We Don’t Play Guitars (Fiver #35.2017)

Rough Trade East Store, ottobre 2017

Ho perso il conto di quante volte nel corso degli anni ho assistito al funerale delle chitarre. Solo avessi collezionato tutte le dichiarazioni che ho letto e registrato i dibattiti che ho ascoltato in questo ultimo quarto di secolo ne verrebbe fuori un interessante spaccato delle dinamiche che muovono e governano l’umore di chi ascolta musica. Che poi all’ascoltatore medio in effetti di queste faccende non interessa nulla, anzi spesso lui manco se ne accorge se una canzone è suonata con una chitarra, un basso e una batteria piuttosto che eseguita con il ricorso a un qualunque aggeggio elettronico.

Siamo noi –  quelli che dalla musica si fanno coinvolgere più che da qualunque altra cosa – che ci poniamo il problema, dividendoci in tribù e sostenendo tesi che in realtà non avrebbero bisogno di alcun paladino, né lo richiedono. Del resto dalle nostre parti siamo stati abituati a considerare il campanilismo come faccenda buona e giusta, irrimediabilmente radicata nella nostra natura di abitanti del Paese dei mille rioni, piuttosto che una pericolosa fondamenta su cui si costruiscono faziosità di opinione e iniquità di giudizio.
Personalmente non ho alcuna difficoltà ad ammettere di essere assolutamente di parte: mi piacciono da sempre le canzoni costruite con chitarra, basso, batteria e con una voce che possibilmente ci canti qualcosa sopra. Uno dei miei molti limiti di cui mi rendo perfettamente conto, anche se in qualche occasione ho provato a mescolare il mazzo di carte che mi è stato dato in mano tanti anni fa.
Ricordo ad esempio un tentativo di auto coinvolgimento nell’hip hop nel periodo in cui uscivano i dischi di De La Soul, A Tribe Called Quest e Dream Warriors e una infatuazione per la musica da club britannica che durante un breve soggiorno londinese di inizio 90’s mi convinse a trascurare un locale dove si sarebbe tenuto un doppio live di Lemonheads e Gumball per fiondarmi in una discoteca di quelle al momento imprescindibili a ballare gli ultimi hit electro di 808 State e Shamen come un twentyfour hour party people qualunque.
Del resto quelli erano gli anni di Paul Oakenfold, Terry Farley e Andrew Weatherall e proprio non si poteva restarne fuori.

Pur essendo fazioso, come ho appena dichiarato, odio con tutto me stesso il campanilismo (contraddizione in termini? Può darsi) e non mi sognerei mai di sostenere la superiorità di genere dei miei ascolti rispetto a quelli di chiunque altro. Eppure certi dischi che vanno per la maggiore oggi io proprio non li capisco. O meglio mi sfugge il processo che dovrebbe consentire a quei dischi di attirare l’entusiasmo di coloro i quali sono forniti – almeno in apparenza – di un bagaglio “culturale” che in un modo o nell’altro possa definirsi “alternativo” (lo so, sono una persona d’altri tempi e in quanto tale faccio fatica ad abbandonare aggettivi d’altri tempi, per questo li virgoletto).
Mettiamola così: non ho evidentemente i mezzi per avviare le sinapsi e stabilire i collegamenti causa effetto. Non è solo una questione di chitarre, anzi a ben vedere le chitarre c’entrano poco o nulla. E’ solo che è tutto troppo pop, ma proprio troppo. E non è che a me il pop faccia schifo, anzi.
I Cure di Close to Me e Friday I’m in Love lo sono senz’altro così come gli MGMT di Time to Pretend e Kids  per dire, e dio solo sa quante volte ho ascoltato  quelle canzoni, come tante altre cose del genere.

Comunque, pur faticando a comprendere certe infatuazioni,  ribadisco che non ho proprio nulla da  eccepire a chi ha gusti diversi dai miei. Solo mi piacerebbe che l’addetto ai lavori medio (vale a dire qualunque mio conoscente che scrive di musica pubblicando un post al giorno su un social) prima di esprimersi pubblicamente riuscisse a scindere il proprio gusto personale, l’altrettanto personale attitudine a farsi coinvolgere nelle mode del momento e il giudizio tranchant e definitivo riguardo quali siano le musiche “vive” e quali quelle “morte” al giorno d’oggi.
Capisco che sia difficile e in ogni caso del tutto utopico pensarlo, anche se non posso fare a meno di sperarlo.
Ma in fondo tutto questo affannarsi dietro al nulla fa sorridere e teorizzarci sopra mi pare eccessivo quindi spengo il computer e vado ad ascoltarmi un disco privo di chitarre che mi sta piacendo un bel po’, tanto alla fine le canzoni è sempre meglio ascoltarle che non parlarci sopra.

Anche perché poi quello che volevi dire tu puoi star sicuro che qualcuno lo ha già detto prima di te, esprimendo tra l’altro il pensiero in modo più chiaro e senz’altro autoritario. In questo caso lo ha fatto qualche tempo fa James Murphy, uno che oltre ad aver mischiato bene le carte pur non inventando nulla di nuovo è anche riuscito a fare entrare in una sola e leggendaria canzone praticamente tutti i concetti che ciclicamente mi trovo a ripetere su queste pagine:

I hear you’re buying a synthesizer and an arpeggiator and are throwing your computer out the window because you want to make something real
I hear that you and your band have sold your guitars and bought turntables, I hear that you and your band have sold your turntables and bought guitars

I hear everybody that you know is more relevant than everybody that I know
You don’t know what you really want.

Arturo Compagnoni

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