I dischi che piacciono solo a me, credo #48

Peter CoyleI’d Sacrifice 8 Orgasms With Shirley MacLaine Just To Be There (Big Big Massive, 1988)


Conosco gente (conoscevo, via… il passare dell’età almeno porta consapevolezza e cesoie affilate) che metteva una tacca sulla pistola – no pun intended – ad ogni donna vidimata. Passata per le Forche Caudine, intendo. Consuetudine bizzarra ne convengo, pure molto cafona sebbene ancora in voga anche tra i vostri beniamini pop. Consuetudine che non intendo commentare, tanto più che io l’ho sempre messa in atto con i dischi, che almeno durano molto di più di qualche amore sebbene le gradazioni siano le medesime (da ‘poor’ a ‘mint’, in pratica). Mi spiego: sono in grado – dopo tutti questi lustri – di estrarre dal cilindro tutte le informazioni relative all’acquisto di (quasi) ogni singolo pezzo in mio possesso; perlomeno dei pezzi più importanti. Che poi questi, nel mio caso, rappresentino la quasi totalità del patrimonio è altro par di maniche. Certo, pure di alcune bizzarrie mi è rimasto tatuato addosso e su Filemaker Pro almeno il giorno dell’acquisto o il negozio, e sono consapevole che gettare soldi da Cheapo Cheapo il giorno della Befana 1999 per i singoli dei Younger Younger 28s non sia propriamente da persone che dovreste annoverare tra gli amici. Io ve l’ho detto, poi vedete voi.

Per farla breve: potrei dirvi esattamente dove ho fatto mio il primo agognatissimo disco dei Ramones (da Gola, una fredda mattina in cui non c’era lezione. Per me); non avrei esitazioni nel commentarvi il lungo viaggio verso le Marche nel quale mi si svelò The Seduction dei Ludus, in un tardo pomeriggio di sole e Campari. O il fetido scantinato in cui – nel primo settembre londinese della mia vita – arraffai con mia somma gioia et godimento High Holy Disco Mass dei DVA (notate la sottigliezza) e un Fourth Drawer Down gatefold. E ancora: Storm The Gates Of Heaven di Jayne County & The Electric Chairs (vinile rosso) del quale vi ho già ampiamente scartavetrato i santissimi tempo addietro. O Colloquio dei Le Masque, l’unico vinile giunto tra le mie mani in piena notte. E ancora Temptation dei New Order, uno dei primi 12″ arrivati in casa – acquistato alle quattro del pomeriggio del 15 maggio 1982 (un Blue Saturday) e lasciato sul piatto a pulsare per mesi. Up, down, turn around please don’t let me hit the ground.
E poi Coil, Menswear, Dare degli Human League, Cardiacs. I ‘miei’ Garland Jeffreys, presi quasi tutti in blocco durante un week end compulsivo di metà novanta. O la Joan Armatrading di My Myself I che cercai alacremente grazie a Carlo Massarini. O ancora i Passions di Sanctuary, ovvero una delle epifanie della vita, rivelatasi tra una mozzarella in carrozza (alle acciughe, chiaro… mica serve sottolinearlo) e uno sciopero. Insomma tutto ‘sto bla bla bla (non è un gruppo) è conservato dentro quei quattro miseri giga della mia scatola cranica. Non ci credete? Prendiamo The Correct Use Of Soap dei Magazine ad esempio, disco che conservo uno e trino con la prima copia comperata agli albori delle fiere del disco, la seconda – quella USA con titolo in rilievo e copertina bianca – a Camden Lock per due sterline e la terza (quella in cd) in un periodo di riedizioni compulsive assieme a Play e al cofanetto. Potrei altresì dirvi di The Spangle Maker dei Cocteau Twins, costato come un Bulgari in prossimità della Pasqua del 1984 (12.500 lire da Compact Disc. Dodicimilacinquecento!) o Suedehead di Morrissey su 12″, regalo di una bella donna il giorno di San Valentino del 1988. O ancora del mio primo Sulk (Stereoclub, dopo un attesa infinita) e così via fino al Numero Uno, il decino di Paperone del quale sarà necessario parlare in separata sede perché non ne vado granché orgoglioso. Insomma vi potrei fare una mappa della mia vita solo mettendo ordinatamente in fila i miei vinili, come un Rainman a 33 giri che non sa chi gioca in prima base. Li conosco quasi tutti quei figlioli prodighi pronti a ritornare sulla retta via, ovvero la mia umile magione. Quasi, già. Ci sono delle pecorelle smarrite che sfuggono ancora al controllo, mi osservano dall’alto degli scaffali e non mancano di farmi un rassegnato risolino di canzonatura ogniqualvolta – raramente, invero – io li rimetta sul piatto.

Peter Coyle è uno di queste pecorelle. L’uomo preda dei sogni adolescenziali di tutte le mia compagne di classe (tolta la testa d’uovo dall’immenso Q.I. che trovava arrapante Freddie Mercury), l’uomo sorridente a Top Of The Pops con il sodale Jeremy Kelly in quel tenue declinare pop di Eyeless In Gaza chiamato The Lotus Eaters. L’uomo che dedicava singoli a Louise Brooks (It Hurts), l’uomo titolare di una discreta attività in proprio pure (sei album a tutt’oggi). Nemmeno dopo una infinita serie di rimandi e incroci ho ricordi dell’acquisto del suo debutto, quel I’d Sacrifice 8 Orgasms With Shirley MacLaine Just To Be There (carino il titolo, vero?) che ho riesumato giustappunto qualche giorno fa, giusto per vedere e dire a tutti l’effetto che fa (o solo provare ad espandere quei quattro giga di poco sopra). Niente, zero. Un vero e proprio buco nero. L’archivio dei file di casa – sorta di Babele delle buone maniere – non ha altresì aiutato: nessun cenno sulla data, zero informazioni riguardo il prezzo pagato per cotanto manufatto, nessuna collocazione geografica d’acquisto. Lo ritrovo tra quelli archiviati (e vidimati, dunque già con la tacca sulla pistola) ma non ne conservo memoria e questa è una cosa che certifica l’essere bacucco. Insomma, tra queste quattro mura Peter Coyle non ha coordinate; è un apolide senza alcun documento, privo di passaporto vinilico. A dar retta alla morale imperante andrebbe lasciato affogare su mp3 o aiutato a casa sua, ma qui gli scaffali sono aperti a tutti, come giustifica quel Giovani Giovanotti ancora sigillato che occhieggia dall’angolo più remoto della truppa di quelli formerly knows as ‘ancora da ascoltare’.

Lo prendo (Coyle, non il Cherubini), lo prendo e lo riguardo nel suo splendore – stavolta sì ‘mint’ – scoprendovi all’interno meraviglie mai assimilate appieno, tra un foglietto da amanuense e una timida cartolina. Chissà da quanto giace speranzoso di una seconda chance. Chissà quando l’ho comprato. Chissà perché, pure. A parte lo strepitoso titolo. Ma la prima mattinata di freddo della stagione incalza e quell’orrendo ellepi dei Tulpä (arraffato qualche giorno fa solo perché erano su Midnight Music) reclama pulizia dei padiglioni auricolari. Umbratile clima da Coyle allora, laddove unire piacere e dovere si chiama fare di necessità virtù: Hungry comincia al suo meglio quasi fosse uno scherno Psychic Tv (circa Ov Power) declinato su un’alcova etero in odor di trip hop. La sorpresa è grande ma il difetto di memoria ancor di più se è vero che Mouth Of Need si immagina adagiata su una Motown in riva al Mersey: groove aguzzo, sospirar di riverberi e un sacco di domande a frullare in testa. Hey Hearthlings bissa lo stupore scoprendo sempre più un Coyle dall’afflato black. Peter And The Family Stone. Sì, ma… aspetta: O My God sarebbe stato un succoso successo indie, se solo ce ne fossimo accorti al tempo. Non è mai troppo tardi. O quantomeno non lo è ancora se diamo ascolto a quel loop di arpeggio secco di funk bianco che spaia la geografia britannica tra un Bristol, un falsetto arido e un Jamiroquai che non è difficile tratteggiare indie. L’invocazione ci sta tutta. Black Angel non sai se proviene dalla giugulare di Barry Adamson o dalla colonna sonora di Shaft. Solo vergata da Trent Reznor. Ci credereste che l’efebico mangiatore di loto si potesse scoprire così nerborutamente peloso? Dovrei recuperare le compagne di classe, per chiederlo, ma temo siano su qualche gruppo di whatsapp ad organizzare vendite di Olio31 per la Just. 8 Orgasms si spiega da sé ma di mio vi aggiungerei un fattore sorpresa scoprendovi sull’attacco una vocalità da teatro kabuki. Drumming feroce e sibillino, qualche ‘surface noise’ di synth e Coyle che rincorre gli incastri ritmici per quattro minuti. Peter Gabriel III in osmosi con il Tricky di Maxinquaye o soltanto Liverpool che sa farsi Sheffield prima di ritornare alle brughiere umide della casa madre senza alcun senso del peccato (questa la capiremo in tre, mi sa) con Dawn With No One. Così fa Moonshine, che svicola in un synth pop ondivago, nervoso e schizofrenico. E ancora il funk all’aceto di Suck On The Sugarbone, più adatto ai Renegade Soundwave e alla Mute o la schizoide Say Something che quasi quasi ti par di udire Danielle Dax e invece non credi alle tue orecchie. Vedi un po’ il Coyle cosa ti combinava, ostia. Whore Me Whore You continua con un’irrequietudine sacrificata sull’altare della bizzarria armonica ma è con la soavità post coito di Into The Waves che ci accendiamo la sigaretta, stremati ma appagati.
Lo ripongo tra i casi irrisolti e penso che al cambio attuale l’esordio di Peter Coyle consta di 12 tracce, metà delle quali valevano ampiamente il sacrificio del titolo.

Michele Benetello

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