The most revolutionary group in the history of rock’n’roll*

*Lester Bangs nelle note di copertina della raccolta The Mekons Story 1977-1982

La prima volta che incrociai i Mekons fu sulle pagine di Rockerilla, mi pare. Doveva essere il 1980 o forse l’81 e il loro nome compariva all’interno di un articolo in cui si faceva il quadro sulla nuova scena post punk di Leeds. Si parlava del Futurama, di Scritti Politti, Gang of Four, Delta 5 e non ricordo cos’altro. L’autore del pezzo li descriveva come un collettivo di sregolati studenti d’arte che aveva adottato come propria sigla una contrazione del nome di un fiume del Sud Est Asiatico. Un fiume passato solo poco tempo prima dalle pagine di geografia a quelle di storia come uno degli scenari per la guerra che si era sviluppata lungo il suo corso e attorno al suo delta. Il fiume Mekong.
Ho sempre subito una fascinazione, un po’ perversa e indubbiamente nera, riguardo la guerra in Vietnam. Immagino che questa attrazione abbia fatto leva su una serie di film che mi capitarono a tiro in quegli anni, anni indubbiamente formativi. Film che raccontavano storie che avevano, in maniera più o meno esplicita, quella guerra come loro unico comune denominatore: Taxi Driver, Un mercoledì da leoni, Tornando a casa e naturalmente la magnifica accoppiata Apocalypse Now/Il Cacciatore.
Avrei imparato in seguito che nell’immaginario di quegli studenti iscritti all’università di Leeds in realtà il nome Mekons non aveva nulla a che fare con il Vietnam, essendo viceversa ispirato a un personaggio di Dan Dare, fumetto di fantascienza pubblicato in Inghilterra negli anni ‘50. Poco male, quelli erano tempi in cui la conoscenza si sviluppava seguendo canali molto più approssimativi e avventurosi degli attuali e non mi sento oggi in animo di ascrivere colpe a chi all’epoca mi fornì quella erronea indicazione. I Mekons in ogni caso avevano pubblicato un paio di singoli che erano davvero buoni e questo bastava. Ma quelli erano giorni in cui di singoli buoni ne uscivano a grappoli ogni settimana così il loro nome cominciò a scolorire tra le troppe note segnate in un’agenda sempre più fitta di appunti. Così li persi presto di vista. Non prestai molta attenzione al loro primo album, The Quality of Mercy Is Not Strnen, suonato prendendo in prestito gli strumenti dei Gang of Four i quali, causa errore di un grafico della Virgin, finirono pure nella foto di retro copertina del disco al posto loro. Per scivolare celermente nell’oblio poi i ragazzi ci misero anche del loro disperdendosi rapidamente in altre faccende, tanto che nel giro di un paio d’anni ero già preso dal nuovo gruppo che John Langford, il cantante dei Mekons, stava mettendo in piedi: i Three Johns.

Poi venne il tempo dello sciopero dei minatori inglesi. Un evento che a giudicare dal numero di volte in cui è finito citato nei miei ricordi personali tra le pagine di Sniffin’ Glucose va iscritto senza dubbio nel novero di quei momenti che hanno evidentemente esercitato una notevole e duratura attrazione sul sottoscritto. Alla stregua della guerra in Vietnam, la vita e le opere di Mark E. Smith e gli Sleaford Mods.
Lo sciopero dei minatori occupò un intero anno della moderna storia inglese a cavallo tra il 1984 e l’85, trovando supporto massiccio e costante tra più o meno tutti i musicisti britannici dell’epoca. Billy Bragg, Paul Weller, Jimmy Somerville, Strawberry Switchblade, Kirsty MacColl,  Madness, The The, Heaven 17, Bananarama, Prefab Sprout, Elvis Costello, Beat, Lloyd Cole, Smiths,  Redskins, Housemartins e molti altri. Tanto sostegno ma poco risultato: Margaret Thatcher batte Red Wedge sei zero sei zero, tutti a casa.

Anche i Mekons si fecero coinvolgere incollando assieme i pezzi della band e rimettendosi in strada per una serie di concerti per raccogliere fondi a favore degli scioperanti. Vuoi l’entusiasmo per la causa, vuoi la teoria che a fronte di momenti politicamente e socialmente bui esiste proporzione inversa tra miseria dei tempi ed ebrezza della musica (e dell’arte tutta) che a quei tempi fornisce colonna sonora, vuoi l’ingresso in formazione di un paio di elementi, gente tipo il  batterista dei Rumour di Graham Parker e il bassista di P.I.L. e Damned, vuoi la scoperta di strumenti nuovi quali armonica e – soprattutto – violino, fatto sta che i  Mekons  concerto dopo concerto ricaricarono le batterie trovando pure il tempo di chiudersi in uno studio e spartire tra loro un paio di settimane all’insegna di alcol e paranoia (si perché non bastasse l’incubo Thatcher in casa in quei mesi c’era pure il bonus Reagan di là dall’Oceano).
Ne uscirono con dieci canzoni, poco più di 35 minuti di musica che distribuirono su due facciate di vinile dato alle stampe dalla Sin Records, piccola indie di loro proprietà. Titolo programmatico: Fear and Whiskey.
One of the 50 rock albums every country fan should own.
The seed that sprouted alt country.
The first great statement of shambolic punk.
A sort of concept album about life during wartime.
Queste le prime definizioni che bucano la rete se si imposta la ricerca Mekons+Fear and Whiskey.

I was out late the other night
Fear and whiskey kept me going
I swore somebody held me tight
But now there’s just no way of knowing

I saw your face in a crowded bar
“Excuse me please!”
At least I thought it was you
Now I just don’t know where you are

My suit was smart when I put it on last week
All I could remember as I walked down the street
Was the rain and tears on your face
Oh gee, I guess I’m just a disgrace

Erano gli anni in cui con Massi si era ricominciato a trasmettere in radio. Si passavano dischi per un’ora il mercoledì pomeriggio, il nome della trasmissione – una delle tante che di lì in avanti avrei condotto – era Specchi d’acqua. Come una canzone che stava dentro il primo album dei Diaframma. Il disco dei Mekons, riversato sul lato di una C90 registratami dal mio pusher preferito di allora, un ragazzo del ravennate che poi avrei ritrovato in traiettoria molti anni dopo averlo perso di vista, non mancava mai. In particolare c’era una canzone, la terza in scaletta, che mi faceva letteralmente uscire di testa. Si apriva con questa armonica che sembrava venire fuori da un disco di Bennato (che poi lì invece era il kazoo) ed esplodeva subito dopo dentro una batteria stile locomotiva punk cui andava dietro un coro da ubriaco che neanche la domenica pomeriggio per le vie di New Cross dopo una partita del Millwall. Pensavo, anzi ero convinto, che semmai mi fosse capitato prima o poi di gestire la consolle di qualche club – all’epoca una delle mie massime aspirazioni – quella canzone  l’avrei passata di sicuro. Qualche anno dopo quell’ambito mestiere mi è toccato in sorte, eppure quella canzone, la terza del lato a del terzo disco dei Mekons, non l’ho mai passata.

Never been in trouble
Don’t call me on the phone
Put the blower in the bathroom
Burn the house and start from scratch
Searching for existence
With my red, red wine
It’s hard to be human
Hard to be human again

Anche se contiene una canzone che si chiama Country e un’altra che è una cover di un pezzo di Leon Payne, meglio conosciuta nella versione di Hank Williams (Lost Highway), Fear and Whiskey non è un disco country. Non nella maniera in cui classicamente si intende il country. Anche se come tale all’epoca fu considerato, creando anche qualche problema ai suoi autori, causa il fatto che quello specifico genere musicale è da sempre associato ad aggettivi quali americano e conservatore, non esattamente accezioni positive nell’ambiente che i Mekons frequentavano.
Fear and Whiskey è fondamentalmente un disco in cui cantare di alcol e di politica ma anche e soprattutto di disperazione, un disco che riascoltato oggi possiamo sì affermare anticipi di anni il genere che sarebbe poi stato canonizzato con il termine alt country, abbracciando allo stesso tempo la deriva punk del brit folk avviata in quegli stessi anni dai loro vicini di casa Pogues. Ma non è un disco country. E’ un disco che oltre ad avere uno dei migliori lati b della storia contiene anche una delle mie love song preferite di sempre. La canzone che vorrei avere a portata di mano ogni singola volta in cui sto per affrontare la fine della notte e l’inizio del giorno, la musica sta sfumando ed è ora di tornare a casa senza avere alcuna voglia di tornare davvero a casa.

The dance floor’s nearly empty now
Everyone’s gone home
We’re fragmented and broken up
Like love affairs
And as if seeing you for the first time
Something whispered
Looking at you in desperation
Knowing nothing ever happens

I wanted to say fall in love
I wanted to say fall in love with me
I wanted to say fall in love
It’ll be alright

L’ottima Superior Viaduct ha appena ristampato i primi due singoli dei Mekons,  Never Been in a Riot e Where Were You originariamente pubblicati dalla Fast Product nel 1978.

Arturo Compagnoni

I dischi che piacciono solo a me, credo #7

Holger Hiller – Oben Im Eck (Mute, 1986)

Per un certo periodo, si parla dei primissimi anni novanta, venni preso in simpatia da un gruppo di musicofili all’ultimo stadio. Gente seria, giro giusto, spesso con un curriculum da paura. Giornalisti, accumulatori seriali, professoroni, fanatici dei concerti in ogni angolo del mondo, bassisti fretless pastorizzati (da Pastorius) e svangacoglioni come pochi, tanto che – col senno di poi – li avrei preferiti pistorizzati (da Pistorius). E scusate lo sfogo poco politicamente corretto. Quasi tutti ricchi, quasi tutti invasati dal jazz (ahia!) e quasi tutti over 40. Per qualche astruso motivo fui ammesso nel gotha di cotanta sapienza; avevo la metà dei loro anni e una parte infinitesimale delle loro possibilità economiche. Eppure venni ammesso. Forse solo per farsi beffe di me (tipo La Cena dei Cretini) però accadde.

Sapevo che lo scontro generazionale sarebbe stato impari, e che tutte quelle ottave diminuite si sarebbero infrante come Bücherverbrennungen davanti al mio integralismo del tempo. Che aveva un senso, se paragonato alle loro seghe. La mia era ragion di stato e stop. Erano borghesi, illuminati certo ma pur sempre borghesi, quella borghesia latente che si irradia con un fascino discreto, tanto per citare. Si ritrovavano, ad intervalli regolari, nell’attico del promotore di cotanta massoneria pentagrammatica e – dopo alcuni mesi di assestamento durante i quali saggiarono per vie traverse le mie presunte capacità – in un pomeriggio di un torrido giorno d’estate venni convocato. Il mio ingresso in società, nel club più riservato ed esclusivo della città, la loro scimmietta ammaestrata alla quale tirare le noccioline ad ogni capriola eseguita magistralmente.
‘Portatevi appresso un disco’ era scritto in corpo 18 sull’invito. Ahia al quadrato. Già mi immaginavo l’onanistica orgia sonora (incrociavo le dita fosse solo sonora) alla quale andavo incontro, puristi delle frequenze e – ben che fosse andato – genuflessi sul prog più becero. Mi immaginavo le loro primissime stampe di qualcosa a me sconosciuto, tipo sestetti free, lunghissime e spossanti suites, live al Ronnie Scott’s, rarissimi mantra indiani incisi su minuscole etichette. Gli Yes. Un Rotary che mi inquietava, lo ammetto; e al quale non parevano essere ammesse donne. Ahia al cubo. Non avrei saputo ribattere agli astrusi artifizi musical-matematici di quelle teste d’uovo. Gente che andava a vedersi qualche jazzista pronto a tirare le cuoia a Dallas o Kuala Lumpur o spendeva sessantamila lire per un bootleg dal vivo. Che je dici? ‘Ciao, piacere, mi piacciono i Ramones, compro vinili Best Buy e ogni parruccone buono è quello morto’? Sarei stato depennato per manifesta scarsità di note.

Affrontai le scale di un antico palazzo del centro alle due di un pomeriggio equatoriale; un luglio cane, di quelli che fondono l’asfalto e ti smacchiano i peli pubici, con il mio bel long playing sotto braccio, un rivolo di sudore a scendere tra le chiappe e la maglietta pezzata. Erano tutti seduti su divani finemente cesellati, barbuti e panzoni. Ahia all’ennesima potenza. Non ero ancora sufficientemente smaliziato per comprendere cosa potesse nascondersi dietro tutto ‘sto Throbbing Gristle d’ormoni. Al primo che avesse estratto un disco dei Coil – il primo che non fossi io, ovvio – sarebbe arrivato un cartone sui denti, secco. Già mi vedevo saltare dalla finestra (era un terzo piano, addio) mentre la libido degli orsotti si scatenava.

Sbagliavo, grazie a Dio, e ci misi poco a rilassarmi da quel lato. Lato B, per rimanere sul vinile, e scusate il pecoreccio. Ma quando si cominciò ad estrarre i vinili dalle buste capii che era la fine. Il primo era proprio un live di Jarrett. Forse a Montreux, non ricordo. Jarrett. Montreux. Dico Argh! perchè mi sa che “ahia!” l’ho già detto. Un bootleg se ben ricordo, registrato talmente bene che si sentiva il vecchio Keith ravanarsi l’inguine tra un abbraccio e l’altro al suo pianoforte. Chi aveva il coraggio di parlare? Quello era il Trainspotting dell’alta fedeltà! Squirtavo sangue mentre gli altri erano in preda ai più paradisiaci titillamenti, ero certo che qualcuno – di lì a poco – avrebbe avuto un orgasmo squassante tanto colavano terzine. Insomma, due coglioni immensi e grappoli di note alla cazzo che mi scendevano per i padiglioni auricolari, ingorgandoli, prima di infilarsi dentro i boxer ad uccidere ogni segno di mascolinità. Se avessero improvvisato così con le loro mogli signoriddio, invece di contorcersi sul damasco del divano con la beatitudine dipinta sul volto. Volevo fumare. Non si poteva. Alcool? No. ‘Na birretta? No-o, solo Fanta. Parliamo di gnocca? Sia mai. Niet. Verboten. Un colpo di tosse li fece girare schifati. Si immedesimavano, evidentemente. Uscii in terrazzo, un giardino pensile di Babilonia. Nessun portacenere, volevo morire. Mi accesi la sigaretta più triste della storia (sì anche più di quella di Bogey) e attesi il mio turno, gettando il mozzicone sul marciapiede con un lancio perfetto. L’unico momento minimamente Rock&Roll di una giornata da cancellare.

Alle 18 in punto toccò a me, convocato dai chirurghi del suono. Consegnai il vinile da estrarre al Gran Cerimoniere nonchè TDISPCDS (titolare dell’impianto stereo più costoso della storia): Oben Im Eck di Holger Hiller. Tanto valeva suicidarsi con stile. ‘Metti la terza del lato A’ – dissi – ‘si intitola Whippets‘. La calura pomeridiana evaporò su quei gorgheggi da teatro kabuki, furono tre (anzi due, perchè venne proditoriamente tolto dal piatto anzitempo) minuti di gelido silenzio e sguardi smarriti. Il ‘mio’ Keith Jarrett non aveva passato l’esame. Con un aplomb perfettamente equilibrato rimasero sul vago, ma si vedeva benissimo lo sdegno con il quale ritenevano avessi reso impura la stanza d’ascolto e i coni delle casse. ‘Non riesco a comprenderne il senso’ fu il commento più audace; sembravano tutti la Regina Madre quando ti dice che hai inavvertitamente rovesciato della senape sulla corona, e lo trova ‘disdicevole’.

L’avevo portato appositamente, quel disco, e non solo perchè vi era Billy MacKenzie a ululare come un satrapo sulla traccia in questione. No. Non solo quantomeno. L’avevo portato per sottolineare la differenza (nè meglio nè peggio: differente) che intercorreve tra quei fanatici conservatori e il mio modo di approcciarmi alla musica, che non sarà stato certamente il migliore – preso com’ero da paturnie assortite – ma inequivocabimente più aperto del loro. Non riuscii ad illustrare adegutamente il buon Hiller, uomo che proveniva da quella strana architettura sonora chiamata Palais Schaumburg (altro bell’aguzzo tetris di cervelloni, citofonare Thomas Fehlmann) pronto a mettersi in proprio lungo una schiva discografia. Mi sarebbe piaciuto vedere le loro pupille dilatarsi all’ascolto dell’intera opera omnia – Oben Im Eck ne rappresenta il secondo capitolo – ma mi stavo accontentando di Whippets e delle loro facce schifate. Ma lo dico anche a voi: se superate quel massacro sonoro allora siete pronti per l’intero monolite. Che è sagomato su 10 brani (tre dei quali ‘cantati’ dal Billy) ed è composto su fratture operistiche in guisa di cicatrici, beats minimali, campionature astruse di musica concreta, frenate improvvise di lavande cameristiche, tentativi di techno pop pieno di cocci di vetro, suoni astratti. Oben Im Eck si muove in mille territori nell’arco di pochi secondi, schizofrenicamente. Ci sono gli Art Of Noise abbandonati sull’orlo di una Autobahn con una scatola di numeri e un dissenso dada proveniente dalla Nova Akropola dei Laibach (We Don’t Write Anything On Paper Or So); c’è il Momus (grande seguace del nostro) impazzito (Tiny Little Cloud). C’è l’onomatopeica Waltz, che sembra fagocitata dall’epiglottide di un carillon. O ancora il succitato e irresponsabile Whippets, la matrice disegnata col compasso della title track, la guerra batteriologica di Die Blätter, Die Blätter…. C’è un pezzo come Sirtaki e so già cosa pensate, sbagliando. Ci sono i numeri primi. C’è l’avant-garde, se non fosse french for shit. C’è, alla fine, una ulteriore versione di Oben Im Eck che è come guardare fotogrammi di Babylon Berlin innestati su Eraserhead. Insomma: c’è un sacco di roba dentro questo disco, ma niente che sia di primo acchito assimilabile e curvo. Come recita il titolo è un agglomerato di angoli, di schegge, di scarti numerici. Frattali sonori in guisa di equazioni che si inerpicano e si attorcigliano su parvenze di canzoni. Ma è proprio quello il bello, e quei culi seduti in poltroncine art deco mai avrebbero potuto venirne a patti, glassati su irresistibili scioglievolezze.

Pure la vita di questo geniale dilettante andrebbe studiata, invece di provare ‘a comprenderne il senso’. Stolti. Giusto per far la tara a tanti beniamini diet coke che ci ingolfano gli scaffali. Se dei Palais Schaumburg s’è detto (pronto a mollarli dopo il primo album), è ben la sua idiosincrasia sonora a rimarcarne i tratti rilevanti, con una discografia in gran parte inafferrabile. Oscilla dalla natìa Amburgo a Londra, si accasa su Mute ma è insofferente. Vola in Giappone, sposa Izumi ‘Mimi’ Kobayashi dei Parachute. Lei scrive la title track del manga Urusei Yatsura (tout se tiens, vedete?) e poi lavora con Mathilde Santing. Lui è un flipper, incide a Cuba e in Vietnam e poi si centellina in pochi (sette in trentanni) album volutamente ostici prima di sparire dai radar ad inizio millennio con un album (Holger Hiller, sempre su Mute) che poco aggiunge alla sua carriera. Eppure mi guardai bene dal dare uno straccio di informazioni a quei soloni, evitai di dir loro di NON partire da Oben Im Eck, se fossero stati interessati, indirizzandoli invece su quel fantastico 12″ di sghimbescio synth c-rock titolato Jonny/Das Feuer (Ata Tak, 1984), rivisto qualche anno orsono anche da quell’acuto cesellatore di Pilooski. Non dissi una parola. Quelli erano rinchiusi in una riserva dorata fuori dalla quale mai si sarebbero avventurati, pena l’ossidamento degli zebedei. Tenni Holger per me, come se fosse stata una finale di calcio a porte chiuse (HOL-GER, ovvio) e li lasciai sbrodolare dall’alto dei loro Q.I.
Rimasi a cena (una pizza) per una sorta di rispettosa convenzione, chiacchierando del più e del meno ma senza affrontare l’aspetto squisitamente musicale dell’intero pomeriggio. Sembravano tutti Il Conte di Montecristo, ostia. L’Abate Faria di ‘sto cazzo. Fu quel giorno che compresi lo scarto temporale, la differenza tra anticipare e andare a ruota, tra una spinta propulsiva e sollazzarsi nel proprio orticello. Tra il bruciare e il pisciarci sopra per spegnere il fuoco. E’ una questione principalmente di età dacchè l’apertura mentale spesso è come la vi(s)ta, cala con il passare degli anni.

Oggi saremmo io e Holger Hiller a fare la figura delle Regine esterrefatte se qualche ventenne ci schiaffasse sotto il naso dell’esotico dubstep crioterapico o della trap moldava, per dire. Perchè le impronte digitali emotive invecchiano, fanno le rughe, si incartapecoriscono. E alla fine ti lasciano al tappeto. Resta il fatto che fu la mia prima e ultima ammissione a corte, vi fu una seconda possibilità la primavera seguente che però volutamente ignorai con qualche scusa (tipo: ‘devo andare a ritirare il Nobel’). Ciò che invece ancora oggi rimpiango è non aver avuto il coraggio di imporre il ruggito della mia età: urlare – saltando in piedi su quei divani ‘finemente cesellati’ – che Keith Jarrett ‘è una cagata pazzesca!’ e che Sheena Is A Punk Rocker. Sono certo che qualcuno avrebbe estratto dal cilindro i canonici 92 minuti di applausi.
Non è mai troppo tardi per farlo.


Michele Benetello

Il diciassette luglio del duemilanove (Fiver #13.2018)


Pur non essendo un tipo particolarmente superstizioso teneva in dovuta considerazione il prontuario della scaramanzia nelle sue linee essenziali. Niente di complicato ma se capitava di passaggio tra una scala e il muro faceva sempre il giro largo e toccava ferro ogni volta che un gatto nero gli attraversava la strada. Così quando il calendario proponeva l’abbinamento venerdì 17, affrontava la giornata con una certa diffidenza, non potendo fare a meno di immaginare che prima o poi qualcosa sarebbe andato storto. Diciamo che il suo personalissimo sistema di allerta in quelle 24 ore rimaneva tarato su uno stato di costante allarme.

Quel venerdì di metà luglio – manco a dirlo – partì immediatamente in salita presentandosi da subito come il giorno più caldo di una delle settimane più calde dell’anno. E a lui il caldo dava terribilmente fastidio. Dal suono della sveglia in avanti le cose nel loro insieme non andarono granché bene. Niente di disastroso, solo una sequenza di piccoli accadimenti tutti però ostinatamente allineati nella direzione sbagliata, in modo da creargli un costante e poco latente senso di malessere.
Poi arrivò la sera e il buio come sempre sistemò tutto passando il suo spesso strato nero sopra ogni cosa, coprendo errori e cancellando sbavature. Poco dopo le 10 se ne stava mollemente allungato su una sdraio con alle spalle il morbido sciabordio delle onde, un cocktail profumato di zenzero stretto in mano e l’animo equamente diviso tra la volontà di poltrire nello stagno umido e immobile di quel principio di notte e il desiderio di lasciarsi andare all’eccitazione provocata dall’attesa dell’evento cui stava per assistere. Erano tempi in cui lui con l’attesa costruiva un mondo, pompandoci dentro una fiducia su cui fabbricava scenari gravidi di un ottimismo poi spesso eluso dalla realtà dei fatti.

Si era appena alzato per sbarazzarsi del bicchiere ormai vuoto quando assieme a una leggera brezza proveniente dal mare si presentarono anche i tre ragazzi di Detroit, sistemandosi alla belle meglio sulla bassa piattaforma di mattoni incastrata sotto il perimetro della tettoia. Riconobbe subito Mick. Era facile: l’unico nero in giro per la spiaggia a quell’ora con una chitarra in mano e l’asta di un microfono davanti. Mick lo conosceva già, avendolo incontrato qualche anno prima durante un viaggio a San Francisco. Allora a lui piaceva andare in giro per il mondo a visitare i posti che aveva visto nei film o di cui aveva letto in qualche libro e che in un modo o nell’altro lo avevano suggestionato, forgiando in tal modo lo stampo del suo bagaglio culturale. In quell’occasione per dire, la prima giornata a Frisco se l’era giocata tra una passeggiata a Haight-Ashbury, una gita all’isola di Alcatraz e una serata alla Hemlock Tavern dove suonava un certo Jason Anderson, un ragazzo del New Hampshire che si faceva chiamare Wolf Colonel e aveva i Guided by Voices come unico punto di riferimento nella vita. Mick invece lo aveva incontrato la sera dopo alla Great American Music Hall, una bella sala concerti a downtown, dove suonava con i Dirtbombs.
Tornando al gruppo di quella sera sulla spiaggia, oltre che col nero tempo addietro aveva avuto un’esperienza anche con l’altro chitarrista. In quell’occasione il chitarrista, un tizio pallido e smilzo, era truccato da donna e aveva al suo fianco un paio di ragazze generosamente svestite: le Demolition Doll Rods. Tutt’altro genere invece la tipa che quel venerdì sera stava seduta alle spalle del nero e del chitarrista bianco e asciutto. Davanti a un batteria ridotta ai minimi termini era infatti piazzata una ragazza che non aveva mai visto prima e che ai suoi occhi rappresentava un capolavoro di stile: abito nero come i suoi lunghi capelli e occhiali scuri. Dai tamburi tirava fuori un rimbombo secco, minimale e sempre uguale. Due timpani, niente rullate, niente piatti.

Lou Reed una volta affermò che a suo parere esistevano solo due tipi di batteristi: Moe Tucker e tutti gli altri. La ragazza sulla piattaforma, che di nome faceva Peg, apparteneva indubbiamente alla prima tipologia di batteristi: i batteristi “Moe Tucker”. E lui adorava Moe Tucker. La stima nei suoi confronti non si incrinò nemmeno qualche mese dopo di allora, quando uscì la storia del suo coinvolgimento con il Tea Party di Sarah Paulin. Del resto i tempi in cui nel suo sistema di giudizi – in verità piuttosto elementare – le idee politiche contribuivano a definire le persone, erano terminati da un pezzo. Come parametro di riferimento era decisamente più importante la musica. Come nel caso dei Gories, la band in cui suonava quella sera la batterista “Moe Tucker”: il concetto di bassa fedeltà portato all’estremo e scandito a ritmo rock and roll.
A un certo punto Mick, il nero colossale con la chitarra a tracolla, accennò uno stralunato passo di danza assieme al suo amico Dan, il chitarrista smilzo. Fu allora che quel venerdì 17 svoltò definitivamente.
Ruotò uno sguardo a centottanta gradi sulla gente assiepata davanti, a lato, dietro e sopra al palco. Con l’amico lì di fianco commentò che la platea quella sera non era la solita. Le facce erano quasi tutte sconosciute. Del resto il pubblico abituale era probabilmente impegnato qualche decina di chilometri più a nord ad ascoltare quel giovane ragazzo gay australiano che piaceva così tanto al pubblico hipster. La gente che si era radunata lì invece non aveva proprio nulla a che spartire con il termine hipster, qualunque cosa l’aggettivo potesse significare. I ragazzi – non tanto giovani in realtà – avevano pance da bevitori di birra, tagli di capelli improbabili e tatuaggi per niente rassicuranti mentre le ragazze che erano con loro ballavano come fossero comparse di un film di Rodriguez.

Poco dopo, quando gli Oblivians salirono sul palco, la bassa piattaforma era ormai totalmente invasa dal pubblico. A tutti gli effetti pareva un concerto punk, proprio loro che anni prima avevano coniato il motto kill a punk for rock and roll, stampandolo sopra a magliette che avevano fatto il giro di tutti i peggiori garage del midwest.
C’erano ragazzi americani venuti apposta in vacanza in Italia per poter seguire le due date di questo tour: l’estemporanea riunione di due gruppi che in modo diverso ma con importanza simile avevano fatto la storia del garage rock negli anni ’90. Quel genere che sarebbe stato codificato giusto l’anno seguente sulle pagine di We Never Learn, la bibbia scritta da Eric Davidson, il cantante dei New Bomb Turks.
Tra il pubblico due tizi si distinguevano in particolare da tutti gli altri. Infilati in camicie arancioni dal taglio hawaiano, i due potevano avere un età indeterminata tra i 35 e i 55 anni e un entusiasmo infantile, chissà quanto carburato dall’alcool. Quello basso saltava in continuazione su e giù con le braccia allungate verso il cielo. Praticamente la fotografia della gioia. L’altro, una pertica tutto spigoli, portava in testa un cappello di paglia e si muoveva come se al posto dei piedi avesse un paio di molle. Due personaggi che credeva esistessero solo dentro ai film di Hal Hartley, o al più tratteggiati in certi cartoon disegnati da William Hanna e Joseph Barbera. Quando gli Oblivians intonarono il loro inno tutti assieme, quelli appesi alla tettoia come quelli schierati sulla duna a fianco, quelli ondeggianti alla sinistra della piattaforma e quelli affacciati alle finestre del bar aperte dietro al palco, urlarono le parole, come fosse stata l’ultima cosa da dire nella vita, neanche fosse il proprio istantaneo testamento: I say no, I must go / I’m not the one you want, though I know you think so / I’m a bad man.

Fu allora che realizzò quello che stava succedendo. Capì che quella serata era davvero speciale e come tale sarebbe rimasta impressa per lungo tempo nei suoi ricordi finendo catalogata a fianco di tutti quei momenti che erano stati capaci di definire ciò che lui era oggi e quello che sarebbe diventato in futuro. In quell’istante era certo che l’essenza stessa del rock and roll fosse tutta lì: in quel posto, tra quella gente, con quella musica e che in fondo era solo quello che per lui contava.
Alzò gli occhi sopra il banco del bar, l’orologio appeso al muro segnava mezzanotte e due minuti.
Era finalmente sabato, il 18 di luglio.

Arturo Compagnoni

Oblivians Italian Tour 2018:
19 maggio @ Monk/Roma
20 maggio @ Bronson/Ravenna
21 maggio @ Bloom/Mezzago
22 maggio @ Spazio211/Torino

I dischi che piacciono solo a me, credo #6

Reload A Collection Of Short Stories (Infonet, 1993)

L’estate del 1994 aveva già il profumo del nuovo millennio; lo vedevi nitidamente avanzare con un berrettino, dei braccialetti tintinnanti, capelli lunghi, le espadrillas ai piedi e un Roland di seconda mano sotto il braccio. Sembrava che il cosmo e gli spartiti avessero trovato la convergenza perfetta, nascosta tra le pieghe e le bisettrici di costellazioni ancora sconosciute. Screamadelica aveva piantato la bandierina sulla luna, ma noi eravamo già in cerca di altri pianeti, possibilmente senza forme di vita. Planet Dog, per essere precisi. E il suo braccio armato, quel buco in Berwick Street chiamato Ambient Soho. Una gioielleria più che un negozio di dischi, visto i prezzi dei manufatti, ma se volevi avere la panoramica di ciò che stava ESATTAMENTE accadendo in quel sottobosco psichedelico e sintetico allora dovevi recarti dentro quella porticina angusta. Macchè Sister Ray, lì ci potevi trovare qualcosa, certo… Ma per la vera realtà dei fatti era Ambient Soho il Nirvana. Weatherall-ate come se piovesse e poi tutta una serie di promo e white a cadenze giornaliere, comprese quelle superbe raccolte che costavano quanto un soggiorno in un 5 stelle ma ti davano vibrazioni migliori. Così passavamo i pomeriggi soleggiati dentro quel minuscolo ingresso, in attesa del Rave migliore, a ravanare 12” totalmente sconosciuti ma dai nomi bellissimi. Un Nirvana che non avvenne mai, ovvio. ‘Che quel Jesus Loves Bass sopra un autobus non ci ispirava gran fiducia e manco le serate in questo o quel buco avevano il mood giusto. Mica eravamo allo Shoom, per dire. Costretti ad armarci di francoboli e nottate insonni – una volta rientrati in patria – per scrivere a questo o quell’agglomerato anarcoide, foriero del DIY più caparbio, in attesa di rivelazioni. Tipo gli Spiral Tribe, i Crass della techno. Continuavamo ad avere il mito del Club Dog (senza la ‘o’ finale, quella è un’altra cosa) ma oltre una maglietta – che conservo ancora – non riuscimmo ad approcciarci. Feed Your Head dicevano, in una strana – erm… – mistura che curvava i Pink Floyd dentro i synth. Ok gli Orb e l’Ultraworld ma volevamo di più. Molto di più. Non ci bastava mai. Così, con le nostre belle felpe XXL da provinciali e i capelli lunghi ci aggiravamo per Berwick Street in cerca di flyers e 12″ pronti a ricrearci le festicciole casalinghe una volta rientrati alla magione. Quattro gatti, che credete. Quattro gatti spelacchiati e pure sottopeso (allora, oggi beh…) ma pieni di entusiasmo per quel ponte che riusciva ad unire gli Hawkwind alla Magic Mushroom Band passando per strani battiti polinesiani, i Material e i Porcupine Tree. Sembrava che la parte del mondo più consona a noi si stesse convertendo in massa. Gli Psychic Warriors Ov Gaia, Children Of The Bong, Eat Static, le discoteche a Colonia con le camere chill out di decompressione, i solstizi all’ombra del campanile, il dub sintetico, le cassette raga nelle quali mixavamo di tutto per darci un tono. Om Mani Padme Hum. Persino i Killing Joke, che sembravano darci ragione con quel monolite lungo 11 minuti in guisa di remix chiamato Requiem (A Floating Leaf Always Reaches The Sea Dub Mix). Hosianna Mantra, ma tanto mantra; ‘na bomba sotto il culo praticamente. L’elogio della lentezza.

Eppure era uno e uno solo il disco che ci stava mettendo d’accordo tutti, anzi due: Skylab #1 degli Skylab e – soprattutto – 76:14 dei Global Communication. Quello strano duo formato da Tom Middleton e Mark Pritchard, due teste d’uovo pronte a prestare le macchine a infinite permutazioni digitali, fossero esse chiamate Jedi Knights o – e qui viene il bello – Reload. Anzi due e quindi tre, ‘che A Collection Of Short Stories (a nome, appunto, Reload) uscito qualche mese prima su Infonet ci aveva davvero mandati tutti via di testa con quel suo passeggiare tra detriti e spiagge deserte di suoni, dando la stura al nostro attaccamento alla matrice ma anche a tutta una serie di vibrazioni e fonemi che avrebbero cambiato per sempre la percezione armonica del ‘nostro’ pop. Un disco catalogato sotto la voce ambient ma che ha molto di più al suo interno, stramaledettamente di più (e non solo per lo splendido libretto che lo accompagna) nei suoi 13 brani titolati come strane composizioni chimiche, prodotti farmaceutici da banco, antiche divinità ammurabiche o signori della guerra nello sperduto regno di Mu. Un disco che sembra partire nel peggiore dei modi con la trance satura da tulipani acidi di Teq. È però con Peschi che comincia la sag(r)a intergalattica: un battito sospeso nel cosmo che si dipana come una spirale di dna tra flutti di suono medievale. Progressive come degli Yes sedicenni fritti di GBH pronti ad abbracciarsi una 808, ebbri d’amore. Scale di Escher che frenano e si attorcigliano sul culo di Aphex Twin in Ahn, immaginaria colonna sonora sperduta nei boschi della Cornovaglia. E così spero di voi. E poi Rota Link, un podcast come solo HAL9000 avrebbe potuto stivare nel suo iPod. O ancora 1624 Try 621, notturno come una battuta di caccia nel bosco di Blair Witch Project. Suoni aguzzi di immaginari animali, cantici di stelle morenti, segnali digitali da qualche galassia lontana, forgiata di niente. E io, povero stronzo, sono qui a cercare di spiegarlo quando l’unica cosa da fare sarebbe approcciarlo senza pregiudizi, magari tramite quel canto gregoriano da club fumoso chiamato Ev-i-loy, quattro minuti e mezzo che da sempre immagino in mano a Mad Professor. Tralasciate le scudisciate alla gabber di Mosh e concentratevi sulla parte finale di questo monolite suddiviso in due 12”. Magari scivolando sopra quella plasticata Ehn che si mangia tutti i cofanetti di Buddha Bar dei quali ci vergogniamo ancor oggi. All’arrivo di Le Soleil Et la Mer non si puote che ringrazia Iddio o chi per lui per la vastità degli oceani. Un cantico delle creature e dell’Ecstasy. Si adagia supina su The Enlightenment e a questo proposito chiederei quei trecento e passa secondi di silenzio affinchè possa sciogliersi all’interno della vostra spina dorsale, irrorandovi il midollo di serenità. The Enlightenment è il suono del liquido amniotico che vi culla, la camera iperbarica atta a curarvi, il satellite che vi orbita attorno, lì dove il cielo al nulla s’accompagna, in un immenso mistero rivestito di rarefatta gravità. Chiude Event Horizon, desiderosa di rovinare tutto lo Stakker Humanoid che c’è in voi. Mi ci vollero mesi per staccarmi da questa Treccani evoluta, enciclopedica vastità di segnali e effetti acustici che ancor oggi porto appresso, in un Pavloviano riflesso condizionato. Datemi un soffice cuscino ambient e io fluttuo in un mare di tranquillità.

Che anni e che vibrazioni armoniche furono quei primi tentativi di 90es, troppo belli per durare, difatti non lo fecero, ma ebbero (e hanno ancora) il grande merito di averci lasciato addosso un’apertura a ‘quel mondo’ che difficilmente ci toglieremo di dosso. Furono 24 mesi universalmente buoni, il nostro 1967 declinato sul suono futuro di Londra e dell’Europa tutta, anche dopo la pioggia. Trance rock e medioevo, ritorno alla natura, smart drugs, amore cosmico, vitamine, vinili colorati e circuiti optical. Mancava Verdone, accidenti, ma avevamo un amico che poteva agevolmente sostituirlo. A Goa ci vanno i ricchi, a Ibiza i poseur che vogliono una botta di vita lunga mezzo week end, dicevamo. Prova a farlo tu, questo, in aperta campagna. Cyberdog però no eh, quelle cose le avevamo già viste un lustro prima al Movida. Un posto dove una sera non ci fecero entrare (lasciando però passare un tossico vestito da centurione romano prima di noi) perchè agghindati come ciclisti acidi. Il vero DIY te lo fai in casa, o dentro qualche buco maleodorante. Niente sesso, siamo ravers. Fanculo l’eurodisco e Tecnique, questo è punk con i piedi sporchi. I Am A Techno Anarchist, pusillanime. Ci aveva stancato subito anche Aphex Twin e il suo tetris aguzzo da Emerson, Lake & Palmer. Renzo Palmer. Parlavamo così, a scatti. Volevamo i Nitzer Ebb a 16 giri e i White Zombie remixati da Trash; i Banco de Gaia che parlavano di Tibet e gli Astralasia che almeno avevano un gran nome. O ancora Higher Intelligence Agency e Young American Primitive, per rilassarci dopo le grandi manovre. Sii ragionevole pretendi l’impossibile. Tipo mezzo accordo sospeso su un arpeggio per otto minuti. Volevamo tutto e finimmo per avere nulla. Poi ci stancammo perchè a furia di voler assomigliare ai Pink Floyd molti i quei beniamini finirono davvero col sembrarlo. E noi tornammo i soliti stronzi di sempre. Ma che disco rimane A Collection Of Short Stories, ostia. Talmente bello che vien voglia di andare a ritroso fino a quei Global Communication che – ora posso ammetterlo – diedero alle stampe il lavoro definitivo di quell’anno e di quel genere.

Michele Benetello

(2-3-4-1) I remember my dreams (Fiver #12.2018)

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“Partiamo? Dai, andiamo. Ti passo a prendere oggi pomeriggio, alle cinque.”
Dall’altra parte del filo, lo si capiva dal tono imbarazzato, la proposta preoccupava. Ma il fascino dell’avventura proibita è talvolta irresistibile. In quel caso lo fu anche per lei. Disse di sì ma nessuno dei due sapeva bene a cosa.
La decisione presa quel giorno avrebbe messo la parola fine alla loro giovinezza ma ancora non potevano nemmeno immaginarlo, lo avrebbero scoperto qualche mese più tardi. Ad averlo saputo in anticipo, almeno lui, non si sarebbe preoccupato più di tanto. Era sulla strada da quando ne aveva diciotto, ormai aveva quasi trent’ anni. Per la prima volta aveva un lavoro stabile che gli permetteva di guadagnare bene ma sentiva un’inquietudine che non aveva mai provato in precedenza. Aveva nostalgia degli anni di spensieratezza disperata dell’università, quando si guadagnava da vivere con lavoretti saltuari, con lo scrivere di musica, con qualche contratto semestrale in una radio importante, con i lavori estivi.

Era pronto a tutto, in quel momento. Non partiva per andare in vacanza. Aveva in testa un pensiero strano: non era sicuro di voler tornare. Non sapeva letteralmente ancora dove andare ma sentiva che se avesse trovato la situazione giusta si sarebbe fermato, magari a diecimila chilometri da casa. Voleva cambiare, proprio adesso che per la prima volta aveva qualcosa di stabile sotto i piedi. Si diceva che era un pensiero stupido, infantile. Se lo ripeteva in continuazione. Ma continuava a farlo.
Giunsero in aeroporto che era tutto chiuso, mezzanotte passata da un pezzo. La mattina dopo osservarono velocemente le offerte last-minute e qualche ora dopo si ritrovarono a noleggiare una macchina. In California.

Atterrare a Los Angeles in piena notte fu un’esperienza incredibile, quello straordinario tappeto di luci che si distendeva sotto di loro gli ricordò mille immagini legate alla musica che era solito ascoltare. Pensò che una foto fatta in quel momento sarebbe stata una copertina perfetta. È un pensiero che fa ancora, a distanza di così tanti anni, quando vede un panorama, uno scorcio, un viso che gli piace pensa immediatamente alla possibile copertina di un disco.
Nessuno dei due aveva mai guidato una macchina con il cambio automatico. Rischiarono di tamponare due volte mentre uscivano dal parcheggio della Hertz. Presero una stanza in un motel vicino all’aeroporto e decisero che la mattina dopo sarebbero andati verso sud.

Era l’estate del 1996.

Il problema si prospettò il giorno dopo, quando ormai avevano imboccato la freeway numero 5: l’autoradio non aveva il cd ma solo un lettore di musicassette. La stazioni radio in FM, scoprì con un po’ di sorpresa, trasmettevano soprattutto i classici del rock anni settanta. Avevano percorso poche miglia ed era praticamente in crisi di astinenza: aveva bisogno di musica giusta.
Giunti a San Diego, come prima cosa, cercò sulla cartina un negozio di dischi che si ricordava essere uno degli spacci di riferimento della zona. Trovarlo costò qualche peripezia e una serie di smadonnamenti che pareva di stare in Toscana, altro che California.
La selezione di cassette non era fornitissima, rimase però colpito dalla bruttezza di una copertina con una grafica spartana e la foto di un delfino.  Degli Imperial Teen aveva letto qualcosa sul Melody Maker. Se ne parlava in termini entusiasti e in particolare si faceva il nome delle Breeders. Ai suoi occhi il problema era che uno della band suonava nei Faith No More, aveva letto pure questo particolare.
Lui odiava i Faith No More ma amava le Breeders.

Si fece convincere, alla fine. UscÌ dal negozio, infilò la cassetta in macchina e finì per ascoltare quelle canzoni per 14 giorni consecutivi. Gli piaceva il suono di quella Telecaster suonata sempre velocemente. Gli piaceva che i due maschietti si alternassero alla voce con le due ragazze della band. Amava il fatto che sapessero spingere sull’acceleratore per poi, improvvisamente, togliere il piede dal gas. Rimase sotto quel disco come gli capitò poche altre volte nella vita. Passò sopra al fatto che quell’album portasse un titolo, Seasick. Pensava che i dischi di debutto dovessero avere solo il nome della band ma se ne fece una ragione, avevano intitolato la canzone che apriva l’album con il nome del gruppo, del resto. Una scelta che gli aveva fatto guadagnare un sacco di punti, ai suoi occhi.

La strada da San Diego li portò nel deserto. E poi di nuovo a Los Angeles ma si fermarono quasi esclusivamente sulla spiaggia di Venice. E poi ancora più sù fino a San Francisco. Tanti chilometri, tante ore in viaggio, ed una sola cassetta. Ogni tanto alzava il volume, altre volte lasciava andare la musica semplicemente in sottofondo. Si accorse che, quel disco, andava bene per tutt’e due le cose. Non sapeva se piacesse pure a lei, aveva un certo timore a chiederglielo. La sua paura era legata al fatto che se ne dovesse in qualche modo separare e ricominciare ad ascoltare quella maledetta radio.
Amava la semplicità di quelle canzoni. You’re One e Butch comprese immediatamente che erano dedicate a Kurt Cobain. La seconda in particolare pensava che suonasse come una cover dei Beatles fatta dai Chills dopo aver ascoltato i Nirvana più pop. Un pezzo memorabile, insomma. Ascoltato oggi fa ancora quell’effetto lì, del resto. Certe canzoni non riescono proprio ad invecchiare.
Imperial Teen, la canzone, gli faceva una strana impressione: la voce di Roddy si capiva immediatamente non era quella di uno abituato a stare in prima fila. Troppe fragilità, insicurezze e voglia di tenersi lontano dai riflettori. La amava proprio per quello. In seguito si ritrovò a pensare a quel brano ogni volta che gli sarebbe capitato di ascoltare la versione più eterea di Yo La Tengo.
Ma quello che lo conquistò davvero era il tono quasi amatoriale dell’album:sembrava una cosa nata in cantina o nel soggiorno di casa. Nessun tipo di pretenziosità, La semplicità vera di suonare due accordi, preoccupandosi solo di trovare la melodia giusta dove infilare un ritornello che, tempo due ascolti, non riesci più a toglierti dalla testa.

Non sa ancora se in qualche modo quel disco avesse avuto un ruolo nel suo cambiamento d’umore. Probabilmente fu la compagnia di quella ragazza che gli fece apprezzare le cose in maniera differente, più che la musica. Il pensiero di tornare a casa non era più un peso, quella presenza al suo fianco faceva in modo che le cose fossero vissute ed osservate da una prospettiva nuova. Si era liberato di un peso, si sentiva leggero, pronto a ritornare alla solita vita ma con uno spirito differente. Sentiva che aveva afferrato quella opportunità fugace che si era presentata in sorte e non se l’era fatta scivolare via dalle mani.
Quella ragazza, quella musicassetta non lo avrebbero più abbandonato.
Quando decollarono per il ritorno guardò fuori dal finestrino: la nebbia avvolgeva le colline a nord della baia. Pensò che sarebbe stata una copertina perfetta. Gli ricordava quella di un disco dei Triffids.

Cesare Lorenzi

I dischi che piacciono solo a me, credo #5

Girlfrendo – Surprise! Surprise! It’s Girlfrendo (Siesta, 1999)

Ma cosa significa esattamente indie, per te?”
Lo dice come se fosse effettivamente ignorante in materia, ben sapendo invece di stuzzicarmi. Oddio, non che sia ‘sta cima il tizio, però un moto di stizza me lo strappa eccome, perchè da quella prima classifica indipendende mai pubblicata (Numero 1: Where’s Captain Kirk? degli Spizzenergi; data: 19 Gennaio 1980) di denominazioni e mutazioni quella didascalica convenzione è cambiata un botto; e sono finiti i tempi in cui sfogliavo l’NME cercando di imparare la top ten come se fosse un passo della Divina Commedia (dell’Inferno, chiaro).
Già, cosa significa? Tutto quello che non ascolti tu, vorrei rispondere; che se va bene hai Violator e poco più in casa. Magari su cassetta. Magari stritolato tra la Morrissette e i No Doubt, perché ti vedo benissimo che sei un figlio degli anni Novanta più biechi. Uno che si comprava i dischi dei Bluvertigo pensando di avere i Kajagoogoo della Brianza. Ma sarei uno stronzetto tout court. E allora ci penso; ci penso e mi ingarbuglio da solo. E’ solo un’espressione sonora, nemmeno tanto incasellabile ‘che negli anni ci abbiamo schiaffato dentro di tutto: dal post punk più tribale agli adolescenti col ciuffo ribelle; dai dub-biosi politicizzati agli arrabbiati tout court. Persino i Depeche Mode, che erano su Mute. Pensa te. Violator, ovvio, così ti faccio contento. Non lo so, so solo che serviva per farci capire da che parte stavamo forse; ovvero in fondo, giù, nel sottoscala di ogni lista seria e laccata che si rispettasse, almeno finché quelle classifiche non hanno cominciato a mescolarsi sempre più pericolosamente e noi siamo precipitati in una confusione totale. Proprio come ora. Quindi… non so cosa significhi esattamente il termine in generale però so cosa ha significato per me.

Certo che lo so. Lo so benissimo: Ramones. Deriva tutto da loro, che sembravano stupidi ma c’avevano un tiro dritto come un fuso, tanto che nessuno è riuscito a copiarne l’impeto e la capacità melodica. Nessuno, sottolineo. L’essenza dei Ramones non aveva gravità ma un batterista con i fiocchi, preciso, diretto e senza troppi fronzoli. Un po’ come Charlie Watts. Provateci voi a rifarlo, un missile così. Un missile di Beach Boys e Phil Spector, di Dusty Springfield e Monkees. Privo di pertugi nei quali incunearsi e scevro da sbavature che invece gli accoliti hanno usato come piede di porco. Ne han preso e mangiato tutti, dal Galles alla Scozia, da Olympia ad Athens, da Colonia a Stoccolma. Spesso con l’aggravante del ‘decentrato è bello’ che ti poteva giustificare dall’imbarazzo dell’incapacità. Almeno per un po’.
La mia indie è questa, è fatta di ragazzini stronzetti ed entusiasti che non sanno suonare (a differenza dei Ramones, checchè i soloni si siano sperticati a sottolineare il contrario per decenni) ma ci mettono ciuffi di capelli colorati, fusa e urletti. L’indie è fatta da 120 secondi di Talulah Gosh o Bis, Flatmates o Urusei Yatsura o – ancora – questi Girlfrendo. Che arrivavano da Goteborg e – fossero stati scrittori – avrebbero fatto sembrare Carver un adiposo cesellatore di parole. Dei Ramones spogliati dalla velocità, appunto. O dei Beach Boys implumi e senza alcuna perizia, dei Lloyd Cole con il viso impastato di mele caramellate. Ragazzetti infreddoliti capaci di permutare due accordi scozzesi – spesso al ralenty – declinandoli al grigiore svedese, srotolando un’unica incessante canzone per tutta la loro – parca, invero – discografia. Surprise! Surprise! It’s Girlfrendo uscì nel 1999 per la rispettosa Siesta, dopo aver trovato asilo (giusto l’anno prima) tra i sudditi del Sol Levante tramite la malinconica Bambini Records. Già potremmo chiuderla qui.

Gruppo da singoli invero, il quintetto svedese, tra i quali non dovrebbe mancare quella miagolosa freccia in faretra chiamata Gives You a Lovebite (Piao!, 1997) che è puro zucchero non raffinato, pronto a farvi esplodere il colesterolo con la sua aria da Teenage Kicks al luna park. Non è inclusa in questo debutto ma ne porta appresso l’incipit in quasi ogni canzone, che sono 15 e si snodano in un continuum deliziosamente noioso. Quadretti pop da burro e marmellata, buoni come sottofondo per una mattinata primaverile di pulizie casalinghe, anelanti all’Inghilterra ma per loro natura già Brexit. Linee di basso tweepop (Homework); gattine che squittiscono (Make Up); vapori èl Records (Air); spazzolate Bacharach irrorate di vodka dozzinale ai party di fine anno scolastico (Sad Birthday Song); Cocktail Music bondiana (12); modernismi fuori luogo e per questo irresistibili (First Kiss Fellings Vs Everyday Sensations); singoletti sixties (Cat Heaven); interludi giamaicani (Girlfrendo Sound System); elettropop senza ipofisi (Crushed); piccoli e inconsapevoli capolavori (Delicatessen, ove si inventano letteralmente i Camera Obscura). Quindici stramaledetti pastelli da tre minuti che si spremono le meningi per quadrare un cerchio alle cui estremità stanno Sheena Is a Punk Rocker e Common People. Senza gli strumenti adatti. Un pi greco infinito e per questo destinato a fallire.

Tutta roba assolutamente inutile, ne convengo; e totalmente riciclabile. Un po’ come quelle caramelle con il frizzante dentro, di quelle che ne avresti ingurgitate cinquanta, una dopo l’altra, prima di stramazzare a terra con le coliche, maledicendo te e loro. Difatti è morta, ricoperta di marshmallow colorati e riverberi, di coretti 60es e accordi approssimativi. Andata, finita, kaputt. Come i Girlfrendo, appunto. Che dopo un’ulteriore album (So You Are Here Again, Shadow? Bambini, 2001) schiatteranno senza infamia né lode prima di riciclarsi come lampade votive del lo-fi sotto la denominazione Love Is All.

La mia indie è pop, non rock e fa il paio con la mia indole. Vi possono essere gli svolazzi di cosce dei Saint Etienne ma non i Belle And Sebastian (che sono già qualcosa d’altro, troppo impreziositi da acume cerebrale post Morrissey). No, l’indie è birra, ormoni, jeans da varicocele, chitarrine sempre sull’orlo dell’accordatura e ventidue anni. Io che ne ho più del doppio e forse quasi il triplo (mai stato acuto in matematica) posso solo osservarla col disincanto di una pinta, grattandomi l’ombelico e dandovi un morso, anzi ‘A Lovebite’.
Senza cadere nel tranello di quei tristoni degli Editors. Quella si chiama fuffa, e non bastano classifiche di sorta per contenerne il piagnoso olezzo.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #4

David Devant & His Spirit Wife – Work, Lovelife, Miscellaneous (Kindness, 1997)


Per un motivo ben preciso – che non è interessante e non starò qui a rivelare (se proprio volete allora scrivetemi in privato) – sto setacciando i cassettoni dei 45 giri dopo settimane di rimuginamenti infiniti. Ho una missione da compiere, la stessa che puntualmente va ad infrangersi dopo soli cinque minuti, quando riscopro manufatti dimenticati, perdendo così di vista il mio fine ultimo: l’ordine. Un tuffo in anni glabri, negozi polverosi, sorrisi tirati e bande neglette. Anche serate da arresto coatto in sovrappiù certo, che l’inseguimento dei bobbies dalle parti di Finchley Road alle 4 del mattino di ritorno da un concerto dei Servants (i Servants pre-nanosecondo di successo) sono tra le cose più indelebili di sempre. Ero innocente Vostro Onore, e la storia mi darà ragione. Buoni propositi che appunto si infrangono alla prima sorpresa. Manco io so più cosa ci sia esattamente dentro quei cassetti, ma oggi l’entusiasmo ha toccato vette altissime scovando incidentalmente alcuni 45 giri del gruppo più grande del mondo. E dunque per sua natura dimenticato e destinato all’insuccesso. Benvenuti nel magico e chiazzato mondo di David Devant & His Spirit Wife. Un Circo Barnum di stranezze, eccentricità vittoriane e magie. Soprattutto magie. Del resto prendevano il nome da un illusionista britannico del secolo scorso, aduso a chiamare sul palco lo spirito della moglie defunta. Avrete già capito dove si va a parare, vero? Dalle parti in cui sguazzo come un facocero in calore. Non mi dilungherò, perché credo necessitino molte più battute per illustrare al meglio la follia di questi quattro ‘idiot savant’, ma il tempo è tiranno, quei cassetti ancor di più e dalla nuvola di polvere sprigionatasi si intravedono delizie.

Banda di matti, i David Devant & His Spirit Wife. Banda formata da The Vessel (Mickey Georgeson) in combutta con Foz Foster (un ex Monochrome Set) ai quali vanno ad aggiungersi altri due loschi personaggi. Teatralità a go-go, eccentricità e humour britannico, i baffetti del Ferry ma anche quelli di Ron Mael, i lustrini di Ziggy e lo zigzagare dei Deaf School, le stravaganze, la teatralità, i mantelli magici, gli atteggiamenti alla Elvis sotto anfetamina, le movenze da Jobriath etero e corvino. TV, T-Rex e tricologia a mille. Georgeson ha l’aplomb di un Nick Cave nel corpo di David Essex, o di un Tom Waits ai tempi del glam rock, gli altri truci guasconi fan sembrare i Sigue Sigue Sputnik dei carnascialeschi mocciosi. Insomma: un delirio. Al quale in sovrappiù si unisce un ombroso personaggio addetto alle proiezioni (chiamato, ovviamente, The Lantern) e gli Spectral Roadies, due figli di buona donna – Iceman e Cocky Young’un – a far gli imbonitori sul palco con giochi di prestigio, sghignazzi e illusionismo spiccio. Puro ottocento e vaudeville, mancano solo le lozioni miracolose per capelli (ma il nostro ne è alquanto fornito, tanto da sembrare un emaciato poster di Eraserhead), Arthur Conan Doyle e la donna barbuta. “Venghino, Siore e Siori”. Sul palco ne combinano di ogni: The Vessel spesso entra adagiato sopra un tappeto volante, i video sono liquidi e pare di essere a metà tra l’UFO Club, lo Shoom e l’Exploding Plastic Inevitable Show, l’atmosfera è vittoriana piuttosto ed anzichenò. Moriarty e A Lad Insane, pozioni magiche e assenzio. Il pubblico va fuori di testa e i nostri osano sempre più: a Brighton durante uno spettacolo il capelluto si fa sparare in galleria da un cannone e a momenti ci lascia le penne. Mark Radcliffe di Radio One si dice entusiasta, al Phoenix Festival del 1996 rubano la scena agli osannatissimi Marion. Ci sono tutti gli anni settanta schiacciati a forza dentro il brit pop, i Cockney Rebels impastati sui primevi Manic Street Preachers, i Blur prodotti da Charles Dickens, i Pulp a scuola dagli Wizzard, Kim Fowley che impartisce lezioni di galateo ai Menswear. A tutto ciò aggiungete Pimlico, il più bel debutto su 45 giri di sempre (no, non è vero: non rientra nemmeno nei primi tre. Ma vi sono legato per 999 motivi) e un album d’esordio (Work, Lovelife, Miscellaneous, uscito dopo Don Spirit Specs Now!, autoproduzione su cassetta) che, nonostante i proclami della stampa, lo sberleffo situazionista fuori tempo e un discreto battage pubblicitario, diviene il flop commerciale dell’anno (solo n.70 nelle classifiche) affondandoli da allora e per sempre. Non vi ho nemmeno lontanamente incuriosito? Poco male, che la storia si compia.

Work, Lovelife, Miscellaneous esce nel 1997, l’onda lunga del brit pop si è già infranta verso Brighton o giù di lì, ovvero esattamente da dove provengono questi femminei Art Brut ante litteram; Keane e Muse hanno portato l’imbarbarimento; le strade sono vuote; le tutine Adidas andrebbero smacchiate ma nessuno ha più la voglia e la forza per farlo, presi da un hangover ventricolare. Il riflusso ha una felicità forzata impressa con inerzia. L’album esce in gloriosa edizione gatefold supportato da un poker di eterogenei singoli e – oggi – trovate il tutto al prezzo di un pacchetto di Camel morbide. Dentro vi è il più folle e contagioso coacervo di suoni pop britannici mai sentiti, odorerete le strade della capitale percorse da carrozze, vi sembrerà di scorgere Uriah Heep (non la band) che si tinge la chioma e si bistra gli occhi con un vezzo, o di sentire i balli di corte e Sir Francis Bacon. In Work, Lovelife, Miscellaneous vi è il miglior art rock sibillino di sempre e – soprattutto – non vi è un grammo di Oasis o assimilati. C’è però lo Spencer Davis Group che si fa Bowie nell’iniziale Ginger (estratta anche su singolo) stupefacente idioma glam retromaniaco, e con essa altre 11 stralunate canzoni dove Lie Detector (altro estratto a 45 giri) pare la più astrusa con la sua elettronichetta da video games senza capo né coda, buona per dei Denim vestiti bene. The Last Ever Love Song suona cinematografica e assolutamente in tinta per la festa studentesca di Hogwarts tanto che persino Jarvis Cocker avrebbe gradito. I Think About You pare provenire da un punto imprecisato di Modern Life Is Rubbish, se solo Modern Life Is Rubbish fosse uscito nel 1974; Parallel Universe riesce nella titanica impresa di unire Little Tony e Suede; Re-Invent The Wheel ha le stesse chitarre di Mick Ronson tanto che non si fatica ad immaginarlo roteare il braccio con la zazzera bionda e una sigaretta penzolante, e pare altresì strano che Bowie non se ne sia accorto all’epoca, saltando dalla poltrona. Ballroom è null’altro che un flamenco di Marc Almond a 78 giri; This Is For Real (ulteriore singolo) è il pezzo forte e l’unica vera pepita brit pop comunemente intesa di un album privo di vere coordinate, un sugoso anthem che avrebbe meritato ben altra fortuna con quella veemenza da Elastica con due coglioni così. O da Mansun che tratteggiano girini Franz Ferdinand/Boo Radleys. E ancora I’m Not Even Going To Try che ritorna ai fasti dei Denim e dei Chicory Tip, una Girls & Boys autistica. Riprendo fiato e colorito per dirvi che le cose si placano un po’ con Light On The Surface, ballata alla Donovan. Il tutto finisce ovviamente sulle note di Goodnight, un ologramma temporale nel quale non è difficile visualizzare Graham Coxon dentro il tour di Hunky Dory. Pare brit pop ma non lo è, così privo di quell’aurea hip e anzi indugiante in moti rivoluzionari d’inizio settanta. Work, Lovelife, Miscellaneous è il più bel disco di glam rock dimenticato e fuori tempo massimo, un disco che sembra copiare alcune corrazzate del tempo (Suede, Blur, Pulp) ma con il sospetto che la canzonatura sia sempre dietro l’angolo. A remare contro vieni risucchiato dalla corrente, succede così che Georgeson e compagnia vadano ad immolarsi per peccati mai commessi, sparendo subito dai radar della discografia britannica.

Ci sarà tempo per altri due dischi (bello Shiney On The Inside, del 2000) e una raccolta, ma nulla sarà come prima. Eddie Argos degli Art Brut lo prenderà a modello per il suo art rock sghembo e stratificato (anche quello destinato a FALL-ire), ma l’Houdini del post brit pop sparirà sotto una coltre di indifferenza. Infantili, ironici, menefreghisti, finanche troppo genialmente stupidi per competere con i salmi responsoriali dei coevi Coldplay, David Devant & His Spirit Wife sono stati la quintessenza dell’art rock britannico, quello perdente e senza alcuna speranza per sua stessa natura. Sorta di stralunati Roxy Music sorpresi a chiedere l’elemosina agli angoli delle strade. Oggi Georgeson è docente all’Università di East London, ha ripreso il suo nom de plume e riporta in giro lo Spirit Wife in sporadiche e sommesse apparizioni sui palchi. Parafrasando il solito Wilde ha messo nella sua vita il genio, nelle sue opere solo il talento. Ce lo siamo fatti bastare.

Michele Benetello

And all I got left is this shit attitude (Fiver #11.2018)

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Parquet Courts è il gruppo che parla alla mia coscienza. Uno dei pochi rimasti. Mi dice che non è ancora tempo di mollare, che i vecchi rituali hanno ancora un senso: mettere un disco sul piatto del giradischi e premere il tasto play, per esempio.
Ricordi, sensazioni, vissuti ancestrali, migliaia di canzoni ascoltate anno dopo anno, letture, concerti, discussioni, tutto per vivere quel momento ancora una volta: sentirsi a casa, finalmente.
Un ritorno a se stessi e al mondo, verso l’inizio, verso quell’inconoscibile che mi appartiene da quel giorno che ascoltai per la prima volta le note di Radio Free Europe. Trentacinque anni fa.
I Parquet Courts suonano come una razza in via d’estinzione.

PARQUET COURTS – WIDE AWAKE!

Sei anni fa pubblicarono un disco clamoroso, da tutti accolto come un esordio anche se in realtà non lo era davvero. La stampa specializzata lo elogiò con un certo distacco. I discepoli dell’ Ancien Régime come noi si fecero conquistare all’istante.
L’anno successivo, il primo concerto in suolo italico. Una roba da biglietti in prevendita, trasferta come si faceva un tempo, SG al gran completo. Convinti di trovarsi dinanzi ai nuovi Sonic Youth. Del nostro stesso avviso altri 35 disperati, sopravvissuti a chissà quale epoca. Ci eravamo immaginati la salvezza dell’indie-rock e ci ritrovammo tra le mani una band che non ne voleva mezza di indicare una via d’uscita. Meglio così, in fondo.
Nel frattempo hanno pubblicato un disco all’anno, come si faceva una volta, tra collaborazioni anche sorprendenti (l’ultima in ordine di tempo con Daniele Luppi) e pure un disco solista (quello di A. Savage) splendido. Preludio all’ inevitabile cambiamento. Il tempo sarà pur un’illusione ma intanto una metamorfosi diventa necessaria, come se fosse una questione di sopravvivenza.
Lo si capisce fin dalle scelte più banali: Danger Mouse alla produzione con gli inevitabili allarmi che scattano manco ci fosse uno tsunami in arrivo e relative scene di panico. Poi ti accorgi che al massimo suona come un brano della Blues Explosion e tiri un sospiro di sollievo. Il nuovo disco può arrivare. Noi saremo al nostro posto, come sempre.

PARQUET COURTS – Almost Had To Start A Fight / In And Out Of Patience

I primi 90 secondi suonano come i Fugazi, alla faccia di aver assunto dietro il desk uno dei maggiori produttori pop del momento. Tanto che ti chiedi che senso abbia. Sembra solo una maniera di sparigliare le carte in tavola pur sapendo fin da subito che alla fine indosserai le stessa vecchia camicia e finirai per accendere il solito amplificatore. Con un pizzico di funk bastardo, vigliacco, sporco e assassino che farà capolino qui e là……. Funky music playing in my head…che spettacolo, ragazzi!

COURTNEY BARNETT – Need a little time

Non so come sarà il nuovo album di Courtney Barnett. Non m’interessa proprio, a dire il vero. Per quanto mi riguarda potremmo fermarci pure qui, a questa canzone.
Primo: adoro il tono scazzato con cui canta.
Secondo: avrei anch’io bisogno di un attimo di tregua.
Terzo: ho pensato ad Evan Dando.
Quarto: ho ascoltato i Big Star, subito dopo.
Quinto: c’è speranza, alla fin fine!

ELEONOR FRIEDBERGER – In Between Stars

Mi immagino a guidare una cabrio, su una qualsiasi delle autostrade che da downtown portano a Santa Monica. Fermarsi al semaforo proprio sotto il palazzo della Capitol Records. Tower Records è lì a due passi, sul Sunset Strip. Le vetrine espongono la pubblicità del nuovo Stevie Wonder, Innervision è un capolavoro e non si ascolta altro. Anche noi bianchi, piccolo borghesi, che amiamo il rock ma certi dischi, insomma, sono di un’altra categoria, non c’è neppure bisogno di spiegarlo.
Il nuovo singolo di Eleonor è una roba così: ti fa battere a tempo il piedino. Ha un groove leggero e un velo di malinconia che ti prende la gola.

It happened so very long ago
We don’t know when or how
Nobody knows what we’re doing here even now

Una canzone come se il punk non fosse mai esistito. Come se fosse il 1973. Non so esattamente se sia una buona cosa ma ogni tanto lo è di certo. In quei momenti prima che mi venga voglia di ascoltare gli X di Exene Cervenka, per dire. LOOOS ANGEEELEEESS……

CAVERN OF ANTI MATTER – Make Out Fade Out

Uno dice Stereolab per comodità che sfocia nella pigrizia. Ma Cavern Of Anti Matter stanno prendendo una direzione che con il passato ha poco da spartire, ormai. Se vi interessa come registrano in studio leggete The Quietus ve lo sanno spiegare meglio di quanto io possa provare a fare, ma è tutta una storia di incisioni che vengono riprese, smontate e rimontate. Di sintetizzatori e parti di pc che non ho mai nemmeno sentito nominare. Una di quelle faccende da nerd che agli ignoranti come il sottoscritto piace da morire, del resto parlate con uno che ancora oggi crede che Kevin Shields sia un fottuto genio. La verità è che questa roba qui suona alle mie orecchie come qualcosa di inedito, nonostante le influenze che con un po’ di buona volontà diventano riconoscibili. Proprio questa difficoltà di collocarsi, di muoversi in un territorio che non si capisce bene, di suoni e ritmi che ti lasciano stupito e interdetto, è la forza di canzoni assolutamente singolari, per certi versi assolutamente irripetibili.

CESARE LORENZI

I dischi che piacciono solo a me, credo #3

Bang Bang Machine – Eternal Happiness (Ultimate, 1994)

C’è stato un tempo in cui ho avuto un passato. Quei primi anni novanta pieni di stupore e risvegli mattutini invasi d’entusiamo a buon mercato. Un tempo foderato di grandi dischi, pietre miliari, coscienziose opere su 33 giri, linee blu e avventure nell’ultramondo. Tempi in cui Londra era raggiungibile ad ogni giro di luna, e con essa imprescindibili pellegrinaggi a questa o quell’etichetta, che – vi parrà strano – sorgevano come funghi e altrettanto celermente sparivano tra le pieghe della memoria e dei codici postali incollati con francobolli e certosina pazienza. E così, tra un giro dagli Zion Train (una vera e propria impresa arrivare in quella sperduta zona della capitale, in quel gennaio gelato, sorprendendoli al missaggio di una session con Sly&Robbie), una cena da Wong Key assieme al triumvirato della Hydrogen Dukebox, un inseguimento notturno agli Shamen o un appuntamento con i Pop Will Eat Itself capitò che – un pomeriggio particolarmente mite – ci recammo in quella che, per noi scostumati viandanti della provincia dell’impero, ci sembrava in quel preciso istante l’etichetta con le E maiuscola, ovvero l’Ultimate.
In quel 1994 aveva un carnet di lusso oltre che saldamente afferrato lo scettro delle nuove musiche pronte ad invadere l’Inghilterra. Nello specifico quello strano bolo indie frullato da tenui dentature sintetiche, rivestito di domopak ambient o che – semplicemente – strizzava l’occhio all’elettronica più danzereccia. Bei tempi, l’ho detto, e sfiderei molti (ma non tutti) a trovare qualcosa di analogo oggi. Come che sia si afferrava un volo utile su Monarch Airlines e a cadenza da modello F24 si partiva a fare incetta un po’ ovunque. Quel 1994 non faceva eccezione. Ci eravamo studiati un piano d’attacco infallibile: due etichette al giorno intervallate dal Record And Tape Exchange più vicino. Una macchina da guerra perfettamente oliata con una testa di ponte che era un passepartout infallibile. Molto più anziano di noi, con moglie e figli (non sempre al seguito) e un giro di contatti semplicemente strepitoso. Uno al quale Sister Ray apriva il caveau o semplicemente ammainava il Gran Pavese al suo palesarsi, annunciato da un fax proveniente dall’Italia. Un metro e novanta d’uomo con un passato da cestista ed un presente che ignoro avendolo perso di vista suppergiù all’uscita dei Bluetones.
Insomma, quel giorno – preso da immacolata bontate – mi disse: ‘oggi io e te andiamo all’Ultimate, piglia un paio di copie del giornale per cui sputi inchiostro e lascia fare a me’.
Obbedisco.
Glorioso fu quel settembre degno di tal nome, un settembre come solo negli anni novanta si riusciva a declinare, un settembre nel quale – armati di eccitazione e pazienza – setacciammo Camden in cerca di quel buco maleodorante. Qualche viuzza e un paio di diottrie dopo lo trovammo, sbirciando semplicemente su minuscoli campanelli dalle improbabili calligrafie. Suonammo e una graziosa pseudo crusty dalla pelle diafana venne ad aprirci; non fece in tempo a lasciare uno spiraglio in quella porta a vetri che l’omone vi si gettò come si fosse gettato su furibondo rimbalzo a tre secondi dalla fine. Con una dialettica da rivenditore di Folletto le fece intendere che, se non eravamo i Lester Bangs della Pianura Padana, almeno allo status di Nick Kent ci andavamo appresso di un’inezia.
“La sventurata rispose”.
Una porta a vetri da videoteca porno, due scrivanie piene di vinili e un sottoscala infernale nel quale immaginavamo stivato ogni ben di Dio. Ci guardammo stupefatti: avevano in catalogo i Senser, gli Eat Static, Banco de Gaia, 8 Storey Window, Sidi Bou Said, Children Of The Bong, Belltower, Levitation e – friccicore maximo – i Bang Bang Machine. I Bang Bang Machine! Ci sentivamo predestinati dal Signore per essere giunti al cospetto dell’etichetta che stava per pubblicarne l’album. Nulla o quasi sapevamo di quel quartetto, eccetto le solite due righe sul NME e l’altrettanto solito John Peel, che ne aveva marchiato a fuoco Geek Love (stupefacente EP) inserendolo al numero 1 della sua Festive Fifty del 1992. Lì, sulla sommità, a precedere PJ Harvey, Ministry, Wedding Present, Fall, Sonic Youth e Pavement. Mica pizza e 12”. Era, naturalmente, introvabile dacché edito su fantomatica Jimmy Kidd Rekordz che noi, merdosi provinciali, manco sapevamo pronunciare.
Grande fu la delusione nell’apprendere che l’esigua tiratura di quel singolo (ormai assunto a vero e proprio Sacro Graal) era stata bruciata nel giro di una settimana. Però. Però, disse l’avvenente biondina (o era castana?) non vi mando via a mani vuote, aspettate qui. Scese lungo quel fetido sottoscala per ricomparire un quarto d’ora dopo con un raccolto vinilico che avrebbe fatto piangere di gioia Mosè. Di Geek Love manco l’ombra, ‘che le eccitazioni nella vita te le devi guadagnare. Faceva bella mostra però una doppia copia di Eternal Happines (l’album d’esordio) in edizione limitata con Ep in omaggio, oltre ad una messe ‘due per’ di gran parte del loro catalogo annuale. Pesava assai. Lasciammo un po’ di copie della rivista ‘per la quale sputavo inchiostro’, qualche chiacchiera di prammatica e la promessa di tenerci aggiornati a vicenda tramite carteggi epistolari prima che una frettolosa stretta di mano ci rimandasse fuori nell’aria frizzante di un caotico quartiere londinese. Manco le donne ci davano benserviti così concreti, accidenti.
Cercammo Geek Love in ogni anfratto di quella metropoli per una settimana, setacciando ogni fottuto buco che avesse la parvenza di un negozio di dischi. Era una caparbia missione, che si risolse in un nulla di fatto. Il ritorno a casa fu mesto quanto una copula di suini sotto un temporale. Almeno finché non misi sul piatto proprio quell’Eternal Happiness e – immaginereste? – mi fece ringraziare il sussidiario che i romani si fossero fermati al vallo di Adriano. Era esattamente il disco che – lì ed allora – stavamo aspettando. Un melting pot drogato di psichetronica, vocalizzi alla Cocteau Twins, riverberi, bassi tellurici, italo disco (Technologica, pura Valerie Dore strafatta di MDMA). Un impianto rock scivolato sopra dei giradischi. Un doppio vinile che per mesi faticò ad allontanarsi dalla puntina: c’erano i Police per la generazione rave di Give You Anything, il sospiro indie in levare di A Charmed Life, l’umbratile nostalgia per peccatucci d’inguine di Bloodlines, i possenti muscoli d’ebano alla House Of Love di God Based Angels On You (Destroy The Heart è giusto dietro l’angolo). O ancora gli Invaders Of The Heart che giocano ai Red Hot Chili Peppers con gli Orb in cabina di regia nella sublime Love That Burns. Se dev’essere anni e C90 allora che lo siano appieno, come le chitarre di Moon Jelly dimostrano. Che disco, Eternal Happiness! Un disco che – nonostante il massiccio appoggio di John Peel – venne stritolato da ben più titolati colleghi; un disco che nemmeno una produzione cristallina ad opera di Craig Leon e Ray Shulman dei Gentle Giant (tanto per sottolineare l’assioma come, in quegli anni, tutto potesse essere ancora possibile, e il meticciato ancor di più) riuscì a sollevare dall’oblio.
A proposito, ne manca una vero? Esatto: di Geek Love, anche qui, nemmeno l’ombra. Cassata di brutto e inspiegabilmente dalla scaletta del long playing. Dovetti accontentarmi di un nastro gentilmente concesso dal maritato cestista e fare di necessità virtute. Sacro Graal era e Sacro Graal rimase, almeno fino a qualche tempo fa quando – a dimostrazione che tutto appartiene a chi sa attendere – in uno scatolone sperduto lungo i forforosi sgomitanti in qualche fiera del disco mi apparve in tutta la sua beltà. Jimmy Kidd Rekordz, parbleu! I due euro meglio spesi dell’intera vita, con buona pace di Discogs che lo quota giusto un caffè in più.
È qui vicino a me ora, e continuo a chiedergli come potrei fare per spiegare quel suo intreccio sonico tra gli Adorable di Sunshine Smile e i Cranes spogliati dal goticume; o come solleticarne l’acquisto all’infedele che mai avesso potuto approcciarne il profumo, il suo ergersi a tradimento quando scoppia in un abbeveratoio di lacrime e ologrammi Sugarcubes. Splendido nel suo nascondersi agli occhi, conscio che sia questo il vero lavoro di un diamante: celarsi. Lo guardo e mi dico che solo dei pazzi o dei geni potrebbero dare alle stampe un disco screamadelico edificandolo su delle campionature tratte da Freaks di Todd Browning. Non risponde, così passo la palla a voi, sperando stiate digitandone il titolo su Discogs, corazzati dal vostro Paypal. Già che ci siete anche Amphibian (Ultimate, 1995), secondo e ultimo atto prima della diaspora coatta, non disdegnerebbe di trovare la via di casa vostra. È un consiglio del cestista, fidatevi.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #2

THIRTEEN MOONS – Origins (Wire Records, 1987)

La scena è quella solita di un imprecisato e nuvoloso momento degli – altrettanto soliti, imprecisati e nuvolosi – anni Ottanta: una 127 blu con più chilometri che granelli di polvere pronta a scarrozzare quattro campagnoli che si ritengono viveur in un lontanissimo locale, agghindati come dettame dell’epoca impone. Cioè male. Comunque un’epifania avere il poker di disagiati tutti assieme. Era raro insomma che le convergenze astrologiche facessero sì che l’amalgama si accorpasse per qualche serata. Una volta a causa dei soldi, l’altra a causa delle possibilità economiche di casa (la terza per colpa della pecunia) le uscite erano davvero rare, e per questo più sentite. Si preferiva rimanere al bar, con le patatine e la spuma, contando le monetine, a fantasticare o piangersi addosso su quanto potesse essere stato bello vivere lungo le arterie dei giri che conta(va)no piuttosto che in quello sputo beghino dove gli autobus erano ancora chiamati ‘filovie’. Almeno fossimo stati sabaudi, ci sarebbe stata una forte connotazione retrò tutta panna e zenzero a darci manforte e a farci credere d’essere baciati dalla grazia del giusto. Zero, invece. Il solito infame set di Signore e Signori e dialetto da Lino Toffolo. Roba da groppo alla gola, buon dio. Non ricordo quanto costasse il biglietto d’entrata, ma ricordo benissimo le paturnie per arrivare in quel buco buio e maleodorante, situato proprio sotto una pizzeria. Niente parcheggio, una provinciale a lambire le natiche di quella 127, novanta minuti di strada – spesso dissestata e buia – e l’ansia di riuscire a far bastare la benzina a quel serbatoio sempre troppo secco. Roba che in tempi pre social era come andare in Svezia per qualche gara di sopravvivenza spinta. Eppure eravamo tutti gasati al punto giusto, tutti prevedibili. C’era chi si sarebbe ubriacato (con quali soldi non era dato a sapere) dopo una ventina di minuti, appena abituatosi al buio e al terzo pezzo dei Sisters Of Mercy (non io, sottolineo); c’era chi ci avrebbe fatto smadonnare per volatilizzarsi con la prima donzella procacemente regale (il padrone dell’auto. Ovviamente sempre ‘non io’) e c’era chi avrebbe fatto tappezzeria su qualche divanetto, con una bevanda troppo presto calda, che a farci bastare le cose correvamo sempre il rischio di rovinarcele. Tappezzeria assieme a me, sottolineo. Eppure, con la solita pecetta dei ‘bei tempi andati’ sapevamo che su quei divanetti io ‘e l’altro’ non ci saremmo divertiti, ma Parigi val bene una messa, no? Eppure, a dispetto di cotanta tracotanza mascherata da armatura emotiva a me, di Sisters Of Mercy e paccottiglia varia, importava men che nulla. Eran ben altri i dischi che portavo silenziosamente nel cuore e tra i polpastrelli, senza trovare corrispondenza d’amorosi sensi in qualche altro essere umano autoctono. I Breathless di Three Times and Waving, ad esempio. Gli Shamen di Drop, pure. O ancora i That Petrol Emotion di Babble, i Boohoos di Moonshiner. I Felt, Anne Clark, gli Yargo, gli Stump, i Microdisney. I Deacon Blue di Raintown (per Dignity, ovvio, mica mi ero granché avventurato oltre a quei tre minuti di solchi). E la pepita magna: i Thirteen Moons di Origins. Soffuso manufatto che non avevo il coraggio di diffondere all’altra metà del cielo per non incorrere in epiteti che, in quella provincia tutt’altro che accesa dal sacro fuoco del cambiamento, avrebbero potuto crearmi grane, noie e grattacapi. Me lo immaginavo bene il contesto: “i tuoi amici ascoltano Sister, Strangeways, Here We Come, Music For The Masses, Darklands. Finanche Appetite For Destruction… E tu mi esci con questa sciacquatura di trombette e filicorni? C’è qualcosa che devi dirmi, per caso?”. Avrei voluto ribattere che Strangeways, Here We Come non era così distante da Origins, se “proprio proprio”, soprattutto facendo la tara a Johnny Marr. O che i miei amici non avrebbero mai mai mai potuto capire la grandezza di un pezzo come Suddenly One Summer (che mi precipitai a scovare anche nel formato su 12”), un pezzo dove parevano volerti dipingere l’imbrunire di primavera spalmato su un rosso fuoco, o l’aurora boreale che ti si dipana dallo sterno; ma non volevo sembrare presuntuoso e, soprattutto, incorrere in qualche equivoco, così – da allora e per sempre – rimasi in religioso silenzio senza comunicare ad anima viva (che avesse i peli o meno) la mia infatuazione per i Thirteen Moons. Lo tenevo per me insomma, e sono ancora assolutamente convinto d’aver fatto bene, è per questo che il mio outing selvaggio odierno spero possa servire di lezione a qualche anima palpitante e serafica. Un disco notturno, jazzato nel senso meno cerebrale del termine, sprofondato in un pop impalpabile al cui confronto gente come i Prefab Sprout sembravano i Soft Cell di This Last Night In Sodom. C’era poco o nulla dentro Origins, un ellepi edificato su assenze e alcuni grumi di suoni spazzolati. Vecchie ricette e una farmacopea nemmeno troppo originale ma funzionale: canzoni pizzicate provenienti da uno spazio/tempo imprecisato, rigurgiti di anni ’20, banconi di pub e abbandoni di guerra, afflati operistici, brughiere maledette. Un disco che è una permutazione magna di “Heathcliff avevi un carattere come la mia gelosia”. Cose così insomma, e sfido chiunque a darmi torto nel non averlo voluto rivelare al mondo.

A proposito di Svezia: proprio da lì veniva questo straniante terzetto che tutto deve aver assimilato nella sua breve vita eccetto il rock and roll. Tre personaggi dai nomi impronunciabili titolari di altrettanti album (tra i quali Origins era situato esattamente in mezzo) prima di sparire senza lasciar cospicua traccia ai posteri. Come avrei potuto darli in pasto alle fiere di paese? Avevo già approcciato Little Dreaming Boy, giusto un anno prima, e mi ero convinto di aver buttato quelle sudatissime lirette in 14 tracce da femminielli. Troppo tenue, troppo impalpabile nelle costruzioni, troppo scevro da vere e proprie canzoni con i muscoli. Niente filosofia di strada, nessuna università della vita, nessun segno di ‘maledettismo’ così in auge. Me tapino. Rimediai con Origins, che una seconda chance la meritano tutti (lo imparai a mie spese con gli Stone Roses, di lì a poche lune). E improvvisamente capii. Capii la grandezza di una musica senza tempo, debitrice d’arsenico e vecchi merletti come da Satie; una musica che prendeva in egual misura dai citati Blue Nile come dai Talk Talk di Laughing Stock (anticipando questi ultimi, invero) mettendoci in sovrappiù quell’humus muschioso caro al nord europa. Una musica che sapeva di neve come di fiabe, che aveva tracciati siderali al suo interno. Una musica finanche sofisticata lasciata crepitare tra licheni e strumenti non tradizionali quali oboe, violoncello, filicorno e synth minuti. Ma non si incorra nell’errore di associarli a cerebralismi vari o pedanterie armoniche, non vi è nulla di serioso dentro Origins, semmai è una puntuta e aguzza Lancia di Longino che vi si infila nel costato a solleticare nostalgie. Insomma, tanto per rimanere al freddo: dei Fra Lippo Lippi evirati dall’angst Joy Division. O degli Eyeless In Gaza riconvertiti al Vangelo di Nicodemo.

Scoprii che Billy Bragg li aveva voluti appresso a sé nel suo tour di quell’anno, ma – soprattutto – scoprii Origins. La traccia iniziale ma anche l’album. Camere d’eco chitarristiche care a Viny Reilly pronte per la caccia alla volpe. E poi Mowgli And Baloo, che è fatta di niente ma è fatta benissimo con quelle cattedrali di silenzio. E che dire di As The Dreams Meet the Soil? Che se mai c’è stato un brano composto sugli spazi lasciati vuoti dal saltabeccare delle note è proprio questo. File Under: miglior apocrifo mai scritto dal citato Reilly. E se della magnificenza di Suddenly One Summer s’è già disquisito allora che due parole siano spese su quella Camera Obscura (manca solo l’harmonium di Nico) chiamata La Lumiere, tira (e trita) lacrime come poche. Ma due ulteriori parole due vorrei spenderle sul prezioso cesellare chitarristico di Undercurrent, sorta di inno notturno da collegio privato per bimbi speciali, edificato su incroci di vento e lasciato decantare mentre il fuoco crepita e la dispensa emette odorosi suoni di pane. Aveste mai amato davvero una donna gliela declamereste (in vinile!) ogni mattina, al risveglio. Ricordatevelo, un domani, se capitasse.
Trovai il tempo anche per You Will Find Mercy On Your Road (Wire, 1990), ma eravamo cambiati tutti, e non necessariamente in meglio: loro con un afflato leggermente più pop e modernista (ho scritto ‘leggermente’, sia preso alla lettera) prodromo di gran parte di quell’indie nordica che di lì a poco andrà a dipanarsi, io tramortito da Screamadelica, l’acid house e i Disposable Heroes Of Hiphoprisy. Ci salutammo così, senza rancore, tra un filicorno e l’altro.
Matts ‘Magic’ Gunnarsson (colui che con il suo sax diede la classica impronta umbratile e blues alla band) è morto tra l’indifferenza generale nel 2014.
Aveva molti meno chilometri all’attivo di quella stupida macchina blu.

Michele Benetello