di Cesare Lorenzi
The Lemon Twigs
Shepherd’s Bush Empire, London, 20/05/2026
Primo giorno londinese, primo concerto di tre. Perché evidentemente a una certa età non si diventa più saggi: si impara solo a organizzare meglio le proprie ossessioni.
Al contrario che a Bologna, ieri sera si è visto anche qualche giovane tra il pubblico. Giovani veri, intendo. Non quelli che noi definiamo “ragazzi” solo perché hanno ancora una postura decente. Mi ha fatto pensare a quel periodo, fine anni Ottanta, in cui mi sfondavo di Spacemen 3, singoli Creation, primi Primal Scream e tutto quel meraviglioso disordine lì. Che poi, senza quasi accorgermene, era diventato la mia porta d’ingresso per MC5, 13th Floor Elevators e compagnia bella.
Ecco, ho pensato che forse i Lemon Twigs possono fare una cosa simile per una nuova generazione. Da loro si può arrivare ai Teenage Fanclub, poi ai Big Star, poi chissà dove. Una specie di corso accelerato di educazione sentimentale pop.
In qualche modo li invidio, questi ragazzi. Hanno davanti un sacco di scoperte, collegamenti, fissazioni, ristampe, versioni alternative, lati B e conversazioni in cui qualcuno dirà “sì, però il primo singolo era meglio”. Tutte quelle cose inutili ma fondamentali che ti rovinano felicemente la vita.
I fratelli D’Addario sembrano conoscere ogni angolo possibile della storia del pop. Non nel modo sterile di chi colleziona riferimenti, ma in quello più destabilizzante di chi riesce a trasformarli in qualcosa di vivo. Dentro ci senti Beach Boys, Big Star, i Love, power pop anni Settanta, Beatles, Byrds, garage-pop e altre cento cose. Però il punto non è riconoscere le influenze. Il punto è che tutto smette di sembrare esercizio di stile, soprattutto nella versione dal vivo, e torna semplicemente a essere canzone. Melodia, armonia, ritornelli enormi e quella fiducia quasi fuori tempo massimo nell’idea che tre minuti possano ancora sistemarti la serata.
Cosa non scontata, per una band che sembra uscita da un laboratorio segreto dove qualcuno ha provato a clonare quarant’anni di pop perfetto usando solo armonie vocali, giacche discutibili e una certa testardaggine nel credere ancora alle canzoni.
Al momento, dal vivo, non c’è di meglio in circolazione! Londra, giorno uno. Direi che si poteva iniziare peggio.

Ratboys / Sunday Mourners / Former Champ
The Garage, London, 21/05/2026
Secondo giorno londinese dedicato alle chitarre indie, categoria che continua a essere data per morta con la stessa regolarità con cui poi qualcuno sale su un palco, attacca due accordi e dimostra che forse si era esagerato.
Serata con tre band tra le migliori emerse nell’ultimo periodo, anche se “emergenti” ormai è una parola elastica: può voler dire ragazzi al primo tour, gente che suona da quindici anni, oppure musicisti che semplicemente non hanno ancora avuto il tempo di diventare insopportabili.
Former Champ vengono da Glasgow, hanno evidentemente ascoltato i dischi dei Teenage Fanclub, dei Pastels e sanno scrivere canzoni di indie pop come piacciono a me e ai miei compari di Sniffin’Glucose. Strano non averli mai passati in radio fino ad ora.
I Sunday Mourners sono la quota nervosa, urbana, elettrica: una band californiana con New York nel sangue, come se qualcuno avesse preso l’aura dei primi Strokes e qualche scheggia di Television, e le avesse rimesse in circolo.
Roba che da queste parti trova terreno fertile: canzoni che sembrano camminare di notte con le mani in tasca, decadenti quanto basta senza trasformarsi in una recita scolastica sul CBGB. Tanto che “A-Rhythm Absolut” è forse il disco che ho ascoltato di più in questo scorcio di nuovo anno. Dal vivo, a dire il vero, si confermano solo fino a un certo punto. Mancano un po’ di presenza e ogni tanto affiora una certa monotonia che rischia di appiattire tutto. Però hanno quelle due o tre canzoni davvero molto buone e una versione furbetta di “See No Evil” che, alla fine, rimette tutto a posto.
Poi i Ratboys, una di quelle band che non fanno molto rumore intorno a sé, lavorano, scrivono, migliorano, e a un certo punto pubblicano un disco magnifico come “Singin’ to an Empty Chair”. Un album di chitarre e canzoni artigianali, emotivo, dove fragilità, lutti, stanchezza e vita quotidiana entrano nella forma pop senza appesantirla. Ci senti il passo melodico di Jeff Tweedy, certe aperture alla Yo La Tengo, Wednesday e i Replacements e quella capacità molto rara di sembrare fuori moda solo perché non stanno inseguendo niente.
Gruppo meraviglioso, anche sul palco, capace di far fumare gli amplificatori quando serve. Il pubblico londinese apprezza e regala ovazioni, perdendo per strada il solito aplomb.
Ma come dicono a Highbury: quando ce vò, ce vò.
Seconda sera, secondo concerto. Le ginocchia iniziano a prendere appunti, ma per ora non hanno ancora chiesto formalmente le dimissioni.

Black Box Recorder
Palladium Theatre, London, 22/05/2026
Con Luke Haines avevo un conto aperto. Non ero mai riuscito a vederlo dal vivo, nonostante sia sempre stato uno dei miei preferiti. Uno di quelli che, nel mio personale podio dell’indie britannico, occupa da anni una posizione altissima e abbastanza poco discutibile.
Haines è sempre stato una specie di ribelle delle cause perse: troppo intelligente per stare comodo dove avrebbe potuto stare, troppo sarcastico per farsi adottare davvero, troppo inglese anche per gli inglesi. Prima precursore involontario del britpop con gli Auteurs, poi subito pronto a prenderne le distanze quando la faccenda ha iniziato a puzzare di champagne, Union Jack e laburismo da starlette. A quel punto, invece di godersi il buffet, ha preferito buttarsi tra le braccia di Steve Albini. Scelta discutibile solo se nella vita si pretende anche di essere felici.
Io ho adorato gli Auteurs, naturalmente.
Ho adorato Baader Meinhof, che resta una delle sue deviazioni più geniali e meno accomodanti. E ho adorato anche i Black Box Recorder, il progetto in cui la sua cattiveria chirurgica trovava una forma quasi perfetta: pop minimale, voce glaciale di Sarah Nixey in primo piano, eleganza da salotto inglese e testi che nel frattempo smontavano famiglia, infanzia, rispettabilità e altre piccole istituzioni nazionali con la grazia di chi ti versa il tè mentre ti incendia casa.
I Black Box Recorder erano perversamente pop. Canzoni levigate, quasi educate, dentro cui passavano frasi capaci di farsi bandire dalla radio britannica, tipo “Life is unfair / Kill yourself or get over it”. Che, bisogna dirlo, non è esattamente la linea motivazionale che trovi stampata sulle tazze da ufficio, ma in qualche modo riassumeva benissimo quel loro modo di guardare l’Inghilterra: con distacco, crudeltà e malinconia.
E poi succede una di quelle cose che solo il presente riesce a rendere insieme assurde e perfettamente logiche: i Black Box Recorder, band che sembrava destinata a restare patrimonio di pochi malati terminali di pop britannico, vengono riscoperti da una nuova generazione. Complice Billie Eilish, complice “Child Psychology”, complice l’algoritmo, che smette di funzionare.
Il bello è che forse oggi vengono capiti meglio di allora. Negli anni Novanta sembravano troppo freddi, troppo cinici, troppo provocatori, troppo tutto. Oggi quel deadpan, quella voce trattenuta, quei testi sul disagio domestico, sull’infanzia, sulla depressione suburbana e sull’Inghilterra come malattia cronica suonano meno come una posa.
Il concerto, ospitato nelle storiche sale vellutate del Palladium, è esattamente quello che ci si aspetta: tutte le canzoni che devono esserci, una band leggermente arrugginita e Sarah che, con il solito sarcasmo, definisce il tutto “la seconda data di un tour di due concerti”. Insomma, non si capisce se ci sarà davvero un futuro. Ma in fondo qui quello che conta è tutto nel passato.
Finito il concerto, fuori dal teatro, incontro Luke insieme al collega chitarrista John Moore. Si accendono un grosso sigaro mentre l’adrenalina di un venerdì notte a Soho continua a scorrere tutt’attorno. Con il suo Panama ben calato in testa continua a sembrare fuori posto nel modo giusto. Che poi è probabilmente il massimo a cui si possa aspirare, se non si ha il fisico per diventare una popstar e nemmeno il carattere per piacere davvero a tutti.

