I dischi che piacciono solo a me, credo #11

DuffoBob The Birdman (PVK, 1981)

Ho fatto un sogno, l’altra notte. Non avevo mangiato pesante o indugiato in liquidi ad alta gradazione alcolica. No, quel rivoltarsi nella trapuntina sloffia di mezza stagione era probabilmente dovuto alla visione del Concertone (concertazzo, via) del Primo Maggio. Che non era nemmeno male in verità quest’anno, vista l’assoluta mancanza di arie balcaniche, crusties over 50, gaberiani per contratto e tarantelle assortite. Dopo qualcosa come sei lustri ce lo meritavamo un ponticello accussì. Come che sia era un sogno bello nitido, limpido; un sogno dove ero consapevole di star svolgendo attività onirica e quindi riuscivo a manipolarne la sceneggiatura a mio piacimento. Un sogno nel quale mi trovavo – appunto – sdraiato sul divano a vedermi la kermesse godendo come un riccio nel leggere la scaletta degli artisti coinvolti, che scorreva in loop sulla parte sinistra dello schermo, in un font assurdo (tipo Rockwell Extra Bold). C’erano i De La Soul, Klaus Nomi, i Bay City Rollers, Ivan Graziani, i (P)itch (inseriti per un solo motivo, sapete voi quale), Doctor And The Medics, Momus, i Monochrome Set (headliner, dopo il TG). E poi Wreckless Eric, Garbo, Bruno Lauzi, Leningrad Cowboys, Andrea Liberovici, Goran Kuzminac, i Landscape.
Vi giuro che non avevo mangiato pesante.

Ad aprire però il collegamento, nel primo pomeriggio, vi era uno strano figuro, dimenticato piuttosto ed anzichenò. Uno che al tempo avevo visto praticamente ovunque per qualche mese, da Discoring a qualche festival scrauso tipo La Gondola d’Oro di Venezia: Duffo. Usciva davanti a quasi ottantamila persone con il suo solito giubbotto da Seconda Guerra Mondiale, i pantaloni da aviatore della RAF e quell’aria svagata che era impenetrabile crasi tra Kim Fowley e Gary Numan. Accompagnato da una band cazzona e arrancante stava proponendo tre pezzi di Bob The Birdman, quel suo disco del 1981 contenente il suo più grande successo, ovvero la cover di Walk On The Wild Side. Il pubblico pareva gradire – nonostante la band – e io, tra un ravanamento e una birretta, mentre ascoltavo il rumore della pioggia (piove sempre il Primo Maggio, non lo sapevate?) cominciavo a far di conto pensando che sarebbe stato un disco perfetto per Sniffin’ Glucose, tanto mi era piaciuto all’epoca quanto era sparito in un frettoloso dimenticatoio coatto poi. Presi scrupolosa nota onirica che, alla fine della kermesse e del sogno, avrei dovuto cercarlo in mezzo al mare magnum che mi ostino a chiamare ‘studiolo’. Così feci.

E’ in condizioni non propriamente perfette avendolo raccattato in una delle solite bancarelle umide piene di ammennicoli e con due scatoloni due di aberranti vinili (tipo le raccolte Freeway o Stephen Schlaks assortiti) quando ancora le banconote recavano impressa l’immagine della Montessori. Me ne bastarono tre di vegliarde per quella copertina stinta e smunta ma con un vinile ancora in discrete condizioni. Lo sto riascoltando proprio ora e lo ritrovo invecchiato benissimo, stramaledettamente bene, sicuramente meglio di me. Forse perché sembrava già vecchio all’epoca, spinto a forza dentro la marea di sintetici coevi con i quali – tolto il rifacimento del quale si disquisiva – aveva punto a che fare.

Tipo bizzarro Geoff ‘Jeff’ Stephen Duff, australiano di nascita ma apolide d’adozione. Uno che già nel 1971 fondava i Kush, glorie nazionali senza infamia e senza lode, prima di trasferirsi a Londra e cominciare una carriera altalenante che – scopro solo ora – continua ancor’oggi con sporadici album e teatrali tributi a David Bowie, Frank Sinatra e Scott Walker. Il suo momento magico fu, appunto, il 1981; o meglio, qualche mese a cavallo di quell’anno cruciale, quando il tormentone elettronico di cui sopra divenne riempipista e riempietere. Lo accogliemmo a braccia aperte (finirà in un 45 giri da jukebox assieme a Toto Cutugno), tanto era eccentrico, taciturno, impenetrabile e c’è una favolosa intervista su un vetusto Dolly (tanto per sottolineare quanto fosse famoso) nella quale fredda la sfortunata intervistatrice – desiderosa di dare in pasto una nuova popstar alle quattordicenni in fregola – dicendo di non aver mai avuto una donna essendo totalmente asessuato. Gioco, partita, incontro. Eppure non era tutta questa remissività il nostro se, al primo incontro per un’intervista con il New Musical Express, si fece accompagnare nel pub dove lo attendeva Tony Parsons fingendo di essere cieco per poi offrirgli una sigaretta esplosiva che causò non poco trambusto essendo i tempi dell’IRA (Irish Republican Army, sia chiaro). Non il modo migliore per guadagnarsi una buona recensione, ne convengo.

Insomma, quella rilettura del pezzo Reediano trovò fortuna un po’ ovunque, ma qui da noi un po’ più di un po’. Non così l’album nel quale era contenuta, ovvero Bob The Birdman. Avrei dovuto partire dall’omonimo Duffo del 1979 (su Beggars Banquet) ad essere onesto, essendo pregiato pezzo che oscilla in una glam wave deliziosa e contenente al suo interno quella Give Me Back Me Brain che riuscirà faticosamente a raggiungere il numero 60 delle classifiche inglesi. Punk cabaret tra Ian Dury, Wayne County e Jobriath con una copertina pazzesca da Electric Frankestein. Ma che ne potevo sapere io? Nel 1979 ero troppo giovane e lo confondevo sempre con l’altro One Hit Wonder: il Taco di Puttin’ On The Ritz. Sbagliando, chiaro, visto che qui c’era molto di più, che la grammatica del Duffo aveva anche una calligrafia sapiente e che l’idea di fondo del nostro era meticcia alquanto dacchè spaziava in una concezione sonora decisamente a latere rispetto ai dettami di quel finir di Settanta. Bob The Birdman scorre proprio adesso, sereno e liquoroso già dall’operistica traccia omonima, messa furbescamente in apertura quasi fosse un Rocky Horror Picture Show, sul quale si sarebbe altresì adagiata benissimo. Archi, cori, barocchismi da ‘sottile Duca Bianco che lancia dardi negli occhi degli amanti’. Magniloquenza post punk che porta a Slave Of Marakeesh, e se riuscite ad immaginarvi i Madness con Ian Dury alla voce allora ci andate vicini di un’inezia. Proprio il timbro vocale del nostro è il valore aggiunto, con quella sua scorta d’aria tenorile e un distacco che riesce a farsi assoluto e – appunto – asessuato. Grande è l’entusiasmo nel ritrovare un disco che ha acquisito valore e bellezza con lo scorrere del tempo. Daddy Is a Mushroom è un capolavoro glam tra Bowie, gli Ultravox con il punto esclamativo e il Ferry di Let’s Stick Together. Mirror Man è un hard boiled buono per qualche serie televisiva poliziesca con i pantaloni a zampa d’elefante e un ritornello che richiama a gran voce Jobriath. La varietà musicale si amplia, i Tubes talvolta riecheggiano nell’eccentricità delle partiture, i testi indugiano in un senso dell’assurdo contagioso, i Kinks fanno capolino a braccetto con Scott Walker nella decadente Le Poseur, e io mi chiedo come mai Julian Cope ancora non si sia accorto di quest’album tanto da scriverci un pamphlet dei suoi. Poi arriva Walk On The Wild Side e le cose cambiano ancora; accompagnata da una leggerissima (e autistica) linea di sequencer e una sezione ritmica scrausa il Geoff ‘Jeff’ Stephen dona la migliore resa vocale di sempre di un pezzo di Lou Reed. Vi si cala a metà immergendosi in un blues alla Joe Cocker, svicola e svisa ovunque, tornando alla noncuranza dell’ex V.U. Prendete scrupolosa nota Voi che siete soliti miscelare musichette per hipster annoiati armati di Shazam, ci potreste fare una porchissima figura. Elephant Man è un nonsense operistico che anticipa impudentemente Parklife dei Blur, i Divine Comedy e il Simon Warner di Waiting Rooms. (I Am) The Fly non è quella che pensate ma cammina allo stesso modo, solo in mezzo ad un teatro vuoto, tra i Tuxedomoon e i Minimal Compact. New York Is The Moon arpeggia tra vicoli e una resa vocale stupefacente, retrogusti da Van Dyke Parks e Tubeway Army. Canzone meravigliosa, ma che ve lo dico a fare? Compratelo questo disco, setacciate tutte le bancarelle che ostentano candelabri arrugginiti e i portaceneri in peltro, fatelo vostro e scoprirete che si chiude con Crazee Man, un glam rock disagiato eppure bellissimo con la sua aria marziale. Bob The Birdman è un disco che suona migliore del suo tempo, molto più ampio dell’asfittico orticello capelluto nel quale venne inserito a forza, forse abbacinati dall’equivoco dell’omaggio Reediano. Un disco, in definitiva, che forse avrebbe meritato ascolti più approfonditi e privi di pregiudizi. Metto una pezza ora, conscio di remare controvento.

Ah, per la cronaca: i De La Soul spaccarono il culo ai passeri, nel mio Primo Maggio. Ma anche Duffo, nonostante la band, se la cavò bene.

Michele Benetello

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