Hang The DJ (Fiver #24.2017)

thesmiths-3.18.2013

The Smiths

L’indiano all’inizio di Portobello Road è stato per anni il mio ristorante preferito. Non mi ricordo se si mangiasse davvero bene oppure fosse solo una questione di fascino esotico, di sapori, spezie, colori che a casa mia non esistevano. Forse era solo la soddisfazione e l’eccitazione di essere ancora una volta in quel posto, il quartiere giamaicano di Londra, Nothing Hill. A poche centinaia di metri dal mio luogo di culto preferito all’epoca: il negozio di Rough Trade in Talbot Road.
Erano strade sulle quali mi fiondavo appena potevo, una volta all’anno come minimo ma se capitava l’occasione anche più spesso. Le mie vacanze estive sono state così per un bel po’ di anni consecutivi: Bologna-Londra andata e ritorno. Incurante dei racconti degli amici ventenni dell’epoca che, reduci da Ibiza o da qualche isola greca, non si capacitavano che qualcuno potesse consapevolmente rinunciare a tutto il pacchetto fatto di quelle cose legate alla tarda adolescenza.

Quando da ragazzo li ascoltai per la prima volta (i Velvet) fu per me come una chiamata alle armi, si trattava esattamente del genere di musica che avrei voluto suonare
(Thurston Moore)

Per me era invece tutta una questione di senso di appartenenza, di sentirsi rappresentati in una tribù. Avevo scelto quel mondo in maniera inconsapevole e, sia chiaro, non rimpiango neppure un momento quello che il destino mi ha portato in dote e se potessi scegliere, oggi come allora, ad un club di Ibiza preferisco mille volte il carnevale giamaicano londinese o qualche concertino in un garage di periferia. Il ragionamento era semplice: i ragazzi di Rough Trade hanno aperto a Nothing Hill. Quindi Nothing Hill è figo. Il carnevale giamaicano è a Nothing Hill, quindi è figo di conseguenza. Anche i Clash amavano il dub. Avere mezzo catalogo dell On-U Sound in casa è la diretta conseguenza di quei giorni, insomma. Questo gioco dell’appartenenza, fatto a colpi d’accetta e senza troppo filosofeggiare mi ha fatto finire in luoghi e conoscere persone che sono diventate semplicemente la mia vita.

IMG_4336

SG Posse…..Londra primissimi novanta…..

Scegliere che musica ascoltare era una scelta di campo. La nostra era presunzione allo stato puro, in fondo ma non potevamo saperlo. Pensavamo che fosse l’arte contro il mercato, figuriamoci. Ma era bello crederci e sì, ci sentivamo rappresentati davvero. Bisognava avere anche fortuna, però. Ogni tanto mi chiedo come sarebbe stato se invece che incontrare nel percorso alcuni di quelli che sono diventati e che sono tuttora  i miei migliori amici avessi incrociato subito le teste di cazzo che mi è capitato di ritrovarmi tra i piedi più tardi. I peggiori in assoluto, gente che nonostante avesse il repertorio completo della Stax in casa serbava un rancore e una mancanza di umanità davvero sorprendenti.
Del resto ognuno si sceglie la musica che vuole e, ho imparato nel tempo, per le ragioni più diverse. Indossare la maglietta degli Smiths non rende automaticamente persone migliori, anche se mi pare ancora adesso incredibile che non sia così.
Mi diverte ogni tanto curiosare nel dashboard di Sniffin’ Glucose, vedere il numero di accessi (sempre in crescendo, grazie) e spulciare tra i termini di ricerca che utilizzate per arrivare fino a noi. Questa è la parte più esilarante. Al di là delle in qualche modo scontate ricerche a sfondo musicale (“figli hope sandoval”, “vita rowland s howard”, “perfume genius frasi”) si alternano cose fantastiche (“mi fa male la testa e mi bruciano i capelli la testa e mi fa male e dove stanno andando via i capelli mi cascano diventano bianchi”, “compriamo cose di cui non abbiamo bisogno di soldi che non abbiamo”) ma anche altre che sono particolarmente indicative. Una recentissima ricerca recitava “canzoni morrissey per mandare affanculo”. Ecco, spulciare tra il repertorio degli Smiths per trovare l’ispirazione e mandare a quel paese qualcuno è una pratica decisamente sottovalutata. Talvolta cantare hang the dj, hang the dj, hang the dj…. a squarciagola 141fe55e090ec314b0c57092684ef534.500x150x1rivitalizza anche l’umore più nero e aiuta a mettere tutto nella giusta prospettiva. Perché la musica rimane a discapito di tutti gli hater che ci complicano l’esistenza giorno dopo giorno, perché se siamo ancora qui significa che non abbiamo nessuna intenzione di farci rovinare le giornate e che se abbiamo bisogno di un posto dove andare a rifugiarci cerchiamo canzoni come questa, adesso più che mai.

THE SMITHS – Panic

 
FILTHY FRIENDS – The Arrival

Corin Tucker spacca più di tutti, piú di me e voi messi insieme, più di qualsiasi gruppo con una chitarra a tracolla di questi tempi. Corin Tucker tira fendenti che arrivano alla bocca dello stomaco. Talmente risoluta che, sembra impossibile, Peter Buck viene relegato al ruolo di comparsa. Filthy Friends è una sigla che raccoglie un manipolo di grandi musicisti, tutti con un passato importante alle spalle. Ma Corin Tucker monopolizza la scena, 240 secondi di rock coniugato come se fosse punk con la dose d’energia e il piglio di una grande, grandissima canzone.

THE DREAM SYNDICATE – How Did I Find Myself Here

Steve Wynn non è mai andato via, in fondo. Di conseguenza sembra impossibile che l’ultimo album uscito come Dream Syndicate sia una faccenda di 29 anni fa! Tra incursioni soliste o con altre formazioni ha continuato a scrivere canzoni e solcare palcoscenici. Ma il ritorno dei Dream Syndicate è faccenda capace di smuovere anche il più smaliziato dei nostalgici. La canzone che anticipa il nuovo album ha il solo difetto di sembrare costruita a tavolino proprio per risvegliare vecchi entusiasmi ma non aggiunge nulla di nuovo alla formula. I fan del gruppo non lo considereranno certamente un difetto, del resto. Nemmeno io di conseguenza.

KEVIN MORBY – Come To Me Now

Questa canzone apre il nuovo album di Morby. Velluto, un organo splendido, classe che straborda in tutte le direzioni. Lo ammetto: non pensavo che potesse arrivare a tanto. Morby mi è sempre piaciuto, l’ho seguito fin dai tempi della prima formazione (The Babies) e anche nelle prime fasi della carriera da solista. Veniva liquidato sempre come il bassista dei Woods che si è messo in testa di fare il cantante. Aveva ragione lui. Avevamo torto noi. Perché al di lá della canzone tutto l’album si muove a livelli di pura eccellenza e sembra destinato a diventare uno dei migliori dischi dell’intera annata, senza troppi dubbi.

RIPS – LOSING II

Debutto con i fiocchi, da Brooklyn, prodotto da uno dei tizi di Parquet Courts. Non servirebbe aggiungere nulla, a questo punto, perché sarà sufficientemente chiaro il quadro: chitarre, spigoli e melodie accennate. Television, Feelies, Felt, Parquet Courts. Bellissimo, insomma.

CESARE LORENZI

Mancunian formation (Fiver # 20.2017)


Non sei mai stato a Manchester ma è tra le la città probabilmente più importanti per la tua formazione musicale e personale. Ecco, gli eventi drammatici degli ultimi giorni ti hanno portato, quasi come in un riflesso condizionato, a riappropriarti di tracce del tuo passato che, credi, sia poi il passato di molti (quantomeno della tua generazione) e riconsiderarle alla luce di quanto accaduto.
Sono alcuni momenti che, spesso coincidendo con questa città, hanno definito/plasmato la tua esperienza di appassionato musicale e la tua formazione culturale. Dei veri e propri snodi sul tuo tragitto che ti hanno lasciato in eredità quei riflessi pavloviani che spesso ti inducono, se vedi un estraneo con la maglietta dei Fall o degli Smiths, a considerarlo parte della tua stessa famiglia e a sorridergli rischiando di fare la figura del cretino o peggio.
Nell’estate del 1981 il tuo primo viaggio a Londra. Un anno dalla morte di Ian Curtis. Tornasti a casa con una busta piena di dischi di Bowie e dei Clash e con quel 7 pollici con la copertina dorata che, ti sembra di ricordare, avevi ascoltato per la prima volta alla radio grazie alla trasmissione di Marco Fiorini.
La Manchester di Ian Curtis ti si palesava in bianco e nero tra giardini desolati e marmi bianchi.
Però chi era rimasto aveva adagiato la parola speranza tra quei solchi.
Tutto  quello che c’era da sapere sui tormentatissimi rapporti sentimentali della tua adolescenza e sui pericoli del perdercisi era lí dentro.

Oh I’ll break them down, no mercy shown
Heaven knows, it’s got to be this time,
Avenues all lined with trees,
Picture me and then you start watching,
Watching forever, forever,
Watching love grow, forever,
Letting me know, forever

La Brixton Academy era stipata. Mark E. Smith prese il palco. Immobile. Da un leggio sceglieva fogli che appallottolava dopo pochi secondi tra l’annoiato e l’infastidito biascicando parole per te senza senso. Le chitarre saturavano l’aria. Sotto al palco era l’inferno.
La cosa più strana e “figa” che avessi mai visto.
Eri uscito da lì dentro con la consapevolezza che il carisma probabilmente non si misurava in tagli di capelli e colori della tua Lacoste.

Vent’anni, compleanno importante.
Ti regalarono il disco di una band che non avevi mai sentito nominare.
A distanza di 33 anni ricordi ancora l’esatto momento in cui partirono le prime note di Reel Around The Fountain e ti perdesti a guardare fuori dalla finestra. Non che ci fosse granchè nel quartiere suburbano romano in cui eri stato esiliato ma dopo aver sfuggito per anni tomi di autori classici la poesia entrò prepotentemente nella tua vita (come in quella di molti altri ).
I am not the man you think I am.. avresti voluto inciderlo sulla porta di casa ma tra musica strana e tifo calcistico inaccettabile nel quartiere già ti guardavano storto abbastanza.

Il primo lavoro, i primi soldi in tasca, il vinile di importazione degli Stone Roses.
Stile a palate, sguardi persi “altrove”, canzoni mandate a memoria. Tu già abbondantemente stempiato in cerca di cappellini da pescatore che ti stavano malissimo.
Dopo qualche birra i sensi di colpa di un’educazione opprimente si allentavano, cercavi lunedì felici, accompagnato da melodie senza tempo, guidato da ciarlatani e volevi essere adorato. Se esageravi ti sentivi, addirittura, la resurrezione..

C’è stato un periodo in cui ti sei quasi vergognato di avere tutti i singoli degli Oasis del primo periodo.
Ma sei sempre stato consapevole che, se copiavi sulla cassettina da confezionare per la persona che ti faceva battere il cuore frasi come questa, avevi sempre insperati margini di successo.

Maybe I think you’re the same as me we see things they’ll never see you and I
We’re gonna live forever

Osare, impudentemente, contro ogni logica.
Scalare vette di arroganza senza guardare giù per non rischiare di essere risucchiato dal vuoto della tua inadeguatezza.
Fregandosene del prima e del dopo.

In definitiva una specie di percorso di formazione.
E ti piace pensare che chi ha condiviso con te questo genere di tragitto, seppur con mille possibili varianti di itinerario, non si sarebbe mai permesso, per acchiappare qualche like, di fare battute su quanto poco figo fosse morire a Manchester ad un concerto di Ariana Grande.

Hey, in my opinion, you seriously SUCK.

Massimiliano Bucchieri

Of British music and cinema…(Fiver #29.2015)

The Smiths

The Smiths

Uno dei miei primi ricordi di ascoltatrice musicale consapevole risale alla fine degli anni ’80. Nell’autunno del 1987 The Smiths stavano per arrivare in Italia per il loro primo vero tour dopo una deludente apparizione sanremese (il gruppo si esibì in playback) e la prima ed unica data romana di maggio 1985. Avevo acquistato il libro delle edizioni Arcana con tutti i testi, li avevo imparati a memoria (li so tuttora; ho imparato l’inglese in gran parte così) e non vedevo l’ora di saggiare la loro abilità dal vivo. Era prevista infatti un’esibizione al palasport di Padova; abitavo da quelle parti all’epoca, ma avrei trovato il modo –con mio fratello o qualche amica- di raggiungere la venue. Quel concerto, con mio enorme disappunto, non avrà mai luogo: il gruppo si scioglie ad un paio di mesi dall’evento.
Questo preambolo per raccontare di un film che ha a che fare con la band e che sono riuscita finalmente a recuperare dopo numerose ricerche: A taste of honey di Tony Richardson, del 1961, tratto dall’omonima opera teatrale di Shelagh Delaney. Qui l’intero film in lingua originale:

SPOILER: In breve, è la storia della diciassettenne Jo e di sua madre Helen, tra una casa in affitto decrepita e l’altra e tra un espediente e l’altro per sbarcare il lunario. Jo conosce un marinaio di colore e ne resta incinta; costui salpa dopo poco. La madre nel frattempo si accasa con un facoltoso amante e la lascia sola. Jo trova un nuovo alloggio che dividerà con un conoscente omosessuale, Geoffrey, che è disposto a fare da padre al nascituro. Helen infine lascia il marito e si trasferisce da Jo, rompendo l’equilibrio che si era venuto a creare tra i 2 giovani.
Ambientazione urbana (Manchester), paesaggi industriali, proletariato. Il film in sé è un capolavoro di “kitchen sink realism” e appartiene di diritto al Free cinema, il genere creato a metà anni ’50 dallo stesso Richardson con Lindsay Anderson, Karel Reisz e Lorenza Mazzetti (toscana trasferita a Londra che realizza là i suoi primi e quasi unici film). Il BFI nel 1999 colloca A taste of honey al 56° posto nella lista dei 100 migliori film britannici di sempre.
Morrissey ha attinto a piene mani –ed è stupefacente quanto- da questo film e in generale da questo immaginario cinematografico. This Night Has Opened My Eyes è la parafrasi di questa storia e contiene la frase di Geoffrey ‘The dream has gone but the baby is real’, nonché ‘I dreamt about you last night. Fell out of bed twice’ e ‘I’m not happy and I’m not sad’, pronunciate invece da Jo.
Altrettanto bello e raccomandato dallo stesso Morrissey, Saturday night and Sunday morning di Karel Reisz di un solo anno antecedente, con protagonisti gli strepitosi Albert Finney e Rachel Roberts. Un breve estratto qui:

Chiudo l’excursus con un altro film, stavolta documentario e contemporaneo, sempre dagli accenti fortemente british. Si tratta di My secret worldthe story of Sarah records, proiettato in una rara occasione al bolognese Zoo.
http://storyofsarahrecords.com/index.html
Set dell’azione stavolta è la Bristol di fine anni ’80-inizio anni ‘90, ma non quella del contemporaneo movimento trip-hop, ma di una delle etichette più misconosciute e disprezzate d’oltremanica: Sarah Records (http://sarahrecords.org.uk/). Twee –trad. sentimentale, affettata, antiquata- l’aggettivo che la stampa specializzata attribuiva alla musica che usciva da quella fucina. Rivoluzionari a capo del progetto la coppia Clare Wadd e Matt Haynes. Animati da istanze femministe -basti pensare al nome stesso dell’etichetta ed al fatto che ci fosse una donna a condividerne le responsabilità- e DIY, in un solo settennio –dal 1987 al 1995- hanno prodotto 100 tra dischi, eventi, fanzine e persino giochi (una versione del Monopoli chiamata Saropoly come 50° uscita). Tra i gruppi del roster: The Field Mice, The Sea Urchins, Blueboy, Secret Shine.

Dream pop fondamentalmente, ma senza preclusioni verso altri tipi di esperienze musicali, che in alcuni casi ha ricevuto l’endorsement persino di John Peel. Nel film, diretto da Lucy Dawkins e costato 4 anni di riprese, si presentano le uscite più significative del catalogo, con interviste alle band e immagini di repertorio. Così fino alla 100° uscita, ovverosia il party che chiuderà con il botto l’epopea Sarah. Ospiti speciali nel film Calvin Johnson della K Records e i giornalisti Everett True e Alexis Petridis. I 2 protagonisti, dopo tentativi autonomi di mettere a frutto l’esperienza dell’etichetta -Clare lavorando per un periodo per l’industria discografica, Matt creando una propria etichetta-, hanno cambiato attività e fanno altro: la contabile lei e non si sa bene cosa lui.
Cercate questa pellicola se avete almeno sentito nominare la Sarah Records!
Un’altra chicca stavolta per i fan: il 5 Novembre 2015 uscirà per Bloomsbury Popkiss: The Life and Afterlife of Sarah Records, scritto da Michael White.

Paola Bianco

indie pop ain’t noise pollution (parte 5) 10-1

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

10 – 1

10) Primal Scream – Velocity Girl (1986)

Bobbie Gillespie, anche se inviso a molti, è un uomo con una visione. Cominciata dietro i tamburi dei Jesus And mary Chain e approdata spesso “altrove”. Uno dei passaggi fondamentali del suo itinerario è sicuramente questo singolo. (M.B.)
Sono stanco di essere frainteso quando parlo di musica. Capiamoci una volta per tutte: a me non interessa tutta la musica. Se capita che parliamo di musica POP io non intendo Madonna e Michael Jackson o Pharrell Williams e Lady Gaga: quelle cose sono totalmente fuori dai miei orizzonti, non mi interessano, non le ascolto e non ho alcuna opinione da esprimere in merito. Se parliamo di musica POP gli ottantacinque secondi di Velocity Girl sono per me pura, semplice e perfetta musica POP.
Esattamente come i centosettantadue secondi che trovate poco sotto alla posizione numero 8. (A.C.)
È una vita che rompo le balle ad Arturo. Me lo ha visto scrivere più di una volta, immagino. Me lo ha sentito dire in ogni tipo di situazione: in compagnia dietro ai microfoni di una radio, per esempio; o nelle conversazioni tra amici alle tre di mattino con un grado alcoolico oltre ogni limite. Lui sa, insomma. Sa quanto ami questo gruppo. Questa canzone in particolare. Impossibile spiegarne i motivi. Semplicemente la canzone che ho sempre sognato di poter scrivere, un giorno. (C.L.)

9) The Stone Roses – The Stone Roses (1989)

Analizzare i motivi della grandezza di questo disco è difficile nonchè inutile. Non so se Madchester è stata solo l’epoca della felicitá chimica e non mi interessa. So solo che cè una scena in Spike Island, il film sul mitico concerto dei Roses del 90, che riassume bene tutto. I protagonisti, senza biglietto, sono confinati fuori dall’area dove si svolge il concerto quando, da dentro, parte I Am The Revolution. Compare la Felicitá sui loro visi e io, con la pelle d’oca, ballo e canto davanti alla tv mosso da una forza soprannaturale. (M.B.)
Il primo Stone Roses è un grande disco, capace di riassumere i venti anni precedenti la sua uscita mischiando con semplicità disarmante rock, pop, funky, dance. Eppure in fondo in fondo continua a sfuggirmi l’importanza capitale che viene ancora oggi attribuita a quel disco e a quel gruppo. (A.C.)
Consumai letteralmente i primi singoli, quelli cha anticiparono questo disco. L’album, inutile dirlo, fu uno dei “miei” dischi e tale è rimasto. Mi ricordo che una stroncatura del primissimo concerto italiano sul Mucchio Selvaggio mi diede la certezza assoluta che ero sulla strada buona. Poi uno dice l’importanza della stampa musicale. (C.L.)

8) The La’s – There she goes (1990)

Un album unico ed enorme. Lee Mavers, il Brian Wilson della nostra generazione senza uno Smile a guastarne il ricordo. (M.B.)
Ecco, appunto: centosettantadue secondi di pura e semplice perfezione POP. Vedi alla posizione numero 10. (A.C.)
Ho sempre letto la stampa musicale inglese. Lo facevo anche in quei giorni a Londra. Era aprile del 1989 e i La’s erano il gruppo del momento in Inghilterra, nonostante non avessero ancora inciso nient’altro che due singoli. I soldi lasciati ai bagarini fuori dal locale non li ho mai rimpianti. Mi feci travolgere da quaranta minuti scarsi di perfezione pop. Il giorno dopo acquistai There She Goes e divenne immediatamente una delle mie canzoni preferite di sempre. (C.L.)

7) Arctic Monkeys – I bet you look good on the dancefloor (2005)

Copio e incollo il giudizio che diedi, sulla vecchia versione di questo blog, all’indomani dell’esibizione al Pukkelpop festival del 2006. Arctic Monkeys: molto giovani. Molto spocchiosi. Un paio di pezzi molto belli. Molto sopravvalutati… Dopo 8 anni il mio giudizio non è cambiato di una virgola. Questa musica, per me, non è “importante”. (M.B.)
Ho stimato gli Arctic Monkeys in ogni fase della loro carriera e continuo a nutrire verso di loro sincera stima e ammirazione. Ma non mi sono mai piaciuti sul serio. Questo pezzo però era e rimane una bomba. (A.C.)
Che questa sia una grande canzone non c’è nessun dubbio. Poi capita che le strade delle persone si dividano, anche di quelle che condividevano storie d’amore veramente importanti. Per gli Arctic Monkeys ho avuto una cotta passeggera. Mi è passata da un pezzo e vederli ora non mi fa veramente più nessun effetto. Non si tratta nemmeno di cuore spezzato, ormai è semplice indifferenza. (C.L.)

6) Joy Division – Transmission (1979)

Sinceramente faccio fatica a scrivere qualsiasi cosa a proposito dei Joy Division. Diventare banali è una certezza, in questo caso. Cosa volete che vi dica? Ho fatto la trafila: recuperato gli album, li ho ascoltati fino a consumarli. Di più non so. Ci sono certe bands dove davvero diventa superfluo parlarne. (C.L.)
I dischi che ho in casa ho smesso di contarli da un pezzo. L’ultima volta che ho provato a farlo eravamo sopra i 5.000 titoli. I più vecchi li ho in cassetta, poi vinili e cd. Di alcuni dischi ne ho due copie, di altri addirittura tre, generalmente in formati diversi. Dei due album dei Joy Division ho la versione in cassetta, quella in vinile, le ristampe rimasterizzate in cd con aggiunta di un disco dal vivo cadauna e per non farmi mancare proprio nulla acquistai pure il cofanetto quadruplo Heart and Soul e la raccolta Substance. Non so se i Joy Division siano il mio gruppo della vita, di certo ci vanno vicini. (A.C.)
Arturo aveva Still. Era doppio, quattro facciate. Lo ascoltavamo in religioso silenzio. Pomeriggi passati così, senza fare altro. Tornavo a casa con tutti i compiti da fare ma ne era valsa la pena. (M.B.)

5) My Bloody Valentine – You made me realise (1988)

Qui si spingono al limite….e vanno oltre. I MBV mi hanno sempre dato l’impressione di partire dove molti hanno mosso a loro volta i primi passi ma di riuscire sempre a spostare i confini appena più avanti. Adoro ascoltarli in cuffia e ancora oggi non finiscono di stupirmi. Penso che sia il miglior complimento che si possa fare ad un musicista. (C.L.)
Questa canzone è come una linea spartiacque per l’indie rock: c’è un prima e c’è un dopo. I MBV, dal canto loro, sono il durante. (A.C.)
Musica “importante”, altro che Arctic Monkeys. Musica grazie alla quale, un giorno, non mi vergognerò di rispondere orgogliosamente a chi mi chiederá cosa facessi quando avevo vent’anni: “ascoltavo i My Bloody Valentine, cazzo”. (M.B.)

4) The Fall – How I wrote “Elastic Man” (1980)

Ne abbiamo parlato a lungo. Dei Fall di Mark E. Smith. O meglio, lo ha fatto Compagnoni in questo articolo qui. Meglio di lui non riuscirei comunque a dirlo, tanto vale rileggerlo. (C.L.)
Ogni loro disco ha almeno una canzone da ricordare. E di dischi ne hanno fatti davvero parecchi. Ancora oggi quando voglio raccontare a qualcuno di un nuovo gruppo che accende il mio entusiasmo ma che non so esattamente come catalogare tiro fuori il nome dei Fall. Poi per evitare approfondimenti mi giro e me ne vado. (A.C.)
Il mio pezzo dei Fall è Hit The North pt 1. Me ne innamorai dopo aver visto Mark Smith biasciarlo annoiato in un concerto londinese di tanti anni fa. Ognuno dovrebbe avere un pezzo dei Fall preferito. Dovrebbe essere una domanda obbligatoria nei test attitudinali. “Pezzo dei Fall preferito?” Il mondo sarebbe un posto migliore. (M.B.)

3) Orange Juice – You can’t hide your love forever (1982)

Un gruppo che dovrebbe essere amato solo per il nome che si è scelto e un album che andrebbe consumato allo sfinimento fosse anche solo per il titolo. Se non siete così romantici da convincervi con le parole puntate subito tre canzoni come sampler del disco intero: Falling and Laughing, Tender Object e Consolation Prize. Dopo non potrete più farne a meno. (A.C.)
Ci sono gruppi che piacciono solo per la musica. Gli Orange Juice no, non solo per quella. Quelle giacche troppo strette, gli occhiali da sole e quel ciuffo ribelle che cadeva sugli occhi, lo confesso, sono stati l’immagine che vanamente ho cercato di replicare negli anni della mia adolescenza. Sempre meglio che paninaro, no? (C.L.)
Stile e sostanza. Rip it up and start again, un monito al quale ho cercato di attenermi nel corso degli anni. Con alterne fortune. (M.B.)

2) The Jesus and Mary Chain – Psychocandy (1985)

Ci sono dischi che diventano capi saldi della tua formazione musicale. Alcuni te li tiri dietro per sempre, altri nel tempo sfumano quell’importanza che inizialmente avevano. Se hai la fortuna di vivere in diretta l’attesa per l’uscita di uno di quei dischi, il privilegio di ascoltarne in diretta la musica al momento della sua uscita, la botta di fortuna di vedere il gruppo nel tour che accompagna al tempo l’uscita di quel disco (Vidia Club, Cesena, 25/5/1986), la voglia di ascoltare ancora quell’album, quasi trent’anni dopo la sua uscita oggi con lo stesso entusiasmo di allora. Ecco, se ti capita tutto questo sei un privilegiato. Me ne rendo conto. (A.C.)
Era una uno bianca, mi sembra di ricordare. Eravamo in 4 e ci sparammo 600 km in poche ore, tra andata e ritorno. Non avevo ancora compiuto diciotto anni.  Jesus and Mary Chain a Correggio fu uno dei primi concerti seri della mia vita. Psychocandy me l’aveva già cambiata appena qualche mese prima. (C.L.)
Ne avevo sentito parlare da Rockerilla. Feci una richiesta radiofonica a Radio Città Futura. Il primo singolo Never Understand. Qualche minuto di attesa e poi scariche di energia statica a invadere l’aria. Sotto intuivo della melodia. Mi ricordo distintamente in ginocchio sul letto a controllare se la radio si fosse desintonizzata. Era, invece, il rumore del futuro. (M.B.)

1) The Smiths – This Charming Man (1983)

Ci sono gruppi, ci sono dischi e ci sono canzoni che cambiano la vita, non ci sono cazzi. Se la pensate diversamente vuol dire che la musica la vivete diversamente da come la viviamo noi. Dico di più: ci sono giri di chitarra, meglio se suonati impiegando il minor numero di note possibili, che ti lasciano addosso cicatrici che nemmeno il solco di una lama lascerebbe. Penso a giri come quello che apre Marquee Moon o ai primi sei secondi di This Charming Man: a punctured bicycle, on a hillside desolate, will nature make a man of me yet ?. (A.C.)
Quello che sono diventato, nel bene e nel male, lo devo a due bands in particolare. Una sono i R.E.M. e l’altra gli Smiths. Tutto il resto è venuto dopo. (C.L.)
14/5/1985, gli Smiths a Roma. C’ero. Avevo 21 anni. Niente è stato più come prima. (M.B.)

leggi la prima parte, i dischi dal  50 – 41

leggi la seconda parte, i dischi dal  40 – 31

leggi la terza parte, i dischi dal  30 – 21

leggi la quarta parte, i dischi dal  20 – 11

Il principe valanga

url

Alcuni amici mi chiedono di scrivere un pezzo per il loro blog (questo).
Ho sempre considerato i miei pensieri non molto interessanti per il mondo del web e così rimango prima stupito e poi onorato della richiesta. Riflettendoci penso poi che passati i 40 ogni occasione di condivisione con persone che stimo sia un modo sano per far circolare pensieri e passioni e così accetto volentieri.
Passano i giorni e di tanto in tanto penso ad un eventuale incipit del pezzo. Sono sempre stato affascinato dalle origini delle cose, delle passioni che vibrano ancora a distanza di così tanti anni e delle persone che ti hanno aiutato a coltivarle e ancora delle occasioni fortunate avute per aprire maggiormente il cuore e farci entrare ulteriori storie, ulteriori vibrazioni. E così penso che l’incipit potrebbe essere quel pomeriggio di tanti anni fa (29 per l’esattezza), un ragazzino introverso entra in un cinema bolognese per vedere Paris Texas di Wim Wenders e ne esce con emozioni mai sentite prima, perchè si accorge di non essere così solo come pensava di essere.
Oppure ancora lo stesso ragazzino che acquista Meat is Murder degli Smiths e non lo toglierà per mesi dalla puntina, maturando il pensiero che tutto il mondo poteva anche girargli di traverso, ma lui aveva la musica, il cinema e nessuno avrebbe mai potuto toglierglieli.
Quello era il suo mondo.

Ma non volevo incipit così autobiografici, desideravo una riflessione più a largo respiro, sulle vibrazioni che accomunano tutti sia che provengano da un film, da un brano folk o punk, da un quadro o da righe lette su di un libro.
E così quando meno me lo aspetto, ho la fortuna di avere qualche giorno fa un breve scambio con un signore di 75 anni che mi capita di frequentare di tanto in tanto.
Una frase semplice viene detta di commento ad un brano di musica classica di Felix Mendelssohn. La annoto , penso che sia quello che andavo cercando: “Vedi, l’arte da qualsiasi forma provenga, incarna un sentimento di gratitudine per la vita”. La cosa è amplificata dentro di me in quanto le parole sono dette lentamente con voce un po’ rotta, una commozione dovuta alla bellezza del brano. Mi pare lampante in quel momento che quegli occhi siano lucidi per bellezza, non per rimpianti o malinconia. E’ come se mi dicessero “Ho 75 anni e sono ancora qui che vibro per un brano…che meraviglia !”
Sono sicero, io Mendelssohn non sapevo nemmeno chi fosse fino a qualche giorno fa.
Se avessi giocato a Trivial avrei scelto l’opzione del terzino destro della Svezia e non quella del compositore tedesco, ma il senso della cosa è che se arriveremo a 75 anni vibrando ancora per una storia, un brano o una qualsiasi opera d’arte, allora vuole dire che davanti a noi ci aspettano ancora tanti anni pieni di sorprese.
Per il sottoscritto i 75 anni arriveranno (se arriveranno) nel 2045.

Per adesso vi segnalo le 10 opere cinematografiche che più mi hanno fatto vibrare nel 2013.
Ho scelto una lista di film non usciti in sala, ma rintracciabili piuttosto comodamente in rete.
Tutto questo non per snobismo ma unicamente perchè dei film che escono in sala se ne parla ovunque e molto meglio di quello che potrei fare io.
Pensare che certi film non trovino una distribuzione nel nostro paese, può riempire di amarezza.
Poi basta una buona connessione e ci ritroviamo meno italiani e più dentro al mondo.

Ecco allora il mio personale
BEST UNDISTRIBUTED MOVIES 2013

10 – THE BROKEN CIRCLE BREAKDOWN
Uno di quei classici film su cui potrei essere crocefisso. Troppo “romance”, troppo mieloso.
Però una Nashville trasportata idealmente in Belgio e un amore vissuto attraverso il country folk, mi hanno toccato.
Da difendere !

09 – THE WAY WAY BACK
Ho inserito 4 film/racconti di formazione in questa mia classifica, 2 in stile “comedy” (come questo) e 2 in stile “drama”. Forse continuo ad avere ancora voglia di formarmi e quindi risulto sensibile al tema.
Film dal grande cast: Steve Carrell, Sam Rockwell, Toni Collette.
Ritmo “popolare” per tutti i gusti.
Se non esce in sala in Italia sarà una grande gaffe della distribuzione.

08- KINGS OF SUMMER
Se si è giustamente amato “The Perks of Being a Wallflower” (Noi siamo infinito), ci si può lasciare andare anche a questa visione. Mancano le canzoni degli Smiths, Sonic Youth e Dexys Midnight Runners, ma i ragazzi protagonisti sono ancora più veri.

07- JOE
David Gordon Green aveva girato l’ottimo “All the real girls” nel 2003. Poi aveva preso la via del divertimento con commedie insieme agli amici Seth Rogen, James Franco e Jonah Hill.
Tutte commedie simpatiche che restavano giusto l’arco della serata. Nel 2013 prende una troupe e gira 2 film in 5 mesi nelle stesse location (vicino ad Austin-Texas) .
Gli riescono a mio avviso 2 piccoli capolavori.
E’ proprio vero che se l’ispirazione arriva bisogna approfittarne.

06 – FRANCES HA
Questo potrebbe anche uscire nelle sale italiane nel 2014, o meglio è stato acquistato (che non vuol dire che esca). Scanso equivoci non racconto nulla ma se dovesse uscire non perdetevi la versione originale con l’entusiasmo e lo splendido recitato di Greta Gerwig

05- LIBERAL ARTS
Josh Radnor (il Ted Mosby di How I Met Your Mother) è diventato regista e lo fa molto bene.
All’esordio un paio di anni fa con un altro film da recuperare (Happythankyoumoreplease), firma qui la sua seconda regia. Una commedia apparentemente leggera scritta alla grande. Poi la protagonista femminile è Elisabeth Olsen e solo questo vale il film.

04- MUD
Mud e Joe (dalle trame molto simili) non dicono nulla di nuovo sul genere ma hanno il pregio di regalare grandi regie e un giovane attore in comune (Tye Sheridan) che diventerà sicuramente un grande se non verrà appiattito da Hollywood . Il regista è invece Jeff Nichols che l’anno scorso si era fatto conoscere per Take Shelter.
(Se vi siete persi Take Shelter, recuperatelo per non commettere un crimine contro l’umanità).

03- AIN’T THEM BODIES SAINTS
Una trama sottile che tiene con il fiato sospeso fino alla fine.
Un grande giovane regista accompagna uno degli attori più sottovalutati degli ultimi anni: Casey Affleck. Un western non western che potrà piacere a molti.

02- FRUITVALE STATION
Tra poche settimane ai Golden Globes e agli Oscar si parlerà molto di “black people” grazie a titoli altisonanti. Ma come al solito il cinema indie batte anch’esso un colpo nella stessa direzione con un pugno diretto allo stomaco ed un film che tocca.

01- PRINCE AVALANCHE
Di David Gordon Green ho già parlato in JOE , per me è il regista dell’anno.
Una storia assolutamente insignificante, raccontabile in 10 parole. Però mi ritrovo a desiderare di chiacchierare a vita con Paul Rudd ed Emile Hirsh circondato dal nulla del Texas e in attesa della compagnia musicale degli Explosions in the Sky.
Il Principe Valanga è il mio Felix Mendelsshon del 2013.

Se qualcuno come me è malato di documentari segnalo nella stessa sezione
The Act of Killing, West of Memphis, The Central Park Five, Mission to Lars e The Imposter

Massimo Sterpi

still ill

il_570xN.323350881
E’ sorprendente come i ricordi di quella sera siano ancora sufficientemente nitidi.
Ero in pieno fan period riguardo Morrissey e soci, oddio a dire la verità lo sono ancora adesso 29 anni dopo, e The Smiths, Hatful Of Hollow e Meat Is Murder giravano incessantemente sul piatto di casa.
Narra la leggenda che Morrissey interpellato un po’ per scherzo su dove avrebbe voluto suonare in un day off di un serrato tour europeo rispose: Rome, of course.
Questo in effetti spiegherebbe la velocissima organizzazione della serata (gli Smiths suonarono addirittura con strumenti non loro, appresi in seguito), curata in città da Radio Città Futura che, fortunatamente, all’epoca ascoltavo incessantemente e dove mi precipitai, negli studi di Piazza Vittorio, appena appresa la notizia, in un misto di incredulità (un cazzo di scherzo?) e di commozione (sembra esagerato ma avevo 21 anni all’epoca…).
Mi sembra in effetti che non furono affissi manifesti in città e fu perciò ancora più sorprendente trovare il Tenda Strisce di Via Cristoforo Colombo pieno come un uovo in una calda serata infrasettimanale.
E, indubbiamente, fu la catarsi.
Nella mia vita di concerti ne ho visti parecchi di cui alcuni indimenticabili, non so… penso ai Nirvana di Nevermind, ai Pavement di Slanted And Enchanted, alla PJ Harvey di Dry o ai Clash di Sandinista. Quei momenti, per gran parte imponderabili, in cui magicamente si sposano la qualità dell’artista preso al massimo della propria espressività con un momento particolare della tua vita.
Ma quella sera fu, probabilmente, ancora di più.
E segnò la mia formazione di appassionato musicale e non solo di quello.
In piedi su una sedia di quarta/quinta fila una muraglia umana mi impediva praticamente la visuale di Johnny Marr ma gli occhi erano tutti per un giovane e occhialuto Morrissey a pochi metri da me, estremamente sorpreso e compiaciuto della bollente accoglienza riservatagli e che non si risparmiava minimamente, diviso tra le pose sguardo al cielo immortalate anche da alcuni video dell’epoca ed un atteggiamento quasi provocatorio, di confronto, con le prime file che spesso strabordavano sul palco in cerca di contatto fisico.
Ogni canzone un boato e, più in particolare, la sensazione, quasi sospesa nell’aria, di totale, profonda condivisione personale, molto personale.
Hey ma non sono solo io a provare certe cose.
Ricordo la gente spossata, seduta per terra al termine del concerto fuori dalla Tenda.
Ma di una spossatezza più spirituale che fisica e anche oggi, che probabilmente non ascolto un disco degli Smiths da mesi e Morrissey fa un po’ impressione nella sua bolsaggine, il ricordo di quella sera, delle emozioni provate, spesso mi chiarisce cosa cerco nella musica e, più in generale, nella vita.

La scaletta fu questa:
William It Was Really Nothing
Nowhere Fast
I Want The One I Can’t Have
What She Said
How Soon Is Now?
Stretch Out And Wait
That Joke Isn’t Funny Anymore
Shakespeare’s Sister
Rusholme Ruffians
The Headmaster Ritual
Hand In Glove
Still Ill
Meat Is Murder
Heaven Knows I’m Miserable Now
Handsome Devil
This Charming Man
Miserable Lie
You’ve Got Everything Now

Massimiliano Bucchieri