Per vincere domani (Fiver # 35.2016)

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Sam Evian

A ripensarci ora, con il giusto distacco, posso confessare di essere stato presuntuoso ed irriverente, nel mio ruolo di giovane scribacchino di cronache musicali. Mi stupisco che non sia arrivato qualcuno a tirarmi due sberle e farmi tornare con i piedi per terra, al tempo. La mia fortuna è stata avere un direttore come Claudio Sorge. Nei miei ricordi, lo confondo con il maestro Miyagi di Karate Kid, che se era il caso alzava il telefono e mi faceva amabilmente capire che certe cose andavano cambiate.
Per questo sorrido talvolta scorrendo la mia timeline di facebook dove leggo le nuove leve del giornalismo musicale italiano misurarsi la lunghezza del proprio organo genitale e di quanto manchi un DIRETTORE talvolta. Sono contento di starne fuori, comunque e sono ancor più contento che all’epoca di social network non c’era traccia, altrimenti la mia collezione di scheletri da tenere nell’armadio sarebbe andata sicuramente fuori controllo.
In particolare penso ad un articolo che mi commissionò Rumore all’epoca. Dovevo scrivere della Bologna musicale di quei giorni. Trascurai consapevolmente una scena che invece meritava altra considerazione e ancora me ne dispiaccio. Ma appunto ero giovane, un po’ coglione, con la verità in tasca e troppo tempo libero da spendere.
Ho ripensato a tutto questo di recente, ascoltando il nuovo album di Coner Oberst.
Coner mi è sempre piaciuto, con i Bright Eyes particolarmente ma anche nelle sue incursioni più recenti, da solista. Un altro ex giovane presuntuoso che ha imparato a scendere a patti ma senza esagerare. Uno che pensa di essere Bob Dylan, nato con gli Hüsker Dü nello stereo che finisce per somigliare a un Bruce Springsteen in tono minore.
Ha fatto uscire da pochi giorni un album scarno fino al midollo, piano o chitarra acustica, armonica e voce.

CONER OBERST – Next of Kin

Ad un certo punto canta
I met Lou reed and Patti Smith / It didn’t make me feel different / I guess I lost all my innocence / Way too long ago
Penso che per scrivere di musica professionalmente bisognerebbe essere giovani, irriverenti, innocenti e presuntuosi. A meno che uno non sia Simon Reynolds. Ma è altrettanto inevitabile che ad un certo punto subentri un certo disincanto, che si prendano le distanze e le cose vengano vissute da un’altra prospettiva. Disillusione mista a scetticismo che ti fanno vedere e valutare anche gli artisti che più ti piacciono con altri occhi. Non sempre parlare di persona con un musicista che apprezzi è una buona idea, ho imparato nel tempo. Come non lo è di certo accontentarsi e cercare di arrangiarsi quando di musica bisogna scrivere per portare a casa la pagnotta. Ho visto gente che avrebbe voluto scrivere l’ennesima pippa su Marvin Gaye costretta a subire i Mudhoney con le lacrime agli occhi solo perché lo richiedeva il quotidiano di turno. La tristezza del vedere l’innocenza davvero andata per sempre. Lo sconforto di vedere una passione che si trasforma in una professione che ti garantisce una vita di stenti.
Aver dato addio a tutto questo mi consente di prendere un disco di Coner Oberst e tenermelo metaforicamente sotto il cuscino senza doverne rendere conto a nessuno, una ricchezza che cerco di tenermi stretta il più possibile.

THE PROPER ORNAMENTS – Memories

Questa canzone mi ha fatto tornar voglia di andare a ripescare i dischi solisti di Epic Soundtracks, preziosi gioielli che vanno assolutamente recuperati, motivazione sufficiente a farmela diventare una delle preferite del momento.
Ballata soffice che ha i soliti riferimenti ben impressi: il terzo album dei Velvet, i Beach Boys, il piano invece delle chitarre (che comunque ci sono). Una canzone perfetta per queste prime giornate d’autunno.

SAM EVIAN – Sleep Easy

Non ci si discosta tanto dai territori di Proper Ornaments neppure con le canzoni di Sam Evian, newyorkese che debutta in questi giorni.
Pure atmosfere anni settanta, psichedelia leggera, George Harrison e Elliott Smith tracciano un confine dentro il quale Sam Evian si muove con sensibilità e talento. Non tutto il disco regge ma questo singolo è bellissimo.

SACRED PAWS – Everyday

Glasgow è una delle mie città preferite. Non ci sono mai stato ma questo è un dettaglio senza importanza. I Pastels sono di Glasgow e quando dicono che una band va ascoltata di solito lo faccio senza discutere.
Sacred Paws arrivano con il marchio di Stephen Pastels ben impresso e questo, nel mio piccolo mondo, è una garanzia.
Sacred Paws sono due ragazze: una che traffica in giro tra gli scaffali di Monorail e un’altra che invece vive nei sobborghi di Londra e ha un passato in band come Golden Grrrls. Hanno pubblicato un EP lo scorso anno per l’etichetta dei Mogwai e questa canzone invece preannuncia un album di debutto.
Everyday è una canzone che non nasconde nulla, anzi ci tiene a mettere in chiaro il mondo d’appartenenza. La stella delle Raincoats che indica la strada e l’esuberanza dei primi Vampire Weekend che fa capolino. Una canzone necessaria, importante, bella. Un piccolo inno che va celebrato.

EZRA FURMAN – Teddy I’m ready

Ezra è uno che non si nasconde dietro ad una canzone. Tutt’altro. È uno di quelli che ci mette la faccia, la propria vita e chissà cos’altro. Scrive canzoni sincere, insomma. Non è un caso che parlando di lui venga tirato sempre in ballo Jonathan Richman, un altro che mette la propria vita in musica. Ezra, se lo senti parlare nelle interviste, racconta di quanto l’ambiguità di Lou Reed e dei Velvet abbiano influenzato il suo approccio, in una tradizione glam che ha fatto la storia del rock: dai T Rex fino ai / alle New York Dolls senza dimenticare l’Iggy Pop abbracciato al Bowie berlinese.
Teddy I’m ready è da questo punto di vista la classica ballatona strappalacrime, condita da quella frustrazione che ti fa stringere i pugni forti, le mani nascoste nella giacca mentre il vento si fa gelido. Le cuffie nelle orecchie e quelle parole che regalano conforto. Quanto di meglio si possa chiedere ad una canzone, in fondo.

CESARE LORENZI

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