I dischi che piacciono solo a me, credo #25

Aphrodite’s Child666 (Vertigo, 1972)

Questione tricotica, secondo me. Di barba e di pelo. Facevano impressione, quando non paura. Rettifico: a me facevano impressione. Poi li sentivi cantare o li vedevi alla televisione ed erano (quasi) tutte armonie romantiche, mellotron e vocette angeliche sopra ziqqurat di tastieroni. It’s five o’ clock and I walk through the empty streets… Maaaarieeee Joooolieee… Raaaaaain And Teeeeeears. Vacca boia che romanticiume. E come mi piaceva. Mi piaceva pure che dei Greci avessero tentato di scardinare l’asse rock USA/UK, manco fosse stata una rivincita delle periferie.

Giravano un sacco di dischi degli Aphrodite’s Child a casa mia (assieme a Beatles, Area e Creedence Clearwater Revival), ma credo fosse cosa comune in quei primi anni settanta, lo chiamavano pop e si sentiva alla radio. Punto. Però rimanevo dell’idea che fossero brutti forte, dei ZZ Top del Peloponneso (con l’accento sul suffisso Pelo), o dei Banana Splits all’Horse Meat Disco, tipo. Resta il fatto che tutti quei vinili non erano miei, pure se in heavy rotation su un giradischi scassato sgualcito dalle mie impronte digitali. E quelle copertine colorate e psichedeliche ornate dai tre sovrappeso mi davano da pensare assai. Deve provenire da lì la mia battaglia contro il prog, forse. Una questione meramente tricotica, appunto, fondata sul pelo e sugli appellativi dei titolari: Vangelis Papathanassiou, Lucas Sideras e Demis Roussos. Vi sembrano nomi di popstar o di mezzofondisti ellenici?

Io lo vedo il fruitore di Sniffin’ Glucose, tutto PJ Harvey, Mogwai e Stooges rizzare i (uff, ci risiamo!) peli nell’affrontare la cantilena di un gruppo sinfonico spesso talmente pieno di glucosio da rasentare il diabete. E invece molti non sanno che mondi potessero instillare a chi ancora portava i calzoni corti, a maggior ragione non lo si può sapere oggi, che il mondo ha fatto mille giri (999 dei quali a vuoto) e a 7 anni la moltitudine di mocciosi col capello scolpito han già visto svariate tappe del Comunisti col Rolex Tour, magari accompagnati da Genitore 1 col tribale e le scarpe di legno e Genitore 2 con tette che sfidano la gravità e il saldo del conto corrente. O viceversa, non ho mai capito. Ti toccava immaginartele certe cose, negli anni settanta, e dovevi farlo pure in bianco e nero. Ma quei 75 minuti da passare su 666 mi sentirei di consigliarli assai essendo un vero e proprio capolavoro che di magnifiche sorti et progressive non ha quasi nulla, circumnavigando (e anticipando, pure) l’intero scibile musicale non solo del tempo. Registrato nel 1970 esce quando i tre Figli di Afrodite han cessato di esistere, e viene ascritto al nome della casa madre solo per mere ragioni contrattuali. È un disco solista di Vangelis, né più né meno, coadiuvato in tre brani da Roussos e a sprazzi da Sideras, capolavoro immenso che sigillerà l’avventura prima di far decollare il nostro verso Momenti di Gloria. Un concept album incentrato sul Libro dell’Apocalisse di Giovanni dove viene stivato di tutto, Arca di Noè scritta dal tastierista (aiutato dai testi di Costas Ferris) dove vanno a cozzare spezzoni di folklore, hard rock, avanguardia, prodromi di beat che diverrà brit, drone music, elettronica, ambient pastorale, tentativi di industrial. 4AD e Creation Records, psichedelia e musica concreta; Screamadelica pagana in mezzo ai pastori. Capolavoro l’ho già detto? Lo direste anche voi se vi approcciaste senza tutta quella spocchia che per anni mi ha intasato le sinapsi, accogliendo uno dei dischi più folli e coraggiosi mai apparsi sulle vetrine dei negozi. Nel 1972 (anno di uscita effettiva del manufatto) c’è già Starman a spazzare via dalle classifiche le onanistiche suites in un tripudio di mèches e lustrini; 666 invece va oltre, ci prova quantomeno. Si catapulta agli anni ottanta (inventandone una parte), torna a ritroso alla fine dei sessanta e si invola a rete con un cross dalla fascia laterale che arriva al 1995. Kosmische Musik col Flauto di Pan, Platone e Belzebù, Bafometti e Stone Roses, Black Sabbath e Cosey Fanni Tutti, Stockhausen e funk. Se non vi fa venire curiosità e mal di testa questo allora vi lascio agli Arcade Fire. Un disco stritolato dall’ambizione, dai costi proibitivi (si parlò di 90.000 dollari solo di spese di registrazione), da una tensione maligna e dall’ego spropositato di Papathanassiou. Un via vai di ospiti, baccanali, scazzi, personalità coinvolte: da Giorgio Gomelski (che stava girando con i Magma e i Gong) a Irene Papas, da Yannis Tsarouchis (famoso pittore greco) a Daniel Koplowitz. Un Sgt. Pepper all’ombra del Partenone, un Pet Sounds annegato nell’ouzo. Registrato nel 1970 e messo in frigo dalla Mercury per incapacità di comprendere siffatto suicidio commerciale. Salvador Dalì che viene invitato – nel 1971 – al party indetto da Vangelis per festeggiare il ‘primo anniversario di blocco dell’album’ e quasi quasi ci avrebbe collaborato a quel tripudio di sensi, orgasmi, blasfemie, sfumature che esplodono e follia, dice. Da farci un film di Kenneth Anger, no?

Magari titolato come il breve intermezzo che apre il disco (doppio, bene sottolinearlo), quel The System che ripete in loop su una serie di nastri vocali il nobile haiku We Got The System To Fuck The System! 22 secondi di Coil ‘gentili’. È Babylon ad aprire l’orgia vera e propria, e vien voglia di tuffarsi privi di sospensori. Estratta anche su fallimentare singolo eppure vi si possono trovar dentro cantautori inglesi, Supergrass, Teardop Explodes, Who (Pinball Wizard è giusto dietro l’angolo) e i Dodgy alle prese con The Snake di Al Wilson. Loud Loud Loud è un anticipo di Burt Bacharach e Elvis Costello, spiegati con uno spoken word e due accordi di pianoforte. Poi arriva The Four Horsemen e tutto improvvisamente acquista un senso, da questo disco alla vita. I Cavalieri dell’Apocalisse che ti percuotono l’anima centrifugandola dentro uno dei pezzi pop più perfetti di sempre, brano trafugato anche da Beck e i Verve (tra gli altri), salti e stacchi tra pulviscolo ambient caro all’Apollo Records, Ash Ra Tempel e ritornelli shoegazer su una chitarra che John Squire furterà senza ritegno per Love Spreads. Totale. Così come è totale The Lamb, folklore ellenico declinato pop, strutture e terzine che anticipano di decadi un sentire caro a Loop, Follakzoid, Oscillation, Dead Skeletons e il concetto di ripetizione elevato ad arte. Psichedelia tra le pecore, vibrafoni e la world music. Paganesimo e Rinascimento che affiorano anche su The Seventh Seal, laddove Tibet (anche nel senso di David) e Monte Athos s’accompagnano in delicati fraseggi. Ci sono in nuce già i KLF di Chill Out e gli Orb di Little Fluffy Clouds, ma – soprattutto – c’è il verso “and when the lamb opened the seventh seal, silence covered the sky” campionato dagli Enigma per The Rivers Of Belief. Disco che mette a dura prova, 666, sia per un vagare che pare privo di direzione (ma non lo è, ha un metodo nella sua follia) sia per l’immensa mole di musica stivata al suo interno. Siamo solo alla fine del Lato A e già la pecetta ‘capolavoro’ non vuol saperne di staccarsi.

È Aegian Sea ad aprire l’altra faccia del vinile e potrebbero valere le parole di poco sopra, Orb compresa e Pink Floyd in sovrappiù. The Dark Side Of The Child, da Pompei a Salonicco. Le si accorpano addosso per osmosi sia Seven Bowls sia The Wakening Beast forse il trittico più misurato e di maniera dell’intero lavoro. Lament inventa letteralmente i Dead Can Dance (The Host Of Seraphim è qui dentro, nemmeno troppo nascosta) e mezza 4AD; The Marching Beast conduce per mano dei Jethro Tull che si credono Pogues dentro i Van Der Graaf Generator. Senza Hammill. The Battle Of The Locust e Do It sparigliano nuovamente le carte con un hard blues alla Cream in odor di jazz immerso in acquaragia Santana. Senza la prima enne. Jazz e heavy metal che si rifanno vivi anche in Tribulation. La goduria è grande fratelli, e così spero di voi.

Non bastasse ci sono ancora nove brani, uno dei quali – The Beast – è un funkone da blaxploitation e tette grosse che mi aspetterei in qualche compilation di Gilles Peterson. Lascivia e wah wah mentre delle calze 18 denari volano per la stanza. Ofis è un brevissimo mantra tratto dal Teatro delle Ombre del folklore greco, importato dalla Turchia assieme alla marionetta Karaziogis. L’invocazione “exelthe ofi katiramene, dhioti an dhen exelthe essy, tha se exelthe ego! Ou! Ou! Ou!” (Esci, maledetto serpente, perché non esci da te stesso? Ti farò uscire!) Si può riassumere con un Pape Satan, Aleppe declamato da William Burroughs sotto ketamina. Seven Trumpets è uno spoken word che introduce il mega groove di Altamont (non serve spiegare a cosa si riferisca), funk torrido e tribale dove spugnettano Liquid Liquid e Blurt e che ispirerà i Verve di The Rolling People. Esoterico come un calice di assenzio infuocato versato su un piercing genitale rimane uno degli apici del pantagruelico lavoro con il suo miscuglio di ripetizioni percussive, terzine psichedeliche, afflati funk e inflessioni lisergiche. Sfuma sulla world music da Womad di The Wedding Of The Lamb efficacissimo strumentale pronto a gettarsi a sua volta per osmosi dentro a The Capture Of The Beast, drone music edificata su percussioni, psichedelia occulta, esoterismo ed effetti. Pare di avvertire l’arrivo dei Sepultura in ogni momento e invece è l’Immacolata Concezione di Infinity (“∞”) a crollarci addosso con un vento ostile. Anticipo di ogni Diamanda Galas del futuro che quivi però invece si chiama Irene Papas, solerte nel declamare Litanie di Satana fingendo orgasmi plurimi. “I was I am I am to come I was”, una Discipline (Throbbing Gristle) dell’inguine o una Je t’aime, moi non plus in un girone shemale. Brano che certifica in qualche modo la nascita di certa Industrial Music che di lì a un decennio si dipanerà. Poi, come se nulla fosse, ecco arrivare Hic And Nunc e la sua aria da Beatles e Maharishi Mahesh Yogi o – in alternativa – da Donovan e Cat Stevens. Siamo quasi alla fine, tranquilli. Ma prima c’è il buco nero di All The Seats Were Occupied, 20 minuti di maligno raga indiano immerso in lavatrice che diventa funk che diventa un esperimento di musica concreta che diventa pop che esplode in un caotico ammasso di cellule sonore. Incorpora elementi di gran parte delle canzoni dell’album autocampionandosi con somma efficacia e raro acume. Superlativo assoluto e inimmaginabile in quel 1970; dei Chapterhouse che si fanno produrre e remixare dai Future Sound Of London, anzi: dagli Amorphous Androgynous. Apice del genio di Vangelis e prove tecniche di colonne sonore. Chiude Break ed è ancora un gran sentire, la voce di Sideras porta dalle parti di certo pop da spot televisivo, come una innocua pubblicità della Badedas.

666 non mostra una crepa o una ruga, né un segno di cedimento dato dal tempo, si libra in un punto imprecisato dato dallo scorrere dello stesso, in una nuova dimensione a latere e priva di coordinate. Fasci di elettroni e partiture che ne certificano la qualità di capolavoro misconosciuto ai più. In 666 c’è l’atomo, il cuore e la madre ma vi sono innumerevoli altre invenzioni che verranno riprese un po’ ovunque, senza citarne la fonte. E – soprattutto – è un disco tutt’altro che prog.

Se per voi la musica rock è una Bibbia, questi Vangeli(s) apocrifi non dovrebbero mancare sul comodino. Un versetto ogni sera prima di coricarsi vi condurrà alla luce, anche se sono le cinque del mattino e cammino attraverso le strade vuote. Thoughts fill my head but then still no one speaks to me, my mind takes me back to the years that have passed me by. Ogni serranda di barbiere mi riporta alla triade Papathanassiou, Sideras e Roussos. E ai loro peli.

Michele Benetello

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