Ask Me (Fiver #16.2016)

The Last Shadow Puppets

The Last Shadow Puppets


Hanno ancora senso le interviste? Personalmente faccio una gran fatica a leggerle e ancor di più a trovarne di interessanti. L’altro giorno leggevo quella ai Last Shadow Puppets sull’ultimo numero di Rumore e sono venuto a conoscenza di questa storia riguardo le presunte molestie di Miles Kane ad una giornalista di Spin, Rachel Brodsky. La faccenda ha suscitato un po’ di clamore, mai abbastanza in questi casi odiosi, e ho deciso di saperne qualcosa di più andandomi a leggere la lunghissima disamina degli eventi stilata dalla Brodsky con tanto di scuse, parzialmente non accettate, inviate dal “Puppet”.
Un evento, a parte le patetiche implicazioni sessiste, un po’ fuori dal tempo, tipico di anni nei quali dai tuoi interlocutori non sapevi bene cosa aspettarti. Chi erano veramente.
Al di là dei punti che, seppur in maniera un po’ prolissa, la Brodsky giustamente solleva mi è apparso uno scenario, mediato attraverso le mie esperienze, abbastanza chiaro nella sua banalità.
Finito il periodo degli anni pre-web/pre-social resta ben poco del culto della personalità alimentato dall’alone di mistero che ammantava i protagonisti dei nostri ascolti e non solo. Adesso di chi ti si presenta davanti sai già più o meno tutto tra post più o meno studiati, più o meno rivelatori, conditi dalle opinioni della platea globale.
Anni fa era tutto un po’ diverso. Un’altra epoca. I dischi si vendevano, non esistevano le mail  (a malapena si usavano i fax) e le alternative erano o costose telefonate internazionali o raggiungere gli artisti in tour quando suonavano a portata di macchina.
Non ho fatto moltissime interviste in vita mia e in generale di questa attività conservo un ricordo poco significativo (niente rispetto ai racconti che potrebbero probabilmente elargire i miei sodali).
In quegli anni, alimentato da una ingenua e giovanile smania di protagonismo, accettavo un po’ di tutto. Spesso cose lontanissime dai miei gusti. Ho un ricordo più o meno preistorico, negli studi del suo programma televisivo, di una lunga intervista a Red Ronnie per una storia da copertina, con la sua manager che a un certo punto mi chiuse in una stanza, per un’intervista non richiesta, con una giovanissima ospite della trasmissione, tale Sheryl Crow di cui non sapevo un bel nulla. Scartata l’ipotesi di intavolare una discussione sullo shoegaze o sui Fugazi farfugliai qualche formalità prima di un’insperata fiammata di interesse dovuta a letture comuni.
Divertente fu poi (in retrospettiva, all’epoca mi incazzai notevolmente) il lungo e articolato richiamo che mi fece il direttore del giornale per l’iniziativa presa (!) salvo poi supplicare il nastro dell’intervista pochi mesi dopo con la Crow in testa alle classifiche.
I ricordi più piacevoli sono forse legati alla piccola stanzetta pisana della mai abbastanza compianta Wide dove ebbi la fortuna di scambiare qualche chiacchiera con gente come Lou Barlow o Bardo Pond.
Non solo stanzette, a dire il vero. Spesso nei primi anni 90, quando si cercava di mungere la ricca, effimera “vacca post Nevermind”, anche diversi artisti “alternativi” di medio successo alloggiavano in alberghi di un certo lusso.
Ricordo Mark Everett degli Eels, all’epoca si faceva chiamare solamente “E”, che dopo una chiacchierata lunga e divertita nella quale credevo di aver stabilito un minimo di rapporto, al mio salutarlo con un gentile, nelle mie intenzioni,  “Goodbye Mark” tornò indietro accigliatissimo sibilando a pochi centimetri del mio naso “non chiamarmi mai più in questo modo” e pensare distintamente “Oddio, sta per darmi un pugno in faccia…”.
Non so onestamente se le interviste abbiano ancora senso, so soltanto che da gente come Bob Mould, Ian MacKaye, Mark E. Smith, Ira Kaplan e qualcun altro la loro storia o la loro visione delle cose l’ascolterei sempre volentieri.
Anche perché  il mondo si dividerà sempre, artisti o meno, in chi ha qualcosa da dire e chi no.

Car Seat Headrest “Drunk Drivers

Mi sveglio e sul pc scorrono le immagini di figli di celebrità che fanno passerella in un festival nel deserto californiano, significativi come un calcio nelle palle. Mi deprimo e metto su i Car Seat Headrest. No, qui a SG non abbiamo una percentuale sulle vendite della band di Will Toledo. Ma nelle nostre interminabili chiacchierate se c’è un nome che ci mette tutti d’accordo è sempre quello della band di Leesburg, Virginia. Mancano poche settimane all’uscita di Teens Of Denial e i pezzi che stanno anticipandone l’uscita sono uno meglio dell’altro. Drunk Drivers, in particolare, accarezza, amareggia ed esalta nel giro di tre minuti. Sperando di non vedere mai Will in mezzo alla patetica sfilata di un Coachella qualunque.

DMA’S  “Too Soon

Il terzetto australiano sembrerebbe sulla rampa di lancio. Un disco che non stanca mai, infarcito di melodie appiccicose che vanno giù di un fiato. I fratelli Gallagher sono il primo riferimento che viene in mente ma se si ascolta attentamente emerge un precipitato di riferimenti non necessariamente britannici. Categorico andarli a testare dal vivo il 15 maggio al Freakout. Potrebbe seriamente essere una delle ultime volte che li si osserva su un palco meno che chilometrico.

Hollow Tapes “Broken Car Radio

Come se il ventiduenne Francis Shannon andasse a fare ordine nella suite di Bradford Cox dopo un party  e trovasse tracce di appunti scartati da Cryptograms mentre nelle cuffie ha il primo ep dei Ride. L’elettricità satura la stanza, chiudo per non fare entrare il sole, apro un’altra birra, sguardo fisso sulle scarpe. Sorrido amaro.

Japanese Breakfast “In Heaven

Michelle Zauner sembra una ragazza con delle cose da dire. Montagne di basements show a Philadelphia con i Little Big League prima di tornare nel natio Oregon e mettere insieme questo progetto “da cameretta”.  Sundays e Asobi Seksu buttati li nella recensione di Pitchfork rendono l’idea ma se c’è un nome che mi sale alle labbra e accende la mia fantasia è Joy Zipper. Misconosciuta band di inizio ’90 le cui armonie affettavano il mio cuore come coltello caldo sul burro.

Boreen “Halley’s Comet

Tra le cose da fare c’è sicuramente il trasferirsi a Portland. Portland patrimonio dell’Unesco per come la vedo io. La sera si andrebbe a vedere i Sioux Falls, i Mo Troper, i Radiation City.  O magari i Boreen. E quando comincia Halley’s Comet si partirebbe con uno stonatissimmo uuuhh uuhhh travolgendo le birre dei presenti in attesa della ripresa finale che porta esattamente in mente un milione di altri gruppi. Che adoro tutti.

Massimiliano Bucchieri

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