Affinità e divergenze (Fiver #41.2016)

Wounded Lion

Wounded Lion

Da tempo ormai nessuno mi chiede più di tradurre in linguaggio comprensibile i meccanismi che regolano il mio mondo e che mi portano a inseguire in maniera così pervicacemente insistente le mie passioni. Quella per la musica in particolare. Chi aveva le credenziali in regola per fare domande le ha già fatte e si è pure rassegnato alle risposte, tutti gli altri prendono ormai per buono – o per completamente avariato, a seconda del punto di vista – il pacchetto completo e pensano in maniera direi abbastanza equivalente che io sia il prototipo dell’artista mancato, strambo per quanto innocuo, oppure uno che ha capito tutto della vita e pur avendo da tempo scavalcato la soglia dell’età di mezzo ancora se la gode come un Gallagher ventenne.
Ovviamente hanno ragione i primi ma altrettanto ovviamente a me fa gioco tener buona l’opinione dei secondi, quindi lascio dire sia agli uni che agli altri.
Faccenda diversa è invece descrivere la differenza tra me e il resto del mondo. Ogni tanto perdo tempo, tempo che peraltro non avrei, a vagheggiare descrizioni che siano in grado di misurare le divergenze tra me e gli altri. Lo faccio per ozioso puntiglio, anche se immagino che prima o poi l’esercizio potrebbe servirmi per consentire a Giulio di capire meglio certi eventi. Comprendere perché fosse inevitabile, anzi necessario, che le cose andassero in un determinato modo. Ci penso e cerco gli episodi meno ovvi che possano fare al caso.
Dire ad esempio che sono quello che sullo scaffale ha tre copie di ogni disco dei Pavement (eh vabbè, quella comperata all’epoca, poi il cd perché quello era il periodo in cui i dischi fondamentali dovevo averli sia in vinile che in cd e dopo le edizioni deluxe per il ventennale…) e non possiedo nemmeno un disco dei Radiohead sono buoni tutti. Mi serve qualcosa di più specifico, qualcosa di definito e definitivo.

L’altro giorno, mentre ripassavo il materiale a disposizione per un articolo sui 25 anni della In the Red, me ne è venuto in mente uno di episodio che rende bene l’idea.
Qualche anno fa aveva iniziato a girare questo gruppo di Los Angeles il cui primo disco era stato pubblicato appunto dalla In the Red. Si chiamavano Wounded Lion e a me piacevano moltissimo. Uno di quei gruppi sui quali avevo la netta sensazione di esserci arrivato solo io, non perché fossi stato più acuto degli altri ma perché agli altri di un gruppo del genere non fregava proprio un bel nulla.
Una sera di metà maggio andai a veder suonare gli Intelligence all’Hana Bi. Un concerto infra settimanale di inizio stagione dove pochi fanatici si prendono la briga di mettersi in macchina e partire e quei pochi si conoscono tutti, uno ad uno. Per un gruppo In the Red mi muoverò sempre, è bene dirlo. Lo so che sono forzature quelle di affidarsi ciecamente alle uscite di una etichetta discografica. Qualche settimana fa mi è capitato di leggere una discussione riguardo l’effettiva qualità dei dischi Sacred Bones e l’esagerazione di qualcuno (immagino che se non ci si riferisse direttamente a me si stesse pensando a qualcuno di molto simile) nel definirne imprescindibile l’intero catalogo. Lo so, sono d’accordo, sono semplificazioni ma qualche punto fermo bisogna pur metterlo.
Gli Intelligence quella sera fecero un gran bel concerto chiudendo in maniera del tutto sorprendente con la cover di una canzone dei Wounded Lion, Pony People. Credo di essere stato l’unico a riconoscere la citazione.  A fine concerto andai a parlarne con Lars Finberg, il cantante degli Intelligence. Si mostrò piuttosto stupito di aver incontrato qualcuno in grado di riconoscere quella canzone, mostrando per di più un entusiasmo fuori norma per quella scelta. Mi disse che di quella canzone ne avevano registrato una versione che sarebbe finita sul loro nuovo disco in uscita di lì a poco. E così in effetti fu.

Cambio di scenario: Covo Club inizio autunno dell’anno successivo. Poche settimane prima era esploso il fenomeno Cani. A me all’inizio I Cani piacevano da morire. Questo solo per dire che poi non è che se una canzone è cantata in italiano per forza mi debba schifare. Del loro primo disco scrissi anche una recensione super calorosa per Rumore. E non me ne pento. In quei giorni I Cani vennero a suonare per la prima volta a Bologna fermandosi al Covo per due date consecutive, entrambe sold out. Andai a tutti e due i concerti. La prima sera a un certo punto Niccolò Contessa annunciò che avrebbero suonato una cover, presentandola come una canzone di Guccini. La canzone era Con un deca degli 883. Non la riconobbi assolutamente, anche se il testo non mi pareva per nulla una roba che avrebbe potuto scrivere Guccini. Degli 883 all’epoca ci stavo dentro solo con Hanno ucciso l’uomo ragno. Successivamente sono migliorato – o peggiorato, a seconda di come la si vuol vedere – grazie a una compilation su cd comperata per Giulio che per un’intera estate si impossessò dello stereo della mia macchina. Questo prima di Fedez e dell’hip hop italiano. Tornando alla prima sera de I Cani a Bologna a fine concerto qualcuno mi presentò Contessa e ci mettemmo a chiacchierare. Ricordo che stavo per fargli una domanda sulla sua bizzarra idea di aver scelto Guccini come artista cui dedicare un tributo sul palco, poi per fortuna ad interromperci arrivò Dedu con un paio di gin tonic e ci trasferimmo nell’altra sala ad ascoltare un po’ di vecchio punk rock sparato attraverso gli amplificatori dalla console di Marzio.
Ecco, questo può essere un esempio calzante per dire quanto la mia strada sia lontana e poco affine a quella di molti altri.
Riconoscere al volo una cover dei Wounded Lion e ignorare i capisaldi della musica pop italiana.
Non è che per questo mi senta migliore, diverso però si.
E non me ne dispiaccio, non me ne dispiaccio nemmeno un po’.

Wounded Lion “Pony People

Winter “Dreaming

Innamorarsi perdutamente di una canzone, di chi la canta e delle immagini che la accompagnano. Dovessi spiegare a un alieno appena calato sulla terra il concetto di dream pop lo piazzerei davanti a questo video.
Loro arrivano da Los Angeles via Brasile e hanno pubblicato un album lo scorso anno. Questa canzone risale invece al 2013 e scomparve assieme al laptop su cui era registrata. Ora è stata ripescata ed è appena uscita come singolo, a breve il nuovo album.

Dizzyride “Young You

Dietro i Dizzyride c’è Nicola Donà, uno che le cose le ha fatte sempre bene. Prima con i Calorifer Is Very Hot poi con gli Horrible Present. Da tempo si è trasferito a Brooklyn dove oltre alla musica si occupa di cucina. Qualche settimana fa mi è capitato di incrociare al Freakout il suo nuovo progetto Dizzyride in cui si accompagna alla splendida voce della canadese Zoë Kiefl. Quella sera sul palco, senza aver mai ascoltato prima una loro canzone, mi fecero un’impressione a dir poco ottima con suoni tra Suicide e Dirty Beaches e atmosfere da piano bar shoegaze. Sono molto curioso di ascoltare il loro primo album in uscita a gennaio, questo è il singolo che lo anticipa.

Tim Presley “Long Bow

Non so perché ma ho sempre trascurato i White Fence e confesso di essere ignorante riguardo a Tim Presley. Eppure è uno che ha pubblicato dischi per etichette come Make a Mess, Woodsist, Castle Face e Drag City e  inciso album con gente tipo Fall e Ty Segall. Nemmeno quando al principio della scorsa estate me lo sono visto sul palco del Beaches Brew mi sono dato una mossa. Eppure quel concerto mi piacque.
Poi capita che faccia uscire una cosa a suo nome e che nell’arco di un paio di giorni un paio di persone di sicura fiducia me ne parlino benissimo. A casa mia due indizi fanno una prova quindi ho preso l’album e sì, questa roba mi piace. Il problema ora è che a ritroso mi toccherà andare a ripescare tutto il resto della sua discografia, maledizione.

Moon Duo “Creepin’

I Moon Duo sono un gruppo di quelli che con me sfondi una porta aperta. Loop kraut, synth wave, psichedelia sparpagliata e concerti che tirano giù i muri. Lui, Ripley Johnson, ha quest’aria da vecchio guru ascetico distante da tutto e tutti eppure così maledettamente coinvolgente. Il 2017 ci porterà un nuovo disco, Occult Architecture, diviso in due volumi distinti tra dark e light. Il primo uscirà a inizio febbraio. In rete girano un paio di anticipazioni. Questa è una delle due. I can’t wait.

Arturo Compagnoni

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...