𝐓𝐡𝐞 𝐇𝐨𝐛𝐤𝐧𝐨𝐛𝐬, 𝐃𝐨𝐮𝐠 𝐆𝐢𝐥𝐥𝐚𝐫𝐝, 𝐃𝐚𝐫𝐢 𝐁𝐚𝐲, 𝐊𝐧𝐞𝐞𝐜𝐚𝐩: un inizio eterogeneo, tra chitarre indie pop, nostalgia 𝐓𝐞𝐞𝐧𝐚𝐠𝐞 𝐅𝐚𝐧𝐜𝐥𝐮𝐛, fuzz e deviazioni più frontali.
Nel cuore della puntata le cose si fanno più scure. 𝐅𝐥𝐢𝐩𝐩𝐞𝐫, 𝐒𝐜𝐫𝐚𝐭𝐜𝐡 𝐀𝐜𝐢𝐝, 𝐖𝐢𝐩𝐞𝐫𝐬 — tre modi diversi di sabotare il punk dall’interno.Lentezza, tensione, instabilità. E poi il passaggio quasi inevitabile: 𝐍𝐢𝐫𝐯𝐚𝐧𝐚 che riportano tutto a galla con una cover di “D-7”. Perché certe linee sotterranee, prima o poi, tornano sempre.
I 𝐅𝐥𝐢𝐩𝐩𝐞𝐫 non sono mai stati una band facile. Nati nella San Francisco dei primi anni ’80, nell’orbita della scena hardcore, hanno scelto fin da subito di sabotarne le regole: tempi rallentati, suoni sporchi e pesanti e un nichilismo strisciante sopra ogni cosa. Dove altri acceleravano, loro affondavano. Il disco di debutto, 𝐺𝑒𝑛𝑒𝑟𝑖𝑐 𝐹𝑙𝑖𝑝𝑝𝑒𝑟, è una dichiarazione d’intenti brutale e ipnotica. Con quella sua copertina giallo fluo di un minimalismo demente, l’album sembra voler scoraggiare l’ascoltatore prima ancora che la puntina tocchi il vinile. Ma quando il suono parte, non concede tregua: basso distorto e ossessivo, chitarre abrasive, batteria martellante e mai veloce, e la voce di Bruce Loose che si muove tra sarcasmo, disperazione e allucinazione. Le canzoni sono mantra disturbanti, ripetizioni che scavano nella testa più che colpire allo stomaco. Non è musica pensata per piacere: è musica che sfida, che mette a disagio e che, infine, costringe a restare. In un’epoca in cui l’hardcore cercava spesso la catarsi nella velocità, i Flipper trovavano la loro verità nella lentezza e nella saturazione, anticipando sonorità che avrebbero influenzato noise rock, sludge e persino il grunge. Ascoltare Generic Flipper significa immergersi in un’esperienza quasi fisica: un disco che non scorre, ma pesa.
𝐌𝐞𝐚𝐭𝐛𝐨𝐝𝐢𝐞𝐬 tengono il filo teso tra psichedelia e rumore, e da lì si arriva ai 𝐖𝐡𝐢𝐭𝐞 𝐅𝐞𝐧𝐜𝐞, il nostro disco della settimana.
Con Orange, 𝐓𝐢𝐦 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐥𝐞𝐲 mette a fuoco tutto quello che negli anni era rimasto volutamente sfaldato.
Un disco sorprendentemente pop — nel senso migliore possibile — costruito con la complicità di 𝐓𝐲 𝐒𝐞𝐠𝐚𝐥𝐥, che qui lavora di fino, senza togliere instabilità ma rendendola leggibile. Non un ritorno, ma una nuova traiettoria.
