Send his love to me (Fiver #17.2016)

 

2952PJ Harvey è una delle mie preferite di sempre. Non riesco a dire che il disco nuovo non mi piaccia, di conseguenza. Mi sembrerebbe di tradire una cosa tipo la squadra del cuore. Ma faccio una gran fatica a digerirlo, onestamente. Qualcuno genialmente l’ha supplicata: torna a fare i dischi sul presomalino amoroso. Mi ha fatto sorridere ma penso che sia un consiglio saggio e che racchiuda una grande verità.
Il problema è che la PJ Harvey “politica” mi interessa poco. Come, in generale, tutte le canzoni che diventano esplicitamente politiche, di protesta, di denuncia.
La musica pop è politica nella sua essenza. Bob Dylan che imbraccia la chitarra elettrica ed alza il volume degli amplificatori lasciando attoniti gli hippies del festival di Newport ha l’atteggiamento giusto. Il suo è un gesto politico che non ha bisogno di ulteriori parole che vadano a supportare una scelta di rottura. Preferisco mille volte un’attitudine del genere che non sorbirmi Blowin in the Wind (che mi ha sempre annoiato) per l’ennesima volta.
Non ho bisogno di una canzone sul Kosovo, insomma. Non mi interessa per nulla, neppure se a cantarla è PJ Harvey. E non ha niente a che vedere con il fatto che la questione kosovara possa interessarmi o meno in generale. Non penso che una canzone, seppur di una delle mie artiste preferite, possa in qualche modo avere il potere di sensibilizzare qualcuno su di un argomento del genere. Tutt’altro.
I Fugazi erano il gruppo politico per eccellenza. Ma lo erano nella loro straordinaria complessità e non avevano (quasi) mai bisogno di divenire didascalici. Basta osservare lo sguardo con il quale affrontavano la macchina fotografica. Non c’era finzione, mai. Non si aveva la presunzione di illuminare qualcuno. Non si metteva in scena uno spettacolo. Erano vite vere, vissute pubblicamente, dove la dimensione privata veniva pressochè annullata. Se volevo comprendere qualcosa in più di Washington D.C., anche della parte off e degradata della città, qualcosa avevano da insegnare. Senza bisogno di scriverci una canzone sopra, però.
La rivoluzione comincia a casa, preferibilmente davanti allo specchio del bagno, cantava tanti anni fa Bob Mould in una delle ultimi brani pubblicat dagli Husker Du. L’unica dimensione politica che possa interessarmi in una canzone, alla fine dei conti.

PJ HARVEY – Chain of Keys

Non lasciatevi ingannare da quelli che dicono che Polly suona sempre lo stesso disco. Paga i suoi tributi, inutile nasconderlo, ma lo fa dall’alto di una personalità straordinaria, di un talento vero e con mille sfaccettature musicali sempre nuove. A me questa canzone ha fatto tornare in mente i Gallon Drunk, per dire. Ma un po’ tutto l’album musicalmente è un omaggio ad un certo tipo di blues. E poi tutto quel sax, suonato come se i dischi degli Stooges fossero i più importanti di sempre. Insomma, il disco spaccherebbe anche….peccato per tutto quello che si diceva prima.

WHITNEY K. – Swans

Il mio disco preferito di Beck è sempre stato One Foot in the Grave. Di tutta la sua produzione il disco nell’ordine: più folk, più spaccato, più lo-fi, più figo.
La cassetta di Whitney K., debutto discografico ufficiale, mi ha proprio ricordato quel disco lì, tanto che me lo sono dovuto andare a ripescare tra una pila di vecchi cd dell’epoca e ho goduto come allora.
Whitney K. è un canadese che vive a Vancouver in un motel da 5 dollari a notte. L’ha scoperto non so bene come Jonathan Clancy e lo ha fatto debuttare su cassetta per la sempre più incredibile Maple Death Records. Il risultato: 7 brani a cavallo tra folk improbabile, arrangiamenti visionari, silenzi improvvisi. Semplicemente grandi canzoni, dai.

LUSH – Out of control

Quando facevo radio con Arturo questo gruppo non mancava mai. I primi singoli su 4AD (parlo del 1990) erano una faccenda particolarmente intrigante, fatta di distorsioni eteree e di melodie accattivanti. Un po’ My Bloody Valentine, un po’ Jesus and Mary Chain.
Con il passare dei mesi ammorbidirono il suono e pubblicarono una manciata di album di buon successo in Inghilterra ed anche negli Stati Uniti. Quando tutto sembrava apparecchiato per il salto definitivo nel mondo del pop mainstream arrivò invece il suicidio del batterista che mise definitivamente fine alla band.
Non so se a distanza di così tanti anni si sentisse davvero il bisogno di un ritorno inaspettato ma comunque ci ritroviamo un nuovo EP per le mani e sembra davvero che il tempo si sia fermato. Si ritrovano gli stessi suoni, le stesse voci, le melodie circolari di un tempo. Come tornare a casa, almeno un po’.

OMNI – Afterlife

Nemmeno 120 secondi. Per catapultarsi in piena epopea no-wave. Come so fosse un mash-up di Devo e primissimi Talking Heads. Roba che è impossibile non possa piacere, in definitiva. Quantomeno da queste parti.
Debutto sulla lunga distanza in uscita in piena estate. Alla chitarra Frankie Broyles, già con i Deerhunter e già autore di un paio di canzoni soliste che fareste meglio a recuperare.

DEAKIN – Golden Chords

Il disco solista di Deakin, vale a dire Josh Dibb di Animal Collective, è diventato nel tempo una sorta di oggetto misterioso. Annunciato con una campagna Kickstarter nel 2009 che ha portato il musicista in Mali a partecipare al Festival au Désert, per poi avventuararsi in infinite sessioni di registrazione in compagnia di personaggi del calibro di Sonic Boom. Quando sembrava ormai che il disco fosse finito definitivamente nel dimenticatoio ci ritroviamo invece tra le mani il primo estratto di un lavoro che promette di essere una piccola sorpresa.
Golden Chords, la canzone che lo anticipa, mi piace per la fragilità di quei pochi accordi di chitarra acustica ed un semplice tappeto di percussioni. Il falsetto della voce è perfettamente adeguato all’atmosfera della canzone. Una roba senza tempo semplicemente magnifica da riascoltare all’infinito.

CESARE LORENZI

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