Si parte tra nuove uscite e piccoli nomi che stanno iniziando a muoversi bene: i bolognesi 𝐊𝐨𝐦𝐚𝐫𝐨𝐯 𝐌𝐚𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐞𝐧𝐭 𝐁𝐚𝐜𝐤𝐟𝐥𝐢𝐩, che sul palco sembrano una versione “de noantri” dei Thee Oh Sees, i losangelini 𝐉𝐚𝐰𝐝𝐫𝐨𝐩𝐩𝐞𝐝— power pop e ansia della domenica sera compressi in tre minuti perfetti — poi 𝐒𝐥𝐨𝐰 𝐅𝐢𝐜𝐭𝐢𝐨𝐧 e la nuova collaborazione tra 𝐀𝐥𝐞𝐱𝐢𝐬 𝐓𝐚𝐲𝐥𝐨𝐫 e 𝐌𝐢𝐤𝐞 𝐒𝐢𝐦𝐨𝐧𝐞𝐭𝐭𝐢, che sembra fatta apposta per chi continua a credere che l’elettronica possa ancora essere elegante e un po’ sentimentale.
Nel cuore della puntata ci spostiamo molto più indietro, dentro uno di quei dischi che sembrano arrivare da un altro stato mentale prima ancora che da un’altra epoca.
Oar di 𝐀𝐥𝐞𝐱𝐚𝐧𝐝𝐞𝐫 “𝐒𝐤𝐢𝐩” 𝐒𝐩𝐞𝐧𝐜𝐞: folk psichedelico fragile, sconnesso, registrato praticamente subito dopo l’uscita da un istituto psichiatrico. Un disco che all’epoca sembrava destinato a sparire, come scriveva 𝐆𝐫𝐞𝐢𝐥 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐮𝐬, e che invece è diventato un riferimento sotterraneo per generazioni intere di outsider, freak folk e musicisti lo-fi. In mezzo, i 𝐒𝐢𝐥𝐯𝐞𝐫 𝐉𝐞𝐰𝐬 e i 𝟏𝟑𝐭𝐡 𝐅𝐥𝐨𝐨𝐫 𝐄𝐥𝐞𝐯𝐚𝐭𝐨𝐫𝐬, come se qualcuno avesse deciso di tracciare una linea poco probabile tra psichedelia americana, country esistenziale e visioni da allucinazione texana.
Tre figure come 𝐒𝐤𝐢𝐩 𝐒𝐩𝐞𝐧𝐜𝐞, 𝐑𝐨𝐤𝐲 𝐄𝐫𝐢𝐜𝐤𝐬𝐨𝐧 e 𝐃𝐚𝐯𝐢𝐝 𝐁𝐞𝐫𝐦𝐚𝐧 sembrano appartenere a epoche e geografie diverse della musica americana, eppure formano una linea sotterranea coerente: quella dell’artista che trasforma il collasso psichico in linguaggio poetico, senza mai romanticizzare la distruzione. Spence e Erickson sono due archetipi della controcultura psichedelica dei 60s: il primo con i 𝐌𝐨𝐛𝐲 𝐆𝐫𝐚𝐩𝐞, il secondo con i 𝟏𝟑𝐭𝐡 𝐅𝐥𝐨𝐨𝐫 𝐄𝐥𝐞𝐯𝐚𝐭𝐨𝐫𝐬. La loro follia non viene mai sublimata in mito elegante: gli ospedali psichiatrici, gli elettroshock, la paranoia religiosa e la marginalità diventano parte integrante della loro opera. Nell’unico disco solista di Spence, 𝑂𝑎𝑟, le canzoni sembrano scritte e suonate da un uomo che canta in una stanza chiusa, come se il folk americano fosse stato registrato dopo la fine del mondo. Erickson invece converte il delirio in horror cosmico, un rockabilly infestato da demoni, alieni e giudizi finali. David Berman arriva molto dopo, ma eredita precisamente quella frattura. Nei Silver Jews non c’è la psichedelia lisergica degli anni Sessanta: c’è il suo relitto. Berman prende la tradizione americana fatta di country e folk e la svuota dall’interno, con un’intelligenza ironica e depressiva. Dove Spence si perde nella dissociazione e Erickson nell’apocalisse, Berman introduce una terza forma di rovina: l’autocoscienza assoluta. Le sue canzoni sanno di essere fallite mentre accadono.
La genealogia Spence / Erickson / Berman può essere letta come una storia alternativa della musica americana: non quella del successo, della ribellione o dell’innovazione tecnica, ma quella degli artisti che hanno fatto della fragilità mentale una forma radicale di conoscenza poetica.
Nel finale si riallacciano invece i fili del post-punk chitarristico più intelligente. Gli 𝐎𝐮𝐠𝐡𝐭 restano uno di quei gruppi che hanno saputo trasformare ansia, alienazione e vita quotidiana in qualcosa di sorprendentemente fisico e vitale. E da lì il passaggio ai 𝐂𝐨𝐥𝐚 è quasi naturale: sempre 𝐓𝐢𝐦 𝐃𝐚𝐫𝐜𝐲 in prima fila, ma meno rigidità, meno nervosismo trattenuto, più spazio per melodie e aperture inattese. 𝐶𝑜𝑠𝑡 𝑂𝑓 𝐿𝑖𝑣𝑖𝑛𝑔 𝐴𝑑𝑗𝑢𝑠𝑡𝑚𝑒𝑛𝑡 è il nostro disco della settimana. Un album che prova a ragionare su precarietà, comunità e disorientamento contemporaneo senza trasformarsi in manifesto — e forse è proprio questo il suo punto forte.
