Gli 𝐀𝐦𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧 𝐂𝐫𝐞𝐚𝐦 𝐁𝐚𝐧𝐝 vengono da Minneapolis, attraversano krautrock, funk sgangherato e psichedelia e fanno muovere i piedi a tempo. Sono un gruppo unico per tanti motivi e vanno ascoltati senza remore. 𝐆𝐁 da Copenhagen smonta e ricompone rock, jazz fusion e pop da outsider dentro una canzone molto nervosa e molto londinese. È il nuovo nome in casa 𝐀𝐃 𝟗𝟑, che ormai è una garanzia. I 𝐌𝐨𝐝𝐞𝐬𝐭 𝐌𝐨𝐮𝐬𝐞 tornano e anche solo per riflesso condizionato va cliccato il tasto play. La nuova canzone però ci piace davvero — ma lo diciamo comunque sottovoce. 𝐓𝐡𝐞 𝐇𝐞𝐚𝐥𝐢𝐧𝐠 𝐏𝐨𝐰𝐞𝐫 𝐨𝐟 𝐇𝐨𝐫𝐬𝐞𝐬 continuano invece a sembrare una band registrata direttamente in una soffitta umida, anche ora che qualcosa attorno a loro inizia a muoversi davvero. Vengono dall’est dell’Inghilterra e di loro si parlerà parecchio nei prossimi mesi, statene certi.
Mentre il Brit Pop occupava il centro della scena inglese degli anni Novanta, ai margini di quel panorama prendeva forma anche un altro immaginario musicale, alimentato da artisti che guardavano altrove: all’epica dei romanzi di provincia, alle estati trascorse sulla sabbia delle surreali spiagge di Blackpool e ai pomeriggi passati davanti ai banconi semideserti dei pub di periferia, il tutto verniciato da un’ironia malinconica perfettamente riassunta dal titolo di un disco: 𝐸𝑛𝑔𝑙𝑎𝑛𝑑 𝑀𝑎𝑑𝑒 𝑀𝑒, album d’esordio dei 𝐁𝐥𝐚𝐜𝐤 𝐁𝐨𝐱 𝐑𝐞𝐜𝐨𝐫𝐝𝐞𝐫. Un’Inghilterra intesa come luogo di educazione sentimentale, fabbrica di eccentricità, eleganza dimessa e disincanto; costellata di biblioteche, attraversata dai double-decker bus e costantemente bagnata dalla pioggia. Le canzoni narravano di magnifici perdenti, relazioni logore, periferie grigie e sogni coltivati con un’ostinazione quasi letteraria, un perimetro entro il quale si muovevano gruppi diversissimi tra loro, accomunati però dalla stessa sensibilità: arrangiamenti sofisticati, humour secco e un’attenzione maniacale per i testi. Era una musica colta ma accessibile, in grado di evocare Burt Bacharach e il post-punk nello stesso respiro. Come quella degli 𝐀𝐧𝐢𝐦𝐚𝐥𝐬 𝐓𝐡𝐚𝐭 𝐒𝐰𝐢𝐦, maestri di un pop sghembo, ricco di fiati jazzati e storie urbane raccontate con uno spirito cinematografico, capace di restituire con precisione l’Inghilterra del quotidiano. Poi i 𝐓𝐢𝐧𝐝𝐞𝐫𝐬𝐭𝐢𝐜𝐤𝐬, probabilmente la quintessenza della malinconia sofisticata anni Novanta: voce baritonale, orchestrazioni notturne, romanticismo esausto e una rara capacità di trasformare il minimalismo emotivo in qualcosa di monumentale. Infine i 𝐃𝐢𝐯𝐢𝐧𝐞 𝐂𝐨𝐦𝐞𝐝𝐲 di Neil Hannon, interpreti del lato più sarcastico e teatrale di quella stagione. Tra sonorità sontuose e testi brillanti, trasformavano il pop da camera in un racconto satirico dell’identità britannica, oscillando continuamente tra raffinatezza e autoironia.
Nel finale il filo si stringe attorno all’idea stessa di canzone. 𝐏𝐚𝐮𝐥 𝐌𝐜𝐂𝐚𝐫𝐭𝐧𝐞𝐲 con “Maybe I’m Amazed”, cioè il momento in cui il pop torna semplicemente a essere emozione fisica. E subito dopo 𝐖𝐞𝐢𝐫𝐝 𝐍𝐢𝐠𝐡𝐭𝐦𝐚𝐫𝐞, il nuovo progetto di Alex Edkins dei 𝐌𝐞𝐭𝐳, che sembra nascere proprio da lì: meno bisogno di distruggere tutto, più fiducia nelle melodie, nei ritornelli, nella vulnerabilità.
