Di Culti notturni minori e dell’arte del peccato originale

ink and dagger 2 (1)

Se dovessi rispondere a bruciapelo “quale è il tuo gruppo culto”, laddove l’attenzione e l’accento siano poste sul termine culto* risponderei senza esitazione: gli Ink&Dagger**, già anche solo per come sono arrivato a conoscere questo gruppo minore del post-hardcore a stelle e strisce della seconda metà degli anni ’90. Risparmiando tutta la manfrina del contesto del pre 2.0 pre social pre adsl, pre youtube, pre amazon, pre discogs in pratica succede questo: attorno alla primavera del 1999 ricevo una mail di richiesta di copie della mia fanzine da una ragazza che studia e vive a Bologna, che en passant mi chiede anche se voglia andare al Krazy Fest di Louisville (Kentucky) con lei. Questo festival è organizzato da una etichetta locale, la Initial***.

Giusto per fare dei nomi contestualizzando: questa etichetta viene ricordata per aver fatto uscire i primi dischi di Elliot, Plank Mistaken For Stars, Boysetsfire, Shipping News…praticamente tutti quei gruppi che un tipo famoso a caso cita come sue “oscure” influenze. Il Krazy Fest ha lanciato, dice wikipedia (ovviamente al festival non ci sono andato: fino al capodanno 1999 gli unici due stati esteri dove sono stato sono Vaticano e San Marino) gruppi come AFI, Dashaboard Confessional, Jimmy Eat World, Alkaline Trio, Dillinger Escape Plan…tutti gruppi che, nei loro progetti presenti e futuri se intervistati, citeranno come influenza i gruppi Initial, insomma. Tutti gruppi che, se intervistati da persone con cui hanno condiviso lo stesso culto, finiranno per discutere entusiasticamente con voi o chi per voi, dei vostri comuni gruppi culto: il mondo è pieno di versioni in sedicesimo di Dave Grohl in pratica.
Torniamo alla fanzine: visto che studio a Bologna da pendolare (c’è scritto sulla biografia) decido di consegnare le mie fanzine a questa tipa, che manco a dirlo abita vicino alla stazione, zona piazzale est.

Fa ridere, ma come è come non è mi invita a vedere la sua collezione di dischi. Sta in fissa per un disco in questo periodo, The Fine Art Of The Original Sin degli Ink&Dagger.
Il gruppo ha già fatto uscire qualche altro dischetto in precedenza e farà uscire qualcosa poi, ma questo lp è sicuramente il loro disco definitivo. Prima di tutto però questa band ha una gimmick (gli appassionati di wrestling sanno cosa si intende con questo termine) destinata a rimanere appunto oggetto di culto: si professano vampiri (è il 1997-1999: sono quindi comunque storie di amore meglio di Twilight) psichici e nei loro concerti, oltre a sfoggiare dei makeup simili al corpse painting dei black metallers fanno dei numeri tipo far uscire dalla bara la loro bassista in completo di latex (fate conto che poi abbandonerà il gruppo per aprire un sex shop negli Stati Uniti, che sono tutt’altra cosa che quelli pruriginosi italiani, non stiamo a tirar fuori ancora Kathleen Hanna o Diablo Cody…) che sputa sangue sul pubblico.

Cose di questo genere insomma, in un contesto cultural-musicale dove di solito ai concerti gli scenari sono, per semplificare, i due seguenti:

1) palestra da mosh e violent dancing per un pubblico di palestrati

2) tutti fermi in attesa di finire il college, seguire le orme o le aspirazioni dei genitori WASP predicando la politically correctness verso tutte le varie minoranze (etniche, di gender, animali…) per poi diventare la nuova classe dirigente statunitense (ricorda qualcosa?).

ink and dagger 1In questo contesto gli Ink&Dagger, soprattutto nella persona del suo cantante Sean McAbe (accreditato anche come Sean Patrick McAbe) da spettatori sono ancora più degli agent provocateurs. Per citare un episodio su tutti, facilmente rintracciabile su youtube: con addosso una pelliccia (finta) irrompe, da solo, ad un concerto degli Earth Crisis (gruppo simbolo dell’intransigenza vegan straight edge) tirando uno yogurt al cantante e venendo praticamente linciato da un manipolo di palestrati.
A livello musicale il termine “post” per l’hardcore suonato da questi vampiri provenienti dalla città dell’amore fraterno (Philadelphia) è quanto di più calzante per la band, che, partendo da influenze “post” di gruppi della fine del decennio precedente come i Circus Lupus (su Dischord, ovviamente, prodotti da Joan Jett…) gli Swiz (roba tipo: l’ex cantante dei Dag Nasty cacciato per far posto a quello nero che poi diventerà la bandiera dei conservative punks americani che ha un gruppo che incide sull’etichetta della sorella di Ian MacKaye) le unisce a influenze techno (anche in questo caso anticipatori: l’ultima traccia dell’album è un remix drum’n bass della prima traccia) e a grooves psichedelici.

In epoca di namedropping selvaggio e di proclami altisonanti potremmo dire che gli Ink & Dagger accostano influenze post hc (i nomi sono quelli sopra) ad Aphex Twin e Pink Floyd, riuscendo in un piccolo miracolo di sintesi visionaria. Come scritto in precedenza poi la con-fusione del lato musicale e quello attitudinale sono il quid che li fa assurgere a culto: già nel primo 7” Drive This Seven Inch Wooden Stake Thru My Philadeplhia Heart appariva una dichiarazione d’intenti (letta per la prima volta dalla bassista nell’episodio citato prima che ricordava una versione disincantata e provocatoria della Revolution Summer di Washington DC, in The Fine Art Of The Original Sin l’operato della band è definibile in tutto e per tutto a scolpire una pietra miliare che però (o per fortuna) viene scritta e concepita nel posto giusto ma al momento sbagliato e allo stesso tempo giusto. Nel concept ogni canzone è accompagnata da una spiegazione-profezia: suoneranno anche vaghe ma alcune di queste sono assolutamente anticipatorie (la caduta dell’industria musicale in The Six Feet Under Swindle o il proclama apocalittico e integrato del remix VampireFastCode ver. 1.5).

Impossibile fare di meglio dopo questo album: infatti prima dell’uscita dell’lp nuovo (uscito poi postumo per Buddyhead records, una sorta di versione più arrogante e nichilista di Vice, quindi più simpatica, con sede a Los Angeles) la storia finisce perché il buon Sean muore nel 2000 (indovinate a che età? Esatto, 27 anni) in una camera d’albergo, soffocato dal suo vomito (parrebbe una fine da rockstar ma non lo è: era a un convegno di lavoro, faceva l’agente immobiliare).
Nel 2010-2011 l’estemporanea reunion (alla voce il cantante dei Thursday!) arriva quasi fino in Italia. E’ programmato un concerto a Modena ma la band si sfalda nel corso del tour europeo: per fortuna li avevo già visti, quando era ora, nel maggio del 1998, a Cesena.

P.S la ragazza citata all’inizio del pezzo poi ha rinnegato tutto il suo passato: per qualche mese siamo stati anche fidanzati. Verso il 2000 ha deciso di cambiare vita dopo la laurea e tagliare tutti i ponti con la sua vita “precedente” da studentessa fuorisede-vampira psichica. In casi come questo considero assolutamente un imperativo morale rubare dischi (tra l’altro latamente una loro canzone, Cut-Throat Tactics, parla proprio di questo) come quello degli Ink&Dagger a persone del genere, per sottrarli all’oblio. La buon anima di Sean sicuramente approverebbe.

* cerca su google: culto
** vedi su Wikipedia: Ink And Dagger o Ink & Dagger.
*** cerca con google: Initial records

MARCO PECORARI

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