The Year Punk Broke (Fiver # 01.12)

Premessa: quel che segue, oltre ad essere liberamente ispirato alla percentuale di astensionismo registrata alle elezioni regionali dello scorso 23 novembre in Emilia Romagna (62,30%),  è il frutto di una serie di associazioni di idee scaturite dall’aver casualmente pescato nello scaffale delle t-shirt una maglietta che non indossavo da anni. Nello scritto i concetti di sinistra, indie, mainstream sono utilizzati in maniera totalmente arbitraria e fantasiosa senza alcuna attinenza a qualunque significato venga loro attribuito nella realtà attuale.
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Sarà che ogni settimana ci si trova tra i piedi la commemorazione del ventennale di un qualche disco supposto capolavoro della storia del rock, sarà che agli ex giovani giornalisti e blogger non par vero di scoprirsi finalmente in età giusta per celebrare il revival di un’epoca da loro effettivamente vissuta, sarà che ogni occasione è buona per provare a far festa e si è sempre alla ricerca di un pretesto che accenda la miccia, fatto sta che mi pare non si sia mai parlato e scritto così tanto riguardo agli anni ’90 come in questi ultimi dodici mesi.
Dovessi riassumerli io, che a quei tempi pensavo già di essere vecchio, quegli anni li condenserei sostanzialmente in un unico flash: le immagini del documentario musicale (rockumentary, come piace dire oggi) che portava il titolo di The Year Punk Broke.
Se non che l’anno posto in premessa a quel titolo è il 1991. Il che potrebbe sembrare un controsenso: sintetizzare un decennio puntando dritto il primo anno di quel decennio stesso. E dopo cosa è successo? Il 1991 è solo un’appendice dei favolosi anni ’80 o l’avvio di un qualcosa che poi è maturato oltre?
Non lo so. E nemmeno mi interessa saperlo. Avessi mai avuto l’acume e la lucidità necessari per condurre una qualsiasi analisi lo avrei fatto tanti anni fa.
Oggi come oggi mi piace solo (tradotto: sono solo in grado di) scattare fotografie in calce alle quali riesco al massimo a porre qualche didascalia, giusto per dare un indirizzo di massima sul perché mai abbia deciso di mettere a fuoco quelle immagini piuttosto che altre: istantanee che ritraggono oggetti, persone e momenti, attorno e sopra le quali ognuno è libero di costruire ciò che meglio crede, giungendo alle conclusioni che più ritiene opportune.
In effetti andando a sfogliare il booklet fotografico della memoria 90’s è evidente come proprio nel ’91, l’anno in cui il punk esplose stando al titolo del documentario di cui sopra, uscirono alcuni dischi che per quanto mi riguarda segnarono un’epoca: Screamadelica, Nevermind, Bandwagonesque, Loveless, Spiderland e qui mi fermo ma potrei pure proseguire. Mettiamoci che in quello stesso periodo mossero i primi passi su disco i Pavement (la trilogia di ep e singoli Slay Tracks, Demolition Plot J-7 e Perfect Sound Forever vide la luce tra l’89 e il ’91 mentre Slanted and Enchanted venne fuori nel ’92) e il quadro, per quel che mi riguarda, è completo.
In generale comunque tutta la prima metà degli anni ’90 ha fornito occasioni di (più o meno) sicuro interesse. Per rendere l’idea quelli furono anni in cui la più che benemerita divisione italiana di una multinazionale del disco stampava una maglietta come quella che ho ritrovato nell’armadio l’altro giorno e per promuovere certi dischi la stessa inviava alla gloriosa radio di Bologna in cui all’epoca lavoravo un angelo cartonato di dimensioni reali (In Utero, of course), un pacco di spaghetti con barattolo di sugo griffato Guns’n’Roses (The Spaghetti Incident datato 1993) e una gigantesca candela nera profumata con su scritto Songs of Fate and Devotion (i Depeche Mode se ne uscirono anch’essi con un disco in quel periodo), giusto per elencare gli oggetti più significativi che io ricordi. Niente di incredibile certo, ma immaginare investimenti di questo tipo (destinati allo spazio chiuso di una radio, peraltro) su un certo tipo di dischi ancora oggi lascia stupiti (anzi soprattutto oggi quando gran parte della promozione viene esercitata a costo zero dagli interessati, affidandosi unicamente a sequenze di file da scaricare su un pc).
Al di là del personale snobismo, che tranquillamente ammetto vantandomene pure, inutile dire che in musica certe cose dovrebbero restare patrimonio di pochi.
Per fare un esempio, completamente differente ma a mio (distorto) modo di vedere calzante, è un po’ come dovrebbe essere la posizione dei partiti di sinistra in politica.
I quali dovrebbero necessariamente rimanere all’opposizione per avere un senso: meglio una forte opposizione che induca la maggioranza conservatrice ad assumere qualche punto di vista progressista che non una maggioranza progressista di nome ma necessariamente conservatrice (per governare, almeno in Italia, essere conservatori è un obbligo) le cui idee procedano di pari passo con quelle dell’opposizione.
Allo stesso modo in cui la sinistra snatura il proprio dna nel momento in cui è posta in condizioni di comandare un paese, la musica che arriva dal basso quale “alternativa” (oh, quanto piaceva definire alternativa la musica indie negli anni ’90) al mainstream (ma che davvero sto ancora qui a parlare di mainstream vs indie e di corporate rock still sucks quando le case discografiche multinazionali sono svanite nel tempo come lacrime nella pioggia – cit. Philip K. Dick via Ridley Scott – e l’aggettivo indie è un concetto che ha finito per assumere sfumature tra il ridicolo e il grottesco?) dovrebbe rimanere libera da quei vincoli necessari a piacere alle masse ma così inappropriati per farli piacere a noi: suoni gommosi, produzioni che smussano ogni spigolo eliminando qualsiasi imperfezione, livellamento sostanziale delle idee. Per chiudere qualunque discussione, che già sono andato di lungo e sto perdendo il filo, a questo punto dovrei chiedere di alzare la mano a chi ritiene che gli ultimi dischi di che so, National e Arcade Fire, per fare due nomi comunque ancora credibili e “sul pezzo”, non siano comunque i peggiori delle rispettive discografie.
Siccome di politica non so nulla e quel poco che sapevo risale a un’era geologica in cui circolavano Enrico Berlinguer e Mario Capanna e di musica ormai ne ho ascoltata troppa e tendo a confondere sacro e profano, può darsi che il pensiero appena esposto sia una grossa stupidaggine, il paragone tra musica e politica non regga un accidente e Trouble Will Find Me e Reflektor siano effettivamente due tra i dischi migliori prodotti dalle band dell’esempio di cui sopra.
Personalmente, da vecchio snob fuori dal tempo e probabilmente anche dello spazio, resto dell’idea che smettere di votare a sinistra nel momento in cui la sinistra arrivi al governo sia una cosa buona e giusta, esattamente come lo è abbandonare una rock band quando questa decida di saltare il fosso per consegnarsi alle masse sintonizzate sui network nazionali.
Ma questa, naturalmente, è solo una fotografia: sotto di essa ognuno ci scriva quel che vuole.

The Skygreen Leopards “Leave the Family

Gli Skygreen Leopards hanno pubblicato un sacco di dischi da inizio anni zero ad oggi. La maggior parte dei quali sono usciti per Jagjaguwar, l’ultimo per Woodsist. Due etichette cui di solito presto particolare attenzione. Il fatto di essermi sinora perso tutte ma proprio tutte le uscite di questi tipi mi lascia pertanto a dir poco sorpreso. Family Crimes è un disco bellissimo che si apre con una canzone bellissima. Tra la California degli anni ’60 e la Glasgow dei primi singoli Creation.

Outrageous Cherry “The Department of Ghosts

Alla stessa categoria Skygreen Leopards, di gruppi che fanno bella musica da un sacco di tempo ma di cui io non mi sono mai accorto, appartengono gli Outrageous Cherry. Per arrivare a un loro disco ci ho messo 20 anni e mai ci sarei arrivato se a pubblicarlo non fosse stata la Burger, etichetta per cui ultimamente sono decisamente in fissa. Arrivano da Detroit e suonano diverse cose che a me piacciono mettendole tutte assieme: power pop, spruzzi di rock’n’roll garage e indie vecchia scuola. Come questa canzone che pare un outtake da Alien Lanes, il mio disco preferito dei Guided by Voices.

TV on the Radio “Happy Idiot

I TV on the Radio sono il tipico gruppo che all’inizio mi piaceva tantissimo poi ho un po’ perso di vista e che, stando ai miei abituali parametri, dovrebbe starmi terribilmente sulle scatole. In teoria sarebbe il tipico prodotto adatto all’internazionale radical chic, quella che si sveglia una volta l’anno per l’unico concerto “giusto” e per scaricare l’intero catalogo del Sundance Film Festival in originale con i sottotitoli (ogni riferimento alla carriera cinematografica del cantante Tunde Adebimpe è ovviamente voluto) . Ogni volta che esce un loro disco vorrei trovare brutte cose da dire coi miei amici e invece quelli (i TV on the Radio) finisce che mi fregano sempre. Bravi loro, e che cazzo.

Elisa Ambrogio “Superstitious

Lei mi ricorda un sacco Zooey Deschanel ed è la cantante dei Magic Markers, il suo primo disco solista esce per Drag City. Il disco intero non l’ho ancora ascoltato, questa canzone però sembra non avere nulla a che fare col repertorio dei Magic Markers e poco a che vedere con il catalogo Drag City. Nonostante questo (i Magic Markers mi piacciono assai e il catalogo Drag City anche) il pezzo è da amore al primo ascolto, lei da amore a prima vista.

Bedhead “Disorder

Il 16 maggio del ’98 vidi suonare i Bedhead al vecchio Teatro Polivalente Occupato in via Irnerio. Era un teatro in via di costruzione da anni eppure molto bello nella sua struttura ancora largamente incompleta. Il pubblico stava seduto su larghi gradoni di legno dove avrebbero dovuto essere poi montate le poltrone e giù in fondo stava il palco. Ero in un periodo difficile, alla vigilia di grandi cambiamenti e quando quella sera nei bis i Bedhead attaccarono la loro versione di Disorder mi sentii come nel momento in cui Edward Norton guarda Helena Bonham Carter, le prende la mano e le dice: “Mi hai conosciuto in un momento molto strano della mia vita”, mentre i Pixies suonano Where’s My Mind e di là dal vetro la città esplode. Un momento bellissimo e irripetibile. Tra il 1992 e il 1998 i Bedhead pubblicarono tre album ed alcuni singoli ed ep. In questi giorni la sempre ottima Numero Group ha stampato in un box spettacolare la loro opera omnia. Dentro c’è anche questa canzone.

Arturo Compagnoni

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