Three Imaginary Boys (Fiver # 10.2016)

yung

YUNG

Mi piace il nuovo disco dei Cani. Nonostante suoni come un album di b-sides dei Death Cab For Cutie, scritto da uno che passa troppe ore sul divano, stonato, a guardare i programmi di Piero Angela alternati ad un po’ d’informazione finanziaria. Mi sembra sia il loro terzo disco. Mi hanno fatto compagnia (in maniera discreta, a dire il vero) fino ad oggi ma da qui in avanti le nostre strade si divideranno. È la dura legge del terzo album, del resto. Le mie regole parlano chiaro: o mi prendi (sul serio) entro il terzo disco o addio. In musica vale tutto e spesso anche il suo contrario: da vero nerd mi sono creato un piccolo ordinamento da seguire, una di quelle cose che possono comprendere davvero solo quelli che si sono ritrovati in un romanzo come Alta Fedeltà e che pensano davvero che conti qualcosa. Una sorta di costituzione discografica, da seguire con il giusto distacco, mille eccezioni e con la consapevolezza che mai nessuno potrà contestare nulla.
Del resto pensateci bene, i primi tre album solitamente di un gruppo dicono tutto quello che c’è da dire. Non sempre, è chiaro. Revolver è il mio disco preferito dei Beatles e arrivò come sesto o settimo della serie. A Revolver seguì Sgt. Peppers, quindi buona notte. Però la regola dice anche: se di un gruppo divento fan non mi fermo più. Compro (se posso) ed ascolto tutto, ben al di là del terzo album, insomma. A costo di incappare in mezze fregature. Il disco nuovo dei Primal Scream l’ho ordinato a scatola chiusa, per dire. Dopo aver ascoltato il singolo mi sono mandato a quel paese da solo. Capita.
Sono convinto che nei primi tre dischi, nella stragrande maggioranza dei casi, si trovi il meglio della produzione di un’artista. Adoro i dischi di debutto, inoltre. è una questione di tiro, di freschezza, di entusiasmo. Quando sento una canzone o, meglio ancora, un disco intero di un nuovo gruppo che mi piace sono felice come a Natale. La prima cosa che faccio è mandare un messaggio ai ragazzi di Sniffin’ Glucose: sentito che roba? Se non mi danno corda insisto, divento pedante, martello. Ogni tanto, per togliermi dai piedi immagino, mi rispondono con 3 parole. Roba tipo: sì, è ok. Altre volte, però ci si ritrova davvero in un terreno comune. Sono i miei messaggi preferiti. Noi tre, i soliti tre. Con una canzone che ci fa da colonna sonora contemporaneamente. Le mie canzoni preferite, che nella stragrande maggioranza dei casi sono poi le nostre canzoni preferite.

YUNG – Pills

Ne parlano come se fossero un gruppo punk. A me non pare proprio. Una band che suona rock, tirato, senza pause, questo sì. Una band che si capisce ha ascoltato i dischi giusti. Molto post-punk inglese, in particolare. Quest’estate ci siamo incrociati in spiaggia. Fuori dal palcoscenico mi sono parsi talmente brutti da risultarmi immediatamente simpatici. Cotti dal sole, bruciati come si conviene a degli svedesi in vacanza sull’adriatico, con tanto di calzino bianco, bermuda e scarpe da autunno inoltrato. Non particolarmente simpatici o forse solo estremamente timidi. Hanno attaccato la strumentazione all’amplificazione e hanno pestato come dannati per 35 minuti, senza mai alzare lo sguardo da terra. Era l’inizio di una lunga serata ma ho avuto la tentazione di andarmene a casa subito. Sapevo che non avrei visto di meglio, quella notte. Gruppo promettentissimo e questa canzone non fa che confermarlo.

ANGRY ANGLES – Things are moving

Se proprio dobbiamo parlare di punk non rimane altro che farlo a proposito di colui che con tutta probabilità è stato l’ultimo vero punk in circolazione. Jay Reatard ci ha lasciato troppo presto e non rimane che accontentarsi di quanto esce dagli archivi. Angry Tales è la sigla che utilizzava in compagnia della sua fidanzata dell’epoca. Una storia, anche sentimentale, bruciatasi in fretta, prima ancora di arrivare alla pubblicazione di un album vero e proprio. Ora la Goner ha raccolto tutto il materiale registrato dalla band, comprese una manciata di canzoni rimaste fino ad oggi ancora inedite. Questo pezzo è la perfetta trasposizione di quando il punk si vena di pop. Ma lo fa senza concessioni, conservando il tiro che deve avere, senza alzare nemmeno per un attimo il pedale dall’acceleratore. Brividi.

NAP EYES – Lion in chains

Indie-rock classico, sublime, a metà strada tra la misura dei Wilco e certe moderate dissonanze che ricordano il Malkmus meno rumoroso. Ma i riferimenti potrebbero essere differenti e numerosi. Suonano talmente classici che potrebbe capitare che ogni frazione di brano alla fin fine possa ricordare qualcos’altro. Ma mai il disco sbagliato.
Questa Lion in Chains è una ballatona di oltre sei minuti che lascia il segno, come l’album nel suo complesso.

CAR SET HEADREST – Vincent

Will Toledo è diventato grande nello spazio di una breve stagione. Da quando lo hanno trascinato fuori dalla cameretta si è messo a fare le cose seriamente. Lo scorso anno un album di “presentazione” che andava a raccogliere il meglio del materiale pubblicato on-line nel corso dell’ultimo lustro. Da quel momento in poi è rimasto ininterrottamente in tour o in studio di registrazione ed ora è pronto il primo disco della sua nuova vita: personaggio pubblico e prossima star indie suo malgrado. La canzone che lo anticipa, questa Vincent, è ambiziosa al punto giusto: con un giro di chitarra degno dei migliori Television, ad un certo punto. E un sax che fa capolino e spinge in un finale elettrico, senza pause, dove il rumore sommerge tutti i dubbi e tutte le insicurezze. Come è giusto che sia.

SIOUX FALLS – Dom

Vi avevo avvertito a tempo debito: divento pedante. Quando una cosa mi piace o meglio ancora, come in questo caso, proprio mi entusiasma non riesco a trattenermi. E allora, nonostante ne avessi parlato poche settimane fa, è nuovamente il tempo di ritornare a bomba sui Sioux Falls. Un trio del Montana che ha deciso di trasferirsi a Portland in quanto mecca riconosciuta di un certo modo di intendere la musica e perchè no, anche la vita in genere. Quanto mi piacciono queste stronzate romanzate: la ricerca della redenzione nella città dei sogni, manco fosse una Hollywood qualsiasi, con i santini di Modest Mouse e Pavement in bella vista nel portafoglio.
La ricetta è la solita: pestare il più possibile, urlare nel microfono fintanto che la voce non diventa un rantolo, alzare il volume e sfondare l’amplificatore. Ma appena sotto la superficie si intravede un’anima gentile, capace di sussurri semplicemente inattesi. Personalmente non ascolto altro, in questi giorni.

Cesare Lorenzi

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