Due nomi di cui, siamo sicuri, sentiremo parlare nei prossimi mesi: 𝐋𝐨𝐰𝐞𝐫𝐭𝐨𝐰𝐧, novelli Johnny e June Carter Cash, e subito dopo 𝐌𝐚𝐧/𝐖𝐨𝐦𝐚𝐧/𝐂𝐡𝐚𝐢𝐧𝐬𝐚𝐰, che suonano come se gli LCD Soundsystem fossero inglesi invece che con passaporto newyorkese.
E poi i 𝐅𝐫𝐢𝐤𝐨, con un disco importante. E difficile, come tutti i secondi album. Qui sembra quasi che vogliano prendere le distanze da loro stessi: indie rock che si apre, si incrina, cambia direzione senza preavviso. Intimità, piccoli smottamenti emotivi: niente resta fermo troppo a lungo.

I primi anni 80 furono (anche) una stagione che, lungi dall’essere un semplice epilogo del punk, ne rielaborò l’eredità in chiave più intellettuale e aperta. Una stagione popolata di band dotate di una  sensibilità capace di mescolare fragilità e rumore, introspezione e tensione, operando spesso ai margini dell’industria musicale e alimentando circuiti DIY dove la partecipazione femminile trovava spazi più liberi rispetto alle strutture mainstream. Le 𝐀𝐮 𝐏𝐚𝐢𝐫𝐬 rappresentano uno dei casi emblematici di quei tempi, con un suono che univa ritmiche asciutte a testi esplicitamente politici. Parallelamente, realtà più sotterranee come le 𝐁𝐢𝐤𝐢𝐧𝐢 𝐌𝐮𝐭𝐚𝐧𝐭𝐬 contribuivano a costruire un tessuto meno documentato ma altrettanto significativo: 𝐿𝑒𝑡’𝑠 𝑀𝑢𝑡𝑎𝑡𝑒, album uscito in questi giorni, prova a render loro un po’ di quella giustizia che meritano raccontandone la storia. In quella band militava Debbie Googe poi finita a trovar migliore fortuna nei 𝐌𝐲 𝐁𝐥𝐨𝐨𝐝𝐲 𝐕𝐚𝐥𝐞𝐧𝐭𝐢𝐧𝐞, che prima della svolta shoegaze si inserivano non a caso in quella stessa scena, sebbene con un approccio più legato al jangle pop e alle influenze indie americane.

Nel finale si riallacciano i fili. I 𝐂𝐥𝐞𝐚𝐧 restano uno di quei punti di origine che continuano a riemergere: chitarre libere, scrittura immediata. E non è un caso se oggi quel linguaggio torna così vivo.
Lo si sente anche nei 𝐒𝐞𝐚𝐬𝐨𝐧 𝟐, da Melbourne: un debutto che non reinventa nulla, ma prende quell’energia — jangle, velocità, leggerezza solo apparente — e la rimette in circolo con naturalezza. Canzoni brevi, un po’ storte, molto efficaci. Il nostro disco della settimana.
E poi, a chiudere nel segno dell’indie rock più genuino e sgangherato, il Brasile in bassa fedeltà dei 𝐅𝐚𝐥𝐥 𝐁𝐫𝐞𝐚𝐤𝐬, davvero irresistibile.


Lascia un commento