𝐒𝐧𝐢𝐟𝐟𝐢𝐧’ 𝐆𝐥𝐮𝐜𝐨𝐬𝐞 #𝟒𝟎 comincia con quattro novità che hanno idee piuttosto diverse su quanto debba durare una canzone.
I 𝐌𝐞𝐬𝐡 arrivano da Philadelphia e, cinque anni dopo la loro prima cassetta, pubblicano finalmente l’album di debutto: post-punk inglese, indie anni Ottanta e ruvidità DIY. Gli 𝐒𝐭𝐲𝐫𝐨𝐟𝐨𝐚𝐦 𝐖𝐢𝐧𝐨𝐬 vengono invece da Nashville, si scambiano continuamente strumenti e parti vocali. Nelle nuove canzoni entrano country, folk, soul, fiati e perfino qualche clarinetto. Roba che piacerà a quelli che tengono i dischi dei Silver Jews e di Jeff Tweedy in collezione. Poi i 𝐏𝐞𝐫𝐞𝐧𝐧𝐢𝐚𝐥, trio del Connecticut che mette insieme mod, soul, punk, organo Vox, Le Tigre, MC5 e Stax in pezzi spesso più brevi del tempo necessario per raccontarli.
Gli 𝐘𝐇𝐖𝐇 𝐍𝐚𝐢𝐥𝐠𝐮𝐧, infine, pubblicano per 4AD “Magazine”: dieci brani, undici minuti complessivi, nessun ritornello al quale aggrapparsi. Batteria tra post-punk e free jazz, chitarre e sintetizzatori ormai indistinguibili, Zack Borzone in modalità predicatore sull’orlo del collasso. Ne mettiamo due in fila, “Innocent Sigh” e “Ballerina”, giusto per arrivare a due minuti.
Da lì torniamo a metà anni Settanta, quando il rock cominciava a deformarsi in qualcosa che ancora non aveva un nome preciso.
In progetti come quelli di 𝐃𝐞𝐯𝐨, 𝐏𝐞𝐫𝐞 𝐔𝐛𝐮, 𝐁-𝟓𝟐’𝐬, l’ironia non era un elemento accessorio ma uno strumento critico utile a smascherare le convenzioni del rock, i miti dell’autenticità e persino le pretese dell’avanguardia (cit. 𝐒𝐤𝐢𝐚𝐧𝐭𝐨𝐬). Come negli 𝐒𝐩𝐚𝐫𝐤𝐬, che pur appartenendo a una generazione precedente finirono per esercitare un’enorme influenza sul suoni e attitudini future. Se il punk aveva gridato 𝑁𝑜 𝐹𝑢𝑡𝑢𝑟𝑒, il post punk americano rispose con una risata obliqua e inquietante: forse il futuro era già arrivato, ed era molto più assurdo di quanto chiunque avesse immaginato.
Tra tutti, nessun gruppo incarna meglio questa tendenza quanto i 𝐃𝐞𝐯𝐨, vestiti come operai futuristi o automi aziendali, i membri della band trasformavano il concerto rock in una performance dadaista, La loro ironia non era mai rassicurante. Ridevano dell’America consumista, ma ridevano anche del pubblico alternativo che si considerava più intelligente della massa. In fondo, per il gruppo, tutti erano vittime della de-evoluzione, musicisti inclusi. La loro autoironia consisteva proprio nel rappresentarsi come i primi prodotti del mondo che denunciavano.
Se i Devo erano la caricatura della società tecnologica, i 𝐏𝐞𝐫𝐞 𝐔𝐛𝐮 ne erano il lato allucinato. La voce di David Thomas, frontman deliberatamente anti-carismatico, sembrava quella di un clown inquietante, un personaggio tragicomico sospeso tra humour e nevrosi accompagnata da una musica che trasformava il paesaggio industriale del Midwest in una vera e propria forma sonora.
I 𝐁-𝟓𝟐’𝐬 svilupparono invece un approccio completamente diverso. Il loro universo era costruito attorno a una miscela di cultura pop anni Cinquanta, fantascienza da drive-in, estetica camp e humour queer. Nelle loro canzoni il punk incontrava i cartoni animati e le feste sulla spiaggia, dimostrando che si poteva essere intelligenti rendendo ancora più artificiale la cultura pop attraverso la leggerezza, tra pettinature esagerate e abiti sgargianti.
Da ultimi gli 𝐒𝐩𝐚𝐫𝐤𝐬: il loro ruolo nello sviluppo post punk americano è spesso sottovalutato (per referenze chiedere a Larry Hardy della In the Red, loro fan totale). Gli Sparks trattano il pop come un gioco intellettuale sull’abbrivio di canzoni farcite di humour sofisticato, riferimenti culturali, doppi sensi e personaggi bizzarri. Ron Mael, impassibile dietro le tastiere, pare una caricatura del professore severo; Russell, al contrario, canta con una teatralità quasi isterica. La loro autoironia consiste nel sabotare continuamente il proprio successo. Ogni volta che in carriera sono sembrati vicini al mainstream hanno cambiato direzione, rendendo impossibile qualsiasi normalizzazione.
Nel segmento finale recuperiamo “Rot Forever” dei 𝐒𝐢𝐨𝐮𝐱 𝐅𝐚𝐥𝐥𝐬: settantatré minuti di chitarre aggrovigliate, Built To Spill, Modest Mouse, videogiochi, vecchi CD masterizzati e troppe ore passate su internet. Un disco esagerato, disordinato e generoso, convinto che mettere tutto dentro sia meglio che lasciare fuori qualcosa di importante.
Il disco della settimana è il nuovo album dei 𝐂𝐡𝐚𝐧𝐞𝐥 𝐁𝐞𝐚𝐝𝐬.
Dentro c’è un certo pop inglese adulto, archi sintetici, violino elettrico, neo soul e canzoni eleganti che continuano a incrinarsi sotto il proprio peso. Ne ascoltiamo due: “The Coward Forgets His Nightmare” e “Dust in the Wind”. In quest’ultima torna Isaac Eiger dei Sioux Falls, perché i cerchi vanno sempre chiusi, in qualche modo.
