3 gradi di separazione (Fiver #23.2015)

Unknow Mortal Orchestra

Unknow Mortal Orchestra

Dalla Grecia agli Unknown Mortal Orchestra passando per Vasco Rossi

I percorsi mentali, si sa, possono seguire i percorsi più imprevedibili ed imperscrutabili. Parti da un immagine, un suono e dopo poco ti ritrovi da tutt’altra parte. L’altra sera, ad esempio, stavo seguendo le drammatiche notizie dalla Grecia e mi sono tornate in mente un paio di immagini. La Grecia classica l’ho visitata circa 35 anni fa, da quindicenne, con i miei genitori, ma invece che il Partenone o Micene i miei ricordi sono più bizzarri e imprevisti. Il primo riguarda un’anziana proprietaria di una minuscola pasticceria di fianco all’hotel. Ricordo ancora che dopo avermi servito un dolcetto arrancò fuori dal bancone trascinandosi dietro una sedia sulla quale insistette mi accomodassi per poi portarmi un bicchiere d’acqua con mani tremanti. Ricordo ancora lo stupore e il surrealismo di quella scena. Il secondo “ricordo greco” riguarda una biondina felsinea che cercavo vanamente di approcciare sul pullman che ci portava in giro per la penisola ellenica. La ragazza blaterava in continuazione di questo esordiente ..blah blah..Vasco Rossi …blah blah…Albachiara..blah blah…. Per uno come me che staccava dal piatto Heroes solo per sostituirlo con il primo dei Clash, e viceversa, la conversazione era tra l’ostico e l’impossibile. Io Vasco l’avevo sentito e l’avevo agevolmente rigettato con una sicurezza che mi avrebbe accompagnato negli anni seguenti. I casi della vita mi hanno portato, molti anni dopo, a incontrare spesso la superstar emiliana per una, diciamo così, vicinanza geografica. Incontri muti tra un non fan ed un, devo dire, educato signore sottolineati al massimo da un cenno del capo. Ricordo in particolare un giorno, non molti anni fa, in cui, in attesa di parcheggiare la macchina, ho lasciato la portiera aperta con il primo disco degli Unknown Mortal Orchestra che rumorosamente si faceva strada nel silenzio del garage. Date le spalle alla vettura non ho notato la figura che sostava accanto alla portiera con sguardo interrogativo. Sì, era lui che, registrata la mia presenza, si sottrasse velocemente al benché minimo scambio di vedute. Ora, mi piacerebbe ricamare su questo piccolo episodio per testimoniare l’influenza del gruppo di Portland sulle prove successive del rocker di Zocca. Ma in realtà no, non è andata così. Le nostre strade si sono divise, lui con le sue fortune, io con i miei dischi incisi da sfigati. Peccato perché in Multi-Love ci sono tante e tali idee con le quali garantirsi una nuova carriera. Un gigantesco frullatore dove le teorie di pop psichedelico morbido dei Flaming Lips di Soft Bulletin incontrano la classe degli Steely Dan in un precipitato dall’approccio veramente “fisico”, quasi punk rock. Se poi ci si addentra nelle storie  di menage a trois, immigrazione e amore “altro” raccontate da Ruban Nielson non se ne esce più. (http://pitchfork.com/features/profiles/9646-love-is-strange-the-multitudes-of-unknown-mortal-orchestras-ruban-nielson/ )

UNKNOW MORTAL ORCHESTRA – Can’t keep checking my phone
 
Non un disco fondamentale ma un disco incredibilmente “necessario” che immancabilmente si fa ripetutamente strada tra i miei ascolti lasciandomi ogni volta un po’ così, tra lo stupito e l’incredulo, rispedendomi ai miei 15 anni con uno stato d’animo simile a quello provato su quella sedia in una scalcagnata pasticceria di Atene chiudendo il mio tortuoso, a dir poco, percorso mentale.
 WAVVES x CLOUD NOTHINGS – Come Down
Nathan Williams+Dylan Baldi. Con due addendi del genere il risultato non dovrebbe essere meno che esplosivo. In realtà i 22 minuti di “No life for me” non riservano grosse sorprese e suonano esattamente come la somma dei due (bella scoperta). Dettato più dalla voglia di divertirsi che dall’ambire a nuove vette artistiche l’album non lesina comunque momenti notevoli. Su tutti, per il sottoscritto, Come Down dall’incedere glam, coro contagioso e con indiscusse potenzialitá da dancefloor, di quelli “giusti” però.
J FERNANDEZ – Between The Channels
Elliott Smith (celebrato da queste parti non più tardi di una settimana fa), Evan Dando, Sufjan Stevens .. i paragoni lusinghieri ma alquanto scomodi si stanno sprecando per il giovane cantautore di Chicago.
Iperboli più che giustificate dopo i primi ascolti. Un talento fuori dal comune, benché ancora acerbo, nel sapere innervare di modernità le sue composizioni pur restando nel solco della tradizione.
Questo il pezzo di presentazione, dall’incedere classico, delicato, con un sottofondo di grande potenza trattenuta ma c’è molto altro, testare l’imprevedibilitá “stereolabica” di Holy Hesitation per credere.
BEACH HOUSE – Sparks
“It goes dark again, just like a spark…then it comes again”. Ho letto una bella interpretazione di questo estratto dal testo del nuovo pezzo e, più in generale, della musica dei Beach House che voglio fare mia. “Che cos’è una scintilla se non il momento prima dell’assenza di luce o forse la promessa di cose migliori prima di entrare nel buio?” La musica dei Beach House si nutre molto di queste sensazioni. Dissonante ed inquieta con improvvise aperture melodiche sognanti e consolatorie ma mai risolutive. Sparks non fa eccezione e riprende il discorso proprio dove Bloom l’aveva interrotto. La speranza /timore è che con il nuovo Depression/cherry ci aspettino nuove scintille. Belle e terribili.
WEAVES – Motorcycle
Toronto. Presentatori di tv per bambini e attivisti della scena artistica cittadina. Una imprevedibile miscela di jangle pop, gospel geek e surf rock come testimoniato da questo pezzo accompagnato da un coloratissimo ed assurdo cartoon. In bilico tra nonsense e  grandezza. Con la prova sulla lunga durata ne sapremo più. Per il momento chi ha ideato il tipo con la testa di rana che si porta a letto la sua motocicletta ridefinisce il significato della frase “fuori come un balcone”.
Massimiliano Bucchieri

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