Non c’è niente che sia per sempre*

“Nel nostro suono si possono percepire tutti gli errori: i buchi sono lì, si sentono, la musica diventa vulnerabile e invita alla critica.childish
E noi incoraggiamo sia la critica che la vulnerabilità perché queste sono le cose per cui vale la pena fare arte.
Se ascolti gli Stones, i Kinks, i Clash o qualsiasi altro gruppo rock and roll al suo inizio quello è l’elemento che cerchiamo.
Anche ora, dopo 25 anni, quando registriamo un disco, vogliamo che chi lo ascolta pensi che sia il primo disco del gruppo.
Questo è il nostro obiettivo: avere quell’energia, altrimenti non vale la pena suonare.
Crescere significa essere capaci di accedere a quelle parti di noi che uno vuole: il bambino dentro di noi, e non il teenager.
La gente pensa che rimanere giovani significhi comportarsi come teenager irresponsabili.
Ma quando hai 30 anni non devi più fare finta di essere un teenager: devi accedere a ciò che vuoi, ciò di cui hai bisogno”.

Billy Childish

Come ci insegnano i libri di storia più o meno contemporanea, il piano quinquennale è stato uno strumento di politica economica adottato da alcuni Paesi socialisti durante il secolo scorso.
Su Wikipedia c’è anche una pagina che spiega nel dettaglio di cosa si tratta.
Meglio si trattava, stante il fatto che il concetto di socialismo è ormai da tempo un soprammobile vintage poggiato su un vecchio scaffale della memoria.
Un po’ come i cimeli dell’Unione Sovietica allineati sui banchetti di certi mercatini dell’usato: i busti di Lenin, gli orologi e le bussole stellati di rosso, le bandiere color porpora vellutate e bordate con frange giallastre.
Comunque sia il piano quinquennale, proprio quello di cui cantavano i CCCP nel loro primo album, individuava determinati obiettivi di carattere economico da raggiungere in un periodo di – ovvio – cinque anni.
Il concetto, con riguardo ai vari settori dell’economia, fu introdotto per la prima volta da Stalin alla fine degli anni ’20 e fu in seguito rielaborato e proposto da altri paesi comunisti tra cui Cina e Vietnam.

Lasciando da parte politica ed economia, faccende di cui nulla so, trovo che il concetto di piano quinquennale dovrebbe essere assunto a sistema per ogni faccenda importante che affrontiamo nel quotidiano.
Credo fermamente che sarebbe cosa buona e giusta delineare con un certo rigore i limiti temporali entro cui far vivere le cose, dandoci una regola che vada bene per tutto e per tutti, così che nessuno ci rimanga male.
Lo sapremmo da subito: ogni cosa importante deve durare al massimo cinque anni, poi basta.
Proroghe e rinnovi sono ammissibili ma vanno valutati con attenzione ed approvati caso per caso da un arbitro esterno.

CCCP

Le cose, in generale, dovrebbero andare avanti il giusto, importanti o meno che siano.
Quelle brutte perché naturalmente non abbiamo nessun desiderio di sperimentarle per un tempo superiore a quello strettamente necessario a farle finire.
Quelle belle perché basta un niente a trasformarle in altro e mandare tutto, come si suol dire, in vacca.
Ad esempio una qualunque storia d’amore non ha senso debba durare per più di un lustro.
Fosse per me lo metterei per legge che dopo cinque anni (e sono stato pure largo) qualunque coppia debba sottoporsi ad un esame accurato al cospetto di un giudice imparziale, inflessibile e munito di un manuale che elenchi la necessaria presenza di una serie di elementi oggettivi per consentire il proseguimento del cammino intrapreso cinque anni prima.
Se superi l’esame vai oltre, altrimenti ognuno a casa sua.
Basta con le storie che vanno avanti per inerzia.
Quale lavoro non viene poi a noia dopo 60 mesi?
O se vogliamo vederla dalla parte di chi vi paga per lavorare: in quale lavoro si da ancora il meglio di se dopo un lasso di tempo del genere?
L’esperienza acquisita nel quinquennio può compensare l’entusiasmo smarrito?
Ammesso che esistano lavori entusiasmanti, fosse anche solo per un giorno, una settimana, un mese.
Tra le cose importanti della vita manterrei una sola eccezione: l’amicizia.
Quella dovrebbe durare.
Quando dura aiuta sul serio a vivere meglio.

collageMa in realtà, come sempre, volevo scrivere di musica, mica di grandi sistemi.
Una volta mi capitò di affermare che il rock and roll dovrebbe essere una faccenda esclusivamente adolescenziale.
Naturalmente non è vero, non del tutto almeno.
E’ però vero che l’adolescenza, con tutto il suo carico di stupidità e ignoranza, ingenuità e innocenza, consenta di azzardare entusiasmi e di accollarsi rischi che successivamente diventano difficili da gestire e a volte impossibili da accettare.
Per non parlare della passione, che invariabilmente con il passare del tempo tende a sbiadire, sfumando dal rosso acceso alle varie tonalità dell’arancio, scivolando poi sui colori pastello prima di congelarsi in un grigio sbiadito ed uniforme.
E’ da quell’entusiasmo, da quei rischi affrontati con spavalda euforia, da quelle passioni bruciate in un attimo che in genere nascono le cose che poi meritano di essere tramandate ai posteri.
Per questo personalmente credo che un gruppo dovrebbe sciogliersi entro i primi cinque anni di vita.
Per questo ritengo che l’album d’esordio sia quasi sempre il migliore all’interno della discografia di qualunque gruppo.
L’ipotesi che nel tempo la pratica possa rendere perfetti non riveste il benché minimo interesse per il sottoscritto, più o meno quanto l’idea di esaurire la vista alla ricerca delle increspature che sottolineino le imperfezioni di un debuttante.
Sinceramente non mi è mai importato di verificare quanto tecnicamente i musicisti siano migliorati disco dopo disco.
Anche perché di tecnica non ho mai capito una sega.

Slanted and Enchanted è il mio disco dei Pavement, anche se non ha le canzoni di Crooked Rain Crooked Rain né l’estro sbilenco di Wowee Zowee.
Il primo disco dei Velvet Underground è la storia, così come lo sono il primo dei Clash o il debutto degli Stooges.
Anche se dopo sono arrivati capolavori come White Light/White Heat, London Calling e Fun House.
Mi piacciono quelle band che rompono le righe prima di rompere i coglioni, mi piacciono i concerti che non superano i 45 minuti e i film che non varcano la soglia dell’ora e mezza.
Mi piacciono gli amori che spariscono prima di camuffarsi in consuetudine e le persone che smettono di parlare un attimo prima che il mio pensiero traslochi da qualche altra parte.
Mi piacciono i long drink serviti in cilindri lunghi e sottili, che finiscono in fretta lasciando ancora ghiaccio sul fondo del bicchiere.

La cosa più bella che mi sia mai capitata di leggere circa questo argomento, tema che mi sta davvero molto a cuore, fu il manifesto che la Sarah Records pubblicò su New Musical Express e Melody Maker nell’agosto del ’95.
L’etichetta in realtà visse più di 5 anni essendone trascorsi 7 tra la data della prima uscita (il 45 giri di Pristine Christine dei Sea Urchins) e l’ultima (la compilation There and Back Again Lane).
In maniera ingenua e romantica e proprio per questo bellissima, scrivevano:adayfordestroying
Quando avevi 19 anni non hai mai desiderato creare qualcosa di puro e meraviglioso solo perché un giorno tu potessi distruggerlo?
Niente dovrebbe essere per sempre.
Le band dovrebbero incidere un solo singolo poi sciogliersi, le fanzine pubblicare un numero perfetto poi chiudere, gli amanti lasciarsi sotto la pioggia alle 5 di un mattino e non rivedersi mai più.
L’abitudine e il timore del cambiamento sono le peggiori ragioni che possano spingerti a mandare avanti qualcosa.
Il primo atto di una rivoluzione è la distruzione e la prima cosa da distruggere è il passato.
E’ una cosa spaventosa.
Come innamorarsi.
Ma ci ricorda che siamo vivi.

*Afterhours, Non è per sempre

Arturo Compagnoni

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