Non tutte le novità sono uguali. Alcuni dischi sembrano pesare un po’ più degli altri, e quello di 𝐂𝐡𝐚𝐧𝐞𝐥 𝐁𝐞𝐚𝐝𝐬 rischia di trasformarsi in un piccolo caso. 𝐂𝐡𝐚𝐧𝐞𝐥 𝐁𝐞𝐚𝐝𝐬 è il progetto di Shane Lavers, cresciuto in Minnesota e poi passato da Seattle a New York, dove il suo suono ha preso forma tra house show, magazzini e spazi improvvisati. “Song For The Messenger” anticipa “Your Day Will Come”, il suo secondo album che porta lo stesso identico titolo del debutto. Melodie che affiorano e spariscono, violini, collage sonori, voci filtrate, rumori che entrano nella canzone come ospiti non invitati. Se ne parlerà a lungo.

La prima parte di 𝐒𝐧𝐢𝐟𝐟𝐢𝐧’ 𝐆𝐥𝐮𝐜𝐨𝐬𝐞, lo sappiamo, è dedicata esclusivamente alla musica nuova. I 𝐋𝐚 𝐒𝐞́𝐜𝐮𝐫𝐢𝐭𝐞́ arrivano da Montréal. Nella loro musica troviamo ironia, femminismo, festa, sudore e il rischio abbastanza concreto che tutto finisca per deragliare. A seguire 𝐖𝐢𝐬𝐡𝐲 e poi i 𝐌𝐲𝐭𝐡𝐢𝐜𝐚𝐥 𝐌𝐨𝐭𝐨𝐫𝐬, che sembrano aver intercettato una vecchia frequenza college radio americana: dB’s, Game Theory, power pop, jangle, malinconia leggera e quella sensazione di una canzone elegante senza nessuna voglia di darsi arie.

Da lì facciamo un salto negli anni Novanta britannici.

Prima i 𝐉𝐚𝐜𝐤 e la loro idea di romanticismo terminale, urbano, un po’ alcolico, come se ogni canzone cominciasse già sapendo che finirà male.

Poi i 𝐒𝐮𝐩𝐞𝐫 𝐅𝐮𝐫𝐫𝐲 𝐀𝐧𝐢𝐦𝐚𝐥𝐬, cioè il momento in cui il pop gallese decide che si può essere melodici, psichedelici, scemi e sofisticati nella stessa canzone.

E infine i 𝐒𝐞𝐞𝐟𝐞𝐞𝐥, che ci aiutano a celebrare il catalogo Too Pure. Nel 1993 “Quique” sembrava già arrivare da qualche anno nel futuro: chitarre trasformate in texture, elettronica, dub, ambient, techno, ripetizione ipnotica.

Gruppi, dischi, labels, anni, m-e-r-a-v-i-g-l-i-o-s-i.

Segmento finale che si apre a Olympia, con i 𝐁𝐞𝐚𝐭 𝐇𝐚𝐩𝐩𝐞𝐧𝐢𝐧𝐠. Attorno a quella storia prendono forma la K Records, una certa idea di DIY americano, l’indie pop, le riot grrrl e parecchie cose che ancora oggi continuiamo a inseguire. Se i 𝐁𝐞𝐚𝐭 𝐇𝐚𝐩𝐩𝐞𝐧𝐢𝐧𝐠 occupano un posto centrale nella storia dell’indie americano, non è certo per l’innovazione apportata dalla loro tecnica strumentale, quanto per aver ridefinito il significato stesso del fare musica. La loro è un’estetica radicalmente anti-professionale: pochi accordi, registrazioni spartane e un approccio che privilegia spontaneità, sincerità ed espressione personale. In un periodo come quello dei primi anni Ottanta, dalle loro parti dominato da un hardcore sempre più muscolare da un lato e da un college rock sofisticato dall’altro, i Beat Happening dimostrarono che chiunque potesse creare musica significativa senza virtuosismi, grandi mezzi economici o legittimazione commerciale. La loro importanza va oltre i dischi, che pure dovrebbero figurare nella collezione di ogni appassionato di musica. Furono il simbolo di una filosofia culturale destinata a influenzare generazioni di musicisti indipendenti: dal twee pop al lo-fi, dall’indie rock degli anni Novanta fino a molte scene contemporanee. Al centro del loro mondo la 𝐊 𝐑𝐞𝐜𝐨𝐫𝐝𝐬, l’etichetta fondata da 𝐂𝐚𝐥𝐯𝐢𝐧 𝐉𝐨𝐡𝐧𝐬𝐨𝐧 nel 1982. Non soltanto una label, ma una vera e propria infrastruttura culturale. Attraverso cassette, fanzine, concerti, corrispondenza postale e una rete internazionale di appassionati, contribuì a costruire un’alternativa concreta all’industria musicale tradizionale. La sigla “𝐼𝑛𝑡𝑒𝑟𝑛𝑎𝑡𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙 𝑃𝑜𝑝 𝑈𝑛𝑑𝑒𝑟𝑔𝑟𝑜𝑢𝑛𝑑” sintetizzava perfettamente questa visione: una comunità globale di artisti indipendenti collegati da valori comuni più che da interessi commerciali, secondo il motto 𝑒𝑥𝑝𝑙𝑜𝑑𝑖𝑛𝑔 𝑡ℎ𝑒 𝑡𝑒𝑒𝑛𝑎𝑔𝑒 𝑢𝑛𝑑𝑒𝑟𝑔𝑟𝑜𝑢𝑛𝑑 𝑖𝑛𝑡𝑜 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑎𝑡𝑒 𝑟𝑒𝑣𝑜𝑙𝑡 𝑎𝑔𝑎𝑖𝑛𝑠𝑡 𝑡ℎ𝑒 𝐶𝑜𝑟𝑝𝑜𝑟𝑎𝑡𝑒 𝑂𝑔𝑟𝑒. Per comprendere il fenomeno non si può non citare la loro città: Olympia. Piccolo centro universitario del Nord-Ovest, lontano dai grandi poli dell’industria musicale, la capitale dello Stato di Washington divenne uno dei laboratori culturali più influenti della scena alternativa, sviluppando una scena in cui concerti, etichette, spazi autogestiti, radio universitarie e fanzine costituivano le componenti di un unico ecosistema. Dopo alcuni anni di apparente stanchezza e sostanziale immobilismo, negli ultimi tempi si è assistito a una significativa rinascita di questa sensibilità estetica. In un’epoca dominata da piattaforme digitali e algoritmi, molte giovani band hanno recuperato il fascino dell’imperfezione, delle melodie essenziali e dell’autoproduzione. Tra gli esempi più interessanti figurano 𝐒𝐡𝐚𝐫𝐩 𝐏𝐢𝐧𝐬 e 𝐒𝐥𝐢𝐩𝐩𝐞𝐫𝐬, che reinterpretano il linguaggio del twee pop, del jangle pop e del lo-fi senza ridurlo a una semplice operazione nostalgica. Le loro registrazioni conservano quell’immediatezza domestica e quella fiducia nel gesto creativo che erano già al centro dell’universo Beat Happening. Questa nuova ondata non rappresenta soltanto un revival sonoro. È il ritorno di una concezione della musica come pratica comunitaria, accessibile e indipendente. In questo senso, il filo che collega Beat Happening, K Records, Olympia e molte delle migliori band indie contemporanee (si veda, ad esempio, la scena del Chicago Youth Beat) non è uno stile preciso, bensì un principio: l’idea che la cultura possa essere costruita dal basso, con mezzi limitati ma con illimitata immaginazione.

Il disco della settimana è quello di 𝐒𝐥𝐢𝐩𝐩𝐞𝐫𝐬. Anche loro fanno uscire i dischi per K Records. Dietro il nome c’è Madeline BB, originaria di Atlanta e oggi a Los Angeles: batterista, cantante, autrice di tutto il materiale. La sua formazione è passata dal collettivo Elephant 6, dai Cocteau Twins, i Black Lips, da Olympia alla Nuova Zelanda della Flying Nun, fino a Karen Carpenter. “Slippers 08” è semplicemente un piccolo disco di canzoni perfette, e tanto basta.


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