Happy when it rains (Fiver #03.2015)

Jessica Pratt

Jessica Pratt

Tra i pochissimi buoni propositi che cercherò di mettere in pratica in questo nuovo anno, uno in particolare riguarda la musica.
Ci pensavo ascoltando il nuovo album di Panda Bear che, lo saprete a questo punto, è il disco del momento quantomeno in termini di esposizione.
Rimuginavo sul fatto che il mio tempo lo utilizzo male.
Un problema che riguarda anche le attività che amo di più, tra le quali certamente ascoltare musica. La voglia di tenermi aggiornato mi porta ad ascoltare quintali di musica superflua.
E non parlo solo dei dischi oggettivamente brutti, quelli durano lo spazio di un ascolto e poi vengono archiviati e comunque se ci fosse una maniera di risparmiarseli sarebbe manna dal cielo. Ma di quei dischi e di quei gruppi che invece dovrebbero piacermi o che quantomeno hanno tutto per potermi piacere, però non lo fanno.
Panda Bear è uno di quelli.
Curioso che alla fine a forza di sentire pareri illuminati, amici che piangono lacrime di commozione, uno ci provi insistentemente.
È stato così con i loro dischi precedenti, già capolavori conclamati per buona parte della critica che conta. Mi sono ritrovato ad ascoltarli con insistenza e allo stesso tempo farmeli passare in superficie con la stessa facilità del bere un bicchiere di acqua fresca in una giornata da 40 gradi. Per poi riprovarci ancora. E ancora.
In attesa di quel benedetto click che mi facesse capire. In attesa di una rivelazione che invece non è mai avvenuta. Niente, buio completo o quasi.
Quando è stato il momento ho preso la macchina e fatto chilometri per vederlo dal vivo (Noah Lennox si esibisce da solo, infatti). Ma niente, anche in quel caso, nulla da fare.
Ecco, quest’anno, il nuovo disco di Panda Bear l’ho ascoltato poco. Un paio di tentativi, insomma.
Bisogna avere rispetto dei propri buoni propositi che sono frutto di ragionevolezza e lucidità estrema. Vivrò senza Panda Bear.
Se ne farà una ragione sicuramente anche lui e tutti voi, ne sono certo.
Quello che voglio dire, alla fine, è che tutta questa montagna di musica che ogni giorno mi si riversa addosso e tutte queste affannose ricerche sono dettate solo da quel momento, quell’istante che quando ritorna mi ripaga di tutte le ore spese inutilmente con l’amplificatore dell’impianto acceso.
Perché c’è musica e musica. Ma è solo quella che ci parla direttamente che funziona. Quel piccolo luogo di conforto che non tradisce mai le aspettative. Quel momento che quando accade ci si rende immediatamente conto che ne vale ancora la pena. Succede di rado. Ed è sempre più difficile fare in modo che accada.
Ecco, vorrei passare maggiormente tempo in compagnia della musica. Della mia musica. Non mi sembra di chiedere l’impossibile.

Waxahatchee – Air

Katie Crutchfield sa come scrivere una canzone, questo è certo. Il problema casomai è che ci aveva abituato fin troppo bene nel recente passato. “Cerulean Salt”, l’album del 2013, l’ho letteralmente consumato, nonostante fossero canzoni che si reggevano in equilibrio precario: un po’ folk, ma con la giusta dose di rumore che faceva comunque capolino (tanto da farne comunque una band “indie”) e una capacità di scrittura sicuramente oltre la media. Perfetto, insomma. Ma anche fragile. Talmente delicato che in un attimo si rischia di ritrovarsi dalla parte del confine sbagliato: tra le braccia dei lettori di Mojo. Questa canzone che fa da apripista al nuovo album non ci toglie i timori, nonostante, alla fin fine, sia un gran pezzo. Produzione di lusso e deciso passo in avanti in termini di professionalità. Appunto, quello che potrebbe poi rivelarsi come un problema. Ma mettiamoci nei suoi panni, povera ragazza. Non può mica ascoltare noi che vorremmo tarparle le ali e tenercela stretta stretta con la sua acustica scassata e rumorosa a confortare il nostro vecchio cuore infranto. Magari va di lusso, comunque. Vai a sapere.

Wish – Slacker

Disco da riscoprire, il primo di Wish, canadesi di Toronto. Un gruppo che sembra trovarsi alla perfezione nei territori dell’indie-rock venato di chitarre e una psichedelia appena accennata.
Slacker (oh, anni novanta, do you remember?) piazza subito un giro di chitarra contagioso che ha il merito di trasformarsi in un lungo finale di rumore elettrico e distorsione. Roba che a qualcuno ricorderà i primi Yo La Tengo. Roba che da queste parti piace parecchio.

Best Friends – Shred til you’re dead

Non mi chiedete l’impossibile. Di resistere ad una canzone di 120 secondi che indovina un riffetto memorabile e lo fa con l’ostentata indifferenza dell’adolescenza, per esempio. Non me lo chiedete perchè mi risulterebbe impossibile. Questa è una canzone da ascoltare 50 volte consecutive, da consumarsi come una cazzo di big babol finchè non rimane nessun sapore e le mandibole girano a vuoto. Prendersi una pausa. E ricominciare di nuovo.

Jessica Pratt – Back, baby

Non mi fanno impazzire i dischi folk, di solito. Sopratutto quando rimangono nei territori di una tradizione al limite del conservatorismo: voce e chitarra acustica, tanto per intendersi. Ho solitamente bisogno di watt, distorsioni, ritmi e volumi. Poi escono dischi invece classicamente folk che adoro. Mi capiterà una volta all’anno, ad essere ottimisti. L’ultimo caso che mi ricordi è stato quello di Joanna Newsom (che volendo essere pignoli di folk inteso nella sua accezione più classica ha ben poco, ma insomma, dai, ci siamo capiti). Bene, con la Newsom, Jessica Pratt ha un paio di cose in comune: l’etichetta per cui incide, la fantastica Drag City, e -particolare ben più rilevante- una voce assolutamente fuori dal comune. Non si capisce se sia l’accento o se sia proprio il tono della voce ma il risultato è ugualmente strabiliante. Non solo quella, poi. Perchè Back, baby è un pezzo magnifico da qualsiasi parte lo si voglia prendere. Il tempo che passa, i rimorsi per quello che è stato e che nonostante gli sforzi non ritornerà mai più. L’illusione di promesse impossibili da mantenere. E infine l’invocazione del conforto della pioggia, tanto per potersi nuovamente rifugiare in un luogo sicuro. L’amore è solo un mito, in fondo. Na na na na na, la la la la la.

Matthew E. White – Rock & Roll is cold

“Rock & Roll is Cold is about how we continue to take, the most vibrant, soulful, deep music and make it a caricature of itself. We look into it, force it to turn in on itself, force it to turn back on itself, and we lose the source, we lose the mystery, the magic, and we seem to be unaware that any of that is even happening.“ – Matthew E. White
Rispetto per Matthew E. White. Rispetto per il tentativo di riscrivere un linguaggio che qualcuno considera ormai defunto. Lo fa nell’unico modo che conosce: omaggiando le radici. Pescando a piene mani dal repertorio dei classici del soul e del R&B. Ma con un’attitudine lontana anni luce dallo spirito del revival più villano. Un singolo che pone domande e allo stesso tempo porge le risposte. Ed intanto anticipa un album attesissimo.

Cesare Lorenzi

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