2013 in due atti

speedy-ortiz

ATTO 1 – IL DISCO

SPEEDY ORTIZ – MAJOR ARCANA

1981

M. ha 17 anni e va a vedere i Clash a Firenze. 
Canta a squarciagola sugli spalti di uno stadio, balla perfino. Tornando con un espresso a tarda notte fantastica di fare di quell’esperienza un progetto di vita, una rotta per gli anni a venire.

2005

S. ha 16 anni ascolta i Pavement nella sua cameretta in un college di Northampton (Ma).
Decide di formare una cover band: le Babement.

Lui i Pavement li ha visti nel 1992 e gli hanno fatto lo stesso effetto  di quella sera a Firenze.
Lei nel 1992 aveva tre anni.
Oggi M. ha 49 anni, S. 24.
Lei forma gli Speedy Ortiz e suona come se i Pavement non si fossero mai sciolti, non si fossero mai ricostituiti, non fossero mai cresciuti.
L’altro ha un lavoro che detesta e una come S. la odia perchè ha fatto un disco che ha il suono fragoroso dei suo sogni frantumati e sparpagliati sul pavimento.

Disco dell’anno, ovviamente.

ATTO 2 – IL CONCERTO

BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB – 16/7/13 VICOLO BOLOGNETTI

C’è una serata calda di mezza estate.
C’è una band americana di buon successo che, discograficamente, ha passato il suo periodo migliore da un bel pezzo.
C’è un bel cortile nel cuore di Bologna.
Le aspettative sono inversamente proporzionali alle età anagrafiche degli intervenuti ma c’è un eccezione.
Un sosia di Ken Loach sui sessanta spinti che conversa faticosamente ed educatamente con due giovani ragazze americane che lo osservano diffidenti come fosse un animale mitologico materializzatosi tra hipster, turisti e vecchi appassionati.
Parte il concerto.
Potenza e classe senza una sbavatura.
Trenta minuti di fuoco e fiamme dopo, in un raro momento di pausa tra un assalto sonoro ed un altro, si avverte distintamente un suono.
Quel suono è “THUMB”.
E’ il suono delle mascelle degli scettici e degli infedeli al culto che crollano pesantemente a terra per la sorpresa. Sorpresa che non sfiora minimamente Ken Loach impegnato in una assurda, sciamanica danza che lo conduce in territori “altri”. Le americane ora lo guardano con occhi diversi, oserei dire ammirati.
L’intensità, umanamente, cala ma l’intera platea è convertita, in scioltezza.
Ken Loach è un cencio pallido e sudato, si asciuga gli occhiali, saluta timidamente le americane e arranca verso la fermata del 27.

Massimiliano Bucchieri

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