Just like honey (I want more of that stuff)

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Domani riapre il Covo.

Due cose:
1) nessuno mi ha chiesto di scriverne (non che qualcosa scritta da me sia del resto in grado di spostare il benché minimo equilibrio in qualsivoglia campo)
2) quando affronto certi argomenti, non sono per nulla imparziale: sono un assiduo frequentatore del club più o meno da un trentennio, e da una quindicina d’anni mi diverto a improvvisarmi dj (meglio selezionatore di dischi, ché a fare il dj non sono mai stato capace e non credo proprio comincerò ad imparare ora).
Quando si parla del Covo sono quindi irrimediabilmente e totalmente parte in causa.

Chiarito questo, mi piaceva l’idea di salutare l’ennesima stagione che va a cominciare giusto domani.
Per farlo nel modo più rapido e (per me) indolore sono andato a recuperare una cosa scritta qualche anno fa.
All’epoca della sua prima pubblicazione il pezzo lo avevo intitolato These Important Years, Cesare mi ha bruciato l’idea facendone un uso più che appropriato per il suo bellissimo articolo su Bob Mould qualche mese fa.
Tutto questo detto per la cronaca, il resto è storia mentre il futuro – come diceva qualcuno – è ancora da scrivere.

THESE IMPORTANT YEARS (ONCE AGAIN)
Ognuno ha un angolo preferito in cui trascorrere il proprio tempo.
Una tettoia dove rifugiarsi quando la pioggia e i fulmini imperversano e le cose non girano come si vorrebbe, un perimetro all’interno del quale festeggiare con gli amici il raggiungimento di un obiettivo o una zona franca dove ignorare tutto il resto diventa possibile.
I posti possono diventare metafore.

Per quanto mi riguarda, di luoghi del genere nella vita ne ho incontrati un paio, non di più.
Uno di questi è la grande casa piazzata dietro un prato ad uno di quei meravigliosi incroci di memorie topografiche cattocomuniste, che solo da queste parti trovano una loro ragione d’essere: angolo tra via San Donato e viale Zagabria.
Uno di quei posti che mi ha sempre riparato, un luogo che ai miei occhi l’intervento umano magicamente non ha mai peggiorato, pur contribuendo indubbiamente e inevitabilmente a mutarne più volte l’aspetto in questi oltre 30 anni di vita.
Difficile datare i ricordi, soprattutto quelli più antichi.
L’unica certezza è che quel posto lo scoprii attorno al 1983, periodo in cui frequentavo gli ultimi due anni di liceo scientifico e in quella stessa scuola mio fratello affrontava il principio del linguistico.

In classe con lui c’era una coppia di gemelli, un ragazzo e u1601123_741200169267268_7041706107402675040_nna ragazza. Anch’essi avevano un fratello più grande.
Loro ed io: unico comune denominatore la musica.
Quattordici anni loro, diciassette io, qualcosa di più il fratello.
Lui, il fratello grande, disegnava fumetti e come fumetti disegnava anche i manifesti dei concerti organizzati dai ragazzi del suo quartiere in un posto di quartiere piazzato proprio davanti casa loro, al numero uno di viale Zagabria.
Conservo ancora un nastro che mi regalò: su un lato i Generation X, sull’altro i Ramones , copertina disegnata a mano da lui.
Bellissimo l’oggetto quanto il contenuto.
Fu così che cominciai a frequentare il Covo, che all’epoca non si chiamava in quel modo e non era nemmeno nello stesso posto dove si trova ora.
Per arrivare al Casalone, questo era il nome, bisognava difatti proseguire sulla scala che oggi porta al club e salire sino alla soffitta della grande casa, il posto che qualche anno dopo avrebbe preso il nome di Sottotetto e che oggi è murato da un cancello di ferro, proprio a fianco all’attuale entrata del Covo.
La cosa che ancora oggi ricordo distintamente è la sensazione di totale sorpresa che mi colse la prima volta che misi piede nel locale.
Quel posto, che già allora veniva considerato il più alternativo della città, non assomigliava per niente ad un rock club. Al locale si accedeva da una piccola porta piazzata in cima alla stretta e ripida scalinata esterna, di lì si entrava praticamente sul palco e la sala si srotolava poi in lungo. Soffitto basso, niente finestre, nessuna possibilità di fuga in caso di problemi.
Era appunto una grande soffitta di una enorme casa.
Lì in verità vidi un solo concerto, i Boohoos: rock and roll da Pesaro.
Ci passavo ogni tanto il pomeriggio, ancora troppo piccolo per trascorrerci qualche serata.MINERS
Di quei tempi mi è rimasto del materiale che veniva ingenuamente venduto in supporto al grande sciopero dei minatori inglesi contro il governo Thatcher.
Coal not Dole, era lo slogan stampato su adesivi tondi e gialli e su pezze di stoffa da cucire sulle spalle dei parkas di quella piccola comunità mod che da sempre gravitava da quelle parti.

Qualche anno appresso, dopo un breve periodo di stanca, il club traslocò al piano di sotto.
E cominciarono gli anni del Covo, con un logo in principio stilizzato sulla falsa riga del marchio Coca Cola.
La console dei dj stava nella sala dove oggi c’è il guardaroba ed era un tavolone sopra il quale le puntine dei Technics saltavano ad ogni urto.
Erano gli anni d’oro del brit pop.
Alberto, Ginka e Fede ai piatti, e la vecchia guardia, lì ancora da prima: Dedu e Yanez (gli Originals ancora oggi sul pezzo) e Steve, mentre Max ballava sulle panche a bordo sala sulle note di Pulp e Blur.

Poi vennero i concerti nella sala lunga e nera.FLYER 4
I miei vecchi appunti riportano la data del 1994 e nomi legati indissolubilmente all’epoca: These Animal Men e Mantaray.
L’anno dopo il salto avanti, in tutti i sensi: gente come Stereolab, Gene e Cast.
Di lì in poi la memoria aggancia nitidamente eventi e persone: gli Afterhours che affrontano la sala con la consapevolezza di essere diventati troppo grandi per quel posto o i Baustelle che si compiacciono di essere finalmente arrivati a suonare, cito testualmente, al CBGB’S di noialtri.
I Franz Ferdinand, gli XX e i Drums, tutti già pronti per un palasport ma per una notte ancora qui, davanti a 250 persone, col mondo fuori sparpagliato nel parco a reclamare un ingresso ormai impossibile.
I Mogwai che all’alba litigavano per portarsi a casa una cassa di birra, i Modest Mouse sul palco, più bevuti di noi che quella sera avevamo cominciato presto con i drink ed eravamo davvero belli avanti, i Libertines che dopo il concerto ballavano in pista, Eugene Kelly che suonava le canzoni dei Vaselines e i Comet Gain che suonavano le proprie di canzoni, spaccando cuori e spingendo fuori le lacrime. Le mille sere passate a far girare cd dentro i lettori davanti a sale a volte stracolme, a volte completamente deserte, ma sempre bellissime.

10616089_741197255934226_3977348375842319347_nSe trent’anni fa mi avessero detto che avrei visto tutto questo e anche molto di più e che in qualche modo sarei diventato parte integrante di questa realtà, avrei detto che sarei stato a posto così, che sarebbe stato anche troppo.
Oggi che la mia vita, non solo quella “musicale”, per un bizzarro ma evidentemente chiaro segno del destino gravita dentro e attorno a questo spicchio di vecchia periferia bolognese battezzata San Donnino, ora che trent’anni sono passati davvero e sono trascorsi proprio così, mi rendo conto che non ne ho ancora abbastanza.
Perché di un posto dove rifugiarmi chiudendo fuori tutto il resto avrò sempre bisogno.
Anzi ne ho bisogno oggi più che mai.

ARTURO COMPAGNONI

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