Si parte dalla scena DIY britannica. I 𝗪𝗜𝗗𝗚𝗘𝗧 da East London: disco-punk queer, funk nervoso, politica ballabile. Non solo una band, ma una comunità in costruzione. Subito dopo 𝗜𝗻𝗻𝗲𝗿 𝗠𝗮𝗴𝗶𝗰 & 𝗥𝘂𝘁𝗵 𝗥𝗮𝗱𝗲𝗹𝗲𝘁: eleganza synth, romanticismo in controluce. I 𝗥𝗮𝗶𝗹𝗰𝗮𝗿𝗱 riportano tutto sul terreno del groove, mentre 𝗧𝗢𝗣𝗦𝗬 𝗧𝗨𝗥𝗩𝗬 chiudono il primo blocco con il loro garage-punk e un’eredità che guarda alle 𝗦𝗹𝗶𝘁𝘀. Veloci, rumorose, politiche, necessarie.
La seconda parte si muove nei primi anni Duemila, quando l’indie americano cercava un equilibrio tra malinconia e forma pop.
Gli 𝗛𝗲𝗮𝗱𝗹𝗶𝗴𝗵𝘁𝘀 catturano quel limbo dolceamaro tra estate e autunno: new wave luminosa, basso in primo piano, emozione che non si vergogna di essere tale.
𝗧𝗵𝗲 𝗦𝗵𝗶𝗻𝘀 ricordano cosa significa scrivere un piccolo miracolo pop. Poi 𝗚𝗿𝗮𝗻𝗱𝗮𝗱𝗱𝘆 e la loro malinconia cosmica, una delle scritture più riconoscibili di quell’epoca.
Nel finale torniamo ancora più indietro, nel cuore dell’indie pop britannico — ma con due dischi appena usciti.
I 𝗪𝗼𝘂𝗹𝗱-𝗕𝗲-𝗚𝗼𝗼𝗱𝘀 riaffermano che il pop può essere colto, ironico e cinematografico allo stesso tempo. Le 𝗛𝗲𝗮𝘃𝗲𝗻𝗹𝘆, quasi trent’anni dopo “Operation Heavenly”, tornano senza smussare nessun angolo. La dolcezza resta, ma è attraversata da una consapevolezza politica ancora più netta. Energia punk-pop e intelligenza senza retorica.
Sniffin’Glucose #23 tiene insieme comunità, memoria e urgenza.
Tra DIY, nostalgia che non è mai nostalgia e pop che continua a credere nella possibilità di cambiare le cose — anche solo con una melodia.
