Live (too much) fast (to) die young (Fiver #43.2016)

il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità

(I Limoni, Ossi di Seppia)
E. Montale


Ieri era Natale. Nella mia caotica vita, uno dei rarissimi giorni fatto di abitudini: la sveglia col mal di testa per l’infinita bevuta della vigilia – fin dal mattino, che qui da noi tra i monti non si scherza mica – con i due compagni di banco del liceo. L’uscita col freddo pungente ma asciutto delle dolomiti – raramente mutata ne l’uscita sotto una pioggia fitta di mille spilli gelati –, la camminata per il paese deserto: le vecchie scuole medie, la villa col parco dove giocavo da bambino, i viottoli sterrati immersi nel verde e circondati dai monti. Per strada, le cuffie nelle orecchie e le telefonate ai parenti. Gli auguri ai passanti. La visita a Franco del Bar-Trattoria Zurigo e il bianco alla spina con una goccia di Campari per rimettere a posto la testa e lo stomaco prima della polenta.
La prima chiamata sempre la stessa: “nonna”.
Anche ieri mattina ho fatto le solite cose: mi sono alzato con la testa che rotolava sui prosecchi, sono uscito bestemmiando per il freddo ma ringraziando per il secco che nella piana nebbiosa l’umido non ti lascia mai in pace, ho messo le cuffie e preso il telefono mentre andavo verso il bar di Franco. Ho schiacciato il nome giusto in rubrica. Il nome della prima telefonata di ogni mattina di Natale.
Poi ho subito premuto il tondo rosso in basso nello schermo, con le dita che un po’ tremavano. Forse per il freddo. Forse per quel numero che ho fatto in automatico, ma che non aveva più senso chiamare.

Ho una famiglia moderna, disfunzionale. A Natale si pranza in tre. Uno sono io e con uno degli altri due non ho legami di sangue. Poi ci sono quelli sparsi in giro e ci si sente al telefono. Ognuno ha molto da fare, in città diverse che anche se vicine sono lontane come fossero in un altro continente.
Ho una vita moderna, disfunzionale. Sempre poco tempo per le cose che mi piacciono, ma le faccio lo stesso. Un lavoro con orari assurdi che a volte amo e spesso non sopporto. Notti sempre troppo lunghe che non ho voglia di smettere di spendere.
Una passione enorme che mi ha portato in giro per quasi dieci mesi da nord a sud per tutta l’Italia a salire su palchi splendidi o improvvisati. Io, che non ho mai voluto imparare a suonare uno strumento per non rischiare di diventare uno che saliva sui palchi.
Sta finendo un anno lunghissimo e denso. Veloce come un battito d’ali di un colibrì. Bello. Faticosissimo.
Pieno di vita, di volti, di persone che mi hanno toccato. Di delusioni, di abbandoni e fine di ideali. Di belle intenzioni andate a sbattere contro muri invisibili. Di esperimenti esplosi come una bomba che hanno ribaltato l’orizzonte.
Ho incontrato tanti occhi. Alcuni bellissimi, tutti di passaggio perché io sono di passaggio, forse perché tutti lo siamo ma io lo so bene e non riesco a dimenticarmelo mai. Forse perché quando mi sono fermato e ci ho creduto poi raccogliere i pezzi dopo lo schianto con la realtà di chi si ne andava – già, siamo tutti di passaggio – è stato così faticoso che adesso non riesco nemmeno a fare finta di non ricordarlo.
È passato un anno da un anno fa. Io sono sempre io. Più vecchio, più forte, più bravo a fare le cose che faccio.
Con gli stessi identici buchi che non si riempiono mai.
Con gli stessi volti che scorrono come slide nella mente quando sei tornato a casa da una serata ed è quasi mattino e hai deciso che a casa ci volevi tornare da solo per non andare a dormire e bere un’ennesima, inutile, birra con gli occhi a mezz’asta e le orecchie su quel pezzo che, sai, non dovevi ascoltare.

Vivo veloce. Perché devo fare tante cose, perché le giornate durano solo ventiquattro ore. Forse, in realtà, perché sono un nevrotico senza pace, lo stesso che trentaerotti anni fa al primo giorno di vacanza dalla scuola, si attaccava alla gonna della mamma e le chiedeva con lo sguardo perso ogni mezz’ora: «e adesso, cosa faccio?»
Ho vissuto tante vite in una vita sola.
Il giorno dopo Natale, da solo al bancone di una birreria affollata di famiglie, si possono fare questi pensieri.
E si possono scrivere anche se sono tristi, che poi tristi non lo sono, solo poco simpatici, solo bisognosi di ascolto e noi non abbiamo più tempo per ascoltare niente e nessuno che dobbiamo essere unici protagonisti del nostro mondo accelerato, connesso, sempre sul piedistallo di una foto da postare che non possiamo mica mangiarci un cazzo di panino senza farlo sapere a tutto-il-fottutissimo-mondo.
Magari però sembrano cose tristi però io le scrivo lo stesso perché, come diceva Luigi, quando sono allegro esco.
E infatti adesso butto giù sto pezzo e poi vado con gli amici a buttare giù qualche birra e qualche risata.
Sono serio, sono un buffone. Spesso mi perdo nel famoso bicchier d’acqua perché faccio la domanda sbagliata a fronte del parterre di risposte possibili.
Mi sento vecchio come il mondo. Mi sento un ragazzino che ha solo voglia di saltare ascoltando pezzi punk da adolescenti.
Non ho pace, ma, come diceva un mio socio, per riposarsi c’è l’eternità.
Tante vite in una vita sola.
E ho avuto un amore che mi ha salvato e che mi ha insegnato la dedizione. Un grande amore felice. Un infinito amore cupo e triste. Che non riesco a mettere fra le cose successe, quelle che “è andata così”, che rivorrei più o meno quanto vorrei andare a combattere in Vietnam nel sessantotto anziché fumarmi le canne e scoparmi una bionda hippy a Frisco, eppure suona sempre come quelle canzoni tristi che non sono mai tristi fino in fondo perché sotto c’è quella fisarmonica che sa di giostre e zucchero filato e bambini che sorridono anche mentre sei al bancone e sono le cinque del mattino e domani vai a lavorare ma ne ordini un altro.
E tu, tutti e tre li hai visti nascere e finire. Li hai capiti. A volte, me li hai spiegati. L’ultima volta, mi hai solo sorriso con gli occhi tristi sapendo che non c’era niente da aggiungere.
Sicuramente ne hai capito più tu di me.

Vivo veloce. Così veloce che sì, ti ho pensato. Ti ho pianto. Ma mi sono accorto solo ieri mattina di quanto sia concreta la tua assenza.
A febbraio è nato mio nipote. Una gioia enorme e strana. Qualcosa che non capisco fino in fondo, che mi accontento di vivere quando vedo quegli occhioni aperti da pochi mesi che mi sorridono perché sanno chi sono e sono felici di vedermi lì davanti.
Hai fatto in tempo a vederlo? Forse sì. Riuscivi a riconoscerlo? L’hai salutato? Non me lo ricordo.
Questa la brutale verità. Non me lo ricordo. Tutto è successo così in fretta, tante le cose che mi urlavano, mi imponevano di prestar loro attenzione con l’urgenza di ciò che non può aspettare che i giorni si accavallano nella memoria e non so nemmeno se vi siete mai incontrati.
Io non ho fatto in tempo ad organizzare la presentazione a Milano perché tu potessi venirci. Sono passato, quel giorno, in ospedale prima di andare dove dovevo andare.
Avevi quegli occhi pieni d’orgoglio che hai sempre avuto quando ti davo qualcosa di mio: fosse una pagella, il primo libro. L’ultimo. E hai capito subito quella copertina e mi hai fatto le domande che non si fanno, che solo le nonne possono fare impunemente e con un mezzo sorriso quasi beffardo, ma che racconta invece quanto il tempo porti sempre tutto a un livello d’intensità sopportabile.
E ieri mattina, quando ho appoggiato il dito su quel cerchietto rosso prima ancora che dall’altra parte qualcosa potesse squillare, ho sentito con il corpo – che è l’unica cosa che sente veramente, la pelle, i muscoli, gli odori, solo quello sente, il resto è chiacchiera – e con il sangue la tua assenza.
Non ho smesso di camminare, ma mi sono fermato con la mente. Mi sono preso il tempo che occorreva, che finché stai sulla giostra non puoi prenderti.
Ho continuato a camminare ma ho congelato la testa sulle fotografie che volevo vedere. Ed erano tante e hanno colpito allo stomaco, poi sulle gambe, alle mani.
Ho sentito la fitta che proverò al prossimo viaggio, quando appena prima di andare a bere una birra al tramonto mi verrà in mente di andare a cercare una tazzina da caffè per te. Una tazza col nome della città. Penserò di dover entrare nel primo negozio di souvenir per trovare la meno brutta fra tutta quella paccottiglia. Poi, in una frazione di secondo, capirò quanto quel pensiero non avrà più senso. Non avrà più motivo.
Quante te ne ho portate, a te che ti lamentavi di aver visto così poche città. Di aver viaggiato poco. Così ogni volta che ti venivo a trovare e mi facevi un caffè lo bevevamo a New York, poi a Parigi, a Londra, a Barcellona.
Chissà dove sono finite. Chissà se si sentono anche loro così sole adesso.


Fabio Rodda

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