All’inizio sul tavolo un poker di novità discografiche, come sempre quando comincia Sniffin’ Glucose: 𝐏𝐲𝐧𝐜𝐡𝐞𝐫, 𝐓𝐡𝐞 𝐋𝐞𝐚𝐟 𝐋𝐢𝐛𝐫𝐚𝐫𝐲, 𝐙𝐨𝐡 𝐀𝐦𝐛𝐚, 𝐓𝐞𝐞𝐧 𝐒𝐮𝐢𝐜𝐢𝐝𝐞. Chitarre, derive folk e improvvise aperture emo-tive: ci si muove tra intimità e piccoli scarti, senza mai scegliere davvero da che parte stare.
Poi il centro della puntata, dove le cose si fanno leggermente più personali.
Torniamo su “Box for Buddy, Box for Star” di 𝐓𝐡𝐢𝐬 𝐈𝐬 𝐋𝐨𝐫𝐞𝐥𝐞𝐢, uscito nel 2024 e già diventato qualcosa di più di un semplice disco. Adesso è arrivata una versione super deluxe: le stesse canzoni, nello stesso ordine, reinterpretate da altri: 𝐌𝐉 𝐋𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐦𝐚𝐧, 𝐉𝐞𝐟𝐟 𝐓𝐰𝐞𝐞𝐝𝐲, 𝐒𝐧𝐚𝐢𝐥 𝐌𝐚𝐢𝐥…e a quel punto la domanda diventa quasi inevitabile: di chi sono, davvero, queste canzoni?
E perché tutti — ma proprio tutti — vogliono cantare le canzoni di 𝐍𝐚𝐭𝐞 𝐀𝐦𝐨𝐬?
Compreso quel 𝐂𝐚𝐦𝐞𝐫𝐨𝐧 𝐖𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫 che adesso qualcuno vorrebbe far passare per un miracolo del marketing moderno.
Con Nate Amos è come se ci fosse una piccola linea che tiene insieme 𝐀𝐥𝐞𝐱 𝐆 e 𝐂𝐚𝐫 𝐒𝐞𝐚𝐭 𝐇𝐞𝐚𝐝𝐫𝐞𝐬t: due modi diversi di raccontare la stessa fragilità, con lo stesso tono confessionale e lo stesso punto di partenza: Bandcamp, una cameretta e zero piano marketing, che ogni tanto funziona anche meglio.
𝐍𝐚𝐭𝐞 𝐀𝐦𝐨𝐬 è uno la cui abilità nell’uso degli strumenti musicali va ben oltre il semplice virtuosismo. Più che esibire tecnica o complessità, predilige un approccio funzionale e intuitivo. Chitarre, synth e programmatori diventano mezzi con cui accompagnare l’ascoltatore dentro il suo mondo. Allo stesso tempo, gli arrangiamenti che costruisce risultano distintivi ma essenziali, spesso basati su soluzioni minimali capaci però di imprimersi subito nella memoria. Già noto per il suo ruolo nei 𝐖𝐚𝐭𝐞𝐫 𝐅𝐫𝐨𝐦 𝐘𝐨𝐮𝐫 𝐄𝐲𝐞𝐬, con il progetto 𝐓𝐡𝐢𝐬 𝐈𝐬 𝐋𝐨𝐫𝐞𝐥𝐞𝐢 si muove in uno spazio ibrido tra bedroom pop, elettronica minimale e songwriting lo-fi. La sua estetica, volutamente frammentaria, sembra avere lo scopo di far emergere una proposta aperta, in cui il processo creativo resta visibile quanto il risultato finale. Le canzoni hanno sembianze di momenti catturati piuttosto che quelle di prodotti definitivi. Interessante anche il modo in cui il materiale che produce è talvolta organizzato e proposto: tracce nate come demo o pubblicazioni sparse vengono rielaborate, ricontestualizzate e inserite in lavori maggiormente coesi, attraverso una produzione più definita. Il suo secondo e ultimo disco, 𝐻𝑜𝑙𝑜 𝐵𝑜𝑦, è una raccolta di canzoni scritte tra il 2014 e il 2021 originariamente disperse tra EP, demo e uscite su Bandcamp, completamente riregistrate (processo molto simile a quello utilizzato da 𝐂𝐚𝐫 𝐒𝐞𝐚𝐭 𝐇𝐞𝐚𝐝𝐫𝐞𝐬𝐭 per 𝑇𝑒𝑒𝑛𝑠 𝑜𝑓 𝑆𝑡𝑦𝑙𝑒, la sua prima uscita Matador del 2015). Non una semplice raccolta retrospettiva, ma nemmeno un LP tradizionale. Piuttosto una rilettura del passato alla luce del presente, in cui la scrittura resta la stessa ma cambiano voce, arrangiamenti e consapevolezza. In questa stessa direzione si colloca anche la ristampa del suo primo album, 𝐵𝑜𝑥 𝑓𝑜𝑟 𝐵𝑢𝑑𝑑𝑦, 𝐵𝑜𝑥 𝑓𝑜𝑟 𝑆𝑡𝑎𝑟, arricchita da nuove versioni dei brani realizzate insieme ad altri artisti. In questo caso non si tratta semplicemente di ripulire il passato, ma di riattivarlo, trasformando l’archivio in uno spazio di dialogo collettivo. Del resto 𝐵𝑜𝑥 𝑓𝑜𝑟 𝐵𝑢𝑑𝑑𝑦, 𝐵𝑜𝑥 𝑓𝑜𝑟 𝑆𝑡𝑎𝑟 si presta bene a sostenere l’idea alla base di questa operazione, essendo uno di quei dischi che sembrano nati per tenere insieme opposti: immediatezza pop e stramberie lo-fi, confessione sincera e ironia surreale. Il punto di forza sta sempre nella scrittura: melodie semplici ma memorabili, arrangiamenti minimali che sanno sorprendere con dettagli fuori asse. Un riff improvviso, un uso giocoso dell’Auto-Tune, deviazioni country o folk che convivono con sensibilità indie pop. Il tono è diretto, quasi disarmante, ma sempre filtrato da una leggerezza obliqua che evita il peso del confessionale puro, in equilibrio tra vulnerabilità e distacco, tra emotività e gioco.
Nel finale gli 𝐀𝐧𝐢𝐦𝐚𝐥 𝐂𝐨𝐥𝐥𝐞𝐜𝐭𝐢𝐯𝐞 introducono il nostro disco della settimana: 𝐌𝐲 𝐍𝐞𝐰 𝐁𝐚𝐧𝐝 𝐁𝐞𝐥𝐢𝐞𝐯𝐞. Nascono dalle ceneri dei 𝐁𝐥𝐚𝐜𝐤 𝐌𝐢𝐝𝐢, ma scelgono un altro passo: più dilatato, più aperto, con una tensione che continua a scorrere sotto la superficie.
𝐒𝐧𝐢𝐟𝐟𝐢𝐧’ 𝐆𝐥𝐮𝐜𝐨𝐬𝐞 #𝟑𝟏 tiene insieme canzoni che sembrano molto lontane tra loro, ma che in fondo lavorano tutte sullo stesso punto: quanto può essere personale una canzone… prima di smettere di esserlo.
