I dischi che piacciono solo a me, credo #12

TempleroyDeaf And Dumb (Different Drummer, 1995)

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Mai avuto granchè il polso della situazione, io. Fosse stato per i vari trend pronti a susseguirsi, le squadre di calcio, gli arrampicanti Iago in ufficio, le donne o i dischi. È per questo che sono poderosamente fuori moda per vocazione e vanto un palmarès affettivo prossimo allo zero. Sui dischi va meglio, grazie. Soprattutto perché – a differenza delle donne – quei piccoli solchi in vinile possono piacere solo a voi senza alcun problema. State certi che ne sarete ricambiati. Credo di avere mezza parete di figlioli pronti a tornare prodighi con oro incenso e pecette sbiadite che mai scadono in recriminazioni. I Templeroy ad esempio, che ho in testa e nel cuore da quel lontano 1995 e che mai ho abbandonato. È la prima volta che faccio selvaggio outing con cotanto capolavoro di palpitazioni; finora – con il mio consueto egoismo – l’avevo sempre celato al mondo, sperando di trovare prima o poi un altro essere umano che me ne cantasse le gesta. Mai visto in giro nulla dei Templeroy, e vi assicuro che fiere, mercatini e bancarelle ammuffite sono il mio pane quasi quotidiano. Niente. Nessuna traccia di questo terzetto di Windsor. Non che all’epoca avesse fatto sfracelli, anzi. Sepolto da mille uscite simili ma non uguali e da una sbornia ambient dub già abbondantemente superata da Pulp, Blur e Oasis.

Ci sono i Massive Attack ad imporre le loro mani in Deaf And Dumb, tanto si avverte l’influenza morale di Protection, quantomeno nell’approcciarsi al formato sonoro, ma – soprattutto – vi sono echi di Emotional Hooligan, altro immenso capolavoro (che, va da sé, non ebbe alcun grosso riscontro fuori dai patri confini) siglato Gary Clail. Inutile negarlo e quindi sgombriamo subito il campo da sorrisi di sufficienza e snobismo di seconda mano. Stesso meticciato corroso da febbri elettroniche, stessa tensione da after alle 5 del mattino fuori da qualche club di Brixton, stessa immersione nel dub senza farne fumettistica versione o calcare la mano. Stessa anima e stesso sentimento. Ma qui si va più sotto, a rota con un canovaccio prettamente digitale sorretto da picchi di lovers rock imbevuti di ambient e oscura elettronica che percuote il costato. Non ricordo come arrivò nella mia umile magione quel doppio cd, forse tramite la (sempre benedetta) Wide, forse – più probabile – direttamente dalla Different Drummer che mi aveva già entusiasmato con Airgoose e Rockers Hi-Fi. Sì, probabile dacchè conservo ancora da qualche parte degli adesivi grandi come fazzoletti proprio di quel Rockers To Rockers dei Rockers Hi-Fi (bellissimo, che ve lo dico a fare?) che mi diede qualche sollievo durante la calda estate brit pop.

Ci sono dischi che è bene lasciar evaporare da soli, senza provare ad afferrarli. Dischi che per loro natura non sono forgiati per il passaparola o retrovie di classifiche, che hanno la peculiarità di uscire nel momento sbagliato al posto giusto e che scompaiono lasciando fioca luce. That Never Goes Out, però. I Templeroy, che banda stupefacente. Un solo disco all’attivo e poi ciao. E se pensate di aver sentito tutto nel campo di quell’eletronica rigorosa e meticcia avrete anche ragione (e ve la cedo tutta), ma un giretto da queste parti – magari proprio in questo periodo dell’anno – ve lo dovreste fare, tanto più che la rete conserva ancora qualche copia ad un prezzo semi onesto. E chi volete che se la annetta, ormai? Richard Tindall si è eclissato nel 1997, Richard Van Spall (già Airstream e Mexico 70) l’ho perso di vista ai tempi dei Cheapglue (su One Little Indian, circa 15 anni orsono) e Mick Bund – povero figliolo – ha lasciato questo doloroso suolo nel luglio dello scorso anno, senza uno straccio di necrologio. Farei ammenda ora, ma sarei patetico. Preferisco che sia la sua creatura Templeroy a trovare – spero – nuovi e appassionati adepti. Ogni tanto un pensiero al Bund me lo strappo da solo, penso al suo girovagare in guisa di musico per gran parte del pop inglese degli anni novanta. Uno che in palmarès poteva vantare una comparsata pure nei Felt. A proposito: da cosa credete derivi il nome del gruppo se non da quella vaporosa traccia della premiata coppia Lawrence/Deebank contenuta in Crumbling The Antiseptic Beauty? Non è altresì reato pensare che se i Felt fossero nati quei due lustri (famo tre, via) dopo non sarebbero caduti distanti da questi synth. Che sfiga il Bund, sempre al posto sbagliato: entra nei Felt in guisa di bassista su The Pictorial Jackson Review ma la magia e  – soprattutto – le attenzioni sono scemate. Ci resta due anni prima di transumare su One Little Indian con il nuovo progetto Airstream. Arriva Bjork e si mangia tutto. Ci prova allora con i Mexico 70, pronti ad accasarsi su Cherry Red per una sugosa discografia (i due Ep Valencia e Wonderful Life son da avere senza indugio) e il Madchester li spazza via. Collabora allora con Andrew Weatherall e gironzola nei Saint Etienne di Tiger Bay, ma ha il pepe al culo e vorrebbe qualcosa tutto per sè. Poi si ricorda del suo amichetto Van Spall con il quale aveva condiviso le prime due band. Ci fa comunella mettendo a frutto tutte le sue precedenti incarnazioni, e a me vien la lacrimuccia a pensare quanto ho divorato con le orecchie questo piccolo capolavoro chiamato Deaf And Dumb, in quel 1995 ancora leggiadro e senza particolari paturnie. Eravamo uguali, io e quel disco, ci declinavamo tenui ma sapevamo farci aguzzi alla bisogna, avevamo i synth ma sotto – appunto – ci sentivamo inFELTriti dalla vita. L’ho riascoltato qualche giorno fa e lo riascolto ora per provare a trattarne adeguatamente, chiedendomi stupefatto come sia possibile che non abbia mai incontrato in vita qualcuno che ne fosse devoto seguace o semplicemente me lo sventolasse addosso. Legge dei grandi numeri forse, ma mi verrebbe voglia di trangugiare un King Of Soho col chinino per aver di fronte a me qualcuno col quale condividere, ancora una volta, questi 14 brani (la Echo Beach ne darà alle stampe una versione Bignami nel 1997). Magari ascoltandolo in religioso silenzio sin dal lungo viaggio nel cosmo di Look Out They’ve Landed, sei minuti e cinquantasette secondi che non si possono spiegare (o quantomeno io non riesco a farlo) così immersi e rarefatti tra una Trance Europe Express per le rotaie di Kyoto e un Hal che si fa (Neutron) 9000 prima di sbarcare su una piroga a Kingston. È meraviglia ed è grande come un joint a mezzanotte sugli scalini della chiesa invasa da stelle comete. Elettronica che sa chinarsi kraut e chiamarsi dub nelle sue rarefatte assenze, tra piccoli arpeggi classici e una bassline da Tricky. Avarice pure, intermezzo meraviglia di black ambient dal cuore di pece e le mani candide, se qualcuno si fosse perso verso Alpha Centauri segua questa lampeggianza di suono, grazie. Magari aggrappandosi all’immaginaria 2001 Od , undici minuti scarsi che non è difficile pensare accompagnati a pellicola o a quel Gary Clail di cui sopra. Gluttony lega e incolla la suddetta a Core Of The Earth, una Slave To The Rhythm alla quale han tolto il midollo innestandolo su Peter Gabriel III. L’accoppiata Lust/Heroin On Dub non può non strapparvi il cuore, a meno che non abbiate Buffon al suo posto. Un margarita senza cannuccia, leccata in riva al torrido mare d’agosto in piena notte, mentre tutti gli innamorati del mondo non vi degnano di uno sguardo. Ma che importa dinanzi a ‘sto schioccar di lacrimante felicità? Assimilatevi la coda di vaporosi archi, dove gli Orb applaudono dall’alto dei cieli e i Primal Scream idem. Higher Than The Sun. Ripenso ancora allo stupore di quel 1995, al mio lesto entusiasmarmi davanti a SelectaDisc per la battaglia delle due corazzate britanniche ma l’altrettanto lesto ritorno a casa per accendermi in silenzio una sigaretta (fumavo Multifilter allora, andrei garrotato) con Deaf And Dumb sullo stereo. Tacca sul due. Notte dopo notte, per settimane. Forse mesi. Perché torni sempre da chi ti aspetta davvero e non per dovere, e i tredici minuti di Heroin On Dub con la sua coda di chitarra acida e il suo dipanarsi disperatamente sexy sono quanto di meglio possiate trovare sul letto, in una notte d’estate. Quasi.

Non bastasse, Dawn Patrol avrebbe ancora qualcosa da insegnare a quei corpicini esanimi dei Prodigy, senza bisogno di urlare e anzi rallentandoli in una colla satura ottenuta mescolando Zion Train e Sly&Robbie. Un pezzo che sembra girovagare a vuoto e invece avanza sornione la sua candidatura a muscoloso riempianima. Sloth e Dub Down mantengono tutto ciò che promettono e ne farei quasi una questione personale l’esortarvi a succhiare tutto il bastoncino di liquerizia dove bolle d’aria salgono nelle narici provocando eccitazione e stupore. Manco dovreste stare qui a perdere tempo su questi pixel invece di aprire una nuova scheda del vostro browser e digitare furiosamente le coordinate atte all’acquisto. Ma ho pazienza a prima della fine conto di incuriosirne almeno quattro di voi. Magari tramite i tre minuti di Envy o i ventuno (ventuno!) di Peace To The I, ovvero Babylon che brucia dentro la matrice. In The Beginning There Was Rhythm. Poi sono arrivati i Templeroy a far gocciolare la foresta amazzonica con l’umidità delle pelli (di tamburo) che trasudano liquidi intimi. Un viaggio di ventun minuti lungo ventitrè anni, pronto a riportarmi allo stupore iniziale e alla genuflessione magna che ebbero le mie sinapsi la prima volta che approcciai questa magniloquenza sonora. Che dite? Vola basso? Correrei il rischio di incastrarmi nei cavi dell’alta tensione. Sii ragionevole, pretendi l’impossibile. E dunque la finirei anche qui, se non ci fosse ancora l’onomatopeica Rhapsody a sgomitare e un paio di voi da convincere. E non vi è maniera più liquorosa e toccante di chiudere questo monolite con i 240 secondi di partiture classiche adagiate su una stella pulsante. Deaf And Dumb si chiude qui, tra synth lacrimanti e Bach lasciato libero di fluttuare nell’iperspazio. Quale miglior occasione per accendersi l’ennesima sigaretta notturna? Magari osservando orgoglioso come non sia una Multifilter. C’ho messo 20 lunghi anni, ma sono diventato un ometto.

Michele Benetello

Case e canzoni (Fiver #17.2018)

50829-image_5a943ef55f83fQuando era piccolo viveva in questo posto abbastanza assurdo. Una casa arrampicata su un costone di una montagna. Davanti, sopra e sotto nulla, se non mare. L’immensa doppia finestra era spalancata su un immensità blu. La doppia finestra nel suo ricordo serviva per posizionarci le statuine del presepe o i soldatini e non altro visto che nelle notti di vento costituiva un baluardo risibile. E il suo sonno era tormentato da fischi e ululati. Voci di vecchi marinai. E spiriti di donne in attesa sul molo.
Alza. Alza le braccia. Afferralo prima che caschi. Guarda. Guarda giù. Senza vertigini.
Fine anni ’60 primi ’70, anni austeri senza fronzoli. Molta anima. A pensarci bene come le canzoni degli Iceage.
Un vecchio cabaret scrostato. Deschi imbanditi di cuori sanguinanti. La grande immagine di Nick Cave sul bancone mentre loro si versano l’ennesimo whiskey.
Come make me real, real
You reel in then you catch it
Catch it, catch it, catch it, catch it

ICEAGE – CATCH IT

La prima casa padana era silenziosa. Nel cortile aveva una fontana. Circondata da assurdi nanetti. Posta sulla sommità di una discesa ripida tornare a casa era sempre complicato. Zona precollinare sommersa dal grigiore autunnale. Pomeriggi con la copertina di Heroes sulle ginocchia. Altrove esplodeva tutto mentre lui combatteva con quel senso di irrisolutezza tipico dell’età minore maschile.
Scivola. Scivola come l’acqua. Come le mie ginocchia. Bravo bambino. Cattivo ragazzo. Sali. Sali con cautela.
Decennio ’79-’80. Malinconia sospesa mista a spensieratezza. Il mare che mancava e una torta da mangiare senza scrupoli. Sea And The Cake.
Pop matematico, non una nota fuori posto. Quando ci posizionano dentro anche il cuore sprigionano scintille.
Standing here with nothing to find
It’s been cold for days alone
I’ve been holding on

SEA AND THE CAKE – COVER THE MOUNTAIN

Spostarsi di poche centinaia di metri mentre dentro ci si spostava di centinaia di chilometri. Casa grande sommersa dal verde senza personalità, perfetta per questi anni ’80 belli e senza anima per molti ma non per noi. Esplodeva la musica nelle nostre vite. I Clash in Piazza Maggiore e a Firenze e, dopo, tutto il resto. Nuovi sogni dorati mentre si amava fortemente questa strada.
Corri. Corri senza fermarti. Apri. Apri quella porta e un altra ancora. Sorridi. Sorridi forte fino a farti cadere la faccia.
Ci si sentiva centrati. Lucidi. Come forse solo i Parquet Courts e pochi altri in tempi recenti.
Nothing is normal
Manipulated into believing
I’m exercising skepticism
Honesty is everything

PARQUET COURTS – NORMALIZATION

La Capitale.. Uno spostamento fisico ma non dell’anima. La strada era tracciata. Lui aveva la Cura all’epoca. Musicalmente disfunzionale. Avventure a perdifiato con la location migliore al mondo. Ogni tanto si dispiaceva che, dopotutto, non la aveva mai vista con la luce del sole.
Un disco. E poi un altro ancora. Bacia. Bacia ancora. Bevi. Bevi forte. Il Muro Torto. Meno torto di te quasi sempre.
I sanpietrini solcati da tante Courtney Barnett.
Potenti e con quel ghigno alla “faccio quelchecazzochemipare” semplicemente irresistibile.
You must be having so much fun
Everything’s amazing
So subservient I make myself sick
Are you listening?

COURTNEY BARNETT – CHARITY

Il ritorno. Un altro paio di case. Tutto sembra trovare un senso dietro a un microfono o con una penna in mano. Fuori, nel mondo vero, molto meno. Grandi gioie, altrettanti dolori. Finta risolutezza, senso da fine gara ma quando apri gli occhi scopri che non sei neanche a metà strada. Scarsa affinità con la realtà, la forte sensazione di aver cominciato a capirci qualcosa tardi. Molto tardi.
La consapevolezza che, per quanto puoi esserti mosso, per quanto hai provato a scuoterla, alla vita non sei neanche riuscito a scompigliarli i riccioli. Forse.
Mangia. Mangiami l’anima. Insisti. Resisti. Passa. Non passa. Passerà. Stai. Stai male. Parti. Riparti.
Malkmus a cavallo gli fa un po’ girare le palle. I pezzi potenti e dissonanti dei Pavement erano grandiosi ma erano le loro cose più malinconiche che gli facevano sanguinare il cuore.
Ma Stephen non ha perso questa capacità. Oh proprio no.
Make up an innocent, average girl
Kissing under prairie moon, no one knows
She’s so amazing
Love and poverty, wealth and hate
How you gonna beat it out if you don’t know?
You don’t have to forget

STEPHEN MALKMUS – SOLID SILK

Massimiliano Bucchieri

I dischi che piacciono solo a me, credo #11

DuffoBob The Birdman (PVK, 1981)

Ho fatto un sogno, l’altra notte. Non avevo mangiato pesante o indugiato in liquidi ad alta gradazione alcolica. No, quel rivoltarsi nella trapuntina sloffia di mezza stagione era probabilmente dovuto alla visione del Concertone (concertazzo, via) del Primo Maggio. Che non era nemmeno male in verità quest’anno, vista l’assoluta mancanza di arie balcaniche, crusties over 50, gaberiani per contratto e tarantelle assortite. Dopo qualcosa come sei lustri ce lo meritavamo un ponticello accussì. Come che sia era un sogno bello nitido, limpido; un sogno dove ero consapevole di star svolgendo attività onirica e quindi riuscivo a manipolarne la sceneggiatura a mio piacimento. Un sogno nel quale mi trovavo – appunto – sdraiato sul divano a vedermi la kermesse godendo come un riccio nel leggere la scaletta degli artisti coinvolti, che scorreva in loop sulla parte sinistra dello schermo, in un font assurdo (tipo Rockwell Extra Bold). C’erano i De La Soul, Klaus Nomi, i Bay City Rollers, Ivan Graziani, i (P)itch (inseriti per un solo motivo, sapete voi quale), Doctor And The Medics, Momus, i Monochrome Set (headliner, dopo il TG). E poi Wreckless Eric, Garbo, Bruno Lauzi, Leningrad Cowboys, Andrea Liberovici, Goran Kuzminac, i Landscape.
Vi giuro che non avevo mangiato pesante.

Ad aprire però il collegamento, nel primo pomeriggio, vi era uno strano figuro, dimenticato piuttosto ed anzichenò. Uno che al tempo avevo visto praticamente ovunque per qualche mese, da Discoring a qualche festival scrauso tipo La Gondola d’Oro di Venezia: Duffo. Usciva davanti a quasi ottantamila persone con il suo solito giubbotto da Seconda Guerra Mondiale, i pantaloni da aviatore della RAF e quell’aria svagata che era impenetrabile crasi tra Kim Fowley e Gary Numan. Accompagnato da una band cazzona e arrancante stava proponendo tre pezzi di Bob The Birdman, quel suo disco del 1981 contenente il suo più grande successo, ovvero la cover di Walk On The Wild Side. Il pubblico pareva gradire – nonostante la band – e io, tra un ravanamento e una birretta, mentre ascoltavo il rumore della pioggia (piove sempre il Primo Maggio, non lo sapevate?) cominciavo a far di conto pensando che sarebbe stato un disco perfetto per Sniffin’ Glucose, tanto mi era piaciuto all’epoca quanto era sparito in un frettoloso dimenticatoio coatto poi. Presi scrupolosa nota onirica che, alla fine della kermesse e del sogno, avrei dovuto cercarlo in mezzo al mare magnum che mi ostino a chiamare ‘studiolo’. Così feci.

E’ in condizioni non propriamente perfette avendolo raccattato in una delle solite bancarelle umide piene di ammennicoli e con due scatoloni due di aberranti vinili (tipo le raccolte Freeway o Stephen Schlaks assortiti) quando ancora le banconote recavano impressa l’immagine della Montessori. Me ne bastarono tre di vegliarde per quella copertina stinta e smunta ma con un vinile ancora in discrete condizioni. Lo sto riascoltando proprio ora e lo ritrovo invecchiato benissimo, stramaledettamente bene, sicuramente meglio di me. Forse perché sembrava già vecchio all’epoca, spinto a forza dentro la marea di sintetici coevi con i quali – tolto il rifacimento del quale si disquisiva – aveva punto a che fare.

Tipo bizzarro Geoff ‘Jeff’ Stephen Duff, australiano di nascita ma apolide d’adozione. Uno che già nel 1971 fondava i Kush, glorie nazionali senza infamia e senza lode, prima di trasferirsi a Londra e cominciare una carriera altalenante che – scopro solo ora – continua ancor’oggi con sporadici album e teatrali tributi a David Bowie, Frank Sinatra e Scott Walker. Il suo momento magico fu, appunto, il 1981; o meglio, qualche mese a cavallo di quell’anno cruciale, quando il tormentone elettronico di cui sopra divenne riempipista e riempietere. Lo accogliemmo a braccia aperte (finirà in un 45 giri da jukebox assieme a Toto Cutugno), tanto era eccentrico, taciturno, impenetrabile e c’è una favolosa intervista su un vetusto Dolly (tanto per sottolineare quanto fosse famoso) nella quale fredda la sfortunata intervistatrice – desiderosa di dare in pasto una nuova popstar alle quattordicenni in fregola – dicendo di non aver mai avuto una donna essendo totalmente asessuato. Gioco, partita, incontro. Eppure non era tutta questa remissività il nostro se, al primo incontro per un’intervista con il New Musical Express, si fece accompagnare nel pub dove lo attendeva Tony Parsons fingendo di essere cieco per poi offrirgli una sigaretta esplosiva che causò non poco trambusto essendo i tempi dell’IRA (Irish Republican Army, sia chiaro). Non il modo migliore per guadagnarsi una buona recensione, ne convengo.

Insomma, quella rilettura del pezzo Reediano trovò fortuna un po’ ovunque, ma qui da noi un po’ più di un po’. Non così l’album nel quale era contenuta, ovvero Bob The Birdman. Avrei dovuto partire dall’omonimo Duffo del 1979 (su Beggars Banquet) ad essere onesto, essendo pregiato pezzo che oscilla in una glam wave deliziosa e contenente al suo interno quella Give Me Back Me Brain che riuscirà faticosamente a raggiungere il numero 60 delle classifiche inglesi. Punk cabaret tra Ian Dury, Wayne County e Jobriath con una copertina pazzesca da Electric Frankestein. Ma che ne potevo sapere io? Nel 1979 ero troppo giovane e lo confondevo sempre con l’altro One Hit Wonder: il Taco di Puttin’ On The Ritz. Sbagliando, chiaro, visto che qui c’era molto di più, che la grammatica del Duffo aveva anche una calligrafia sapiente e che l’idea di fondo del nostro era meticcia alquanto dacchè spaziava in una concezione sonora decisamente a latere rispetto ai dettami di quel finir di Settanta. Bob The Birdman scorre proprio adesso, sereno e liquoroso già dall’operistica traccia omonima, messa furbescamente in apertura quasi fosse un Rocky Horror Picture Show, sul quale si sarebbe altresì adagiata benissimo. Archi, cori, barocchismi da ‘sottile Duca Bianco che lancia dardi negli occhi degli amanti’. Magniloquenza post punk che porta a Slave Of Marakeesh, e se riuscite ad immaginarvi i Madness con Ian Dury alla voce allora ci andate vicini di un’inezia. Proprio il timbro vocale del nostro è il valore aggiunto, con quella sua scorta d’aria tenorile e un distacco che riesce a farsi assoluto e – appunto – asessuato. Grande è l’entusiasmo nel ritrovare un disco che ha acquisito valore e bellezza con lo scorrere del tempo. Daddy Is a Mushroom è un capolavoro glam tra Bowie, gli Ultravox con il punto esclamativo e il Ferry di Let’s Stick Together. Mirror Man è un hard boiled buono per qualche serie televisiva poliziesca con i pantaloni a zampa d’elefante e un ritornello che richiama a gran voce Jobriath. La varietà musicale si amplia, i Tubes talvolta riecheggiano nell’eccentricità delle partiture, i testi indugiano in un senso dell’assurdo contagioso, i Kinks fanno capolino a braccetto con Scott Walker nella decadente Le Poseur, e io mi chiedo come mai Julian Cope ancora non si sia accorto di quest’album tanto da scriverci un pamphlet dei suoi. Poi arriva Walk On The Wild Side e le cose cambiano ancora; accompagnata da una leggerissima (e autistica) linea di sequencer e una sezione ritmica scrausa il Geoff ‘Jeff’ Stephen dona la migliore resa vocale di sempre di un pezzo di Lou Reed. Vi si cala a metà immergendosi in un blues alla Joe Cocker, svicola e svisa ovunque, tornando alla noncuranza dell’ex V.U. Prendete scrupolosa nota Voi che siete soliti miscelare musichette per hipster annoiati armati di Shazam, ci potreste fare una porchissima figura. Elephant Man è un nonsense operistico che anticipa impudentemente Parklife dei Blur, i Divine Comedy e il Simon Warner di Waiting Rooms. (I Am) The Fly non è quella che pensate ma cammina allo stesso modo, solo in mezzo ad un teatro vuoto, tra i Tuxedomoon e i Minimal Compact. New York Is The Moon arpeggia tra vicoli e una resa vocale stupefacente, retrogusti da Van Dyke Parks e Tubeway Army. Canzone meravigliosa, ma che ve lo dico a fare? Compratelo questo disco, setacciate tutte le bancarelle che ostentano candelabri arrugginiti e i portaceneri in peltro, fatelo vostro e scoprirete che si chiude con Crazee Man, un glam rock disagiato eppure bellissimo con la sua aria marziale. Bob The Birdman è un disco che suona migliore del suo tempo, molto più ampio dell’asfittico orticello capelluto nel quale venne inserito a forza, forse abbacinati dall’equivoco dell’omaggio Reediano. Un disco, in definitiva, che forse avrebbe meritato ascolti più approfonditi e privi di pregiudizi. Metto una pezza ora, conscio di remare controvento.

Ah, per la cronaca: i De La Soul spaccarono il culo ai passeri, nel mio Primo Maggio. Ma anche Duffo, nonostante la band, se la cavò bene.

Michele Benetello

1983: The Art Of Falling Apart (Fiver #16.2018)


Mai amata l’estate, anzi l’avvicinarsi delle temperature estive portava con se ricordi poco avvincenti anche se rivelatori.
Faceva molto caldo in quell’estate del 1983 ma questo non smorzava il loro entusiasmo. C’era una serata epica da preparare. Un’epicità alla 4AD o più semplicemente un’insperata occasione di entrare in contatto con un mondo da sempre poco compreso. Non si sapevano ancora spiegare perché le due compagne di classe avessero accettato anzi, in un certo senso, avessero loro stesse incoraggiato la spedizione a quella improbabile serata.
Budrio, Puntacapo, Gaznevada. Galline da affrontare, balle di fieno da superare, nuvole di zanzare con cui battagliare per meritarsi il lercio dancefloor di provincia dove ondeggiare sulle note di I.C. Italian Love Affair (la premonitrice versione nostrana di pillole, brividi e mal di pancia? Madbudrio?) con le mani ben affondate nelle tasche e lo sguardo a fissare il linoleum, timidi poseur cittadini.

Mentre Script Of The Bridge girava incessantemente e infondeva loro coraggio e un pizzico di malinconia poco benaugurante i due affrontarono il primo grosso problema della serata, considerato che il loro gusto estetico poteva facilmente catalogarsi tra l’insulso e l’involontariamente esilarante. Abbigliamento consono alla serata. Fu scartata velocemente l’opzione Haircut 100 chè calzoncini corti e camicie colorate avrebbero potuto urtare la suscettibilità dei locali. Furono deposti velocemente, visto il caldo e la compagnia muliebre, i consueti camicioni neri da timidi ma convinti new wavers.

L’unica soluzione era Ivan l’inglese. Uno scarto di balera di nero vestito dal pesante accento pilastrino che erano abbastanza sicuri non avesse mai messo piede in terra d’Albione ma che aveva l’incommensurabile fortuna di avere una zia in qualche insignificante paesino del Regno Unito la quale ogni tanto, bontà sua, lo riforniva di libri, dischi e magliette. Merce da azzerare la salivazione a squattrinati wannabe ante litteram come noi che sognavano la Factory e supportavano orgogliosamente Garbo a Sanremo.
Ecco, Ivan non si fece pregare e srotolò sul lercio pavimento della sua officina alcune polo degne di essere impresse a posteriori sulla celluloide che ospitò le imprese di Ace Face e sodali in quel manifesto di stile e sostanza.
Risolto il problema se ne presentò uno risibile agli occhi di molti ma di vitale importanza ai loro.
La giusta sequenza di brani da far dipanare sulle strade padane strappando gridolini emozionati alla nostra prestigiosa compagnia o più prosaicamente le canzoni da imprimere sul nastro della loro Maxell 90.
Una prima facciata adatta a rompere il ghiaccio una volta prelevate le fanciulle e che rendesse il viaggio divertente e foriero di promesse future. Il dibattito fu acceso.. Bauhaus e Fall troppo? Sì, cazzo, troppo. Matt Johnson? Ok.

Una seconda parte notturna, confidenziale, una nebulosa a cui confessare i propri peccati subito prima di commetterne altri.

Nulla andò ovviamente come sperato. L’imbranataggine dei partecipanti di entrambi i sessi si tramutò in lunghi silenzi imbarazzati che neanche i Go Betweens o Billy Bragg riuscirono a dissipare fino al temuto, ma inevitabile, “non hai qualcosa di Venditti”?
Il concerto cominciò con un ritardo biblico a malapena contenuto dai nostri analcolici tiepidi e si svolse nell’amara constatazione che quanto stava accadendo davanti ai nostri occhi perplessi non era materia dei sogni nè nostra nè delle nostre annoiate accompagnatrici.
Curioso come i visi delle ragazze in questione si siano smaterializzati nel corso degli anni a guisa di Avengers e che l’unico vago ricordo che affiora ora ripropone una delle due fanciulle con le sembianze di Zinedine Zidane.
Il ritorno, silenzioso e veloce, ci consegnò alle nostre camerette con l’agrodolce consapevolezza di essere destinati ad una vita di malinconica ma orgogliosa militanza in una ristretta tribù di appartenenza.
Consapevolezza destinata a diventare granitica certezza negli anni a venire unitamente a quella, quando una delle due fanciulle la mattina seguente durante la ricreazione venne a sedersi sulle mie ginocchia sussurrandomi “me la fai una cassetta uno di questi giorni?” e diventando in breve la breaking news del nostro microcosmo, che dell’altra metà del cielo nulla era dato da capire e l’unica strada era rassegnarsi al sottostare dello scorrere degli eventi.

Massimiliano Bucchieri

I dischi che piacciono solo a me, credo #10

Be-Bop DeluxeModern Music (Harvest, 1976)

La prima volta che entrai in uno di quei negozietti dell’usato era il 14 ottobre 1989. Me lo ricordo perché me lo segnai subito – già sapevo che sarebbe arrivato Facebook, vedete? – ma soprattutto perché mi imbattei nella caccia più fruttuosa mai effettuata da essere umano. Quantomeno da essere umano ottuso e provinciale. Il negozio era tenuto dal solito singolare personaggio, simpatico quanto un gatto attaccato alle gonadi, pure un po’ borderline e logorroico (nel peggior senso della parola). Uno con una voce così irritante che ti avrebbe reso un inferno anche se si fosse messo a declamare i titoli di Revolver. Sono certo che ognuno di voi ha un personaggio così, nella propria Via Crucis vinilica. Ricordo che entrai senza alcuna particolare speranza, giusto per vedere i consueti 2 o 3 long playing dei Cheap Trick o dei Tangerine Dream, il solito umbratile sabato pomeriggio e i soliti dischi che all’epoca trovavi un po’ ovunque. Standa compresa (come sarebbe a dire: cos’è la Standa?). Come che sia cominciai a frugare tra gli scaffali, con il segugio sempre appresso, e sempre pronto a rispondere – ad ogni mia timida richiesta – che ‘no, quello non lo vendo’ e ‘no, nemmeno quello’, ma anche ‘eh, devo ancora prezzarlo, ripassa’ e pure ‘ci devo pensare’. Come potete evincere la confusione era alta sotto il suo cielo, e pure sotto il mio c’era un epocale giramento di coglioni. Indeciso se mandarlo platealmente a quel paese o uscire con l’aplomb di Tenzin Gyatso (per tutti gli altri: il Dalai Lama) feci un ultimo giro di prammatica, cercando di svicolare dalla marcatura di quel patetico ominide, venuto al mondo per mordermi i polpacci come il miglior Sebino Nela in sedicesimi.
E’ allora che la vidi.
Lì, sotto uno scaffale, invisibile a tutti ma non a me. Una scatola di cartone piena di 45 giri che – ne ero certo – mi avrebbe riservato delle sorprese. Scelsi l’opzione Tenzin Gyatso per chiedere al roccioso difensore se per caso potevo dare un’occhiata a quei 45 giri. ‘Certo, me li ha lasciati un ragazzo tempo addietro, non li vuole nessuno, vai pure’. Mi chinai e…

Avete idea cosa voglia dire vincere una Champions League al 94° segnando sotto la propria curva? O venir abbordati da Kylie Minogue nel proprio locale preferito, davanti a tutti gli amici? L’immortalità, tipo. Ecco. Moltiplicate per due(cento) e ci andrete vicino. Om Mani Padme Hum! Una cinquantina di 7” praticamente intonsi, titoli a 18 carati, tutta roba che mai avrei pensato di trovare in questa vita: tipo cristalleria Glass Records a me ignota (Where’s Lisse?; Ciaran Harte); minutaglia goth (i Leitmotiv, con la lettera del cantante all’interno). E poi ancora Friends Again, Diagram Bros, Soul On Ice, Zeitgeist, Leisure Process, The Room, Reality Control, Mikado, Play Dead, Religious Overdose, Wisemen, Revolving Paint Dream, Aura O’Neill, Fingerprintz, Philip and his Foetus Vibrations, Dream Unit e un sacco di altri singoletti fibrillosi. Tutta roba che suonava in gran parte misteriosa e che non potevo lasciare al primo infedele o – orrore! – a quel Gollum del proprietario. Ma era nulla dinanzi all’ultimo baluardo di quella scatola, al 45 giri che andava a chiudere la fila, il Sacro Graal dell’indie: ovvero i Legend di 73 in 83, Creation 001. Zero. Zero. Uno. Morning Glory! Ci vollero alcuni sospiri e un veloce ripasso di alcune tecniche yoga prima di riprendere il controllo della situazione. Mi girai con nonchalance e con la mia migliore faccia di cazzo, chiedendo al Beckenbauer nano quanto volesse per ‘quella roba polverosa’ (non fate inutili battute, la cosa era seria) e, mentre il Dalai Lama mi imponeva le mani sul capo lo sventurato rispose: ‘se li prendi tutti ti faccio 1.000 lire l’uno’. Kylie avrebbe dovuto attendere ancora un po’, pensai mentre mi alzavo con le giunture che cantavano ‘Osanna nell’alto dei cieli’.

Non era ancora finita però, sentivo che il pomeriggio – non quello esterno, ornato da un cielo plumbeo e poco caritatevole – era lungi dal terminare, non potevo ritrarmi proprio ora. Ringalluzzito da cotanta scoperta e desideroso di non dare a vedere la mia patetica ma epocale emozione, finsi di girare a vuoto ancora un po’, magari per accompagnare a cotanto bottino un paio di ellepi. Giusto per stemperare la tensione. Mi pareva d’essere in qualche Casinò di Las Vegas, quei posti dove – finché le carte o la roulette girano per il verso giusto – è sempre bene darci dentro. C’era un po’ di tutto in quel desolante negozio, eterogeneo zibaldone di suoni che oggi mi renderebbe felice assai, ma allora mi provocava solo confusione e polpastrelli indolenziti. Erano tempi di bulimia onnivora, desiderio di conoscenza magno e dai solchi disparati. Venni dunque colpito da una banda che conoscevo per vie traverse e soltanto per la carriera solista del loro leader: i Be-Bop Deluxe. Modern Music costava poco, pochissimo, infinitamente poco. Giaceva rinsecchito in mezzo ad una pletora di Dire Straits, Boston e Queen. Andava salvato. Scoprii solo dopo, una volta portatolo a casa in cotanta regale compagnia, come la banda fosse stata farina del sacco di quel Nelson (Bill, il fratello Ian – scomparso nel 2006 – avrà soltanto quattro secondi di notorietà con i Fiat Lux) che aveva portato quella strana congrega fuori dalle pastoie del progressive meno ‘petaloso’ pur tenendovi i piedi in mezzo ad un guado dove, nell’altra sponda, si soleva mormorare ci fosse del glam. Miscela strana, quella dei Be-Bop, De Luxe proprio. Anticipatrice dei Magazine come degli XTC (due band, guarda caso, che avranno John Leckie in cabina di regia, ovvero l’uomo che pose i polpastrelli in questa produzione).

…E come mi piacerebbe fare un resoconto parco e professionale, di quelli che ti spiegano con minuziose stalattiti di parole quanto siano stati difficili da incasellare i Be-Bop Deluxe (Pop? Rock? Prog? Art Rock? Glam? In quale vaschetta metterli?) e quanto importante seppur dimenticato quest’album. Per me ovviamente, visto che la critica seria ne ha sempre un po’ osteggiato le gesta. Ma non ce la faccio, ed è un mio grande cruccio e limite. Oltre che maxima colpa. Non ce la faccio perché, verso alcuni manufatti, vengo sempre colto da improvviso innalzamento d’entusiasmo, lo stesso che – oggi molto meno sovente, lo ammetto – mi fa comprendere come alcune porte della percezione (nel mio caso del pop) avessero le chiavi affidate a rincalzi buoni forse solo per qualche nota a piè di pagina di qualsiasi enciclopedia che si rispetti. Non troverete mai capitoli e stellette riguardo i Be-Bop Deluxe, e ancor meno sui Red Noise, effimera banda che Bill Nelson metterà in cantiere prima di dedicarsi ad una variegata e altalenante carriera solista che lo porterà ad avere almeno un lustro di visibilità prima di mille chiaroscuri professionali. Così come non ho mai trovato nessuno che me li citasse tra le proprie influenze, o me ne cantasse le gesta. Sembravano spariti, cancellati dalla storiografia pop di uso comune, quella sempre pronta ad innalzare elegie al primo pirla che passa. Dovrei spiegarvi anche il perché, mi sa.

Modern Music esce nel 1976, giusto l’attimo prima che l’esplosione punk risucchi l’aria, quell’infinitesimale istante in cui tutto si cristallizza e il passato non è ancora divenuto presente, figuriamoci No Future. Sfiora la Top Ten (numero 12 in Inghilterra) e ha una copertina che profuma di Only Ones ripuliti e vestiti a festa. Nelson si allaccia una cravatta grande come lo Yorkshire, indossa un gessato, una ‘sobria’ spilla a forma di missile che pare provenire dai Thunderbirds orna il bavero della giacca e – non è difficile immaginarlo – un Apple Watch ante litteram circonda il suo polso destro. Gli altri si accodano nella sobria eleganza da balera. Potrebbero essere un gruppo funky o la Average White Band in preda a bipolarismo da outfit. Hanno già un nome eccentrico, oscillante tra il cabaret e un volumetto Urania, lambiscono le terga dei Cockney Rebel ma vi aggiungono immaginaria sci-fi, chitarre fiammeggianti e vellutate, estetica da new romantics in nuce, svisate del peggior FM rock e un virtuosismo ormai superato ma persuasivo. Nelson è musico attento e parsimonioso, ha già sviluppato uno stile particolare (vi saranno David Sylvian e Yellow Magic Orchestra nel suo palmarès), uno stile pieno di effetti e riverberi che lo porterà dalle parti del Fripp meno inguinale così come del Ronson seduto in cattedra. A vederlo nei suoi anni giovanili (nel 1976 ne ha 28) sembra un Paul McCartney nel corpo di John Foxx, e pure la banda è uno strano agglomerato di azzimati freak dove svetta Charlie Tumahai al basso, sorta di Phil Lynott dalle ascendenze Maori. Sostituiva il dimissionario Paul Jeffreys, transumante proprio da quei Cockney Rebel di poc’anzi e vittima (assieme alla moglie) del disastro aereo di Lockerbie. E poi Simon Fox, batterista ‘extraordinaire’ che troverà asilo anche nei Pretty Things. Ultimo ma non ultimo Andrew Clark, tastierista tra i più ricercati tanto da finire a corte del Bowie di Scary Monsters, dei Tears For Fears di Sowing The Seeds Of Love e del Peter Gabriel di So. Strana congrega, nevvero? Ed è un mistero come Nelson, a dispetto delle sue capacità tecniche, sia sempre rimasto ai margini della discografia, talento eccentrico e sottovalutato, mestierante volutamente schivo e umbratile, un po’ come il suo contraltar vittoriano: ovvero Paul Roland. Come che sia il terzetto d’album che edificano la cattedrale (Axe Victim, Futurama e Sunburst Finish) oltre ad avere rimandi chitarristici (nei titoli) porgono (nei suoni) una miscela che qualcuno frettolosamente etichetta come prog, cassandone l’impeto, quando invece vi è un solido pentagramma di disagiato, periferico e futuristico pop rock da scuola d’arte che i Roxy Music avrebbero sdegnosamente rifiutato. Ci sono già tutti i Magazine, dentro i Be-Bop Deluxe, per dire (Secondhand Daylight non cade lontano da qui). Così come c’è il Bolan sornione, dei Mott The Hoople catartici e una spolverata – q.b. – di XTC. Proprio Moulding e Partridge devono essere stati alunni attenti, come si evince da alcune architetture sonore del formato canzone. Ma non è questa la sede per trovare paternità. Lo devi ascoltare Modern Music, tu – indietronico lalipunesco – devi abbeverarti alla fonte battesimale e solo dopo decidere se rifiutarne la chiesa. Non puoi farlo a priori, genuflesso nel tuo orticello bio pieno di esangui mascherine lo-fi. Devi apprezzarne la ricchezza degli schemi, la tramatura delle partiture, l’organza chitarristica, i ricami sì virtuosistici ma scevri da Onan sebbene alcuni titoli vi vadano pericolosamente vicino, specchiandosi nell’acqua.

Già dall’iniziale Orphans of Babylon si evince come i Cockney Rebel siano fratelli separati alla nascita. Un retrogusto glam e visioni lungimiranti della pop wave sui blocchi di partenza, in osmosi. Ma è Twilight Capers ad inventare letteralmente i Muse e dare un ritorno al futuro a gran parte della musica pop dei cinque lustri a venire. Dimenticate il prog comunemente inteso, qui si avverte il Bowie di Hunky Dory e gli scarti armonici degli XTC ma con una visione futuristica che si fa scuola nella coda finale. Kiss Of Light svicola in un sapiente pop rock melodico; The Bird Charmer’s Destiny è la loro Stairway To Heaven o – in alternanza – la loro Sebastian. E ancora The Gold At The End Of My Rainbow, dove Nelson si supera in una performance alle sei corde che odora di Frampton e Lennon; sottofondo perfetto per limoni duri. Bring Back The Spark è Jerry Lee Lewis che s’appresta al Bolan Boogie assieme a Sir Elton Hercules John (per i non millennials: Elton John). Tre minuti e mezzo di anni settanta come se piovesse, con un indiavolato finale pieno di fuochi d’artificio ai marshmallows. La title track viaggia su binari rassicuranti, ballata senza tempo glassata da ricami chitarristici che poco o nulla aggiungono alla statura del disco. Che non è ancora finito.

Adesso viene il bello, infatti: Dancing In The Moonlight ad esempio, roba da Fm americane, ma quelle che sanno di inseguimenti e spari finti e stazioni di servizio alla Russ Meyer, quelle che corri in auto sospinto dalla carica delle sei corde e ti immagini una vita diversa, magari spericolata. Di quelle vite fatte così, con la Gibson ES-345 al collo. Sfuma su Honeymoon On Mars e – se ci fosse un Dio giusto e saggio e non un carattere stampato in font 12 su qualche breviario – sarebbe la nostra Hotel California suonata durante un matrimonio vichingo. Lost in the Neon World ha la statura dell’intermezzo di lusso (l’ellepi ne è guarnito, ecco spiegate le 15 tracce). Dance Of The Uncle Sam Humanoids comincia come la sigla di Love Boat o un qualsiasi blaxpoitation prima di virare in un funk apolide che vi dovrebbe far venire voglia di gettare Ummagumma nei rifiuti e sprofondarvi in un petting spinto su qualche divano buio. Forbidden Lovers è (ma non ci si crede) un punk funk che si fa Todd Rundgren mentre Down On Terminal Street e Make The Music Magic aiutano il Moloko Plus che è in voi. Soprattutto quest’ultima, Balearica ancor prima che i dentisti scoprissero Ibiza (cit. Loredana Bertè).

 

Scoprii solo dopo molto tempo, tramite certosine ricerche e bolle di pazienza immani, che Modern Music non era il pezzo più pregiato di catalogo. Per quello dovreste rivolgervi al miracoloso Drastic Plastic (di due anni successivo) dove, con un deciso cambio di rotta, Nelson e sodali ricameranno l’abbecedario del pop sintetico pronto a scoppiare in Albione prima di chiudere per sempre l’avventura. E sarebbe proprio quest’ultimo il disco da avere in casa, nello scaffale degli intoccabili, dovessimo seguire la ragione e l’oggettività (manufatto bellissimo, tra l’altro). Ma eccolo il mio cruccio e limite richiamato a gran voce ad inizio di disquisizione: se fate ciò che andrebbe fatto a Modern Music ci potreste arrivare solo in seconda battuta. Una scelta Drastic(a) quindi, ma si può sbagliare benissimo da soli. Lo feci anche io, tornando a più riprese al cospetto del Beckenbauer nano, in cerca del Nelson solista e di altre inconsapevoli illuminazioni. Trovai solo il 12” di Acceleration, ma è sulle note di Modern Music che prese vita, quel 14 ottobre 1989, la caccia all’Ammiraglio Nelson. Non ho ancora deposto il fucile.

Michele Benetello

What a drag it is getting old (Fiver #15.2018)

Mi sveglio, vedo i piatti sporchi dal mio letto perché abito in un monolocale, ma se lo chiamo “open space” non sembra più pidocchioso come quando dico “monolocale”. Devo andare a lavoro.
Ho 27 anni, morirò di overdose quest’anno? Dove trovo il tempo di lasciare un segno? Come divento qualcuno? Come entro nella storia? Come faccio ad arrivare al punto che disegnino graphic novel sulla mia vita o che mi chiamino per un film dove il mio ragazzo è interpretato da Michael Cera? Perché devo usare i social per essere famosa?
Perché devo inventarmi le Instagram stories? Io le odio. Come puoi pubblicare qualcosa di cui poi non si avrà più nessuna memoria sul tuo profilo? Perché si cancellano? E perché se si cancellano le fate lo stesso? Non ce la faccio. Non vi sto più dietro. Sembra che tutti facciano qualcosa! Prima la gente che emergeva era quella di cui si riusciva ad avere notizie in generale, come faccio a realizzare qualcosa a cui qualcuno non ha già pensato?
Vans, Pet Sounds e il mio papà hanno già superato i 50 anni. Oggi attacco alle 11.
Mi piace scrivere in stream of conscioussness, come Joyce dai. Solo un po’ più stream of regazness.
Quello che salva le mie giornate sono le nuove vecchie canzoni, cioè canzoni vecchie che però vieni a conoscere dopo, praticamente. Ecco, quelle e le canne.
Anche in combo, soprattutto in combo.

Fumare erba ti mantiene mentalmente giovane, forse immaturo, sconclusionato e codardo, ma pur sempre giovane se te la sai giocare bene. Bere é ormai fuori discussione, ho una digestione lenta, mi tiene sveglia la notte. Anche se così ho perso una valida valvola di sfogo: non canto più gridando con le mani al cielo, non lancio più oggetti sulla folla, non piango più in pista come una drama queen. Sono così vecchia che le canzoni che si ascoltano i cazzo di giovani d’oggi mi fanno sanguinare le orecchie, sono così vecchia che se domani girassi veramente un film americano sarei l’anziana stronza che buca i palloni dei bambini che finiscono nel suo cortile.
Perciò ascolto i Built to Spill del ‘93. Nel ’93 io avevo 3 anni.

L’altra mattina mentre aspettavo un treno al binario mi é venuta voglia di qualcosa al distributore automatico, ma era solo sete d’acqua, così quando ho visto un Kinder cereali posizionato in modo tale che ne avrebbe tirato giù un altro che forse si sarebbe portato dietro pure i bastoncini di riso soffiato al cioccolato, l’ho lasciato lì dopo averlo fissato un po’.
Avevo un gran mal di pancia, e non potevo prenderli per un’altra volta perché stavo già andando dai miei a fare il pieno di cioccolato con le uova di Pasqua.
Mi sono allontanata e mi sono messa ad osservare da dietro gli occhiali da sole una cicciona che appena arrivata a quella terza vetrina ha messo gli spiccioli nella macchinetta vivendo l’avventura che io avevo scoperto ma che io avevo rifiutato. Ha preso i due Kinder cereali ma il riso soffiato è rimasto su. Sento che questa scena emblematica abbia a che fare con ogni mia giornata, e con qualsiasi cosa io non faccia più per il gusto di farla e basta. Perché so benissimo come andrà a finire.
Vorrei sorprendermi ancora, vorrei entusiasmarmi.
A un mio amico che aveva paura di essere friendzonato da una ho consigliato di stare tranquillo, ché tanto ormai non abbiamo mica più l’età di farci degli amici nuovi.
Stanno insieme da tipo due anni.
Sono diventata come le nuove vecchie canzoni, una nuova vecchia me, con nuovi vecchi amici. Il principio è sempre lo stesso, capito no?
Mick Jagger cantava: “What a drag it is getting old”.

Quando sono in giro ho sempre bisogno delle tasche, le braccia mi pesano e non so mai dove metterle. Sono le prime cose che mi risultano superflue quando non so cosa dire. Sento che stanno a penzoloni.
Le conversazioni di cortesia, in particolar modo con sconosciuti e in lingue che non sono la mia, non le reggo più.
Mi vergogno continuamente, per ogni cosa.
Ma parlare a gente più stupida di te serve molto. Lo dimentico sempre.
Io non parlo più molto però. Le femmine mi danno fastidio e con i ragazzi é come se per me nel tempo fossero stati solo dei vaccini, iniettati per resistergli.
Non ho più particolare attrattiva per il genere maschile. Suppongo sia perché sono già innamorata, ma in ogni caso quelli che mi fanno un po’ brillare l’occhio sono solo molto belli, da guardare, come vedere un attore figo alla tv. Cosa potrebbe attirarmi ad uscire di casa ora che bere e rimorchiare non mi attira più?
Mi ricordo quando la mia vita era “Pelli”, “Skins”, la serie tv.
Si lo so che non era inteso così, credo che stesse per “cartine”, ma a me e ai miei amici era una gag che piaceva, erano 10 anni fa, come i Foals in Skins.

Se mai dovessi liberarmi della mia identità un giorno, vorrei chiamarmi Charlie Brown, anche se lo dubito, non esco molto spesso dalla mia comfort zone. Perché rischiare?
Solitamente reagisco solo se tocco il fondo, perché devo risalire su per forza, ma se non sono laggiù sono troppo pigra per volere di più.
Come quella volta che volevo fuggire e ricominciare oltreoceano senza dire niente a nessuno, poi mi sono resa conto di stare già cominciando a fantasticare sull’epico ritorno in patria risuscitando dal mondo dei morti e ho realizzato di essere già dove volevo tornare. Ho comprato un biglietto aereo, ho mantenuto il silenzio a riguardo per sei mesi e dopo mi é passata la voglia. Mi sono fatta una vacanza in personal di un mese, a Los Angeles, poi la stagione estiva lavorando in Riviera e infine ho chiesto la disoccupazione.
Nel quinto cerchio dell’Inferno gli accidiosi hanno chiamato una piazza con il mio nome.

Stefania Capodaglio

I dischi che piacciono solo a me, credo #9

Abba – Super Trouper (Epic, 1980)

Frida e Agnetha non sono mai state giovani. Sono nate milf. E realizzare che quei due scimpanzé potevano approfittare delle loro grazie mi faceva uscir pazzo. A questo pensavo mentre percorrevo i pochi metri che separavano casa mia da quella di Pier. I suoi genitori erano in montagna ed avevano acconsentito a lasciargli via libera per la festicciola del 31 Dicembre. Quattro piani tutti per noi. Un paradiso. Avevo la nomèa del ‘duro e puro’, quello tutto Ramones e Joy Division, il Jim Jones dell’italo disco (uomo stolto e limitato!), quello che arrivava con le novità synth pop marchiate Virgin Italia. Quello lì, che è poca roba ne convengo, con in sovrappiù un sacco di scheletri nell’armadio. Abba fra questi, e poco importava di essere stato in lussuosa e lussuriosa compagnia, dacché moltissimi tra i miei beniamini erano altresì affascinati dalla capacità melodica dei nordici. Persino i Throbbing Gristle. Voglio dire: i Throbbing Gristle! Fanatici all’ultimo stadio del quartetto, e sfido chiunque a trovare qualcosa di più diametralmente dissimile, nello sporco campo del pop. Come che sia io, verso le due gnoccolone, avevo un Sai Baba interiore che mi mandava in orbita, e non potevo non ammettere che i due scimpanzé avessero un tocco magico su quei polpastrelli pelosi; un tocco armonico davvero graziato da Vostro Signore Iddio.

Arrivai a casa di Pier verso le 21, giusto in tempo per notare la di lui notevole (ripeto: notevole. Vogliate credermi per una volta) sorella uscire – agghindata come Lene Lovich – con il fidanzato dell’epoca. La serata prometteva bene. Ci ritrovammo in una dozzina scarsa di ragazzi e ragazze – più i primi che le seconde, invero –  per una pasta informale e un pieno di preoccupazioni del padrone di casa. Mi raccomando – disse – non fate confusione o casino, non distruggete nulla soprattutto; mangiamo qualcosa e poi ci imbuchiamo a qualche festa. Come no – pensai – tutti ad aspettare noi, proprio. Ogni modo mettemmo ai fornelli una scaricatrice di porto, incidentalmente iscritta all’Istituto Alberghiero, prima che cominciasse un fastidioso chiacchiericcio culinario ed io chiedessi a Pier di ascoltare un po’ dei suoi dischi. Avevo libero accesso per ovvi motivi, e lui una nutrita ed eterogenea collezione di vinili, uno zibaldone dove si mescolavano Toto, Classix Nouveaux, Siouxsie And The Banshees, Pink Floyd e tutto quello che ci poteva stare in mezzo. Poi, nascosto da un Supertramp (anzi: da IL Supertramp per antonomasia), vidi Super Trouper degli Abba. Nel mio Pantheon la versione gang bang dei Fleetwood Mac, chissà perché. Forse per le due donzelle, forse – inconsciamente – per delle strane relazioni dolorose. Loro. Forse perché, e qui sta lo snodo cruciale, Go Your Own Way dei secondi era null’altro che una permutazione lirica di quella The Winner Takes It All dei primi. Ero nel giusto, ma ci vollero ancora alcuni anni prima che lo comprendessi chiaramente. Come che sia, ornato da una copertina orribile – tipo Manhattan Transfer convertiti dai Testimoni di Geova – quel disco conteneva una gemma che aveva monopolizzato il monopolizzabile negli ultimi mesi. Era uno dei quattro o cinque singoli estratti. The Winner Takes It All, appunto. Avevo sempre avvertito qualcosa di fosco in quella canzone, troppo profondo e radicato perché fosse solo una registrazione da far finire al numero uno delle classifiche. Già. Mi ci misi d’impegno e decisi di decrittarla prima che l’anno terminasse. Il mio inglese era poca cosa, ma non abbastanza ‘poca’ da non capire quasi subito che lì, su quei solchi, si stava consumando una tragedia. Come in cucina dal resto, da dove proveniva uno strano odore di conserva e Vinavil. Venni chiamato a rapporto quasi subito, proprio mentre cominciavo a comprendere la ferita di Agnetha. Spensi il Thorens (si trattava bene, il Pier) per fiondarmi al posto a me assegnato, giusto in tempo per notare una brodaglia collosa dal colore indefinibile svettare dai piatti. Una cosa tipo fluidi vaginali della femmina di Alien. In climaterio. Tra bestemmie e improperi assortiti due di noi decisero di usare quella resina di stucco e muco per coprire dei buchi sulla strada, mentre un’altra coppia si sarebbe adoperata per trovare una pizzeria aperta. Io no. Non mi andava di bighellonare a meno due gradi centigradi in cerca di una suola per scarpe con del pomodoro stantio sopra. Volevo tornare da Agnetha, mesto e comprensivo verso le sue paturnie. Volevo augurarle Happy New Year, proprio come una delle canzoni del disco, ma ero (sono) una persona riservata e rimasi in silenzio ad ascoltarla, con un Doriano tra i denti e un buco sullo stomaco. E non solo per la mancata assunzione della pasta. Con un delicato su e giù della puntina capii il dolore al quale era andata incontro quella donna, che trovavo più affascinante quando circondata dal dolore (a 3’24″ del video v’è un suo leccar di labbra da paura). I don’t wanna talk… Lasciai che mi permeasse con la sua storia per decine di volte; e mentre i whisky e le grappe volavano in ogni dove io ero abbarbicato alle lacrime della nordica biondona. Il vincitore si prende sempre tutto, già. Riscrive la storia a suo piacimento e viene investito di luce e adulazione. Chi perde ritorna nelle retrovie circondato dall’oblio e dallo scherno. La storia di quasi ogni vita, in pratica, ma cantatevela voi questa, accidenti. The winner takes it all the loser has to fall it’s simple and it’s plain why should I complain?  

Un disco pieno di ganci, Super Trouper, con titolo preso dal famoso faro ‘cercapersone’ usato nei palchi durante le esibizioni. Oltretutto marchio registrato dalla Strong Entertainment Lightning, ma nulla era un ostacolo per quella corazzata chiamata Abba. Un disco che parte a mille con la contagiosissima traccia omonima (un lieder per boscaioli allupati) approntata in velocità per completare una scaletta che necessitava di ulteriore minutaggio. Che disco Super Trouper! Privo di riempitivi e perfettamente focalizzato nel declinare il miglior pop da fischiettare del pianeta. Che sia la sublime And On And On And On (pezzaccio sul quale Umbertone Tozzi e la Electric Light Orchestra devono averci perso senno e sonno) o Me And I, ascrivibile ad un pop ruffiano che farebbe il paio con “Tu sei l’unica donna per me” di Alan Sorrenti. Solo molto meglio. Mi piaceva persino Andante Andante, ostia! Edulcorante diabetico finissimo, e nessuno mi toglierà mai il pensiero che gran parte del canzoniere di Madonna (quello meno danzereccio) si sia adagiato da queste parti. Avevo decalcomanie di Holly Hobbie al posto del cuore, altro che Blitzkrieg Bop pensavo, ormai convinto di saltar la cena e qualsiasi festa alla quale non fossi mai stato invitato, ‘che ognuno di noi ha le sue All Tomorrow’s Parties.

E se della perfezione di The Winner Takes It All s’è detto (ma andrebbe ripetuto ad lib, fosse solo per il groove ganzissimo della sezione ritmica) pure la citata Happy New Year ha il suo posto nel mondo, un posto dove ti par di veder spuntare un Babbo Natale che stappa una Coca Cola in bottiglietta e tu hai la Playmate del mese tra le mani sopra un soffice materasso ad acqua. Un sottofondo perfetto mentre guardi il calendario realizzando che anche questo 1973 se n’è andato. Oh Happy Day! E che dire allora del sublime cantico magno? Quella Our Last Summer che profuma di west coast, frittelle agli angoli delle strade e Laura Nyro (non è una bestemmia); retromania allo stato puro da umidicce lacrime e salivazione azzerata. Sentite qua: l’aria estiva era leggera e calda, la sensazione era piacevole, la notte di Parigi faceva del suo meglio per compiacerci, passeggiando per gli Èlysèes bevemmo qualcosa in ogni cafè. Tu parlavi di politica e filosofia e io sorridevo come la Mona Lisa; era la nostra possibilità e fu una vera storia d’amore. Riesco ancora a ricordare l’ultima nostra estate, rivedo ancora tutto, le camminate lungo la Senna ridendo sotto la pioggia. L’ultima nostra estate, ricordi che rimangono”. Non c’avete un magone grande così, o voi devoti agli Hüsker Dü?

E ancora il folk-loristico incedere di The Piper o il genuflettersi su quel gran pezzo di pop tutto nero e tutto hot chiamato Lay All Your Love On Me. Quattro minuti e trentacinque secondi pieni di orgasmici spermatozoi pronti a fecondare gran parte dello scibile. Discomusic che si fa Madonna (ancora!) in un pentagramma che già inventa le squinziette barely legal alla Britney. Con in omaggio l’iscrizione a Tinder e un ritornello da sagra di paese, caserma, casalinghe disperate, apericena, parrucchiere felici, dark room. La quadratura del cerchio. E infine l’Evita Peron di The Way Old Friends Do, pronta a chiudere un album con una dose assurda di magone operistico e chiesastico, mentre ti incammini nella neve un inverno qualunque, col bicchiere di sidro in precario equilibrio come nel peggior Valzer delle Candele. Don’t Cry For Me Agnethina.

Finiranno qui gli Abba, su questo disco contagioso e perfetto, ‘che di quell’accozzaglia chiamata The Visitors c’è poco da dire, e ogni vero seguace lo sa. Finiranno qui dunque, un po’ come la nostra serata. Mentre la materia collosa si rapprendeva in strada, assolvendo perfettamente al suo compito, io mi ubriacai con questo Amaro Svedese per tutta la notte come se fossi stato immerso nel peggior film di Ingmar Bergman. Non ci imbucammo a nessuna festa e Pier fu comprensivo.

Michele Benetello

 

 

I dischi che piacciono solo a me, credo #8

Robert Palmer Clues (Island, 1980)

Se gli occhietti melliflui del Ferry ogni tanto vi andavano indigesti allora era Robert Palmer il gentleman che faceva per voi. Per me, quantomeno. Elegante ma non troppo, educato, buone maniere. Residenze a Nassau e Lugano. Davidoff Gold. Champagne. Per brindare a un incontro. Anzi più d’uno. Segni particolari: un gessato. Lo immaginavi invasato per la topa, come Danny Wilde (The Persuaders) e non avrebbe affatto sfigurato in qualche 007 nella parte del satiro cattivo. Some Like it Hot, no? Ma anche Some Guys Have All The Luck. Figuriamoci lui.

Era però la musica la sua priorità. Io lo scoprii proprio con Johnny And Mary come – quasi – tutti, successo smisurato del 1981; per me faceva trittico on Jacno e Lio. Stesso zompettar da videogame, stessa tensione ero(t)ica che mai si esprime, stesso deflagrar di synth e linee di basso binarie.  Solo che qui (complice forse l’aiuto di Gary Numan nell’album) vi era uno spleen da Moscow Mule, peli del petto in bella vista, cocktail bar alle due di notte e nessun disincanto. Canzone che hanno rifatto un po’ tutti ma recentemente anche Ferry (guarda un po’) quasi a chiudere un cerchio a doppio petto.

Johnny è sempre in giro, Mary sa di stancarsi facilmente.

Bell’uomo il Palmer, sciupafemmine che – andando a ritroso – mai avrei immaginato in quella congrega chiamata Vinegar Joe (assieme a Elkie Brooks), lui sempre così misurato e con quella voce da crooner post coito. Andò pure a Sanremo, sempre nel 1981, per far vedere alle compassate cariatidi che lo stile non era sfrucugliare vestiti da sera e rughe. Bella canzone, minimale e – a modo suo – pure triste. Manco la cantava, si limitava a bisbigliargli in bocca, senza redenzione alcuna e offrendo il fianco a Rod Stewart che la copierà pari pari in Young Turks (prima di riprendere proprio Some Guys Have All The Luck, nel 1984) . Tanto tuonò che piovve e il VUM (Vostro Umile Scriba) appena ebbe qualche possibilità economica in più volle approcciarne l’album, stanco di consumare il 45 giri su impianti sempre più costosi. Fato decise che riuscissi a trovare – in una bancarella scrausa – l’accoppiata vincente, ovvero Clues e il 12″ Some Guys Have all The Luck. Lo ammetto, oggi non ci perdo la testa e quei due manufatti giacciono – near mint – a riposare nelle grandi praterie di Manitù, laddove finiscono i puri di cuore, quelli che, alla fine, mai vedranno il Regno dei Cieli, costretti a girovagare in un limbo di accidia.

Preferivo il 12″, tra l’altro. Perfetto esempio di pop da gravidanza indesiderata, di quelli ‘vieni su da me a vedere la mia collezione di Champion’s League perse?’. Quattro tracce cantate in punta di piedi sempre con il suo inarrestabile aplomb, di quelli che ti sorprendevi a chiederti se stesse registrando le parti vocali per contratto o davanti ad una danarosa platea di umidicce pseudo granny. Bello, senza alcuna pretesa, ma didascalicamente perfetto nel declinare un pop da aperitivi all’imbrunire, con una spruzzata di tastierine Eminflex e il solito sorriso sornione che lo contraddistingueva. C’era il Numan pure qui (in Style Kills) ma si limitava a striminzito compitino. E quindi due parole due su Clues mi piacerebbe spenderle, forse (e fosse) solo per togliere un po’ di polvere all’uomo.

In Clues vi è un bel parterre de roi, e mi piace immaginarlo a Nassau, attorniato da quel mago chiamato Alex Sadkin tra ostriche, champagne, gnocca barely legal e sostanze polverinose (nose: da naso). Vi è Chris Frantz dei Talking Heads a sferragliare pelli nell’iniziale Looking For Clues e pare davvero merce della premiata ditta, mentre il succitato Gary Numan col fido Paul Gardiner s’adopra nella wave-issima I Dream Of Wires. Sulky Girl olezza di southern rock (nel peggiore dei casi) e di Fleetwood Mac (nel migliore) ed è per questo irresistibile. Così come è irresistibile il meretricio B52’s in odor di Rhythm’n’Clues (battutaccia, scusate) di What Do You Care. Vi è persino Andy Fraser dei Free (su Not A Second Time, un AOR da juke box in mezzo al deserto) e Jack Waldman alle tastiere. Chiude la gabrieliana Found You Now. A proposito: come sarebbe a dire ‘chi è Jack Waldman’? Uno degli uomini che ha letteralmente inventato la disco, sorvolando gli arzigogoli soul di Gloria Gaynor, dei Niteflyte, di Richie Havens e poi, via via, girando sulle ottave dei più disparati artisti, da Desmond Dekker a Klaus Nomi, da Rachel Sweet a Billy Idol e Paul Haig, da John Martyn a Aretha Franklin, da Madonna a Whitney Houston. Riprendo il fiato e ripongo l’ellepi. Torno subito.

Insomma, in questo piccolo compendio di ‘Caraibi da Bere’ trovate la più completa, signorile ed esaustiva guida all’abbordaggio anni 70. Pelli d’orso e caminetto compresi. E mi piacerebbe assai aver qualche pruriginoso aneddoto da raccontare a riguardo, pur se conscio che non sia cosa da gentiluomini vantarsi di imprese impossibili. In ogni caso ne sono scevro, ergo il problema non si pone. Epperò la sobria eleganza di queste otto tracce dovrebbe essere resa costituzionale, fosse solo per insegnare a quella fetta di popolazione di sesso maschile come vada abbordata una donna senza risultare un rupestre di immani proporzioni.

Eppure, a dispetto dell’incedere sbarazzino e dal groove possente (per l’epoca) Johnny And Mary raccontava una storia tutt’altro che felice, turpitudine immonda che mal si sposava con la rara signorilità del suo autore. Non lo capii subito, date le mie arcinote difficoltà nel decrittare un testo in idioma sassone, ma qualcosa suonava storto in quell’incedere di amorosi sensi. Alcune terzine mi risultavano sibilline, tipo ‘Mary conta i muri, sa che lui si stanca facilmente… Ma lei rifaceva il suo letto anche quando c’era poca scelta’. Ohibò. Una Every Breath You Take col vaiolo? Violenze domestiche? Semplice matrimonio noioso e annoiato o un nuovo caso Fritz o un anticipo di Natascha Kampus? Non lo sapremo mai, anche se qualcuno – negli anni – ha avanzato l’ipotesi riguardo un surreale e immaginario quotidiano di Adolf Hitler e Eva Braun.

Io, fossi in voi, lo comprerei Clues, lo trovate – spesso a prezzi imbarazzanti e tenuto perfettamente – in qualsiasi bancarella dell’usato, segno che di copie se ne vendettero assai ma altrettanto assai non vennero ascoltate. E’ il destino dell’uomo che sussurra, quello di scivolare a valle senza che nessuno lo raccolga. Lo comprerei sì, certo di trovarvi ancora dei ganci formidabili e uno stile pressochè immutato.

Johnny è sempre in giro, Mary sa di stancarsi facilmente.

Robert invece se n’è andato. Morto per un attacco di cuore (spero in un talamo dal sapore Hefneriano) a Parigi il 26 settembre 2003.

Michele Benetello

The most revolutionary group in the history of rock’n’roll* (Fiver #14.2018)

*Lester Bangs nelle note di copertina della raccolta The Mekons Story 1977-1982

La prima volta che incrociai i Mekons fu sulle pagine di Rockerilla, mi pare. Doveva essere il 1980 o forse l’81 e il loro nome compariva all’interno di un articolo in cui si faceva il quadro sulla nuova scena post punk di Leeds. Si parlava del Futurama, di Scritti Politti, Gang of Four, Delta 5 e non ricordo cos’altro. L’autore del pezzo li descriveva come un collettivo di sregolati studenti d’arte che aveva adottato come propria sigla una contrazione del nome di un fiume del Sud Est Asiatico. Un fiume passato solo poco tempo prima dalle pagine di geografia a quelle di storia come uno degli scenari per la guerra che si era sviluppata lungo il suo corso e attorno al suo delta. Il fiume Mekong.
Ho sempre subito una fascinazione, un po’ perversa e indubbiamente nera, riguardo la guerra in Vietnam. Immagino che questa attrazione abbia fatto leva su una serie di film che mi capitarono a tiro in quegli anni, anni indubbiamente formativi. Film che raccontavano storie che avevano, in maniera più o meno esplicita, quella guerra come loro unico comune denominatore: Taxi Driver, Un mercoledì da leoni, Tornando a casa e naturalmente la magnifica accoppiata Apocalypse Now/Il Cacciatore.
Avrei imparato in seguito che nell’immaginario di quegli studenti iscritti all’università di Leeds in realtà il nome Mekons non aveva nulla a che fare con il Vietnam, essendo viceversa ispirato a un personaggio di Dan Dare, fumetto di fantascienza pubblicato in Inghilterra negli anni ‘50. Poco male, quelli erano tempi in cui la conoscenza si sviluppava seguendo canali molto più approssimativi e avventurosi degli attuali e non mi sento oggi in animo di ascrivere colpe a chi all’epoca mi fornì quella erronea indicazione. I Mekons in ogni caso avevano pubblicato un paio di singoli che erano davvero buoni e questo bastava. Ma quelli erano giorni in cui di singoli buoni ne uscivano a grappoli ogni settimana così il loro nome cominciò a scolorire tra le troppe note segnate in un’agenda sempre più fitta di appunti. Così li persi presto di vista. Non prestai molta attenzione al loro primo album, The Quality of Mercy Is Not Strnen, suonato prendendo in prestito gli strumenti dei Gang of Four i quali, causa errore di un grafico della Virgin, finirono pure nella foto di retro copertina del disco al posto loro. Per scivolare celermente nell’oblio poi i ragazzi ci misero anche del loro disperdendosi rapidamente in altre faccende, tanto che nel giro di un paio d’anni ero già preso dal nuovo gruppo che John Langford, il cantante dei Mekons, stava mettendo in piedi: i Three Johns.

Poi venne il tempo dello sciopero dei minatori inglesi. Un evento che a giudicare dal numero di volte in cui è finito citato nei miei ricordi personali tra le pagine di Sniffin’ Glucose va iscritto senza dubbio nel novero di quei momenti che hanno evidentemente esercitato una notevole e duratura attrazione sul sottoscritto. Alla stregua della guerra in Vietnam, la vita e le opere di Mark E. Smith e gli Sleaford Mods.
Lo sciopero dei minatori occupò un intero anno della moderna storia inglese a cavallo tra il 1984 e l’85, trovando supporto massiccio e costante tra più o meno tutti i musicisti britannici dell’epoca. Billy Bragg, Paul Weller, Jimmy Somerville, Strawberry Switchblade, Kirsty MacColl,  Madness, The The, Heaven 17, Bananarama, Prefab Sprout, Elvis Costello, Beat, Lloyd Cole, Smiths,  Redskins, Housemartins e molti altri. Tanto sostegno ma poco risultato: Margaret Thatcher batte Red Wedge sei zero sei zero, tutti a casa.

Anche i Mekons si fecero coinvolgere incollando assieme i pezzi della band e rimettendosi in strada per una serie di concerti per raccogliere fondi a favore degli scioperanti. Vuoi l’entusiasmo per la causa, vuoi la teoria che a fronte di momenti politicamente e socialmente bui esiste proporzione inversa tra miseria dei tempi ed ebrezza della musica (e dell’arte tutta) che a quei tempi fornisce colonna sonora, vuoi l’ingresso in formazione di un paio di elementi, gente tipo il  batterista dei Rumour di Graham Parker e il bassista di P.I.L. e Damned, vuoi la scoperta di strumenti nuovi quali armonica e – soprattutto – violino, fatto sta che i  Mekons  concerto dopo concerto ricaricarono le batterie trovando pure il tempo di chiudersi in uno studio e spartire tra loro un paio di settimane all’insegna di alcol e paranoia (si perché non bastasse l’incubo Thatcher in casa in quei mesi c’era pure il bonus Reagan di là dall’Oceano).
Ne uscirono con dieci canzoni, poco più di 35 minuti di musica che distribuirono su due facciate di vinile dato alle stampe dalla Sin Records, piccola indie di loro proprietà. Titolo programmatico: Fear and Whiskey.
One of the 50 rock albums every country fan should own.
The seed that sprouted alt country.
The first great statement of shambolic punk.
A sort of concept album about life during wartime.
Queste le prime definizioni che bucano la rete se si imposta la ricerca Mekons+Fear and Whiskey.

I was out late the other night
Fear and whiskey kept me going
I swore somebody held me tight
But now there’s just no way of knowing

I saw your face in a crowded bar
“Excuse me please!”
At least I thought it was you
Now I just don’t know where you are

My suit was smart when I put it on last week
All I could remember as I walked down the street
Was the rain and tears on your face
Oh gee, I guess I’m just a disgrace

Erano gli anni in cui con Massi si era ricominciato a trasmettere in radio. Si passavano dischi per un’ora il mercoledì pomeriggio, il nome della trasmissione – una delle tante che di lì in avanti avrei condotto – era Specchi d’acqua. Come una canzone che stava dentro il primo album dei Diaframma. Il disco dei Mekons, riversato sul lato di una C90 registratami dal mio pusher preferito di allora, un ragazzo del ravennate che poi avrei ritrovato in traiettoria molti anni dopo averlo perso di vista, non mancava mai. In particolare c’era una canzone, la terza in scaletta, che mi faceva letteralmente uscire di testa. Si apriva con questa armonica che sembrava venire fuori da un disco di Bennato (che poi lì invece era il kazoo) ed esplodeva subito dopo dentro una batteria stile locomotiva punk cui andava dietro un coro da ubriaco che neanche la domenica pomeriggio per le vie di New Cross dopo una partita del Millwall. Pensavo, anzi ero convinto, che semmai mi fosse capitato prima o poi di gestire la consolle di qualche club – all’epoca una delle mie massime aspirazioni – quella canzone  l’avrei passata di sicuro. Qualche anno dopo quell’ambito mestiere mi è toccato in sorte, eppure quella canzone, la terza del lato a del terzo disco dei Mekons, non l’ho mai passata.

Never been in trouble
Don’t call me on the phone
Put the blower in the bathroom
Burn the house and start from scratch
Searching for existence
With my red, red wine
It’s hard to be human
Hard to be human again

Anche se contiene una canzone che si chiama Country e un’altra che è una cover di un pezzo di Leon Payne, meglio conosciuta nella versione di Hank Williams (Lost Highway), Fear and Whiskey non è un disco country. Non nella maniera in cui classicamente si intende il country. Anche se come tale all’epoca fu considerato, creando anche qualche problema ai suoi autori, causa il fatto che quello specifico genere musicale è da sempre associato ad aggettivi quali americano e conservatore, non esattamente accezioni positive nell’ambiente che i Mekons frequentavano.
Fear and Whiskey è fondamentalmente un disco in cui cantare di alcol e di politica ma anche e soprattutto di disperazione, un disco che riascoltato oggi possiamo sì affermare anticipi di anni il genere che sarebbe poi stato canonizzato con il termine alt country, abbracciando allo stesso tempo la deriva punk del brit folk avviata in quegli stessi anni dai loro vicini di casa Pogues. Ma non è un disco country. E’ un disco che oltre ad avere uno dei migliori lati b della storia contiene anche una delle mie love song preferite di sempre. La canzone che vorrei avere a portata di mano ogni singola volta in cui sto per affrontare la fine della notte e l’inizio del giorno, la musica sta sfumando ed è ora di tornare a casa senza avere alcuna voglia di tornare davvero a casa.

The dance floor’s nearly empty now
Everyone’s gone home
We’re fragmented and broken up
Like love affairs
And as if seeing you for the first time
Something whispered
Looking at you in desperation
Knowing nothing ever happens

I wanted to say fall in love
I wanted to say fall in love with me
I wanted to say fall in love
It’ll be alright

L’ottima Superior Viaduct ha appena ristampato i primi due singoli dei Mekons,  Never Been in a Riot e Where Were You originariamente pubblicati dalla Fast Product nel 1978.

Arturo Compagnoni

I dischi che piacciono solo a me, credo #7

Holger Hiller – Oben Im Eck (Mute, 1986)

Per un certo periodo, si parla dei primissimi anni novanta, venni preso in simpatia da un gruppo di musicofili all’ultimo stadio. Gente seria, giro giusto, spesso con un curriculum da paura. Giornalisti, accumulatori seriali, professoroni, fanatici dei concerti in ogni angolo del mondo, bassisti fretless pastorizzati (da Pastorius) e svangacoglioni come pochi, tanto che – col senno di poi – li avrei preferiti pistorizzati (da Pistorius). E scusate lo sfogo poco politicamente corretto. Quasi tutti ricchi, quasi tutti invasati dal jazz (ahia!) e quasi tutti over 40. Per qualche astruso motivo fui ammesso nel gotha di cotanta sapienza; avevo la metà dei loro anni e una parte infinitesimale delle loro possibilità economiche. Eppure venni ammesso. Forse solo per farsi beffe di me (tipo La Cena dei Cretini) però accadde.

Sapevo che lo scontro generazionale sarebbe stato impari, e che tutte quelle ottave diminuite si sarebbero infrante come Bücherverbrennungen davanti al mio integralismo del tempo. Che aveva un senso, se paragonato alle loro seghe. La mia era ragion di stato e stop. Erano borghesi, illuminati certo ma pur sempre borghesi, quella borghesia latente che si irradia con un fascino discreto, tanto per citare. Si ritrovavano, ad intervalli regolari, nell’attico del promotore di cotanta massoneria pentagrammatica e – dopo alcuni mesi di assestamento durante i quali saggiarono per vie traverse le mie presunte capacità – in un pomeriggio di un torrido giorno d’estate venni convocato. Il mio ingresso in società, nel club più riservato ed esclusivo della città, la loro scimmietta ammaestrata alla quale tirare le noccioline ad ogni capriola eseguita magistralmente.
‘Portatevi appresso un disco’ era scritto in corpo 18 sull’invito. Ahia al quadrato. Già mi immaginavo l’onanistica orgia sonora (incrociavo le dita fosse solo sonora) alla quale andavo incontro, puristi delle frequenze e – ben che fosse andato – genuflessi sul prog più becero. Mi immaginavo le loro primissime stampe di qualcosa a me sconosciuto, tipo sestetti free, lunghissime e spossanti suites, live al Ronnie Scott’s, rarissimi mantra indiani incisi su minuscole etichette. Gli Yes. Un Rotary che mi inquietava, lo ammetto; e al quale non parevano essere ammesse donne. Ahia al cubo. Non avrei saputo ribattere agli astrusi artifizi musical-matematici di quelle teste d’uovo. Gente che andava a vedersi qualche jazzista pronto a tirare le cuoia a Dallas o Kuala Lumpur o spendeva sessantamila lire per un bootleg dal vivo. Che je dici? ‘Ciao, piacere, mi piacciono i Ramones, compro vinili Best Buy e ogni parruccone buono è quello morto’? Sarei stato depennato per manifesta scarsità di note.

Affrontai le scale di un antico palazzo del centro alle due di un pomeriggio equatoriale; un luglio cane, di quelli che fondono l’asfalto e ti smacchiano i peli pubici, con il mio bel long playing sotto braccio, un rivolo di sudore a scendere tra le chiappe e la maglietta pezzata. Erano tutti seduti su divani finemente cesellati, barbuti e panzoni. Ahia all’ennesima potenza. Non ero ancora sufficientemente smaliziato per comprendere cosa potesse nascondersi dietro tutto ‘sto Throbbing Gristle d’ormoni. Al primo che avesse estratto un disco dei Coil – il primo che non fossi io, ovvio – sarebbe arrivato un cartone sui denti, secco. Già mi vedevo saltare dalla finestra (era un terzo piano, addio) mentre la libido degli orsotti si scatenava.

Sbagliavo, grazie a Dio, e ci misi poco a rilassarmi da quel lato. Lato B, per rimanere sul vinile, e scusate il pecoreccio. Ma quando si cominciò ad estrarre i vinili dalle buste capii che era la fine. Il primo era proprio un live di Jarrett. Forse a Montreux, non ricordo. Jarrett. Montreux. Dico Argh! perchè mi sa che “ahia!” l’ho già detto. Un bootleg se ben ricordo, registrato talmente bene che si sentiva il vecchio Keith ravanarsi l’inguine tra un abbraccio e l’altro al suo pianoforte. Chi aveva il coraggio di parlare? Quello era il Trainspotting dell’alta fedeltà! Squirtavo sangue mentre gli altri erano in preda ai più paradisiaci titillamenti, ero certo che qualcuno – di lì a poco – avrebbe avuto un orgasmo squassante tanto colavano terzine. Insomma, due coglioni immensi e grappoli di note alla cazzo che mi scendevano per i padiglioni auricolari, ingorgandoli, prima di infilarsi dentro i boxer ad uccidere ogni segno di mascolinità. Se avessero improvvisato così con le loro mogli signoriddio, invece di contorcersi sul damasco del divano con la beatitudine dipinta sul volto. Volevo fumare. Non si poteva. Alcool? No. ‘Na birretta? No-o, solo Fanta. Parliamo di gnocca? Sia mai. Niet. Verboten. Un colpo di tosse li fece girare schifati. Si immedesimavano, evidentemente. Uscii in terrazzo, un giardino pensile di Babilonia. Nessun portacenere, volevo morire. Mi accesi la sigaretta più triste della storia (sì anche più di quella di Bogey) e attesi il mio turno, gettando il mozzicone sul marciapiede con un lancio perfetto. L’unico momento minimamente Rock&Roll di una giornata da cancellare.

Alle 18 in punto toccò a me, convocato dai chirurghi del suono. Consegnai il vinile da estrarre al Gran Cerimoniere nonchè TDISPCDS (titolare dell’impianto stereo più costoso della storia): Oben Im Eck di Holger Hiller. Tanto valeva suicidarsi con stile. ‘Metti la terza del lato A’ – dissi – ‘si intitola Whippets‘. La calura pomeridiana evaporò su quei gorgheggi da teatro kabuki, furono tre (anzi due, perchè venne proditoriamente tolto dal piatto anzitempo) minuti di gelido silenzio e sguardi smarriti. Il ‘mio’ Keith Jarrett non aveva passato l’esame. Con un aplomb perfettamente equilibrato rimasero sul vago, ma si vedeva benissimo lo sdegno con il quale ritenevano avessi reso impura la stanza d’ascolto e i coni delle casse. ‘Non riesco a comprenderne il senso’ fu il commento più audace; sembravano tutti la Regina Madre quando ti dice che hai inavvertitamente rovesciato della senape sulla corona, e lo trova ‘disdicevole’.

L’avevo portato appositamente, quel disco, e non solo perchè vi era Billy MacKenzie a ululare come un satrapo sulla traccia in questione. No. Non solo quantomeno. L’avevo portato per sottolineare la differenza (nè meglio nè peggio: differente) che intercorreve tra quei fanatici conservatori e il mio modo di approcciarmi alla musica, che non sarà stato certamente il migliore – preso com’ero da paturnie assortite – ma inequivocabimente più aperto del loro. Non riuscii ad illustrare adegutamente il buon Hiller, uomo che proveniva da quella strana architettura sonora chiamata Palais Schaumburg (altro bell’aguzzo tetris di cervelloni, citofonare Thomas Fehlmann) pronto a mettersi in proprio lungo una schiva discografia. Mi sarebbe piaciuto vedere le loro pupille dilatarsi all’ascolto dell’intera opera omnia – Oben Im Eck ne rappresenta il secondo capitolo – ma mi stavo accontentando di Whippets e delle loro facce schifate. Ma lo dico anche a voi: se superate quel massacro sonoro allora siete pronti per l’intero monolite. Che è sagomato su 10 brani (tre dei quali ‘cantati’ dal Billy) ed è composto su fratture operistiche in guisa di cicatrici, beats minimali, campionature astruse di musica concreta, frenate improvvise di lavande cameristiche, tentativi di techno pop pieno di cocci di vetro, suoni astratti. Oben Im Eck si muove in mille territori nell’arco di pochi secondi, schizofrenicamente. Ci sono gli Art Of Noise abbandonati sull’orlo di una Autobahn con una scatola di numeri e un dissenso dada proveniente dalla Nova Akropola dei Laibach (We Don’t Write Anything On Paper Or So); c’è il Momus (grande seguace del nostro) impazzito (Tiny Little Cloud). C’è l’onomatopeica Waltz, che sembra fagocitata dall’epiglottide di un carillon. O ancora il succitato e irresponsabile Whippets, la matrice disegnata col compasso della title track, la guerra batteriologica di Die Blätter, Die Blätter…. C’è un pezzo come Sirtaki e so già cosa pensate, sbagliando. Ci sono i numeri primi. C’è l’avant-garde, se non fosse french for shit. C’è, alla fine, una ulteriore versione di Oben Im Eck che è come guardare fotogrammi di Babylon Berlin innestati su Eraserhead. Insomma: c’è un sacco di roba dentro questo disco, ma niente che sia di primo acchito assimilabile e curvo. Come recita il titolo è un agglomerato di angoli, di schegge, di scarti numerici. Frattali sonori in guisa di equazioni che si inerpicano e si attorcigliano su parvenze di canzoni. Ma è proprio quello il bello, e quei culi seduti in poltroncine art deco mai avrebbero potuto venirne a patti, glassati su irresistibili scioglievolezze.

Pure la vita di questo geniale dilettante andrebbe studiata, invece di provare ‘a comprenderne il senso’. Stolti. Giusto per far la tara a tanti beniamini diet coke che ci ingolfano gli scaffali. Se dei Palais Schaumburg s’è detto (pronto a mollarli dopo il primo album), è ben la sua idiosincrasia sonora a rimarcarne i tratti rilevanti, con una discografia in gran parte inafferrabile. Oscilla dalla natìa Amburgo a Londra, si accasa su Mute ma è insofferente. Vola in Giappone, sposa Izumi ‘Mimi’ Kobayashi dei Parachute. Lei scrive la title track del manga Urusei Yatsura (tout se tiens, vedete?) e poi lavora con Mathilde Santing. Lui è un flipper, incide a Cuba e in Vietnam e poi si centellina in pochi (sette in trentanni) album volutamente ostici prima di sparire dai radar ad inizio millennio con un album (Holger Hiller, sempre su Mute) che poco aggiunge alla sua carriera. Eppure mi guardai bene dal dare uno straccio di informazioni a quei soloni, evitai di dir loro di NON partire da Oben Im Eck, se fossero stati interessati, indirizzandoli invece su quel fantastico 12″ di sghimbescio synth c-rock titolato Jonny/Das Feuer (Ata Tak, 1984), rivisto qualche anno orsono anche da quell’acuto cesellatore di Pilooski. Non dissi una parola. Quelli erano rinchiusi in una riserva dorata fuori dalla quale mai si sarebbero avventurati, pena l’ossidamento degli zebedei. Tenni Holger per me, come se fosse stata una finale di calcio a porte chiuse (HOL-GER, ovvio) e li lasciai sbrodolare dall’alto dei loro Q.I.
Rimasi a cena (una pizza) per una sorta di rispettosa convenzione, chiacchierando del più e del meno ma senza affrontare l’aspetto squisitamente musicale dell’intero pomeriggio. Sembravano tutti Il Conte di Montecristo, ostia. L’Abate Faria di ‘sto cazzo. Fu quel giorno che compresi lo scarto temporale, la differenza tra anticipare e andare a ruota, tra una spinta propulsiva e sollazzarsi nel proprio orticello. Tra il bruciare e il pisciarci sopra per spegnere il fuoco. E’ una questione principalmente di età dacchè l’apertura mentale spesso è come la vi(s)ta, cala con il passare degli anni.

Oggi saremmo io e Holger Hiller a fare la figura delle Regine esterrefatte se qualche ventenne ci schiaffasse sotto il naso dell’esotico dubstep crioterapico o della trap moldava, per dire. Perchè le impronte digitali emotive invecchiano, fanno le rughe, si incartapecoriscono. E alla fine ti lasciano al tappeto. Resta il fatto che fu la mia prima e ultima ammissione a corte, vi fu una seconda possibilità la primavera seguente che però volutamente ignorai con qualche scusa (tipo: ‘devo andare a ritirare il Nobel’). Ciò che invece ancora oggi rimpiango è non aver avuto il coraggio di imporre il ruggito della mia età: urlare – saltando in piedi su quei divani ‘finemente cesellati’ – che Keith Jarrett ‘è una cagata pazzesca!’ e che Sheena Is A Punk Rocker. Sono certo che qualcuno avrebbe estratto dal cilindro i canonici 92 minuti di applausi.
Non è mai troppo tardi per farlo.


Michele Benetello