchina in un bar in Culliada, la lunga e dritta strada
che dalla ValSugana porta a Feltre, chiamare dal telefono a gettoni Ernesto che gli spiega:
“vai ancora avanti, arrivi alla rotonda delle caserme, le vedi a destra, sono enormi. Ecco,
tu prendi a sinistra e vai sempre dritto, arrivi a Pedavena, passi la Birreria e poi vai ancora
dritto, attraversi la piazza e poco dopo trovi un bivio; sulla destra c’è una villetta bianca,
puoi lasciare la macchina lì. Attraversa la strada e la casa a schiera nel mezzo è quella di
mia madre. Dai, che ti aspettiamo per pranzo, la mamma ha fatto il baccalà!”
Paolo sarà uscito dal bar salutando, magari avrà risposto a qualche battuta sul calcio,
come fece quell’estate del 1982 in mezzo alla grande piazza di Barcellona, quando
scambiò due parole con mio padre solo perché erano coetanei, lui che era già una stella
del calcio in una nazionale in silenzio stampa.
Non so se fa più tenerezza o amarezza immaginare la stessa scena oggi, con un Balotelli
o Immobile che, cuffie in testa e gomma da masticare d’ordinanza, mentre pensano a
qualche sponsor da postare più tardi su instagram, scappano dalle telecamere e un mio
padre di 35 anni più giovane che non si sogna nemmeno di scavalcare le transenne che
separano le star del pallone dal resto del mondo. Che io so io e voi non siete un cazzo.
Paolo avrà ripreso la sua auto sportiva e, pochi minuti dopo, avrà strizzato gli occhi per
vedere se quella casa bianca poteva essere la villetta sulla destra di cui parlava Ernesto al
telefono. Piano, ha accostato la macchina svedese, è sceso e ha attraversato la strada verso il suo
piatto di baccalà. Dietro alla finestra della cucina di quella villetta, c’era una versione di
me che fatico a ricordare. Fuori, un mondo che a ripensarlo oggi pare di correre indietro di
secoli. Sarà l’età che avanza, sarà colpa di internet, sarà il tempo che dai sei goal di Paolo in
quel mondiale ha accelerato come neanche le McLaren di Senna e Prost di qualche anno
dopo.
Fabio Rodda

 

I dischi che piacciono solo a me, credo #59

Fleetwood Mac – Mirage (Warner Bros, 1982)

“I Have No Fear, I Have Only Love”

Ammiro profondamente quelli bravi e preparati, quelli altamente professionali, senza uno scaffale fuori posto. Li ammiro perché non sono mai riuscito ad essere focalizzato e con gli ascolti intonsi o soltanto pressochè perfetti. Mai. Anzi, sovente sono scivolato su pavimenti irrorati da pianti e stridor di denti. E dischi di merda, chiaro. Per quello mi rivolgo altrove se devo conoscere dati tecnici, emozioni, qualità delle canzoni. A me principalmente interessa chi scopa chi, in un ellepi. Poco altro. A proposito: Stevie Nicks. Credo si sia trombata il mondo all’epoca. Volava alto, più o meno in prossimità delle aquile. Quando acquistai il 45 giri di Gypsy (in una mia ipotetica classifica uno dei tre brani definitivi da sottofondo zompabile) dovetti attendere qualche anno prima di fare outing. Lo nascondevo in mezzo ad un Athletico Spizz 80, perché – in quel 1982 – non stava bene ammettere un amore per i Fleetwood Mac. Era disdicevole. Lacca patinata per yuppies rampanti. Quelli bravi mi spiegavano con dovizia di particolari tutta la storia, il blues, Rumours, Peter Green, Tusk, Lindsey Buchingham no mai, eccetera eccetera. Era tutto vero eh, stramaledettamente vero. Soprattutto l’ostracismo verso il povero Lindsey, compositore e musicista sopraffino, reo di aver accompagnato Stevie Nicks nel talamo per anni. Ragione e sentimento, insomma. Solo che io mi focalizzavo esclusivamente sulla seconda variabile. Guardavo la copertina di Mirage e facevo un sospiro. Così come facevo un sospiro all’apparire del video di Gypsy. Punto. A sedici anni non è che ti serva In Rainbows o un triplo degli Yes per filosofeggiare sul mondo e su quello che ti si sta muovendo giù a valle. Ti serve Stevie Nicks. Le sottane svolazzanti della Stefania mi hanno sempre provocato un turbamento, nascondevano davvero un miraggio a me inavvicinabile, un maelstrom di amorosi sensi. Avrei bevuto persino una cedrata con lei.

Come che sia io Mirage me lo portai a casa, consumandolo d’ascolti. Certo, era levigato, pieno di glucosio, plastificato, inzuppato di mestiere e buone maniere, finto persino. Un disco pensato con malizia per le classifiche. Ma, accidenti… che canzoni aveva?? Eppure era il lavoro meno considerato dalla critica. Sensi di colpa a manetta, sì. Deponevo la puntina e Love In Store (firma Christine McVie) mi catapultava su una Cadillac, capelli al vento e sigaro a lasciare lapilli in mezzo a un deserto rovente. Non fumavo ancora ma mi sentivo ganzo; era puro suono Mac anni ottanta, di quelli alla Pac Man, di quelli che ho introiettato assai e non riuscireste a togliermi senza scorticarmi l’anima o togliermi il derma. Che è l’anagramma di merda. Lo riascolto giusto oggi Mirage, in questa giornata di pioggia e umbratile sentimento calcificato e pieno di scorie. Mi riporta a nostalgie perniciose, tempi in cui credevo ancora che si sarebbe potuto cambiare tutto, magari senza stringere la penna o i fucili, magari solo abbracciando qualcuno, chiunque fosse, ammettendo i propri limiti e senza fare puerile retorica come sto facendo ora. Magari solo ascoltando chi ne avesse avuto bisogno, privo di residenza nell’anima e domicilio nel cuore. Magari proprio con dischi come Mirage, che non avrebbero mai mai mai mai cambiato le sorti del pop ma un’ora di serenità, beh… quella sì ce l’avrebbero fatta passare. Quindi sono qui che saltello su Can’t Go Back, ovvero Lindsey Buchingham che rivendica la paternità sulla band, il suo essere capo branco dentro e fuori dal cuore della Nicks. Un piccolo power pop dai rubini sixties. Al primo ascolto io – in quel 1982 – c’ero dentro completamente. That’s Alright è intestino della Stefania al cento per cento, un po’ Dolly Parton un po’ mignottaggine spinta al limite della volgarità sonora. Fienili, il bar con le Bud fredde, la chiesa Battista, i mandriani, Un’America sempre troppo lontana, che non ci piace ma ci fa bene immaginarla da lontano, magari dalla nostra provincia decentrata. Book Of Love è il suono Fleetwood Mac declinato nel 1982, impasti vocali degni dei Beach Boys, Buckingham che fa lo sborone tra gli Asia e i Supertramp e noi che cadiamo al tappeto, annichiliti. Quel giorno dovetti riprendere fiato prima di affrontare Gypsy, che – appunto – conoscevo su 45 giri, ma stesa qui in mezzo avrebbe potuto scatenarmi un attacco di angina pectoris. Pectoris soprattutto, pensando alla Nicks e a cotanto sen(n)o. Pezzo clamoroso, ma che ve lo dico a fare, forse la cosa migliore mai uscita dalla scrittura della donna alla quale dovettero ricostruire le mucose nasali. Non so se si coricasse con mezzi Eagles (cioè, lo so ma ancora fa male pensarlo) di sicuro qualcosa aveva introiettato nel frequentarli. La sua voce anodina, l’inflessione da alcool alle tre di notte, le vocali imperiose, il suo essere ferma in qualche imprecisato punto degli anni settanta. Stevie Nicks non canta, flirta con te, solo con te. E ancora il ponte che conduce per mano al ritornello, in un saliscendi di ottave semplicemente incredibile. Autobiografica da far male e proprio per questo conservata qui, dentro qualche pertugio ancora disponibile. Tutto era perfetto su Gypsy, e Spizz mi avrebbe perdonato se gliel’avessi sfilato da sotto le ali per consegnarlo al posto che gli spettava, lì tra gli scaffali pieni di muffa e di fuffa. Ne conservo ancora l’aroma, e non passa mese che non vada ad approcciare quei quattro minuti e ventisette secondi nei quali sono racchiusi i miei sedici anni. Compresi e compressi. Mi viene il magone vacca boia, ma tiro dritto che non sta bene mettere in piazza gli affari con le donne della tua vita, nemmeno se si chiamano Stevie Nicks.

Dritto su Only Over You allora, che è quella che mi piace meno con il suo retrogusto yacht rock da aperitivo babbeo e da tardone all’imbrunire. Ha il merito di condurmi su Empire State (ma come stracazzo suona la batteria?) che mi immaginavo su un disco solista di qualcuno dei Kiss, magari proprio Ace Frehley. O ripresa dai Devo. Il solito Buckingham in stato di grazia, per un brano erroneamente sempre definito minore. Avercene, ostia. E ancora Straight Back. E Hold Me. E Oh Diane. Una trinità da pelle d’oca e da autoradio bollente. Cristosignore, quanto bello è Mirage? Rettifico: quanto bello è ‘ancora’ Mirage? Dopo trentotto anni di polvere, scazzi e indurimenti di cuore? E quanto sono stato fortunato ad essere lì, in quel momento storico, per approcciarlo in tempo reale sebbene malmostoso e in tempesta? Potrei fermarmi qui, perché per il mio vocabolario emotivo Eyes Of The World non ha mai aggiunto fonema e così la conclusiva Wish You Were Here. Ma poco interessa. Pochissimo. Mirage ce l’ho qui, nella terra di mezzo, dove lo stomaco non è ancora viscere e dove i miei sedici anni non sono mai diventati adulti. Per fortuna. “So I’m back to the velvet underground back to the floor that I love to a room with some lace and paper flowers back to the gypsy that I was to the gypsy that I was”. Attesi Tango In The Night come se avessi dovuto aspettare Stevie sotto casa per portarla al 7-11 in una notte piovosa. Ne valse la pena, ma so che qualcuno, lì fuori, non sarà mai d’accordo con me. Go Your Own Way.

Michele Benetello

Köln 1975, il capitalismo killer e il disco più bello dell’anno

In questo anno matto, mi trovo a leggere e ascoltare cose che fino a poco tempo fa non mi interessavano, di cui non mi occupavo. Forse la sensazione di sospensione, forse la reale messa in attesa di ogni progetto per il presente e per il futuro – tenere la posizione è l’unico ordine accettabile, in questo 2020 da incubo -, forse la curiosità, da sempre mio personalissimo salvagente, mi portano a distrarmi, a perdermi in ricerche futili, a scoprire personaggi che mi erano ignoti e a mettere insieme cose, idee e pulsioni diverse quando non divergenti.

“É pur vero che quelli erano tempi oscuri in cui un uomo saggio doveva pensare cose in contraddizione fra loro”, diceva il buon Adso da Melk parlando (se non sbaglio) del suo maestro Guglielmo da Baskerville ne Il nome della rosa di quell’Umberto Eco, studioso che tanto criticavo quand’era vivo e ci parlavo in osteria, e oggi, in questo disastro culturale, sociale e umano rimpiango come una stella luminosa perduta.

E, allora, mi lascio andare a ricerche e pensieri tanto diversi tra loro, da trovare una sintesi perfetta nel caos di questa fine di ventennio in cui molto speravo e da cui molto poco ho visto germogliare.

Di recente il famosissimo pianista americano Keith Jarrett ha condiviso col mondo – attraverso le pagine del New York Times – il suo dramma: colpito da due ictus nel 2018, ha metà del corpo paralizzato e non può più suonare. “Attualmente, non sono un pianista”, ha confessato al giornalista che lo intervistava.

Non conosco approfonditamente la musica di Jarrett, né sono un assiduo frequentatore di jazz – anche se, ammetto, mi trovo sempre più spesso a far suonare dischi di Charlie Parker, John Coltrane e, soprattutto, dello svitassimo e bellissimo Chet Baker che con Elvis Costello è probabilmente il mio ascolto più frequente degli ultimi mesi – non conosco, dicevo, se non superficialmente il mondo di Keith Jarrett, ma mi ha colpito la sua intervista e soprattutto un passaggio in cui l’artista, descrivendo la riabilitazione, il ritorno a casa, il camminare col bastone e, più di tutto, l’impossibilità di usare la mano sinistra al piano, definisce la sua nuova condizione “frustrante, in modo fisico”.

Quel richiamo alla fisicità e al dolore, alla corporeità del disagio che si fa pulsione vibrante e ammorbante, nella mia testa è diventato l’odore della rabbia che sento nelle strade in questo 2020 infernale, la fitta allo stomaco che mi sveglia quasi tutte le notti e poi non mi lascia dormire fino all’alba, saranno i troppi bicchieri o l’ansia che si scarica così attraverso organi malandati e centri nervosi sovreccitati.

Ma cos’è successo a Colonia, nel 1975? La storia, anche se sembra un po’ una favola o, meglio, possiamo farla passare per tale banalizzandola, ha un che di magico.

In breve, un pianista di fama mondiale, già al soldo di Miles Davis per capirci, sta collaborando da un paio d’anni con un produttore tedesco, Manfred Eicher, fondatore dell’etichetta ECM e con lui ha inaugurato una serie di concerti – a Brema e Losanna – il cui “tema” è affrontare il pianoforte in solitudine e senza spartito: l’improvvisazione alla massima potenza. Forse anche un’esasperata auto celebrazione, ma comunque un atto di coraggio e dimostrazione di forza e competenza: non è da tutti, anche navigati musicisti, sedersi da soli davanti al proprio strumento e, senza spartito, dar vita a un’ora di note che riesca a calamitare l’attenzione di un teatro. Ci vogliono le palle.

L’organizzatrice della serata all’Opera House di Colonia, è una giovanissima promoter, Vera Brandes. 

Qui la leggenda si mischia con la storia: c’è chi dice che il già bizzoso e primadonna Jarrett abbia chiesto sul palco uno Steinway a coda lunga, chi un Bösendorfer 290 Imperial; comunque sia andata, sul palco il nostro troverà sì un Bösendorfer, ma più piccolo, un pianoforte da prova, per di più non perfettamente accordato e con un pedale scassato.

“Non suono”, dice il nostro Keith.

A volte, ti viene voglia di mandare tutti affanculo e dire “no, non lo faccio”

In un recente articolo su La Repubblica, questa vicenda viene narrata in salsa Disney, cioè quel salmastro politically correct e volemosebbene in cui l’importante sono i buoni sentimenti e la morale finale: non suono, dice lui, ti prego, dice lei – la giovanissima organizzatrice – coi suoi occhioni colmi di adolescenziale passione e speranza. Lui si commuove un po’, suona, ne viene fuori uno dei concerti – poi dei dischi – che segna un genere: milioni di copie vendute (è il disco jazz , se così si può definire, più venduto della storia), la fama di Jarrett che esplode e quella che poteva diventare una serata disastrosa per una promoter poco più che adolescente, la fa finire nei libri di storia (della musica).

Ecco, noi in questi tempi scuri, ci dice il giornalista de La Repubblica, dobbiamo fare come ha fatto Keith: facciamoci andar bene la merda e anzi caviamone i fiori che, come diceva il buon Fabrizio Cristiano, non nascono dai diamanti. 

Ci vuole motivazione, forse un motivatore, come suggerisce Joe Talbot.

No dai, perché? Perché tutto questo zucchero filato, questo tono piacione e fastidioso da morale facile facile?

Qual è il punto? Magari la storia è andata davvero così. Magari il già famoso e già non compagnone Jarrett s’innamora, per un attimo, di Vera e delle sue speranze e per lei accetta di suonare e ne nasce l’impresa. Magari la penale da pagare se non avesse suonato sarebbe costata un sacco – che brutta la vil pecunia, ma quanto le ho visto da dietro le quinte determinare le sorti di serate memorabili e non di musica live – e il manager tedesco lo convinse a fare di necessità virtù.

Magari no. Magari Keith si guarda attorno e pensa: sono più figo di questo catorcio di pianoforte e adesso spacco tutto. E lo fa davvero.

Un po’ il cucchiaio di Totti in semifinale contro gli Olandesi o il gol di Sheva alla Juve dalla trequarti del dicembre 2001 (i gobbi sanno di cosa sto parlando). 

Un po’ come decidere di prendersi un rischio non solo malgrado la situazione di fondo avversa, ma proprio perché la situazione di fondo è avversa.

Un po’ decidere di fare un sombrero quando basterebbe limitarsi a far due finte e correre sulla fascia, un po’ credersela e un po’ sapere di avere quelle famose palle, almeno a tratti, di quella famosa lega di ferro e carbonio. 

Un po’ come scrivere un disco – il terzo, quello che da che mondo è mondo è il disco fondamentale, quello che mostra se ne hai ancora o no – come Ultra Mono e farlo uscire nell’annus horribilis per eccellenza in cui non si può suonare niente da nessuna parte se non dal proprio terrazzo per tediare i vicini in lockdown. 

Lunga e Pallosa Digressione.

In pochissimi decenni, con un’accelerazione spaventosa negli ultimi vent’anni, il capitalismo è tornato a imporre i suoi valori pre novecenteschi: l’accumulo sconsiderato di fortune immense nelle mani di pochissimi avventurieri senza alcuna coscienza né scrupoli. Il che è tipico del capitalismo selvaggio ottocentesco, del tutto lontano dal ciò che ha creato, prima e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, la classe media del mondo occidentale. E, oggi, il sistema ormai unico di gestione economico politica sopravvissuto al ‘900, si ripropone in vesti molto simili a quelle che aveva duecento anni fa. 

Perché? La risposta è certamente complessa ma può essere semplificata senza allontanarci troppo, credo, dalla verità: perché non c’è più un competitor. In che senso? Il ‘900 è stato il secolo delle grandi idee, rivoluzioni e dittature. Due sistemi economici ma anche filosofico-politici si sono spartiti il mondo combattendo all’interno delle singole Nazioni e poi al di fuori di confini stravolti dalle guerre. 

Dal secondo dopoguerra, due blocchi si sono contrapposti stabilmente per  poco meno di una cinquantina d’anni, mostrandosi vicendevolmente i muscoli, ma studiando anche le caratteristiche del nemico. E volendo mostrasi migliore. Sempre. 

Ecco la corsa spaziale, quella agli armamenti ma, ancora di più, ecco che il capitalismo occidentale non poteva permettersi di mandare in fabbrica uomini, donne e bambini sedici ore al giorno per arricchire un già ricco, spesso ex nobile padrone – come le proprie origini settecentesche chiedevano – se dall’altra parte (del muro che sarà) per quanto in condizioni di perenne scarsità, il modello nemico offriva a tutti cibo, casa, vestiti e istruzione. 

E, allora, bisogna correre ai ripari studiando il nemico: bisogna distribuire a quante più persone possibili – sempre preservando l’arricchimento dei capitalisti – un po’ di benessere. Et voilà, la middle class, il sogno (vero, reale e tangibile) dell’ascensore sociale: ben altra cosa rispetto all’american dream fatto di praterie da conquistare e uomini fanatici pronti a farlo. 

Qui si parla di un operaio della Fiat che può permettersi di comprare la casa in cui vive, l’automobile che produce e mandare i figli a scuola fino all’università, per vedere poi il figlio diventare non operaio ma dirigente magari nella stessa azienda. 

Tutto vero, mica balle propinate dalla tv: quando sono nato io in un paesino di operai nel Veneto della fine degli anni settanta, quasi tutti i genitori dei miei compagni di classe lavoravano in fabbrica e quasi tutti si compravano la propria casa, un’automobile, poi due e poi i miei compagni di classe hanno potuto, chi più chi meno ma statisticamente in moltissimi, accedere all’istruzione fino al massimo grado universitario. 

Oggi, quarant’anni dopo, questo mondo sta collassando. In alcune zone dell’occidente già praticamente non esiste più: nelle grandi città è impossibile per un operaio del 2020 pensare di potersi comprare cento metri di appartamento, due automobili e mandare i figli all’università. 

Come mai? Cosa è cambiato? Tante cose, ci vorrebbe ben altra carta e ben altra penna per parlarne compiutamente, ma facciamolo lo stesso, a spanne, ma nemmeno troppo. 

Cosa è cambiato dagli anni ottanta a oggi? Che non c’è nessun altro sistema migliore o peggiore da guardare e da cui guardarsi. Nessun altro mondo pensato e pensabile e, quindi, perché dover distribuire benessere quando non abbiamo nessuno da far star buono, da non far andare di là col nemico, quando nessuno può più essere attratto da un mondo diverso che forse è migliore? Possiamo tornare alla nostra unica missione per nascita: far arricchire chi detiene i mezzi di produzione. Facilone? Penso, purtroppo, più facile che altro.

Ecco, che il mondo socialista scricchiolante e non più pericoloso degli anni ottanta viene sfanculato e in occidente Reagan e Thatcher governano mezzo pianeta riportando il capitalismo dove è nato, alla sua unica missione: accumulare capitale per i padroni dell’impresa che crea ricchezza. 

Pugno duro contro le conquiste sociali del precedente trentennio “perché se no non resisteremo alla crisi” e la crisi come sistema strutturale dell’economia che giustifica il pugno duro. E il cerchio perfetto si chiude. 

Nel frattempo il sistema socialista implode – ancora, ci vorrebbe ben altro spazio e altro relatore per discutere i perché interni e indotti – e così il mito della libertà (perché solo di un mito parliamo: di fare cosa è libero un giovane di oggi? Di correre la sua folle e solitaria gara per la vita? La stessa libertà che avevano i coloni nelle grandi praterie del Far West duecento anni fa? Questa è la conquista della libertà?) ha sconfitto il mito dell’uguaglianza (che di certo URSS e satelliti vari non sono mai riusciti a rendere fatto). 

E quando quel famoso muro è venuto giù, dopo un’inebriante quanto momentanea ubriacatura di felicità e promesse, il mondo ha abbracciato l’unica vera nuova fede monoteista moderna: il capitalismo che c’era già ai tempi dei nonni dei nostri trisavoli e, in un batter d’occhio, soprattutto con governi sedicenti di sinistra (Prodi-Clinton-Blair saranno gli sminatori che daranno via libera alla deregolamentazione del mercato), siamo tornati indietro di centocinquant’anni per condizione sociale, politica, culturale e, questo terrible anno lo sta dimostrando, sanitaria.

E cosa c’entra tutto questo con Jarret, la sua malattia, il suo disco più famoso e questa bombardata che si chiama Ultra Mono ed è una delle pochissime cose belle del 2020? 

Partiamo dalla fine, che con gli Idles la connessione è immediata: niente come questo disco è uno sputo in faccia al mondo in cui viviamo. La violenza, la tensione che non molla mai è una risposta alla paralisi, all’isolamento, al “produci-consuma-crepa”, inno del capitale che oggi è diventato “produci al computer-consuma su Netflix e Amazon-crepa da solo” e che usa questa ennesima crisi economica per generare paura e questa tragica crisi sanitaria per moralizzare anche un virus. Già, perché se sei bravo non ti ammali, ci dicono. Se rispetti le regole non ti succederà niente. Non ti domandare che fine faranno quelli messi peggio di te (dai nostri eccelsi quotidiani sono spariti, ripeto, vergognosamente spariti il campo profughi di Moria, i lager libici, i raid israeliani in giro per il Medio Oriente, qualsiasi cosa non sia il maledettissimo Covid-19), non ti chiedere di quelli che non possono stare in comode case a mangiare cibo portato a casa dalla Coop o già cucinato da qualcuno e poi consegnato da JustEat. Non ti chiedere perché siamo così nella merda, perché gli ospedali che i nostri nonni hanno costruito sono stai dismessi, chiusi, venduti. Perché non abbiamo i soldi per pagare la cassa integrazione a chi sta a casa, perché non ci sono questi maledetti letti di rianimazione che manager strapagati erano premiati fino a l’altro ieri per tagliare. Perché passando da USL, unità sanitaria, a ASL, azienda sanitaria, siamo passati da una sanità pubblica d’eccellenza al terzo mondo dell’Occidente. Non domandarti: testa dentro che fuori è un brutto mondo. Il virus non è nemmeno democratico: ammazza i poveri, quelli che sono costretti a lavorare, magari quelli che ti consegnano la tua cena del cazzo e poi tornano in banlieue a vivere in sei in quaranta metri quadrati con zio e nonna e, guarda caso, si ammalano e partono i focolai. Ma loro sono brutti, sporchi e cattivi. Tu no. Se stai buono buono sul tuo divano a lavorare dieci ore al giorno anziché sette (ma pagato uguale e zitto), incollato a quel portatile che ti rincoglionisce, poi hai il diritto a non ammalarti e il governo ti dice “bravo”. Ci sono aziende che danno i bonus a chi non si ammala. Non è una battuta, purtroppo.

E, allora, siano benedetti gli Idles e la loro dimostrazione di ferrismo testicolare: terzo disco, quando tanti li davano per finiti, che arriva come un cazzotto in faccia. Bello, bellissimo, potente. Violento, politico. Finalmente. 

E cosa c’entra la divagazione sul capitalismo assassino degli ultimi quarant’anni in questo pezzo?  Sintetizziamo: aver prodotto uno stato perenne di guerra, anzi di crisi come fossimo in guerra senza mai i benefici di una rinascita del dopo guerra. E sfruttare allo stesso modo una pandemia.

La soluzione al virus? Produci a casa zitto e buono, non parlare con nessuno, non andare al bar che magari incontri qualcuno con cui discutere e poi nascono le idee e le idee sono sempre pericolose (per l’ordine prestabilito) – consuma dai nuovi ricchi, le piattaforme dell’online che sfruttano solo i poveracci, e ormai sono più potenti di Stati Nazionali, non pagano le tasse, sono amorali ma promettono presenti patinati di bianca pulizia e quiete – crepa da solo e non rompere i coglioni, anzi, ringrazia la rete che ti permette di dare l’ultimo saluto ai nipotini con la videochiamata dall’iphone. Sempre siano benedetti i CCCP, amen.

Il trittico perfetto per la felicità di Bezos & Co. La formula del futuro divenuto presente all’improvviso, cavalcando e sfruttando una crisi sanitaria che sarà l’ultimo dei problemi, temo, nel prossimo futuro, causati da questo simpatico coronavirus. 

Il problema non è più quale futuro siamo in grado di costruire, ma quale futuro possono farci accettare. Spostando l’asticella sempre un po’ più in là, di pochi metri all’anno, poi al mese, ora, grazie al virus, al giorno. E poi? Torneranno le libertà? Di assembramento, di discussione, di contestazione, di diversità? E noi? Ne avremo ancora le forze? Ne avremo la memoria? Ci ricorderemo come si faceva? 

Un mondo di eserciti professionisti al soldo di Paesi in balia di multinazionali e una società civile imbambolata, anestetizzata, angosciata dalle notizie che escono dagli stessi social che poi la imboniscono con finta solidarietà e, alla fine, la vendono come platea per messaggi pubblicitari.  E noi ancora a postare selfie sorridenti con hashtag #andràtuttobene e #celafaremo.

Nessun Ebenezer Scrooge, un secolo fa, avrebbe osato sognare un simile paradiso, una simile terra di conquista senza antagonisti, senza rivali, senza masse pronte ad armarsi come sarebbe successo nel 1948 o a scendere in piazza come nel 1990.

Tre a zero a tavolino e fine partita. 

E, chiudo, con l’ultima domanda: che ci sta a dire con tutto ‘sto casino Keith Jarrett? 

É stata solo empatia: il suo dolore è il mio. Il dolore fisico del sentirsi strappare di dosso ogni giorno un pezzetto di sé, un angolo di libertà, di vita, di respiro, di futuro. Sentirsi soli nella propria irrealizzabile essenza: lui per un ictus, io perché vivo questi giorni. Sentirsi soli e sentire quel disagio, quel dolore per non poter essere quello che si sente di dover essere. Il senso di fallimento del suo non essere più un pianista è il mio del non saper nemmeno cosa mi sarà più concesso essere, domani, quando questa pandemia sarà solo una scusa per andare avanti nella direzione sbagliata.

E quella sera? Quel concerto del ’75?

Beh, quello, lo ammetto, è la speranza di cui, comunque, non riesco a fare a meno.

Nessuna morale da ‘sti tempi in cui tutto dev’essere piccolo e buono come un cucciolo di quei cagnetti che sembrano spazzole da scarpe. Niente patetici sguardi con la ragazzina che ha organizzato il concerto; non m’interessa perché Jarrett suonò quella sera, quello che conta è che suonò. E come suonò. Fece vedere che a lui quel pianoforte scassato era più che sufficiente per far venir fuori un’ora di spettacolare musica, di poesia. 

E, allora, la speranza è che in tutto questo disastro ci sia sempre un Keith Jarrett che suona il suo miglior concerto col suo peggior pianoforte, un Andriy Shevchenko che dalla tre quarti guarda la porta e la mette dove Buffon neanche pensa di poter mai arrivare (sì, oggi ce l’ho con voi, gobbi), una band che tanti – troppi – davano già per scoppiata perché troppo uguale a se stessa e invece mette tutti zitti cacciando fuori il disco più bello nell’anno più brutto. 

E allora suonate. Suonate e placate i miei pensieri più scuri. Ve ne ringrazierò sempre.

PS: “Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri / ma: perché i loro poeti hanno taciuto?” B.B.

Fabio Rodda

I dischi che piacciono solo a me, credo #58

Ricky Shayne – I Grandi Successi Originali (RCA, 2002)

Uno dei Mods (Arc, 1965)

8 Luglio 1967: la calda estate dell’amore ha i petali che fioriscono rigogliosi. Una stagione lunga una decade visto che i favolosi anni sessanta hanno in bocca il gusto della possibilità, e figuriamoci quale possa essere per una cittadina come Fiuggi il valore aggiunto nell’ospitare la tappa finale del Cantagiro, in una notte come questa. Quasi tutto il gotha del pop italiano è riunito nella località termale per l’evento. Che siano pezzi da novanta come Adriano Celentano, Patty Pravo e i Nomadi o autentici Carneadi come Brenda Bis, Emilio Roy o Paulo Zavattero è proprio lì che si sono dati appuntamento, nella cittadina in provincia di Frosinone. Facile vederli passeggiare e firmare autografi – accompagnati da solerti manager – nell’arzigogolo dei vicoli o udirli sfrecciare lungo il corso su spider nuove fiammanti già dal primo pomeriggio. Tutto fibrilla sotto la maestosità del Teatro delle Fonti. Siamo allo zenith del beat italiano, i 45 giri si vendono come il pane e la pletora di stelle e stelline nell’industria discografica autoctona mai aveva avuto simili picchi. Occhiate, struscio, le prime minigonne, acconciature che sanno farsi coraggiose e una trasversale sessualità che erutta da questo irripetibile periodo della nostra storia. È quest’aria quasi mistica ad ammantare la sera dell’otto luglio, e poco importa in definitiva chi calcherà quel palco, e con quale canzone. L’importante è poterlo vedere, raccontandolo magari dopo un gelato, un po’ di brillantina Linetti e quattro risate con i coetanei.

Per la prima volta, dopo varie polemiche e vicissitudini, i Big del girone A non entrano in competizione (ma il Radiocorriere indice un referendum tra i lettori che porterà Rita Pavone ad essere la più votata), lasciando l’onere della gara agli esordienti e ai gruppi. La cronaca spiccia rumoreggia riguardo una – ormai certa – affermazione di Massimo Ranieri e la sua Pietà per chi ti ama (sarà così, affiancata dai Motowns di Prendi la chitarra e vai) ma è una notizia in secondo piano davanti al parterre sciorinato in piazza: Bobby Solo, Dino, Rita Pavone, Edoardo Vianello, Little Tony, Mino Reitano, i Dik Dik, Patrick Samson, i Primitives.

E voi vorreste farmi andare al Miami??

Presenta Nuccio Costa, affiancato da uno spavaldo Walter Chiari. È però Radaelli (il boss della manifestazione) ad approcciare i due giusto un attimo prima di entrare in scena per una comunicazione che gela il sangue a tutti: Ricky Shayne, il misterioso belloccio sciupafemmine in gara con Come Moby Dick (prescindibilissima) è uscito di strada con la sua Ferrari 275GTB4. Stavolta l’ha fatta grossa il pruriginoso rocker alla carbonara: è ricoverato in ospedale in gravi condizioni.

Sopravvivere alla propria gioventù è una questione di fortuna sì, ma anche di metodo ed esercizio, che l’assioma di Faron Young (Live Fast, Love Hard, Die Young) ha presa soltanto nell’immaginario collettivo del secolo scorso, diventando ben presto una boutade obsoleta immortalata su fotocamere imbottite di megapixel. L’aggrovigliata vita rock and roll del più grande sex symbol del pop italiano di metà anni sessanta trova definitiva consacrazione e chiusura anticipata in un afflato quasi da James Dean; il rocker imbrillantinato che per 18 mesi era riuscito ad ottenere un’esposizione mediatica al limite dell’isteria conquista nuovamente le copertine dei rotocalchi da un letto d’ospedale. L’imbronciato Shayne, il sogno erotico di un’Italia ancora quasi medievale ma che si sta svegliando dopo secoli di ius primae noctis e patriarcato coatto, ne esce rafforzato. Sesso, droga e rock and roll sono autentici caposaldi per l’uomo che millantava presenza a Woodstock e addirittura in compagnia di Jimi Hendrix. I media si gettano a capofitto su quella notizia che passerà presto in dimenticatoio; un po’ come il suo titolare, più incline alle cronache mondane che alla sommità delle classifiche. Ci vorranno 50 anni e una ghiotta intervista a Il Tempo perchè il nostro ci rida sopra con una voluttuosa scrollata di spalle e – presumo – un sorriso memore di un periodo lontano (“Ricordo solo che mi sono svegliato in ospedale. Ci sono stato quattro mesi, ed è stato fantastico: ho fatto sesso con tutte le infermiere”).

Ricky Shayne, dunque. Il mio primo mito esotico, il rock and roll Plasmon a mio personale uso, consumo e fruscìo. L’alba dei ricordi musicali ai quali ho accesso. Il fascino discreto dell’esotismo prèt a porter di metà anni sessanta. Lo sguardo truce e il jeans stretto, il giubbottino di pelle slim fit e il ciuffo ribelle. Con gli occhi neri e quel sapor mediorientale. Quasi un Alan Vega meticcio. Quanto mi piaceva quel 45 giri che monopolizzava gli ascolti di casa; erano gli anni del boom economico e delle estati invincibili e ti credo che ci han girato un centinaio di film a riguardo (ma L’Ombrellone – di Dino Risi – è inarrivabile) e altrettanti musicarelli (anche con il nostro, certo: La battaglia dei Mods, del 1966).

Trovatemi un giorno di pioggia nelle prime 100 canzoni in classifica nel 1965 (Scende la pioggia del Gianni è del 1968, E’ la pioggia che va dei Rokes data 1966) e vi assicuro che non siete mai riusciti a farvi sorprendere dai sogni, che quando sei giovane piove solo sui matusa e sull’inverno del malcontento altrui.

Gloriosa pecetta ARC, comunque; la stessa – appunto – dei Rokes. Etichetta fortemente voluta da Ennio Melis (direttore generale della RCA) coadiuvato da Sergio Bardotti in guisa di direttore artistico. Vi era di tutto in quella eterogenea casa discografica, da Lisa Gastoni a Ennio Morricone, da un giovanissimo Lucio Dalla a Carlo Pavone (fratello di Rita) passando persino per un imberbe Pippo Franco reo dell’incredibile 45 giri – almeno per il titolo – ‘Vedendo la foto di Bob Dylan’. Stile assoluto quel logo su sfondo verde bottiglia, semplice ma essenziale nel rigirare la carte in casa RCA. Non affascinante come il logo della Fontana ma nella sua essenzialità lo lambiva di un’inezia. Arrivai appresso alla canzone giusto un paio d’anni dopo l’uscita per mere ragioni anagrafiche, ma dentro di me ero consapevole di averla sentita diffondersi anche quand’ero in fasce, secondo Big Bang di armonie dopo quello stupidissimo 45 giri di Adriano Celentano (il titolo? ‘Sono un simpatico’) precisissimo nel farmi sprofondare in sorrisi e sonni profondi. Ma quanto mi aveva invaso Uno dei Mods! I coretti ye-ye, la chitarra che curva su pieghe dell’inguine, quello scivolo armonico misterioso e quei riverberati tamburi da guerra in Africa. Avevo dei Kinks ‘in saor’ (google translate, please) sotto casa e non lo sapevo. Ascoltavo con attenzione le parole del Riccardino, maschio declamare nel quale si disquisiva di vigorose battaglie, balli sfrenati e cavalierato d’altri tempi. Giubbe di cuoio e catene. Pugni, addirittura. Non avevo mai sentito cantare di risse io, anzi pensavo che il massimo dell’impudenza fosse guardare La Freccia Nera dopo l’orario consentito. “Vidi qualcuno cadere da errrroe”. Che storie.

Ma succedono davvero ‘ste cose?” chiedevo con il moccio al naso e i dentini da latte a chi ne sapeva di più e aveva letto di scontri e ‘capelloni’, magari su qualche rivista, tra un cartamodello e un Grand Hotel. Avevo un solo, gigantesco, problema: non riuscivo a decidere con chi schierarmi. A naso i rockers mi sembravano più inclini al mio modo di sentire, più veri. Meno artificiosi. Per quanto un babbeo in fasce potesse avere un ‘modo di sentire’ oltre a delle viscere in fase di accorpamento. Mi immaginavo dunque l’esangue Mary (bionda, ovvio. E con un lupetto nero tipo Eva Kant) e il ciuffo budinoso di Ricky Shayne. Sì, però… ma di dov’è? E’ pugliese. No, è libanese. E’ egiziano. Falso: è francese. Macchè, è britannico. Insomma, dovete dirmelo!

Ve lo dico: George Albert Tabett era nato nel 1944 a Il Cairo da padre americano di origine libanese (manager in una società petrolifera) e madre egiziana (pittrice). Trova fortuna in Italia a soli 20 anni dopo un’infinita transumanza da rocker giramondo grazie a una cofana da Nobel su un viso da Rock Hudson bisognoso di una doccia. Femmine come se piovesse, girovagare da maledetto e Franco Migliacci (colui che aveva scritto Nel Blu Dipinto Di Blu) che lo scova al Piper una notte e – in combutta con Alberico Crocetta – ne fa idolo per teen ager la seguente. Per un paio d’anni Ricky diviene il simbolo sessuale per antonomasia, sintomatica a tal proposito una copertina (mai pubbblicata, e figuriamoci il perché) di una nota rivista per giovani nel quale si presenta completamente nudo, con solo la chitarra a coprirgli le pudenda. Ma è troppo per quel compassato 1965 e lo stesso Shayne la liquida senza troppe pretese (“Credo volessero vendere qualche copia in più”, ebbe a dire). Lo si accosta in una presunta rivalità con Mal – altro emigrante di lusso – ma se quest’ultimo ha l’aplomb e l’aspetto di Lord Brummell Shayne è un animalesco e noncurante Marlon Brando che fa inumidire la fronte delle giovani pulzelle italiane.

Ho avuto un sacco di donne. Centinaia, migliaia, a chi importa? I banchieri contano, io sono un artista. Una volta una giovane attrice mi venne a trovare a casa, a Tomba di Nerone. Suonò alla porta, aveva una pelliccia. Se la tolse e sotto era nuda: wow, man! Era Laura Antonelli”.

Credo d’aver passato più di una torrida e noiosa estate privo di Laura Antonelli ma con un mangiadischi (arancione, color ghiacciolo) e questo 45 giri a far terzetto con Venus degli Shocking Blue e Fire di Arthur Brown in ripetizione illimitata. Padre, Figlio e Spirito Santo, o più paganamente la Trimurti sulla quale mi sono edificato come una ziqqurat di zucchero. Immacolata Concezione Pop. E sono altresì certo che – così come alcune donne ricercano spasmodicamente per tutta la vita in ogni relazione un surrogato del padre – io ho sempre anelato, in ogni mio ascolto a venire, una permutabile crasi armonica tra quei tre 45 giri. Le ritmiche tribali da voodoo spinto, la chitarra che sbuca a far Duane Eddy o il Dick Dale di The Wedge quando meno te l’aspetti, i cori riverberati e primitivi, la pronuncia scoscesa e volutamente eccentrica (sentitelo fare il gradasso nel passaggio “Lui mi risposseromari vieneverai”). La percezione di un futuro radioso e ribelle che anelavo con tutto me stesso. Sapevo che esisteva da qualche parte e sapevo che – lì ed allora – era possibile.

In soldoni: non volevo essere ‘un simpatico’, volevo essere Ricky Shayne.

A dirigere cotanto sferragliare stava l’orchestra di Luis Enriquez, uno che di lì a poco si sarebbe fatto conoscere come Bacalov. Mi girava la testa. Diabolik (anzi: Dorellik) e Adamo, Lola Falana & Don Lurio (“Punta tacco baby one two three”), Cento Giorni e ‘i tuoi ochi son farri aballianti’. E ancora: “noi non abbiamo paura della bo-o-omba” e il Chris Montez di Let’s Dance (la riprenderanno i Ramones, a dimostrazione che nulla avviene per caso). E poi le foto in bianco e nero del Piper e quel disco della Strambelli (Concerto Per Patty, 1969. Indovinate l’etichetta) dove io – in copertina – una strafiga così non l’avevo mai vista e queste sono cose che ti segnano. La notte è piccola per noi, troppo piccolina. C’avevo tutto un mondo (dentro e attorno) e nessuno al quale confessare i miei dubbi su quella prateria ritmica polverosa che non voleva smettere di roteare. Poi vidi Mary lontano da me, venni colpito e la testa girò. Brividi e immaginazione allo stato puro, una Paint It Black alla vaccinara. E se avete ancora qualcosa da ridire sghignazzando su cotanto battesimo del fuoco ricordatevi che nessuno mi può giudicare. Nemmeno tu.

Ho sempre vissuto al 101 per cento: fumo, marijuana, anche Lsd una volta in India. Ora ti mando una copertina di “Ciao amici”: guarda che occhi, ero strafatto! Oggi ho 74 anni e certe cose non le faccio più ma allora al Piper trovavi di tutto. Droga, ma soprattutto ragazze”.

Hai. Capito. Il. George.

E benedetti nei secoli siano Migliacci, Mantovani e Meccia, lesti e talentuosi nel ricreare quello spirito beatnik di seconda mano che irrorerà una stagione fantasmagorica. Si distaccherà subito da quella Brighton sul Tevere con un ulteriore 45 giri (Vi Saluto Amici Mods, Arc, 1966) prima di pubblicare ancora una manciata di bagatelle assolutamente ininfluenti – Mamy Blue a parte, un gospel nero pece preso dal canzoniere di Hubert Giraud – e ricrearsi star in Germania dove andrà a mietere ulteriori scampoli di notorietà divenendo una leggenda sotterranea grazie a quella Ich Sprengen Alle Ketten scritta da un giovanissimo Giorgio Moroder. Ma mica è finita, che ‘dopo dieci anni ho rivisto l’amico Ricky’ e infatti è notizia di questi mesi la presentazione all’ultima Berlinale di “Mutwilling Shayne”serie tv dedicata alla sua vita, diretta da Stephan Geene.

La roba che cantavo negli anni Settanta? Era merda, e ho provato a trasformarla in oro. E forse ci sono anche riuscito”.

E’ passato mezzo secolo, il signor Tabett è un distinto vecchietto che però conserva ancora quel lampo magnetico negli occhi; divide la sua vita tra Berlino e Glasgow mentre io – nel mio sovrano rincoglionimento – non ho mai dimenticato quell’ingenuo eppure superbo anthem.

Sono qui dunque, in un sabato mattina edificato su paturnie di nullo conto, a fantasticare in modalità vintage con un doppio cd da cestone di autogrill, scovato per caso mentre svernava stritolato tra una noce di prosciutto al pepe e una confezione di taralli da un chilogrammo. E mi piace pensare che gran parte degli ascolti ai quali porgo preghiera mattutina si siano incanalati su quei binari. Avrebbe potuto andare peggio. Avrebbe potuto piovere, ad esempio, o avrei potuto essere qui a genuflettermi su trottolino Amoroso (nel senso di Alessandra) per colpa di Al Bano o di ‘Io tu e le rose’. Ma, soprattutto, ho finalmente capito chi avrei aiutato, in quella Guerra delle Due Rose tra Mods e Rockers. Che io – parkaboia! – di quelli come Bob, che misurano la distanza tra la fine dei pantaloni e l’inizio delle scarpe, continuo a non fidarmi. Ah, della Ferrari 275GTB4 non si hanno più avuto notizie.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #57

David Van TieghemStrange Cargo (Private Music, 1989)

Quando uscì Screamadelica ebbi – come quasi tutti – un’accelerazione sovversiva mai provata in vita. Io, arroccato nel mio sciocco buen retiro costruito su rassicuranti pareti (e scaffali) di post-punk, glamorama e poppettino floscio. Boom. Un’esplosione interna, dalle parti del cuore e anche un po’ più giù, lì dove sedimenta il desiderio. Cento pezzi che si spaccavano per poi ricomporsi, attirati come gocce di mercurio liquido lucidato di conoscenza. Noi due nel mondo e nell’anima, sì. Io e Screamadelica, la Lancia di Longino pronta a percuotermi il costato, il Sacro Graal. Sang Real di cui mi feci umile vassallo e vampiro. Lei. Dalla sua riforma protestante cominciai a disboscare certezze come un vietcong con il machete. Era giunto il tempo di chiudere con inutili guerre che mi strappavano le viscere (la discomusic il male? Ma quando mai? I Was Made For Lovin’ You, Baby), cominciavo a comprendere le donne quando parlavano di orologio biologico. Il mio aveva iniziato a strappare lancette su lancette, secondi preziosi che avrebbero dovuto rivoluzionare i concetti di spazio, tempo e velocità. Quest’ultima misurabile in adeguati bpm. Mi tuffai dunque caparbio in ogni ‘altrove’, luoghi esotici che – per paura, viltà o ignoranza – avevo tenuto alla larga, forse proteggendomi da ciò che volevo. Fossero le playlist illuminanti del Loft di David Mancuso (Vale un Andrew Weatherall quell’uomo. E viceversa. Miniera ancor lungi dall’esaurirsi) o i Tangerine Dream, i Les Troubadours du Roi Baudoins (che fatica trovare il 45 giri) o gli Steely Dan passando attraverso Nino Ferrer e Peter Blegvad. Risultato? Un mal di testa epocale e la consapevolezza che non ero il fulmine di guerra che credevo e anzi. Ma servì, oh se servì. Servì a farmi comprendere come certe musiche si lambissero leccandosi l’un l’altra l’aria che le circondava e che la ricerca per sua natura non potesse finire mai. Una goduria. Con il mal di testa ma pur sempre una goduria. Eppure, in mezzo a quell’insensata ingordigia bulimica, tra le risate dei duri e puri, una cassettina scrausa del solito conoscente scafato e anzianotto, fece breccia. “Tieni, prova questo, non è molto lontano da Shine Like Stars, magari dalle parti di Sapporo ma non molto lontano”. Lui era sopravvissuto al progressive, ma io provai ugualmente. E grande è la gloria del giusto nel saggiare qualcosa atto a sorreggere quell’aura magica che si agita in prossimità dello sterno quando grappoli di note raggrumano dentro di esso. Shakerati, non mescolati. Quel disco – recuperato in vinile solo pochi mesi fa – era Strange Cargo di David Van Tieghem. Uomo che (allora) ignoravo completamente e del quale per forza di cose dovetti rimanerne agnostico per lungo tempo. Non sapevo nulla della Love Of Life Orchestra (progetto approntato assieme a Peter Gordon) né delle sue collaborazioni trasversali per Talking Heads (Speaking In Tongues), Eno & Byrne (esatto: quello), Laurie Anderson (una manciata di lavori tra i quali Mister Heartbreak) e addirittura in So Red The Rose degli Arcadia. Non sapevo un’emerita cippa, a parte che quei suoni su nastro – uno in particolare: Flying Hearts – mi avevano colpito. Un uppercut niente male, non da cadere al tappeto ma vacillare assai sì. Quando cominciai a venirne coscienziosamente a patti scoprii un musico intrigante, assolutamente non cerebrale e cervellotico a dispetto della nomèa. Uno che preferiva usare percussioni costruite in casa usando i più disparati materiali e la cui lista di collaborazioni era pressoché infinita. Uno con la faccia da Paul Draper di Mad Men. Uno che oggi Wikipedia illustra in guisa di compositore e sound designer. Sound. Designer. Vabbè. Eppure allora avevo una difficoltà enorme a reperire notizie e manufatti.

Destino dell’uomo che si cela stando davanti a tutti, quello di David Van Tieghem, austero e altezzoso sin dal nome, forse più adatto per una mezzala dell’Olanda dei tempi d’oro più che per un percussionista digitale ed eccentrico. Così annotai puntigliosamente tutto, mano a mano che quel ‘tutto’ mi passava sotto gli occhi o attraverso le orecchie: a partire dall’epopea (appunto) della Love Of Life Orchestra, gentaglia di quella New York implosa su gran parte dello scibile off e fonte primaria di scansioni e battute ritmiche per LCD Soundsystem e DFA tutta. Gentaglia a nome Blue Gene Tiranny, Rhys Chatham, Arthur Russell e Kathy Acker. Ballatene o voi che potete, io stavo sezionando i Flowered Up e non mi pareva questo enorme salto quantico dacchè se riandavo con la mente ad alcuni ascolti del mio passato riuscivo agevolmente a recuperare frammenti ritmici di quella New York splendida splendente. Voglio dire, nella mia discoteca simil cosmica la domenica pomeriggio passavano i Monsoon rallentandoli a 33 giri e sono altresì certo che i dj una volta e una soltanto si addentrarono fino a Fad Gadget, ovvero la versione del nostro da Terra dei Fuochi. Ma era ovunque la mela concitata e convulsa, febbrile di suoni nati per innesto e diffusa nel globo terracqueo: spuntava in controluce nelle marce involute dei Palais Schaumburg come nei beat umidi dei Float Up Cp, emergeva in quella Ave Maria (Om Ganesha) di West India Company dove per la prima volta avevo sentito eruttare il nome di Asha Bhosle (Brimful of Asha vi dice nulla?) come negli origami funk di Tin Drum dei Japan. Terzomondismo disco, Afrika Bambaataa e eleganza decadente, disco music in overdub e rumori da sottoscala, Dinosaur L e funk ipercinetico, Steve Reich e Larry Levan. I Clash che vanno da Futura 2000, in duplice filar. Era ma sarà. Nei Rapture come in Rapture di Blondie, dove gli innesti di sassofono firmavano l’opera di Thomas Wright Scott, musico uno e trino nel saltabeccare da Starsky And Hutch (sua la sigla, giuro) ai L.A. Express, da Barbra Streisand a Frank Sinatra passando per The Blues Brothers. Che la via più lunga è sempre quella più veloce da percorrere. Mi credete ora, quando parlo di emicrania? Chi poteva dunque venirne a capo, in quell’epoca pre internet? L’unica era lasciar fluire le informazioni dosandole col contagocce, in posologia di quanto basta e alla bisogna.

Insomma: parecchi avevano infilato le mani su quelle intuizioni disco mutanti, senza manco sventolarle a mo’ di saluto. E io osavo ancora genuflettermi solo sui Primitives, i Front 242 o i Wedding Present? Perdendomi l’unica cosa veramente gratis – lì fuori – ovvero la conoscenza? Con la prima connessione degna di cotanto nome esplorai come un Google Maps fuori sincrono l’opera di David Van Tieghem, deflorandola proprio da Strange Cargo. Che esce nel 1989 e Discogs setaccia e propone come rhythmic noise, abstract ed electro dimenticandosi tante cose o forse solo per mancanza di spazio e di appigli concreti. Lo riapproccio proprio da quella Flying Hearts di poco sopra, gemma che ricordavo di curcuma elegante e ritrovo intonsa nella sua bellezza da Yellow Magic Orchestra cubica e rinchiusa in una rete di farfalle argentate. Lascio che si dipani per la stanza come un bagnoschiuma Vidal di cristalli liquidi e intanto scorro con le dita lungo il retro della copertina riscoprendo nomi che farebbero la gioia di ogni essere umano rinchiuso in uno studio di registrazione: da François Kevorkian a Kate McGarrigle (la mamma di Rufus e Martha Wainwright, né più né meno), da Paul Rice (uomo su Powaqqatsi di Philip Glass e Words For The Dying di John Cale) a Lenny Pickett della Saturday Night Live Band o – ancora – a quella Roma Baran che i più attenti sapranno manovratrice di singhiozzi Casio in O Superman (e un’altra mezza dozzina di album) di Laurie Anderson. Undici brani nei quali il sospetto di venir assalito da orde di onanistici groppi e grappoli armonici scardinabili solo da Q.I. uber alles è forte, provenendo da cotanto nome. Ma la mia memoria è buona e non aveva scorie di jazz retroverso o cervellotici sincretismi. Me lo ricorderei, avrei immediatamente eretto le mie difese immunitarie in 4/4.

Flying Hearts non poteva sbagliare segnalando un percorso infido e dunque Strange Cargo ha ampio timone per manovrare sui mari della nostra tranquillità. Si riesce a tenere a bada da subito quando la traccia omonima, in delicata produzione house venusiana di Kevorkian, ti scoppia come un chewing gum in prossimità dell’ipotalamo. Una amniotica e cinematografica Tell It To My Heart di Taylor Dayne all’ombra di Riuichi Sakamoto. Si veste pop suo malgrado nonostante un suono obsoleto da tre generazioni di sintetizzatori. Sinuosi intrecci e felpati zampilli che bagnano anche la tentazione Real World di Volcano Diving ovvero ‘ritmosofia’ tra un Peter Gabriel soffuso e seppiati Dolphin Brothers; o l’ambientale suite di Hell Or High Water, affascinante come una passeggiata sulla luna dipinta di giallo. Domo arigato. Stratificazioni di trilli e tintinnìi, vibrisse di suono, percussioni dub, accenni di vibrati, melodie effettate, di questo è concepita Eye Of The Beholder, ma non fai in tempo ad accorgertene che arriva Flying Hearts e ti ritrovi a Discoring, una domenica pomeriggio, con in mano quattro minuti e nove secondi di italo disco polare, qualcosa che Mike Francis o i Novecento avrebbero annesso senza indugio al loro canzoniere, fossero stati prodotti dai Flying Lizards o distratti da Ann Steel. Pensi alla Love Of Life Orchestra, a quella New York che aveva creato fonema ritmico e strade maestre e capisci di non aver mai capito un cazzo.

Giro il padellone nero e lascio che il Fernet goccioli su They Drive By Night, inchino asiatico piegato su suoni obsoleti ma anche su un sax epatico che ti porta su su su, da qualche parte dove l’atmosfera è rarefatta o forse solo dove finiscono le nottate del Loft. S’accompagna benissimo a The Ghost Writer Theme, chiesastico inno ambient da Warp anni novanta. Il giardino pensile di David Van Tieghem brulica di lussureggiante armonia: acqua, muschiose ninfee e elettricità si spargono dal ventre di Particle Ballett in un florilegio di percussioni, campane tibetane, cimbali, venti del nord e porcellane romantiche. New Age come potrebbe esserlo un Wim Mertens convertito al Synclavier. O ancora quella Yesterday Island che la segue nella liquida scia. Haruomi Hosono di Omni Sight Seeing (Epic, 1989) avrebbe gradito assai. All’arrivo di Carnival Of Souls cominci a intravedere sembianze Womad, il voodoo, carnevali fusion e un luminoso globo trance con le fattezze di Jon Hassell. Togliete i jack dagli ampli del Donald Fagen di The Nightfly, sbattetelo su una serie Amazon Prime e suonerebbe così. L’omelia che porta in dissoluzione il disco si chiama She’s Gone e chiude la porta a tutte le feste di domani. Proviene ectoplasmica da un imprecisato punto dello spazio. Decostruttivismo astratto senza spigoli, particelle in risonanza, funk afasico, fusion che affoga in piscine muschiate, nightclub per ametiste e nerd. Musica per copule irriverenti.

Molto simile al precedente Safety In Number, Strange Cargo unisce i puntini che vanno dal cuore al cervello, dal Monte Rushmore alla Via Lattea, dal Paradise Garage al MOMA, dai synth a chissà cosa. Certo, essere Screamadelica non ha prezzo ma per tutto il resto – lì, in qualche galassia dimenticata e dall’atmosfera rarefatta – c’è Strange Cargo.

Michele Benetello

Lord Sabre, the Guv’nor

C’è stato un momento in cui Andrew Weatherall – da genio – è transustanziato in divinità assoluta. Un unico, preciso ed esatto momento e… no, non è Loaded ma Rock Section dei Dayglo Maradona. 12” verso il quale necessiterebbe un libro soltanto per tracciarne la genesi. Traccia minore del 1979 di certi Skin Patrol, funkettari bianchi alla Orange Juice. Hanno un pezzo in faretra che sa di classico, un blues dub-bioso che usano in guisa di bis nei – invero rari – concerti dilatandolo per 25 minuti. ‘Na roba grassa, meccanica, futurista nel suo groove motorik, ‘na roba che Damon Albarn e la sua Honest Jon’s potrebbero ma… no è troppo tardi. Julian Cope è tra il pubblico in uno di quei rari concerti, ne viene folgorato sulla via per Liverpool, tenta di copiarlo con una drum machine e un basso in carbonari esercizi casalinghi. Poi la sua carriera si invola e gli Skin Patrol rimangono al palo, sconosciuti tra gli sconosciuti.

Con i Dayglo Maradona ero rinato. Ciò che li aveva preceduti era stato un semplice preludio alla Tempesta. In gioventù, aspirante Jim Morrison di oltre un metro e ottantacinque, avevo battuto le strade di Eastwood assieme al mio ‘compadre’ Gaz Marshmallow arrancando lungo i percorsi storici di D.H. Lawrence segnati in azzurro” (Julian Cope)

Stacco.

È l’afoso giugno del 2014, il catalogo Rough Trade strilla un 12” a nome Dayglo Maradona, comunella rave tra un Matrix che esplode, Il San Giuliano e Andrew Weatherall. Vi è un pre-ascolto ed è come la pillola rossa della conoscenza di Neo. Rock Section mi catapulta lontano dalla sedia, in prossimità di un punto in cui tutti i Chemical Brothers del mondo si immolano sulle piste da ballo. Sembrano i LA Dusseldorf rave. La mano tatuata e piena di fate di Weatherall chiama a raccolta groove di dervisci rotanti, Cope – sull’altro lato – indugia dentro gli anfratti della traccia primigenia. Io cado in ginocchio e capisco che Iddio mi ha irrorato di fede, tanti anni prima, lì in quel posto più in alto del sole.

Stacco.

Ce l’ho ancora la fede, non mi ha mai abbandonato. Mai avuto alcuna crisi di vocazione verso Andrew Weatherall, uomo che si fece (e mi fece) scisma e dogma. Per qualcuno (molti) la historia della musica rock si divide in pre Nirvana e post Nirvana, per me c’è un mondo che fluttuava scontroso e bizzarro ma anche tanto rigido come una scaramuccia tra Montecchi e Capuleti prima di Andrew Weatherall e uno che ha danzato ebbro d’amore dopo la venuta di Andrew Weatherall. Li ho vissuti entrambi, quei mondi, riuscendone per osmosi a crearne crasi perfetta grazie a lui. Che è scomparso, a soli 56 anni, il 17 febbraio scorso. Quasi coetaneo, vacca boia. Solo che Weatherall è diventato Iddio e io sono rimasto il solito stronzo. Ma il solito stronzo che sapeva scegliersele le divinità. E… sì, è lapalissiano che fui tra la giusta moltitudine che rimase inchiodata da Screamadelica e sono altresì convinto che senza codesto artigiano dal basso profilo oggi il Signor Gillespie starebbe ancora permutando accordi di Ivy, Ivy, Ivy. Però non è questo il punto. Il punto è che nessuno (NESSUNO) in questo porco mondo ha mai seminato così tanto su campi altrui lasciando che i frutti della terra servissero per sfamare gloria conto terzi. E non so nemmeno se ho voglia di farvi la solita storia precisa e circostanziata, storia che è un apostrofo rave tra le parole Boy’s Own, Terry Farley, Bocca Junior, Loaded, Soon, Smokebelch II, Sabres Of Paradise e Two Lone Swordsmen. O inseriteci voi ciò che più vi aggrada, visto che a mettere i tag nelle varie peripezie del nostro tra i cursori del mixer facciamo notte. L’abbiamo ballato tutti, abbiamo tutti fatto le ore piccole con i suo brani (o produzioni, o remix, o intuizioni, o…) e tutti abbiamo su quell’emoticon del cuore che recita: ‘mi sa che ‘sta bomba è di Weatherall’. Sulla fiducia, perché è come se avessimo impresse nel costato le sue stimmate, o solo le sue impronte digitali. Già, tra di noi (noi poveracci con Logic Pro 10) si era persino creato un neologismo da carbonari: weatherallare. Una weatherallata la riconoscevi subito: era kraut, anzi no. Era rave. Forse. Era house. Poco però. Era electro. A sprazzi. Era ipnotica. Questo sì. Era nettare che colava dalla barba di Gandalf il grigio, giù giù fino al canale 24 dove il ritmo si fa uno e trino e pochi hanno il coraggio di avventurarsi senza sporcarsi le mani e il palmarès. Che sia stato un remix, una produzione (One DoveMorning Dove White, in queste colonne al numero 31, ottobre 2018… come fai a non piangere sopra un disco simile?), un white su cd-r scrauso o un dj set LUI ti stupiva. Poteva imprimere sui muri, sulle sinapsi e sulle tracklist i Killing Joke e Morgan Fisher per poi passare a Psychick Warriors Ov Gaia e Plastikman. O 400 Blows e Aswad. Uno che ti metteva dentro un cd gli Shock Headed Peters (è successo, in Sci-Fi-Lo-Fi Vol.1). Voglio dire: gli Shock Headed Peters. Provate a rileggerlo lentamente. Ma il più delle volte era sempre quell’unica espressione di entusiasmo e stupore, ripetuta in loop: ‘mi sa che ‘sta bomba è di Weatherall’. Una weatherallata, appunto. Qualcosa che sa di sciabole e spada. Sabres & Sword.

La festa era dappertutto. Se ti facevi un trip allora te ne andavi in stanze diverse. Avevi la stanza My Bloody Valentine dove se ne stavano tutti seduti al buio. Era piena di fumo e l’odore di chiuso ti toglieva il respiro. Poi entravi in un’altra stanza e quella era tipo la stanza dei drink o roba del genere. E poi, uscendo sul retro, c’era la stanza dell’Ecstasy. Ti basti sapere c’era un membro dei Primal Scream in OGNI stanza” – Ed Ball

Weatherall e Innes si sono piaciuti subito. Innes è un genio, un genio assoluto, è completamente e maledettamente geniale. E lui e Weatherall sono entrati in uno studio di registrazione a Walthtamstow e da Losing More Than I Ever Have hanno tirato fuori Loaded”– Jeff Barrett

I Primal Scream, insomma. Quelli che nel 1989 non sanno più da che parte andare, che giacciono in letargia chimica e che permettono ad Andrew Innes di consegnare una copia del loro disco a Weatherall perché ne estragga qualcosa di buono, che sono stanchi di girare in cerchio giù in garage. Hanno sentito il lavoro su Hallelujah dei fratelli chimici Happy Mondays e chi sono loro per rimanere al palo dinanzi ad una probabile rivoluzione elettronica? Fa di più il nostro: la innesca. Ne scrissi abbondantemente sul Mucchio Extra, 14 anni orsono. Dopo tutto questo tempo sono ancora d’accordo con me stesso.

Si chiama I’m Losing More Than I’ll Ever Have ed è la scelta sulla quale ricade il dito di Andrew Weatherall allorchè Innes gli consegna una copia dell’album perché ci tiri fuori qualcosa di buono. E’ divenuto amico dei nostri i quali, a furia di vagare sfatti per i club (lo Shoom a Londra o lo Zap Club di Brighton) hanno cominciato ad appassionarvisi. Fa di più il Merlino elettronico, già titolare della fanzine Boy’s Own e fresco di remix per l’Hallelujah degli Happy Mondays (bell’incrocio di pillole, vero? Con i nostri che arrivano dal rock e intersecano la dance mentre la band di Ryder a fare il percorso inverso, contromano): prende la traccia, la iberna in un beat pigro, vi campiona parte di un bootleg di italian dance fatto su I Am What I Am di Edie Brickell, vi sparge sopra la voce di Peter Fonda dal film The Wild Angels di Roger Corman e ribattezza il tutto Loaded. 500 sterline, 100.000 copie. Mai matematica fu più gloriosa. La rivoluzione può dunque avere inizio”.

Come in ogni rivoluzione, una volta che è passata, tutto assume contorni sfumati, la storia prende pieghe inaspettate e persino tanti (troppi?) duri e puri abiureranno la loro selvaggia rigidità chitarristica per genuflettersi. Collisione di supernova, quel disco; diagramma cartesiano dove si incontreranno – perfettamente allineate – rock e disco, gospel e house, blues e ambient, antitetiche presenze che mai, fino ad allora, avevano voluto mescersi in un calice d’amorosi sensi. Weatherall attua uno scisma luterano, ne strappa i rigidi spartiti e – sempre in combutta con il fidato Hugo Nicolson (uomo da non sottovalutare) – cambia il corso del rock per sempre.

È un momento topico equiparabile per importanza e aggressione sociologica al Bowie che cinguetta Starman a Top Of The Pops il 6 luglio 1972 o all’Exploding Plastic Inevitable Show. Ma – a differenza di questi – è un momento senza immagine, una rivoluzione senza colpi di fucile e isterie visive. Uno scisma sotterraneo che non ha pecette da appiccicare sulle riviste. Vanno avanti Gillespie e compagnia per quello. Weatherall rimane al palo, volutamente. Non ha velleità egotiche, nessuna voglia di capitalizzare permutando per eoni la stessa matrice. Per lui la dance è come uno spazio da esplorare, mappandone i confini, lanciando un segnale satellitare. Lo coglieremo in tanti. Eppure è un altro il pezzo cesellato per i Primal Scream che davvero mi porterei su Alpha Centauri. Tolta l’immensa resa di Higher Than The Sun, ovvero i Silver Apples che rotolano nel blues post apocalittico e che mi farei tatuare per sempre, c’è una traccia nascosta dentro il sottovalutato Dixie-Narco Ep. Dieci minuti e quarantasei secondi di scompiglio chimico-fisico. Weatherall e Nicolson la chiamano Screamadelica ma in Screamadelica non c’era; uniscono i puntini che vanno da Kingston ai Muscle Shoals però suonati dentro ad una immaginaria Love Boat. Disco music che zoppica, Denise Johnson che sussurra alla stratosfera, un tango ipnotico che si avviluppa seducente sopra un intero lato, fiati che fanno l’ottovolante su grumi di loop, soul che diventa II Soul prima di derapare baggy su sciabolate di vento house. Pharmaceutica. Perfetto s’è già detto, epocale poco ci manca.

Poi cosa succede? Niente. Ovvero tutto. Succede che Andrew Weatherall diventa un nome così ingombrante che i vari remix o le stranite produzioni finiscono con l’essere assimilati più a lui che ai reali possessori delle note primeve. Troppo carismatica la sua mano, troppo ‘pesante’ la sua immensa e trasversale conoscenza della musica, quella che può far suonare i Doves come dei Can sotto una pioggia radioattiva o i James come un’ambulanza di Mad Max. Se il remix è di Weatherall il pezzo diventa improvvisamente, per dogma, dello stesso. E forse è questo il motivo primario che ha impedito – oltre ad una certa ritrosia da ‘bizzarro perdente’ del nostro, certo – a Lord Sabre di diventare un superstar dj, uno di quelli a sei zeri; uno di quelli da posti giusti e imbecilli che saltellano qualsiasi cosa gli possa passare ‘sotto il naso’. Ha navigato appena sopra il pelo dell’acqua, scegliendo nomi (o venendone scelto) che ne garantissero totale integrità ‘artistica’. Non era faccenda di vile pecunia, insomma. Purtuttavia, di rimando, nemmeno credo che gente come Madonna o gli U2 avessero voglia di farsi scippare un brano dal nostro per sentirlo appellare come ‘una weatherallata’. Troppo gelosi delle loro Società per Azioni. Eppure Bono ci proverà, con la solita boria terzomondista che lo contraddistingue, sentendosi opporre un netto rifiuto e due righe che non lasciano spazio a equivoci: ‘Non posso fare produzioni troppo grosse. Non posso partecipare a tutte quelle riunioni del music business. I professionisti mi spaventano a morte, sul serio’.

Con Screamadelica Weatherall prende la Bastiglia, decapita i paletti, le rigide monotonie del ‘di qua o di là’, gli steccati di tanti (troppi) anni di convinzioni manichee. Attua una rivoluzione irrorata di MDMA e sparge per l’aere l’amore universale assimilato pochi mesi prima allo Shoom. La seconda estate dell’amore, verrà chiamata. Ma vi aggiungerei una primavera dell’anima, un autunno di empatia e un’inverno di campi di fragole per sempre.

Andrew Weatherall è morto. Anzi: è scomparso. Si è celato ancora una volta, lì sotto a quel banco mixer dove deflagrano ordigni e sezioni ritmiche portate all’estremo. Lord Sabre, The Guv’nor, Audrey Whiterspoon, l’uomo di sigarette e baffi. Il sosia techno del rockabilly Billy Childish. L’uomo che del post punk fece origami electro, il tatuaggio balearico dilatato sui white label è stato uno dei miei fari, sempre presente – lì in mezzo ai cursori – spalancandomi gli occhi senza aver bisogno di alcuna Cura Ludovico. L’aprirmi alla sua musica mi ha costretto a venire a patti con i miei limiti sonori, ampliandoli. Da lì, da quel punto imprecisato, ho imparato ad essere migliore. Hallelujah. Adesso che non c’è più mi sento come se vagassi in una terra sconosciuta, un guado tra una traccia e il suo remix, in un ipotetica metà ancora da scoprire. Non so quale potrà essere il mio percorso sonico, non so dove andrò a svernare le mie convinzioni, non so – accidenti – chi potrà ancora metterle a dura prova, facendomi sentire un giovane vecchio deciso a rivoluzionarsi ancora e ancora e ancora. So solo che I’m losing more than I’ll ever have. Perché Fail we may, sail we must.

10 Weatherallate:

One DoveMorning Dove White (London, 1993)
Primal ScreamScreamadelica (Creation, 1991)
My Bloody ValentineSoon (Creation, 1990)
Andrew WeatherallThe Bullet Catcher’s Apprentice (Rotters Golf Club, 2006)
Saint EtienneOnly Love Can Break Your Heart (Heavenly, 1991)
Two Lone SwordsmenFrom The Double Gone Chapel (Warp, 2004)
Dayglo MaradonaRock Section (Faber & Faber, 2014)
The OrbPerpetual Dawn (Ultrabass 2) (Big Life, 1991)
JamesCome Home (Fontana, 1990)
The Sabres Of ParadiseSmokebelch II (Sabres Of Paradise, 1993)

Michele Benetello