Il diciassette luglio del duemilanove (Fiver #13.2018)


Pur non essendo un tipo particolarmente superstizioso teneva in dovuta considerazione il prontuario della scaramanzia nelle sue linee essenziali. Niente di complicato ma se capitava di passaggio tra una scala e il muro faceva sempre il giro largo e toccava ferro ogni volta che un gatto nero gli attraversava la strada. Così quando il calendario proponeva l’abbinamento venerdì 17, affrontava la giornata con una certa diffidenza, non potendo fare a meno di immaginare che prima o poi qualcosa sarebbe andato storto. Diciamo che il suo personalissimo sistema di allerta in quelle 24 ore rimaneva tarato su uno stato di costante allarme.

Quel venerdì di metà luglio – manco a dirlo – partì immediatamente in salita presentandosi da subito come il giorno più caldo di una delle settimane più calde dell’anno. E a lui il caldo dava terribilmente fastidio. Dal suono della sveglia in avanti le cose nel loro insieme non andarono granché bene. Niente di disastroso, solo una sequenza di piccoli accadimenti tutti però ostinatamente allineati nella direzione sbagliata, in modo da creargli un costante e poco latente senso di malessere.
Poi arrivò la sera e il buio come sempre sistemò tutto passando il suo spesso strato nero sopra ogni cosa, coprendo errori e cancellando sbavature. Poco dopo le 10 se ne stava mollemente allungato su una sdraio con alle spalle il morbido sciabordio delle onde, un cocktail profumato di zenzero stretto in mano e l’animo equamente diviso tra la volontà di poltrire nello stagno umido e immobile di quel principio di notte e il desiderio di lasciarsi andare all’eccitazione provocata dall’attesa dell’evento cui stava per assistere. Erano tempi in cui lui con l’attesa costruiva un mondo, pompandoci dentro una fiducia su cui fabbricava scenari gravidi di un ottimismo poi spesso eluso dalla realtà dei fatti.

Si era appena alzato per sbarazzarsi del bicchiere ormai vuoto quando assieme a una leggera brezza proveniente dal mare si presentarono anche i tre ragazzi di Detroit, sistemandosi alla belle meglio sulla bassa piattaforma di mattoni incastrata sotto il perimetro della tettoia. Riconobbe subito Mick. Era facile: l’unico nero in giro per la spiaggia a quell’ora con una chitarra in mano e l’asta di un microfono davanti. Mick lo conosceva già, avendolo incontrato qualche anno prima durante un viaggio a San Francisco. Allora a lui piaceva andare in giro per il mondo a visitare i posti che aveva visto nei film o di cui aveva letto in qualche libro e che in un modo o nell’altro lo avevano suggestionato, forgiando in tal modo lo stampo del suo bagaglio culturale. In quell’occasione per dire, la prima giornata a Frisco se l’era giocata tra una passeggiata a Haight-Ashbury, una gita all’isola di Alcatraz e una serata alla Hemlock Tavern dove suonava un certo Jason Anderson, un ragazzo del New Hampshire che si faceva chiamare Wolf Colonel e aveva i Guided by Voices come unico punto di riferimento nella vita. Mick invece lo aveva incontrato la sera dopo alla Great American Music Hall, una bella sala concerti a downtown, dove suonava con i Dirtbombs.
Tornando al gruppo di quella sera sulla spiaggia, oltre che col nero tempo addietro aveva avuto un’esperienza anche con l’altro chitarrista. In quell’occasione il chitarrista, un tizio pallido e smilzo, era truccato da donna e aveva al suo fianco un paio di ragazze generosamente svestite: le Demolition Doll Rods. Tutt’altro genere invece la tipa che quel venerdì sera stava seduta alle spalle del nero e del chitarrista bianco e asciutto. Davanti a un batteria ridotta ai minimi termini era infatti piazzata una ragazza che non aveva mai visto prima e che ai suoi occhi rappresentava un capolavoro di stile: abito nero come i suoi lunghi capelli e occhiali scuri. Dai tamburi tirava fuori un rimbombo secco, minimale e sempre uguale. Due timpani, niente rullate, niente piatti.

Lou Reed una volta affermò che a suo parere esistevano solo due tipi di batteristi: Moe Tucker e tutti gli altri. La ragazza sulla piattaforma, che di nome faceva Peg, apparteneva indubbiamente alla prima tipologia di batteristi: i batteristi “Moe Tucker”. E lui adorava Moe Tucker. La stima nei suoi confronti non si incrinò nemmeno qualche mese dopo di allora, quando uscì la storia del suo coinvolgimento con il Tea Party di Sarah Paulin. Del resto i tempi in cui nel suo sistema di giudizi – in verità piuttosto elementare – le idee politiche contribuivano a definire le persone, erano terminati da un pezzo. Come parametro di riferimento era decisamente più importante la musica. Come nel caso dei Gories, la band in cui suonava quella sera la batterista “Moe Tucker”: il concetto di bassa fedeltà portato all’estremo e scandito a ritmo rock and roll.
A un certo punto Mick, il nero colossale con la chitarra a tracolla, accennò uno stralunato passo di danza assieme al suo amico Dan, il chitarrista smilzo. Fu allora che quel venerdì 17 svoltò definitivamente.
Ruotò uno sguardo a centottanta gradi sulla gente assiepata davanti, a lato, dietro e sopra al palco. Con l’amico lì di fianco commentò che la platea quella sera non era la solita. Le facce erano quasi tutte sconosciute. Del resto il pubblico abituale era probabilmente impegnato qualche decina di chilometri più a nord ad ascoltare quel giovane ragazzo gay australiano che piaceva così tanto al pubblico hipster. La gente che si era radunata lì invece non aveva proprio nulla a che spartire con il termine hipster, qualunque cosa l’aggettivo potesse significare. I ragazzi – non tanto giovani in realtà – avevano pance da bevitori di birra, tagli di capelli improbabili e tatuaggi per niente rassicuranti mentre le ragazze che erano con loro ballavano come fossero comparse di un film di Rodriguez.

Poco dopo, quando gli Oblivians salirono sul palco, la bassa piattaforma era ormai totalmente invasa dal pubblico. A tutti gli effetti pareva un concerto punk, proprio loro che anni prima avevano coniato il motto kill a punk for rock and roll, stampandolo sopra a magliette che avevano fatto il giro di tutti i peggiori garage del midwest.
C’erano ragazzi americani venuti apposta in vacanza in Italia per poter seguire le due date di questo tour: l’estemporanea riunione di due gruppi che in modo diverso ma con importanza simile avevano fatto la storia del garage rock negli anni ’90. Quel genere che sarebbe stato codificato giusto l’anno seguente sulle pagine di We Never Learn, la bibbia scritta da Eric Davidson, il cantante dei New Bomb Turks.
Tra il pubblico due tizi si distinguevano in particolare da tutti gli altri. Infilati in camicie arancioni dal taglio hawaiano, i due potevano avere un età indeterminata tra i 35 e i 55 anni e un entusiasmo infantile, chissà quanto carburato dall’alcool. Quello basso saltava in continuazione su e giù con le braccia allungate verso il cielo. Praticamente la fotografia della gioia. L’altro, una pertica tutto spigoli, portava in testa un cappello di paglia e si muoveva come se al posto dei piedi avesse un paio di molle. Due personaggi che credeva esistessero solo dentro ai film di Hal Hartley, o al più tratteggiati in certi cartoon disegnati da William Hanna e Joseph Barbera. Quando gli Oblivians intonarono il loro inno tutti assieme, quelli appesi alla tettoia come quelli schierati sulla duna a fianco, quelli ondeggianti alla sinistra della piattaforma e quelli affacciati alle finestre del bar aperte dietro al palco, urlarono le parole, come fosse stata l’ultima cosa da dire nella vita, neanche fosse il proprio istantaneo testamento: I say no, I must go / I’m not the one you want, though I know you think so / I’m a bad man.

Fu allora che realizzò quello che stava succedendo. Capì che quella serata era davvero speciale e come tale sarebbe rimasta impressa per lungo tempo nei suoi ricordi finendo catalogata a fianco di tutti quei momenti che erano stati capaci di definire ciò che lui era oggi e quello che sarebbe diventato in futuro. In quell’istante era certo che l’essenza stessa del rock and roll fosse tutta lì: in quel posto, tra quella gente, con quella musica e che in fondo era solo quello che per lui contava.
Alzò gli occhi sopra il banco del bar, l’orologio appeso al muro segnava mezzanotte e due minuti.
Era finalmente sabato, il 18 di luglio.

Arturo Compagnoni

Oblivians Italian Tour 2018:
19 maggio @ Monk/Roma
20 maggio @ Bronson/Ravenna
21 maggio @ Bloom/Mezzago
22 maggio @ Spazio211/Torino

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