I dischi che piacciono solo a me, credo #39

Pop Will Eat ItselfDos Dedos Mis Amigos (Infectious, 1994)

Io li capisco i fan terminali dei Pink Floyd, dei Cure, dei Queen o dei Depeche Mode. Collezionisti invasati che passano la vita a setacciare – novelli Martyn Mystère ma senza una Diana al fianco – ogni pertugio in cerca dell’ultima reliquia a loro sfuggita. Edizioni indonesiane, 12″ autografati, acetati, white label, stampe con la pecetta errata, singoli usciti solo all’ombra delle piramidi. Che vita di merda, santodio. Un’esistenza passare a rincorrere un Sacro Graal autoduplicante, qualcosa che per sua natura mai cesserà di nascondersi, perchè la discografia è (era) peggio del cartello di Medellin ed è un attimo trovarsi a rota. L’ho fatto anche io, un paio di volte nella mia vita precedente, ed è stato un periodo da TSO e ricovero coatto. Vagavo come uno zombie con la bava alla bocca e gli occhi fuori dalle orbite alla vana (e sovente infruttuosa) ricerca di ‘presunte’ rarità che fossero degli Associates, dei Menswear o  dei Polak, tutta gente dalla scarsa tenuta e dalla parca discografia, tra l’altro. Quindi posso capire cosa significhi scalare il catalogo dei Queen. Dovrebbe essere reso incostituzionale ma lo capisco. Tutto questo per dire che – allo scoccare dei novanta – il qui presente pirla era un figlio del grebo rock. Figliolo degenere ma pur sempre un figlio. Dovevate vedermi, uno strazio; mi mancavano i capelli crusty (fin lì non ci arrivo, è una delle mie due o tre idiosincrasie), ma per il resto ero il perfetto bignamino con le mie scarpone da basket, il giubbotto militare devastato da spille e toppe e le t-shirt handmade scolorite ad arte. Un punk wannabe da dopo bomba fuoriuscito dalla matita di Rob Zombie, tipo. Non un gran vedere, ne sono conscio, ma ero Grebo And Proud.

Eppure fu un bel flirt, qualcosa di sufficientemente nervoso ma sempre con un’aurea ironica a sottendere, radicalmente diverso da quei figli spuri che di lì a pochissimo ne avrebbero preso le intuizioni per renderle blasfeme, seriose e ‘disagevoli’: i Nine Inch Nails. Mi piaceva il non prendersi mai troppo sul serio, l’aria da fumetto malandrino e l’aver riportato i muscoli dentro ad un pop un po’ troppo cervellotico o addirittura scioccherellico (chiedere alla triade Stock, Aitken e Waterman). Non era poco. Mi ero altresì ripromesso di non tralasciare un’uscita dei Gaye Bikers On Acid (il mio Drill Your Own Hole il buco non ce l’ha, per dire), degli Age Of Chance o – persino! – dei Jesus Jones. Eppure al terzo singolo avevo già perso interesse. Così non accadde per i veri maestri del genere, che rimangono a tutt’oggi tra i miei beniamini ‘ever’: i Pop Will Eat Itself.

Con un nome del cazzo, un’immagine tra Mad Max e Paul King e una miscela sonora che – repetita juvant – rappresentava una versione con l’acne dei Big Audio Dynamite era altresì vero che questi disadattati sonori, anticipanti di gran lunga Prodigy e Nin, furono i miei prediletti. Non mi perdevo una sola uscita del bizzarro combo capitanato da quel geniaccio di Clint Mansell (che nei NIN ci finirà davvero, oltre a divenire uno dei più pagati compositori di colonne sonore). Erano strani, non facilmente classificabili, avevano un nome preso da un vecchio titolo del NME riguardante i Jamie Wednesday ma che rappresentava un manifesto programmatico; avevano addirittura dedicato un pezzo a Ilona Staller (Touched By The Hand Of Cicciolina, che sferzava di brutto il Touched By The Hand Of God dei New Order), venivano da una diaspora che avrebbe figliato anche i Wonder Stuff (hai detto niente) ma – soprattutto – erano soliti dividere le royalties in perfetto afflato socialista, accreditando ogni composizione ad un fantomatico Vestan Pance, che io credevo fosse lo pseudonimo di Mansell e invece era la band stessa in toto. Che cazzo di vita avevamo prima di Google, vero?

Mi bastò Box Frenzy (Chapter 22, 1987) per caderci dentro, grazie soprattutto alla cover di Love Missile F1-11 dei Sigue Sigue Sputnik (riletta con il vetriolo) e – soprattutto – There Is No Love Between Us Anymore, pezzone che non mancavo di inserire in qualsivoglia C90 pronta ad uscire dalla catena di montaggio della mia cameretta. Cameretta che – allora – pareva quella di Theodore John Kaczynski (Una Bomber), solo declinata vinile. Due singoli e mi ci catapultai dentro di faccia. ‘Fanculo i Sundays e le loro animucce diaframmatiche e anemiche, io stavo di là della barricata, a lanciare molotov, non sospiri. Perdonate l’irruenza della giovane età e anche la scarsa saggezza data da quei tre o quattro ormoni che mi circolavano in loop, ma a me – fondamentalmente – piaceva scovare il ritornello o il gancio perfetto sepolto sotto tonnellate di rumore o urla belluine. E i PWEI erano perfetti, per questo. All’arrivo di This Is The Day… This Is The Hour… This Is This!!! (MCA, 1989) dove ampliavano lo spettro con un impulso da B-Boy, immettendo elementi hip hop, techno, dance (Bomb The Bass, S’Express) e rap… beh, ero un vero e proprio seguace indefesso. Andrebbe ascritto loro almeno il merito d’aver puntigliosamente remato contro una discografia britannica, un po’ come i KLF ma senza il procedere situazionista. Insomma, tanto tuonò che piovve così decisi di andarli a trovare a Londra; volevo stringere la mano a Mansell e dirgli che il loro lavoro nel pop se è vero che – come recitava la denominazione – era un pasto, era altresì sacrosanto che non tutti riuscivano a digerirlo e questo nel mio basico alfabeto significava essere nel giusto. Pochi concetti, semplici e ben enunciati, che ci vuole? Magari ci scappava un promo firmato. Così organizzai un viaggio a tale scopo.

Suonai il campanello della Infectious un sabato pomeriggio alle 17,00 in punto, previo appuntamento telefonico. Palazzo lussuoso, portiere in livrea impaurito da cotanto ardore (non avevo propriamente una mise nobiliare ed ero sudato come Mario Adinolfi) e conseguente veloce telefonata all’ultimo piano. “Vada” la concreta e concisa risposta. Andai. L’infatuazione grebo mi era scemata da tempo, del resto all’alba dei trenta sarebbe stato oltremodo ridicolo girare vestito come un albo della Marvel (cosa consentita solo a Mark Manning, aka Zodiac Mindwarp), ma le consuete 10 ore di scarpinate londinesi alla ricerca di vinili a 0,50 centesimi cadauno lasciavano comunque dei bei segni sul corpo e sulla psiche. A questo pensavo mentre il lussuoso ascensore mi innalzava al quinto piano di un grattacielo ultra moderno; niente a che vedere con le pulciose case discografiche che avevo avuto modo di approcciare negli anni, buchi su improbabili sottoscala o ufficetti alla Marlowe. Qui c’era lusso, quello vero, pareva un Apple Store o una società finanziaria della City e l’aprirsi delle porte della percezione dell’Infectious confermò l’assioma. Vetri, specchi, metalli luccicanti, uffici da metrature pantagrueliche, scrivanie dal design futuristico. Nemmeno un vinile o un cd a far bella mostra. Qualche disco d’oro alle pareti (mi sono sempre chiesto di chi fossero) ma null’altro che ti facesse pensare di essere all’interno di una casa discografica. Altro che grebo, qua imperava la grana. Orde di twentysomething correvano come pazzi da un lato all’altro di quel triste Pentagono senza degnarmi di uno sguardo, indaffaratissimi nel far credere che lì si stava edificando la storia. Cinque interminabili minuti nei quali avevo finito per giocare la parte del classico gatto intento ad attraversare le corsie di un’autostrada trafficata. Un gioco comprensivo di scatti di reni, svisate di bacino e selvaggio ancheggiare; un hula hoop senza fine atto a schivare quei pupazzi dalla faccia schifata. “Chi che ga pan no ga denti” si dice dalle mie parti; questi erano miracolati dal Signore e si permettevano di sbuffare mentre io – con i miei tre o quattro panorami in loop avuti dalla vita – avrei dato l’ego di Scanzi per essere al loro posto.

Come che sia all’improvviso – proprio mentre pensavo se fosse valsa la pena fare tutto quel casino perdendo mezza giornata e almeno una trentina di vinili – vidi materializzarsi al mio cospetto una valchiria sorridente. Non vedevo l’ora di subissarla di domande sulla band, magari erano proprio negli uffici a firmare qualche contratto di edizioni o impegnati in una gang bang furiosa con le colleghe della valchiria. E’ che Dos Dedos Mis Amigos era davvero un grande album, forse il migliore di una carriera che non era mai decollata sul serio, e io non potevo perdermelo. In nessun modo. Clint Mansell cominciava ad essere richiesto come produttore, le riviste dedicavano copertine ai PWEI e il lavoro si era preso una spolverata di stelle quasi ovunque. Avevano rettificato il tiro quel tanto che bastava per sgommare in faccia a tutti quegli epigoni da wasabi e spezie etniche quali Fun-Da-Mental o Senser. Gran disco Dos Dedos Mis Amigos, vacca boia, così come è grande quel Two Fingers My Friends pronto a rappresentarne la versione corroborata di remix che uscirà di lì a poco (prendetelo e mangiatelo. Tutto). Comincia in pompa magna con il più bel rigurgito antinazista di sempre o quantomeno di fine millennio: Ich Bin Ein Auslander.

Listen to the victim, abused by the system the basis is racist, you know that we must face this

E se provate a immaginare Trent Reznor che veste i panni dei Primal Scream di XTRMNTR ci andate vicino: bordate maligne, electrorock saturo, riff metallici e un campione di Kashmir dei Led Zeppelin a infettare un pop da classifica che davvero aveva cominciato a cannibalizzarsi. Singolone perpetuo nella mia top 50 di sempre grazie ad un riff contagioso e un ritornello metallico. Ma mica è tutto qui, che Kick To Kill due o tre cosine ai Rage Against The Machine le insegna ancora, solo con più stile, e Familus Horribilus con il suo cinismo hip hop impererebbe in quella sciacquatura di piatti odierna. “We’re a nation of shoplifters, we’re druggies, petty crooks. It seems to be our style, we haven’t horsey looks”. Un po’ luna park con fame chimica, un po’ Garland Jeffreys che si fa Benjamin Button. E ancora Underbelly, che con la sua osmosi slow core si pone come pietra d’angolo di tutti i Prodigy ascoltati a 16 giri che verranno. Vera Music For A Gilted Generation. Fatman è un ordigno di elettro industrial senza la pacchianeria del genere; dei Public Image Limited pronti ad intravedere il millennio dall’alto dei loro ventanni avrebbero probabilmente suonato così, ovvero Trent(a) spanne sopra la Interscope, etichetta che – ohibò! – declinerà il disco negli Stati Uniti, prendendo scrupolosa nota. Non vi è un attimo di respiro in questi undici brani, ma quando arriva Home capisci che le frecce in faretra sanno sì essere velenose ma anche solo ferire organi vitali. Un Beck che guarda ai Beastie Boys per un ethno rock da rivolta bianca. Pakistanistan in Transglobal Underground, Kick Out The PWEI, Motherfuckers! Cape Connection spariglia ancora una volta le carte con il suo intro chiesastico spolverato d’ambient (e cosa non è il Secret Knowledge Trousered Up Remix! Cosa. Non. È.) prima di farsi Bjork, perdersi nei ritmi Balinesi e inventare gli Apollo 440. Stupefacente. Respirate a lungo prima di approcciare Menofearthereaper, pochi minuti che potrebbero farvi avere miraggi uditivi con il suo porgersi da Stone Roses. Poi però arriva l’Incredible Bongo Band sotto eroina (o qualcosa che vi assomiglia) e un nubifragio di ritmi ancestrali e patterns astrusi prendono il sopravvento sull’ombra spettrale di Brown e Squire, ammantando tutto di un deja vu techno. Inseritela nel vostro prossimo dj set e verranno giù i muri. Everything’s Cool esce su singolo e io sono sicuro che non avete mai sentito dei Nine Inch Nails fare simile, lancinante e uncinante sinteticheria popolare. Are PWEI Electric?

L’entusiasmo era alto dentro quegli uffici mentre attendevo qualcuno che mi degnasse di uno sguardo o quantomeno di un promo, così ripassavo la scaletta di un disco che – allora – mi pareva fondamentale. Pure R.S.V.P. viene edita in formato ridotto, è l’unico punto di contatto col passato (similitudini con There Is No Love Between Us Anymore compaiono in più di un passo) ma in sovrappiù dei fiati falsi come Giuda e un afflato cinematografico ne rendono commestibile il risultato. Babylon chiude con una immersione totale negli anni novanta grazie ai suoi spazi riverberati, alle chitarre quasi shoegazer, ai tamburi nascosti da un missaggio punitivo e ad un’impronta slacker impressa sul pentagramma: Chill Out Or Die. Punto debole – inserito non a caso in chiusura – di un disco pressochè necessario (al tempo) e rugoso (ora). Edificato su muri di rabbia intelligente, Dos Dedos Mis Amigos era (ed è ancora, a maggior ragione in un periodo storico come quello odierno) un pamphlet antifascista come pochi e una macchina da singoli perfetta. Un pisciante cavallo di Troia che sbatte il batocchio all’interno delle classifiche inglesi, lungo le quali si inerpicherà fino ad un dignitosissimo numero 11, indicando una strada di hard rock sintetico, etnico e meticcio a buona parte dei novanta.

E se di Mansell s’è detto (Loving Vincent e The Wrestler nel suo palmarès) si nominino pure Richard ‘Fuzz’ Townshend che – prima di diventare commentatore televisivo per National Geographic – due cosine in proprio con i Bentley Rhythm Ace, i Pigbros e un paio di discreti dischi solisti (Far In e Fuzz Townshend) riuscì a farli. O ancora Richard March che finirà collaborando a sprazzi con i Charlatans e i Misty’s Big Adventure.

Io però ero ancora lì in piedi, abbandonato in mezzo a questo lussuoso obitorio e in preda ad un deficit di attenzione da Guinness dei Primati. Cos’altro aspettarsi allora da questo fagocitante pop che stentava a palesarsi, pensavo mentre la valchiria parlava senza sosta. Farfugliavo a vanvera timide domande ma si percepiva nettamente che la band non era più all’apice delle loro preferenze (e, di lì a poco, neanche delle mie). Avevano qualcosa di meglio mi fece capire, mentre mi porgeva un pacchettino ino ino di cd freschi di stampa, gran parte dei quali immondi. Poi, con un sorriso a 64 denti pari al Commodore, tutta orgogliosa e gongolante come se stesse porgendomi l’ostia consacrata dell’Ultima Cena mi offrì due singoli di una nuova band di sedicenni. Cercai di nascondere la delusione con un sorriso mentre la sua espressione estatica andava pericolosamente appresso a quella di un filatelico dinanzi al Gronchi Rosa. “Tieni”, squittì, “questi sono davvero il futuro dell’indie britannica”. Volevo andarmene al più presto ma avevo una e una soltanto domanda in canna. Alla fine trovai il coraggio e chiedetti dove fossero i Pop Will Eat Itself e Vestan Pance (non ero tremendamente naif?). Mi rispose che erano negli Stati Uniti per delle date e io feci finta di bermela appieno, perché campagnolo e auslander finchè si vuole ma non così sprovveduto. Poi guardai quelle due copertine orrende senza fare una piega e cominciando a far di conto. Erano gli Ash.

Nos Nonos Mis Amigos, per nientes.

Michele Benetello

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