Ogni cosa a suo tempo

“Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del c***o, scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita, scegliete un mutuo a interessi fissi scegliete una prima casa, scegliete gli amici, scegliete una moda casual e le valigie in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del c***o, scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina, scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi, scegliete un futuro, scegliete la vita.
Ma perché dovrei fare una cosa così?”

Trainspotting, Danny Boyle, 1996

Trainspotting_book_design_by_Spencer82

Ho sempre dato grande peso ai proverbi: li considero alla stregua di formule magiche destinate a svelare misteri e predire il futuro.
Qualora dovesse capitare una situazione cui potrebbe adattarsi un proverbio, allora state certi che provando a leggerla in quella chiave difficilmente sbaglierete.
Gran bella cosa la saggezza popolare.
A Giulio, che fa sempre la seconda elementare, cito spesso dei proverbi quando voglio convincerlo di qualcosa in modo semplice e chiaro.
Uno dei motti che più utilizzo in assoluto è: ogni cosa a suo tempo.
E invariabilmente, tutte le volte che pronuncio questa frase, mi compare davanti la copertina di un disco.
Un vecchio album dei Godfathers che si intitolava Birth, School, Work, Death.
E’ proprio quel titolo che crea il collegamento con l’aforisma di cui sopra. Una sequenza di parole che gira come il tamburo di un revolver: logica, diretta e ineludibile.
Ogni cosa a suo tempo, appunto.

The Godfathers - frontPur ritenendo che come ogni altro proverbio abbia caratteristiche di verità assoluta, questa massima non è in realtà utilizzabile in qualunque contesto.
Ci sono infatti alcune situazioni specifiche che non dovrebbero essere limitate da una determinata estensione temporale.
Ad esempio una faccenda che mi ha sempre fatto innervosire parecchio, è la spontanea abdicazione dei più dalle vicende legate alla musica.
Mi da fastidio il modo in cui certe persone (parecchie persone) apparentemente molto appassionate alla musica e a tutto ciò che alla musica gira attorno confinano le situazioni ad essa legate ad una specifica fase della propria vita.
Solitamente la fase che precede il fidanzamento, il matrimonio, la nascita di un figlio, l’ingresso nel mondo del lavoro.
Uno status che un tempo si incontrava inevitabilmente attorno al compimento dei 30 anni.
Oggi che tutto slitta continuamente e progressivamente in avanti potremmo dire che la soglia si attesti più tra i 35 e i 40.
A volte non è nemmeno necessario che si verifichi una delle situazioni sopra elencate, anche perché chi si fidanza o si sposa più al giorno d’oggi? Fare un figlio poi per carità e quanto al lavoro figurarsi.
Ma quella fase prima o poi arriva.
Perché quel momento coincide con l’istante in cui si decide che è giunta l’ora di considerarsi adulti.
Maturi.
Come se il crescere, il maturare, dovesse per forza essere sinonimo di serietà. Un metaforico abbandono della chitarra elettrica in favore dell’acustica. E se proprio dobbiamo ascoltare musica facciamolo stando chiusi nel nostro salotto, e mi raccomando, solo roba seriosa e con una sua certificata rispettabilità.

Concetto, quello di maturità, invero variabile a seconda del contesto di riferimento.
Intendiamoci, a me quelli che pensano di avere sempre vent’anni fanno girare un bel po’ i maroni.
Per contratto mi capita sovente di stare in mezzo a gente che ha più o meno la metà dei miei anni ma mai e dico mai mi balena per la testa l’idea di essere come loro, anche se a volte loro si ostinano a cercare di convincermi del contrario.
Potrei essere il padre di ciascuno di essi e il fatto che io sia aggiornato su qualunque uscita Sacred Bones e conosca tutti i nuovi gruppi che passano su Pitchfork prima ancora che Pitchfork li nomini non modifica di un’ora il giorno, il mese e l’anno della mia nascita.
Come dice Billy Childish in quel pensiero che ho citato in apertura di uno scritto qualche tempo fa: rimanere giovani non significa affatto comportarsi come teenager irresponsabili.
In quel caso si che vale il proverbio: non è più il tempo.
Però ritengo che rinunciare alla passione fissando come concambio la moneta del quieto vivere sia una cosa terribile.
Un crimine contro se stessi.
Tornando alle parole di Childish: devi accedere a ciò che vuoi, ciò di cui hai bisogno.
Rimane poi da capire cosa veramente vogliamo noi e cosa invece crediamo di volere, confondendo il desiderio di normalità e la comodità dell’abitudine con le reali necessità personali.
Insomma se il rimanere giovani non significa comportarsi come ragazzini irresponsabili il divenire adulti non deve necessariamente significare comportarsi da persone noiose, riabilitando peraltro situazioni che in passato si detestavano.
Io il verbo sdoganare lo vieterei per legge.

Ma forse la mia è solo invidia, dopo tutto.
Probabilmente un po’ mi rode vedere quelli che riescono a mettersi il cuore in pace e sanno accettare la sconfitta acquietandosi.
Bisognerebbe darsi una tarata, stabilire regole e accontentarsi di situazioni che consentano di sopravvivere.
A un certo punto decidere che essere normali, nel modo in cui la normalità viene convenzionalmente recepita, è una faccenda accettabile.
In fondo sarebbe molto più comodo.
Ma solo in fondo.
Tanto poi alla fine per quanto mi riguarda non sarebbe in nessun caso un’opzione.
Perché non posso fare altrimenti
E se devo scegliere tra sopravvivere e vivere scelgo vivere.
Sempre e comunque.
A qualunque costo.
Con ogni mezzo necessario.
Arturo Compagnoni

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