I dischi che piacciono solo a me, credo #53

Ari-UpDread More Dan Dead (Collision: Cause Of Chapter 3, 2005)

In The Beginning There Was Cagacazzi.

Ne ho incontrati di mentecatti, in questo ricettacolo di casi umani chiamato vita. E quasi tutti orbitanti attorno al mondo dell’arte, vera o presunta che sia: piccati rivoluzionari da salotto, egomaniaci Mastercard, anaffettivi attaccati al complesso di Edipo, imbrattamuri del cazzo, piccoli pezzi di guano foraggiati dalla partita iva degli antenati, compari di Campari. Gentaglia che non saprebbe pigiare il bottone dell’ascensore per tornare nella hall di un quattro stelle – prontamente recensito con stizza su Tripadvisor – ma che si sente in dovere di pontificare sullo scibile umano e che, probabilmente, in un qualsiasi paese dotato di buon senso e buon gusto sarebbe in tutt’altre faccende affaccendata. Tipo in coda per il reddito di cittadinanza urlando ‘onestah!’ mentre si vanta col fidato scudiero della sedicenne circuita nel backstage. Vi erano intere comitive di codesti agglomerati batteriologici circolanti dentro il pop rock italiota, ognuno provvisto del suo bel disagio da traslare conto terzi e della propria visione del mondo politicamente corretta – come se fosse un caffè, cristiddio – da imporre agli altri. Roba da farci una serie su Netflix, o mollarli su un bacino del Rio delle Amazzoni in attesa del Candirù. Non parlo esclusivamente dei vostri beniamini da festivalinoinoino indie o da tour dei quartieri del capoluogo provvisti di liturgico breviario alla Bono. Non solo quantomeno. Ce n’è ancora un’infinità di questi sesquipedali babbei, sebbene stiano progressivamente sparendo soppiantati da algoritmi, a dimostrazione che il progresso e la musica liquida almeno sono serviti a qualcosa. Poco, ma ce lo facciamo bastare. Sono certo abbiate anche voi la Top Ten del disagio rock italiota, la manata di ascari magni che negli anni vi hanno definitivamente atrofizzato i testicoli e fatto voltare il capo verso i Whitehouse o i Type 0 Negative (stronzo per stronzo almeno che lo sia totalmente). Inutile che fingiate di fare altro o che abbassiate il capo come se foste soggetti ad interrogazione di fine quadrimestre. Vi vedo che ce l’avete. Ne sono certo, ce l’avete eccome e dovrete portarvela appresso finchè morte (loro) non vi separi.

Come che sia questa meraviglia di Ari Up l’acquistai incidentalmente proprio da uno di questi cherubini del malessere in un mordi e fuggi che per fortuna non ebbe conseguenze se non quella di rimanermi appiccicato addosso con congruo fastidio. Mi dolgo assai nel ricordare codesti oscuri momenti, quando potremmo invece discernere di tutto il bello che il mondo delle canzoni ci ha inciso lungo tutta la spirale del dna, quindi vi chiedo di scusare lo sfogo, assicurandovi che non sono sempre così, ho anche dei difetti.

Era d’estate, come nella canzone di Sergio Endrigo. Le ultime vestigia di un’estate di metà anni zero, di quelle ancora intasate dall’entusiasmo delle possibilità. Avevo ancora il mangianastri in auto, rudimentale lettore di cassette non ancora soppiantato dal compact disc. Giusto per sottolineare il mio essere sul pezzo. Un’estate euforica ed ‘eurorica’, che quella strana moneta colorata era da non molto entrata in circolazione e tutti credevamo di avere un coefficente d’acquisto pari allo yen. Una di quelle calde come Iddio comanda e con pochi over sessanta dai pantaloni color terra di siena bruciata. Insomma, avete capito. C’eravate. C’eravate e probabilmente eravate intenti anche voi a schivare questi escrementi desossiribonucleici, magari con una bella miscela di C90 in auto (me ne ero fatta una fantastica titolata The Queen Of Eyes dove dentro cinguettavano Cha Cha Cohen e… scusate, sembro il Dottor Divago). Quelli che poi – puntualmente – vi siete ritrovati sui social. E come è dura la vita, passata in gran parte a dribblare tali emissari degli inferi. Ma non tutti i mali vengono per nuocere visto che mi imbattei nel caso umano oggetto della nostra discussione in quanto titolare di un negozio di dischi di stanza in una nota località di villeggiatura.

L’orario era quello della vasca serale sul corso, in un florilegio di tatuaggi e muscoli abbronzati, quello strano imbrunire che non è più meriggio ma non si può ancora vidimare come cena. Lo chiamano aperitivo. La porticina invogliava sebbene avesse un poster dei Blink 182, dei cofanetti strizzavano l’occhio dalle vetrine spartane, la noia bussava impellente e i Gin Tonic avrebbero tranquillamente aspettato visto che ero andato stramaledettamente lungo con i tempi. Potevo non entrare? Potevo non rimanere deluso davanti a 200 metri quadri di nulla? Anzi: di un brutto nulla? Una cattedrale nel deserto, edificata su magliette di dubbio gusto (Green Day, Skunk Anansie), cestoni da autogrill, poster che manco alla Standa dei tempi d’oro e un nulla spinto che era quasi prassi in quegli anni confusi. La discografia stava cambiando a passi veloci e nemmeno Darwin avrebbe potuto immaginarne l’evoluzione, di lì a poco. Nemmeno io, che stavo girando deluso. Delusissimo, estremamente deluso. Ero sicuro di riuscire a trovare il souvenir della vacanza (mi porto sempre a casa un disco da ogni luogo che visito) ma non c’era verso di scovare qualcosa di potabile in mezzo a quei Cardigans, Anouk, Luca Dirisio, No Doubt, dARI (ve li ricordate?) e Gazosa. A svettare su cotanto senno un probabile fan dei Muse in guisa di titolare. L’omuncolo mi scrutava sospettoso, ricambiato, in un gioco di specchi del cazzo. Illo forse pensava a una manovra di taccheggio, io invece ero certo fosse un cagacazzi epocale. Così, sulla fiducia. Sulla fiducia e su quei tratti somatici rancorosi e annoiati al limite del vilipendio. Ne ebbi conferma una volta avvicinatomi alla cassa, incuriosito da alcune vaschette con la dicitura ‘offerte’ in corpo 72. Manco fossimo stati in chiesa. Vaschette che stivavano al proprio interno a due euro (d-u-e-e-u-r-o) una bombazza di roba proveniente in massima parte della gloriosa distribuzione Wide Records (Iddio li abbia sempre in gloria, le mie preghiere serali e seriali non mancano mai di santificarne le gesta, la distribuzione e i manufatti). Cominciai a setacciare e annettermi gran parte di quel ben di Dio, un talamo dove in un meretricio di amorosi sensi le più disparate categorie della musica ‘che ci piace a noi’ s’accompagnavano. Di qualcosa ero fornito (Glomming Geek, Transmisia, Il Generale e Ludus Pinski, Yellowcake) ma parte di quel bottino era a me destinato (due nomi? Mark Stewart e la raccolta New York City Salsa). E per censo e per ‘virtute e canoscenza’. Ma non vorrei star qui a rovinarvi una giornata che immagino già incasinata di suo ergo mi concentrerò sull’espressione infastidita del sommo, visibilmente irritato dalla mia bulimica pila, pronto a piantare i gomiti sul bancone, magari credendosi Barry di Championship Vinyl. Con un’unica, piccolissima differenza: quest’ultimo spargeva per l’aere la Beta Band mentre il babbeo non aveva manco uno straccio di filodiffusione. Pezzente su tutta la linea. The Story of a Charmless Man. Sembrava gli stessi facendo un affronto personale. Lui era lì per appioppare i Luca Dirisio a bavaresi sprovveduti, non per farsi sottrarre via a due euro la Soul Jazz. Ero l’unico avventore di quell’ora che volge al desìo i commessi e forse per questo si sentì in dovere di cominciare un annoiato ma fastidioso interrogatorio che abbracciava in maniera funesta gran parte dell’umana esistenza, dai dati sensibili alla situazione sentimentale passando per il supporto fonografico preferito. Io la vedevo la legge sulla privacy – lì sotto – immolarsi con un rantolo. Era incazzato nero, l’arrogante bottegaio, e avrei davvero voluto esplodere con un tono metallico standard che “quando io ascoltavo i Dead Kennedys tu nemmeno bla bla bla”. Invece mi cassai la favella – ‘che le energie vanno sprecate per chi davvero merita – limitandomi a contare la pila sopra il bancone, seguito dalle convulse occhiate della persona che stava con me; occhiate che oscillavano dal ‘paga e andiamo via, è un babbeo’ a ‘che aspetti? Mandalo a quel paese‘. Non con queste parole. Sborsai quel foglio colorato e misi tutto dentro la capiente sacca che mi portavo appresso perché figuriamoci se il neurone aveva buste. Giammai.

Ma non poteva finire così. Lo diceva anche Ramazzotti Eros da Roma, l’uomo dalle adenoidi taurine: “e allora no non può finire qui, la vita inventerò ancora per un po’. No che non può che non può finire così, qualcuno troverò, E rinascerò” Mi bastava molto meno ma potevo capire colui che per una intera esistenza aveva anelato a una terra promessa; così – prima di uscire – perimetrando con lo sguardo la pulciosa cattedrale nel deserto sentii sibilare la mia accompagnatrice con un font chiaro ma neutrale (un Times New Roman corsivo, tipo) qualcosa che non ricordo con esattezza ma era pressochè riconducibile a ‘Ma che problemi ha questo pirla, che tu a 25 anni avevi già più dischi di questo postaccio’. ‘Già, e senza Luca Dirisio‘, mi trovai costretto a replicare.

Uscii con il mio cuoricino da ghepardo pascio, mi sentivo sollevato e libero di lanciare un’anatema al rancoroso titolare di partita Iva. Soltanto una volta arrivato a casa realizzai la portata di ciò che ero riuscito a far mio, con il valore aggiunto dato da un disco immenso e criminalmente passato sotto silenzio: quello di Ari Up. Inutile tracciarne curriculum o legami familiari, chiunque si sia mai trovato a passeggiare da queste parti ha dentro i propri scaffali l’esordio delle Slits (per inciso: sia lode e gloria a Dennis Bovell). Senza dilungarsi troppo: è cosa buona e giusta, quel disco. Così come è altrettanto buono e giusto Dread More Dan Dead, per noi, che c’abbiamo tutti un reggae da piangere. Il mio è questo. Disco enorme, provvisto di tracce in numero di 12 più un video a condire, di apertura alare congrua, di liquoroso levare in alto tasso alcolemico e di carbonara resistenza all’esposizione. Non se l’è filato nessuno, in soldoni, e sappiate che mi piange il cuore non aver potuto comunicare in alcun modo alla titolare come questa sua opera mi abbia accompagnato durante questi 15 anni. Non vi è cambio di stagione o periodo che oscilla dall’euforia alla paturnia che Dread More Dan Dead non si sparga per la casa con quel suo saltellare al sanguinaccio, quei carpiati lovers rock, quei martedì grassi di dancehall, quell’electro sguincia sotto falso nome. C’è del punk, c’è del dub, ci sono afflati politici e ninne nanne d’amore folk, colorate filastrocche e ritmati accenni jungle. C’è della techno apolide e dell’electro in candeggio. C’è tutto quel mondo di Ariane Daniela Forster che abbiamo imparato ad amare e seguire saltando in una gioiosa e giocosa ribellione sin da quell’imprescindibile ‘taglio’ sfregiato al mondo da quella meravigliosa congrega di caramello nucleare chiamata Slits. Siamo da quelle parti, solo nell’altro emisfero e con le unghie ripulite dal fango di quella copertina.

Molotov felici, lamette con i petali e guerrieri fioriti (True Warrior, dedicata al compagno deceduto), di questo è fatto Dread More Dan Dead. Un disco – nonostante tutto – pieno di gioia di vivere, come si evince sin dall’iniziale Baby Mother dove su una base di zabaione, ganja e zenzero Ari è libera di scorrazzare su prati trip hop, electro e dub&bass in una felicità contagiosa. Ma è proprio True Warrior il pezzo forte di un disco che fa della serenità la sua arma mortale, reggae ventricolare in un declamare di preghiere e amore. Un solo amore. One Love. Exterminator ha la statura di una colonna sonora post-apocalittica innescata su suoni sinistri pronti a deflagrare in pieno petto a Me Done (ma non sarebber perfetto Tiga qui dentro?) e Young Boy. Che con due canzoni così ci fai una zuppa di rocksteady. Vi vedo che state scuotendo la testa e con essa degli immaginari dreadlocks. Bashment è già un’intelaiatura trap solo che indossa le culottes di Rihanna e agita le terga negli sobborghi di Kingston. Kill Em With Love pascola sui prati del lovers rock e non ho difficoltà ad immaginarla in una top ten britannica post Brexit mentre Allergic è un Atari Teenage Ari(ot). Però no. Can’t Share suona come delle Bananarama incazzate e sia chiaro che è un complimento. Can’t Trust the Majority Mass si spiega dal titolo e dagli intricati zampilli ritmici che vi fanno sudare le orecchie. Uno strumentale di Baby Mother buono per tutte le stagioni (da James Bond a Goldie) e la traccia vocale di Me Done sigillano l’ultima avventura di Ari prima di lasciare questo mondo.

Mi manca, la smilza figlioccia di Lydon, quella che ebbe per padrini Udo Jürgens e Jon Anderson. La Baby Whitey di Woman Wheh Yu Pride ma anche la Rude Girl quattordicenne pronta a farsi insegnare da Joe Strummer i primi accordi sulla chitarra. Mi mancano le sue arrabbiature in levare e il suo carattere dinamitardo, fuori dalle righe e – spesso – talmente irragionevole da portarla ai limiti, come quando decise di crescere i due figli nella foresta del Belize, costringendosi poi a darli in affido a Nora e a Lydon in quanto incapaci di leggere e parlare correttamente. O ancora la Ari Up che, già malata – pur di non perdere i dreadlocks – rifiutò qualsiasi cura chemioterapica preferendo affidarsi ad uno stregone giamaicano. La Ariane Daniela Forster; una Typical Girl, proprio.

Sono dieci anni esatti che Ari Up non è più tra noi, e cinque in più dalla scoperta in casa dell’arrogante bottegaio, capitolato pochi mesi dopo quell’infausto giorno per manifesta inferiorità. Con lui sono spariti tutti i Luca Dirisio del mondo. Al posto dei 200 metri quadrati di nulla ora credo ci sia un negozio di cornici. Già me lo vedo quel poster dei Blink 182 racchiuso in una elegante intelaiatura del secolo scorso.

Michele Benetello

2 pensieri su “I dischi che piacciono solo a me, credo #53

  1. Perché una volta o l’altra, vecio, non raccogli un po’ di questi “recensicoli” in un qualche formato, magari quello “cartalogico”? Perché lo meriterebbero, e anche il loro autore lo meriterebbe.

    • Ciao Orgio, grazie per la stima. Di solito però succede a quelli bravi 🙂 Più che altro sarebbe per non lasciarli vagare per la rete, ma ho gli rtf per quello. Quindi va bene accussì.

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