I dischi che piacciono solo a me, credo #43

Meanwhile, Back In Communist RussiaIndian Ink (Jitter, 2001)

Mi fiondo in centro di buonora, com’è d’uopo per tenere alto il livello di misantropia. Ho una tricotica missione da compiere e non devo essere disturbato. La città mugugna sopra mattonelle rese sdrucciolevoli dalla nebbia umida; poche anime a percuotere il selciato con passi frettolosi. Topini e topine ebbri d’amore e di ultimi giorni di scuola prima delle vacanze di Natale, ergo inutile presenziarvi. Sono seduti su scalinate intonse, con capelli dai colori arcobaleno e labbra fameliche. Osservano i rari passanti senza guardarli veramente. Ci sono anche io tra quei passanti; io assieme a rapide e scostanti commesse che ticchettano il porfido in un codice morse a tacco 10. Hanno già il veleno addosso e la giornata deve ancora realmente cominciare. Le capisco e tiro dritto. Assolvo il mio compito prima di avviarmi soddisfatto, pascio e satollo verso i portici del corso in cerca di un silenzioso caffè, quello che diventa sempre il più buono della settimana ed è forse l’unico vero momento di relax di questa carretera, di questa vita balera. E’ allora che le vedo avanzare, ondeggianti come Adelina e Guendalina BlaBla. Fermo la tazza a mezz’aria manco fosse il mio Pasto Nudo personale, pago in fretta e mi fiondo fuori perchè Alea Iacta Est. Ostia. Bene bene bene. Non dimentico mai una faccia, soprattutto se appartenente ad una stronza. Figuriamoci due. Figuriamoci se provenienti da un passato remoto ove solevano canzonare per nove mesi l’anno. L’intera durata delle scuole superiori. Non ero il bersaglio prediletto dei loro mantra offensivi, ma non disdegnavano staffilare con gusto anche da queste parti. Oh, erano cittadine, superbamente gnocche, stronze all’ennesima potenza e adoravano i Queen. Noi no. Noi eravamo i campagnoli puzzolenti, i parìa, lo scarto sbagliato, il fastidio dell’ultimo banco e – soprattutto – ai Queen non ci saremmo accostati. Né allora né mai. Different Class. Con noi non si parlava senza indossare una smorfia di disgusto o canzonarci i pantaloni in saldo e le camicie fuori moda. Non eravamo nemmeno degni di essere apostrofati come freak o nerd. Feccia, quello eravamo. Feccia medievale, decentrata e periferica. Puzzavamo, dicevano. Puzzavamo di povero; e non avevamo nemmeno i soldi per farci una ’nafta’ la domenica pomeriggio in centro. Già, non li avevamo, allora? Non venivamo nemmeno in centro se è per questo, ci avreste risputati come organismi estranei, magari facendoci corcare di botte dai vostri muscolosi fidanzati con la Vespa. Ma sono passati tanti anni, giusto? Troppi. Però ora vi vedo avanzare lungo l’arteria principale di questa merda di capoluogo e mi sovvengono un par di cosine in testa. Bene bene. Molto bene. Splendidamente bene. Posso mettere a frutto le mie due virtù principali: la pazienza e il saper riconoscere i tratti somatici. E i vostri li riconosco eccome. E così spero di voi. Un’occhiata inequivocabile, un sorriso sprezzante (mio, stavolta) e la consapevolezza che di tutta quella pseudo nobiltà gettataci in faccia con disprezzo non è rimasto più nulla. Baffute, sfatte, rancorose, rassegnate. Olè! Aveste sotto le mani la foto di fine anno scolastico 1985 vi buttereste nel Sile ghiacciato (e oggi fa freddo, ve lo garantisco) tanto siete cambiate. La vostra beltà aveva un timer incorporato, e probabilmente anche la vostra maligna way of life, accantonata vostro malgrado per cause di forza maggiore quando, improvvvisamente, vi siete ritrovate dall’altra parte della barricata. Questo vi è rimasto appiccicato addosso e io immagino anche il non visibile, perchè solo voi pensavate fossi tonto. Immagino i figli adolescenti che vi sfibrano; il marito che gioca a calcetto due volte alla settimana e torna tardi, stranamente troppo tardi; immagino che facciate i conti ogni santo giorno con questa vita che vi siete disegnate addosso con una matita dalla punta spezzata. Immagino che non andiate al cinema da quando è uscito Il Tempo delle Mele, ma solo Sophie Marceau è rimasta uguale. Voi no. COME. MI. DISPIACE. Immagino il rancore che è salito, salito, salito. Cresciuto e montato come panna acida di pari passo con la consapevolezza che… no, non era quello che vi eravate prefissate quando i vostri bei capelli lunghi e dei fisici spaziali – appositamente in bella vista – bloccavano i corridoi. Immagino che quei capelli (più stanchi di voi) abbiano bisogno di una seduta dal parrucchiere ma non avete tempo o voglia. O entrambe, perchè ‘ormai, tanto…’.

Immagino, posso.

Rallento impercettibilmente per godermi la scena, necessiterebbe un disco adatto a questo regolamento di conti, tardivo ma giusto. Uno qualsiasi, il primo che mi viene in mente magari. Ho tutto il tempo del mondo visto che pare cristallizzarsi proprio ora, mentre proseguo appositamente verso la direzione delle due artiste prima conosciute come stronze. Chi si perde un attimo così, care Adelina e Guendalina? Un attimo atteso e bramato per un terzo di secolo? Sembro Errol Flynn in confronto al vostro misero e stanco trascinare e ne siete consapevoli. Il che è tutto dire. Avete scritto Biagio Antonacci su quei polsi mollicci e quei pori grassi e sudati. Avete scritto Giorgia, Emma, Annalisa, Noemi. Che qui manco un cognome si è più in grado di avere. Le mie stimmate Half Man Half Biscuit non saran state granchè ma – a differenza vostra – le indossavo orgogliosamente e non ero disposto a mollarle a mare al primo avviso di risacca. Insomma, mi servirebbe un disco dalla dicitura lunga, che affoghi nelle sabbie mobili la vostra ignoranza già corposa all’epoca e temo divenuta ormai abissale oggi. COME. MI. DISPIACE. Qualcosa di calibrato, che tanto io ‘ero un coglione perchè mi piacevano le sopracciglia di Brezhnev, eh?’. Un disco cristiddio, uno solo basterebbe. Ma niente, che questo freddo da Unione Sovietica increspa tutto. A proposito, ecco: i Meanwhile, Back In Communist Russia ad esempio, che mi sovvengono giusto quando vi passo appositamente appresso scorgendovi a capo chino e imporporate in viso.

Io so che voi sapete che io so che un Arcipelago Gulag dove congelare i vostri sentimenti ve lo avrei servito su due piedi, allora. Oggi – che sono diventato buono – no, non più. Rallento ulteriormente mentre la coppia – visibilmente imbarazzata – aumenta il passo, tanto da dedurre che nemmeno loro lo dimentichino un volto sebbene siano passati 35 anni, soprattutto se disprezzato per un lungo piano quinquennale col resto di uno. Sono multitasking quando voglio, ergo riesco ad espellere questi pensieri e rimembrare anche di un cd praticamente passato sotto silenzio eppure meritevole assai. Indian Ink dei Meanwhile, Back In Communist Russia… che nome del cazzo. Talmente sciocco da risultare intrigante. Non ricordo come mi arrivò in casa ma ricordo benissimo le gran remore nell’approcciarlo dacchè lo si indicava come Mare Magnum di post-rock, post-Radiohead, post tutto. Mi si rizzavano (e mi si rizzano ancora oggi) i peli del petto all’imbattermi in siffatto mercimonio di progressive riveduto e corretto. Problema mio, chiaro, e nemmeno quel rimembrare di sfuggita gli Arab Strap riusciva a rendermi partecipe all’ascolto. Eppure ci provai, non so perchè ma ci provai. Forse per noia, per testarmi, perchè ormai tutto era stato detto e ‘questo silenzio, non vale neanche una parola nè una sola e quindi…Stop! Dimentica’. Fatto sta che l’approcciai beandomi delle melmose atmosfere di questo quintetto di Oxford. Oh, intendiamoci, gente che non ha lasciato nessuna traccia nel firmamento rock, nè pre nè post. Gente da cercar di notte suonando campanelli con il gomito, e non fosse stato per la gentilezza di qualcuno provvisto del mio indirizzo di casa mi sarebbe sfuggito senza alcun senso di colpa. Invece vi trovai un solenne divampare di atmosfere plumbee, granito noise, campionature astruse, paesaggi sonori lunari e un goccio di pop. Poco, tanto quanto l’angostura in un buon Americano. Carriera veloce con due soli album all’attivo ma grosse soddisfazioni: dalle lodi di John Peel (tre sessions in cantiere e Morning-After Pill inserito al numero 11 della 2001 Festive Fifty) al dividere il palco con i Pulp. 8 brani per soli 30 minuti di impatti sonori, che con voi due non serve troppo tempo. Intanto rallento e comincio far di conto, mentre Anastasia e Genoveffa non sanno più che pesci pigliare avendo capito il mio gioco. Le tampino a rispettosa distanza, sentono il fiato sul collo e a me invece risuona proprio Morning-After Pill (messa in chiusura), ovvero il monolite di inarrivabile bellezza. Rigurgiti acidi, lunghi droni chitarristici dal volo magico. Sinanche i Breathless dei primi tre miracolosi singoli (Ageless è dietro l’angolo). Pura emozione sulla quale si staglia la voce di Emily Gray a declamare nonsense in una sorta di trance avulsa. Ma, a ritroso di quest’album fosco, quasi psichiatrico e sferzato dalle intemperie, vi sono altrettante magie psicotiche. Now I Am Lifting ad esempio, che suona come dei Bark Psychosis inghiottiti dal permafrost mentre una batteria di macchine pulsanti avanza minacciosa su cingolati noise prima di perdersi nello spazio siderale. Life-Support li riporta nell’atmosfera tramite un arpeggio ripetuto all’infinito o forse solo per tre minuti e quarantadue secondi prima di cedere a pulviscoli pop. Acid Drops è onomatopeica e altro non so dir ma inalo e passo. In Sacred Mountain non è difficile immaginarvi uno Spirit Of Eden (sebbene declinato sugli inferi e col peccato originale) mentre la cavalcata Blindspot/Invisible Bend insegna a tutti cosa avrebbe dovuto essere lo shoegazer se quelle pillole fossero state zeppe di citrato di sildenafil e la saturazione dei suoni avessero avuto un senso compiuto. Delay-Decay-Attack è un carillon che si inerpica su fino al Monte Zion, il Silver Mt.Zion di Mountains Made Of Steam (Horses In The Sky è del 2005, lo sottolineo in corpo 18). Da qui sopra la vista è meravigliosa. I Sovietici assorbono l’aria rarefatta innestandola su rigurgiti di batterie sintetiche. Un disagio spettacolare. No Cigar apre l’album ed la fine che consegno alla coppia per una sorta di legge del contrappasso. Marcia maligna che va a cozzare su pulsare di chitarre acide. I compaesani mezzibusto (Radiohead, per gli addetti) qualche nota a piè di pagina andranno di lì a poco a segnarsela sul taccuino. All’arrivo di My Elixir; My Poison (Truck, 2003), ennesimo accecante bagliore l’avventura è virtualmente conclusa.

A tutto questo riesco a far fronte in un mattino di gelo promiscuo, comprimendo la mezz’ora di musica (coadiuvato da un buon reminder casalingo successivo) dentro l’occhiata definitiva alle ex virago. Una abbozza un mezzo sorriso indeciso, l’altra – probabilmente ancora provvista di barlumi della luciferina virtù giovanile (che non erano le tette) – cerca di risultare altrettanto sprezzante, senza riuscirvi. Sei giù nella catena alimentare, mia cara. Giù giù, a valle. Sei la Fossa delle Marianne della tua disperazione. Chiunque oggi potrebbe incenerirti con uno sguardo, specialità olimpica nella quale eri plurimedagliata in quei primi anni ottanta. C’est la vie, ma chérie.

Mi è servita una lunga fila di anni per pareggiare i conti, ma sapevo che sarebbe arrivato il momento. Alzo la testa e vi squadro un’ultima volta da capo a piedi; contraccambiate ancora lo sguardo, intimidite da quell’ardire al quale non eravate abituate quando possedevate una parvenza di silhouette. La più stronza stavolta arrossisce fingendo di interessarsi a una vetrina. Non serve nemmeno una parola, nè una sola e quindi stop! Dimentica. Giustizia è fatta. Missione compiuta. Meanwhile, Back In Communist Russia. O solo a casa.

Michele Benetello

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