Si parte con un primo blocco che sembra leggero, ma non lo è poi così tanto. 𝐅𝐢𝐥𝐦, 𝐒𝐩𝐞𝐜𝐢𝐚𝐥 𝐅𝐫𝐢𝐞𝐧𝐝, 𝐆𝐢𝐫𝐥 𝐓𝐫𝐨𝐮𝐛𝐥𝐞, 𝐌𝐞𝐝𝐢𝐚 𝐏𝐮𝐳𝐳𝐥𝐞: indie pop, jangle, piccole melodie e improvvise accelerazioni post-punk, per un giro del mondo niente male — Philadelphia, Parigi, Tacoma, Stato di Washington — fino a chiudere, senza passare dal via, in Australia.
Poi si apre una porta molto precisa: 1982.
𝐒𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐭𝐢, 𝐇𝐚𝐢𝐫𝐜𝐮𝐭 𝟏𝟎𝟎, 𝐎𝐫𝐚𝐧𝐠𝐞 𝐉𝐮𝐢𝐜𝐞.
Un momento in cui il post-punk smette di essere solo tensione e scopre che si può anche ballare, pensare, e magari pure sorridere senza sentirsi in colpa.
Ascoltando l’album di esordio degli 𝐒𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐭𝐢, 𝑆𝑜𝑛𝑔𝑠 𝑡𝑜 𝑅𝑒𝑚𝑒𝑚𝑏𝑒𝑟 (1982), tutto si potrebbe dire fuorché sia l’opera di uno dei nomi di punta del post punk inglese dell’epoca. Il loro primo singolo 𝑆𝑘𝑎𝑛𝑘 𝐵𝑙𝑜𝑐 𝐵𝑜𝑙𝑜𝑔𝑛𝑎 (1978), esordio tanto spigoloso quanto programmatico, aveva fatto impazzire il barometro delle aspettative: più che una canzone in senso tradizionale, un frammento sonoro capace di catturare tutta l’urgenza del momento, con il suo ritmo spezzato, le chitarre nervose e una voce che anziché liberarla, sembrava quasi trattenere l’energia della canzone. Da queste parti poi, il riferimento politico/culturale nel titolo e nel testo alla nostra città aveva attirato, se possibile, ancora più attenzione. Dalla pubblicazione di 𝑆𝑘𝑎𝑛𝑘 𝐵𝑙𝑜𝑐 𝐵𝑜𝑙𝑜𝑔𝑛𝑎 all’uscita dell’album trascorsero quasi 4 anni: un’eternità. Il tempo che evidentemente serviva a Green Gartside per elaborare il suono che aveva in testa, e che era tutt’altra cosa rispetto al primo 45 giri e ai due 7” successivi (4 𝐴 𝑆𝑖𝑑𝑒𝑠 e 2𝑛𝑑 𝑃𝑒𝑒𝑙 𝑆𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑠). Se quei lavori erano grezzi, sperimentali ed estremamente vivi, l’album mostrava un’apertura a dir poco sorprendente verso sonorità pop, soul, jazz e reggae che nessuno di noialtri, adolescenti che negli stessi giorni eravamo innamorati dell’oscurità che filtrava dai solchi di 𝑃𝑜𝑟𝑛𝑜𝑔𝑟𝑎𝑝ℎ𝑦, 𝑇ℎ𝑒 𝑆𝑘𝑦’𝑠 𝐺𝑜𝑛𝑒 𝑂𝑢𝑡 e 𝐴 𝐾𝑖𝑠𝑠 𝑖𝑛 𝑡ℎ𝑒 𝐷𝑟𝑒𝑎𝑚ℎ𝑜𝑢𝑠𝑒, fu in grado di comprendere.
Come spesso accade, è a posteriori che si trovano le chiavi per aprire porte che un tempo sembravano chiuse: la scrittura raffinata di quel disco, dove la leggerezza apparente della melodia si intreccia con una riflessione sofisticata su comunicazione, identità e desiderio, oggi appare per quello che è: un equilibrio riuscito tra accessibilità e complessità, capace di anticipare molte delle traiettorie del pop colto degli anni successivi. E i soldi spesi all’epoca, per comprare a scatola chiusa il disco, che ci parevano buttati via, oggi sembrano il prezzo minimo da pagare per aver assistito in diretta, senza nemmeno accorgercene, a una trasformazione così radicale.
Nello stesso momento, ma da un’altra angolazione, gli 𝐎𝐫𝐚𝐧𝐠𝐞 𝐉𝐮𝐢𝐜𝐞 con “Rip It Up” portano dentro l’indie il groove, il corpo, il piacere del ritmo — senza perdere eleganza, senza diventare mai cinici.
È pop, sì. Ma è anche una piccola rivoluzione.
E poi ci sono gli 𝐇𝐚𝐢𝐫𝐜𝐮𝐭 𝟏𝟎𝟎 con “Pelican West”: un disco che sembra leggero, quasi frivolo, ma che in realtà cattura perfettamente un momento. Un equilibrio strano tra funk, pop e malinconia sottotraccia. Uno di quei dischi che non cambiano la storia ma che raccontano benissimo il loro tempo.
Nel finale si torna al presente, ma senza perdere il filo. 𝐋𝐢𝐦𝐞 𝐆𝐚𝐫𝐝𝐞𝐧 e soprattutto 𝐅𝐜𝐮𝐤𝐞𝐫𝐬, che in pochissimo tempo sono passati da “chi sono?” a “sono ovunque”.
“Ö” è un debutto che funziona perché non si complica la vita: hook immediati, notti lunghe, zero senso di colpa.
Sniffin’ Glucose #30 tiene insieme pop che pensa troppo (ma lo fa bene), pop che non pensa affatto (ma funziona lo stesso) e un’idea abbastanza semplice: che tra il 1982 e le tre del mattino di oggi, in fondo, non è cambiato poi così tanto.

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