I dischi che piacciono solo a me, credo #10

Be-Bop DeluxeModern Music (Harvest, 1976)

La prima volta che entrai in uno di quei negozietti dell’usato era il 14 ottobre 1989. Me lo ricordo perché me lo segnai subito – già sapevo che sarebbe arrivato Facebook, vedete? – ma soprattutto perché mi imbattei nella caccia più fruttuosa mai effettuata da essere umano. Quantomeno da essere umano ottuso e provinciale. Il negozio era tenuto dal solito singolare personaggio, simpatico quanto un gatto attaccato alle gonadi, pure un po’ borderline e logorroico (nel peggior senso della parola). Uno con una voce così irritante che ti avrebbe reso un inferno anche se si fosse messo a declamare i titoli di Revolver. Sono certo che ognuno di voi ha un personaggio così, nella propria Via Crucis vinilica. Ricordo che entrai senza alcuna particolare speranza, giusto per vedere i consueti 2 o 3 long playing dei Cheap Trick o dei Tangerine Dream, il solito umbratile sabato pomeriggio e i soliti dischi che all’epoca trovavi un po’ ovunque. Standa compresa (come sarebbe a dire: cos’è la Standa?). Come che sia cominciai a frugare tra gli scaffali, con il segugio sempre appresso, e sempre pronto a rispondere – ad ogni mia timida richiesta – che ‘no, quello non lo vendo’ e ‘no, nemmeno quello’, ma anche ‘eh, devo ancora prezzarlo, ripassa’ e pure ‘ci devo pensare’. Come potete evincere la confusione era alta sotto il suo cielo, e pure sotto il mio c’era un epocale giramento di coglioni. Indeciso se mandarlo platealmente a quel paese o uscire con l’aplomb di Tenzin Gyatso (per tutti gli altri: il Dalai Lama) feci un ultimo giro di prammatica, cercando di svicolare dalla marcatura di quel patetico ominide, venuto al mondo per mordermi i polpacci come il miglior Sebino Nela in sedicesimi.
E’ allora che la vidi.
Lì, sotto uno scaffale, invisibile a tutti ma non a me. Una scatola di cartone piena di 45 giri che – ne ero certo – mi avrebbe riservato delle sorprese. Scelsi l’opzione Tenzin Gyatso per chiedere al roccioso difensore se per caso potevo dare un’occhiata a quei 45 giri. ‘Certo, me li ha lasciati un ragazzo tempo addietro, non li vuole nessuno, vai pure’. Mi chinai e…

Avete idea cosa voglia dire vincere una Champions League al 94° segnando sotto la propria curva? O venir abbordati da Kylie Minogue nel proprio locale preferito, davanti a tutti gli amici? L’immortalità, tipo. Ecco. Moltiplicate per due(cento) e ci andrete vicino. Om Mani Padme Hum! Una cinquantina di 7” praticamente intonsi, titoli a 18 carati, tutta roba che mai avrei pensato di trovare in questa vita: tipo cristalleria Glass Records a me ignota (Where’s Lisse?; Ciaran Harte); minutaglia goth (i Leitmotiv, con la lettera del cantante all’interno). E poi ancora Friends Again, Diagram Bros, Soul On Ice, Zeitgeist, Leisure Process, The Room, Reality Control, Mikado, Play Dead, Religious Overdose, Wisemen, Revolving Paint Dream, Aura O’Neill, Fingerprintz, Philip and his Foetus Vibrations, Dream Unit e un sacco di altri singoletti fibrillosi. Tutta roba che suonava in gran parte misteriosa e che non potevo lasciare al primo infedele o – orrore! – a quel Gollum del proprietario. Ma era nulla dinanzi all’ultimo baluardo di quella scatola, al 45 giri che andava a chiudere la fila, il Sacro Graal dell’indie: ovvero i Legend di 73 in 83, Creation 001. Zero. Zero. Uno. Morning Glory! Ci vollero alcuni sospiri e un veloce ripasso di alcune tecniche yoga prima di riprendere il controllo della situazione. Mi girai con nonchalance e con la mia migliore faccia di cazzo, chiedendo al Beckenbauer nano quanto volesse per ‘quella roba polverosa’ (non fate inutili battute, la cosa era seria) e, mentre il Dalai Lama mi imponeva le mani sul capo lo sventurato rispose: ‘se li prendi tutti ti faccio 1.000 lire l’uno’. Kylie avrebbe dovuto attendere ancora un po’, pensai mentre mi alzavo con le giunture che cantavano ‘Osanna nell’alto dei cieli’.

Non era ancora finita però, sentivo che il pomeriggio – non quello esterno, ornato da un cielo plumbeo e poco caritatevole – era lungi dal terminare, non potevo ritrarmi proprio ora. Ringalluzzito da cotanta scoperta e desideroso di non dare a vedere la mia patetica ma epocale emozione, finsi di girare a vuoto ancora un po’, magari per accompagnare a cotanto bottino un paio di ellepi. Giusto per stemperare la tensione. Mi pareva d’essere in qualche Casinò di Las Vegas, quei posti dove – finché le carte o la roulette girano per il verso giusto – è sempre bene darci dentro. C’era un po’ di tutto in quel desolante negozio, eterogeneo zibaldone di suoni che oggi mi renderebbe felice assai, ma allora mi provocava solo confusione e polpastrelli indolenziti. Erano tempi di bulimia onnivora, desiderio di conoscenza magno e dai solchi disparati. Venni dunque colpito da una banda che conoscevo per vie traverse e soltanto per la carriera solista del loro leader: i Be-Bop Deluxe. Modern Music costava poco, pochissimo, infinitamente poco. Giaceva rinsecchito in mezzo ad una pletora di Dire Straits, Boston e Queen. Andava salvato. Scoprii solo dopo, una volta portatolo a casa in cotanta regale compagnia, come la banda fosse stata farina del sacco di quel Nelson (Bill, il fratello Ian – scomparso nel 2006 – avrà soltanto quattro secondi di notorietà con i Fiat Lux) che aveva portato quella strana congrega fuori dalle pastoie del progressive meno ‘petaloso’ pur tenendovi i piedi in mezzo ad un guado dove, nell’altra sponda, si soleva mormorare ci fosse del glam. Miscela strana, quella dei Be-Bop, De Luxe proprio. Anticipatrice dei Magazine come degli XTC (due band, guarda caso, che avranno John Leckie in cabina di regia, ovvero l’uomo che pose i polpastrelli in questa produzione).

…E come mi piacerebbe fare un resoconto parco e professionale, di quelli che ti spiegano con minuziose stalattiti di parole quanto siano stati difficili da incasellare i Be-Bop Deluxe (Pop? Rock? Prog? Art Rock? Glam? In quale vaschetta metterli?) e quanto importante seppur dimenticato quest’album. Per me ovviamente, visto che la critica seria ne ha sempre un po’ osteggiato le gesta. Ma non ce la faccio, ed è un mio grande cruccio e limite. Oltre che maxima colpa. Non ce la faccio perché, verso alcuni manufatti, vengo sempre colto da improvviso innalzamento d’entusiasmo, lo stesso che – oggi molto meno sovente, lo ammetto – mi fa comprendere come alcune porte della percezione (nel mio caso del pop) avessero le chiavi affidate a rincalzi buoni forse solo per qualche nota a piè di pagina di qualsiasi enciclopedia che si rispetti. Non troverete mai capitoli e stellette riguardo i Be-Bop Deluxe, e ancor meno sui Red Noise, effimera banda che Bill Nelson metterà in cantiere prima di dedicarsi ad una variegata e altalenante carriera solista che lo porterà ad avere almeno un lustro di visibilità prima di mille chiaroscuri professionali. Così come non ho mai trovato nessuno che me li citasse tra le proprie influenze, o me ne cantasse le gesta. Sembravano spariti, cancellati dalla storiografia pop di uso comune, quella sempre pronta ad innalzare elegie al primo pirla che passa. Dovrei spiegarvi anche il perché, mi sa.

Modern Music esce nel 1976, giusto l’attimo prima che l’esplosione punk risucchi l’aria, quell’infinitesimale istante in cui tutto si cristallizza e il passato non è ancora divenuto presente, figuriamoci No Future. Sfiora la Top Ten (numero 12 in Inghilterra) e ha una copertina che profuma di Only Ones ripuliti e vestiti a festa. Nelson si allaccia una cravatta grande come lo Yorkshire, indossa un gessato, una ‘sobria’ spilla a forma di missile che pare provenire dai Thunderbirds orna il bavero della giacca e – non è difficile immaginarlo – un Apple Watch ante litteram circonda il suo polso destro. Gli altri si accodano nella sobria eleganza da balera. Potrebbero essere un gruppo funky o la Average White Band in preda a bipolarismo da outfit. Hanno già un nome eccentrico, oscillante tra il cabaret e un volumetto Urania, lambiscono le terga dei Cockney Rebel ma vi aggiungono immaginaria sci-fi, chitarre fiammeggianti e vellutate, estetica da new romantics in nuce, svisate del peggior FM rock e un virtuosismo ormai superato ma persuasivo. Nelson è musico attento e parsimonioso, ha già sviluppato uno stile particolare (vi saranno David Sylvian e Yellow Magic Orchestra nel suo palmarès), uno stile pieno di effetti e riverberi che lo porterà dalle parti del Fripp meno inguinale così come del Ronson seduto in cattedra. A vederlo nei suoi anni giovanili (nel 1976 ne ha 28) sembra un Paul McCartney nel corpo di John Foxx, e pure la banda è uno strano agglomerato di azzimati freak dove svetta Charlie Tumahai al basso, sorta di Phil Lynott dalle ascendenze Maori. Sostituiva il dimissionario Paul Jeffreys, transumante proprio da quei Cockney Rebel di poc’anzi e vittima (assieme alla moglie) del disastro aereo di Lockerbie. E poi Simon Fox, batterista ‘extraordinaire’ che troverà asilo anche nei Pretty Things. Ultimo ma non ultimo Andrew Clark, tastierista tra i più ricercati tanto da finire a corte del Bowie di Scary Monsters, dei Tears For Fears di Sowing The Seeds Of Love e del Peter Gabriel di So. Strana congrega, nevvero? Ed è un mistero come Nelson, a dispetto delle sue capacità tecniche, sia sempre rimasto ai margini della discografia, talento eccentrico e sottovalutato, mestierante volutamente schivo e umbratile, un po’ come il suo contraltar vittoriano: ovvero Paul Roland. Come che sia il terzetto d’album che edificano la cattedrale (Axe Victim, Futurama e Sunburst Finish) oltre ad avere rimandi chitarristici (nei titoli) porgono (nei suoni) una miscela che qualcuno frettolosamente etichetta come prog, cassandone l’impeto, quando invece vi è un solido pentagramma di disagiato, periferico e futuristico pop rock da scuola d’arte che i Roxy Music avrebbero sdegnosamente rifiutato. Ci sono già tutti i Magazine, dentro i Be-Bop Deluxe, per dire (Secondhand Daylight non cade lontano da qui). Così come c’è il Bolan sornione, dei Mott The Hoople catartici e una spolverata – q.b. – di XTC. Proprio Moulding e Partridge devono essere stati alunni attenti, come si evince da alcune architetture sonore del formato canzone. Ma non è questa la sede per trovare paternità. Lo devi ascoltare Modern Music, tu – indietronico lalipunesco – devi abbeverarti alla fonte battesimale e solo dopo decidere se rifiutarne la chiesa. Non puoi farlo a priori, genuflesso nel tuo orticello bio pieno di esangui mascherine lo-fi. Devi apprezzarne la ricchezza degli schemi, la tramatura delle partiture, l’organza chitarristica, i ricami sì virtuosistici ma scevri da Onan sebbene alcuni titoli vi vadano pericolosamente vicino, specchiandosi nell’acqua.

Già dall’iniziale Orphans of Babylon si evince come i Cockney Rebel siano fratelli separati alla nascita. Un retrogusto glam e visioni lungimiranti della pop wave sui blocchi di partenza, in osmosi. Ma è Twilight Capers ad inventare letteralmente i Muse e dare un ritorno al futuro a gran parte della musica pop dei cinque lustri a venire. Dimenticate il prog comunemente inteso, qui si avverte il Bowie di Hunky Dory e gli scarti armonici degli XTC ma con una visione futuristica che si fa scuola nella coda finale. Kiss Of Light svicola in un sapiente pop rock melodico; The Bird Charmer’s Destiny è la loro Stairway To Heaven o – in alternanza – la loro Sebastian. E ancora The Gold At The End Of My Rainbow, dove Nelson si supera in una performance alle sei corde che odora di Frampton e Lennon; sottofondo perfetto per limoni duri. Bring Back The Spark è Jerry Lee Lewis che s’appresta al Bolan Boogie assieme a Sir Elton Hercules John (per i non millennials: Elton John). Tre minuti e mezzo di anni settanta come se piovesse, con un indiavolato finale pieno di fuochi d’artificio ai marshmallows. La title track viaggia su binari rassicuranti, ballata senza tempo glassata da ricami chitarristici che poco o nulla aggiungono alla statura del disco. Che non è ancora finito.

Adesso viene il bello, infatti: Dancing In The Moonlight ad esempio, roba da Fm americane, ma quelle che sanno di inseguimenti e spari finti e stazioni di servizio alla Russ Meyer, quelle che corri in auto sospinto dalla carica delle sei corde e ti immagini una vita diversa, magari spericolata. Di quelle vite fatte così, con la Gibson ES-345 al collo. Sfuma su Honeymoon On Mars e – se ci fosse un Dio giusto e saggio e non un carattere stampato in font 12 su qualche breviario – sarebbe la nostra Hotel California suonata durante un matrimonio vichingo. Lost in the Neon World ha la statura dell’intermezzo di lusso (l’ellepi ne è guarnito, ecco spiegate le 15 tracce). Dance Of The Uncle Sam Humanoids comincia come la sigla di Love Boat o un qualsiasi blaxpoitation prima di virare in un funk apolide che vi dovrebbe far venire voglia di gettare Ummagumma nei rifiuti e sprofondarvi in un petting spinto su qualche divano buio. Forbidden Lovers è (ma non ci si crede) un punk funk che si fa Todd Rundgren mentre Down On Terminal Street e Make The Music Magic aiutano il Moloko Plus che è in voi. Soprattutto quest’ultima, Balearica ancor prima che i dentisti scoprissero Ibiza (cit. Loredana Bertè).

 

Scoprii solo dopo molto tempo, tramite certosine ricerche e bolle di pazienza immani, che Modern Music non era il pezzo più pregiato di catalogo. Per quello dovreste rivolgervi al miracoloso Drastic Plastic (di due anni successivo) dove, con un deciso cambio di rotta, Nelson e sodali ricameranno l’abbecedario del pop sintetico pronto a scoppiare in Albione prima di chiudere per sempre l’avventura. E sarebbe proprio quest’ultimo il disco da avere in casa, nello scaffale degli intoccabili, dovessimo seguire la ragione e l’oggettività (manufatto bellissimo, tra l’altro). Ma eccolo il mio cruccio e limite richiamato a gran voce ad inizio di disquisizione: se fate ciò che andrebbe fatto a Modern Music ci potreste arrivare solo in seconda battuta. Una scelta Drastic(a) quindi, ma si può sbagliare benissimo da soli. Lo feci anche io, tornando a più riprese al cospetto del Beckenbauer nano, in cerca del Nelson solista e di altre inconsapevoli illuminazioni. Trovai solo il 12” di Acceleration, ma è sulle note di Modern Music che prese vita, quel 14 ottobre 1989, la caccia all’Ammiraglio Nelson. Non ho ancora deposto il fucile.

Michele Benetello

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