So Eighties (Fiver # 30.2016)

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Per me gli anni ottanta sono un paio di occhiali con le lenti fumé e la montatura dorata. Un impermeabile stretto. Una fotografia ingiallita credo col mare della francia alle spalle. Le calze bianche, di spugna, fino a sotto il ginocchio, le scarpe da ginnastica gialle con gli strapp al posto dei lacci e un bomber che non poteva essere un bomber perché il bomber è così anni ’90…ma nella memoria i ricordi si accavallano quasi a caso, spesso senza motivo apparente, seguendo il filo rosso del cuore. Non era un bomber, ma una giacca di panno spesso, le maniche in contrasto e i bottoni a pressione. Neri.
Gli anni ottanta sono i film horror con i cartelloni spaventosi fuori dai cinema e mia madre che scuoteva la testa perplessa e mia nonna che mi faceva vedere La casa dalle finestre che ridono ma che non dovevo dirlo ai miei che se no si arrabbiavano.

Gli anni ottanta è Milano. Un blazer con le spalline larghe e mia zia, minigonna e tacchi bianchi, con lo zaino a forma di cane color fluo che passeggia per Sesto San Giovanni e i maragli in due sul Sì, le felpe della best company rosa e blu coi levrieri cuciti sopra, che le fischiano dietro.
Le vetrine di Fiorucci in centro a due passi da San Babila coi paninari, piumino a salsicciotti e jeans chiari, cinture del Charro e mocassini da barca. E un po’ più in là gli ultimi punk, i capelli a stella tenuti su con chili di lacca o che ne so, parevano cemento. Le moto sportive giapponesi in piazza Duomo e il bar Magenta pieno di zip e borchie e pelle nera.

Gli anni ottanta è un concetto, qualcosa di lontano, di fotografie sbiadite con la pellicola che uniforma i colori, che li spinge tutti verso un grigio/marrone come il cielo della capitale lombarda sempre coperto di nebbie che adesso non se ne vedono più di così fitte.
La Ritmo dei miei genitori. Verde.
Sono io, bambino, che mi faccio troppe domande perchè gli anni permettano di dare risposte e comincio a cercare una soluzione alla solitudine sulla carta piena d’inchiostro di romanzi d’avventura, cavalieri e guerre e saghe e poi Zanna Bianca e l’eroe che da solo avanza attraverso il freddo.

Il mito del grande nord.
Il mito del lupo solitario.
Il mito della principessa da salvare.
Tutta roba che non se andrà via mai più e segnerà ogni passo.

Gli anni ottanta sono il giorno in cui, ricordo benissimo, come fosse ieri, ho scoperto cosa volesse dire “malinconia”. L’ho imparato su di un terrazzo lungo e stretto, quello dei nonni da cui passavo parte dell’estate e le feste comandate.
Sesto san Giovanni si stendeva come un’unica distesa di tetti grigi, una Mordor antelitteram (per me che ancora non sapevo chi fosse Tolkien, lo scoprirò solo alla fine di quegli anni) bagnata dalla pioggia. E mentre le gocce, fitte e sottili come solo a Milano e solo negli ottanta, cominciavano a bagnarmi gli occhi che già erano umidi per un qualcosa a cui non riuscivo a dare il nome, ecco arrivare dritta la parola: malinconia e la malinconia che diventava più leggera perchè finalmente aveva un nome e tutto ciò che ha un nome non può fare veramente paura.

Gli anni ottanta. Non voglio parlare di bombe, di stragi. Di deviazioni e devianze che già ne son pieni i libri quanto le mie scatole; né del punk, della new wave che imperversava anche qui da noi, dell’hard core che picchiava – qui a due passi c’era la Paolino Paperino Band, ancora più vicino i Nabat e poi i Gaznevada e CCCP e Skiantos e il partito che organizzava le feste ed era tutto molto rock. E molto provincia.

Forse di questo invece voglio parlare. Rock e provincia. Correggio mon amour (da leggere, per chi non ne fosse a conoscenza, un’opera fondamentale della storia di quello che siamo e quello che abbiamo perduto) e le band che ascoltavano le radio libere, un sacco di mitologia. E di strade da Carpi a Modena alla riviera e il Po come fosse il Mississipi per suonare il blues attraversando la campagna e tutto sembrava infinitamente più lontano e, forse per questo, più unico.

Rock e provincia e abbiamo nominato Correggio e allora di Correggio fu quello che in Italia assieme a Pavese e Calvino sta nell’Olimpo di chi ha scritto le cose migliori di sempre per il sottoscritto che legge e di Tondelli si è già detto tanto, forse tutto, ci si fanno le tesi di laurea, lo si porta in palmo di mano forse anche perchè gli anni ottanta adesso sono così cool che chi ha gli occhiali da pentapartito e il baffo si sente un po’ Piervittorio, coi maglioncini brutti e stretti dai colori improbabili che vedi adesso se vai a berti qualcosa nei locali giusti.

Il mio Piervittorio è un’altra cosa. È lo stupore incontrato quando lessi, tanto tempo fa, quello che credo sia rimasta per me la più alta descrizione di ciò che chiamiamo amore.
Era Camere Separate, erano Leo e Thomas e in quelle pagine piene di dolore e bellezza, sangue e parole e corpi che hanno bisogno, necessità, di toccarsi, stringersi e perdersi ho letto cos’è l’amore.
E ancora Piervittorio, tanti anni dopo, per mano di un’amica straordinaria, è tornato a dirmi cos’era l’amore in un passaggio che mi ero perso, chissà come, nella confusione delle letture mancate, della vita che corre, che a volte trita anche la bellezza e la lascia fuggire via.

Ma quella che deve tornare torna e allora ecco il biglietto numero 8:
“Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di questo abbraccio e non chiedere altro perchè la vita è solo sua e per quanto tu voglia, per quanto ti faccia impazzire non gliela cambierai in tuo favore. Fidarsi del suo abbraccio, della sua pelle contro la tua, questo ti deve essere sufficiente, lo vedrai andare via tante volte e poi una volta sarà l’ultima, ma tu dici, stasera, adesso, non è già l’ultima volta? Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua, perchè se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa, questi sono problemi solo tuoi, fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle, l’amore è niente di più. Sei tu che confondi l’amore con la vita.”

Confondere l’amore con la vita, col ritmo che spinge, col sangue che pulsa troppo forte nelle vene e viene il mal di testa e il mal di vivere alla Montale che lo incontri le notti di provincia quando non sai dove andare a sbatterla quella testa che batte batte e batte e per fortuna a volte c’è una radio amica che suona un pezzo che ti salva la vita in quel momento preciso mentre attraversi, solo, solo la luce dei fari di un vecchio scassone una strada tra i campi urlando parole che non sai e battendo a tempo sul volante quel pezzo dei Black Flag.

Un romanzo che non è ancora nato inizia così:
Lo puoi sentire da lontano stridere sulle rotaie e rompere il silenzio assurdo che riempie l’aria. Lo vedi spuntare dalla montagna, uscire veloce da quel buco scavato dall’uomo tanto tempo fa’ per poter scappare, per poter avere una scelta. Sbuca veloce, urla mentre corre tra i prati e poi le ganasce che frenano vecchie ruote di ferro stridono violente. La campanella della stazione ha già smesso di suonare da qualche minuto quando la grande sagoma grigia smaltata dai graffiti si ferma davanti al marciapiede deserto. Scende il controllore per assicurarsi che come al solito non ci sia nessuno. Si guarda attorno e dopo un cenno al nulla risale e si porta via quell’ammasso di lamiere. Pochi minuti e tutto torna a tacere. Solo il rumore del vento che muove l’erba. Solo la mia sigaretta che si consuma indolente tra le dita.
Lo spettacolo è finito e anche per oggi ho avuto la mia dose di fuga iniettata nel cervello. Di nuovo niente da fare. Forse Manuel ha qualcosa di buono per me, qualcosa che mi faccia stare lontano da casa per qualche altra ora, che non mi faccia pensare a domani mattina e al rumore bastardo del cartellino timbrato in fabbrica. Forse Manuel mi può salvare.
La stazione diventa sempre più piccola nel retrovisore di questo catorcio a quattro ruote. Non è sempre vuota, a volte vedo scendere famiglie stanche della città. Mi piace guardare i loro sorrisi affaticati da smog e cieli grigi riempirsi del blu limpido di queste parti, del verde smeraldo sulle colline, del silenzio che riempie l’aria. Li guardo complimentarsi con loro stessi per aver scelto qualche giorno di niente lontano dal tram tram di sempre e sento come non potrebbero mai capire la mia voglia di bruciare tutto quello che mi circonda e scappare lasciando dietro di me questo nulla soffocante. Li guardo e provo a immaginare le loro vite tra palazzi di cemento e traffico impazzito e mi domando come faccio a sognare tutto questo, a desiderare quello che per tanti è un inferno. Ma loro non sanno, non possono capire la solitudine, il vuoto, il silenzio che atterrisce l’anima. Loro non possono capire come io non posso capire la loro voglia di suicidarsi in questo buco di mondo dimenticato dal tempo.
La porta d’ingresso è, come sempre, aperta. Un rasta che non ho mai visto mi saluta con un cenno della testa.
– Manuel? – Mi indica il cucinotto. La porta è accostata.
– si può? –
– i miei amici possono sempre… – Entro nello stanzino buio. Manuel è in piedi, davanti a un fornello. Sta facendo bollire dei funghetti in un pentolino. Con lui una biondina che credo si chiami Manola o qualcosa di simile: una freak che si è raccattato in non so quale viaggio in che posto assurdo. Ci salutiamo tutti con un paio di baci all’aria intorno alla faccia. Mi siedo e la tipa mi passa una canna.
– allora, come te la passi? –
– il solito, e tu? –
– tutto bene. –
– hai qualcosa per me? –
– cosa cerchi? –
– niente di speciale, il solito relax… –
– ho quasi finito l’oppio. Quello che me lo porta se n’è andato in India. Sulle montagne… Credo a cercare il charas… E’ stagione. Ma per te ne ho giusto un po’. –
Prepariamo assieme la pipa e cominciamo a fumare. Mi sento subito meglio. Leggero. C’è musica nell’altra stanza ma non riesco a capire cosa sia; sembra reggae, ma più lento. Mi accompagna mentre sprofondo nell’anestesia dei papaveri rossi. C’è il solito poster enorme che copre la parete, un’immensa distesa di alberi. Sono anni che quando vengo qui a disfarmi cerco di contare gli aghi. Non ci sono mai riuscito. Non mi sento più le gambe e ho le palpebre pesanti. Non faccio nessuna resistenza a questa forza conosciuta che mi sta trascinando via, chissà dove. Non ho motivo di resistere. Mi lascio cadere nell’atarassia dei tossici, senza nessun appiglio alla realtà volo nel divano sfondato che mi culla lieve. E’ tutto così leggero, facile, come quando sei piccolo e la mamma ti tiene fra le braccia e sai che non ti può succedere niente, che finche sei lì nulla ti potrà toccare, nessuno potrà farti del male. E’ tutto così bello.

Fabio Rodda

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