Fiver #02.07

Fucked_up

Fucked Up

Da piccolo odiavo l’estate. La detestavo per due precisi motivi. Il primo era piuttosto ovvio: non sopportavo il caldo. Provavo proprio un senso di forte malessere fisico. Mi prendeva ai primi caldi e mi abbandonava al principio di settembre; perché magari oggi manco ce lo ricordiamo più ma ci fu un’epoca in cui il caldo, quello vero, cominciava a giugno e finiva a settembre. Lo stesso periodo in cui era impossibile assistere ad una partita di pallone tra squadre serie. Il massimo del calcio televisivo era appannaggio delle immagini di qualche amichevole regionale (tipo Juventus-Villar Perosa o Inter A-Inter B) al telesport pomeridiano delle sei e mezza.
Il secondo motivo era contingente quanto per tanti anni inevitabile ed era legato al luogo dove io invariabilmente dalla nascita fino ad un certo periodo della mia vita (diciamo poco oltre il diploma liceale) fui costretto a trascorrere le vacanze estive. Una località di mare a nord del Lazio, appena sotto il confine con la Toscana. Questa sarebbe una storia lunga, quindi la lasciamo stare per ora.
Oggi che il caldo mi infastidisce molto meno, le vacanze estive le trascorro a due passi da casa in mezzo alla musica e sono dunque venute meno le cause della mia personale avversione per l’estate, l’estate ha deciso di sparire.
Presumo che questa faccenda del piacermi quello che non ho e disprezzare ciò che ho abbia a che fare con quello sballatissimo fascino che la sconfitta ha sempre esercitato su di me: I’m a loser baby, so why don’t you kill me?
Che poi nella realtà della vita di tutti i giorni gli sconfitti non piacciono a nessuno, anzi appena si sente da lontano l’odore di un perdente ecco che attorno si crea (comprensibilmente) il vuoto.
Questo Fiver è dedicato alla sconfitta, ai perdenti e all’estate che non esiste più, giustificando l’apprezzamento di canzone sciocche (quali sono del resto, le canzoni veramente serie?) con la fittizia necessità di musica destinata a fungere da colonna sonora a una stagione defunta.

The Orwells: Who Needs You

Quanto a canzoni futili e gruppi superflui con gli Orwells stiamo messi bene. La canotta dei Bulls sotto al chiodo e i capelli a messa in piega del cantante sono da codice penale, più o meno quanto il suo sguardo ebete perso nel vuoto. Ma quando partono chitarra, basso e batteria subito al primo secondo della canzone è impossibile rimanere fermi. Quel ritornello poi: You better toss tour bullets/You better hide your guns/You better help the chïldren/Let them have some fun, ti si appiccica addosso e non scivola via in nessun modo. Il video della loro esibizione televisiva al Late Show li rappresenta perfettamente. Arrivate in fondo perché la coda del pezzo, col pianista di Letterman che mima il cantante cambiando il testo della canzone, merita.

Howler: Indictment

Questi li metto nella lista di quelli che mi ero completamente perso. Per fortuna che la mia rete di informatori funziona, anche quando segnalandomi un gruppo (in questo caso si trattava degli Honduras) poi ne spunta fuori casualmente un altro (gli Howler appunto). Gli Howler vengono da Minneapolis e sono al secondo album. Per una canzone del genere gli Strokes e i Libertines di oggi potrebbero vendere la mamma. Il pezzo va di corsa, ballonzola contro i muri come una palla di gomma e ha un coro da spiaggia che più da spiaggia non si potrebbe anche se nel video c’è la neve e fa freddo. Al minuto 1.47 abbassa il ritmo e cambia marcia ma lo fa solo per permetterti di tirare il fiato perchè altrimenti alla fine non ci arrivi.
The Hotelier: In Framing

Ci sono gruppi che ti perdi senza capire esattamente perché e andarli a ripescare dopo non ne hai voglia. Del resto se non li hai calcolati quando potevi in realtà qualche motivo da qualche parte deve esserci, anche se al momento ti sfugge.
A me è capitato con i Get Up Kids: quando sono usciti ero già in età matura e quindi non ho scuse per averli ignorati, anche perché non si trattava di oscuro gruppo privo di copertura mediatica. Erano lì, davanti ai miei occhi e sotto le mie orecchie e li ho snobbati. Di loro recuperai al momento dell’uscita la raccolta di singoli e inediti, quella dove c’era la cover di Close to Me dei Cure. Poi quando tornarono assieme per qualche concerto poco tempo fa e tutti quelli che conosco nella fascia di età tra i 30 e i 40 letteralmente impazzirono, io me ne restai a casa senza troppi dubbi e rimpianti. Non so se il paragone può calzare perché come ho appena scritto i Get Up Kids non è che li conosca granché, ma quando ho ascoltato per la prima volta questi Hotelier mi sono venuti immediatamente in mente proprio loro.
Questa canzone parte con una chitarra a mitraglia e la batteria che incalza, poi entra la voce che è il riflesso del raggio di sole sullo specchio d’acqua del Pacifico. A seguire il coro che spinge tutto fino alla fine con quello stacco giusto a metà canzone per farti abbassare la guardia prima di stenderti con l’attesa ripartita finale, giusto dopo il baby con una ipsilon allungata all’infinito.
Spengo il pc e vedo se al negozio di dischi dentro la galleria d’arte dietro la questura hanno una copia di Something to Write Home About, così scoprirò se la similitudine regge.

The Proper Ornaments: Stereolab

A casa ho una pila di magliette di gruppi. Più o meno copro l’intero alfabeto: dalla A di Art Brut alla Y di Yo la Tengo. C’è un solo gruppo però di cui posseggo due diverse magliette: gli Stereolab. Una la acquistai al primo loro concerto che vidi, al Covo il 23 ottobre del ’95. E’ blu con disegnato in giallo il logo degli inizi, quello che mescolava arancione e giallo sulla copertina di Peng: una delle mie magliette preferite. L’altra è verde scuro con scritta e disegni di nuovo arancioni, uno dei colori ufficiali degli Stereolab; la comperai a Torino al Barrumba il 20 ottobre del ’97, assieme a uno dei loro 7” in edizione limitata, quelli che vendevano solo ai concerti. Solo ora, sfogliando la magica agenda dei concerti, mi rendo conto della quasi coincidenza di quelle due date. Un viaggio carico di nebbia sull’asse Bologna/Torino/Bologna, pomeriggio/notte/alba in mezzo ad una settimana lavorativa. Una follia. Gli Stereolab mi piacevano da impazzire. Sono anni che non ascolto un loro disco. A tirarmi per un braccio dentro ai ricordi ci hanno pensato i Proper Ornaments. Il solo fatto di intitolare una canzone al gruppo di Tim Gane e Laetitia Sadier (ma quanto ero innamorato di lei?) fa scalare un imprecisato numero di posti ai Proper Ornaments nella mia personale classifica di preferenze nella categoria “nuovi gruppi inglesi che fanno uscire dischi per la Slumberland e che hanno dentro almeno un componente dei Veronica Falls”. A parte questo la canzone è bellissima con quei suoi giri circolari e insistiti e quella voce che pare trainata di peso dalla sezione ritmica, un insieme che fa così tanto Stereolab da farmi venir voglia di riascoltare la loro intera discografia (degli Stereolab intendo). Peccato non aver trovato un link per farvela ascoltare, credetemi sulla parola e recuperate una copia dell’album casomai vi passasse vicino. Nel disco dei Proper Ornaments c’è anche un pezzo che si intitola Magazine. Aspetto di decifrarne il testo, qualora fosse un omaggio a Howard Devoto i Proper Ornaments rischiano di diventare il gruppo del cuore. Almeno per le prossime ventiquattr’ore.

Fucked Up: Glass Boys

Fucked Up are a punk band.
(matadorrecords.com)
Una delle tante domande oziose che mi sono posto negli ultimi anni riguarda il ruolo che nella vita si è scelto Damian Abraham. A chi il nome non dicesse nulla, cosa senz’altro comprensibile, traccerò il ritratto: ciccione, costantemente a dorso nudo, mezzo pelato, barba rossiccia. E’ quello che quando i Fucked Up suonano lui canta e si accartoccia lattine di birra sulla fronte finendo sanguinante ogni concerto, immancabilmente. Come si suol dire: un animale da palcoscenico, uno degli ultimi rimasti. E’ anche un tipo decisamente simpatico. Lo conobbi il 21 luglio del 2010 quando i Fucked Up vennero a suonare all’Hana Bi e lo rincontrai poco meno di tre anni dopo su di un palcoscenico del Primavera, subito prima che salissero le Savages, mi pare. La domanda che mi sono sempre posto è: cazzo ha da urlare Damian Abraham? E perchè fa il cantante nei Fucked Up? Il suo approccio alla materia è degno di un gruppo metal mentre sotto i suoi compari suonano un mash up tra punk e indie pop che nemmeno i Boyracer (circa il fatto che abbiano inciso su disco cover di Shop Assistants e Another Sunny Day già ho scritto qualche tempo addietro). Basterebbe anche solo guardare le fotografie: ciccione, a dorso nudo e braghe che nemmeno Henry Rollins lui, frangette, polo a righe, peso leggero semi hipster gli altri. Glass Boys è la canzone che da il titolo al loro ultimo doppio album e lo chiude: parte con un giro di chitarra di un minuto che sembra preconizzare l’apocalisse, poi attacca un rullo di tamburi e arriva la voce di Abraham che pare vomitare rabbia e disgusto e per quanto il ciccione mi stia simpatico devo ammettere che quella voce non è per niente faccenda che mi riguardi. Ma che roba è il gioco di chitarra e batteria che di lì in poi guida alla fine del disco? Per non dire di quel coro al minuto 4.08 porta tutto da un’altra parte, finendo a sposare un pianoforte che chiude il gioco.
Roba mia al 100%.

ARTURO COMPAGNONI

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