And I need all that stuff (Fiver # 13.2017)


C’è stato un momento, più o meno a cavallo di metà anni ’80, in cui i Jesus and Mary Chain sono stati il mio gruppo preferito. Non che riconoscessi loro chissà quali meriti: erano solamente le persone giuste che suonavano la musica giusta nel (mio) momento giusto. Avevo appena varcato la soglia dei 20 anni e loro, più vecchi di quel tanto che a quell’età basta a farti sentire inadeguato, erano il mio modello. Con quei giubbotti di pelle nera stirati sui fisici asciutti, le lenti scure per nascondere gli occhi fin oltre il tramonto, un batterista in piedi dietro uno scheletro di tamburo e una cascata di rumore capace di non smarrirsi e tenere il ritmo ricordandosi che per essere pop occorre anche infilare da qualche parte un minimo di melodia e i ganci giusti. Non ultima, anzi forse prima di tutto il resto, quella loro inclinazione alla vita così totalmente menefreghista da farmi andare nei matti: non gliene fregava un cazzo di niente e di nessuno e ci tenevano a fartelo sapere. Poi c’era quel verso, quella sola unica frase di una loro canzone, che mi sembrava raccontasse alla perfezione tutto il me stesso di allora ma che in realtà racconta molto più compiutamente il me stesso di oggi, a distanza di un abbondante trentennio: you never understand me.

Ad ogni modo dopo i primi due album il gioco di Gesù e Maria Catena cominciò un po’ a stancarmi.
Continuai a comperare i loro dischi, a ballare le loro canzoni migliori e a leggere le cronache delle liti tra i fratelli Reid, tutto a una certa distanza però. Anche se non li ho mai messi da parte, sono sempre rimasti lì nei paraggi a ricordarmi tutti i calci, i pugni, le incazzature e le porte sbattute con nelle orecchie il feedback di Upside Down e a rievocare le volte che mi sono innamorato di un paio d’occhi con la filastrocca dolceamara di Just Like Honey a farmi da colonna sonora.
Così quando un paio di anni fa i fratelli hanno deciso di rimettersi assieme per suonare Psychocandy dal principio alla fine non ci ho pensato un momento, ho buttato due magliette in valigia e sono partito per Londra est direzione Troxy, pur essendo insofferente alle reunion e nella piena consapevolezza che un live dei Jesus and Mary Chain non vale quasi mai il prezzo del biglietto. A meno che non decidano di spaccare tutto e mettere in piedi una rivoluzione lunga quanto il tempo di un paio di giri al banco del pub sotto casa.
Al contrario in questi giorni sentivo necessità di ascoltare delle loro nuove canzoni più o meno allo stesso modo in cui avverto il bisogno di una birra sgasata e calda a colazione. Vale a dire meno di zero, per dirla con Bret Easton e Costello. Dopo qualche giorno di esitazione l’altra mattina mi sono comunque deciso e ho premuto stancamente la freccia del mio pc sopra la casella “esegui tutti” avviando windows media player senza aspettarmi assolutamente nulla.
E in un attimo è stato come riappropriarmi di tante cose, un tempo care, tutte assieme. Robe diversissime tra loro che nemmeno ricordavo più di avere parcheggiate in memoria: il tema delle elementari dove descrivevo i miei migliori amici (e sì Massi, ci sei anche tu), i gol della Serie A disegnati da Carlo Silva in calce agli almanacchi illustrati del calcio Panini, le puntate di Happy Days sulla Rai prima di cena alle sette e venti della sera, le note di God Save the Queen (o era forse Anarchy in the UK?) dei Pistols sparate dalla console del Vidia come intro al concerto dei ragazzi di Glasgow a Cesena, fine maggio dell’86.
L’ascolto del nuovo disco dei Jesus and Mary Chain è stato un dejà vu che più ovvio di così non poteva essere. Una successione talmente logica e scontata da rendere imbarazzante il fatto che mi sia piaciuta così tanto. Dietro ogni singola nota ho indovinato puntualmente la nota che seguiva, scoperto le rime di ogni verso prima che a pronunciarle fosse la voce di Jim Reid e previsto la sequenza di battute della drum machine in anticipo sul mio piede che poi partiva a seguirne il ritmo.
Trovarmi oggi davanti a un disco nuovo dei Jesus and Mary Chain è stato come sedermi al tavolo con un vecchio amico che non vedevo da tempo e scoprirmi a studiare le rughe dipinte sul volto di lui e le mie, riflesse nello specchio dei suoi occhi. Tentando di rammentare il momento esatto in cui ho smesso di sentire il bisogno della sua compagnia che pure mi accorgo essere ancora oggi così necessaria e illudendomi che la porta alle sue spalle incornici all’improvviso la sagoma di una persona cui poter tornare a dedicare una canzone.
Una canzone come questa:

The Jesus and Mary Chain “Always Sad”

You ain’t like those other girls / There’s nothing like you in this world / You got something more than curls / You ain’t like those other girls / I think I’m always gonna be sad / ‘Cause you’re the best I’ve ever had.

Trementina “Please, Let’s Go Away

Negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere il Cile attraverso il rock and roll, il garage e la psichedelia di Föllakzoid, Holydrug Couple, La Hell Gang e Chicos de Nazca e messo nella cartella degli ascolti prossimi futuri una lista con i nomi di Mi Andromeda, Vuelveteloca, Lumpen & the Happy Pills e qualche altro.
Ora tocca allo shoegaze con deviazioni 60’s dei Trementina, disco in uscita per quei mattacchioni di Burger Records.

The Orwells “Buddy

Ok, questa è roba per quindicenni e sì, lo so che tra poco Giulio mi sorpasserà a sinistra e ascoletrà roba più seria ed evoluta di certe cose che ancora mi ostino a farmi piacere, ma questi ottantasei secondi proprio non riesco a levarmeli di torno.
Movin’ on, did my time / Feelin’ fine, feelin’ fine.
Oh yeah.

Coco Hames “I don’t Wanna Go
https://soundcloud.com/mergerecords/03-i-dont-wanna-go
Dei The Ettes conservo uno sbiadito ricordo che risale a una decina di anni fa. Un trio con qualche disco licenziato dalla gloriosa Sympathy for the Record di Long Gone John, alle prese con un garage pop abbastanza ordinato e non troppo fantasioso. Lindsay “Coco” Hames era la loro cantante e le canzoni che stanno dentro il suo primo album solista in uscita per Merge sono quelle che in questi anni ha accumulato nel cassetto, con in mezzo pure una cover dei Replacements. Powerpop, janglepop, punkpop e una generosa spruzzata di country vecchia maniera.
E la sua voce naturalmente, una di quelle voci per cui è lecito perdere la testa.

Girlpool “Cut Your Bangs

Il primo disco delle Girlpool mi era piaciuto parecchio ma da quel che ricordo mi sembra fosse piaciuto solo a me. E’ un po’ di tempo che non lo riascolto, comunque mi pare che nella mia catalogazione mentale lo avessi sommariamente associato alle robe degli Young Marble Giants e a certe cose delle Marine Girls.
Ora sta per uscire il secondo disco.
Ho l’impressione che anche questo mi piacerà parecchio.

Arturo Compagnoni

My head is full of popular songs (Fiver #12.2017)

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Steve Lacy

A quanto pare il problema è diventato Auto-Tune. Un software che corregge gli errori dell’intonazione della voce (detto in maniera sommaria) che ha preso sempre più piede in studio di registrazione. Tale trovata tecnologica ha condizionato le voci di alcuni dei dischi che ho più amato nelle ultime settimane: da Frank Ocean ai Dirty Projectors, per dire. Qualcuno è arrivato ad augurarsi che in futuro i dischi possano riportare l’avvertenza 100% Auto-Tune Free, magari con un bollino posizionato in copertina, come se ciò comportasse automaticamente una qualche patente di credibilità artistica e di qualità.

Non mi è mai interessata la tecnica strumentale. Non ho mai suonato uno strumento (o quantomeno i tentativi portati a termine non sono degni di memoria) e il mio approccio nei confronti di una canzone è sempre stato del tutto “emozionale”. Naturalmente anch’io, prestando un attimo di attenzione, mi rendo conto quando la funzione Auto-Tune è attivata in una canzone (soprattutto da quando i parametri settati in maniera estrema hanno prodotto un effetto che è diventato quasi un marchio di fabbrica dei dischi contemporanei, in particolare in ambito R&B e pop) ma da qui a gridare allo scandalo o a farne una ragione di purezza mi pare che ce ne corra, nonostante l’articolo del Time che si è affrettato ad inserire l’invenzione del software in questione come una delle 50 peggiori trovate della storia. Delle volte anzi mi pare un effetto positivo che nelle varianti più estreme capisco possa disturbare. Quanto un qualsiasi arrangiamento sbagliato. Né più né meno, ecco. Si tratta di non esagerare, magari.

Non ne farei una guerra di religione. Perché mi ricordo ancora quello che si scriveva a proposito dei primi New Order. Lo scandalo della drum machine, in alcuni brani. I sintetizzatori che sostituivano le chitarre. Vi sento ancora, scandalizzati. Vi vedo tirare fuori il santino di Ian Curtis e sfidare gli eretici a forza di parolacce e sputi. I primi New Order, rendetevene conto.

Alla fine si tratta di capire se una canzone funziona o meno. Auto-Tune per quanto mi riguarda è solo un dettaglio. O una curiosità legata a quello che succede in una sala di registrazione o nelle sue varianti estreme nell’utilizzo su di un palcoscenico, dal vivo. Ma che mi lascia sostanzialmente indifferente. Se una canzone mi emoziona lo fa comunque. Poco importa che sia suonata, con una chitarra, un synth, un computer o qualsiasi altra cosa vi venga in mente.

DIRTY PROJECTORS – Keep Your Name

Il nuovo album dei Dirty Projectors è entrato alla grande in tutta questa grande discussione a proposito di come debba suonare un disco nel 2017. Penso che a David Longstreth di tutto ciò importi pochissimo. Troppo impegnato ad esorcizzare in musica un distacco doloroso che ha trasformato la band in un progetto solista, tra le altre cose.
Questa canzone, per me, è uno dei migliori brani a proposito di una separazione che mi sia mai capitato di ascoltare. Tutto, e dico tutto, anche l’Auto-Tune, è assolutamente funzionale all’andamento della canzone stessa. Il risultato finale è da pelle d’oca.
Come canta lui stesso ad un certo punto: What I Want from Art is Truth…..esattamente quello che ha deciso di riversare in una canzone fantastica. Alla faccia dell’Auto-Tune e delle nostre paranoie un po’ snob su quello che è figo suonare e su come dovrebbe farlo. Intanto, là fuori, qualcuno i dischi li ascolta ancora per le giuste ragioni. Si commuove. Si emoziona. Se ne sbatte altamente i coglioni dell’Auto-Tune di turno, insomma.

JAY SOM – Baybee

Cesare Lorenzi utilizzando il Wu-Tang Name Generator si trasforma in Irate Warrior (ve lo dico perché ne vado particolarmente orgoglioso).
Jay Som, a quanto pare, è un nome nato utilizzando questo stesso metodo. Dietro si cela una ragazzina (Melina Duterte) che scrive canzoncine pop dal peso specifico limitato, fatte di chitarre gentili e da qualche synth ben educato. Indie-rock un po’ palliduccio, sulla carta. Perché poi, in pratica, canzoni come questa hanno il merito di funzionare. Non so voi ma personalmente qualsiasi gruppo che mi faccia tornare in mente i Prefab Sprout non può non piacermi.

STEVE LACY – Ryd / Dark Red

Un disco di demo, assemblati direttamente sul telefono, assolutamente meravigliosi. Aggiungeteci che il protagonista in questione ha 18 anni e il gioco è fatto. Eccola qui la next big thing, a metà strada tra il primo Pharrell, la coolness slacker di Frank Ocean e suggestioni indie. Queste due canzoni, seppur solo abbozzate e racchiuse in un unico video, mettono tanta di quella carne al fuoco che è letteralmente impossibile non volerne ancora. Al più presto, inoltre. Perché di cose belle ne abbiamo bisogno immediatamente. Qualcosa di grande sta per succedere…..I don’t know it but i feel it coming……

ROLLING BLACKOUTS COASTAL FEVER – French Press

Canzone perfetta. Un po’ Feelies un po’ Go-Betweens per questa band di australiani di Melbourne che debutta su Sub Pop con un EP di 6 brani capace di ridare fiato e fiducia a tutti quelli che amano un certo tipo di suoni. Per tutti quelli che si augurano di ritrovare lo spirito che animava i gruppi della scena Paisley, a metà degli anni ottanta. Gente capace di recuperare i suoni dei sixties, aggiornarli e fare la storia con una serie di dischi che ancora oggi gli appassionati trattano come oggetti preziosi. Nell’anno del ritorno dei Dream Syndicate una canzone così, mi sembra sia proprio di buon auspicio.

TIM DARCY – Still Waking Up

Gli Ought sono stati uno dei gruppi da tenere sempre evidenziati nell’agenda delle ultime stagioni. Ad un debutto sensazionale è seguito un disco ottimo. Ci hanno poi conquistato definitivamente dal vivo, con un concerto tra le dune dell’adriatico che ancora ricordo come un piacevole sogno ad occhi aperti.
Del resto impossibile rimanere indifferenti a quei ricami chitarristici capaci di rendere tributo a gruppi come Television e Velvet. Il tutto con personalità, grazia e talento.
Un disco solista, sinceramente, è stato una sorpresa inattesa che inevitabilmente porta con sé un piccolo bagaglio di suoni inediti.
Il disco funziona nel suo complesso ma questa canzone mi ha fatto letteralmente innamorare. Mi pare la migliore canzone degli Smiths non degli Smiths. Una melodia spettacolare con Tim Darcy gigione al punto giusto nel pur improbabile ruolo morrisseyano e allo stesso tempo capace di non far rimpiangere Johnny Marr con un giro di chitarra stupendo nella sua efficiente semplicità. O forse il problema sono io che mi immagino cose che in realtà non esistono, just…..because my head is full of popular songs…….
 

CESARE LORENZI

Pass the time, not going anywhere (Fiver #11.2017)

The Feelies


Mentre il taxi avanza nervosamente per via della Bufalotta guardo pensieroso fuori dal finestrino. Mi sfila davanti il Teatro Espero, sede di alcuni concerti di una stagione passata e sepolta tra i quali un infuocato live dei CCCP che terminò con disordini e cariche della polizia.
Oggi il Teatro Espero è una sala bingo e un cartello richiama la mia attenzione “se hai più di 50 anni la prima cartella è a metà prezzo!”. Sospiro.
Sul sedile accanto a me mio padre mormora “qui una volta era tutta campagna..”. Immagino che il tassista non avrà trovato grandi differenze tra i due soggetti che stava trasportando, distanti una quarantina d’anni anagraficamente ma accomunati dalla stessa vena malinconica di rimpianto.
Più tardi, sul lettino che ha ospitato i miei pomeriggi di adolescente, indosso la cuffia e provo a sconfiggere la malinconia con il nuovo album dei Feelies. Un po’ come quando qualcuno ti dice che il miglior rimedio per un raffreddore è fare un bel bagno ghiacciato.
I Feelies. Amati a dismisura dal solito manipolo di sfigati di cui mi onoro di far parte. Beautiful (?) losers.
Gente che non solo non è riuscita a saltare sul treno del successo. Gente che probabilmente non è mai neanche arrivata in stazione per prenderlo, quel treno.
In between è il titolo del nuovo disco. Un disco bellissimo. O almeno lo è in questo momento. Malinconia liquida che allaga la stanza e che si insinua tra pile di vecchi Rockerilla, primi album dei Rem (non a caso) e casse di stereo che hanno ospitato l’ultimo disco ai tempi di Meat Is Murder..
I rimandi velvettiani sono una cascata tanto che mi sembra di scorgere il profilo di Nico, lì tra la porta e la finestra. In realtà è un vecchio pupazzo di Pluto mezzo smembrato attaccato al termosifone, ma in quel momento, con quell’accompagnamento perfetto, potrei anche confessargli ansie e rimpianti, e lui potrebbe anche rispondermi, in tedesco.
Un momento in cui faccio fatica a contestualizzare. In cui mi devo ritrovare. Un momento in cui il mio privato è l’unica cosa che conta.
Rifletto su quanto scritto su queste pagine da Arturo e Cesare nelle ultime settimane sulla musica e sulla sua perdita di impatto, di importanza nel formare e indirizzare culturalmente le nostre vite. Innegabile. Come è innegabile che i dischi importanti delle nostre, della mia vita albergano in periodi storici differenti dall’attuale. Ma non tutto finisce qui.
Un altro particolare ha sempre rivestito un importanza capitale nella mia esperienza di ascoltatore.
Quel particolare momento in cui la musica incontra il tuo privato. Il momento in cui la tua storia d’amore, i tuoi ricordi, la tua rabbia hanno bisogno di un accompagnamento, una colonna sonora. Qualunque essa sia. Nuova o vecchia, seminale o effimera. Travalicando tempo e spazio.
Mi scuoto, cerco di cancellare l’inquietudine che ha pervaso questo pomeriggio.
Ripenso al tassista romano che esclamava entusiasta salutandomi “Nun ce posso crede, sei de Bologna! Mi nonno m’ha insegnato l’amore pè la maja rossoblù!!”. Quante possibilità c’erano d’incontrare un tassista tifosissimo del Bologna poco sopra il Tufello?
L’ho interpretato come un segno e più tardi, in stazione, ho comprato un gratta e vinci.
Non ho vinto niente.
Ci deve essere una morale. Qui da qualche parte.
Ma non credo di volerla sapere.

The Feelies “Pass the Time

Los Campesinos! “Renato Dall’Ara

Chissà se il tassista di cui sopra conosce i Los Campesinos! e chissà quale faccia farebbe nel leggere il titolo del primo pezzo del loro nuovo album. Non è un omaggio al Bologna ma un ricordo di un quarto di finale dei mondiali di Italia 90, Inghilterra – Belgio. Quella partita me la ricordo e mi ricordo il gruppo di tifosi inglesi che incrociai quel giorno alla stazione centrale. Uno di loro aveva una maglia dei Jesus And Mary Chain. Curioso come non ricordi il 90% delle cose che oggi mi accadono intorno ma ricordo questo particolare insignificante. (Insignificante?). Un piccolo corto circuito temporale che trova il suo compimento sulle solite, irresistibili, note arrembanti dei “contadini” gallesi.

Human Colonies “Sirio

Piccoli nipotini di Kevin Shields crescono. Tra Bologna e Firenze. Con il piede piantato sul pedale degli effetti e Only Shallow nel cuore. La colonna sonora perfetta per piccoli dinosauri felici che rincorrono cavalli luccicanti. Big Domino Vortex è il mini appena uscito per Mia Cameretta Records/Lady Sometimes Records ed ha il sapore di tante cose buone. Tutte insieme. Isn’t Anything, it’s really something.

Ride “Home is a Feeling

C’è stato un momento in cui i Ride hanno significato parecchio per parecchi di noi. Quel periodo che inizia con i primi due Ep, passa attraverso Nowhere e si conclude con Going Blank Again. Nel 1992 alla Brixton Academy mi sparigliarono sentimenti e futuro e su di loro non posso essere neutrale. Il giudizio sulla loro reunion era rimasto un po’ sospeso fino all’uscita del primo materiale veramente nuovo come la doppietta uscita in questi giorni, Charm Assault e Home Is A Feeling. Quest’ultima, in particolare, riprende idealmente il discorso circa dove Leave Them All Behind l’aveva lasciato. Malinconia rumorosa gonfia di epicità moderna. Un ottimo ritorno. Quest’estate “appariranno” in Sicilia all’Ypsigrock Festival e cercherò proprio di non perdermeli, nell’incanto di Piazza Castello con le luci sparse sui Monti Madonie in lontananza. Non riesco ad immaginare uno scenario migliore a 25 anni esatti di distanza da quella sera londinese.

Snail Mail “Thinning

C’era una ragazza con la maglia di J-Ax e Fedez al bar sotto casa stamattina. Annuiva entusiasta a sottolineare la musica diffusa nel locale. Penso a Lindsey Jordan che ha 17 anni. Va a scuola nel Maryland e ha una passione per il lo-fi di un po’ di anni fa. Mette su una band. I tipi di Dischord si incaricano di distribuire il loro ep di esordio.
Il tutto adorabilmente fuori tempo massimo.
Come in un musical da strapazzo con 50 euro di budget mi immagino la stessa ragazza che invita tutti i presenti a ballare sulle note di Thinning, lì tra il frigo dei gelati e lo scaffale delle merendine Kinder.
Approfittando del mio sguardo confuso una vecchietta, con una piccola e maligna gomitata, mi sfila il Resto del Carlino da sotto il naso.
Mi riporta alla realtà la consapevolezza che della vita non ho proprio capito tutto tutto.

Massimiliano Bucchieri

1996 – 2017 Choose Life (Fiver #10.2017)

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Scegliete la vita. Scegliete Facebook, Twitter, Instagram e sperate che a qualcuno da qualche parte freghi qualcosa. Scegliete di cercare vecchie fiamme, desiderando di aver agito diversamente. E scegliete di osservare la storia che si ripete. Scegliete il futuro.
Mark Renton, Trainspotting 2 – 2017

Ho speso troppo tempo e il tempo si è accorciato*

Autunno, forse inverno millenovecentonovantasei. Nelle sale italiane esce Trainspotting.
Io scrivevo, di nascosto da tutti, il mio primo romanzo. La mattina (tardi) andavo a lezione in Zamboni 38, in via Centotrecento e conoscevo randagi come me e guardavo le ragazze che sembravano di un altro mondo, quello in cui ci si sta bene, comodi e sereni.
Il mio era tutto uno spigolo, pieno di trabocchetti, che ovunque ti voltavi succedeva qualcosa da cui nessuno ti avrebbe salvato.
La notte vagavo, con un clan di poeti estinti strafatti, a caso per una città in cui ancora riuscivamo a perderci. Nessuna scena, nessun riferimento: solo strade e periferie e bar del centro e spazi occupati e droga e qualunque cosa facesse dimenticare di esserci.
Piazza Maggiore. C’era un cinema che forse, di nuovo, ci sarà. C’era un cinema e io quella sera, così stravolto che alla scena in cui Rentboy si fa un’overdose, la scena in cui quel genio di Danny Boyle lo fa sprofondare col suo tappeto nel pavimento sulle note di Lou Reed, a quel punto io volevo scappare via dal cinema che il cervello mi stava schizzando fuori dalla testa.
Mi teneva per un braccio lei, che non ricordo come si chiama. Bellissima, aveva il viso d’angelo di Liv Tyler ma era di Vicenza e punk. C’eravamo conosciuti di mattina, poche settimane prima, a lezione di Estetica. Lei che domanda “è libero quel posto?” indicando lo scranno di fianco al mio e io che non ci credevo che una così volesse sedersi vicino a me.
E poi fogli di quadernone in cui ci scrivevamo da un banco all’ altro anziché seguire il corso (ho dato quell’esame tre anni dopo, lei chissà…) e poi “andiamo a vedere Trainspotting?” e poi per andare a mangiare qualcosa all’Osteria dell’Orsa ci siamo persi – fattissimi, bellissimi- e un’ora dopo l’abbiamo trovata ma lì c’erano già Marco il poeta e il mio miglior amico ubriaco che suonava il sax da solo al piano di sotto e lei non l’ho vista mai più, persa tra le nebbie di quell’inverno che sapeva di albe metalliche e facce che si sovrapponevano a ritmi allucinati di birre, mescalina e anfetamina che tanto eravamo tutti sempre strafatti.

In corridoio ho scritto una frase che so ripetere ma non riesco a ricordare*

Poi, dov’ero? Dov’ero io quel capodanno. Mentre i Massimo Volume suonavano Lungo i bordi al LINK di via Fioravanti. Dov’ero? In quale buco a rintanarmi? Per quale paura, quella volta? Per quale terrore? Di essere abbandonato da chi? Di non essere amato da chi? Solo per compensare tutto quello che era mancato prima.
Ma per compensare occorreva vivere, invece ci nascondevamo. Solo noi, come fratelli di sangue, come i ragazzini di Stand By Me mai cresciuti, legati dall’aver visto troppo chiaro quel segreto segreto agli altri: che la vita è feroce, che non c’è speranza ma andiamo avanti lo stesso, che anche se abbiamo vent’anni non c’è un cazzo da ridere.
Dov’ero, quel 31 dicembre? Sfasciato, in qualche angolo di niente, con uno di voi. Maledetti quanto me. Ci siamo soffocati a vicenda, ci siamo salvati la vita a vicenda. Ci siamo amati come nessuno mai prima né nessuno più potrà.
No, ero solo a lavorare. In quella cucina di quell’albergo. A pagare anche le tre Ceres di merda offerte ai due disgraziati miei compagni di sventura, due camerieri uno di Bari e uno chissà. A pagarle al banco dell’albergo in cui avevo lavorato dalle sei del mattino alle due di notte. Mi sa che ero lì.
Ma sarei potuto essere ovunque. Comunque, non sarei stato dove era giusto essere, dove bisognava essere. Ti ricordi, Paolo? Fuori luogo. Questo era come ci descrivevamo: sempre da un’altra parte, anche se il fiuto ci diceva che ce n’era una giusta, noi non potevamo starci. Potevamo passare, ma dovevamo presto andarcene. Non avere un posto. Non far sapere che c’eravamo.
Noi, sempre dal lato sbagliato. A pochi metri da. Giusto in ritardo. Appena appena ma no.
Non potevo. Non ho mai potuto esserci. Sentivo la vita come un film che ti scivola davanti, come un fiume che scorre mentre tu stai sulla riva. Seduto. A guardare, sognare, quello che si muove lì sotto, ma non hai il coraggio di buttarti. Non c’è nessuno, non c’è mai stato nessuno lì sulla riva con te a dirti “dai, salta, male che vada ci sono io a prenderti”, mai nessuno che entrava in acqua prima per farmi sentire che anche se non toccavo, ci sarebbe stato lui a tenermi su. Mai. Nessuno.
E così ho rinunciato. E così ho guardato. Mi sono seduto al bordo della vita e l’ho osservata scorrere via.
Diverso. Sempre. Loro, gli altri, loro erano di un altro mondo.
Il fatto è che loro sapevano di poter tornare. Qualunque cosa fosse succedeva, avevano un posto in cui tornare.
Io quel posto non l’ho mai avuto. Io ho sempre saputo che se partivo era per sempre. Che ogni “ciao” era un “addio”, che nessuno avrebbe tenuto la porta aperta, si sa mai che avessi avuto freddo, o solo voglia di tornare.
Noi avevamo solo noi. E lo sapevamo.

E così veniamo avanti / simili in tutto a quelli di ieri / aggrappati a un’immagine / condannata a descriverci*

Gli Afterhours ai Giardini margherita. Forse l’ho solo sognato. Millenovecentonovantanove. Possibile fossero loro? C’ero. Ma non mi ricordo. Ricordo Barbara, io pazzo di lei, lei che giocava con me, com’era giusto: troppo bella e troppo giovane per poter pensare a domani. Io troppo fragile, come un pupazzo di cristallo su una pista da bowling. Io domani ce l’avevo sempre in testa e domani era niente. Lei che conosceva il bassista della band e “vieni a vederli, sono forti” e chissà se perché geloso o solo ubriaco ci sono arrivato e ho qualche ricordo confuso di un sacco di gente che cantava e io che cercavo solo lei immaginando che sarebbe finita in camera con quel basso di fianco.
Neanche due anni dopo. Già stufo di Bologna, annoiato dal suo provincialismo, stretto in quella che era già una mamma troppo presente, troppo accogliente, troppo tutto. Se quella volta fossi rimasto a Berlino? Sognavo una città lontana, enorme, in cui nessuno mi vedesse, in cui poter rinascere: diventare. Se fossi rimasto, cosa sarebbe successo?
Ma non potevo. Chi sarebbe tornato se fosse servito? Chi avrebbe mollato tutto? Chi avrebbe sacrificato ancora qualcosa?
Chi aveva bisogno di sentirsi un supereroe, perché solo un supereroe sopravvive a qualunque peso gli si metta addosso.
Sono tornato. E ho incontrato lei, che mi ha salvato la vita. Per farlo l’ha chiusa in una stanza pulita e perfetta da cui non sono più uscito per quasi dieci anni. Non l’avessi incontrata sarei morto, lo so. Incontrarla mi ha costretto a diventare chi non ero, la parte di me che mi avrebbe salvato. Adesso so anche questo.
Trasformarti per salvarti, dimenticarti di te per sopravviverti. Poi, ritrovarti all’improvviso e rovesciare tutto. Rompere tutto. Scappare. Ricominciare. Trovarsi a pezzi. Perdere tutto. Ritrovare la propria faccia in uno specchio grande quanto un cd in dieci metri quadrati di casa, piano terra, che per entrare bisognava cacciare a bestemmie gli spaccini magreb.
Ricominciare. Ma con dieci anni di troppo sulla schiena. Ripartire da dove avevi lasciato, senza più bisogno di sconvolgerti per dimenticarti di esistere ogni sera. Con una vita in più vissuta e cucita sulla pelle, disegnata sulla pelle.
È il tempo, sempre il tempo che ti frega. Non puoi ricominciare, perché puoi ripartire, ma sei un altro. Più vecchio, più ferito, più duro. Più quel cazzo che vuoi, ma un altro.

Scuoti i tuoi angeli drogati Fausto/stasera ce ne andremo in giro/per le vie del centro/allegri come vecchi bonzi ubriachi/consapevoli che il peso del mondo è un peso d’amore/troppo puro da sopportare*

Oggi. Vent’anni e qualche mese dopo quella sera al cinema Arcobaleno con la Liv vicentina (se solo ricordassi come ti chiami ti avrei cercata per chiederti di venire con me al cinema e poi tornare a dimenticarci di nuovo che esistiamo) sono a poche decine di metri da lì, di nuovo seduto sulle poltrone comode davanti ad un enorme schermo in una sala semivuota. Pomeriggio e sono solo. Trainspotting2 (per un colpo di fortuna in lingua originale) ed ho paura. Di quello che sentirò, di quello che vedrò. Dei capelli ossigenati di SickBoy (sarai ancora così figo da farmi credere di essere gay?), delle rughe sulla faccia di Mark Renton. Di quelle che vedo sulla mia. Della voglia di ricominciare – e da grandi se si fa si fa per bene- ad avere come unica meta della giornata la fine della giornata in qualcosa da fumare, sciogliere, spararsi in qualsiasi modo, che sempre dondola davanti alla mente come un ciondolo che cerca di ipnotizzarti.
Comincia il film e ho un tuffo al cuore. Cazzo, sì: Rent ha cambiato faccia. È così anche per me, vero? Se qualcuno non mi vedesse da vent’anni rimarrebbe colpito dai capelli grigi, dalle borse sotto gli occhi, dai segni lì attorno, vero?
Il film fila via e io sono così emozionato che quando esco mi fa male la schiena per quanto ho tenuto contratto tutto.
Prima c’è un’opportunità. Poi c’è un tradimento.
La storia della vita di tutti. Il tempo è l’opportunità. Il tempo è il tradimento. Impari a non perdere l’opportunità quando hai troppa roba dietro da guardare. Quando davanti ce n’è meno di quella che è passata.
Non so dare un giudizio sul film, non riesco ad immaginare cosa ne penserebbe un ventenne. Non penso sia un film per un ventenne. Penso che questo film Danny Boyle l’abbia girato apposta per noi, Paolo. Davide. Sì sì, proprio per noi. Per ricordarci ancora una volta quello che sappiamo già bene: che prima c’è un’occasione, poi un tradimento.
Che commemorare è nostalgia, che siamo sempre dei fottuti tossici, ma abbiamo cambiato la materia delle nostre dipendenze. Che lo saremo sempre perché se sei così non cambi mai, puoi solo scegliere di scegliere, come abbiamo fatto.
Vent’anni dopo il tempo in cui sceglievamo di non scegliere.

Vince chi non si illude/Noi che accendiamo lumi/Per nascondere le luci/Noi che accendiamo lumi/Per nascondere le luci/Noi*

Rinascere. Cambiare. Diventare qualcun altro. Sei sempre chi sei ma sei un altro.
E allora Rentboy sei ancora quella splendida faccia da bastardello che eri nel 1996. Franco e Spud, sentirvi parlare mi ha strizzato lo stomaco e portato indietro di vent’anni, al mio viaggio a Edimburgo, allo sballone di Leith che dopo aver visto la mia ragazza mi aveva consigliato, Tennent’s Super in mano a metà mattina, di girare i tacchi e tornare nelle vie del centro fra i turisti e i tipi in kilt che suonavano le cornamuse. SickBoy, sei ancora così figo ma la tua amica Veronika lo è molto di più: malgrado tutto, confermo i miei gusti in fatto di gambe magre e gonne cortissime.
Trainspotting2. Gran sound, gran ritmo. Tanta nostalgia, tanta paura. Tanta voglia, tante possibilità. Come la vita. Scegli la vita.
Non vorrei tornare ai miei vent’anni per tutto l’oro del mondo. Ma vorrei incontrarmi una notte, ventenne, solo per dirmi “vedrai, che ce la fai. Ce la farete tutti. Contro ogni previsione, fra vent’anni sarete tutti vivi e tutto sarà andato comunque bene. E allora, fregatene. Niente dipende così tanto e solo da te. Lasciati vivere. Vivi quello che vuoi. Si può sempre tornare indietro. Si può sempre tornare a casa. Si può trovare una casa anche se non hai mai sentito di averne una. Vai. Parti. Corri. Fai tutto quello che ti va senza paura, senza pensare sempre a doverti costruire scudi, armature, paracaduti. Vai, buttati: anche se nessuno ti ha insegnato a nuotare, imparerai da solo e sarà bellissimo”.
Non si può, lo so. Rivoglio indietro la mia cazzo di vita. Lo dice Franco o SickBoy, a un certo punto del film. Mi sono venuti i brividi. Non si riavvolge niente, non si torna indietro, non si mettono a posto le cose. Mai. Puoi solo andare avanti cercando di far sì che quello che hai dietro faccia pochi danni a quello che ti rimane da fare, da provare.
Quindi? Quindi Trainspotting è un capolavoro, come i vent’anni. Trainspotting2 un gran bel film. Come i quaranta: pieni di opportunità, di energia, di voglia di fare. Travolti dai ricordi, dalla malinconia. Con la paura di vivere nel passato e il terrore di perderlo quel passato buttandoselo definitivamente alle spalle.
Occorre incanalare l’energia, dice Rent. Come? Andandosene. Io a vent’anni me ne sono andato. A quaranta ho tanti pruriti di partenze.
Tempo davanti. Quanto? Chi lo sa. Quanto impegnativo? Dipende da me. Quanto felice? Dipende quasi solo da me. La fortuna? Ormai non ci si può più affidare, ma ci si può sperare.
Vent’anni sono difficili. Quaranta sono meglio. Anche se certe mattine pesano un sacco.
Danny Boyle è un figo. SickBoy, mi dispiace ma c’è Veronika. Spud ti adoro, Franco. Beh, Franco è Franco. Rantbello, sei tutto quello che avrei voluto essere se non avessi avuto veramente niente da perdere, o se avessi avuto veramente qualcosa a cui tornare.
Mi accenderei una sigaretta adesso, fuori dal cinema, ma non fumo più.
Due passi per pensare e tornare nel 2017, Bologna. Alla mia vita responsabile, almeno a volte e affidabile, ogni tanto.
Poi vado a farmi un paio di birre. Appuntamento con due occhi che ti sdraiano anche da lontano. Forse le racconterò tutto questo. Probabilmente non le dirò nulla di tutto questo.
Il tempo? Il tempo rimane quello che ti frega.

Un po’ di tempo fa lessi un’intervista a Ottavia Piccolo, l’attrice, e lei diceva pressapoco “certe volte l’esistenza mi sembra come una prova generale e mi stupisco che non ci sia poi un’altra possibilità dove tutte le cose verranno fatte meglio, dove questa è solo una prova di quello che sarà”. Personalmente ho convissuto per tanto tempo con l’idea che poi tutto sarebbe rifatto meglio. Si pensa che la maturità ti porterà una consapevolezza maggiore di quello che stai facendo, una profondità maggiore questo e quell’altro… poi invece alla fine ti rendi conto che quello che sai fare è questo, lo stai facendo e un’altra occasione non ci sarà. Ciò è abbastanza traumatico, insomma.
Emidio Clementi – Mucchio n. 675, 2010

*Massimo Volume

Fabio Rodda

Il rumore della realtà (Fiver #09.2017)

Lester Bangs

Lester Bangs


Sei arrivato in un momento molto pericoloso, la guerra è finita e hanno vinto loro, distruggeranno il rock e soffocheranno tutto quello che amiamo di più”.
Lester Bangs

Sono convinto che il rock and roll sia legato al mito. La realtà non esiste
Lester Bangs

Qualche settimana fa Rumore ha chiesto a noi redattori di compilare una lista di 20 canzoni da scegliersi tra le più rumorose di sempre. Non ci è stato fornito un principio stringente su come l’aggettivo rumoroso dovesse essere inteso, quindi ognuno ha utilizzato i parametri che riteneva si adattassero meglio a descrivere il tema. Personalmente ho basato la selezione verificando in maniera sommaria l’esistenza di tre caratteristiche di base, non necessariamente presenti tutte assieme nella stessa canzone: il rumore interpretato in senso letterale, alla maniera di Einstürzende Neubauten e Napalm Death per intenderci, quello indirizzato a disturbare il comune senso del pudore tipo la God Save the Queen dei Pistols e infine il rumore destinato a sconvolgere l’equilibrio emotivo generazionale alla maniera di una The End dei Doors qualsiasi. Le mie scelte, divise a grandi linee per le tre categorie di cui sopra, sono state: Kerosene dei Big Black, Touch me I’m Sick dei Mudhoney, Sex Bomb dei Flipper, Frankie Teardrop dei Suicide e Never Understand dei J&MC per la categoria “interpretazione del rumore in senso letterale”, Anarchy in the UK dei Pistols e Religion dei PIL assieme a un paio di italiani – il Gaber di Io se fossi dio e il Faust’O di Benvenuti tra i rifiuti – quali rappresentanti di disturbo alla quiete pubblica e tutto il resto nel calderone dei terremoti (trans) generazionali: I Wanna Be Your Dog, Psycho, All Tomorrow’s Parties, Kick out the Jams, My Generation, Louie Louie, Sex Machine, Sympathy for the Devil, Smells Like Teen Spirit, Disorder, Fight the Power. Non sono qui a cercare consensi e ancor meno smanio dalla voglia di aprire un dibattito sulle scelte appena elencate. Potevano essere quelle venti canzoni o altre venti o altre venti ancora e nulla sarebbe cambiato.
La lista delle venti canzoni più rumorose di sempre mi è tornata in mente la settimana scorsa dopo aver letto quanto scritto da Cesare, soprattutto quando sono arrivato al passaggio riguardo la mappatura emozionale che un tempo per i giovani transitava necessariamente o quasi attraverso la musica e che ora probabilmente ha trovato altre vie di sbocco. Faccio sponda ancora su Cesare prendendo a prestito i suoi studi universitari da statistico per constatare senza grandi difficoltà che nel mio elenco la canzone più recente (Fight the Power) è vecchia di ventisei anni, sette canzoni sono state scritte negli anni ’60, sei nei ’70, cinque negli ’80 e due nei ’90. Anni zero non pervenuti. Ovvio che trattasi di scelte personali, come detto in premessa, ma se poi vado a prendere in mano il numero del giornale in cui le scelte personali diventano collettive sommandosi algebricamente le une alle altre, conto che su 300 titoli gli anni zero ne portano a referto in totale 28, vale a dire uno striminzito 9,3% che scende ad un misero 5% se consideriamo solo le prime 100 posizioni. Al di là di questa analisi spicciola è del tutto chiara – e lo è da tempo – l’evidenza che la musica (la musica tutta, non solo il rock) ha perso quel ruolo centrale che per tanti anni ha avuto nel formare e indirizzare culturalmente quella fascia di giovani che alla musica conferiscono un ruolo importante nel proprio quotidiano, quelli che per propria formazione non le attribuiscono un semplice ruolo di sottofondo bensì fanno di questa una colonna sonora costante lunga quanto la vita stessa. C’è una frase di Simon Reynolds che vado a rileggere e copiare per non sbagliare nemmeno una virgola nella citazione: “Anarchy in the UK dei Sex Pistols mi ha lasciato addosso un eccesso di aspettative per la musica, che agiti il mondo e che sia mozzafiato”. Ecco, il punto è probabilmente quello. Non i Pistols e nemmeno Anarchy in the UK intendo, ma il fatto che la musica possa, anzi debba, scuotere le fondamenta – se non dell’umanità almeno quelle personali – e  mozzare il fiato. Per quelli come me che, come detto e scritto spesso, della passione per la musica hanno fatto un veicolo per la scoperta e l’esplorazione di tanti mondi diversi, deve essere chiaro una volta per tutte che quell’approccio e l’attitudine che ne conseguivano non esistono più e non saranno in alcun modo recuperabili, quindi è perfettamente inutile confrontare l’approccio e l’attitudine che c’erano un tempo con quelli che governano oggi l’idea di musica che anche l’ascoltatore e l’appassionato più attenti hanno. Non si tratta di una crisi passeggera ma di un nuovo ordine che non sarà più invertito. Bisogna farci i conti alla stregua del riassetto geopolitico dopo l’11 settembre, della crisi permanente dell’economia occidentale dopo il 2008, della fine del comunismo, dell’Europa unita e del disfacimento delle due gloriose squadre di basket della mia città. Ora siamo finalmente liberi di ascoltare una canzone per quello che è: una sequenza di accordi di chitarra, qualche giro di basso, una serie di rullate sulla batteria e tutto il resto che un musicista decida di metterci dentro.
Bene così, però quando mi incontrate al bar non chiedetemi un giudizio sul nuovo disco di Dirty Projectors (formalmente bellissimo, per carità) e quando scrivete lasciate stare Lester Bangs e Nick Kent.
Loro erano gente di un altro mondo.

The Intended “Don’t Wait too Long

Gruppo garage americano che suona come i Television Personalities del primo album.

Power “Slimy’s Chain

Power punk australiano, album a breve ristampato da In the Red.

Dead Horses “Morning Hell

In Italia ci sono due tipologie di gruppi che suonano musica rock: da una parte quelli quelli come i Dead Horses, dall’altra tutti gli altri.

Cindy Lee “A Message from the Aching Sky

In questi 35 anni, mese più mese meno, di costante attenzione alla musica molto raramente mi è capitato di incontrare un’etichetta discografica con una visione come quella della Maple Death. Qui tutte le informazioni sul disco che contiene questa canzone.

Jens Lekman “Evening Prayer

Se parliamo di musica pop, quando Jens Lekman è allegro non ce n’è per nessuno.

Arturo Compagnoni

I wanna Go Backwards (maybe) (Fiver #08.2017)

robyn-hitchcock1

Jimi Hendrix suonò a Woodstock che aveva 25 anni.
Bob Dylan a 25 anni si schiantò guidando una Triumph e mise fine alla prima parte della sua carriera.
Jim Reid dei Jesus and Mary Chain aveva 23 anni quando pubblicò il primo disco del gruppo, Psychocandy
Kurt Cobain (nato nel mio stesso anno) a 27 anni era già sepolto.
Potrei continuare per ore in questo modo. La musica che ascolto è sempre stata una faccenda legata a doppio filo alle vicende giovanili.
Basta prendere una classifica qualsiasi, tipo quella dei migliori dischi degli anni novanta (tanto per non sbagliare) , pubblicata da Pitchfork. Tra i primi dieci solo due (Wayne Coyne dei Flaming Lips e Robert Pollard dei Guided By Voices) avevano superato i trent’anni al momento della pubblicazione del disco finito poi tra i migliori del decennio. Dagli anni sessanta e per almeno altri quattro decenni il trend è stato quello: l’arte musicale è stata sempre una faccenda di cultura giovanile o ad allargarsi appena un pochino di quell’età che dalla giovinezza sfocia in una prima presunta maturità.
Questa cosa dell’età, inevitabilmente, torna spesso nei discorsi della nostra chat privata, quella dove io, Arturo e Massimiliano ci confidiamo vicendevolmente la gioia ma talvolta anche l’imbarazzo di stare ancora in giro a parlare di dischi, di musica, di musicisti, di serate dove inevitabilmente le nostre carte d’identità mostrano inesorabilmente i segni del tempo. Il fatto che non si direbbe minimamente osservandoci conta relativamente. La realtà è che ho un figlio che mi chiede: ma tu li conosci i Pink Industry? Ed è una domanda che un po’ mi fa piacere. Non tanto perché li conosco davvero ma soprattutto in quanto un ragazzo di vent’anni possa interessarsi ad una band come quella. Viene fuori l’orgoglio del genitore che magari dovrebbe essere riservato a qualche occasione più importante ma ognuno ha la propria storia alle spalle e io sono contento della mia, in fondo. A proposito, Jayne Casey, quando debuttò nel 1983 con il primo disco di Pink Industry aveva 27 fantastici anni.
PINK INDUSTRY – Don’t Let Go

Ho come l’impressione però che non siamo solo noi ad invecchiare e che l’ambito della musica popolare di qualità non sia più ristretto all’età giovane come era sempre stato, fin dagli albori, dal primo giro di bacino di Elvis in avanti.
Prendiamo sempre Pitchfork, per comodità. La classifica dei migliori album dell’anno concluso da poche settimane. Dei primi dieci solo tre sono dischi di gente con meno di trent’anni (Frank Ocean, Chance The Rapper e Angel Olsen). La proporzione si è completamente ribaltata. Adesso i dischi migliori, presumendo per un attimo che i dischi della classifica di Pitchfork siano davvero i migliori (e comunque non è questo il punto), sono per il 70% prodotti da gente che ha superato i trent’anni. Quattro su dieci (Radiohead, Anhoni, A Tribe Called Quest, David Bowie) sono abbondantemente oltre i quaranta. Insomma invecchiamo noi, invecchiano gli artisti e non sono proprio sicuro che non stia invecchiando anche il pubblico di riferimento.
La mia ostinazione nell’ascoltare e nel ricercare musica nuova penso che abbia un qualcosa di patologico, ormai. Dovrei accontentarmi di ascoltare i soliti vecchi e rimanere allineato e coperto con i compagni della mia generazione, finirebbe che potrei pure vantarmi di stare perfettamente in sintonia con la critica musicale che conta. Alla faccia degli ultimi Fiver che ho pubblicato su queste pagine: The Molochs, Posse, Hand Habits, Meilyr Jones, QTY, Flasher, Cory Hanson, Sam Evian, Sacred Paws…..gente che spesso non ha neppure un album alle spalle e che con tutta probabilità non ha ancora compiuto trent’anni.
Ho letto una cosa interessante ultimamente. Uno scambio di opinioni tra musicisti nato in maniera del tutto casuale su uno dei soliti social network. Mi sembra che fosse Robin Pecknold dei Fleet Foxes a portare avanti una tesi suggestiva. Diceva, riassumendo in poche parole, che la musica è codificata come lo sono le emozioni. E ad una mappatura emozionale corrisponde una relativa colonna sonora. Un universo di sentimenti differenti che trovano espressione attraverso la musica e che ognuno di noi, alla fin fine, cerca sempre di rivivere. Come se si fosse sempre e comunque alla ricerca di rinnovare il momento originario, quello che ci ha catturato e fatto diventare ascoltatori consapevoli . Alla fine ascoltare gruppi “nuovi” è insomma un tentativo di perpetuare le infinitesimali variazioni delle nostre codifiche preferite, da quella “Big Star” fino a quella “My Bloody Valentine”, per quanto mi riguarda. A tutto c’è una spiegazione, alla fine dei conti. Si tratta solo di capire se quella mappatura emozionale che trovava una via di espressione attraverso la musica (e comunque l’arte in generale) di colpo non abbia, dopo quasi sessant’anni, trovato un’altra strada dove confluire. Ad osservare il pubblico di certi concerti e le classifiche di fine anno sembra più una certezza che un vero e proprio dubbio. Quale sia questo nuovo percorso proprio non saprei dire, però.

I also read many years ago — before the internet in this case, so it must be true — that the most you can change yourself if you do everything you possibly can, is 5 per cent. After 32 I think that number goes down to about 1 per cent. I’m unsure how they measured this, but I do think I’m right. (Douglas Coupland)

Douglas Coupland è uno scrittore brillante. Ma forse già lo sapete. Le cose che scrive per il magazine del Financial Times sono puro intrattenimento (https://www.ft.com/content/77c17fb6-ecfc-11e6-930f-061b01e23655) questo è il link del suo intervento più recente. Non tratta esattamente di musica ma mi è venuto comunque in mente scrivendo queste righe. Mi sono messo il cuore in pace leggendolo, diciamo così.
Potremmo utilizzare la formula dell’1% in chiave musicale: ascolto 350 dischi differenti in un anno. Al massimo 4 saranno quelli davvero distanti dalla mia personale mappa emozionale di riferimento, di conseguenza.
Posso cambiare al massimo per l’1%. Del 5% se fossi più giovane di 32 anni.
Lo scrivevano prima dell’avvento di internet. Sarà sicuramente vero.

ROBYN HITCHCOCK – I Want to tell You About What I Want

Ad ascoltarla distrattamente potrebbe sembrare un’onesta canzone pop neppure troppo originale. Eppure come tutte le canzoni di Robyn Hitchcock ha un tocco di stravaganza che sfiora il genio. Sentirlo così in forma è quasi commovente, il buon vecchio Robyn. Uno che merita di essere seguito sempre e comunque. Il disco nuovo promette di essere un piccolo gioiello per tutti quelli che amano determinate atmosfere. Chitarre e melodie innanzitutto. Circondato da ospiti che fanno presagire un possibile capolavoro: Brendan Benson (Racounters), Gillian Welch, Emma Swift, Pat Sansone (Wilco, The Autumn Defense) e Grant-Lee Phillips.

MOON DUO – Creepin’

Quello che hanno messo in piedi nel corso degli anni i Moon Duo è davvero sorprendente. Partito come un progetto parallelo senza troppe pretese si è trasformato anno dopo anno in una realtà tra le più importanti del rock venato di psichedelia. Ipnotiche ritmiche kraute, chitarre fuzz, sintetizzatore, il tutto venato da un’anima noir, da ascoltare a volume indecente, per la gioia dei vicini di casa che amano in maniera particolare osservare il tetto della vostra cameretta prendere il volo. In quell’ambito di suoni decisamente il meglio in circolazione, al momento.

FRED THOMAS – Brickwall

Irrefrenabile si dice in questi casi. Fred Thomas è un ragazzone così, non riesce a stare fermo un momento. Dall’epoca del suo primo gruppo (1994), i Chore, è stato tutto un susseguirsi di collaborazioni, produzioni e progetti in proprio. Alcune cose, in particolare i quattro album prodotti sotto il marchio Saturday Looks Good To Me, lo hanno portato alla ribalta della scena indie a stelle e strisce. Questa canzone è contenuta nel suo nuovo album solista, Changer, che è semplicemente un disco di grandi canzoni. Mette in risalto l’amarezza di aver perso per strada gli amici di un tempo, tutti ossessionati dallo scattare fotografie dei propri figli. Per loro ti trasformi in un ricordo sbiadito che perde d’importanza giorno dopo giorno. L’invocazione finale “come back and be my boyfriend again” sai comunque già in partenza che rimarrà inascoltata. In compenso ci scrivi una canzone sopra. Una di quelle che rimangono nella memoria. Sempre meglio di un selfie con gatto e bambini.

AMBER ARCADES – It Changes
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Poi ti ritrovi ad aspettare la bella stagione. Il pensiero corre a quel momento in cui potrai aprire la finestra e il sole ti farà socchiudere gli occhi. Ogni anno ci sono un paio di brani adatti all’occasione. Mi tornano in mente gli Alvvays oppure le Veronica Falls, in tempi recenti. Talvolta si ha bisogno di leggerezza e melodie, di fischiettare un ritornello che ti rimane in testa dopo un solo ascolto, di farsi travolgere dalla semplicità di chitarre indie che hanno la sola pretesa di cambiarti l’umore. Ricordate: spring is coming, che lo vogliate o meno.

CESARE LORENZI

Godzilla e storie di ordinaria incomprensione (Fiver #07.2017)

Mark Eitzel

Mark Eitzel

E poi ti rendi conto che non te ne frega quasi più niente. Che il macro (cosmo) nella tua testa è diventato micro. Perdi contatto. La capacità di interessarti a storie che non ti accadono “addosso”, con gli anni, è scomparsa. O quasi.
Invidi (?) e ti sconcerta chi ha le antenne sempre dritte e, soprattutto, ha sempre qualcosa da dire su ogni argomento, che sia la morte di George Michael o di Carrie Fischer, Rigopiano, Gianluca Vacchi o la strage di Aleppo.
E’ in quei momenti che ti aggrappi alle tue piccole, insulse, sicurezze. Come la voce di Mark Eitzel.
Vai a a letto e, per recuperare il sonno disperso tra il divano e la camera da letto, indossi la cuffia, chiudi gli occhi e fai partire il nuovo Hey Mr Ferryman. Un paio di canzoni e buonanotte, pensi.
Ma ti sbagli, non va così. Quella voce risveglia sinapsi assopite, quando non addormentate, e tornano alla mente vecchie storie attraverso una lente deformante di dolorosa seppur addolcita malinconia.
Come una mattinata, di ritorno dalle scuole medie. Non sai cosa lo avesse innescato ma a un certo punto, mentre si arrancava per una salita, partì un coro di scherno contro ogni componente della tua classe. L’epiteto che ti toccò in sorte fu “romantico”. Col senno di poi poteva andarti anche peggio, indubbiamente, ma in quell’occasione la parola ti fu lanciata addosso come un insulto. Di cosa eri colpevole? Doveva essere il ’77 o il ’78 e ancora dovevi immergerti nella malinconia compressa di Joy Division, Cure o Smiths ma, evidentemente, gli altri leggevano segni che tu ancora non vedevi.
Senza sbagliare di molto, in realtà.
Seppur sconfortato dall’incomprensione generale ti venne in mente un racconto di Woody Allen nel quale veniva descritta questa lunga fila per accedere al cospetto di una stramba entità superiore capace di leggerti dentro ed elargirti il dono più appropriato.
Indubbiamente una simile entità superiore ha regalato a gente come te gli American Music Club.
Sugli American Music Club sei arrivato intorno a California, un po’ in ritardo perciò. Ma ne eri rimasto sgretolato. Una colonna sonora perfetta per il triste romanticismo che a volte ti divorava.
Li hai visti un’unica volta dal vivo al festival di Reading nel 1994. Mark Eitzel che sogghigna sibilando “The next song is not a sad song … it’s a pathetic one” una delle poche cose che ti ricordi.
Non ha mai fatto figo ascoltare gli American Music Club. C’è un limite di sopportazione di canzoni tristi per ognuno. E’ che il tuo limite è abbastanza alto. Ti è sempre piaciuta la musica triste o, più esattamente, quella che evoca storie tristi. E disperatamente romantiche.
Una recensione su Rumore di Cesare si concludeva con le parole: “storie di ordinaria incomprensione”.
Era una recensione che traduceva molto bene in parole la sensazione che davano le canzoni degli American Music Club. Questo senso di sconfitta, l’amarezza nel constatare l’impossibilità di far funzionare quello che non può funzionare. Una dolente, ineluttabile, accettazione. Ma la voce e la penna di Eitzel hanno sempre evocato anche sorrisi stralunati e dalla piega amara.
Un titolo come What Godzilla Said To God When His Name Wasn’t Found In The Book Of Life nella tua personalissima concezione vale centinaia di lyrics di altri artisti.
Mestamente, secondo il senso comune, Mark Eitzel è un perdente. Uno che dopo quasi 30 anni a fare dischi e suonare in giro per il mondo deve, nelle sue parole, affittare casa sua per far quadrare i conti.
Il romanticismo disperato non paga. Non paga i tuoi conti, almeno.
Però tu, e scommetto altri “romantici” come te, devi un sacco di meravigliosi, disperati, momenti tristi a Mark Eitzel.
Perchè ti ricorda chi sei.
Perchè apri gli occhi e già te ne frega un po’ di più.

Mark Eitzel “An Answer

Grandaddy “Evermore

E poi ti ritrovi stanco e incattivito, con un carrello della spesa un sabato pomeriggio in un supermercato periferico a lanciare una brutta occhiata alle ragazze davanti a te che ridono rumorosamente mentre sono in fila al banco degli affettati. E’ in momenti così che tutto quello di cui hai bisogno è una canzone come Evermore che ti strattona per la giacca e ti fissa negli occhi con un sorriso di rimprovero. La notizia del ritorno dei Grandaddy ha lasciato molti un po’ tiepidi, compreso il sottoscritto. Ma forse ci eravamo dimenticati che Jason Lytle è uno dei nostri. Barba incolta, la faccia di uno fuori posto un po’ ovunque. Ma con un armadio pieno di melodie sghembe pronte a ricordarci le cose importanti.

Gomma “Aprile

Al recente Inverno festival ci hanno spettinato di brutto (oddio per molti di noi è un modo di dire..). I ragazzi sembrano svogliati studenti fuori sede con la pizza nel cartone sulle ginocchia in attesa del posticipo di Sky, finché non cominciano ad inanellare giri di chitarre dissonanti che atterrano in una località imprecisata sulla mappa, tra Fugazi e Massimo Volume. Lei, giovanissima, con carisma in considerevoli quantità, ed un taglio di capelli da ospedale psichiatrico, declama testi mai banali con alcuni cambi di tono imprevedibili nella loro ricchezza di sfumature. Una bella sorpresa veramente che ha lo strano potere di farmi sentire vecchissimo e carichissimo allo stesso tempo.

Two Moons “Being Here

Nipotini dei sopracitati Grandaddy, cresciuti con una dieta di slackerismi assortiti i Two Moons rendono onore alla scena di Portland. Una scena che probabilmente me la sono immaginata io nella mia testa e qualche altro amico perché nessuno dei gruppi che stiamo incensando insensatamente da tempo è mai riuscita a raggiungere consensi appena decenti.
Ma questo la dice lunga su di loro. E soprattutto su di noi.

Jesus And Mary Chain “Always Sad

A proposito di tristezza, chi si sarebbe mai immaginato che Jesus And Mary Chain fossero ancora capaci di sfornare una canzone come questa? Intendiamoci, è sempre la solita canzone. Ho provato a cantarci sopra Happy When It Rains (sempre una questione di triste/felice…) e ci cascava sopra alla perfezione.. Ma questo è un grande pezzo, rilassato e disperato con la voce di Bernadette Denning che fa da contrappunto perfetto a Jim Reid.
Per me i J&MC sono il primo ascolto di Never Understand su Radio Città Futura, così dissonante da pensare che la radio fosse scassata. Sono Bill Murray e Scarlett Johansson che si perdono nella folla di Tokyo con Just Like Honey che ti uccide ogni volta. Sono la curiosità di conoscere un nome nuovo sulle pagine del tuo giornale preferito e che un giorno diventerà la colonna sonora della tua vita.

Massimiliano Bucchieri

Indispensabile (Fiver #06.2017)

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C’è stato un momento nella vita in cui ho pensato che forse me la sarei anche potuta cavare con poco. Che poteva esistere, nascosto da qualche parte, un tipo di mestiere che mi avrebbe consentito di mettere assieme uno stipendio sufficiente a campare realizzando cose che mi piacevano veramente e poteva anche esserci un tipo di vita che avrei potuto portare avanti per conto mio arrivando in fondo senza attirare attenzione, facendomi gli affari miei. Sarei rimasto rannicchiato in qualche angolo dove la luce non sarebbe mai arrivata a far vedere la polvere, mettere in evidenza i graffi e le ammaccature, rimarcare le cicatrici. Immagino che avrei potuto farlo sul serio con un po’ di convinzione e di coraggio in più. Se non ne sono stato capace la colpa è solamente mia che non ci ho creduto abbastanza e alla fine ho fatto altre scelte, quindi non me la prendo con nessuno.
Nel tempo il rimpianto per non aver tentato di andare fino in fondo si è attenuato e ormai capita raramente che ci pensi, me la son fatta andar bene così e non è nemmeno andata tanto male. Però quando mi capita di incontrare un tipo come Andrew Fern questa faccenda mi torna in mente e mi strappa un sorriso più dolce che amaro al pensiero che lui è quello che volevo essere io. Lui ce l’ha fatta.
Non ho effettivamente idea se a Andrew Fern per vivere sia sufficiente il lavoro che gli vedo fare, ma se lo è lui è il mio modello ideale. Andrew Fern è l’uomo che negli Sleaford Mods fa quello che non canta. Se non li avete mai visti dal vivo date un occhiata a un video qualunque. Se ne sta in un angolo con una mano impegnata a tenere stretta una birra e l’altra in tasca, probabilmente indaffarata a grattare le palle. Si muove con dinamismo decisamente moderato e annuisce. Quando crede sia il momento di agire pigia, presumibilmente a caso, il tasto di un qualche aggeggio elettronico appoggiato nei suoi paraggi. La sua presenza è di quelle a bassissimo valore aggiunto dal punto di vista tecnico ma di enorme potenzialità ideologica, oltreché estetica. Andrew Fern non è mosso dalla rabbiosa acidità alcolica che carica la molla al suo amico Jason Williamson. A lui pare non importare un accidenti di niente di nulla e di nessuno. Lui si astrae, se ne tira fuori e utilizza l’unico sistema per restare sereno in un’epoca come quella che stiamo vivendo, un’epoca in cui la gente secondo logica dovrebbe stare in strada giorno e notte con un fucile carico in mano spianato contro qualcosa e contro qualcuno. Ognuno scelga a proprio gusto chi è il qualcuno e qual è il qualcosa. Lui guarda le cose, ci passa vicino e riesce a ignorarle consapevole del fatto che quando non ti frega un cazzo di nulla, nulla ti può scalfire. Essendosi come chiunque altro ormai arreso a tutto, nelle ideologie così come in qualunque passaggio della vita quotidiana, Andrew Fern attua l’unica mossa possibile: non potendo cambiare il mondo agisce in modo che il mondo non cambi lui. E così vince. Tanto a macinare incazzatura ci pensa il socio, che è anche quello che si espone alla luce mostrando graffi, ammaccature e cicatrici. Assieme loro due, Andrew Fern e Jason Williamson, mi ricordano incidentalmente che la musica con cui sono nato, quella che un tempo qualcuno definiva alternativa perché effettivamente era un’alternativa a tutto il resto non solo per come suonava ma anche perché era un’attitudine che indicava uno stile di vita altro, non è una musica con cui teorizzare con gli amici al bar di un social network pesando ogni parola per stare attenti a non urtare la sensibilità di qualcuno. Ancor più questi due mi rammentano che la musica che mi piace sul serio non è solo musica ma è una chiave per accedere a altri immaginari e (sotto) culture diverse. Che la musica che mi piace per davvero può anche non essere formalmente bella e socialmente corretta ma può avere il sapore guasto di una vodka da due soldi comperata al discount, l’odore acre del piscio schizzato contro il muro di un vicolo e il ritmo ostile del ringhio hooligano in curva a Millwall.
Per questo, al di là di qualunque gusto musicale, al di là della bontà dei dischi e delle canzoni, al di là del bene e del male, oggi gli Sleaford Mods sono l’unico gruppo che mi è indispensabile tra quelli che conosco. 
L’unico che mi fa sentire vivo per davvero. 
L’unico.

Sleaford Mods “B.H.S.

Il nuovo disco degli Sleaford Mods si intitolerà English Tapas e uscirà per Rough Trade il 3 marzo.
Gli Sleaford Mods saranno in Italia a fine maggio per quattro date: il 27 al Santeria Social Club di Milano, il 28 allo Spazio 211 di Torino, il 30 al Locomotiv di Bologna e il 31 al Monk di Roma.

Priests “JJ

La voce di Katie Alice Greer, tipo piuttosto interessante a giudicare da quel che dice, mi ricorda quella di Beth Ditto delle Gossip, e non è un complimento da poco. La musica dei Priests è tirata e saltellante e il fatto che arrivino da Washington D.C. con la benedizione di casa madre Dischord è già di per se una garanzia. Sono in giro da un quinquennio ma il primo album, quello che contiene questo pezzo e che si chiama Nothing Feels Natural, esce solo ora per un’etichetta che gestiscono direttamente loro, la Sister Polygon Records. Mi mancava da un pezzo ascoltare un disco del genere.

Spartiti “Elena e i Nirvana

Con la musica italiana cantata in italiano ho sempre avuto un rapporto complicato, rapporto che negli ultimi mesi è diventato decisamente difficile, ai limiti della vera e propria rissa. Eppure gli Offlaga Disco Pax mi sono sempre andati a genio. Ai tempi di SG 1.0 scrissi anche una cosa su di loro. Se mi piacevano gli Offlaga ovvio che mi siano graditi anche gli Spartiti che in qualche modo possono considerarsi il logico proseguo. Max Collini ha un approccio al racconto capace al tempo stesso farmi ridere, pensare e in certi momenti pure commuovere e sulle qualità di Jukka Reverberi come musicista inutile stare a parlare. Questa canzone, per come la vedo io, racconta più cose sul rapporto tra un ragazzo e una ragazza di un qualunque trattato sociologico da mille pagine e la suspense riguardo a quale sia il disco che Elena porta in regalo a lui da Londra, sciolta attorno al minuto sei per quanto già svelata nel titolo della canzone, è la stessa che accompagna il tiro di un calcio di rigore al novantesimo.

Rat Columns “Someone Else’s Dream

I Rat Columns sono il classico gruppo che quando mi ritrovo tra le mani mi chiedo come mai non mi sia mai capitato di sentirne parlare prima. Hanno già due album e diversi ep fuori, un paio pubblicati peraltro da etichette che sono solito seguire (R.I.P. Society e Blackest Ever Black). Il disco nuovo, Candle Power in uscita a inizio marzo, sarà pubblicato da un’altra label che mi è cara, la Upset the Rhythm. Copio e incollo una frase che ho appena letto e che definisce questa canzone meglio di qualunque altra parola mi possa venire in mente al momento: is a sparkling piece of jangle pop bliss that sounds like it was ripped out of the catalogs of Razorcuts, Sea Urchins or early Go-Betweens. Punto e basta.

Fazerdaze “Lucky Girl

Fazerdaze è Amelia Murray, ragazza di Auckland con due ep autoprodotti a referto e un album in arrivo tra qualche mese. Morningside sarà il suo titolo e uscirà il 5 di maggio per la Flying Nun. Questo è il singolo che lo anticipa promettendo benissimo.
La prossima volta che nasco devo assolutamente ricordarmi di farlo in una di quelle isole sparpagliate in mezzo al Pacifico all’estremo est, laggiù sotto l’Australia.
Arturo Compagnoni

Trecento (Fiver #05.2017)

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Ho incrociato i Fugazi dal vivo tre volte e li ho sempre visti suonare in luoghi insoliti.
Una fabbrica abbandonata dietro la stazione della mia città, un campo da calcio di un paese alle porte di Bologna, una discoteca di Modena col pubblico seduto per terra, non ricordo se per scelta o se dietro richiesta della band. Direi senz’altro la seconda, perché di gente che volontariamente decide di starsene seduta durante un concerto dei Fugazi io non ne ho mai conosciuta. Anche gli Evens li ho visti suonare tre volte e anche per loro è valsa la regola della logistica inusuale.

Come qualcuno di voi si sarà certamente accorto con il giornale in edicola questo mese Rumore festeggia le sue trecento uscite. Io invece i miei trecento numeri li bollerò con qualche mese di ritardo, stante il fatto che le prime cose che scrissi vennero pubblicate nel numero 3, quello dell’aprile ’92 con in copertina l’Isola Posse. Erano giusto un paio di recensioni: Galore dei Primitives e Lazer Guided Melodies degli Spiritualized. Poteva certamente andarmi peggio come inizio. Assieme a me cominciò il suo percorso tra la musica di carta anche Cesare, con cui allora facevo radio dagli scantinati di Via Masi 2 sulle leggendarie frequenze di Radio Città 103. Sarebbe interessante ricordare come abbiamo iniziato, giusto per marcare ancora una volta quanto tanto i tempi siano cambiati, ma è una storia lunga e già il pezzo che segue è lunghissimo quindi facciamo un’altra volta. Scorrendo la lista dei nomi che collaborarono a quel numero del giornale mi accorgo di una cosa che già in realtà sapevo: sono rimasto l’unico reduce di quegli anni assieme a Giorgio Valletta e Claudio Sorge. Era una bella squadra e ancora oggi mi sorprende il fatto che io ci sia finito in mezzo.

In tutti questi anni ho raccontato molte storie e su quelle storie avrei altrettante storie da raccontare, alcune interessanti altre meno. Tra le cose che ho scritto ci sono scoperte ragguardevoli e cantonate altrettanto importanti, articoli scritti bene altri decisamente meno. Non mi sono mai spacciato per un giornalista nè tanto meno per un critico. Sono solo un appassionato di musica come tanti e di questa passione ho sempre scritto. Niente di più.
Ogni tanto capita che qualcuno mi chieda qual è, se c’è, un articolo cui sono più legato rispetto agli altri, qualcosa che ricordo con maggiore piacere. E certamente si, ce ne sono. In particolare ce n’è uno che mi è rimasto appiccicato addosso, per una serie di motivi: il soggetto trattato, le circostanze, le persone che in quel momento avevo attorno a me. Lo scrissi poco più di undici anni fa, quella volta che mi capitò di trascorrere qualche giorno con Ian MacKaye in giro tra la nostra east coast e il confine della padania.
Verso tre dita di Grey Gloose nel bicchiere e festeggio, rileggendomi l’articolo direttamente dal file word su cui lo scrissi allora.
Alzo il bicchiere congratulandomi con Rumore per aver resistito tanto a lungo e averlo fatto in tempi così difficili per la carta stampata e complimentandomi con me stesso per essere ancora vivo, anche se molto molto stanco.

The Evens
They’re all punk songs
(pubblicato su Rumore del dicembre 2005)
Avete presente la foto che sta sul retro copertina del primo omonimo disco degli Evens?
E’ una istantanea che ritrae i due componenti della band, Amy Farina e Ian MacKaye, a mezzo busto. Lei indossa una maglia nera a maniche lunghe, lui una t-shirt.
La foto è in bianco e nero dunque non potremmo esserne sicuri, ma giureremmo comunque che entrambi indossino quegli stessi vestiti la sera in cui li incontriamo per la prima volta.

IMMAGINE PUBBLICA LIMITATA
E’ il giorno in cui debutta il mese di novembre, giornata di festa, e al principio della sera il centro di Ravenna è immobile e vuoto. Il Teatro Rasi e il suo cortile paiono essere gli unici luoghi animati nel quartiere. Mentre all’esterno si consumano sigarette, dentro la coppia di musicisti sistema la scheletrica attrezzatura destinata a supportare lo spettacolo che di lì a poco andrà in scena.
Frequentandoli anche nei giorni successivi avremo modo di verificare che la coincidenza tra quella foto di copertina e il loro abbigliamento odierno non è per nulla casuale: lei difatti veste di nero, sempre, mentre per lui la t-shirt oversize è una divisa, quanto il berrettino di lana calcato in testa, la felpa nera col cappuccio a sostituire la giacca e il pantalone tagliato sopra al ginocchio. Immagine pubblica inesistente, come era lecito attendersi, per l’uomo dai pantaloni corti. Ma poi ci accorgiamo che sono proprio quelle braghe, nere anch’esse, e le calze bianche corte che li accompagnano in basso ad azzerare l’aria che il volto di Ian MacKaye ispira. Un piglio da signore che si avvicina all’età di mezzo senza nascondersi, continuando al tempo stesso a ignorare quelle convenzioni che, se non il passare degli anni, quantomeno la propria professione tenderebbero a imporgli: lo scorso aprile ho compiuto 43 anni – ci racconta pochi giorni dopo a Bologna – frequento questo mondo da oltre un quarto di secolo, sia come musicista che come discografico, e non mi sono ancora assolutamente stancato. Certo ci sono giornate che vorrei completamente cancellare, momenti in cui non mi diverto, fatiche che una volta compiute si rivelano poi inutili, ma fondamentalmente quello che faccio è esattamente quello che vorrei fare. La musica per me è una necessità prima di tutto. Vedi, pensavo proprio a questo durante la settimana. A Ravenna abbiamo suonato in un teatro meraviglioso, siamo in giro da mesi, ci troviamo in un paese dall’altra parte del mondo rispetto a casa nostra e mi sono detto: questa è la magia della musica! Oggi siamo partiti da Napoli e abbiamo cominciato ad attraversare l’Italia sul nostro piccolo van. All’inizio del viaggio c’era il sole, un tempo bellissimo, poi inaspettatamente, all’uscita di una galleria abbiamo incontrato un muro di nebbia e pioggia. Improvvisamente abbiamo trovato l’inverno. Guidare in quelle condizioni è stato terribile e il viaggio faticosissimo, ma poi siamo saliti sul palco di fronte a una sala piena di gente che ha apprezzato la nostra musica e tutto è scomparso. Questo è il potere della musica, la sua magia.
Strano tour questo che vede gli Evens introdursi in luoghi non abituati a ospitare esibizioni di artisti rock. La scelta non è stata per nulla casuale: abbiamo richiesto esplicitamente agli organizzatori dei concerti di questo tour di allestire gli spettacoli all’interno di sale che non fossero i classici club, stanzoni lunghi e neri, con poche luci, un palco e la platea in basso davanti. Volevamo qualcosa di diverso in modo da poter rendere gli spettacoli particolari ogni sera. Essendo solo in due sul palco abbiamo bisogno di movimentare le serate utilizzando lo spazio attorno a noi e il rapporto con il pubblico.

TEATRO RASI, RAVENNA
La location di Ravenna, già caratteristica in quanto teatro, è resa ancor più singolare dal fatto che lo spazio del locale è ricavato dallo sfruttamento dell’ala della chiesa di un ex convento duecentesco, poi trasformata in luogo di spettacolo dopo essere stata acquistata dal comune della città romagnola circa un secolo fa.
Il velluto blu delle pareti è lo stesso che fodera le poltrone, mentre il palco incorniciato da drappi rossi è incuneato in un abside del vecchio convento, fondale assai suggestivo all’intera scena: il posto è molto bello e l’acustica è ottima – racconta Ian a concerto concluso – rispetto ad altre situazioni c’è stato un po’ di distacco dal pubblico, troppo lontano da noi. Soprattutto all’inizio la situazione mi pareva strana e abbiamo fatto un po’ di fatica a comunicare, poi le cose si sono aggiustate. I ragazzi dell’organizzazione sono stati perfetti. Sono dei veri appassionati di musica e ci hanno messo completamente a nostro agio.
Certo l’approccio alla serata non è stato agevolato dall’introduzione al concerto fornita da un esibizione del fratello di Amy, Geoff Farina, lo spilungone già apparso sui palcoscenici di ogni città italiana negli ultimi anni con i suoi Karate, deciso a proseguire la sua escursione nel mondo della musica virando verso un folk punkeggiante con i nuovi Arde Core. In queste serate a fianco degli Evens si è vestito da cantautore, intrattenendo il pubblico con un’oretta di storielle abbigliate da canzoni che, complici la comodità delle poltrone e le luci di sala accese, hanno avuto un effetto discretamente soporifero sulla platea, la quale nel frattempo si è riempita interamente nei suoi 500 posti di capienza. L’esperienza di ascoltatori e osservatori del panorama musicale in questi ultimi mesi ci inducono a una considerazione che giriamo a MacKaye, circa la riscoperta della musica folk, intesa nel senso più lato possibile, compiuta da una serie di personaggi anche lontani tra loro per formazione ma ugualmente vicini all’underground rock. Pensiamo in principio alla trasformazione acustica di sperimentatori dark quali Current 93, poi alla angolazione indie della nuova scuola cantautoriale americana che ha in Will Oldham il suo principale profeta, per arrivare all’ultimo avant folk newyorkese proposto da gente del calibro di Devandra Banhart e dai tipi della Akron Family: su questo argomento non saprei che dirti, se stai pensando ad assimilare queste cose al percorso di Evens quella non è la strada giusta. Per quanto ci riguarda le cose che facciamo ora non sono diverse da quelle che abbiamo fatto in passato, Amy con i Warmers e le tante collaborazioni cui ha sempre partecipato, io con le band in cui ho suonato nel corso di tutti questi anni. Le nostre, ora come allora, sono tutte canzoni punk. Solo che oggi le suoniamo in due e non con una band numerosa e rumorosa, dividendoci alla pari i ruoli di cantanti e songwriter. Proprio per questo abbiamo scelto il nome, Evens: uguali. E’ chiaro che stante la peculiarità della formazione il risultato può apparire a volte più vicino a certa musica acustica che non a cose maggiormente elettriche.
E il concerto non tradisce le parole spese da Ian: un ora di musica tesa e rabbiosa, resa ancora più vibrante dai continui scambi vocali tra i due protagonisti, spesso destinati a presentare diversi punti di vista su uno stesso argomento all’interno delle singole canzoni. Una resa decisamente più elettrica di quella che avevamo registrato all’ascolto del disco.
Amy Farina è una batterista d’eccezione, a vederla fuori scena pare impossibile possa trovare la forza di percuotere i tamburi con quel fisico, che definire esile parrebbe puro eufemismo. Ma poi incroci i suoi occhi di un azzurro trasparente, e dentro ci leggi tutta la determinazione di una persona che ha trovato nella musica qualcosa di più di una passione, molto altro che non una semplice professione. Ian MacKaye invece imbraccia una chitarra baritono come ci ha pazientemente spiegato, la sua particolare accordatura gli permette di cavarne fuori suoni che a volte la rendono simile a un basso. Suona seduto su uno sgabello e si agita arrotando le parole e mulinando le gambe, poi discute amabilmente con il pubblico parlando ovviamente di politica, di Bush e Berlusconi, per trasformarsi in entertainer nel trascinare l’audience a ripetere il coro di Mt. Pleasant Isn’t, spiegando il ruolo della polizia nella rivolta di piazza di qualche anno fa a Washington, episodio cui la canzone è dedicata. La strumentazione è quanto di più minimale sia dato incontrare su un palcoscenico da concerto: oltre la chitarra e la batteria un paio di piccole casse amplificate issate su due aste trasmettono al pubblico un suono che Amy controlla direttamente dal palco attraverso un mini mixer. Niente roadie, niente tecnici, niente autisti. Solo loro due.

CIRCOLO PAVESE, BOLOGNA
A Bologna qualche giorno appresso la banda arriva con un paio d’ore di ritardo, alle sette della sera di un sabato pomeriggio da nubifragio. Più o meno l’orario a cui di solito il locale apre le sue porte. La leggendaria Via del Pratello, celebrata letterariamente da Emidio Clementi e immortalata in un paio di film ingenuamente underground, è lo scenario su cui si affaccia il Circolo Pavese, locale che per un certo periodo, tanti anni fa, ospitò la nascente scuola cabarettistica bolognese. Nonostante il maltempo le vie porticate sono ingombre di varia umanità indaffarata nel trascorrere il tempo dentro e fuori i mille locali della centralissima strada.
Diverso lo sfondo, differente l’umore gravato dalla tensione del viaggio. Al Pavese i due Evens si affannano nel montare l’attrezzatura il più rapidamente possibile, mentre sul divano di pelle sistemato a bordo palco Geoff Farina, arpeggia con la sua chitarra in surplace, completando un quadretto familiare inconsuetamente rock, in un immagine d’insieme che farebbe la gioia di un qualunque serial televisivo a stelle e strisce.
La scelta di location alternative comporta inevitabilmente anche la necessità di confrontarsi con locali la cui acustica non è stata esattamente studiata allo scopo di assecondare i suoni di una chitarra elettrica e le rullate di una batteria: l’acustica di questa sala è ingannevole (tricky è l’aggettivo che utilizzerà Ian tutta la sera) c’è del legno dappertutto, il che non sarebbe male, però il soffitto termina con una volta di cemento e il suono rimbomba parecchio – ci spiega con aria pensierosa. E allora il sound check prosegue con i tre musicisti che si alternano a esaminare ogni angolo della sala, mentre gli altri provano a suonare qualcosa a turno dal piccolo palco. Dopo svariati aggiustamenti, quando il trio ritiene aver sfruttato al massimo le potenzialità disponibili, arriva il tempo della cena. Insalata per tutti, rigorosamente verde come si erano raccomandati sia Amy che Ian al momento dell’ordine, nel bicchiere esclusivamente acqua. Inevitabile il riferimento allo stile di vita evocato tanti anni fa da una canzone di Ian, poi divenuta bandiera di una certa area politico musicale: vedi Straight Edge era solo il titolo di una canzone di Minor Threat. I motivi per cui la scrissi sono noti (la morte di un amico a seguito di una overdose) ma non era certo mia intenzione dettare un decalogo di regole sul come ognuno dovrebbe vivere la propria vita, né tanto meno avevo idea che da lì si sarebbe sviluppato un vero e proprio movimento di pensiero che sarebbe poi divenuto scuola. Dal canto mio, certo, ho fatto una scelta di stile di vita ma è una scelta che non è limitata esclusivamente al tipo di alimentazione che seguo, o al fatto che non mi drogo e non fumo sigarette, sarebbe davvero limitante pensare questo. La strada che ho da sempre intrapreso è quella di rendere la musica mia e di chi mi sta attorno accessibile se non a tutti al più ampio numero di persone possibili, mantenendo il costo dei dischi che produco entro certi limiti di prezzo, e quando possibile esercitando un controllo sui prezzi dei biglietti per i concerti. Questo è quello che più mi interessa si sappia, non certo quale è il mio menù quando mi siedo a tavola.
Evidentemente la scelta di locali esterni al circuito rock ha reso impraticabile, almeno per questa sera, la politica di un prezzo minimo per il biglietto di ingresso, dal momento che alla cassa l’obolo richiesto sale a 15 euro, prezzo sicuramente in linea con un qualunque altro concerto ma certo superiore agli standard pensati da MacKaye.
Il prezzo non scoraggia comunque i ragazzi che riempiranno il locale di lì a poco. Interessante constatare ancora una volta la trasversalità anagrafica del pubblico che spazia dalle giovanissime generazioni di ragazzi che mai possono aver visto all’opera dal vivo i Fugazi, all’età vicina quando non superiore alle quaranta primavere di Ian, quella della vecchia guardia indie punk rock, presente compatta a rendere omaggio a una delle leggende viventi del genere. Alla fine nessuno rimane deluso riconoscendo l’anello di congiunzione tra il passato e il presente, constatando come un gruppo quale Evens possa essere in grado di affrancarsi dal confronto con le precedenti esperienze di MacKaye per vivere di vita propria, ancora più nella sua versione da concerto, sempre vivace e spigliata. Grazie anche all’apporto del pubblico che si rivela sempre fondamentale per la riuscita dell’evento, tanto da trasformare il finale dello show in una bizzarra sinfonia di suonerie di telefoni cellulari, assecondando la richiesta che arriva proprio dal palcoscenico.
Il tempo di svuotare un paio di scatoloni pieni dei cd poi la realtà del sabato sera viene ristabilita dagli altoparlanti del bar del locale da dove inopinatamente partono a tutto volume le note di vecchi hit da discoteca italiana.
Evidentemente è arrivato il momento di affrontare la pioggia e prepararsi alla trasferta del giorno successivo.

BARCHESSONE VECCHIO, SAN MARTINO SPINO
Settanta chilometri scarsi separano Bologna da San Martino Spino. Il modo più breve di percorrerli però, è quello che prevede lo sfilare una serie di piccoli paesi collegati da strade provinciali strette e bordate da canali costantemente sull’orlo di tracimare, incoraggiati dalla pioggia che da un paio di giorni non accenna a ridurre la propria intensità. San Martino è un paese in provincia di Modena ma ha attorno parecchie città, ed è da tutte egualmente distante: Parma, Modena, Mantova, Ferrara, Verona, Bologna. Si trova nella zona più settentrionale della bassa modenese, “territorio poco conosciuto perché lontano dai centri abitati più importanti e dalle principali vie di comunicazione” recitano le informazioni del comune di Mirandola.
Come lo definirà più efficacemente MacKaye: a beautiful place in the middle of fucking nowhere.
San Martino in Spino è il paese di Tiziano Sgarbi, alias Bob Corn, alias Fooltribe Records.
Oggi pare un generale in pensione con il suo gabardine fuori tempo, la barba fradicia di pioggia e gli scarponi immersi nel fango. Tra i tanti che conosciamo da queste parti è il personaggio che meglio di ogni altro è in grado di assurgere a ruolo di faro, sia pur sghembo e intermittente, per la folta comunità indie locale. Comunità che, come abbiamo più volte avuto occasione di verificare, è la cosa più simile si possa immaginare a certe realtà americane che ruotano attorno a città come Olympia o quella stessa Washington DC che gli Evens così ben conoscono: per noi il concetto di comunità è importantissimo – afferma Ian Mackaye. Con la Dischord la scelta è stata sempre quella di pubblicare esclusivamente band della nostra città, Washington DC, per lavorare con gente che conosciamo e mantenere un rapporto diretto con le persone. La musica è anche un ottimo veicolo per consentire alla gente di comunicare. Ritengo sia anche uno strumento “politicamente” importante, nel senso che consente l’aggregazione di gente diversa che condivide una stessa passione e trovandosi a parlare di musica ha anche modo di scambiare idee e confrontarsi su argomenti diversi. Gli facciamo notare che ultimamente la scena di Washington ha subito qualche defezione di troppo tra i suoi nomi di punta: allo scioglimento di Black Eyes qualche tempo fa si sono aggiunti i rompete le righe di El Guapo e Q and not U: in città c’è stato sempre grande fermento con gruppi che vanno e vengono, ma quello che importa è che la gente dal punto di vista musicale, si mantenga sempre molto attiva. Voglio dire, Amy suonava nei Warmers, i Warmers non esistono più da tempo ma lei è ancora qui a suonare. Gli El Guapo non ci sono più ma abbiamo i Supersystem, e ancora dallo scioglimento di Q and not U sono già nate tre diverse nuove realtà.
Per arrivare al luogo del concerto si percorre un lungo sterrato, che in una giornata come questa si è trasformato in una poltiglia di fango, schivando i fagiani che attraversano la strada. Il concerto è pomeridiano e l’impressione è quella di essere finiti nel mezzo di una sfortunata scampagnata domenicale al centro di una specie di oasi naturale, una riserva protetta. Tutto fuorché lo scenario di un concerto punk. Il Barchessone Vecchio è una struttura a pianta poligonale che ricorda l’idea di una chiesa incrociata con la tradizione rurale del luogo. Non a caso la gente di qui la chiama la Basilica delle Valli. Mentre gli Evens allestiscono il set, un tendone all’esterno offre riparo ai primi arrivati, al riscaldamento provvedono una dozzina di bottiglie di lambrusco. Poco dopo all’interno del locale scopriamo che il riscaldamento oggi resterà un optional tristemente inutilizzabile: Tiziano ha pagato centinaia di euro per affittare il locale – racconta Ian – e non abbiamo il riscaldamento. Io mi sarei rifiutato di pagare, non importa che cosa sarebbe successo. Siamo tutti esseri umani, i ragazzi qui presenti e noi, esseri umani prima di tutto. Dobbiamo essere trattati e rispettati come tali. Evitiamo di replicare che un gesto simile avrebbe messo in discussione lo svolgimento del concerto e la cosa avrebbe comportato per gli astanti, reduci da viaggi più o meno fortunosi, una delusione certo superiore alla dose di freddo incamerata. Nel frattempo di fronte al pubblico si è seduta Majirelle, giovane cantautrice di casa  destinata a sostituire Geoff Farina nel ruolo di spalla al concerto principale. Timidissima e garbata Majirelle presenta una manciata di canzoni acustiche e molto belle. Ian MacKaye, che potrebbe tranquillamente essere suo padre, si avvicina per chiederci notizie: mi meraviglio sempre quando sento uno straniero che si esprime in inglese. Capisco che sia una necessità derivante dal desiderio di uscire dai vostri confini e dal bisogno di esprimersi nello stesso modo in cui si esprime la musica che di solito ascoltate. Lei è molto brava, mi ricorda una nostra amica di Olympia con cui Amy ogni tanto suona, si chiama Lois Maffeo. La conosci?
Certo che la conosco Ian, il mondo è piccolo sai, e noi siamo sempre i soliti quattro gatti che si rincorrono ai quattro angoli dell’universo. Quelli che si sobbarcano migliaia di chilometri per suonare nei posti più strani, percorrono centinaia di strade per assistere a concerti a volte improponibili e spendono ancora soldi per comperare dei dischi.
Noi siamo quelli che ancora provano un brivido. E gli occhi ci brillano quando un pomeriggio di una domenica qualunque, sotto il diluvio universale, in un luogo piazzato in mezzo al fottuto nulla, ascoltano un ultraquarantenne mito del loro piccolo mondo seduto su uno sgabello introdurre così una delle sue canzoni più belle, quella intitolata All These Governors: questa è una canzone punk… beh, in effetti le nostre sono tutte canzoni punk.

Arturo Compagnoni

North Star Deserter

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Appunti su Kim Gordon – Girl in a band (2015) e Kristin Hersh – Don’t Suck, Don’t Die: Giving Up Vic Chesnutt (2015)

15 album di studio, quasi altrettanti EP, questa in sintesi la carriera di Kim Gordon all’interno della band che ha contribuito a creare nel 1981, i Sonic Youth.
Girl in a band è insieme storia personale –domina la sua relazione con l’ex-marito Thurston Moore- e raccolta di aneddoti su ciascun disco prodotto in carriera dal gruppo. Si comincia dalla fine (piccolo espediente letterario, a mio parere): l’ultimo concerto dei SY a San Paolo del Brasile nel 2011; nessuno sapeva che sarebbe stato tale, ma la frattura tra i 2 coniugi era divenuta insanabile, al punto da non permettere, secondo l’autrice, altre vie di uscita. Poi, a ritroso, gli anni giovanili della Gordon, la sua crescita con un fratello con problemi mentali, l’apprendistato nelle arti figurative, l’incontro con una serie di figure del mondo dell’arte e poi della musica, l’amicizia con uno sterminato numero di personalità della New York creativa dagli anni ’80, a seguire fino ai giorni nostri. Una lista di conoscenze da far impallidire l’appassionato medio di arte, musica e cinema degli ultimi 30 anni. Qualche esempio: Larry Gagosian, Kurt Cobain e signora (alla quale, pur avendo co-prodotto il disco d’esordio come Hole, non dedica esattamente parole tenere), J Mascis, Sofia Coppola, Chloe Sevigny, Gus van Sant, ecc. Indubbiamente KG è sempre stata nel posto giusto al momento giusto!
La scrittura è asciutta: frasi brevi, inglese standard, nessuna o quasi inflessione gergale. In un’intervista ha dichiarato di avere lottato un po’ con il word count!
Uno degli episodi più interessanti, ma allo stesso tempo vagamente irritanti, è quello della conoscenza con Cobain: tra i 2 scatta un’intesa immediata -e questa è la parte bella del discorso-; per ammissione dell’autrice, però il capitolo è stato richiesto dalla casa editrice del libro. Non se ne doveva parlare a tutti i costi, a parer mio; evidentemente l’articolo Kurt vende ancora bene sugli scaffali!

Per iniziare il discorso sul secondo libro, un piccolo aneddoto personale: nel 2008 al Bronson di Marina di Ravenna vado a vedere Chesnutt con gli Elf Power. Prima del concerto Vic inizia ad aggirarsi in platea; ne sono a tal punto intimorita che non riesco ad avvicinarmi, tanto meno a proferire verbo. Scatto solo una foto accennando con il capo alla mia richiesta; per fortuna non mi chino, pena un’occhiataccia, che forse ho ricevuto lo stesso, ma pazienza (scopro adesso che odiava chi si abbassava alla sua altezza per parlargli).
Il racconto di Hersh dall’inizio risulta meno lineare e con una scansione temporale meno pronunciata. All’autrice interessa di più tratteggiare con pennellate rapide la figura del suo amico Vic, farla emergere per quello che era veramente (non farne un altro santino, per intenderci). La frequentazione dei 2 artisti è durata circa 10 anni, durante i quali hanno condiviso palchi, camerini e bagni non sempre in ordine (è un eufemismo), negli USA e altrove. Protagonisti della narrazione, oltre a Vic e Kristin, i rispettivi compagni di vita: la moglie di Vic, Tina e il marito di Kristin, Billy. Entrambe le vicende sentimentali sono naufragate più o meno contemporaneamente, nella seconda metà degli anni ‘00. Chesnutt emerge come un irregolare, un poeta (spesso lo troviamo a giocare con parole assonanti), dai modi un po’ bruschi, che non vuole assolutamente passare inosservato. Un aneddoto mi è rimasto particolarmente impresso: post-concerto a Parigi, Vic rinviene in camerino del metadone (lasciato chissà da quale altro musicista in transito), decide di assumerlo poco prima del rientro in aereo per gli USA; morale: alla partenza in aeroporto è sballato, il capo ciondolante, con moglie e amici che si preoccupano e lui noncurante.
Kristin racconta anche di sé naturalmente: la sua è una figura decisamente più schiva, ma similmente poco adatta alla pragmaticità che la vita del musicista richiede (almeno, questo è il messaggio che emerge con forza). Qui le espressioni gergali sono ben presenti -cosa che non mi capitava di trovare da tempo nella carta stampata- e rafforzano l’idea di immediatezza del racconto.
Possiamo sintetizzare in questa maniera: se Gordon ha dipinto un quadro concettuale -di quelli che ha effettivamente ripreso a produrre dalla fine del suo gruppo (oggi è rappresentata in questa veste da una galleria newyorkese)-, Hersh ha fatto più un ritratto ad acquerello, maggiormente impressionistico, ma ugualmente personale ed umano.
Il volume di Gordon è stato tradotto in italiano; per quello di Hersh, le probabilità sembrano abbastanza ridotte.

Paola Bianco