I dischi che piacciono solo a me, credo #59

Fleetwood Mac – Mirage (Warner Bros, 1982)

“I Have No Fear, I Have Only Love”

Ammiro profondamente quelli bravi e preparati, quelli altamente professionali, senza uno scaffale fuori posto. Li ammiro perché non sono mai riuscito ad essere focalizzato e con gli ascolti intonsi o soltanto pressochè perfetti. Mai. Anzi, sovente sono scivolato su pavimenti irrorati da pianti e stridor di denti. E dischi di merda, chiaro. Per quello mi rivolgo altrove se devo conoscere dati tecnici, emozioni, qualità delle canzoni. A me principalmente interessa chi scopa chi, in un ellepi. Poco altro. A proposito: Stevie Nicks. Credo si sia trombata il mondo all’epoca. Volava alto, più o meno in prossimità delle aquile. Quando acquistai il 45 giri di Gypsy (in una mia ipotetica classifica uno dei tre brani definitivi da sottofondo zompabile) dovetti attendere qualche anno prima di fare outing. Lo nascondevo in mezzo ad un Athletico Spizz 80, perché – in quel 1982 – non stava bene ammettere un amore per i Fleetwood Mac. Era disdicevole. Lacca patinata per yuppies rampanti. Quelli bravi mi spiegavano con dovizia di particolari tutta la storia, il blues, Rumours, Peter Green, Tusk, Lindsey Buchingham no mai, eccetera eccetera. Era tutto vero eh, stramaledettamente vero. Soprattutto l’ostracismo verso il povero Lindsey, compositore e musicista sopraffino, reo di aver accompagnato Stevie Nicks nel talamo per anni. Ragione e sentimento, insomma. Solo che io mi focalizzavo esclusivamente sulla seconda variabile. Guardavo la copertina di Mirage e facevo un sospiro. Così come facevo un sospiro all’apparire del video di Gypsy. Punto. A sedici anni non è che ti serva In Rainbows o un triplo degli Yes per filosofeggiare sul mondo e su quello che ti si sta muovendo giù a valle. Ti serve Stevie Nicks. Le sottane svolazzanti della Stefania mi hanno sempre provocato un turbamento, nascondevano davvero un miraggio a me inavvicinabile, un maelstrom di amorosi sensi. Avrei bevuto persino una cedrata con lei.

Come che sia io Mirage me lo portai a casa, consumandolo d’ascolti. Certo, era levigato, pieno di glucosio, plastificato, inzuppato di mestiere e buone maniere, finto persino. Un disco pensato con malizia per le classifiche. Ma, accidenti… che canzoni aveva?? Eppure era il lavoro meno considerato dalla critica. Sensi di colpa a manetta, sì. Deponevo la puntina e Love In Store (firma Christine McVie) mi catapultava su una Cadillac, capelli al vento e sigaro a lasciare lapilli in mezzo a un deserto rovente. Non fumavo ancora ma mi sentivo ganzo; era puro suono Mac anni ottanta, di quelli alla Pac Man, di quelli che ho introiettato assai e non riuscireste a togliermi senza scorticarmi l’anima o togliermi il derma. Che è l’anagramma di merda. Lo riascolto giusto oggi Mirage, in questa giornata di pioggia e umbratile sentimento calcificato e pieno di scorie. Mi riporta a nostalgie perniciose, tempi in cui credevo ancora che si sarebbe potuto cambiare tutto, magari senza stringere la penna o i fucili, magari solo abbracciando qualcuno, chiunque fosse, ammettendo i propri limiti e senza fare puerile retorica come sto facendo ora. Magari solo ascoltando chi ne avesse avuto bisogno, privo di residenza nell’anima e domicilio nel cuore. Magari proprio con dischi come Mirage, che non avrebbero mai mai mai mai cambiato le sorti del pop ma un’ora di serenità, beh… quella sì ce l’avrebbero fatta passare. Quindi sono qui che saltello su Can’t Go Back, ovvero Lindsey Buchingham che rivendica la paternità sulla band, il suo essere capo branco dentro e fuori dal cuore della Nicks. Un piccolo power pop dai rubini sixties. Al primo ascolto io – in quel 1982 – c’ero dentro completamente. That’s Alright è intestino della Stefania al cento per cento, un po’ Dolly Parton un po’ mignottaggine spinta al limite della volgarità sonora. Fienili, il bar con le Bud fredde, la chiesa Battista, i mandriani, Un’America sempre troppo lontana, che non ci piace ma ci fa bene immaginarla da lontano, magari dalla nostra provincia decentrata. Book Of Love è il suono Fleetwood Mac declinato nel 1982, impasti vocali degni dei Beach Boys, Buckingham che fa lo sborone tra gli Asia e i Supertramp e noi che cadiamo al tappeto, annichiliti. Quel giorno dovetti riprendere fiato prima di affrontare Gypsy, che – appunto – conoscevo su 45 giri, ma stesa qui in mezzo avrebbe potuto scatenarmi un attacco di angina pectoris. Pectoris soprattutto, pensando alla Nicks e a cotanto sen(n)o. Pezzo clamoroso, ma che ve lo dico a fare, forse la cosa migliore mai uscita dalla scrittura della donna alla quale dovettero ricostruire le mucose nasali. Non so se si coricasse con mezzi Eagles (cioè, lo so ma ancora fa male pensarlo) di sicuro qualcosa aveva introiettato nel frequentarli. La sua voce anodina, l’inflessione da alcool alle tre di notte, le vocali imperiose, il suo essere ferma in qualche imprecisato punto degli anni settanta. Stevie Nicks non canta, flirta con te, solo con te. E ancora il ponte che conduce per mano al ritornello, in un saliscendi di ottave semplicemente incredibile. Autobiografica da far male e proprio per questo conservata qui, dentro qualche pertugio ancora disponibile. Tutto era perfetto su Gypsy, e Spizz mi avrebbe perdonato se gliel’avessi sfilato da sotto le ali per consegnarlo al posto che gli spettava, lì tra gli scaffali pieni di muffa e di fuffa. Ne conservo ancora l’aroma, e non passa mese che non vada ad approcciare quei quattro minuti e ventisette secondi nei quali sono racchiusi i miei sedici anni. Compresi e compressi. Mi viene il magone vacca boia, ma tiro dritto che non sta bene mettere in piazza gli affari con le donne della tua vita, nemmeno se si chiamano Stevie Nicks.

Dritto su Only Over You allora, che è quella che mi piace meno con il suo retrogusto yacht rock da aperitivo babbeo e da tardone all’imbrunire. Ha il merito di condurmi su Empire State (ma come stracazzo suona la batteria?) che mi immaginavo su un disco solista di qualcuno dei Kiss, magari proprio Ace Frehley. O ripresa dai Devo. Il solito Buckingham in stato di grazia, per un brano erroneamente sempre definito minore. Avercene, ostia. E ancora Straight Back. E Hold Me. E Oh Diane. Una trinità da pelle d’oca e da autoradio bollente. Cristosignore, quanto bello è Mirage? Rettifico: quanto bello è ‘ancora’ Mirage? Dopo trentotto anni di polvere, scazzi e indurimenti di cuore? E quanto sono stato fortunato ad essere lì, in quel momento storico, per approcciarlo in tempo reale sebbene malmostoso e in tempesta? Potrei fermarmi qui, perché per il mio vocabolario emotivo Eyes Of The World non ha mai aggiunto fonema e così la conclusiva Wish You Were Here. Ma poco interessa. Pochissimo. Mirage ce l’ho qui, nella terra di mezzo, dove lo stomaco non è ancora viscere e dove i miei sedici anni non sono mai diventati adulti. Per fortuna. “So I’m back to the velvet underground back to the floor that I love to a room with some lace and paper flowers back to the gypsy that I was to the gypsy that I was”. Attesi Tango In The Night come se avessi dovuto aspettare Stevie sotto casa per portarla al 7-11 in una notte piovosa. Ne valse la pena, ma so che qualcuno, lì fuori, non sarà mai d’accordo con me. Go Your Own Way.

Michele Benetello

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