We’ll all float on anyway

Modest Mouse

Modest Mouse

Ci sono momenti nell’esistenza di una band ma forse converrebbe dire dell’esistenza in generale dove per una serie di congiunzioni non pienamente preventivabili ci si ritrova a fare la cosa perfetta.

In quello che legittimamente si dice essere “stato di grazia”. Solitamente è un momento breve, un istante che se documentato rischia di lasciare il segno.
I Nirvana in quell’estate prima che uscisse Nevermind, ad esempio. Quando dal vivo travolgevano gli steccati emotivi di chiunque capitasse a tiro.

I Modest Mouse vissero una stagione simile, per intendersi. Era il 1997 ed avevano già pubblicato un album e si apprestavano a far uscire il secondo, The Lonesome Crowded West.
In Europa l’etichetta indipendente che li aveva sotto contratto, la Up Records, non era neppure distribuita e le notizie giungevano con i tempi lenti dell’era analogica. Si spulciavano le note dalla stampa specializzata dell’epoca e qualche fanzine, che comunque arrivava dalle nostre parti dopo mesi dall’uscita originaria americana.
Mi pare di ricordare che ad un certo punto la Matador filiale europea decise di distribuire finalmente la band e li fece sbarcare ufficialmente anche da questa parte del continente. Strategie commerciali che riguardavano comunque solo l’Inghilterra e se andava bene la Germania, il resto era come se non esistesse. E l’Italia stava all’ultimo posto di quel grande nulla. Penso che nessuna delle generazioni post-internet potrà mai davvero comprendere il significato di “provincia”, senza aver vissuto quel periodo.

Comunque mi ricordo ancora il giorno in cui mi capitò quell’album tra le mani. Penso che ognuno di noi in quanto appassionato delle vicende musicali abbia vissuto una di quelle circostanze. O quantomeno me lo auguro. Nonostante tutta la passione che uno possa avere, quei momenti, immagino che alla fin fine si possano contare sulle dita di una mano. Epifanie. Non parlo semplicemente di farsi piacere un disco. No, non è solo quello, è l’istante nel quale l’arte riesce ad esprimere qualcosa di te stesso che non sapevi neppure compiutamente di possedere. È quell’istante dove l’espressione artistica sembra congiungersi al più profondo sentimento della propria anima. È come ritrovarsi improvvisamente rappresentati. Capisco che possa sembrare una cosa assolutamente retorica da scrivere e che per di più lo stia facendo con un tono assolutamente autoreferenziale. Ma sono certo che più di qualcuno di voi saprà esattamente a cosa mi riferisco.

The Lonesome Crowded West

The Lonesome Crowded West

Ne parlo ora, dei Modest Mouse, a distanza di così tanto tempo perchè mi è capitato che un amico di quelli che seguo più volentieri on-line, Giancarlo Frigeri (ascoltate i suoi dischi, tra l’altro che sono molto buoni. O magari data un’occhiata al suo blog, qui, che è uno spazio di buon gusto e di buon senso sempre più difficile da trovare in rete) abbia recentamente postato una delle canzoni contenute in quel famigerato secondo album della band dello stato di Washington. Non mi pare che avesse aggiunto nessun commento. Ma quel clic che ho fatto partire quasi in automatico mi ha letteralmente travolto. Quel brano, mi pare fosse Cowboy Dan, mi ha tirato fuori dalla consuetudine dei miei ascolti giornalieri, quasi sempre legati all’attualità. Non vorrei davvero esagerare con gli aggettivi, credetemi. Vi dico solamente che ancora una volta quel disco ha spazzato via tutto quello che mi circondava. E non faccio riferimento solamente alla musica, naturalmente

Lo “stato di grazia”, dicevo all’inizio. Non mi stupisce che in quei giorni i Modest Mouse non fossero una band qualunque. Fu una di quelle storie di coinvolgimento estremo tanto che i tour divennero processioni, con la gente che si spostava di città in città in una sorta di pellegrinaggio. Della serie Our band could be your life, avrete inteso.

Come si diceva, fu un momento. Una stagione. Le cose cambiarono velocemente. I Modest Mouse finirono al primo posto in classifica in seguito ed ancora oggi riempono le arene dove suonano. Non sono riusciti a diventare una band banale ma quel periodo rimarrà ineguagliato, quel disco l’assoluto vertice della loro produzione. Nonostante espisodi come Float On che si siano trasformati in veri e propri inni. Nonostante Johnny Marr, il Coachella e tutto il resto. Nonostante una dignità che non è mai andata perduta che non ha nulla a che fare con la “gag” dell’era meglio il demo.

Non sono sicuro che si possa avere la consapevolezza di viverlo in tempo reale lo “stato di grazia” e comunque, anche se fosse, non avrebbe senso congelare le cose per poi ripeterle all’infinito. Le persone cambiano, come il contesto che le circonda e il tempo non è possibile fermarlo: where the fuck do all the minutes go, come cantano loro ad un certo punto.

Non ho mai fatto un tatuaggio che abbia a che fare con la musica, anche se ne ho avuto spesso la tentazione. Ho sempre avuto il timore che ad un certo punto passata l’infatuazione del momento avrebbe iniziato a pesare. Ma, come si diceva, certe band potrebbero essere la vostra vita. In questo caso senza ombra di dubbio e se non lo certifica un disegno colorato e una frase sulla pelle sarà una questione di battiti del cuore.
CESARE LORENZI

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  • estate del 2000 viene annunciato il primo album per una major, The Moon & Antarctica
  • settembre del 2000, sempre per Rumore, Cesare Lorenzi intervista ancora la band. Esce anche Building Nothing Out of Something  una raccolta di canzoni uscite in precedenza solo su singoli ed EP.

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  • il 4 novembre del 2000 è la data del primo concerto italiano, al Covo di Bologna. Massimiliano Bucchieri recensisce per Rumore

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  • Nel 2001 esce Sad Sappy SuckerSono le prime registrazioni della band, sostanzialmente quello che doveva essere l’album di debutto. Esce indipendente per la K Records.
  • Good News for People Who Love Bad News, del 2004, è il secondo album della band ad uscire su major, contiene Float On che diviene la canzone più conosciuta della band.
  • Il 2007 è l’anno dell’album We Were Dead Before the Ship Even SankArturo Compagnoni ne scrive sul suo blog dell’epoca ( che poi portava lo stesso nome di quello attuale…..sniffinglucose.blogspot.it). Il disco raggiunge il primo posto della classifica Billboard 200.

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  • Il 4 giugno 2007 la band sbarca per la seconda volta a Bologna. Arturo Compagnoni (firmandosi con lo pseudonimo di Patrick Bateman) il giorno seguente scrive:

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  • Il 2013 è l’anno della pubblicazione del documentario The Lonesome Crowded West, da parte dei tizi di Pitchfork.  Si parla sopratutto del secondo album della band. Da vedere, assolutamente.
  • La band è attualmente impegnata in un tour americano e sembra che abbia iniziato a scrivere canzoni per un nuovo album. Non ci sono date di realizzazione ancora confermate, comunque.

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