Köln 1975, il capitalismo killer e il disco più bello dell’anno

In questo anno matto, mi trovo a leggere e ascoltare cose che fino a poco tempo fa non mi interessavano, di cui non mi occupavo. Forse la sensazione di sospensione, forse la reale messa in attesa di ogni progetto per il presente e per il futuro – tenere la posizione è l’unico ordine accettabile, in questo 2020 da incubo -, forse la curiosità, da sempre mio personalissimo salvagente, mi portano a distrarmi, a perdermi in ricerche futili, a scoprire personaggi che mi erano ignoti e a mettere insieme cose, idee e pulsioni diverse quando non divergenti.

“É pur vero che quelli erano tempi oscuri in cui un uomo saggio doveva pensare cose in contraddizione fra loro”, diceva il buon Adso da Melk parlando (se non sbaglio) del suo maestro Guglielmo da Baskerville ne Il nome della rosa di quell’Umberto Eco, studioso che tanto criticavo quand’era vivo e ci parlavo in osteria, e oggi, in questo disastro culturale, sociale e umano rimpiango come una stella luminosa perduta.

E, allora, mi lascio andare a ricerche e pensieri tanto diversi tra loro, da trovare una sintesi perfetta nel caos di questa fine di ventennio in cui molto speravo e da cui molto poco ho visto germogliare.

Di recente il famosissimo pianista americano Keith Jarrett ha condiviso col mondo – attraverso le pagine del New York Times – il suo dramma: colpito da due ictus nel 2018, ha metà del corpo paralizzato e non può più suonare. “Attualmente, non sono un pianista”, ha confessato al giornalista che lo intervistava.

Non conosco approfonditamente la musica di Jarrett, né sono un assiduo frequentatore di jazz – anche se, ammetto, mi trovo sempre più spesso a far suonare dischi di Charlie Parker, John Coltrane e, soprattutto, dello svitassimo e bellissimo Chet Baker che con Elvis Costello è probabilmente il mio ascolto più frequente degli ultimi mesi – non conosco, dicevo, se non superficialmente il mondo di Keith Jarrett, ma mi ha colpito la sua intervista e soprattutto un passaggio in cui l’artista, descrivendo la riabilitazione, il ritorno a casa, il camminare col bastone e, più di tutto, l’impossibilità di usare la mano sinistra al piano, definisce la sua nuova condizione “frustrante, in modo fisico”.

Quel richiamo alla fisicità e al dolore, alla corporeità del disagio che si fa pulsione vibrante e ammorbante, nella mia testa è diventato l’odore della rabbia che sento nelle strade in questo 2020 infernale, la fitta allo stomaco che mi sveglia quasi tutte le notti e poi non mi lascia dormire fino all’alba, saranno i troppi bicchieri o l’ansia che si scarica così attraverso organi malandati e centri nervosi sovreccitati.

Ma cos’è successo a Colonia, nel 1975? La storia, anche se sembra un po’ una favola o, meglio, possiamo farla passare per tale banalizzandola, ha un che di magico.

In breve, un pianista di fama mondiale, già al soldo di Miles Davis per capirci, sta collaborando da un paio d’anni con un produttore tedesco, Manfred Eicher, fondatore dell’etichetta ECM e con lui ha inaugurato una serie di concerti – a Brema e Losanna – il cui “tema” è affrontare il pianoforte in solitudine e senza spartito: l’improvvisazione alla massima potenza. Forse anche un’esasperata auto celebrazione, ma comunque un atto di coraggio e dimostrazione di forza e competenza: non è da tutti, anche navigati musicisti, sedersi da soli davanti al proprio strumento e, senza spartito, dar vita a un’ora di note che riesca a calamitare l’attenzione di un teatro. Ci vogliono le palle.

L’organizzatrice della serata all’Opera House di Colonia, è una giovanissima promoter, Vera Brandes. 

Qui la leggenda si mischia con la storia: c’è chi dice che il già bizzoso e primadonna Jarrett abbia chiesto sul palco uno Steinway a coda lunga, chi un Bösendorfer 290 Imperial; comunque sia andata, sul palco il nostro troverà sì un Bösendorfer, ma più piccolo, un pianoforte da prova, per di più non perfettamente accordato e con un pedale scassato.

“Non suono”, dice il nostro Keith.

A volte, ti viene voglia di mandare tutti affanculo e dire “no, non lo faccio”

In un recente articolo su La Repubblica, questa vicenda viene narrata in salsa Disney, cioè quel salmastro politically correct e volemosebbene in cui l’importante sono i buoni sentimenti e la morale finale: non suono, dice lui, ti prego, dice lei – la giovanissima organizzatrice – coi suoi occhioni colmi di adolescenziale passione e speranza. Lui si commuove un po’, suona, ne viene fuori uno dei concerti – poi dei dischi – che segna un genere: milioni di copie vendute (è il disco jazz , se così si può definire, più venduto della storia), la fama di Jarrett che esplode e quella che poteva diventare una serata disastrosa per una promoter poco più che adolescente, la fa finire nei libri di storia (della musica).

Ecco, noi in questi tempi scuri, ci dice il giornalista de La Repubblica, dobbiamo fare come ha fatto Keith: facciamoci andar bene la merda e anzi caviamone i fiori che, come diceva il buon Fabrizio Cristiano, non nascono dai diamanti. 

Ci vuole motivazione, forse un motivatore, come suggerisce Joe Talbot.

No dai, perché? Perché tutto questo zucchero filato, questo tono piacione e fastidioso da morale facile facile?

Qual è il punto? Magari la storia è andata davvero così. Magari il già famoso e già non compagnone Jarrett s’innamora, per un attimo, di Vera e delle sue speranze e per lei accetta di suonare e ne nasce l’impresa. Magari la penale da pagare se non avesse suonato sarebbe costata un sacco – che brutta la vil pecunia, ma quanto le ho visto da dietro le quinte determinare le sorti di serate memorabili e non di musica live – e il manager tedesco lo convinse a fare di necessità virtù.

Magari no. Magari Keith si guarda attorno e pensa: sono più figo di questo catorcio di pianoforte e adesso spacco tutto. E lo fa davvero.

Un po’ il cucchiaio di Totti in semifinale contro gli Olandesi o il gol di Sheva alla Juve dalla trequarti del dicembre 2001 (i gobbi sanno di cosa sto parlando). 

Un po’ come decidere di prendersi un rischio non solo malgrado la situazione di fondo avversa, ma proprio perché la situazione di fondo è avversa.

Un po’ decidere di fare un sombrero quando basterebbe limitarsi a far due finte e correre sulla fascia, un po’ credersela e un po’ sapere di avere quelle famose palle, almeno a tratti, di quella famosa lega di ferro e carbonio. 

Un po’ come scrivere un disco – il terzo, quello che da che mondo è mondo è il disco fondamentale, quello che mostra se ne hai ancora o no – come Ultra Mono e farlo uscire nell’annus horribilis per eccellenza in cui non si può suonare niente da nessuna parte se non dal proprio terrazzo per tediare i vicini in lockdown. 

Lunga e Pallosa Digressione.

In pochissimi decenni, con un’accelerazione spaventosa negli ultimi vent’anni, il capitalismo è tornato a imporre i suoi valori pre novecenteschi: l’accumulo sconsiderato di fortune immense nelle mani di pochissimi avventurieri senza alcuna coscienza né scrupoli. Il che è tipico del capitalismo selvaggio ottocentesco, del tutto lontano dal ciò che ha creato, prima e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, la classe media del mondo occidentale. E, oggi, il sistema ormai unico di gestione economico politica sopravvissuto al ‘900, si ripropone in vesti molto simili a quelle che aveva duecento anni fa. 

Perché? La risposta è certamente complessa ma può essere semplificata senza allontanarci troppo, credo, dalla verità: perché non c’è più un competitor. In che senso? Il ‘900 è stato il secolo delle grandi idee, rivoluzioni e dittature. Due sistemi economici ma anche filosofico-politici si sono spartiti il mondo combattendo all’interno delle singole Nazioni e poi al di fuori di confini stravolti dalle guerre. 

Dal secondo dopoguerra, due blocchi si sono contrapposti stabilmente per  poco meno di una cinquantina d’anni, mostrandosi vicendevolmente i muscoli, ma studiando anche le caratteristiche del nemico. E volendo mostrasi migliore. Sempre. 

Ecco la corsa spaziale, quella agli armamenti ma, ancora di più, ecco che il capitalismo occidentale non poteva permettersi di mandare in fabbrica uomini, donne e bambini sedici ore al giorno per arricchire un già ricco, spesso ex nobile padrone – come le proprie origini settecentesche chiedevano – se dall’altra parte (del muro che sarà) per quanto in condizioni di perenne scarsità, il modello nemico offriva a tutti cibo, casa, vestiti e istruzione. 

E, allora, bisogna correre ai ripari studiando il nemico: bisogna distribuire a quante più persone possibili – sempre preservando l’arricchimento dei capitalisti – un po’ di benessere. Et voilà, la middle class, il sogno (vero, reale e tangibile) dell’ascensore sociale: ben altra cosa rispetto all’american dream fatto di praterie da conquistare e uomini fanatici pronti a farlo. 

Qui si parla di un operaio della Fiat che può permettersi di comprare la casa in cui vive, l’automobile che produce e mandare i figli a scuola fino all’università, per vedere poi il figlio diventare non operaio ma dirigente magari nella stessa azienda. 

Tutto vero, mica balle propinate dalla tv: quando sono nato io in un paesino di operai nel Veneto della fine degli anni settanta, quasi tutti i genitori dei miei compagni di classe lavoravano in fabbrica e quasi tutti si compravano la propria casa, un’automobile, poi due e poi i miei compagni di classe hanno potuto, chi più chi meno ma statisticamente in moltissimi, accedere all’istruzione fino al massimo grado universitario. 

Oggi, quarant’anni dopo, questo mondo sta collassando. In alcune zone dell’occidente già praticamente non esiste più: nelle grandi città è impossibile per un operaio del 2020 pensare di potersi comprare cento metri di appartamento, due automobili e mandare i figli all’università. 

Come mai? Cosa è cambiato? Tante cose, ci vorrebbe ben altra carta e ben altra penna per parlarne compiutamente, ma facciamolo lo stesso, a spanne, ma nemmeno troppo. 

Cosa è cambiato dagli anni ottanta a oggi? Che non c’è nessun altro sistema migliore o peggiore da guardare e da cui guardarsi. Nessun altro mondo pensato e pensabile e, quindi, perché dover distribuire benessere quando non abbiamo nessuno da far star buono, da non far andare di là col nemico, quando nessuno può più essere attratto da un mondo diverso che forse è migliore? Possiamo tornare alla nostra unica missione per nascita: far arricchire chi detiene i mezzi di produzione. Facilone? Penso, purtroppo, più facile che altro.

Ecco, che il mondo socialista scricchiolante e non più pericoloso degli anni ottanta viene sfanculato e in occidente Reagan e Thatcher governano mezzo pianeta riportando il capitalismo dove è nato, alla sua unica missione: accumulare capitale per i padroni dell’impresa che crea ricchezza. 

Pugno duro contro le conquiste sociali del precedente trentennio “perché se no non resisteremo alla crisi” e la crisi come sistema strutturale dell’economia che giustifica il pugno duro. E il cerchio perfetto si chiude. 

Nel frattempo il sistema socialista implode – ancora, ci vorrebbe ben altro spazio e altro relatore per discutere i perché interni e indotti – e così il mito della libertà (perché solo di un mito parliamo: di fare cosa è libero un giovane di oggi? Di correre la sua folle e solitaria gara per la vita? La stessa libertà che avevano i coloni nelle grandi praterie del Far West duecento anni fa? Questa è la conquista della libertà?) ha sconfitto il mito dell’uguaglianza (che di certo URSS e satelliti vari non sono mai riusciti a rendere fatto). 

E quando quel famoso muro è venuto giù, dopo un’inebriante quanto momentanea ubriacatura di felicità e promesse, il mondo ha abbracciato l’unica vera nuova fede monoteista moderna: il capitalismo che c’era già ai tempi dei nonni dei nostri trisavoli e, in un batter d’occhio, soprattutto con governi sedicenti di sinistra (Prodi-Clinton-Blair saranno gli sminatori che daranno via libera alla deregolamentazione del mercato), siamo tornati indietro di centocinquant’anni per condizione sociale, politica, culturale e, questo terrible anno lo sta dimostrando, sanitaria.

E cosa c’entra tutto questo con Jarret, la sua malattia, il suo disco più famoso e questa bombardata che si chiama Ultra Mono ed è una delle pochissime cose belle del 2020? 

Partiamo dalla fine, che con gli Idles la connessione è immediata: niente come questo disco è uno sputo in faccia al mondo in cui viviamo. La violenza, la tensione che non molla mai è una risposta alla paralisi, all’isolamento, al “produci-consuma-crepa”, inno del capitale che oggi è diventato “produci al computer-consuma su Netflix e Amazon-crepa da solo” e che usa questa ennesima crisi economica per generare paura e questa tragica crisi sanitaria per moralizzare anche un virus. Già, perché se sei bravo non ti ammali, ci dicono. Se rispetti le regole non ti succederà niente. Non ti domandare che fine faranno quelli messi peggio di te (dai nostri eccelsi quotidiani sono spariti, ripeto, vergognosamente spariti il campo profughi di Moria, i lager libici, i raid israeliani in giro per il Medio Oriente, qualsiasi cosa non sia il maledettissimo Covid-19), non ti chiedere di quelli che non possono stare in comode case a mangiare cibo portato a casa dalla Coop o già cucinato da qualcuno e poi consegnato da JustEat. Non ti chiedere perché siamo così nella merda, perché gli ospedali che i nostri nonni hanno costruito sono stai dismessi, chiusi, venduti. Perché non abbiamo i soldi per pagare la cassa integrazione a chi sta a casa, perché non ci sono questi maledetti letti di rianimazione che manager strapagati erano premiati fino a l’altro ieri per tagliare. Perché passando da USL, unità sanitaria, a ASL, azienda sanitaria, siamo passati da una sanità pubblica d’eccellenza al terzo mondo dell’Occidente. Non domandarti: testa dentro che fuori è un brutto mondo. Il virus non è nemmeno democratico: ammazza i poveri, quelli che sono costretti a lavorare, magari quelli che ti consegnano la tua cena del cazzo e poi tornano in banlieue a vivere in sei in quaranta metri quadrati con zio e nonna e, guarda caso, si ammalano e partono i focolai. Ma loro sono brutti, sporchi e cattivi. Tu no. Se stai buono buono sul tuo divano a lavorare dieci ore al giorno anziché sette (ma pagato uguale e zitto), incollato a quel portatile che ti rincoglionisce, poi hai il diritto a non ammalarti e il governo ti dice “bravo”. Ci sono aziende che danno i bonus a chi non si ammala. Non è una battuta, purtroppo.

E, allora, siano benedetti gli Idles e la loro dimostrazione di ferrismo testicolare: terzo disco, quando tanti li davano per finiti, che arriva come un cazzotto in faccia. Bello, bellissimo, potente. Violento, politico. Finalmente. 

E cosa c’entra la divagazione sul capitalismo assassino degli ultimi quarant’anni in questo pezzo?  Sintetizziamo: aver prodotto uno stato perenne di guerra, anzi di crisi come fossimo in guerra senza mai i benefici di una rinascita del dopo guerra. E sfruttare allo stesso modo una pandemia.

La soluzione al virus? Produci a casa zitto e buono, non parlare con nessuno, non andare al bar che magari incontri qualcuno con cui discutere e poi nascono le idee e le idee sono sempre pericolose (per l’ordine prestabilito) – consuma dai nuovi ricchi, le piattaforme dell’online che sfruttano solo i poveracci, e ormai sono più potenti di Stati Nazionali, non pagano le tasse, sono amorali ma promettono presenti patinati di bianca pulizia e quiete – crepa da solo e non rompere i coglioni, anzi, ringrazia la rete che ti permette di dare l’ultimo saluto ai nipotini con la videochiamata dall’iphone. Sempre siano benedetti i CCCP, amen.

Il trittico perfetto per la felicità di Bezos & Co. La formula del futuro divenuto presente all’improvviso, cavalcando e sfruttando una crisi sanitaria che sarà l’ultimo dei problemi, temo, nel prossimo futuro, causati da questo simpatico coronavirus. 

Il problema non è più quale futuro siamo in grado di costruire, ma quale futuro possono farci accettare. Spostando l’asticella sempre un po’ più in là, di pochi metri all’anno, poi al mese, ora, grazie al virus, al giorno. E poi? Torneranno le libertà? Di assembramento, di discussione, di contestazione, di diversità? E noi? Ne avremo ancora le forze? Ne avremo la memoria? Ci ricorderemo come si faceva? 

Un mondo di eserciti professionisti al soldo di Paesi in balia di multinazionali e una società civile imbambolata, anestetizzata, angosciata dalle notizie che escono dagli stessi social che poi la imboniscono con finta solidarietà e, alla fine, la vendono come platea per messaggi pubblicitari.  E noi ancora a postare selfie sorridenti con hashtag #andràtuttobene e #celafaremo.

Nessun Ebenezer Scrooge, un secolo fa, avrebbe osato sognare un simile paradiso, una simile terra di conquista senza antagonisti, senza rivali, senza masse pronte ad armarsi come sarebbe successo nel 1948 o a scendere in piazza come nel 1990.

Tre a zero a tavolino e fine partita. 

E, chiudo, con l’ultima domanda: che ci sta a dire con tutto ‘sto casino Keith Jarrett? 

É stata solo empatia: il suo dolore è il mio. Il dolore fisico del sentirsi strappare di dosso ogni giorno un pezzetto di sé, un angolo di libertà, di vita, di respiro, di futuro. Sentirsi soli nella propria irrealizzabile essenza: lui per un ictus, io perché vivo questi giorni. Sentirsi soli e sentire quel disagio, quel dolore per non poter essere quello che si sente di dover essere. Il senso di fallimento del suo non essere più un pianista è il mio del non saper nemmeno cosa mi sarà più concesso essere, domani, quando questa pandemia sarà solo una scusa per andare avanti nella direzione sbagliata.

E quella sera? Quel concerto del ’75?

Beh, quello, lo ammetto, è la speranza di cui, comunque, non riesco a fare a meno.

Nessuna morale da ‘sti tempi in cui tutto dev’essere piccolo e buono come un cucciolo di quei cagnetti che sembrano spazzole da scarpe. Niente patetici sguardi con la ragazzina che ha organizzato il concerto; non m’interessa perché Jarrett suonò quella sera, quello che conta è che suonò. E come suonò. Fece vedere che a lui quel pianoforte scassato era più che sufficiente per far venir fuori un’ora di spettacolare musica, di poesia. 

E, allora, la speranza è che in tutto questo disastro ci sia sempre un Keith Jarrett che suona il suo miglior concerto col suo peggior pianoforte, un Andriy Shevchenko che dalla tre quarti guarda la porta e la mette dove Buffon neanche pensa di poter mai arrivare (sì, oggi ce l’ho con voi, gobbi), una band che tanti – troppi – davano già per scoppiata perché troppo uguale a se stessa e invece mette tutti zitti cacciando fuori il disco più bello nell’anno più brutto. 

E allora suonate. Suonate e placate i miei pensieri più scuri. Ve ne ringrazierò sempre.

PS: “Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri / ma: perché i loro poeti hanno taciuto?” B.B.

Fabio Rodda

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