NYC love song (Fiver # 04.2018)


Sei da un’altra parte. Così lontana che non ha nemmeno senso scriverti. Scrivere. Scriverne. Sei così lontana perché le cose succedono. I fatti, i posti, le persone. Forse lui non era quello giusto ma era al posto giusto al momento giusto. Forse tu eri quella giusta ma eri al posto sbagliato, al momento sbagliato. Poi ci sono i compromessi, le scelte, i ragionamenti. Quanta roba… forse troppa. Ma quell’inverno sembrava non volesse finire mai eppure non faceva mai troppo freddo anche se c’era tanta neve ma non c’importava. Era solo che le scarpe si bagnavano e lasciavamo le pozzanghere in casa, all’ingresso di quei trenta metri io, te e i buchi nel pavimento che se toglievi il tappeto ci vedevi la famiglia – quanti cavolo erano? – al piano di sotto. Quei dischi che giravano sempre sul piatto e le sigarette spente nei bicchieri cerchiati dal vino rosso. Quel pomeriggio di un giorno qualunque. Il titolo per un film di Woody Allen. Quel pomeriggio di un giorno che non ricordo che giorno fosse. La neve in Bradford St e un negozio di musica che non c’è più. Noi due ad ascoltare il novo disco dei The National e Matt beveva birre di mattina al bar di fronte. Tu sorridevi e sembrava tutto un luna park e noi due giravamo sulla ruota piena di luci e musica e pensavamo che non saremmo scesi mai. Quel pomeriggio che pareva già notte sulle colline di Brooklyn a guardare il profilo luminoso di Manhattan. Quella sera a far girare un album perfetto, che non finiva di stupirci e noi sorridevamo, una cuffia sull’orecchio, l’altra in mano, come due consumati dj. Noi due e la neve e quel vento gelato che tagliava la faccia e poi tu che scrivevi il testo di Terrible Love sul mobiletto rosso del bagno.

Amo gli sconfitti. Quelli che sbagliano treno. Quelli che a dieci metri dall’arrivo sono primi ma poi se ne dimenticano e si fermano a guardare un cane con la faccia buffa e tutti passano davanti. Quelli che ci provano tutti i giorni. Che ci riescono quasi mai. Quelli che non basta mai. Quelli che vorrebbero tanto fermarsi e piantare una tenda per ripararsi dalla pioggia, ma non possono smettere di camminare e bagnarsi. Quelli che, con la faccia umida e i capelli che sgocciolano, sorridono col sorriso più bello. Quelli che s’interessano a tutto e non ci capiscono niente. Quelli che le cose belle sono così ovvie che, quando provano a parlarne, gli altri li guardano come fossero matti. Illusi. Romantici. Cinici. Disperati. Innocenti. Folli. Bambini. Quelli che amano col cuore rattoppato e non lo raccontano. Quelli che s’infuriano e vorrebbero bruciare il mondo. Poi, per un sorriso dietro il vetro di un bar sentono lo stomaco rimbalzare. Per un abbraccio fra sconosciuti per strada pensano che la vita è una cosa meravigliosa e tornano a essere felici. E forse erano solo ubriachi, ma non importa. Quelli che se quella volta avessi detto, avessi fatto, fossi partito ma poi va bene così perché la strada su cui sei, che tu lo voglia o no, è sempre quella giusta.

Il tempo è passato feroce come solo il tempo sa fare. I giorni senza di te sono diventati settimane e mesi e in un momento le stagioni si erano rincorse e noi avevamo qualche ruga in più ed eravamo sempre io e te ma non c’era più noi. Brooklyn era sempre lì, ma la nostra casa non era più nostra. Chissà chi guarda litigare, oggi, la famiglia del piano di sotto spostando il tappeto vicino alla porta rossa piena di fessure e spifferi gelati. I The National non hanno fatto più un disco bello come quello. Matt forse beve ancora birre al mattino in Bradford St., ma non lo posso sapere.
Tu sei bella come eri, forse di più. Io ho la faccia un po’ più stanca, ma me la cavo ancora decentemente con gli specchi. NY dicono che abbia messo su qualche chilo e perso un po’ il tocco per la musica – abbiamo rubato il momento magico da quelle mille luci? – ma credo che stia ancora bene. Presto tornerò a trovarla, scenderò dalla metro sulla settima per camminare un po’ fino a Prospect Park, un caffè bollente in mano. Mi mancherai per un momento. Poi tornerà ad essere uno splendido pomeriggio di primavera.

Amo chi piange molto, ma ride sempre di più. Chi ama sporcarsi, annusare la pelle di un altro, che siamo carne e sangue e le distanze sono solo paure e non c’è niente di più bello che mischiare il proprio sudore a quello di un altro. Chi non trova le parole e scrive romanzi. Chi si riempie la pelle d’inchiostro per ricordarsi chi è. Per sentire l’ago che batte, perché la ferita che si sta facendo disegnare cura quelle che hanno fatto gli altri. Chi si fa bucare le orecchie, le labbra, la lingua per sentire la scarica d’adrenalina e quel dolore potente che, per un momento, fa tacere tutti gli altri mali. Tutti i mostri. Chi rimpiange in silenzio sempre qualche cosa, ma non rinuncia mai a provare qualcos’altro. Chi, quando piove, dimentica l’ombrello a casa, compra un berretto e lo perde al bar. E torna zuppo e scuote la testa perché proprio no, non ce la può fare. Chi ride di sé molto più che degli altri. Chi degli altri non ride ma con gli altri ci ride, che ridere da soli si può anche fare, ma viene meno bene.

Odio chi ha sempre ragione. Chi sta dalla parte giusta. Chi non capisce di essere un altro. Che l’altro non esiste. Chi crede di essere migliore, di meritare, di avere diritto sempre e comunque. E gli altri no. Chi ama le regole, l’ordine e la pulizia. Chi non dipinge, non scrive, non suona, non va a vedere una mostra, non s’innamora di un sorriso dolce. Chi cerca la rima baciata più facile. Chi urla sempre. Chi non grida mai. Chi si lamenta. Chi non piange mai. Chi non sorride. Chi odia. Che, alla fine, odiare è solo una stupida perdita di tempo e non odio veramente nessuno. Ma alcuni vorrei proprio odiarli.

È passato così tanto tempo. Chissà se le tue strade hanno lo stesso riflesso di voglia di correre a perdifiato. Gli stessi pensieri incastrati nell’asfalto. Quand’è che sei innamorato? Quando, mentre fate l’amore, non vuoi smettere di sentire il suo odore? Quando ti svegli la mattina e lei è ancora lì e ti viene da sorridere e l’abbracci? Quando è il tuo primo pensiero? L’ultimo, la notte? Quando fumi una sigaretta in terrazzo e lei sta ancora dormendo e tu non riesci a smettere di guardare il suo viso? Quell’insieme di linee perfette che disegnano il contorno dei suoi occhi, delle sue labbra, del suo naso. Del suo mento, degli zigomi che accarezzi leggero, perdendoti nel sorriso accennato di chissà quale bel sogno? Quando? Quando arriva il momento in cui sei disposto a fermarti e pensare “voglio solo poter dire a tutti che lei è mia. Che sono suo. Per sempre”. Quando succede? E se, quando succede, non è il momento giusto? Il posto giusto? Se lei o tu o tutti e due state ballando un ballo che non sapete dove vi porterà? Potete continuare a ballare stretti senza fare promesse che potreste non poter mantenere? Senza mettere vincoli, regole, definizioni. Si può? Continuare a darsi bellezza chiedendo solo bellezza in cambio e lasciandosi liberi di andare, scoprire, incontrare, vivere qualunque cosa. Che, tanto, le cose succedono lo stesso?
Si può? Si può camminare per le tue strade annusando l’aria di un parco senza innamorarsi di te? Si può stare con te senza finire ad odiarti? Amo chi non si pente mai. Chi ha sempre paura di aver sbagliato. Chi sa che il treno passa, ma non è vero che è l’unico. Chi, se gli viene il dubbio che il treno sia quello sbagliato, salta giù perché sa che le ossa si rompono, ma si aggiustano. Chi si lascia andare ma non mente. Chi non si dimentica mai che le cose più belle si fanno in due. E che di chi le fa con te bisogna avere cura, ma non bisogna volerlo curare. Né farsi curare. Chi è disposto ad aver paura di perdere qualcuno pur di lasciarlo andare dove vuole, dove deve. Forse le storie d’amore più belle sono quelle che sono per un po’. Che sono e non si dicono. Che sono e non c’era esclusiva, non c’erano pranzi e cene con altre coppie. C’eravate solo voi due e solo in quel momento ed era perfetto così. Forse le storie d’amore più belle sono quelle che non diventano nient’altro e rimangono un ricordo dolcissimo quando la vita avrà lanciato i suoi dadi creando direzioni diverse. Magari poi ci si incontra di nuovo. Un po’ come con te, la città perfetta in cui non si può vivere, forse l’amore perfetto è quello che ti riempie e non si preoccupa di non poterti abitare per sempre; ma sa che, quando c’è, non c’è nient’altro a cui dedicare un solo pensiero.

Fabio Rodda

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