𝐒𝐧𝐢𝐟𝐟𝐢𝐧’ 𝐆𝐥𝐮𝐜𝐨𝐬𝐞 #𝟑𝟖 rimbalza tra presente e 1979, una delle annate più interessanti della musica che più ci piace. Si comincia con gli 𝐞𝐚𝐫 — scritto così, tutto minuscolo — progetto nato tra Hudson Valley e Londra, dove indie pop fatto in casa, elettronica, voci sussurrate e piccoli rumori digitali convivono senza darsi troppe spiegazioni. I 𝐓𝐫𝐚𝐦𝐡𝐚𝐮𝐬 arrivano invece da diciotto mesi di tour attraverso tre continenti: “Plovdiv” nasce da viaggi in furgone, club, città viste di corsa e persone salutate troppo in fretta. Poi il 𝐓𝐚𝐫𝐚 𝐂𝐥𝐞𝐫𝐤𝐢𝐧 𝐓𝐫𝐢𝐨, che continua a mettere insieme dub, pop sperimentale, elettronica e dettagli minuscoli. Il brano parla di lavoro perso e precarietà, ma lo fa senza alzare la voce. Chiudono il primo giro i 𝐁𝐫𝐚𝐦𝐰𝐞𝐥𝐥, da Cardiff: chitarre, vecchie trasmissioni BBC e un’idea di pop inglese che guarda a XTC, Go-Betweens e Pale Fountains, con quella sensazione strana di conoscere già una canzone al primo ascolto.
Tra le tante band innovative e fuori dagli schemi nate dalla scena post punk britannica di fine anni Settanta, 𝐓𝐡𝐢𝐬 𝐇𝐞𝐚𝐭 e 𝐏𝐨𝐩 𝐆𝐫𝐨𝐮𝐩 occupano senza dubbio un posto di primo piano. Entrambe sono tra le esperienze più radicali, intransigenti e al tempo stesso lungimiranti del periodo: i primi scelsero di spingersi oltre, fondendo sperimentazione sonora, improvvisazione, elettronica, musica concreta e tensione politica in un linguaggio del tutto originale, anticipando molte delle pratiche che avrebbero caratterizzato l’industrial, il post rock e svariate forme di musica sperimentale contemporanea. I secondi, nati a Bristol nel ‘77, si fecero subito notare per il desiderio di andare oltre i confini del punk, mescolando influenze che andavano dal funk al dub giamaicano, dal free jazz fino alle ricerche più avanguardistiche, costruendo un suono estremamente nervoso, del tutto imprevedibile e spesso volutamente caotico, sempre animato da una forte carica politica. Il loro album d’esordio 𝑌, pubblicato nel 1979, è uno dei dischi fondamentali del post punk. Al suo interno convivono l’energia grezza del punk, la libertà dell’improvvisazione e una forte consapevolezza politica. Più che seguire una scena, contribuirono a crearne diverse, dimostrando che la contaminazione tra linguaggi musicali poteva diventare una forma di ricerca artistica e ricordandoci che la musica può essere molto più di un semplice intrattenimento: può diventare uno strumento per osservare, criticare e reinterpretare il mondo che ci circonda. Tema peraltro estremamente attuale ai nostri giorni.
Nel finale torniamo ai nostri giorni. Gli 𝐒𝐭𝐫𝐨𝐤𝐞𝐬 con “Falling Out Of Love” tirano fuori una canzone fredda, filtrata, distante. Lascia decisamente spiazzati, ma in fondo è quasi meglio così. E poi gli 𝐈𝐜𝐞𝐚𝐠𝐞, nostro disco della settimana con 𝐅𝐨𝐫 𝐋𝐨𝐯𝐞 𝐨𝐟 𝐆𝐫𝐚𝐜𝐞 & 𝐭𝐡𝐞 𝐇𝐞𝐫𝐞𝐚𝐟𝐭𝐞𝐫. Erano partiti giovanissimi, con canzoni che sembravano voler bruciare tutto in pochi minuti. Oggi non hanno perso quella spinta, ma l’hanno spostata altrove: ballate, rockabilly, country, romanticismo e aperture melodiche. Se si fa la tara alle pose di Elias Rønnenfelt, ci rimane un grande disco tra le mani.
