Hard Drive (Fiver #28.2017)

Goat Girl the band rebuilding London_s indie scene Music The Guardian

Goat Girl

Non ho idea quante vite differenti ognuno di noi abbia in sorte. Evan Dando ne ha comunque vissuta una in più di me e probabilmente anche di voi. Leggere la sua biografia (se ne esistesse una) farebbe perdere l’orientamento anche al più smaliziato dei bastardi in circolazione. Dividere in capitoli differenti un’esistenza è compito dei biografi e nessuno pensa alla propria vita come ad una serie di capitoli isolati e divisi uno dall’altro. Probabilmente è più facile ritrovarsi a contare cinquanta primavere e non essersene neppure accorti. Evan Dando è un classe ‘67, proprio come me. L’ultima canzone che porta la sua firma l’ha pubblicata nel 2006 e da quel giorno fino ad oggi ha sempre trovato il modo di sfangarla. Tra un disco di cover, un concerto acustico, una reunion dei Lemonheads, sono passati più di dieci anni ed è stato come battere le ciglia un paio di volte.
Evan Dando è il mio cantante preferito. Non ho mai chiesto di meglio di una canzone di Alex Chilton oppure Townes Van Zandt da alternare a Candy Apple Grey, del resto.
Ne parlo oggi perché è appena uscita la ristampa di Baby, I’m Bored, l’unico suo disco solista, del 2003. Come tutti i dischi di Dando, compresi quelli dei Lemonheads, è un lavoro riuscito a metà, con quel senso di indeterminatezza, quel tono casuale, quel filo del discorso lasciato a metà che ne costituisce allo stesso tempo il limite ma anche il punto di forza.
Uno di quei dischi impossibili da difendere se affrontati analiticamente: sono canzoni accennate, dettagli di mondi buttati a casaccio di qua e di là, tributi pagati senza soluzione di continuità. Una meraviglia, insomma.
EVAN DANDO – In The Grass All Wine Colored

Me lo ricordo circondato da una ventina di giornalisti, in un locale fighetto di Milano. Catapultato lì, nel bel mezzo di un tour promozionale che probabilmente odiava con tutte le sue forze. Il periodo della rock star, bella, maledetta, da copertina di rivista patinata. Rimasi al suo fianco per tutto il tempo di quella che fu una piccola tortura, come se lo dovessi difendere. Ho avuto in un paio di occasioni la voglia di alzarmi, prenderlo per un braccio e portarlo via. Una sigaretta dopo l’altra. Come se tenere le mani occupate potesse nascondere l’imbarazzo di rispondere a banalità assortite. Dategli una chitarra, pensavo. Certe cose non possono essere spiegate. Si scrivono canzoni apposta, del resto. Esiste un brano che risponde a qualsiasi vostra domanda, potete scommetterci. Possibile non accorgersene? Non era il mio mondo quello. Nemmeno il suo, si è visto in seguito.
EVAN DANDO – Why Do You Do This To Yourself?

Qualcuno potrebbe pensare che si sia buttato via. Penso invece che abbia seguito semplicemente quello che era scritto, senza nessuna forzatura. Ci si prova talvolta, anche se si sa fin dal principio che non funzionerà. Si vive il momento. Ci si convince che non è poi così male, in fondo. Si buttano via un paio di quelle vite là in piccole storie sprecate e sostanze sbagliate, certamente. Senza nessuna ragione, senza riuscire a darsi una risposta. Perché lo stai facendo? Al massimo ne esce l’ennesimo abbozzo di grande canzone.
Ci siamo incrociati sulle scale del Covo, poco tempo fa, in occasione di uno dei suoi ultimi tour acustici. Il concerto è stato meraviglioso. Sarei potuto stare tutta la notte ad ascoltarlo e so che avrebbe avuto sempre la canzone giusta da tirare fuori. Era un po’ che non lo vedevo dal vivo e certe cose sono cambiate. Sembra sofferente, gira gli occhi, le pupille spariscono e fa quasi impressione nelle smorfie a cui si costringe per tirare fuori le parole giuste. E’ invecchiato bene, comunque. O almeno mi piace crederlo. Ogni tanto stecca, sbaglia, rompe una corda, dimentica le parole ma è come se sapesse già che non occorre preoccuparsi di queste piccolezze. Canta una delle tante vite, un cielo intero di canzoni come stelle. Non importa che sia una delle sue o di John Prine, MC5, Teenage Fanclub, Gram Parsons, Velvet Underground. Alla fine ha infilato la chitarra nella custodia, si è buttato il giaccone sulle spalle e ha imboccato la scala di sicurezza che porta fuori, nel parchetto davanti a Viale Zagabria, da solo. Per un attimo abbiamo incrociato lo sguardo. Ci siamo salutati ed è sparito nella notte bolognese.
If I could talk I’d tell you
If I could smile I’d let you know
You are far and away my most imaginary friend

WOLF PARADE – Valley Boy

Quale può essere la priorità di un brano che certifichi al mondo che la tua band è tornata in pista? Una canzone così non può esser altro che una specie di promemoria, un modo per riconnettersi con tutti quelli che ti avevano amato in principio. Sono passati sette anni dall’ultimo album targato Wolf Parade, ma è come se fossero il doppio. Nel mondo del pop vale lo stesso conteggio dell’universo felino, del resto e quindi il compito è delicato. Valley Boy fa il suo dovere fino in fondo, va detto: ce li restituisce così come vagamente li ricordavamo, figli non sempre minori dei Modest Mouse. I suoni, le chitarre, le voci che si sovrappongono, tutto è rimasto nello stesso identico posto che avevamo lasciato. Sorprende però il testo: un vero tributo a Leonard Cohen, bellissimo quanto inaspettato, con un coro che rimane fisso in testa già dopo due ascolti. Ci eravate mancati, ragazzi!
And are you still a lover boy?
Are you still on the cover or
Did you become a valley boy out there?

GOAT GIRL – Country Slaze

Suona come Courtney Barnett alle prese con una canzone delle Breeders. Riuscite ad immaginare di meglio? Quattro ragazze giovanissime, londinesi di Brixton, anima e cuore tra Slits e Raincoats. Scena emergente in completa autogestione. Escono su Rough Trade. Due singoli. Spaccano entrambi. Entusiasmo a mille. Sniffin Glucose Fever!!!!!

MODERATE REBELS – Liberate

Leggere “collettivo”, “Guy Debord”, “manifesto” a proposito dei Moderate Rebels, mi ha fatto tornare in mente il glorioso primo periodo degli Stereolab. In Inghilterra si muove qualcosa, questo è certo. Rimuovere le scorie del brit-pop è stata dura ma i segnali sono incoraggianti. Liberate è esattamente la canzone di cui avevamo bisogno in questo momento: poche parole ma chiare, pochi accordi che smuovono il cuore, altrettanto decisi. Canzone del momento, senza dubbio, tutto in un singolo accordo.

CESARE LORENZI

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