Quei labili confini dei Deerhof

Deerhof

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Non deve essere facile stare vent’anni nella nicchia a cercare di azzoppare il pop a suon di bastonate noise. Ma, come si usa dire, è un lavoro sporco che qualcuno deve pur fare. Tra questi qualcuno ci sono i Deerhoof “band di San Francisco dedita ad un indie-rock sperimentale molto stravagante per melodie, arrangiamenti e testi” secondo quanto scritto su Wikipedia. Gente che con una dozzina di album obliqui e sfocati alle spalle non si ri-inventa certo ora.homepage_large.132392a0Gente che ha sempre scelto dei titoli così così e che per questa nuova fatica discografica si è addirittura superata. Gente che cita Madonna e anche a te, di risposta, verrebbe da citarla la Madonna ma in un tutt’altro modo.

Per La Isla Bonita, uscito su Polyvinyl in USA e su svariate altre etichette tra cui la francese Clapping Music, i nostri eroi scombiccherati di Frisco dicono di essersi chiusi una settimana in cantina “cercando di suonare come Joan Jett o Janet Jackson”. In tutta onestà non penso siano riusciti nel loro intento: o forse quanto virgolettato era solo una boutade, chissà.

Di certo si sente l’aria fresca da cazzeggio domenicale nello strumentale God 2 ma qui e là cala la palpebra, ne è un esempio Mirror Monster nonostante il pezzo sia sostenuto da un videoclip home made niente male.

I Deerhoof sono uno strano gruppo, oserei dire “mimetico”. Nella loro musica, o meglio nelle loro musiche, i confini tra mestiere e genialità sono assai labili, eppure con quella vocina ripetitiva e sensuale Satomi Matsuzaki fa sempre la sua figura. Qui sopra prendono bene in tal senso Doom o la litania Black Pitch che pare da un momento all’altro compaia Mimì Clementi col toupet a declamare uno di quei testi che parlano di pizze d’asporto e lampioni nel mezzo del nulla.

Poi io sono un rozzo appassionato di chitarre senza un domani quindi per me la punta più alta dell’intero album sta nella cafonata punk rock ramonesiana Exit Only, che narra delle demenziali peripezie per ottenere il visto di soggiorno negli USA. Un pezzo scontato, nondimeno geniale. D’altronde si parlava della labilità di certi confini, no?

Manuel Graziani

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