Mascara, chiacchiere e dischi

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Mi ero proposta di elaborare una cosa che sfatasse un mito: quello che le ragazze non comprano dischi e riguardo la musica sono molto meno preparate rispetto ai ragazzi.
Pensando a cosa scrivere mi è però venuto un dubbio: è proprio vero che noi donne nella musica ci stiamo dentro tanto quanto gli uomini?

Una cosa è sicura: spesso e volentieri dentro a un negozio di dischi io mi sento come quando porto la macchina a riparare dal meccanico.
Spaesata e dubbiosa.

No, forse esagero.
In ogni caso la sensazione è più o meno questa: entro nel negozio con le migliori intenzioni del mondo e ne esco frustrata, perché in qualche modo ho ingenuamente innescato un processo di scetticismo, quando non di cinica ilarità, nel tipo che sta alla cassa.
Magari chiedendo il prezzo di un album come The Boy with the Arab Strap, disco bellissimo ma secondo lui probabilmente superato dai tempi.
Oppure, molto più raramente, ne esco da superfiga perché agli occhi di quello stesso commesso ho fatto l’acquisto giusto: un gruppo islandese sconosciuto ma dalle grandi potenzialità o il nuovo disco di Juan Wauters, un cantautore uruguaiano appena pubblicato dalla super hipster Captured Tracks.
Roba fina.

Un uomo non si può nemmeno immaginare cosa provo nello sfilare un album dalla pila mentre il commesso mi guarda.

Quella sensazione che se tiro fuori il disco sbagliato l’intera catasta franerà.
Come se da un castello di carte avessi tolto il puntello giusto e l’attimo successivo tutto crollerà sommergendo le mie poche certezze di ragazza appassionata di musica.

Una soluzione però l’ho trovata.
E’ squallida e si chiama Amazon Prime.
Ma anche in quel caso la mia poca competenza, presunta in quanto donna, mi viene sventolata innanzi.
Perché l’automatismo del programma mi chiede sempre se il disco che compero è un regalo?
Perché questo pregiudizio anche da parte di un commesso virtuale?
Avrà pure un fondo di verità allora la sfiducia che ci viene data?

Va detto che essere una ragazza rispetto ad essere un ragazzo comporta più cose.
Maggiori vincoli ed impegni.
Essere presenti ai concerti ci piace eccome, ma ci piace anche andarci con il vestito giusto.
E i vestiti costano.
Anche i dischi ci piacciono molto, certo.
Gli lp e i 7″ poi ci fanno impazzire.
Ma per acquistarli occorre denaro che del resto ci serve anche per comperare il rossetto rosso, il mascara e lo smalto nero.
Questo non vuol dire che la musica sia per noi solo un pretesto per apparire, o sia secondaria rispetto a tutto il resto.
Significa però che abbiamo il tempo e i fondi dimezzati rispetto al ragazzo che indossa la t­-shirt con disegnato il logo del gruppo musicale dove suona il suo migliore amico.
Quello che trascorre il sabato pomeriggio nei negozi di dischi in centro e le domeniche notte a studiarsi le line­up del Primavera Sound.
Lui mica deve riservare una fetta della sua giornata alla scelta dell’abito, della pettinatura e del trucco con cui presentarsi al club per ballare la sera.

I ragazzi nei tempi morti parlano di calcio, di fighe o di musica.
Le ragazze nei momenti di pausa parlano di cibo, vestiti, relazioni amorose fra cantanti di band indie, attori, vodka, famiglia, cinema.
Poi si, in fondo anche di musica.
Ecco di nuovo che il nostro tempo è ridotto.
Forse è proprio una questione di priorità o di
ridondanza di argomenti.
Dividiamo le passioni senza essere maniacali?
Con questo non voglio né vittimizzarci né elevarci a un rango superiore, sia chiaro.
Ad ogni modo i dischi li compriamo e non necessariamente i primi che abbiamo avuto nella nostra collezione sono quelli di Anna Calvi e di Edith Piaf.
Il giradischi in camera lo abbiamo e non solo perché fa tanto gingillo vintage.
Ci piace la musica, la buona musica come a qualsiasi ragazzo.

Però alla fine è vero che se dovessi chiedere un consiglio chiederei più volentieri a un amico, magari anche uno di seconda fascia, uno non tanto importante, piuttosto che alla mia amica del cuore.
Con lei parlerei d’altro.

Lucia Modena

3 pensieri su “Mascara, chiacchiere e dischi

  1. Mario Rossi

    Le donne sono una razza superiore.
    Ma stanno facendo di tutto per scendere al livello paraumano dei colleghi maschietti.
    Ovunque ragazze che si interssano di calcio, di motociclette, che cercano il senso della vita in un pezzo di plastica nero, o in un locale buio, piccolo e puzzolente, gestito da ciccioni pregiudicati in SUV (o più brevemente, “nei club”)
    Aberrazioni. Le donne si sono sempre interessate di cose “serie”, qualsiasi cosa questo aggettivo voglia dire.
    Oppure giovani donne che escono alla mattina alle 7, nel novembre padano, imbarbarite e ingrugnate, con la sigaretta fra i denti e gli occhiali scuri, sigillate dentro vetturette trendy, in attesa del fine settimana da consumare in eccessi.
    Ci hanno raccontato che tutto ciò è normale. Che non solo possiamo, ma che dobbiamo fare tutto ciò che fanno tutti, soprattutto le stupidaggini, che si sa, sono connesse al consumo.
    Ecco, un buon punto di partenza potrebbe essere un bilancio fra “faccio cose, vedo gente” e il consumo che queste azioni sottendono.
    Riletto così, il post suona diverso.
    (file under: Sunday morning nightmare)

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