My lost years (Fiver #40.2016)

lambchop

Lambchop

“Everything Flows” è una grande canzone. Un’affermazione del genere scritta in questo contesto raccoglie lo stesso gradimento di una lettura del Capitale ad un congresso marxista nonostante ognuno di noi abbia la propria storia personale e le proprie canzoni che per le più svariate ragioni rivestono un ruolo più o meno importante con cui fare i conti. Ma ci sono brani che mettono d’accordo tutti e questa è una che rientra decisamente nella categoria.  I Teenage Fanclub nel 1990 erano una band di esordienti di cui si occupava solo la stampa inglese cercando di infilarli nel carrozzone di gruppi americani che iniziavano a riscuotere un certo interesse anche da questa parte del mondo. Gruppi come i Dinosaur Jr., per intendersi.
Ricordo che io ed Arturo non ci facemmo pregare ed iniziammo a trasmetterla senza sosta, praticamente in ogni puntata del programma che conducevamo insieme in radio, ai tempi.
TEENAGE FANCLUB – Everything Flows

I Teenage Fanclub all’epoca erano una roba enorme, per noi. Al festival di Reading del 1991 andammo per loro. Non per i Nirvana, non per i Sonic Youth o i De La Soul, nonostante Bandwagonesque (il disco della consacrazione)  uscì appena qualche mese dopo.
Fanno 25 anni giusti giusti proprio in questi giorni e naturalmente qualcuno ha rimarcato l’avvenimento.
I brani di quel disco li ascoltammo per la prima volta mischiati tra la folla di scozzesi ubriachi, occupati a cantare a memoria canzoni per noi ancora inedite, nel fango di un anonimo campo di periferia della provincia inglese, mentre le bandiere con il leone rampante venivano tenute alte in segno di riconoscimento. Vicino a noi, tra il pubblico, Bobbie Gillespie, entusiasta come un bambino al parco dei divertimenti. Non fu necessario pronunciare alcuna parola, ci guardammo un attimo indicandoci Gillespie con un cenno del capo. Il sorriso sul volto di Arturo lo ricordo bene e ogni tanto glielo vedo fare ancora, alla fine di qualche serata particolarmente riuscita. Uno di quei momenti dove tutto è perfetto, allineamento astrale compreso, dove ogni cosa è al suo posto come dovrebbe essere sempre ma invece non lo è quasi mai. Il giorno prima avevamo visto Cobain fratturarsi un braccio sfasciando la batteria su quello stesso palcoscenico.
Bandwagonesque sono andato a riascoltarlo in questi giorni, dopo tantissimo tempo. E’ un disco che ha ancora un suo perché, nato già vecchio del resto non poteva che salvaguardarsi in maniera eccellente, forte di una classicità che sembra non andare mai fuori moda. Sento molto più ora che non all’epoca i riferimenti di cui tutti hanno sempre parlato: i Byrds ma in particolar modo i Big Star di Alex Chilton. Del resto per me sono arrivati prima i Teenage Fanclub, ancor prima i Dinosaur Jr. e dopo i Big Star e questo sfasamento temporale ancora oggi mi fa valutare le cose con una lucidità del tutto da verificare.

LUKE HAINES – Marc Bolan Blues

Luke Haines è uno dei migliori 4-5 songwriter della sua generazione. Talento esagerato, un’intelligenza fuori dal comune e un humor mai banale sono i tratti distintivi di un personaggio che non è mai voluto scendere a patti con nessuno, inseguendo sempre e solo i propri fantasmi. Ostinazione e caparbietà, seppur abbinati a canzoni sublimi, non hanno potuto sfidare i gusti di un pubblico e di un’industria che ha preferito abbandonarsi alla fantasmagorica ignoranza, per certi versi comprensibilmente, di un Liam Gallagher qualsiasi, lasciando che Luke Haines si trasformasse in un piccolo eroe di culto.
Luke Haines è uno di quelli che per salvaguardare il proprio delirio estetico non avrebbe nessun dubbio: la rotta va sempre mantenuta anche a costo di finire consapevolmente sugli scogli. Impossibile non amarlo, insomma. Non mi stupirebbe che qualcuno, un giorno, non lo possa prendere ad esempio per scrivere un trattato su quali mosse è necessario fare per rovinare una carriera avviata positivamente nel mondo del pop. Non dimentichiamo che gli Auteurs (il suo primo gruppo) sono stati la migliore brit-pop band dell’epoca, nonostante non facessero proprio nulla per volerlo essere. Del resto, all’apice del successo, a chi potrebbe venire in mente di realizzare un concept album dedicato alla Baader Meinhof oppure infilarsi in studio con Steve Albini, non propiamente un produttore brit. La carriera solista, poi, è disseminata da dischi improbabili, quasi sempre concept-album, che hanno comunque il merito di aver quantomeno un paio di gioiellini al loro interno, sempre e comunque. Giusto per non farci scordare che sì, va bene il delirio, ma le canzoni ci sono sempre state e continueranno sempre ad esserci.
Il nuovo album è il primo non concept da tanti anni a questa parte. Ma nonostante tutto Luke Haines torna a rimarcare i soliti concetti e celebra ancora una volta l’epoca aurea del rock’n roll, come ha già fatto nel concept New York in the ‘70s. In questo caso si occupa della deriva glam, in una canzone che celebra Marc Bolan ma lo fa con un tono ben poco accondiscendente e con il solito tocco di humor prettamente britannico che personalmente trovo irresistibile.

CORY HANSON – Ordinary People

Cory Hanson solitamente presta voce e chitarra ai losangelini Wand, un gruppo eccellente che ha pubblicato due album che hanno avuto un buon riscontro. In particolare tra gli appassionati del garage rock che gravita vicino alla scena legata a Ty Segall e compagnia bella.
Ascoltarlo ora, in versione solista è però una piccola sorpresa. Cambiano le sonorità in maniera sostanziosa: è tutto un pullulare di archi, di arrangiamenti raffinati, di voci in falsetto e melodie pop. Manco fosse un lontano parente del Luke Haines di cui si parlava in precedenza. Esce su Drag City.

FLASHER – Tense

Questa è esattamente la musica che mi piacerebbe suonare se solo ne fossi in grado. Mi rassicura che ci sia in circolazione qualcuno che lo faccia al posto mio, con la metà dei miei anni sulle spalle per giunta. Ci pensano in effetti due ragazzi e una ragazza di Washington DC che mettono subito in chiaro di aver ascoltato i dischi giusti ed averne recepito gli insegnamenti. Non solo il miglior indie americano (i primi Sonic Youth, per dire) ma anche tanta new wave inglese (impossibile non pensare ai Joy Division in apertura di canzone). A Washington intanto pare esserci un gran fermento, come da tradizione. Tanto ruota attorno alle uscite di un’etichetta come Sister Polygon che sembra davvero raccogliere il meglio del nuovo suono della città. Da seguire con attenzione.

LAMBCHOP – the Hustle

Mia moglie non ascolta musica. Tantomeno la mia musica. Magari sente una canzone per radio e poi mi chiede: mi fai un cd? Ma è una di quelle piccole provocazioni che fanno parte della vita di coppia, immagino. Non che mi dispiaccia, sinceramente. Mi sono ritagliato il mio spazio, che riguarda tutte le attività legate alla musica, e sono felice di gestirlo in completa autonomia. Ogni tanto metto, per dire, la Incredible String Band all’ora di cena e poi mentalmente inizio il conto alla rovescia….3, 2 ,1….ma cos’è sta’ lagna? Non puoi mettere qualcos’altro? Me la rido sotto i baffi e faccio partire Frank Ocean, una delle poche cose che possiamo ascoltare in condivisione senza discussione.
Kurt Wagner ha i miei stessi problemi, tra le mura domestiche. Il nuovo album è nato in reazione ai gusti musicali di moglie e figli, ha raccontato. Troppo occupati ad ascoltare Beyoncé e tanto R&B, a quanto pare. Nessuno spazio per il country desolato e di frontiera a cui ci ha abituato nel corso degli anni. Non gli è rimasto che mettersi a studiare: utilizzo creativo del vocoder, sintetizzatori vintage e pattern ritmici inediti. Ne è uscito un album fantastico, assolutamente originale che ho il timore non allargherà chissà quanto il pubblico di Wagner e soci e tantomeno sistemerà le vicende domestiche ma che rischierà di finire in una delle prossime classifiche di fine anno, tra i migliori album dell’annata.

Cesare Lorenzi

Una faccenda di canzoni (Fiver #39.2016)

Redskins

                                             Redskins

Sarà perché è un periodo in cui non trovo molto di interessante tra le nuove uscite ma ultimamente sto ascoltando un sacco di vecchie canzoni.
È sempre stata una faccenda di canzoni, in fondo.
Ho ritrovato un vecchio quaderno. Sulla copertina c’è un adesivo di Disfunzioni Musicali. È pieno di liste di film che ho visto o che mi ripromettevo di vedere. Un diario piuttosto metodico che abbraccia un periodo che va dal ’79 all’84. I miei 15/20 anni. Alcuni sono titoli assurdi, degni di un cinefilo oltranzista. Cosa che non sono mai stato. Il quaderno è pieno anche, ovviamente, di liste di dischi comprati. E di dischi da comprare. Più che dischi, canzoni. Una serie di pagine è intitolata “To Have“.
La scorrevo con meraviglia. Xymox, Psychic Tv, Virgin Prunes…

Virgin Prunes – Baby Turns Blue

Probabilmente a vent’anni ero molto più curioso di adesso. Niente spotify o itunes. Solo Rockerilla, Stereodrome e Radio Cittá Futura, ascolti fuggitivi in negozi di dischi per arrivare ad acquisti che a volte erano veri e propri salti nel buio. Non avevo paura di beccarmi tra capo e collo delle mattonate da paura ma ero anche disposto a mettermi in gioco, ero disposto ad impegnare il mio tempo con opere che domandavano attenzione, applicazione. Cercavo La Canzone.
E quando la trovavo erano lacrime vere.

Billy Bragg – Levi Stubbs’ Tears

Le difficoltà erano rimarcate dal contesto circostante. Compagni universitari romani che, sul principio, mi invitavano per serate a base di alcol e giovani fanciulle decisamente interessanti. Non so perché ma Il mio essere forestiero dava evidentemente una nota esotica al contesto. Ricordo una serata simbolica. Festa di matricole nel centro di Roma, mi sembra addirittura che fosse stato ingaggiato il povero Mike Francis per la serata.
La mia presenza non era messa in dubbio. “A Massimiliá sei con noi, vero?” La stessa sera però si era materializzato un evento di maggiore attrattiva. Solo per me, indubbiamente. Red Lorry Yellow Lorry al teatro Espero. Una trasferta sconsiderata ai confini del Nomentano. Parte opposta di Roma. Senza macchina. Senza cellulari. Senza bus dopo la mezzanotte. Con un ritorno tutto da inventare. Pochi sfigati come me chiusi in uno stanzone a farci massacrare le orecchie, in un’epoca nella quale rappresentanti dell’altra metà del cielo difficilmente si palesavano ad eventi del genere, o parlare di Pruzzo e di quanto fosse figa Radio Dimensione Suono in piacevole compagnia? “Sei con NOI, vero?” La decisione fu presa in pochi attimi.

That Petrol Emotion – Big Decision

Ricordo poco del concerto e di come ci arrivai o ne tornai ricordo però che fissare una visita oculistica nelle ore immediatamente precedenti il concerto non fu una decisione molto intelligente anche se le pupille dilatate aggiunsero alla serata una nota psichedelica tutt’altro che disprezzabile.

Red Lorry Yellow Lorry – Walking On Your Hands

Poi ti arrivano notizie terribili e questo rifugiarsi nel passato diventa l’unico modo per mantenere uno sguardo complessivo sufficientemente lucido seppur offuscato dalle lacrime.
Non ricordo se ti ho raccontato questa storia romana ma di aneddoti che ci facevano ridere a crepapelle mentre eravamo lì sdraiati in letti affiancati, interrotti solo da infermieri indaffarati, ne avevamo tirati fuori parecchi.
Le storie con le persone importanti nella mia vita sono sempre state punteggiate da canzoni. Ora che non ci sei più mi accorgo che non ne abbiamo avuta una.
Questa è sempre stata una delle mie preferite.
Spero che ti piaccia.

The Redskins – Keep on Keepin’ on

Massimilano Bucchieri

Benvenuti tra i rifiuti (Fiver #38.2016)

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Era ormai da molto tempo che aveva fatto suo il titolo del secondo album dei Blur, ritenendo con una certa convinzione che la vita moderna fosse spazzatura, almeno per quel che riguardava i comparti della vita che più gli stavano a cuore.
Del resto ciò che la mattina era nuovo già sfioriva al pomeriggio diventando materiale da discarica entro l’ora di cena. E ciò valeva per tutto quello che a lui interessava sul serio, rapporti umani compresi.
Su questo argomento non accettava il contraddittorio ma al tempo stesso non se ne tirava fuori, per quanto avrebbe desiderato farlo. Quello era il contesto in cui si trovava a vivere e vivere continuava a piacergli. Quindi era disponibile ad accettarla quella vita moderna, anche quando per arrivare in fondo ad ogni giornata era costretto a dribblare una moltitudine di bidoni strabordanti immondizia.
In ogni caso era contento di aver attraversato epoche diverse rispetto all’attuale e di aver avuto modo di muoversi anche in altri contesti. Arrivava a convincersi che questo fosse uno dei tanti motivi per cui invecchiare tutto sommato non gli dispiaceva affatto: aveva comunque un altrimenti e un altrove da poter spacciare nel suo curriculum.

A questo pensava quella domenica pomeriggio, seduto su uno dei seggiolini di plastica imbullonati ai vecchi gradoni in cemento dello stadio, mentre gustava a piccoli sorsi un Borghetti in attesa delle due squadre. Dietro di se avevo lasciato i resti del solito sabato sera passato tra le mura di un club a veder suonare un paio di gruppi. Dopo i concerti, come spesso gli accadeva, aveva tirato le 3 del mattino selezionando canzoni da una console per lui sempre troppo complicata da gestire, con i suoi led che di continuo scalavano al rosso e quei cursori che se per disgrazia capitava accidentalmente di spostarli finivi per tagliare i bassi senza nemmeno accorgertene perché nel frattempo stavi preparando in cuffia il pezzo successivo.
Qualche ora dopo aveva sfidato le luci della mattina che per quanto incartate nella foschia del novembre padano erano in ogni caso troppo ostili per essere smaltite senza occhiali da sole e dopo di quello i centocinquanta chilometri di macchina che lo separavano dalla città dove quel giorno avrebbe giocato la sua squadra del cuore. Di per se nemmeno una grande distanza, eppure pesante da affrontare quando nello spazio stretto piazzato tra la tempia di sinistra e quella di destra la vodka della notte prima era ancora decisa a far festa con la sezione ritmica della band post punk australiana che con indiscutibile stile aveva messo sul binario giusto la serata.

La logica avrebbe giudicato insensato tutto ciò e misurato quanto viceversa sarebbe stato più comodo consumare il sabato sera con le gambe stese sotto al tavolo di un ristorante in compagnia di gente della sua età, escogitando argute previsioni sulle imminenti elezioni americane o architettando scenari buoni per il dopo referendum di inizio dicembre senza che nessuno dei presenti fosse dotato della benché minima cognizione di causa per sostenere la discussione. Per poi occupare quella domenica mattina inquadrando la campagna ai confini di Bologna attraverso la grande vetrata del soggiorno, tracciando con la matita considerazioni e idee lungo i bordi delle pagine del libro che da qualche giorno stava divorando. E tornare più tardi sul sofà davanti alla diretta tv della partita di calcio che si sarebbe giocata a centocinquanta chilometri da casa sua, accomodandosi con molta calma di fronte allo schermo giusto cinque minuti prima del calcio d’inizio.

A contrastare lo scarso senno di quella domenica pomeriggio lontano da casa sui gradoni dello stadio lo soccorsero le parole che un suo amico oste e scrittore gli aveva spedito giusto il giorno prima. Quelle con cui lui sosteneva la necessità di camminare con il naso all’insù per guardare il cielo e restare così, in qualche modo, mentalmente giovani.
Meditava sul fatto che ci sono tanti modi per rendere concreta quella metafora sulla gioventù, si badi bene intellettiva e non corporea, che il suo amico aveva così efficacemente tratteggiato e uno di questi era probabilmente quello che lui aveva scelto. Solo che per lui non era stata una opzione ma una necessità e per questo si riteneva fortunato: non aveva faticato. Non faticava ad alzare gli occhi semplicemente perché non avrebbe potuto fare altrimenti. Sin dalla nascita aveva ricevuto in sorte un buono sconto sul prezzo da pagare per salvare il suo mondo e salvando quello salvare anche se stesso.
Perché mettersi in strada per una partita uscendo di casa ore e ore prima del suo inizio, smazzandosi trecento chilometri tra andata e ritorno per poi gelarsi il culo su un seggiolino di plastica lercio anziché sprofondare a costo zero nel divano di casa la domenica, era per lui – semplificando – l’equivalente della scelta di ascoltare musica da un pezzo di vinile piuttosto che tramite un file scaricato da un computer. Così come chiudere un piovigginoso mercoledì sera di inizio novembre assistendo ad un concerto del caro vecchio Calvin Johnson al dopo lavoro ferroviario della sua città, anziché capitolare in casa di fronte a una puntata di Westworld, significava sentirsi ancora vivo.
Pur lamentandosi con una periodicità sempre più frequente del fatto che tra la tanta gente che vantava pubblicamente un’appartenenza militante ai suoi mondi in realtà fossero pochissimi quelli disposti a farsi veramente coinvolgere da quegli stessi mondi, in fondo doveva ammettere che gli faceva quasi piacere che fosse così esiguo il numero di coloro che mostravano di comprendere sul serio il significato delle sue strambe teorie da vecchio reduce di chissà quale guerra mai combattuta. La cosa gli offriva un senso di aristocratica solitudine che annullava quella necessità di condivisione che per tanti anni era andato cercando senza successo e che forse sino ad allora aveva sopravvalutato.
Mando giù l’ultimo sorso di Borghetti, strinse il nodo alla sciarpa coi colori della sua squadra attorno al bavero sollevato del cappotto e si alzò in piedi. Lo speaker stava annunciando le formazioni.

Faust’O “Benvenuti tra i rifiuti

Questa non è nuova ma è la canzone che ha dato spunto al pezzo che avete appena letto e quindi mi pareva sensato inserirla tra le cinque scelte della settimana.
In ogni caso il primo disco di Fausto Rossi, all’epoca ancora Faust’O, a 40 anni dalla sua uscita resta di una attualità terrificante. Tanto nei temi quanto nei suoni.

Gold Class “Kids on Fire

La band post punk australiana che ha brillantemente dato il via al sabato sera di cui sopra.
Immagino che tutti quelli che non erano lì avessero cose molto più importanti da fare in quel momento. Beati loro.

Selector Dub Narcotic “Hotter than Hott

E questo è il caro vecchio Calvin Johnson, che ha suonato al dopo lavoro dei ferrovieri in un piovoso mercoledì di inizio novembre.
Anche quella sera immagino ci fossero cose più interessanti da fare in giro.

The Lasters “Ivory Tower of Beer

Se proprio devo vivere tra i rifiuti allora con me voglio tutti i dischi della In the Red e 10-100-1.000 Lasters.
Allacciare le cinture di sicurezza e premere play.

Immersion “FireFlys

Colin Newman (Wire) è tornato a far coppia con Malka Spigel (Minimal Compact). Ed è ancora bello lasciarsi affondare nel loro piccolo stagno di suoni.

Arturo Compagnoni

Youth (Fiver #37.2016)

Miei cari VECCHI amici, ma che cosa è successo? Non può essere aver comprato una macchina a rate, una casa col mutuo a trentacinque anni. Non avere una compagna, una moglie, una figlia.
Non è un lavoro che non piace, che doveva essere “per un po’” mentre si aspettava Godot, il sogno che doveva materializzarsi quasi da solo, tra una lezione all’università e una canna e sono passati vent’anni.
Cosa vi è successo? Non sono le basette grigie, più soldi messi in banca che sul bancone di un bar.
Vi vedo.
Non camminate mai col naso all’insù, non andate mai a bere in un posto che non conoscete. Non entrate in un locale solo per vedere cosa c’è, chi ci suona. Non vi fermate a guardare una vetrina con vestiti di cui non v’importa più, non fate le file per una mostra, non prendete un aereo per stare una sera in una città che non avete mai visto, solo per sentire suonare uno che ha la metà dei vostri anni.
Mattinate a stare seduti in ufficio a guardare su Facebook le foto delle colleghe divorziate chiedendovi dov’è finita la voglia di andare a ballare, di bersi due pinte in più alle sei del pomeriggio, solo per sentire quella leggerezza inutile e immotivata. Di entrare in un negozio con le mani che non vedono l’ora di sfilare dalla confezione quel vinile appena uscito che non ci potrà essere modo migliore di spendere la prossima ora.
Dov’è che vi siete incastrati? In quale pensiero triste?


Non è fare i giovani, non è sentirsi giovani. Non mi sentivo giovane a vent’anni, figuriamoci adesso che ne ho il doppio.
Non è fuggire dal proprio tempo, dal momento, dal “quello che è stato è stato e ormai”, non è la paura di non essere più il centro del mondo, di una scena.
Lei ha venticinque anni. Parla con la foga di chi ha venticinque anni. Consapevole, decisa, sfrontata come chi ha venticinque anni.
Lei ha un sacco di cose da dire. Ha studiato tanto, viaggiato tanto, amato tanto, vissuto tanto che potrebbe essere più vecchia di me e invece ha quindici anni di meno.
Voi stareste a guardarla perché è bella. Perché è fresca e la freschezza piace anche a chi si è rinsecchito.
I sorrisi che non riempiono di rughe il viso hanno il trasporto di quello non è più.
E voi stareste a guardarla. Solo guardarla.
Non sentireste quell’energia, quella forza di chi si sbatte, di chi corre da sempre, forse perché sa da quando è nata che il bel mondo, quello dei due soldi ma un po’ per tutti, del se finisci le scuole uno straccio di lavoro lo trovi e se poi fai l’università basta aspettare il tuo turno che il culo prima o dopo lo appoggi su una sedia comoda e tranquilla, non c’è mai stato.
Quel mondo che a noi era stato promesso e poi negato, per lei non è nemmeno mai esistito. E allora da sempre va e va e va e corre che non ce n’è se non corri e vivi e ti sporchi e piangi e sudi e ridi fino ad avere il mal di pancia.
Ma voi, imbambolati, stareste solo a guardarla perché quella forza, quella rabbia, quell’energia non riuscirebbe più a passare camicie che sono diventate impermeabili a tutto, che fanno scorrere come pioggia qualunque cosa che anche se vi passa vicino non riuscite ad afferrare più.


Non è la paura di non essere più il centro di un mondo, di una scena.
Ma l’esserne pienamente consapevole.
E allora?
Io cammino col naso all’insù perché sono curioso: voglio vedere chi si affaccia a quella finestra così in alto, immaginare cosa vedrà da lassù, quale disco starà mettendo sul piatto mentre fuma affacciato al balcone, respirando i raggi di sole che lì sotto, nei piani ammezzati d’occasione ma con una stanza in più, lì non arrivano mai.
È sentire il battito, la fame, la voglia così forte che ti contagia, che passa tutta perché la mia maglietta si bagna e non scherma un cuore che vuole ancora sentire quelle vibrazioni che lo fanno tremare come dieci, come venti, come trent’anni fa.
È che io lei non la guardo e basta, mi lascio trascinare da quella foga, quell’energia che ricarica un po’ anche me, che mi fa venir voglia di correre ancora che si può correre senza smettere mai.
È sentire improvvisa la voglia di sorridere per uno scoiattolo che ti attraversa la strada in un parco mentre il sole disegna favole di luce sul fiume e hai voglia di ridere perché tutto, con quella luce, per un momento non può che essere meraviglioso.


E allora basta, vi prego. Basta con questa pippa che “tanto si è già sentito, già visto”. Basta.
Va bene, se mi chiedi quando mi sono emozionato di più in un negozio di dischi è stato il pomeriggio in cui col mio amico Zollo, due nerd quasi metallari in un paesino a scartabellare i cd che i vinili non si stampavano praticamente più, ho fatto partire a tutto volume Dirt, Alice in Chains.
Ed era l’inizio dei novanta.
Che il pezzo che mi ha fatto tremare di più è stato Wake Up, Mad Season. Che ho capito cosa vuol dire suonare una chitarra col sangue ascoltando In Utero, Nirvana con i postumi di un acido in una corriera che andava a Barcellona. Che il film più bello di sempre è Trainspotting e se la gioca solo con Pulp Fiction. Che era stupendo leggere Welsh, il Philip Roth di American Pastoral, il miglior Auster e potremmo continuare così all’infinito. Che c’erano Winona Ryder e Johnny Depp per innamorarsi e le camicie a scacchi e lei col collarino, il vestito nero sopra il ginocchio e i Dr. Martens.
Sì, l’amore è Edward Scissorhands, la musica è Seattle.
Le lacrime i Mazzy Star.
E l’unico uomo per cui potevo perdere la testa era Brian Molko perchè avevo diciott’anni e ancora qualche dubbio e di David Bowie ero già innamorato ma così etereo e distante che non aveva nemmeno un corpo. Lo aveva Ewan McGregor in Velvet Goldmine e se uscivo col boa blu elettrico e le unghie con lo smalto nero era solo perchè speravo di incontrarlo e sedurlo.
Ed era la fine dei novanta.
Ancora adesso se sto male mi guardo i Die Hard col miglior Bruce di sempre.
Sono figlio dei novanta, amo i novanta.
Ma avete rotto il cazzo con sta malinconia da novanta.


E vi perdete Damon Albarn che le cose migliori le scrive oggi, altro che nel novantasei, Sufjan Stevens, Bon Iver, Ty Seagall, i Fidlar, Angel Olsen, Anika e una quantità indefinibile di concerti strepitosi a cui non andrete mai.
Le serie tv su Netflix che noi nei novanta ce le sognavamo.
Sì, lo so che abbiamo avuto Twin Peaks. Poi ci gasavamo con Beverly Hills 90210 e Friends.
Adesso hanno un True Detective e un Black Mirror all’anno.
Gli anni novanta sono stati una bomba, sì. Ma per noi erano tutto solo perché ci abbiamo compiuto i 14, i 17 i 19 anni e avevamo quella foga. Quella della ragazza che voi guardereste e basta perché non volete più sentire. Sentire così forte.
Il mondo non era più bello o più brutto.
Se allora non avessi avuto paura del mondo, dei corpi, degli sguardi avrei viaggiato molto di più, conosciuto molto di più e forse sarei stato più felice.
Ma tutto quello che non ho fatto, non l’ho fatto io. Non me l’ha negato nessuno.
Il mondo ti fa quello che tu gli lasci fare. Me lo ha detto tempo fa una ragazza che in poco tempo mi ha cambiato la vita. Mi ha insegnato a non avere paura.
E allora, come si cantava nei novanta, wake up (not anymore) young man, it’s time tu wake up: gli anni novanta non torneranno.
Nemmeno i nostri vent’anni (e per fortuna, vi confesso io).
Ma nemmeno tutto quello che vi state perdendo.
Non rimanete su quel viso senza rughe, lasciatevi prendere dalla forza delle cose che dice lei, che ha quindici anni meno di voi. Lasciatevi ricaricare le batterie che di strada ce n’è ancora da fare. Ancora un sacco di posti da vedere, musica da sentire, occhi da incontrare.
Tiratelo su quel naso, che il cielo ha sempre da raccontare qualcosa che non sapevi.

Fabio Rodda

Momenti (Fiver # 36.2016)

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Il 4 giugno del millenovecentosettantasei i Sex Pistols suonarono alla Lesser Free Trade Hall di Manchester, una piccola stanza piazzata sopra la sala concerti della più nota Free Trade Hall, sala in cui il 17 maggio di dieci anni prima Bob Dylan aveva tenuto uno dei suoi primi concerti elettrici dopo il clamoroso outing rock appena consumato sul palco del festival di Newport. Mezzo secolo dopo quel suo concerto di Manchester a Bob Dylan sarà assegnato il premio nobel per la letteratura, nomina accolta bene da qualcuno meno bene da altri.
Un po’ come la svolta elettrica del’65.
Non c’entra nulla con il concerto dei Sex Pistols d’accordo, era solo per dire che a saper cercare il filo e poi ad avere la pazienza di seguirlo ci si rende conto come a volte possano esistere collegamenti che assegnano al quadro d’insieme un senso molto più ampio di quanto si potrebbe pensare dopo una prima occhiata. Oppure no, forse è tutto completamente casuale e cercare di decifrare i giochi del destino è solo un esercizio di equilibrismo fine a se stesso.
In ogni caso al concerto dei Pistols alla Lesser Free Trade Hall erano presenti non più di una cinquantina di persone. Tra queste Howard Devoto, Pete Shelley e Steve Diggle, Morrissey, Ian Curtis, Bernard Sumner e Peter Hook, Mark E. Smith, Martin Hannett e Tony Wilson.
Potremmo affermare con un margine di errore risibile che la storia dei Joy Division e quella della Factory Records cominciarono quella notte. Così come quella dei  Fall e dei Buzzcocks e forse pure quella degli Smiths. Niente male.

Ci sono momenti a volte immediatamente decifrabili da chi vi prende parte altre volte apparentemente insignificanti per coloro i quali li stanno vivendo in prima persona, in cui la storia cambia fatalmente il proprio corso. Momenti destinati ad essere esaminati  e documentati in trattati e libri che poi ne gonfiano il racconto trasformandolo in leggenda.
Ci sono invece istanti in cui non è il corso degli eventi collettivi a cambiare ma è la nostra storia personale che muta percorso. Dopodiché nulla rimane uguale a prima. Quegli attimi sono nostri e solamente nostri e il fatto che a volte siano dei piccolissimi eventi privati a determinarli  rende quegli istanti incredibilmente speciali. La loro epica, in questi casi del tutto intima, non viene tramandata da cronaca e letteratura ma prende forma lievitando tra i ricordi e modellando la sua sagoma elastica sul formato degli accadimenti futuri che ne decreteranno nuove chiavi di lettura fornendo una cassa di risonanza dall’eco potenzialmente infinito.

a_ avrebbe potuto citare molti episodi in cui la sua vita aveva messo la freccia per svoltare e andare da un’altra parte. Ricordava perfettamente il suo primo giorno di scuola, quello che poi avrebbe sempre identificato come il momento della fine dell’innocenza sino ad allora custodita scrupolosamente dai suoi genitori nel perimetro delle mura di casa. E serbava ancora una nitida memoria del pomeriggio in cui aveva scambiato il primo bacio con una ragazza, eoni di anni fa, e tutto quello che di lì in poi era cambiato nei rapporti con l’intero genere umano, da quell’istante esaminato in una prospettiva totalmente differente.
Poi a seguire tutto il resto, curve e controcurve secche e scoscese come i 21 tornanti che portano il Tour de France in cima all’Alpe d’Huez. Troppi episodi anche solo per provare a stilarne un elenco.
Con tutte le cose che gli erano capitate nella vita era però quasi imbarazzato nel constatare come i momenti di svolta vera, quelli che avevano effettivamente determinato la persona che era ora e che a ben vedere era sempre stata, avessero a che fare in maniera assolutamente prevalente con la musica. Non con le persone, né con il lavoro o con qualunque altra cosa.
Stante questo assunto, che mai avrebbe potuto negare a se stesso, gli sarebbe allora piaciuto pensare  che quell’istante fosse coinciso con un accadimento eclatante, una faccenda nota a tutti e di cui trar vanto nelle discussioni con i suoi amici più giovani. Una roba tipo la notte in cui i Clash vennero a suonare nella piazza della sua città, il primo giugno del millenovecentottanta ad esempio. E ogni tanto ci credeva davvero che fosse stato proprio quello l’istante. Anche perché quella sera in piazza lui effettivamente c’era. Ma quella notte era arrivata presto, troppo presto nella sua vita per imprimere davvero una svolta alla sua vita stessa.
Quando si è molto giovani può essere sufficiente un piccolo sfalsamento temporale per determinare la circostanza che tra due eventi simili quello in valore assoluto infinitamente meno rilevante finisca col diventare decisivo per la propria formazione semplicemente per il fatto di essere arrivato al momento giusto. E per lui il momento giusto, quello che separa l’incoscienza dalla consapevolezza,  capitò poco dopo il concerto dei Clash in piazza, innescato da una situazione quasi identica ma di portata infinitesimale rispetto a quella notte. Capitò nella primavera dell’anno successivo, quando la programmazione del cinema d’essai in via Rialto infilò una breve rassegna di film a tematica punk: Rude Boy e The Great Rock’n’Roll Swindle, i film documentario su Clash e Sex Pistols e Rock’n’Roll High School, commediola in stile college partecipata dai Ramones.
Tre film nemmeno lontanamente iscrivibili alla categoria dei capolavori, una piccola sala cinematografica della sua città, lui con il suo miglior amico e un piccolo registratore nascosto in una borsa per catturare l’audio che scorreva sotto le immagini.
Nelle settimane seguenti a_ e il suo amico trascorsero interi pomeriggi al ritorno da scuola a riascoltare quei nastri, imprimendosi nella memoria le battute e ancor più la musica che le accompagnava, fantasticando su giubbotti di pelle nera, a cerchiate e sogni di rivolta, ma soprattutto scoprendo una cosa che di lì in poi li avrebbe cambiati e accompagnati per sempre: il magico mondo del rock and roll.
In sostanza un biografo avrebbe potuto affermare a posteriori e senza timore di smentita che a_ fosse nato in quel cinema di via Rialto con il punk rock come colonna sonora in un’epoca in cui il punk rock era già morto e sepolto da un pezzo.

A pensarci bene no, non poteva essere fonte di imbarazzo quella storia.
Una faccenda formativa che avesse a che fare con la musica e con l’amicizia davvero non dovrebbe imbarazzare nessuno, pensò.
Quelle erano le cose che contavano sul serio.
Si alzò dalla poltrona, sfilò il vinile di Give ‘Em Enough Rope dalla sua copertina di cartone sottile e appoggiò la puntina sul solco all’inizio della terza canzone della seconda facciata.

The Clash “Stay Free

We met when we were in school / Never took no shit from no one, we weren’t fools / The teacher says we’re dumb / We’re only having fun / We piss on everyone / In the classroom.
‘Cause years have passed and things have changed / And I move anyway I want to go / I’ll never forget the feeling I got / When I heard that you’d got home / An’ I’ll never forget the smile on my face / ‘Cause I knew where you would be / An’ if you’re in the crown tonight / Have a drink on me
But go easy…step lightly…stay free.

The Terminals “Uncoffined

Prosegue la ricerca neozelandese delle radici di quel che siamo oggi da parte delle più attente etichette indie americane. Dopo il benemerito saccheggio del catalogo Flying Nun da parte della Captured Tracks ora si sveglia anche la Hozac che ripesca i Terminals, band trascurata, esordiente proprio sul catalogo della suora volante nel ’90 con un album che portava il titolo della canzone qui sopra. Da recuperare.

The Chills “Kaleidoscope World

Per la stessa serie di cui sopra, solo che i Chills dovrebbero essere un po’ più conosciuti. La loro raccolta di singoli del primo periodo che si chiama come questa canzone uscì nell’86. Erano anni che la cercavo ma ho sempre pensato che un disco vada pagato per il costo di un disco e non per il prezzo di un oggetto da collezione, quindi non avendolo comperato all’epoca e non avendo in seguito avuto intenzione di acquistarlo a cifre incongrue non l’ho mai potuto infilare nel mio scaffale tra la CHILD di Childish e la CHIN di China Crisis. Ora qualcuno si è deciso a ristampare quel disco e finalmente sono riuscito a portarmelo a casa, in una edizione peraltro spalmata su due vinili con l’aggiunta di qualche lato b, demo e registrazioni dal vivo. Bomba.

Purling Hiss “Follow You Around

I dischi della Drag City, come quelli della Sacred Bones, andrebbero acquistati a scatola chiusa. Non tutti mi piacciono ma le due etichette seguono un percorso, e questa si che è una cosa che mi piace. Danno un senso a quello che fanno. In ogni caso questo pezzo dal nuovo Purling Hiss è una di quelle meraviglie che ti pare di aver ascoltato mille altre volte prima di oggi, eppure mille volte non è ancora abbastanza.

Jacuzzi Boys “Lucky Blade

Sembra una canzone di Wavves coi giri appena un po’ rallentati con quell’uhuhuh che si ripete sull’incalzare di basso e batteria. Se questa è la strada, il nuovo disco di Jacuzzi Boys promette bene.

Arturo Compagnoni

Per vincere domani (Fiver # 35.2016)

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Sam Evian

A ripensarci ora, con il giusto distacco, posso confessare di essere stato presuntuoso ed irriverente, nel mio ruolo di giovane scribacchino di cronache musicali. Mi stupisco che non sia arrivato qualcuno a tirarmi due sberle e farmi tornare con i piedi per terra, al tempo. La mia fortuna è stata avere un direttore come Claudio Sorge. Nei miei ricordi, lo confondo con il maestro Miyagi di Karate Kid, che se era il caso alzava il telefono e mi faceva amabilmente capire che certe cose andavano cambiate.
Per questo sorrido talvolta scorrendo la mia timeline di facebook dove leggo le nuove leve del giornalismo musicale italiano misurarsi la lunghezza del proprio organo genitale e di quanto manchi un DIRETTORE talvolta. Sono contento di starne fuori, comunque e sono ancor più contento che all’epoca di social network non c’era traccia, altrimenti la mia collezione di scheletri da tenere nell’armadio sarebbe andata sicuramente fuori controllo.
In particolare penso ad un articolo che mi commissionò Rumore all’epoca. Dovevo scrivere della Bologna musicale di quei giorni. Trascurai consapevolmente una scena che invece meritava altra considerazione e ancora me ne dispiaccio. Ma appunto ero giovane, un po’ coglione, con la verità in tasca e troppo tempo libero da spendere.
Ho ripensato a tutto questo di recente, ascoltando il nuovo album di Coner Oberst.
Coner mi è sempre piaciuto, con i Bright Eyes particolarmente ma anche nelle sue incursioni più recenti, da solista. Un altro ex giovane presuntuoso che ha imparato a scendere a patti ma senza esagerare. Uno che pensa di essere Bob Dylan, nato con gli Hüsker Dü nello stereo che finisce per somigliare a un Bruce Springsteen in tono minore.
Ha fatto uscire da pochi giorni un album scarno fino al midollo, piano o chitarra acustica, armonica e voce.

CONER OBERST – Next of Kin

Ad un certo punto canta
I met Lou reed and Patti Smith / It didn’t make me feel different / I guess I lost all my innocence / Way too long ago
Penso che per scrivere di musica professionalmente bisognerebbe essere giovani, irriverenti, innocenti e presuntuosi. A meno che uno non sia Simon Reynolds. Ma è altrettanto inevitabile che ad un certo punto subentri un certo disincanto, che si prendano le distanze e le cose vengano vissute da un’altra prospettiva. Disillusione mista a scetticismo che ti fanno vedere e valutare anche gli artisti che più ti piacciono con altri occhi. Non sempre parlare di persona con un musicista che apprezzi è una buona idea, ho imparato nel tempo. Come non lo è di certo accontentarsi e cercare di arrangiarsi quando di musica bisogna scrivere per portare a casa la pagnotta. Ho visto gente che avrebbe voluto scrivere l’ennesima pippa su Marvin Gaye costretta a subire i Mudhoney con le lacrime agli occhi solo perché lo richiedeva il quotidiano di turno. La tristezza del vedere l’innocenza davvero andata per sempre. Lo sconforto di vedere una passione che si trasforma in una professione che ti garantisce una vita di stenti.
Aver dato addio a tutto questo mi consente di prendere un disco di Coner Oberst e tenermelo metaforicamente sotto il cuscino senza doverne rendere conto a nessuno, una ricchezza che cerco di tenermi stretta il più possibile.

THE PROPER ORNAMENTS – Memories

Questa canzone mi ha fatto tornar voglia di andare a ripescare i dischi solisti di Epic Soundtracks, preziosi gioielli che vanno assolutamente recuperati, motivazione sufficiente a farmela diventare una delle preferite del momento.
Ballata soffice che ha i soliti riferimenti ben impressi: il terzo album dei Velvet, i Beach Boys, il piano invece delle chitarre (che comunque ci sono). Una canzone perfetta per queste prime giornate d’autunno.

SAM EVIAN – Sleep Easy

Non ci si discosta tanto dai territori di Proper Ornaments neppure con le canzoni di Sam Evian, newyorkese che debutta in questi giorni.
Pure atmosfere anni settanta, psichedelia leggera, George Harrison e Elliott Smith tracciano un confine dentro il quale Sam Evian si muove con sensibilità e talento. Non tutto il disco regge ma questo singolo è bellissimo.

SACRED PAWS – Everyday

Glasgow è una delle mie città preferite. Non ci sono mai stato ma questo è un dettaglio senza importanza. I Pastels sono di Glasgow e quando dicono che una band va ascoltata di solito lo faccio senza discutere.
Sacred Paws arrivano con il marchio di Stephen Pastels ben impresso e questo, nel mio piccolo mondo, è una garanzia.
Sacred Paws sono due ragazze: una che traffica in giro tra gli scaffali di Monorail e un’altra che invece vive nei sobborghi di Londra e ha un passato in band come Golden Grrrls. Hanno pubblicato un EP lo scorso anno per l’etichetta dei Mogwai e questa canzone invece preannuncia un album di debutto.
Everyday è una canzone che non nasconde nulla, anzi ci tiene a mettere in chiaro il mondo d’appartenenza. La stella delle Raincoats che indica la strada e l’esuberanza dei primi Vampire Weekend che fa capolino. Una canzone necessaria, importante, bella. Un piccolo inno che va celebrato.

EZRA FURMAN – Teddy I’m ready

Ezra è uno che non si nasconde dietro ad una canzone. Tutt’altro. È uno di quelli che ci mette la faccia, la propria vita e chissà cos’altro. Scrive canzoni sincere, insomma. Non è un caso che parlando di lui venga tirato sempre in ballo Jonathan Richman, un altro che mette la propria vita in musica. Ezra, se lo senti parlare nelle interviste, racconta di quanto l’ambiguità di Lou Reed e dei Velvet abbiano influenzato il suo approccio, in una tradizione glam che ha fatto la storia del rock: dai T Rex fino ai / alle New York Dolls senza dimenticare l’Iggy Pop abbracciato al Bowie berlinese.
Teddy I’m ready è da questo punto di vista la classica ballatona strappalacrime, condita da quella frustrazione che ti fa stringere i pugni forti, le mani nascoste nella giacca mentre il vento si fa gelido. Le cuffie nelle orecchie e quelle parole che regalano conforto. Quanto di meglio si possa chiedere ad una canzone, in fondo.

CESARE LORENZI

Those Important Years (Fiver # 34.2016)

Giardini di Mirò

Giardini di Mirò

Giugno 2000, Villafranca di Verona. Sul palco dell’effimero Rockaforte Festival una giovane band inglese si arrabatta per cercare di tenere testa all’hype montante intorno a loro dopo l’uscita del loro primo singolo, Yellow.
Poche decine di persone, Cesare ed io guadagniamo agevolmente le prime file per effettuare, dopo poche canzoni, il percorso inverso fino al bar, decisamente poco convinti.
Evidenziato lo scarso interesse che l’oggetto della vicenda possa rivestire per molti di noi, il clamore che ha accompagnato la gestione della vendita dei biglietti per il concerto dei Coldplay (ed in queste ore dei Depeche Mode) con tanto di sold out immediato, prelazioni per possessori di carte di credito “status” e secondary ticketing a prezzi stellari, ha scandalizzato molti. Dal mio scranno di vecchio frequentatore di concerti potrei additare casi che, se non uguali, buttavano certamente le basi per la situazione odierna. Scorro la mia agenda dei concerti e rammento un concerto di David Bowie con biglietti che mi accaparrai nelle prime ore di prevendita con notevoli sacrifici e crisi di coscienza.img_2101
I biglietti erano venduti ad un irragionevole prezzo, per l’epoca, di 65.000 lire con maglietta obbligatoria (!) inclusa (di un tessuto talmente pregiato che dopo due lavaggi avrei potuto emulare la Madonna del video di Like A Virgin). Man mano che si avvicinava l’evento furono poi venduti a 45 e 50. Col mio biglietto da 65 avrei avuto diritto, però, ad una seconda maglietta (sic..).
La differenza principale non la vedo perciò sulla modalità di spremere l’appassionato ma sulle motivazioni che ti spingono ad andare ad un concerto e, in seconda analisi, accettare quello che ti viene imposto.
Rubo qualche riga all’amico Fabio Nirta che qui ragiona brillantemente sulla questione:
Live Nation annuncia “da giovedì 13 ottobre sarà attiva la prevendita riservata ai Titolari di Carta American Express” per i concerti italiani dei Depeche Mode.
Non rimane che sottolineare la differenza fra due mondi che ormai non si toccano più.
L’altro mondo, o l’ultimo impossibile, quello a cui apparteniamo, è estinto da tempo.
Sarebbe stato bello sparire come una supernova, ma non è successo.
Alla faccia dei dischi “politici” dei Depeche Mode e di tutta l’estetica della band dalla nascita al 1989.
People are people e non c’è nulla da fare.
Coscienza a posto… nel comodino.

In altre parole qui, dalla nostra riserva indiana, abbiamo sempre alzato forte un grido di orgoglio (e un po’ da sfigati).
Per noi andare ad un concerto è un atto politico, di appartenenza. Non è un modo come un altro di passare una serata. E se per il mercato un concerto dei Coldplay/Depeche Mode vale 5 volte uno di Bob Mould me ne frega poco.
Io quei concerti, stilati sulla mia agenda con una calligrafia mutata negli anni e che quasi non riconosco più come mia, me li ricordo tutti o, quanto meno, mi ricordo il motivo che me li aveva fatti scegliere o cosa era successo nella mia vita dentro ed intorno ad essi.
Un piccolo esempio.
In questi giorni i Giardini di Mirò stanno suonando dal vivo Rise And Fall Of Academic Drifting per celebrare i 15 anni dall’uscita. Un disco ed un gruppo importanti nella mia vita. Uno dei loro concerti in particolare. Qualche anno fa scrivevo questa cosa sulla versione 1.0 di Sniffin’ Glucose:
Un senso di leggerezza pervade i giorni di inizio primavera.
Gdm al Covo per presentare Rise And Fall Of Academic Drifting.
Una bella serata, molte facce e situazioni piacevoli.
Un bel concerto. I Giardini ci regalano la colonna sonora perfetta per questo cambio di stagione che, avremmo scoperto in seguito, essere molto più che meteorologico.
Mi piacerebbe romanzare e scrivere che quello che è accaduto in seguito è stato ispirato da una serata così. In realtà era successo tutto poche ore prima e quella sera, al Covo, c’era uno spettatore in più che si godeva abusivamente un gin lemon ed il concerto.
Era il 7 aprile 2001. Mia figlia era stata concepita da poche ore.

GIARDINI DI MIRO’ – Pet Life Saver

TERRY – Talk About Terry

Mai saputo ballare o muovermi con un minimo di armonia. Sono stato a concerti o post concerti in cui era veramente difficile non lasciarsi andare ma ho quasi sempre preferito annuire a bordo pista. Per darmi un tono. Questo pezzo dei neonati Terry, gruppo messo insieme da membri di Total Control e UV Race (tra gli altri) è praticamente irresistibile con queste voci imbronciate e quella chitarra storta in bilico tra Weather Prophets e Wedding Present. Non vedo l’ora di “annuirla” a bordo pista da ballo in un prossimo futuro.

MALE BONDING – Eyes

A sorpresa arriva, a 5 anni da Endless Now, il nuovo album di Male Bonding, Headache. Scaricabile gratuitamente, se non ho capito male. Splendidamente rumoroso e incazzato come i precedenti. Li vedemmo qualche anno fa di supporto ai Crystal Castles. Una manciata di non più giovani accalcati sotto al palco per i supporter, beatamente scalmanati. Gli stessi soggetti dopo poche canzoni del gruppo principale fuori dall’Estragon, perplessi. Gli anziani sono prevedibili..

CLOUD NOTHINGS – Modern Act

Attese molto alte per il seguito di quella bomba assoluta che era Here and Nowhere Else. Devo confessare che ci sono arrivato un po’ tardi sui Cloud Nothings. Il problema, quando hai ascoltato tanta, troppa musica è che le tue sinapsi sono un po’ fottute. Ascolti una cosa e subito ti ricorda qualcos’altro o vai alla ricerca di somiglianze. Invece il secondo (al netto di progetti paralleli o “da cameretta”) Cloud Nothings era un piccolo capolavoro di angst generazionale.
This record is like my version of new age music annuncia Dylan Baldi.
Life without sound uscirà a Gennaio e viene anticipato da questa Modern Act che smussa molti degli angoli tipici degli assalti all’arma bianca degli album precedenti. Forse anche un po’ troppo per i miei gusti ma la fiducia è tanta e, scommetterei, ben riposta.

SLEAFORD MODS – TCR

Scrivendo queste righe mentre apprendo della morte di Dario Fo mi interrogo sul fatto che non ho mai compreso fino in fondo la grandezza di figure come Gaber, Jannacci. O Fo, appunto. Le ho sempre tiepidamente apprezzate un po’ da lontano. Un problema mio, indubbiamente. Questione di percorsi, di influenze. Crescere con i Clash o i Joy Division nel cuore e nella testa c’entra qualcosa? Non lo so, francamente. Di certo, mai come in questi ultimi tempi le figure di riferimento di un tempo, amate o meno, stanno sparendo una dietro l’altra e non è un sentimento piacevole.
Cosa c’entrano gli Sleaford Mods con tutto ciò? Un bel niente. Solo che quando ti piglia la malinconia niente di meglio che blaterare con un amico con due birre in mano e loro che hanno fatto di questo atteggiamento una vera e propria arte non possono che essere un ottimo modello a cui ispirarsi.

Massimiliano Bucchieri

Freedom of Choice (Fiver #33.2016)

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Il 1992 è stato tanto tempo fa.
A quell’epoca Jack Frusciante non era uscito dal gruppo, Enrico Brizzi si aggirava per i corridoi del Galvani e a Stefano Accorsi la sorte non aveva ancora commissionato quella battuta destinata a spedirlo nell’iperspazio tra un maxibon e l’altro. Il 1992 fu un anno che un quarto di secolo dopo qualcuno deciderà di celebrare niente meno che con una serie televisiva nel cui cast finirà proprio Stefano Accorsi, nei panni di un pubblicitario rampante che nuota alla buona tra le onde di tangentopoli.

Nel marzo del 1992 a_ aveva da poco compiuto 25 anni e il giorno in cui fece la scelta destinata a indirizzare la sua vita su un binario piuttosto che su un altro stava ripensando ad una cosa letta anni addietro su Rockerilla, il suo mensile preferito. Ricordava le pagine in cui Robert Smith intervistato da Alberto Campo affermava imprudentemente che una volta compiuti i 25 anni si sarebbe suicidato. Lo avrebbe fatto perché era convinto che a 25 anni ormai si fosse dato il meglio e quindi andare oltre non avrebbe avuto molto senso. Better burn out than fade away, come cantava Neil Young. Che poi qualcuno quell’idea la portò in fondo sul serio giusto un paio di anni dopo, nel tinello di una villa sulle colline di Seattle.
a_ era abbastanza d’accordo sulla faccenda dei 25 anni: nel 1992 a 25 anni magari non è che si fosse proprio vecchi, ma se si voleva combinare qualcosa conveniva essersi messi in moto da un pezzo e a quell’età si doveva essere già a buon punto.
Un paio di settimane prima aveva deciso che sarebbe andato a fare un giro al nord.
Qualche giorno assieme al suo amico di sempre per festeggiare la fine dell’università e quella laurea da lui ritenuta così inutile che prima di fruttargli un passe-partout per un qualsiasi tipo di professione seria sarebbero passati anni durante i quali avrebbe avuto tempo per cercarsi un lavoro, continuando nel mentre a coltivare la sua grande passione: la musica rock. Lui e l’amico avevano in tasca i biglietti per assistere a tre concerti che spiccavano nel sempre affollato calendario della night life londinese. Il primo era in programma alla University of London Underground. Suonava Polly Jean Harvey, una cantautrice inglese di cui il Melody Maker diceva un gran bene. Al negozio import della sua città a_ aveva comperato il suo primo disco, un dodici pollici con la copertina bianca e in mezzo una foto nera che forse era più un disegno che una foto. Le tre canzoni stampate su quell’ep non gli erano dispiaciute ed era curioso di vederla dal vivo, anche se in realtà a lui le cantautrici non erano mai andate particolarmente a genio. Gli altri due concerti erano di certo più roba sua: i Primal Scream che stavano iniziando a portare in giro Screamadelica e i Fall alle prese con le canzoni di Code: Selfish, magari non proprio il loro album migliore ma pur sempre i Fall, uno dei suoi gruppi della vita.

Le cose erano però destinate ad andare diversamente.
In quel preludio di primavera accaddero infatti due eventi imprevisti.
Dapprima il nuovo giornale su cui aveva da poco iniziato a scrivere di musica gli propose di entrare in redazione poi, cosa inverosimile e ancor più inattesa, quella cazzo di laurea generica e inutile come poche gli fruttò in maniera inopinatamente istantanea l’attenzione di qualcuno.
Una grande cooperativa della sua zona, incuriosita da chissà cosa nelle sue striminzite referenze, lo chiamò utilizzando il numero di telefono lasciato in calce a uno dei tanti curriculum che in quei giorni aveva cominciato a spedire abbastanza casualmente in giro. Incredibilmente quella cooperativa, impegnata a sfornare a nastro succhi di frutta e marmellate, pareva stesse cercando proprio uno come lui.
Doveva cominciare subito, la stessa settimana in cui era previsto il viaggio a Londra.
Forse avrebbe potuto chiedere di posticipare l’inizio del lavoro di qualche giorno ma non gli pareva bello cominciare così e in ogni caso quella coincidenza gli sembrò una faccenda talmente chiara e profetica da non potere essere messa in discussione. E lui alle coincidenze aveva sempre dato ascolto.
Si trattava di fare una scelta netta, non era più il momento per le vie di mezzo: prendere o lasciare. Una rinuncia forse lo avrebbe indirizzato verso un’altra vita ma la solidità offerta dalla cooperativa non poteva essere ignorata. Il posto fisso era ancora una roba seria e alla sua età a_ si sentiva già troppo vecchio. Doveva cominciare a crescere sul serio.

Nel 1992, da un’altra parte del mondo, un tizio scozzese stava scrivendo il suo primo romanzo. Un libro che di lì a poco avrebbe riscosso grande successo e qualche anno dopo sarebbe diventato un film.
Se quel giorno di marzo del ’92 a_ avesse avuto modo di ascoltare l’incipit scolpito sopra la batteria che pompa e la voce di Iggy che incalza nella sequenza di apertura di quel film, forse avrebbe fatto un’altra scelta:
Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi; scegliete un futuro; scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?
Certo lui avrebbe cambiato l’ultima frase perché l’eroina non aveva alcun ruolo nella sua esistenza e non avrebbe avuto molto senso citarla come ragione di vita.
Magari l’avrebbe sostituita con il rock and roll.
Con quello sì che il discorso sarebbe davvero filato.
Avrebbe scelto il rock and roll e chissà dove, chi e cosa sarebbe oggi, in questo pomeriggio di inizio autunno 2016 in cui poggiando la ortofon sul primo solco di Pornography attendeva l’ora per uscire di casa e tornare a veder suonare i Cure nella sua città, trentadue anni e mezzo dopo quella prima volta sotto al telone bianco e rosso del teatro tenda al Parco Nord.

The Hunches “The Ballad

Era da un pezzo che non ascoltavo gli Hunches e se non fosse uscito il disco degli Sleeping Beauties, dove ho ritrovato la voce di Hart Gledhill già cantante degli Hunches appunto, chissà quanto altro tempo sarebbe passato. Il bello della musica per come l’ho sempre vissuta io è anche questo, lasciarsi andare ai collegamenti e scoprire cose e poi scoprirne ancora e ancora e non averne mai abbastanza. Ad esempio non sapevo che tab_ularasa fosse un fan degli Hunches, ne’ tanto meno che avesse costruito un video su una delle loro canzoni più belle. Chi è tab_ularasa? Cercatelo. E’ bello scoprire cose, ogni tanto provateci.

The Lavender Flu “My Time

E se non fosse uscito il disco degli Sleeping Beauties non avrei scoperto il nuovo gruppo di Chris Gunn, già chitarrista degli Hunches. Con loro ha pubblicato un album doppio qualche mese fa. Dentro c’è tantissima roba, a me sono venuti in mente i Royal Trux, i Beat Happening, Daniel Johnston. Cose belle insomma. C’è anche questa canzone, che è una cover di un pezzo di Bo & The Weevils “garage band legend from Vidalia, Georgia”. Necessario documentarsi su di loro a questo punto.

Marching Church “Heart of Life

Tutto quello che c’è da sapere circa Elias Bender Rønnenfelt è che è uno degli Iceage, qualche tempo fa ha pubblicato un disco su Sacred Bones a nome Vår e ora per la stessa etichetta mette fuori il secondo sotto l’insegna Marching Church. Ha una evidente passione per Nick Cave, non c’è dubbio. Non imbrocca sempre la canzone giusta, ma quando capita conviene starlo ad ascoltare.

Josefin Öhrn and the Liberation “Anything So Bright

Per la categoria psichedelia pop crauta il miglior disco ascoltato da un pezzo a questa parte arriva a sorpresa dalla Svezia. E’ il secondo di Josefin Öhrn and the Liberation si chiama Mirage e uscirà a breve. In rete non ho trovato niente da piazzare qui e così ho ripiegato sul singolo dell’album precedente, che non è male comunque. Josefin Öhrn ci mette una voce a la Françoise Hardy e un viso di quelli che non ti dimentichi, i Liberation costruiscono attorno un mantra circolare che in alcuni momenti acquista ritmo e in altri si avviluppa denso appoggiando strati uno sopra l’altro. Caldamente consigliato ad amanti di Stereolab, Suicide e Spacemen 3.

Arturo Compagnoni

One bullet for my dreams (Fiver #32.2016)

Jackie Lynn

Jackie Lynn

Mi rendo conto che sono sempre alla ricerca della stessa canzone. Non so perché sia così. Immagino che per comprenderne davvero la ragione servirebbe uno studio di antropologia sociale che andasse ad esplorare la mia adolescenza. Penso anche che valga per la maggioranza di quelli che ascoltano musica o abbiano un interesse in una qualsiasi forma d’arte. Una volta che si è finiti in una rete e nonostante i tentativi di volerne uscire e l’interesse che possiamo dimostrare e gli sforzi che si compiono in mille direzioni, alla fine ci si arena sempre sulla stessa spiaggia.
Il mio posto ideale è un luogo dove la musica pop non è poi così pop, dove il country non è propriamente country, dove le voci non sono esattamente “belle” voci, dove c’è rumore ma talvolta diventa una questione di silenzi. Un luogo dove sia possibile rimanere a metà strada, dove le ideologie non rivestono nessun ruolo, dove non è mai solo bianco tantomeno non è mai solo nero. Il cuore, ecco quello, magari, se fosse davvero possibile, quello non dovrebbe mancare mai.
La musica che ascoltiamo è come se ci indicasse una strada. Una possibilità, un mondo che ci appartiene. La musica deve farci sentire meno soli, in fondo. Deve esserci di conforto.
Poco importa che quella voce risulti insignificante alla stragrande maggioranza delle persone. Tengo in macchina un paio di cd dei R.E.M., da anni ormai, sempre gli stessi. Per evitare discussioni, domande, spiegazioni quando ospito i miei amici non “iniziati” infilo quelli nel lettore. Vaffanculo, con questi non mi faranno domande, penso. Poi, quando rimango da solo, tiro fuori di nuovo i Wedding Present. I miei figli li ascoltano e non fanno domande, sono abituati. Se tutto questo avrà un qualche ruolo nelle loro vite non so proprio dirlo. Di certo gli rimarrà in eredità una collezione di cd e di vinile che alla fine sarà più una scocciatura che altro.
I Wedding Present, si diceva. Li ascolto dal 1988. David Gedge, il cantante, non sa cantare. Si mantiene su quelle tonalità basse perché appena ci prova stecca. Suonano due chitarre, un basso e una batteria. Il disco di debutto (1988) aveva una foto di George Best in copertina. Quella foto mi è sempre piaciuta più di quella di Joe D’Alessandro sulla copertina del debutto degli Smiths, per dire. C’è un tempo e un posto per ognuno di noi. Talvolta trovare la propria collocazione può essere più complicato di quanto si augurassero i tuoi genitori. Talvolta un disco può aiutare. Nonostante non sia un “bel” disco o forse proprio per quello.
Ai Wedding Present riservo l’affetto che posso immaginare si riservi ad un fratello maggiore. Quando esce un disco nuovo l’ascolto, se mi piace lo compro. Quest’ ultimo si intitola Going, Going…ed è finito nei miei scaffali.
THE WEDDING PRESENT – Broken Bow

Merito anche di questa canzone che capisco si possa maneggiare con cura e sospetto. Del resto parliamo di una band di cinquantenni che ha fatto ampiamente il proprio tempo ma forse un pezzo così non lo aveva ancora scritto. Mi piace immaginarli come dei piccoli artigiani, che si ritrovano nel soggiorno di un appartamento normale a fare musica per il solo gusto di farla. Ormai liberi dagli orpelli e dal peso del dover apparire, del dover riuscire, dal dover emergere. There’s a time and place for everything and the time is coming near, lo cantavano esattamente 28 anni nel loro disco d’esordio, vai a vedere che quel tempo è finalmente arrivato.

JACKIE LYNN – Chicken Picken

Adoro l’idea di un disco country di chitarre appena accennate. Un disco country suonato con drum machine e sintetizzatori, soprattutto. Un album stralunato, sconvolto, bellissimo. Come se Nico suonasse il repertorio dei Big Star e David Bowie facesse da produttore.
Jackie Lynn è un personaggio inventato, non esiste in realtà. Haley Fohr è il nome reale di Jackie, già responsabile del progetto Circuit Des Yeux.
Non avrei mai pensato che un concept album potesse finire tra i miei favoriti dell’anno. Di questo si tratta: un disco di otto canzoni costruito sulle vicende di un personaggio immaginario, Jackie Lynn per l’appunto. Una ragazza che abbandona il grande nulla della pianura americana per trasferirsi a Chicago, spacciare cocaina e innamorarsi dell’uomo sbagliato. Ma i risvolti non sono sempre chiari, è una storia fatta di canzoni enigmatiche e di una conclusione che rimane aperta. Quello che mette in scena però è un disco di canzoni che trattano temi ben più complessi come le dinamiche che si instaurano tra sessi differenti e i rapporti di forza che ne sono la conseguenza. Rimane un solo grande rammarico: la durata del tutto. Troppo breve. Un vero peccato perché, fosse per me, andrei avanti ad ascoltarlo all’infinito.

HAMILTON LEITHAUSER + ROSTAM – A 1000 Times

Questa, nel mio mondo ben poco reale, è tipo la canzone pop dell’anno. Uno di quei pezzi che uno si chiede perché non si senta in tutte le radio, qualsiasi radio, ad ogni ora del giorno. Ha un gancio assassino, basta un ascolto e si piazza lì, in testa, e non se ne vuole andare più.
Leithauser, il cantante, mi piaceva già con la sua band precedente, qualcuno li ricorderà, i Walkmen. Ma il genio è Rostam: multistrumentista, responsabile di quel miracolo chiamato Vampire Weekend. Uno che ha messo le mani nel disco di Frank Ocean e ne ha tirato fuori un pezzo capolavoro. Uno che ha capito come si scrivono canzoni in qualche modo classiche, capaci di segnare una stagione, di farsi ricordare, di farsi ascoltare in continuazione. L’unico timore è che me li possa ritrovare tra qualche anno in una compilation di Starbucks. A quel punto sarò comunque passato oltre.

HOPE SANDOVAL & THE WARM INVENTIONS – Let me get There

MASSIVE ATTACK ft. HOPE SANDOVAL – The Spoils

Hope Sandoval ritorna con un disco nuovo, anticipato da una canzone in compagnia di Kurt Vile. Qualche mese prima, la sua voce inconfondibile si era prestata ad ospitare il ritorno sulle scene dopo 6 anni dei Massive Attack.
Ecco, lo dico subito, prima di ripensarci: Kurt Vile ha rotto il cazzo. Quella che sulla carta poteva sembrare una collaborazione funzionale, in realtà si risolve in una robetta senza nerbo, di maniera. Un pezzo vagamente psichedelico che suona però come una versione annacquata dei Mazzy Star, senza sorprese, senza anima e senza groove, manco si trattasse di una cover degli Eagles. Un po’ come il disco più recente dello stesso Vile, che è tanto carino, tanto bellino ma allo stesso tempo tanto noioso.
Tutt’altra musica (letteralmente) quando partono i Massive Attack. Che tornano dopo una botta di anni con due canzoni spettacolari che naturalmente nessuno si fila (se non per parlare di Cate Blanchett protagonista del video). The Spoils invece è un brano fantastico, maestoso nel suo incedere. Amo la parte finale della canzone in particolare, quando sparisce il tappeto ritmico e rimangono solo dei synth che suonano come degli archi ( e forse lo sono) dannatamente evocativi. Una canzone da brividi, semplicemente, dove la voce di Hope Sandoval sembra trovare la propria controparte ideale.

CESARE LORENZI

It’s hard to be an artist, it’s hard to be anything, it’s hard to be (Fiver # 31.2016)

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Su alcune cose non ho un’opinione precisa. Ad esempio, ha fatto bene Manuel Agnelli ad andare a X Factor? Boh. Di certo quando in prima serata su un importante canale televisivo qualcuno indossa una maglia di Daniel Johnston costui non può non riscuotere la mia simpatia immediata e buonanotte ai discorsi su militanza indie e coerenza. Un po’ come quando il centravanti di una squadra che detesti (non detesto Agnelli, per inciso) diventa centravanti della nazionale e ti ritrovi ad incitarlo.
Insomma, non sono un tipo complicato.
Comunque cerco sempre di informarmi e di farmela un’opinione, ma leggendo vengo esposto a input che portano la mia mente su tutt’altri percorsi.
Ad esempio se, cercando notizie su X Factor, leggo su una testata autorevole un titolo come “Fedez, un artista dei nostri tempi” con tanto di link ad un video vagamente pornografico, nella mia concezione, nel quale una moltitudine di persone proclama all’unisono di voler andare a comandare mi faccio delle domande. Sull’arte. Sugli artisti.
Non so dove ho letto che l’artista, tra le altre cose, è anche colui che è “condannato” ad affrontare la vita cercando di trovare un significato anche ai suoi momenti più inspiegabili e rappresentarli, illustrarli agli altri esseri umani.
Quest’anno abbiamo avuto alcuni esempi abbastanza evidenti di questa teoria. Eventi che lo hanno contrassegnato indelebilmente.
In particolare un tratto comune lega due enormi artisti dei nostri tempi. David Bowie e Nick Cave.
Un immagine che non mi abbandona è lo sguardo fiero, rabbioso e al contempo sfidante di Bowie in una delle foto scattate pochissimi giorni prima della sua morte. david-bowie-promo
Un accompagnamento perfetto a Blackstar. L’ultimo disperato tentativo di comandare (in questo caso sì) sulla vita, sulla morte, sull’arte.
nick-cave-one-more-time-with-feeling_m1Al contrario le immagini scattate sul set di One More Time With Feeling, il documentario che accompagna l’uscita di Skeleton Tree, a distanza di poco più di un anno dalla tragica scomparsa del figlio sedicenne, ci consegnano un Cave inerte, sguardo assente, le lunghe braccia abbandonate lungo il corpo fino a quando non siede dietro al piano e intona, come se le estraesse con sforzo immane, storie intrise di un dolore impossibile da vincere.
Ma che viene affrontato, perché non si può fare altrimenti. E’ l’unica strada concepibile.
Due diversi modi di affrontare l’inaffrontabile, mostrando percorsi, probabilmente impercorribili per molti perchè ognuno di noi è un mondo a parte, ma vivendoli sulla propria pelle.
Due artisti dei nostri tempi.

Nick CaveI Need You

David BowieThe Gouster (Full Album)

Recentemente, per la prima volta, ho voluto provare l’ebbrezza di entrare a far parte di una fan community. Dopo pochi giorni mi è venuta in mente la battuta di Woody Allen “Non vorrei mai far parte di un club che accetta tra i suoi soci uno come me“. Splendide persone animate da una passione talmente incontenibile che mi spaventa un po’.
E’ di questi giorni la pubblicazione dell’ennesimo cofanetto. Niente di particolarmente inedito a parte la prima pubblicazione “ufficiale” di The Gouster, il leggendario (per i fan di Bowie) lost album del 1974. Una funky beast, nelle parole di Tony Visconti, che in seguito, riveduta e corretta, fornì l’ossatura di Young Americans. Abbastanza per azzerare la salivazione ad uno come me.

EztvHigh Flying Faith

Michael Stasiak è il batterista degli EZTV e racconta: When I listen to High Flying Faith, I think of Frances Ha maxing out her credit card to fly to Paris to take an acquaintance up on an offer to “visit us anytime,” only to find that they are out of town. Una canzone che mi ha accompagnato tutta l’estate regalandomi benessere con quell’incedere tra Big Star e TFC e che apre il nuovo album della band newyorchese raccontando, appunto, di carte di credito super utilizzate e traslochi settimanali per tentare di fronteggiare i costi assurdi della grande mela che hanno portato alla dolorosa chiusura, tra l’altro, di un negozio leggendario come Other Music dove il buon Michael lavorava.

Preoccupations Monotony

La sigla Preoccupations è veramente meglio della precedente Viet Cong? Mah. Quello che è certo è che i nuovi pezzi hanno smussato parecchi degli angoli del primo album a favore di atmosfere più convenzionali. Sarà anche l’intonazione di Matt Flegel ma il nome Interpol si affaccia frequentemente e prepotentemente tra i solchi dell’album. Le canzoni però ci sono e per chi ha amato le sonorità dark/wave più malinconiche di fine anni settanta, primi ottanta brani come Monotony hanno un potere ipnotico potentissimo.

The Wedding PresentRachel

Una di quelle canzoni che fin dalle prime note dici “Ok, fanculo. Questo è esattamente tutto quello di cui ho bisogno.” Quella chitarra un po’ distorta, il cantato di David Gedge buttato lì con noncuranza emozionale, un testo intriso di romanticismo a buon mercato. Malinconia a profusione. Tornano i Wedding Present con 21 pezzi che documentano un loro lungo viaggio negli Stati Uniti ma Rachel è quintenssenzialismo britannico. Al terzo ascolto la pioggia comincia a battere forte sui vetri. Garantito.

Massimiliano Bucchieri