La teoria del disimpegno (Fiver #22.2018)


L’indie è morto. Brindiamo all’indie. Sono anni che sento dire che la musica che amo è morta: le chitarre sono morte, il punk è morto, il rock non ne parliamo; la musica indipendente è morta. Ecco, l’ultimo assunto purtroppo negli ultimi tempi pare trovare molti, ahimè moltissimi, riscontri.

Ma ci vuole un piccolo salto all’indietro per spiegare questo mio pezzo con cui felice torno sulle pagine di SG: avete presente “Il grande Lebowski”? Film culto per quelli che hanno, come me, superato da poco gli anta. Film della premiata ditta F.lli Coen, 1998, con un Jeff Bridges stratosferico detto il Drugo (The Dude in lingua originale) che diede nuova linfa alla voglia di rivendicare il fancazzismo come stile di vita della mia generazione. Il Drugo ama le canne, i white russian e il suo tappeto. E proprio questo, rovinato da un’orinata causata da un maldestro errore, innescherà una vicenda assurda splendidamente partecipata da quei fenomeni di John Turturro, John Goodman e il mio adorato Steve Buscemi. Un film che inneggiava allo stile di vita disincantato e fannullone: il Drugo nella sua vestaglia da casa sconvolto di canne era un inno al disimpegno. Un inno al vaffanculo globale, un inno al nichilismo non devastante e tormentato ma bonaccione e perditempo. La vita non ci fa male, non siamo disperati, semplicemente non ce ne frega un cazzo. Il drugo era l’esempio di come non stare al mondo. Di come, poi, conducevamo più o meno le nostre esistenze universitarie o giù di lì, chi più turbato, chi più sereno; tutti comunque votati ad un consapevole disimpegno. Consapevole. Segnate sulla lavagna la parola, please.

Poi. Poi passa un ventennio (porcamiseria). Passa in un lampo (riporcamiseria), succedono moltissime, innumerevoli cose: dall’esplosione di internet allora solo abbozzato all’avvento degli smartphone e a nuovi modelli di socialità che cambiano le regole di tutto. Ma proprio tutto: mai come dal duemila la norma sociale, il cosiddetto modus vivendi della massa, è cambiato, determinato da nuove tecnologie ormai del tutto fuse alle nostre esistenze. Ma su questi argomenti “alti” orde di accademici staranno già scrivendo più e meglio di me. Noi stavamo parlando del Drugo. Stavamo parlando del fancazzismo. Stavamo parlando del disimpegno. Del vaffanculo – molto prima dei vaffaday, signoremioperdonaci – a tutto senza se e senza ma. Ma con il sorriso bonario di chi ha deciso, studiato, capito che non ne vale la pena e quindi: olè, chissenefrega is the only way of life.

Ma occorre fare un altro saltello, questa volta di lato, per seguire questo mio pezzo con cui vi tedio in questo magnifico lunedì mattina di ritorno a uffici, scuole e lavori vari. C’era una volta la musica alternativa. La chiamavano così. A noi faceva un po’ ridere sentir parlare di quello che ascoltavamo ogni giorno come di un’alternativa. Alternativa a cosa? Beh, a quel mondo che per noi, semplicemente, non esisteva: il mondo dei Cecchetto, dei Festivalbar e del nazional popolare (mi perdoni il grande Vasco del suo primo decennio), dei San Remo e delle classifiche da TV Sorrisi e Canzoni. Quello che ascoltavamo noi non andava in tv, almeno non in quei canali e quando arrivava in classifica creava un “movimento”, un qualcosa di inaspettato (per gli altri) che ribaltava gli schemi. Il grunge ne fu l’ultimo esempio planetario. Ma per il mondo “mainstream” (parola allora ignota ai più) dei sei canali tv nazionali, la nostra musica era “alternativa”. Nascevano addirittura dei festival dedicati a far conoscere quello che altrimenti arrivava solo attraverso il buon vecchio passaparola nei negozi di dischi e grazie alle riviste specializzate (tra cui Il Mucchio Selvaggio, sigh). Comunque, tutto questo discorso sulla musica alternativa degli ottanta/novanta lo trovate molto ben spiegato in un documentario che ho beccato su skyarte un annetto fa: ne parlava Manuel Agnelli e forse lo speciale era proprio sugli Aftehours. Comunque. Perché questo sproloquio? Andiamo al dunque.

Perché la domanda che mi ha attanagliato e non mi ha fatto dormire costringendomi a lunghe notti ai banconi del bar negli ultimi anni – ve l’ho sempre detto che non era colpa mia, che c’era qualcosa che non andava e dovevo capire cosa mi trascinava verso il pub – è stata questa: ma chi se ne frega se l’indie è morto? Tanto, che problema c’è nel vestirsi male – le tute fine ottanta di Tacchini facevano cagare anche allora, ragazzi, sappiatelo – e scrivere canzoni mediobanali se non brutte tutte in italico idioma discutibile per grammatica e costrutto (in analisi logica alle elementari vi davano quattro, vero?) e riempire spazi da migliaia di persone poi vuoti quando vado io a vederci gruppi sconosciuti come gli Interpol (successo a Milano, l’anno scorso: eravamo quattro gatti e una settimana dopo per Ghali non si entrava in tutta l’area del Carroponte). Che male c’è? Qual è il problema? Proprio noi della teoria del disimpegno, del chissenefrega ci lasciamo turbare da gruppi che si chiamano come animali della savana e scrivono cose alla Zarrillo e Nek ma oggi sono indie? Chissenefrega. Ma ascoltati quello che vuoi. Per me puoi anche andare a vederti la Pausini, basta che non si esca mai assieme. Quindi, perché tutti questi pensieri? Poi, una coppia di turisti dell’est la settimana scorsa mi ha servito su un vassoio d’argento, anzi, su un bancone di marmo, la risposta alla domanda che tanto mi turbava.

Ultimo salto, prometto: nella vita di tutti i giorni, oltre ad annoiare il più gran numero possibile di lettori con racconti, romanzi e saggi, lavoro pure in una nota osteria del centro di Bologna, ormai frequentata in buona parte da turisti. Negli anni siamo finiti sulle guide straniere, poi il passaparola, i b&b del centro nati come funghi che ci consigliano, l’orario nonstop, la tagliatella fatta bene a due soldi; insomma, per un sacco di motivi siamo assaltati da turisti di tutto il mondo. Il fenomeno di Bologna iperturistica – mangiatoia per senzapapillegustative se vogliamo fare i cattivi, culla della cultura culinaria se vogliamo fare i bolognesi – è molto recente: sono pochissimi anni che si fatica a camminare per via Rizzoli come fossimo nel Village a NY a causa di orde armate di smartphone puntato verso l’alto a passo lento e dubbioso. Accolsi questa novità al lavoro senza riserve, anzi: era divertente spiegare agli stranieri che no, non si mangia la tagliatella col cappuccino e perché. Che dopo pranzo si beve il caffè e se ti piace il latte, caffè macchiato. Che c’è differenza tra sugo di pomodoro e marmellata, che la pasta scondita non è un contorno e un sacco di altre cose poco note al di là di Alpi e mari. Poi, si sa, la quantità vince sulla qualità e mi sono arreso anch’io. Di fronte alla turista americana che mi ordinò insalata con tonno e uova e caffelatte gettai la spugna. Pazienza: quando sono in forma ci proverò, ma alla fine – e vedete che torniamo all’inizio del mio pezzo – chissenefrega. Il Drugo avrebbe alzato le spalle, fatto un sorso di white russian e sorriso. E così ho cominciato a fare io. Mangia quello che vuoi, bevi quello che vuoi. Se vuoi non capire un cazzo di dove sei, essia, non ho certo intenzione di farti da papà, di educarti. Educarti. Educare, altra parola da segnare, come il consapevole di prima, sempre se non vi dispiace.

Ed eccoci allora alla risposta servita dalla coppia del far east, nuova terra di partenza del turista culinario contemporaneo che riempie qualunque baracca in cui si cucini qualsiasi cosa oggi a Bologna. Finito il pranzo, lei chiede un cappuccino, lui un double expresso. Sarò stato in giornata grilloparlante o rompipalle o chissachè, ma risposi “no”. Sorpresi, lei assume l’espressione offesa tipica dell’oltrebalcani che ormai conosco a memoria; lui, più mansueto, domanda “perché?”. E allora io spiego loro che con caffè lungo – il double expresso è una stronzata inventata da Starbucks peggio del babbo natale rosso della cocacola – e cappuccino ci si fa colazione, con i biscotti. Che alle tre del pomeriggio si prende caffè macchiato e caffè espresso, che siamo in Italia e this is the way here, poi, liberi tutti I’m an anarchist, you can drink what you want. Lui ridacchia, lei stessa espressione glaciale da oltre cortina di ferro. “Ve li offro io, provate, al massimo non vi piace, no? Che vi costa?” Bevono i due caffè. Lei immutabile nel viso ammonitore e marmoreo, lui, sempre più bonario, sorride, alza le spalle e “non l’avevo mai provato, buono” e se ne vanno verso la loro vacanza. E allora? Questo cosa avrebbe a che fare con le felpe brutte dei rapper, trapper, indiepopper di oggi e le loro canzoni – ecco, come dire, non trovo le parole – non proprio capolavori immortali? Ho scoperto grazie a double expresso ordinato in osteria cosa mi turba da anni. Educare. Educazione. Ecco il cuore del problema: la non educazione. Non nel senso di maleducazione, ma di assenza di educazione. Il non sapere. Il non aver provato, assaggiato, sentito che ha atrofizzato le papille gustative, come gli occhi, le orecchie. I cervelli. I cuori. Se sei abituato a mangiare precotti da discount, non capirai la bontà di una pasta fatta in casa con del tartufo fresco grattugiato sopra. Così, se vivi in mezzo al brutto e all’improvviso ti catapultano agli Uffizi, pochissimi saranno illuminati dalla bellezza della Primavera del Botticelli, moltissimi non lo capiranno e non per colpa loro, ma perché non sono abituati al bello, a una tela che trasmette emozioni profonde. Così, se ascolti merda dalla mattina alla sera, non solo non ti accorgerai mai di qualcosa che defecazione non è, ma non la capirai nemmeno quando l’avrai sotto gli occhi, pardon, le orecchie. Non te ne accorgerai perché le tue orecchie saranno abituate da troppo tempo a sentire robaccia da rima baciata, brutture in autotune, testi sgangherati, o così banali che Fabio Volo al confronto è Dante, che la mia prof delle medie m’avrebbe bocciato senza neanche passare dagli esami di settembre. E tutto questo, I-N-C-O-N-S-A-P-E-V-O-L-M-E-N-T-E. Ecco la tragedia: non è dispimpegno, non è nichilismo punk, non è essere il Drugo. È che non te ne accorgi più. Che a forza di sentire stronzate in sottofondo, quel sottofondo riempie la stanza, la testa, la vita e diventa il fondo. Il fondale su cui dipingi le tue giornate.

Ma che noia da vecchiume che state leggendo. Ma che palle con ‘sti qua che rivendicano un’epoca dell’oro della musica pre youtube sconosicuta ai millennials. E, infatti, chissenerega. Non è un problema che cosa volete ascoltare e chiamare musica. Ma che sia una scelta. La VOSTRA scelta. Se chi ascolta trap fosse anche solo minimamente conscio che esiste Battisti e che cazzaggiare con Sferaebbasta è – ok, non dico niente – legale; se ci fosse una minima cognizione del fatto che musica può essere qualunque cosa e che puoi ridere di un tormentone estivo e conoscere nota per nota le montagne russe dei violini di Vivaldi, allora io sarei sereno. Se ti va il cappuccino dopo pranzo, se ti piace, allora bevitelo. Ma tu non lo sai se ti piace, lo bevi perché te l’ha detto Starbucks. Se ti piace la musica che “va” oggi, ma benvenga. Se ti piace perché la trovi più bella di quella di dieci, venti, cinquanta anni fa. Se ti piace Giusy Ferreri e conosci la Bertè, ma affari tuoi. È che temo che tu non sappia neanche chi era Mia Martini. Temo che ascolti quelle stronzate che scrivono (oddio l’ho detto) Takagi e Ketra perché te l’ha detto Spotify, non perché tu, amante del bel canto italico e profondo conoscitore di Jimmy Fontana, Alan Sorrenti, Fiordalisiso – senza scomodare De Andrè, Ciampi, Tenco, Conte e blablabla – poi hai scelto i pezzi di Tommy Paradiso. Perché se è così va benissimo, liberi tutti. Ma se non lo è c’è un problema molto più grosso di quello che potrebbe essere che musica ascolti. C’è che non sai più scegliere. Ma non solo: c’è che ti sei diseducato a sentire qualcosa di bello. E allora ti faranno sentire quello che vogliono e tu lo ascolterai. E da lì è un passo leggere quello che ti daranno e comprare i libri di Selvaggia Lucarelli e non sapere chi è Ennio Flaiano. E così via, sempre più in basso, sempre meno liberi con in mano l’accesso a tutte le informazioni e nessun gusto per trovare una direzione in cui cercare. Ma che rompipalle. Alla fine, come diceva Bennato – chi?– sono solo canzonette, no? Eggià. Canzonette. Libretti. Quadretti. Amorucci. Votini. E quindi, chissensefrega, caro Drugo?

E, invece, un problema c’è. Perché poi succede che, dopo essere stati a Berlino a mangiare un panino, prendendo due paracetamolo cinquecento col cuore a mille, pensate che questa roba qui sia musica e che tre metri sopra il cielo sia letteratura e le croste del primo stronzo che decidono di spingere sui social sia arte e allora poi andate a votare e votate cinque stelle e lega perché pensate che quella roba lì sia politica e credete che le cose non abbiano a che fare e invece è tutto figlio della stessa non attitudine a vedere la bellezza, a sentirla: the miseducation (magari fosse quella di Lauryn Hill, grandissimo disco). E senza bellezza i cuori si restringono, i cervelli si atrofizzano e a forza di non vedere mai un bel quadro smetterete di emozionarvi per un tramonto e a forza di smettere di emozionarvi per il colore del cielo al crepuscolo smetterete di sentire quello che vi sta attorno e e non proverete più niente. Per quello che domanda una moneta davanti alla Pam. Per chi sbarca qui dopo mesi, anni di violenza e torture in un lager libico. Vi berrete le stronzate che scrive Il Giornale o Libero, crederete davvero che esiste un’invasione dei mori peggio che ai tempi delle crociate, che c’è un problema immigrazione e che i grillini con la loro onesta ignoranza in ogni cosa faranno star su i ponti che i comunisti non hanno curato e quindi cadono. E poi potrete lasciar cadere una cartaccia in piazza San Marco e non raccoglierla e mettere i piedi a mollo nella fontana di Trevi che fa caldo. Il brutto uccide l’anima. Il brutto rende bruti. Fatti non fummo per viver come. Ma allora, la musica che fu indie e oggi è indiepop, indierap, indiesticazzi è la causa di tutti mali? Ma no, ridiamoci su. Alziamo il bicchiere, Dude. No, no amici miei. C’è molto, molto di peggio. Ma le cose non sono slegate, mai: siamo della stessa sostanza dei sogni, diceva il Bardo. Siamo i nostri sogni: se non diamo loro lo spazio per vivere nella bellezza, smetteremo di sognarli. La sostanza è una, l’attitudine è una e si rivolge a tutto e allora ascoltatevi quello che volete, ma non fate che quello che “capita” diventi il virus che vi fotte l’hard disk del cervello. Perché a mettere la capoeira e la cachaca di fianco alla favela perché avevi solo voglia di staccare, magari poi è un attimo frullare tutto e non capirci più un cazzo. Ma non di musica, nella vita, in generale.

Cazzeggiare è bello, Calcutta è pure simpatico e ha scritto cose ironiche e divertenti. Tanta roba che senti è solo la versione brutta di quello che già si sentiva trentacinque anni fa – TheGiornalisti docet, a riguardo – e non fa male ascoltarla e canticchiarla. Ma col cervello sempre acceso e le orecchie tese che c’è anche altro. Anche qui a due passi. Escono dischi belli e intelligenti come quelli di Nicola Setti e Ofeliadorme o divertenti come quelli di Baseball Gregg e Laser Gayser o potenti come quelli degli Stormo e di qualunque cosa tocchi Jonathan Clancy e la lista è infinita proprio in quel mondo che si chiamava alternativo e adesso non so più come. E nei club da cinquanta persone val la pena andare. Anche se poi vi sparate i concertoni indiepop e fate po poroppo po po come allo stadio – ma lì era roba da buzzurri, adesso è sdoganato – dieci anni e più fa. Ma la differenza tra Salmo e Carl Brave la dovete riconoscere. Tra un testo cretino come Amore e Capoerira e una canzone di Claudio Lolli dovete riconoscerla. Poi magari vi ascoltate Baby K e Myss Keta, chissenefrega. Però fatelo come esercizio: andate a una serata della Barberia Records, al Freakout, a un festival di Maple Death e ascoltate i loro artisti e vedete se riuscite a capirli. Non se vi piacciono, quello è gusto; ma se vi comunicano qualcosa, se arrivano. Se non succede, il virus è entrato. Ma tranquilli: basta fare un refesh. Andate subito a una mostra qualsiasi in una galleria importante o in un museo della vostra città, comprate un libro di Franco Stelzer, o di Pavese se non volete stare a cercare al Libraccio; ascoltate, mentre leggete, tutto Battisti – mannaggia, non si trova online – o Mina, o se non siete legati all’italico idioma qualunque cosa esca per Sacred Bones, Domino Records, To Lose La Track – avete capito il gioco di parole? No? Subito al museo, di corsa! – e tantissime altre. Poi, con una strana pace sconosciuta nello stomaco ritornate a Frah Quintale e Coez. Magari vi piacciono davvero lo stesso. E allora, alla Drugo, sorrido sincero e brindo con voi.

Fabio Rodda

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