Genova – Amburgo solo andata (Fiver #29.2017)

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Eccoci qua. Ultimo lunedì di luglio. Si sente già l’odore del mare.
Non ce la facciamo più: un anno di fatica sulle spalle e non vediamo l’ora di mollare tutto, caricare la macchina o saltare su un aereo e andare via. Parlare solo di figa e calcio, sperare in qualche rimorchio da spiaggia e non pensare a nulla per un paio di settimane.
Ce lo meritiamo, è giusto.
Abbiamo faticato tanto per arrivare in piedi fino a oggi senza spaccare la faccia al capo, menare quello che ci ha rubato ieri il parcheggio, urlare al lavavetri di andare a farsi ammazare. Ecco, questo magari l’abbiamo fatto. Ma, insomma. È ora di vacanze e ce le siamo maledettamente sudate. L’altro giorno hanno licenziato una mia amica. Lei sa fare il suo lavoro. Bene. L’azienda per cui lavorava è sana, guadagna. Ma lei è stata licenziata.
Da un giorno all’altro.
Con un sorriso e un “se vuoi puoi finire la settimana e prendere lo stipendio del mese pieno”. Perché? Perché la sua figura “non rientra nei piani aziendali”. Tradotto? Le scadeva un contratto fiscalmente vantaggioso per i suoi capi, quindi l’hanno fatta fuori e hanno preso, il giorno prima, un nuovo sbarbo a fare quello che stava facendo lei. Il suo capo era “molto dispiaciuto”. Molto. Ma non le pagherà l’affitto il mese prossimo. E, d’altra parte, “non posso farci niente” e, in ultima istanza “non è una mia decisione, devo rispondere anche io a qualcuno”. Eseguivo solo gli ordini. Un altro per i prossimi due mesi, poi ci sarà qualcuno che lo farà per meno.
Carne da macello.

Dalle mie parti, in Veneto, c’è una crisi spaventosa. La gente viene lasciata a casa di continuo. Si sopravvive solo perché i nonni avevano messo da parte, la guerra aveva insegnato loro che non bisognava fidarsi delle vacche grasse e adesso figli e nipoti consumano quello che è rimasto. Quando quella scorta finirà, finirà un intero sistema, un indotto, una regione.
E le aziende che hanno fatto la fortuna della “bassa” trenta-quaranta anni fa? Che fine hanno fatto? Fallimenti? Crisi che ha spazzato via tutto?
Ma dai, veramente ancora ci crediamo alla crisi? Stanno bene, tranquilli, stanno benone. I proprietari vivono ancora nelle ville a Treviso, Bassano e dintorni, solo che le fabbrichette le hanno trasferite a Brasov, Timisoara, Lubiana, Nova Gorica, o direttamente in India, Pakistan dove le manine scure cuciono in fretta e costano pochissimo. E, allora, via la catena mortale: chi portava la merce non ha più nulla da portare, chi cuciva i pezzi non ha più nulla da cucine, chi faceva il caffè a quello che cuciva non ha più nessuno a cui fare il caffè e via così.
Un’intera regione messa in ginocchio da chi ha deliberatamente deciso non di far sopravvivere l’azienda, ma di arricchirsi di più. Di più. Sempre di più. E chissenefrega del prezzo da pagare. Tanto mica pagano loro. E i furbacchioni delle mie terre? Tutti incazzati con quattro negri rifugiati e spediti in paesini di merda del polesine. Eh, però, vuoi non incazzarti? Sono negri! Mica andare tutti i santi giorni a spaccare i vetri della macchina del paron che ha delocalizzato il capannone e adesso ha un monte stipendi dimezzato e un monte di soldi da sputtanare a prosecchi e troie. La legge lo permette, l’etica pure: vado a dar lavoro in terzo mondo e poi, “io pago le tasse”! Novanta minuti di applausi. Delocalizzare. Incrementare. Aumentare.
Carne da macello.

Per fortuna che sono venuto a vivere nella ricca Emilia, dove di questi problemi non ce n’è. Non ci sono barboni che dormono per strada, le aziende vanno a manetta e stanno tutte qui, ben radicate nel territorio. E poi, poi c’è quel senso di responsabilità. Quello per cui se io guadagno non due ma due-trecento volte quello che prende un mio impiegato-operaio, io ne sono responsabile.
Se lo licenzio e lo metto per strada dovrò avere un po’ di mal di pancia. Un po’ di ansia: e questo domani come andrà a fare la spesa? Ah, no. Vero. Non succede nemmeno qui. Mi sono confuso. Avevo sognato fosse così, colpa del baffetto che nei primi novanta mi faceva sognare l’Emilia Rossa.
In realtà era già solo Paranoica. Gli anarchici sono sempre al bar ma hanno sempre ragione. Non è colpa mia. E di chi, allora? Non lo so, ma non è mia.
E allora, perché guadagni ogni anno quello che lui non arriverà a prendere in tutta la vita? Perché ho studiato. Ah. Perché qualcuno ti ha mantenuto mentre facevi l’Erasmus a Barcellona prima di laurearti in economia. Giusto. Te la sei tutta sudata e, soprattutto, meritata questa vita che fai. Tutta farina del tuo sacco. Tutto tuo diritto. Bravo. Mi ricordo quando il buonismo borghese da inizio novecento riempiva di ideali etici i ricchi. E allora i principi del foro insegnavano pro bono a giurisprudenza, perché era una questione di prestigio. E allora gli imprenditori si preoccupavano dei lavoratori delle loro aziende e ne conosco uno che ha mandato in America a spese sue un operaio ad operarsi al cuore, che qui in Italia ancora quelle cose non si sapevano fare bene. E l’operaio è vissuto e il paron non è diventato povero ma un po’ più felice. Un po’ più umano. Buonismo da ricchi. Facile. Eppure siamo riuscita a peggiorare. L’etica è passata di moda. L’aumento di profitto è una necessità. Il mondo piccolo e sovraffollato da squaletti che sgomitano per morsicare una briciola di torta. La mia amica non andrà in vacanza. Non può. Il suo capo sì.
Non è colpa mia. Non sono stato io.
Ma, soprattutto, è così che va il mondo.
Carne da macello.

Ma, insomma, è estate. Pensiamo positivo. Sentiamoci un momento sereni. Sicuri. Protetti. Deleghiamo per un po’ a qualcun altro i nervosi, lo stress.
Lasciamoci proteggere. E servire. Proteggere e servire. Mi ricorda qualcosa.
Ah sì, i telefilm americani: le macchine della polizia di L.A. con le fiancate dipinte e quel motto stampato. Da bambino pensavo che fosse il motto di tutte le polizie del mondo. Lo trovavo appropriato: tu sei pagato da me, dalle mie tasse, per servire e proteggere me. Poi sono cresciuto e ho cominciato a dubitare di quel motto. O meglio, ho capito che chi indossa una divisa serve e protegge qualcuno, qualcosa. Ma non me. Lo Stato. Che sono io. Eppure se io vado jeans e maglietta e tatuaggi a dire a uno sbirro “mi servi per favore, visto che è il tuo scopo, quello a cui sei addetto per tua scelta?”, secondo me ne esco con la faccia che somiglia ad un quadro di Picasso dalle sberle.
Se però glielo urla il suo capo, di difendere le vetrine di quel ciccione che è proprietario di quella banca di merda salvata coi miei soldi per decisione di qualcuno che, beffa delle beffe, nessuno ha veramente votato e di certo non io; se glielo ordina lui di mettersi lì davanti a quella macchina lavasoldi minacciata dal mio diritto a manifestare le mie idee nelle mie strade (sì, perché le strade sono della gente, quindi anche mie), lui si mette casco e scudo e lo va a fare. Serve e protegge. Ma non me. Lo Stato. Ma non me. Quindi io non faccio parte dello stato, giusto? Se non fosse così, mi proteggerebbe, mi servirebbe. E se non faccio parte dello Stato, perché devo rispettarne le decisioni? Le leggi, ad esempio? C’è qualcosa che non va se quando cammini per strada, invece che sentirti tranquillo se all’improvviso ti trovi circondato da divise scure, ti prende quella strana ansia.
Quella che ti dice che sai che senza ragione potrebbe succedere qualcosa di brutto. Che loro, invece che essere dei servitori, hanno il potere di farti delle cose che ti spaventano. Forse mi vengono in mente troppe immagini del passato. Troppi nomi. Carlo. Federico. Stefano. Forse sono solo veramente troppo stanco. Forse devo solo andare in vacanza. Non ne posso più. Sono umano. Aldo. Gabriele Katiuscia.
Carne da macello.

Le vacanze, le vacanze. E fa caldo.
E non ne posso più.
E sono veramente alla frutta. Giusto, tutto giusto e non sarò io a rovinarvi le vacanze. Sto per partire anch’io. Finalmente. Col mio carico di odio da far sciogliere con le gambe nell’acqua, lo stress da buttare in birre fresche sulla spiaggia, instagrammando un tramonto o un sorriso biondo e sconosciuto. Ieri però ho scritto una lettera. Non lo facevo da molto tempo. L’ho spedita in Germania. Non lo facevo da molto tempo. L’ho inviata ad un carcere ad Amburgo. Non l’avevo mai fatto.
Ho scritto a Maria. Feltrina, ventitrè anni o giù di lì. Ci siamo conosciuti per caso, qualche tempo fa. Conosco suo fratello, la sua famiglia, gli amici. È stata arrestata ad Amburgo, durante gli scontri per il G20. C’era gente che lanciava molotov dalle finestre e lasciamo perdere che se qualcuno ogni volta che i “grandi del mondo” si riuniscono fa di tutto, rischiando la pelle, per gridare, distruggere, per colpire un nemico come fosse in guerra, lasciamo perdere, dicevo, che forse in guerra ci siamo davvero e noi non ce ne accorgiamo. Lasciamo perdere che senza forse oggi abbiamo meno diritti di sedici anni fa. Sedici anni. Cosa succedeva nel luglio di sedici anni fa? Ah già, ammazzavano un ragazzo con un estintore in mano. In Italia.
Si chiamava Carlo Giuliani. Era il 20 luglio del 2001. Il tempo è corso via in un lampo scuro. Sedici anni ad abituare la gente che essere picchiato, violentato, ucciso da chi deve servire e proteggere è una cosa che può succedere. Chiedetelo a Ilaria Cucchi. Alla mamma di Federico Aldrovandi.
O scegliete a caso fra le decine di vittime anche solo qui da noi, nella pacifica e paciosa Italia. Chiedetelo a chi è passato dalla caserma di Bolzaneto, quel maledetto luglio 2001. E poi c’è Maria. Maria non è una violenta. È una ragazzina. Si era fermata a soccorrere un’altra persona, caduta mentre scappava da una carica (che è normale essere caricati da armadi a quattro ante vestiti come soldati quando si manifesta, come da diritto, il proprio dissenso nelle proprie strade). Qualcuno era caduto e si era rotto la gamba. Maria e Fabio, anche lui bellunese, ancora più giovane di lei, si sono fermati. Non sono stati furbi. Sono stati umani. Non sono scappati, non si sono delocalizzati. Non hanno imparato la lezione degli imprenditori conigli nostrani. Hanno detto “fermi tutti che qui c’è una persona da aiutare”.
Maria è in carcere da settimane. Come Fabio e altri. Maria in quella cella ci rimarrà altre settimane. Aveva in borsa la kefiah che ti metti alle medie e un paio di occhiali da sole con cui, secondo i giudici tedeschi, poteva mascherarsi per compiere chissà quali crimini. Eccerto. Cinquanta chili coi vestiti contro i robocop della Merkel, chissà che cazzo gli poteva combinare agli amburghesi. Maria non andrà in vacanza. No, neanche lei. Ma non perché non può pagarsi le ferie, perché la tengono dentro. Preventivamente. Settimane.
Perché? Perché i giudici sì che ci vanno in vacanza.
Magari proprio qui, in Italia. Magari proprio sulla stessa spiaggia in cui starò io a friggere i pensieri cattivi che ho stamattina. A saperlo. Quante brutte idee mi vengono in mente. Per fortuna vado in vacanza. Anche tu, vero? Maria no. La mia amica neanche. Ah già, l’ho già detto, scusa. Ma, insomma, i giudici se ne vanno. E Maria resta dentro. In una cella. A cui spedisco i libri che ho scritto perché spero che glieli diano e che lei per qualche ora possa distrarsi. Possa sapere che c’è chi pensa che sia mostruoso quello che le sta succedendo. Che c’è qualcuno che non vede l’ora di abbracciarla. E che non dimentica. Non perdona. Non resetta, non delocalizza il cervello. Lei è rimasta umana. L’hanno sbattuta in una cella.
Carne da macello.

Ma siamo in vacanza, no?
Pure SniffinGlucose chiude i battenti e va al mare e va bene così.
Maria in vacanza non ci va. La mia amica nemmeno. Io sì. Voi anche.
Andiamoci in vacanza, è giusto. Ce lo meritiamo. Siamo stanchi. Non possiamo essere sempre a lottare, sempre dei supereroi. Siamo umani. Ma, appunto, restiamo umani. Restate umani. Tu, rimani umano. Domani, in spiaggia, quando al tg, mentre mangi una piadina, vedrai il solito negro che sbarca a Lampedusa, per favore, veramente te lo chiedo per favore, prima di cominciare a sproloquiare su “stare a casa loro”, “i rifugiati negli alberghi e gli italiani nelle tende”, “i trenta euro al giorno a loro e io pago l’inps” e tutte queste puttanate; prima, dicevo, pensa a questa chicca: lo sai chi va in vacanza?
Più di me e di te messi assieme. Più di tutti quelli che leggono questo pezzo e i loro parenti anche per le generazioni future? Va in vacanza il maritino di una nota (non credo per immensi meriti artistici) attrice italiana. Il maritino dopo un anno e mezzo di lavoro (essì, e fattela una risata, avrà ben lavorato Cattaneo per quasi un anno e mezzo, no? Lacrimoni…) se ne va da Tim, quella a cui voi stronzi pagate l’abbonamento (voi perché io lo pago a Vodafone, e fatevela sta risata, no?) e Tim cosa gli da? Una ventina e rotti di milioni di euro. Di. Milioni. Di. Euro. E parliamo di Tim. Italia. Non le multinazionali vere. Quelle che pesano sul serio nel mondo. Che fanno firmare trattati alimentari in cui perdiamo pure la sovranità nazionale. Quelle che decidono delle nostre vite e che ci costringono alla guerra, quella in cui non sappiamo di essere. Chiaro? Ventitré milioni di euro. Io non sono scandalizzato. Rido. Tanto domani prendo un aereo alle nove di sera e alle undici sarò già sbronzo. Sono stanco. È mio diritto. Sono umano. Ma ti chiedo una cortesia. Domani, mentre ti verrà voglia di fare quel commento da capra ritardata, pensa a Flavio e Sabrinona nostri, che non credo saranno ad Ostia col panino e il telo della Camel comprato negli anni ottanta in autogrill.
Pensa a loro due, fatti mezza risata e poi fatti venire un po’ di incazzo.
Che non siamo carne da macello.

FABIO RODDA

Un pensiero su “Genova – Amburgo solo andata (Fiver #29.2017)

  1. Amico mio, bel post! Spero che li leggano in tanti …
    Condivido il senso del post e cerco di dare e fare restando umano.

    Beh, comunque non sbronzarsi troppo eh? Un po’ ma non troppo.
    Buon vacanze e cose.

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