I dischi che piacciono solo a me, credo #5

Girlfrendo – Surprise! Surprise! It’s Girlfrendo (Siesta, 1999)

Ma cosa significa esattamente indie, per te?”
Lo dice come se fosse effettivamente ignorante in materia, ben sapendo invece di stuzzicarmi. Oddio, non che sia ‘sta cima il tizio, però un moto di stizza me lo strappa eccome, perchè da quella prima classifica indipendende mai pubblicata (Numero 1: Where’s Captain Kirk? degli Spizzenergi; data: 19 Gennaio 1980) di denominazioni e mutazioni quella didascalica convenzione è cambiata un botto; e sono finiti i tempi in cui sfogliavo l’NME cercando di imparare la top ten come se fosse un passo della Divina Commedia (dell’Inferno, chiaro).
Già, cosa significa? Tutto quello che non ascolti tu, vorrei rispondere; che se va bene hai Violator e poco più in casa. Magari su cassetta. Magari stritolato tra la Morrissette e i No Doubt, perché ti vedo benissimo che sei un figlio degli anni Novanta più biechi. Uno che si comprava i dischi dei Bluvertigo pensando di avere i Kajagoogoo della Brianza. Ma sarei uno stronzetto tout court. E allora ci penso; ci penso e mi ingarbuglio da solo. E’ solo un’espressione sonora, nemmeno tanto incasellabile ‘che negli anni ci abbiamo schiaffato dentro di tutto: dal post punk più tribale agli adolescenti col ciuffo ribelle; dai dub-biosi politicizzati agli arrabbiati tout court. Persino i Depeche Mode, che erano su Mute. Pensa te. Violator, ovvio, così ti faccio contento. Non lo so, so solo che serviva per farci capire da che parte stavamo forse; ovvero in fondo, giù, nel sottoscala di ogni lista seria e laccata che si rispettasse, almeno finché quelle classifiche non hanno cominciato a mescolarsi sempre più pericolosamente e noi siamo precipitati in una confusione totale. Proprio come ora. Quindi… non so cosa significhi esattamente il termine in generale però so cosa ha significato per me.

Certo che lo so. Lo so benissimo: Ramones. Deriva tutto da loro, che sembravano stupidi ma c’avevano un tiro dritto come un fuso, tanto che nessuno è riuscito a copiarne l’impeto e la capacità melodica. Nessuno, sottolineo. L’essenza dei Ramones non aveva gravità ma un batterista con i fiocchi, preciso, diretto e senza troppi fronzoli. Un po’ come Charlie Watts. Provateci voi a rifarlo, un missile così. Un missile di Beach Boys e Phil Spector, di Dusty Springfield e Monkees. Privo di pertugi nei quali incunearsi e scevro da sbavature che invece gli accoliti hanno usato come piede di porco. Ne han preso e mangiato tutti, dal Galles alla Scozia, da Olympia ad Athens, da Colonia a Stoccolma. Spesso con l’aggravante del ‘decentrato è bello’ che ti poteva giustificare dall’imbarazzo dell’incapacità. Almeno per un po’.
La mia indie è questa, è fatta di ragazzini stronzetti ed entusiasti che non sanno suonare (a differenza dei Ramones, checchè i soloni si siano sperticati a sottolineare il contrario per decenni) ma ci mettono ciuffi di capelli colorati, fusa e urletti. L’indie è fatta da 120 secondi di Talulah Gosh o Bis, Flatmates o Urusei Yatsura o – ancora – questi Girlfrendo. Che arrivavano da Goteborg e – fossero stati scrittori – avrebbero fatto sembrare Carver un adiposo cesellatore di parole. Dei Ramones spogliati dalla velocità, appunto. O dei Beach Boys implumi e senza alcuna perizia, dei Lloyd Cole con il viso impastato di mele caramellate. Ragazzetti infreddoliti capaci di permutare due accordi scozzesi – spesso al ralenty – declinandoli al grigiore svedese, srotolando un’unica incessante canzone per tutta la loro – parca, invero – discografia. Surprise! Surprise! It’s Girlfrendo uscì nel 1999 per la rispettosa Siesta, dopo aver trovato asilo (giusto l’anno prima) tra i sudditi del Sol Levante tramite la malinconica Bambini Records. Già potremmo chiuderla qui.

Gruppo da singoli invero, il quintetto svedese, tra i quali non dovrebbe mancare quella miagolosa freccia in faretra chiamata Gives You a Lovebite (Piao!, 1997) che è puro zucchero non raffinato, pronto a farvi esplodere il colesterolo con la sua aria da Teenage Kicks al luna park. Non è inclusa in questo debutto ma ne porta appresso l’incipit in quasi ogni canzone, che sono 15 e si snodano in un continuum deliziosamente noioso. Quadretti pop da burro e marmellata, buoni come sottofondo per una mattinata primaverile di pulizie casalinghe, anelanti all’Inghilterra ma per loro natura già Brexit. Linee di basso tweepop (Homework); gattine che squittiscono (Make Up); vapori èl Records (Air); spazzolate Bacharach irrorate di vodka dozzinale ai party di fine anno scolastico (Sad Birthday Song); Cocktail Music bondiana (12); modernismi fuori luogo e per questo irresistibili (First Kiss Fellings Vs Everyday Sensations); singoletti sixties (Cat Heaven); interludi giamaicani (Girlfrendo Sound System); elettropop senza ipofisi (Crushed); piccoli e inconsapevoli capolavori (Delicatessen, ove si inventano letteralmente i Camera Obscura). Quindici stramaledetti pastelli da tre minuti che si spremono le meningi per quadrare un cerchio alle cui estremità stanno Sheena Is a Punk Rocker e Common People. Senza gli strumenti adatti. Un pi greco infinito e per questo destinato a fallire.

Tutta roba assolutamente inutile, ne convengo; e totalmente riciclabile. Un po’ come quelle caramelle con il frizzante dentro, di quelle che ne avresti ingurgitate cinquanta, una dopo l’altra, prima di stramazzare a terra con le coliche, maledicendo te e loro. Difatti è morta, ricoperta di marshmallow colorati e riverberi, di coretti 60es e accordi approssimativi. Andata, finita, kaputt. Come i Girlfrendo, appunto. Che dopo un’ulteriore album (So You Are Here Again, Shadow? Bambini, 2001) schiatteranno senza infamia né lode prima di riciclarsi come lampade votive del lo-fi sotto la denominazione Love Is All.

La mia indie è pop, non rock e fa il paio con la mia indole. Vi possono essere gli svolazzi di cosce dei Saint Etienne ma non i Belle And Sebastian (che sono già qualcosa d’altro, troppo impreziositi da acume cerebrale post Morrissey). No, l’indie è birra, ormoni, jeans da varicocele, chitarrine sempre sull’orlo dell’accordatura e ventidue anni. Io che ne ho più del doppio e forse quasi il triplo (mai stato acuto in matematica) posso solo osservarla col disincanto di una pinta, grattandomi l’ombelico e dandovi un morso, anzi ‘A Lovebite’.
Senza cadere nel tranello di quei tristoni degli Editors. Quella si chiama fuffa, e non bastano classifiche di sorta per contenerne il piagnoso olezzo.

Michele Benetello

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