Hanna e le sue sorelle: THE PUNK SINGER

The Punk Singer è il documentario su Kathleen Hanna che potete vedere solo se avete l’ADSL, sapete l’inglese, se le basi morali della società mentale dove vivete non sono ferme al 1967* e se sapevate che è la forza della tradizione e non quella della legge che nel vostro paese (minuscolo intenzionale) impedisce di chiamare vostro figlio o vostra figlia col cognome della madre come in tutti gli altri Paesi del Primo Mondo.**

Al di là che chi scrive è un maschio quindi sicuramente in fallo: l’ultimo libro interessante in materia di femminismo in Italia è un libro statunitense del 2002 che ha la traduzione e la prefazione della moglie di Giuliano Ferrara (o se vogliamo essere meno agenti provocatori possiamo citarvi dei libri a caso della belga Luce Irigaray che non a caso stava assieme ad un sindaco di Bologna: Renzo Imbeni is our AD ROCK).

Lo scenario, se si sposta il fuoco della lente sul versante musica suonata e musica scritta – nel senso di “scritti sulla musica” e “scritti attraverso la musica” – è desolante, a meno che non si voglia finire a parlare di Jo Squillo e delle altre ragazze del ruock in salsa pummarola o peggio ancora ci si voglia sucare nongià il left one ma le menate fuori tempo massimo e fuori luogo (è il 2014 o no? File Under: Analisi ferme all’era pre-www.) del fu Jumpy Velena (ora Helena) e dei Raf Punk e l’età dell’oro.
urlIn questo caso come al solito in Italia alla fine la scelta non è nemmeno tra il versante ulta-ortodosso tipo quello del punk (non parliamo nemmeno del separtismo alla Tribe 8) e le groupies alla Pamela Des Barres, che alla fine erano “ragazze a perdere” (cercate su google: groupies + ragazze a perdere per sorbirvi la solita solfa sull’altra metà del cielo e blah blah).
Quella è l’America, e qui siamo in Italì.
Gli unici bagliori tricolori, ma parliamo proprio di lucciole che è stata l’unica volta che non sono state scambiate per lanterne, li abbiamo visti guarda caso negli anni ’90 in ambito punk hc (in questo senso non finirò mai di sostenere la tesi che il rock indipendente italiano degli anni ’90 è l’equivalente del copromesso storico DC-PCI con tutte le implicazioni di sottosviluppo culturale del caso: e non abbiamo nemmeno la magra consolazione di aver avuto Prima Linea e/o le Brigate Rosse ma solo l’eroina e il rifugio nelle religioni orientali), con qualche fanzine (Punto G, la April Fool Day italiana) e qualche gruppo significativo (Bambine Cattive, SSP per tagliare con l’accetta la questione).

Negli anni ’90 infatti, oltre alla rivoluzione operata dal grunge (come al solito poi si è vista o voluta vedere la punta dell’iceberg del fenomeno) la revolution summer assieme alle istanze di quella indiana (avvenuta poco prima dal punto di vista cronologico)*** portano con sè la revolution girl style now, che ha come figura di riferimento principale Kathleen Hanna, protagonista del documentario The Punk Singer.
Vi risparmiamo pure la menata sul fatto che a lei si deve il titolo della canzone più famosa dei Nirvana e che la batterista del suo primo gruppo (parliamo di Toby Vail e delle Bikini Kill ovviamente) avrebbe potuto salvare Kurt Cobain da quella Yoko Ono ma senza talento artistico-performativo (così dicono gli esperti quale io non sono: pare che Yoko Ono abbia talento, la compro come me la vendono) che risponde al nome di Courtney Love (una ubriaca che diede un cartone in faccia alla Hanna durante un Lollapalooza, la ricordiamo così: una sfattona ubriaca, nulla di più) e anche in questo caso per tagliarla con l’accetta e per usare un paragone figlio della cultura cattolica parlare di Kathleen Hanna è come dire che se Calvin Johnson è il figlio, Ian McKaye il padre Kathleen Hanna è assieme Spirito Santo e pure e ovviamente Madonna laica (nel senso che non è solo e solamente “madre di”).vail.cobain

The Punk singer, uscito in anteprima a Marzo 2013 a quel festival là in Texas (che è molto figo e che ci ha suonato His Clancyness) e nei cinema americani (fa un certo effetto pensare che possa anche essere uscito in un solo cinema in Italia una roba del genere, pensando tipo che mi sono perso un film come Searching For Sugar Man quando è uscito perchè lo hanno fatto a Bologna per due giorni, ‘na roba del genere insomma, per capirci) si può ovviamente solo vedere scaricandosi dal torrent il file .avi, senza sottotitoli etc etc.

Per il sottoscritto: una epifania, o meglio una cosa tipo sotterrare l’ascia di guerra, fare pace con parte del proprio trascorso riflettendo a freddo ma allo stesso tempo a caldo sul tuo passato. Una cosa che, parlando di altro campo sottoculturalmusicale rilevante nella mia formazione, ultimamente mi è capitata con l’hip hop italiano grazie ad un libro di Damir Ivic: tornare indietro sulle proprie prese di posizione radicali fatte e praticate in passato, ma senza rinnegarlo, il proprio passato (ed ecco che torna la moglie di Giuliano Ferrara…), separando la farina dalla pula, il bambino e l’acqua sporca.
Ad Arturo, con cui privatamente commentavo la visione (particolare rilevante: visione avvenuta su input di mia moglie Silvia, che “ovviamente” è stata parte del movimento riot-grrl italiano ed è stata ad un LadyFest Londra nel 2002 quando ancora Beth Ditto doveva passare per Simona Ventura, e che ha visto Le Tigre al Covo a Bologna sempre in quegli anni mentre io non ci sono andato perchè ho fatto il talebano dei sentimenti stando a casa, stile “marito cornuto che per fare un dispetto alla moglie”) a caldo ho detto una cosa del genere: “è stato come ritrovare la ragazza di cui ti eri innamorato 15-20 anni fa ma non lo volevi ammettere agli altri e soprattutto a te stesso” (con annesse le riflessioni sugli effetti devastanti sulle basi morali di una società arretrata* come ad esempio quella italica etc etc).
In sintesi il documentario riprende le fila interrotte della storia di Kathleen, che nel 2005 scompare al culmine del suo percorso artistico con Le Tigre, oramai lanciatissime. In poche parole Kathleen si ammala di un morbo assurdissimo che si prende dalle zecche dei cervi, il lyme disease e la diagnosi arriva dopo anni di calvario.
In mezzo un percorso di maturazione artistica, umana e relazionale (en passant: lo spoken  word in cui Kathleen parla della suo vissuto di violenza sessuale subita che apre il documentario, datato 1991 è preso dalla sua apparizione al Pop Underground  Festival del 1991: riconoscibile fra il pubblico un coinvoltissimo emozionalmente Ian McKaye) altrettanto doloroso in cui la accompagna il Beastie Boy (sì, quelli che negli anni ’80 cantavano un inno sessita all’ennesima potenza come Girls, Girls – to do the dishes Girls – to clean up my room Girls – to do the laundry… noi abbiamo avuto Jovanotti che invece, il giudizio sulla sua maturazione  umana ed artistica ve lo risparmio) Adam Horowitz aka AD Rock, con cui si sposa nel 2006, dopo un lungo fidanzamento.
Il documentario poi ci fa capire quanto in realtà un progetto di transizione sia come al solito fondamentale nella vita di una persona: Julie Ruin in questo senso per Kathleen, appena uscita dalla riserva indiana (doverosa: sempre sosentuto che la chiusura è necessaria in certi casi, per preservare la propria identità) riot-grrl dopo lo sciogliemento delle Bikini Kill (che nel 1996 suonarono in Italia e fecero uscire un 7″ per una etichetta punk hc romana. Nel 1996 e anche prima su un giornale come Rumore se ne parlava in copertina: cercate con google immagini RUMORE 51) è fondamentale per iniziare, dopo aver affermato la propria identità e indipendenza, la rel-azione (intesa come “azione relata”, una cosa del genere), professionale ed affettiva, con AD Rock (1997 circa) e crescere come persona e come artista.
Immaginare poi di trovare una canzone d’amore, anzi due, nell’album di una ragazza che nel suo gruppo precedente scriveva e cantava: Gotta listen to what the Man says / Time to make his stomach burn / Burn, burn, burn, burn…
Colpisce invece, della parte dedicata al progetto Le Tigre, vedere come una operazione che a qualcuno (alzo la mano per accusarmi del fallo, come a basket) aveva fatto storcere il naso perchè  puzzava di arty-farty (If you ever want a fashion show, I’ll walk on yr block/ Cuz my art is better than yr art) sia, rivista anni dopo, stata profetica (e tutto sommato culturalmente integerrima).
Difficile da verbalizzare, guardatevi l’impatto visivo delle coreografie e dei colori, una cosa che colpisce come forse solo i Devo e i Public Enemy (ma lì il colore era solo uno, quindi la faccenda era limitata e limitante: e pensare che negli show de Le Tigre c’era anche un dissing diretto ai PE, bestemmia per me in quegli anni).
Il documentario si conclude (ma come diceva un altro documentario: The Future Is Unwritten) col ritorno sul palco di Kathleen dopo sette dolorosi anni di silenzio.
Non è affatto casuale che il rientro sulle scene, documentato in maniera toccante ma non retorica (in questo senso non sono gratuite le immagini di Horowitz che fa una iniezione alla moglie poco prima che lei vada in scena), sia ancora legato al nome Julie Ruin, anche se significativamente il ritorno a questo giro è con un gruppo (e il risultato musicale è secondario in questo caso: l’album è sicuramente la cosa musicalmente meno rilevante che abbia prodotto).
Appaiono nel documentario Kim Gordon, Joan Jett, quella di Portlandia che tutti lo sanno che suonava nelle Sleater Kinney (naturalmente perse quando suonarono in Italia…).
Decisamente un must see se la vostra idea di musica si lega ad una sottocultura (o controcultura).

*Cercate su google: Le basi morali di una società arretrata;
** Cercate su google: corte europea condanna italia+cognome madre;
*** Cercate su google: Dance Of Days+two decades in the nation’s capital oppure FUGAZI+DISCHORD e K RECORDS+BEAT HAPPENING.

MARCO PECORARI

Nel marzo del 1993 Rumore pubblicò un articolo sul fenomeno Riot Grrrl. Ve lo riproponiamo qui in allegato con le 2 recensioni di Bikini Kill uscite all’epoca (l’EP di debutto nel luglio 1993 e il secondo album di giugno 1996). Reperti storici di un’altra epoca. (C.L.)

bikini kill (marzo 1993) 1

bikini kill (marzo 1993) 2

bikini killreject all american

4 pensieri su “Hanna e le sue sorelle: THE PUNK SINGER

  1. Pingback: Gruesome flowers (a Captured Tracks history) | SNIFFIN' GLUCOSE

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