My lost years (Fiver #40.2016)

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Lambchop

“Everything Flows” è una grande canzone. Un’affermazione del genere scritta in questo contesto raccoglie lo stesso gradimento di una lettura del Capitale ad un congresso marxista nonostante ognuno di noi abbia la propria storia personale e le proprie canzoni che per le più svariate ragioni rivestono un ruolo più o meno importante con cui fare i conti. Ma ci sono brani che mettono d’accordo tutti e questa è una che rientra decisamente nella categoria.  I Teenage Fanclub nel 1990 erano una band di esordienti di cui si occupava solo la stampa inglese cercando di infilarli nel carrozzone di gruppi americani che iniziavano a riscuotere un certo interesse anche da questa parte del mondo. Gruppi come i Dinosaur Jr., per intendersi.
Ricordo che io ed Arturo non ci facemmo pregare ed iniziammo a trasmetterla senza sosta, praticamente in ogni puntata del programma che conducevamo insieme in radio, ai tempi.
TEENAGE FANCLUB – Everything Flows

I Teenage Fanclub all’epoca erano una roba enorme, per noi. Al festival di Reading del 1991 andammo per loro. Non per i Nirvana, non per i Sonic Youth o i De La Soul, nonostante Bandwagonesque (il disco della consacrazione)  uscì appena qualche mese dopo.
Fanno 25 anni giusti giusti proprio in questi giorni e naturalmente qualcuno ha rimarcato l’avvenimento.
I brani di quel disco li ascoltammo per la prima volta mischiati tra la folla di scozzesi ubriachi, occupati a cantare a memoria canzoni per noi ancora inedite, nel fango di un anonimo campo di periferia della provincia inglese, mentre le bandiere con il leone rampante venivano tenute alte in segno di riconoscimento. Vicino a noi, tra il pubblico, Bobbie Gillespie, entusiasta come un bambino al parco dei divertimenti. Non fu necessario pronunciare alcuna parola, ci guardammo un attimo indicandoci Gillespie con un cenno del capo. Il sorriso sul volto di Arturo lo ricordo bene e ogni tanto glielo vedo fare ancora, alla fine di qualche serata particolarmente riuscita. Uno di quei momenti dove tutto è perfetto, allineamento astrale compreso, dove ogni cosa è al suo posto come dovrebbe essere sempre ma invece non lo è quasi mai. Il giorno prima avevamo visto Cobain fratturarsi un braccio sfasciando la batteria su quello stesso palcoscenico.
Bandwagonesque sono andato a riascoltarlo in questi giorni, dopo tantissimo tempo. E’ un disco che ha ancora un suo perché, nato già vecchio del resto non poteva che salvaguardarsi in maniera eccellente, forte di una classicità che sembra non andare mai fuori moda. Sento molto più ora che non all’epoca i riferimenti di cui tutti hanno sempre parlato: i Byrds ma in particolar modo i Big Star di Alex Chilton. Del resto per me sono arrivati prima i Teenage Fanclub, ancor prima i Dinosaur Jr. e dopo i Big Star e questo sfasamento temporale ancora oggi mi fa valutare le cose con una lucidità del tutto da verificare.

LUKE HAINES – Marc Bolan Blues

Luke Haines è uno dei migliori 4-5 songwriter della sua generazione. Talento esagerato, un’intelligenza fuori dal comune e un humor mai banale sono i tratti distintivi di un personaggio che non è mai voluto scendere a patti con nessuno, inseguendo sempre e solo i propri fantasmi. Ostinazione e caparbietà, seppur abbinati a canzoni sublimi, non hanno potuto sfidare i gusti di un pubblico e di un’industria che ha preferito abbandonarsi alla fantasmagorica ignoranza, per certi versi comprensibilmente, di un Liam Gallagher qualsiasi, lasciando che Luke Haines si trasformasse in un piccolo eroe di culto.
Luke Haines è uno di quelli che per salvaguardare il proprio delirio estetico non avrebbe nessun dubbio: la rotta va sempre mantenuta anche a costo di finire consapevolmente sugli scogli. Impossibile non amarlo, insomma. Non mi stupirebbe che qualcuno, un giorno, non lo possa prendere ad esempio per scrivere un trattato su quali mosse è necessario fare per rovinare una carriera avviata positivamente nel mondo del pop. Non dimentichiamo che gli Auteurs (il suo primo gruppo) sono stati la migliore brit-pop band dell’epoca, nonostante non facessero proprio nulla per volerlo essere. Del resto, all’apice del successo, a chi potrebbe venire in mente di realizzare un concept album dedicato alla Baader Meinhof oppure infilarsi in studio con Steve Albini, non propiamente un produttore brit. La carriera solista, poi, è disseminata da dischi improbabili, quasi sempre concept-album, che hanno comunque il merito di aver quantomeno un paio di gioiellini al loro interno, sempre e comunque. Giusto per non farci scordare che sì, va bene il delirio, ma le canzoni ci sono sempre state e continueranno sempre ad esserci.
Il nuovo album è il primo non concept da tanti anni a questa parte. Ma nonostante tutto Luke Haines torna a rimarcare i soliti concetti e celebra ancora una volta l’epoca aurea del rock’n roll, come ha già fatto nel concept New York in the ‘70s. In questo caso si occupa della deriva glam, in una canzone che celebra Marc Bolan ma lo fa con un tono ben poco accondiscendente e con il solito tocco di humor prettamente britannico che personalmente trovo irresistibile.

CORY HANSON – Ordinary People

Cory Hanson solitamente presta voce e chitarra ai losangelini Wand, un gruppo eccellente che ha pubblicato due album che hanno avuto un buon riscontro. In particolare tra gli appassionati del garage rock che gravita vicino alla scena legata a Ty Segall e compagnia bella.
Ascoltarlo ora, in versione solista è però una piccola sorpresa. Cambiano le sonorità in maniera sostanziosa: è tutto un pullulare di archi, di arrangiamenti raffinati, di voci in falsetto e melodie pop. Manco fosse un lontano parente del Luke Haines di cui si parlava in precedenza. Esce su Drag City.

FLASHER – Tense

Questa è esattamente la musica che mi piacerebbe suonare se solo ne fossi in grado. Mi rassicura che ci sia in circolazione qualcuno che lo faccia al posto mio, con la metà dei miei anni sulle spalle per giunta. Ci pensano in effetti due ragazzi e una ragazza di Washington DC che mettono subito in chiaro di aver ascoltato i dischi giusti ed averne recepito gli insegnamenti. Non solo il miglior indie americano (i primi Sonic Youth, per dire) ma anche tanta new wave inglese (impossibile non pensare ai Joy Division in apertura di canzone). A Washington intanto pare esserci un gran fermento, come da tradizione. Tanto ruota attorno alle uscite di un’etichetta come Sister Polygon che sembra davvero raccogliere il meglio del nuovo suono della città. Da seguire con attenzione.

LAMBCHOP – the Hustle

Mia moglie non ascolta musica. Tantomeno la mia musica. Magari sente una canzone per radio e poi mi chiede: mi fai un cd? Ma è una di quelle piccole provocazioni che fanno parte della vita di coppia, immagino. Non che mi dispiaccia, sinceramente. Mi sono ritagliato il mio spazio, che riguarda tutte le attività legate alla musica, e sono felice di gestirlo in completa autonomia. Ogni tanto metto, per dire, la Incredible String Band all’ora di cena e poi mentalmente inizio il conto alla rovescia….3, 2 ,1….ma cos’è sta’ lagna? Non puoi mettere qualcos’altro? Me la rido sotto i baffi e faccio partire Frank Ocean, una delle poche cose che possiamo ascoltare in condivisione senza discussione.
Kurt Wagner ha i miei stessi problemi, tra le mura domestiche. Il nuovo album è nato in reazione ai gusti musicali di moglie e figli, ha raccontato. Troppo occupati ad ascoltare Beyoncé e tanto R&B, a quanto pare. Nessuno spazio per il country desolato e di frontiera a cui ci ha abituato nel corso degli anni. Non gli è rimasto che mettersi a studiare: utilizzo creativo del vocoder, sintetizzatori vintage e pattern ritmici inediti. Ne è uscito un album fantastico, assolutamente originale che ho il timore non allargherà chissà quanto il pubblico di Wagner e soci e tantomeno sistemerà le vicende domestiche ma che rischierà di finire in una delle prossime classifiche di fine anno, tra i migliori album dell’annata.

Cesare Lorenzi

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